Ho Chi Minh City. E’ la stampa bellezza!

Quanto è importante la storia presente e passata dei luoghi quando viaggiate?

Di solito lo è sempre, in alcuni casi diventa fondamentale.

Le parole raccontano epoche, fatti, decodificano eventi, traducono realtà.

Le immagini arrivano rapide, cristallizzano momenti, testimoniano verità altrimenti perse per sempre.

Mi trovo all’interno del War Remnants Museum a Ho Chi Minh City, al 28 di Vo Van Tan Street, 3° Distretto. Tre piani, una decina di mostre permanenti e numerose collezioni per testimoniare quanto accadde in Vietnam durante le guerre contro la Francia prima, contro l’America poi. Le prigioni, le torture, gli eccidi, le conseguenze del napalm. Non manca nulla: persino lo spazio esterno è occupato da mezzi corazzati, pezzi d’artiglieria e aerei.

E poi c’è Requiem, la sezione al secondo piano dedicata a chi ha reso possibile questo racconto oggi, chi all’epoca dei fatti ha scelto di esserci come testimone e narratore.

Requiem: un omaggio di chi è tornato a chi non lo ha fatto

72 giornalisti che operarono tra le fila dell’esercito di Ho Chi Minh, 11 in quelle delle truppe di Saigon, 16 reporter americani, 12 francesi, 4 giapponesi, altri dall’Australia, Austria, Inghilterra Germania, Svizzera Singapore e Cambogia.

Sono i 133 professionisti dell’informazione, morti in guerra, le cui immagini danno vita alla mostra Requiem e a cui la stessa è dedicata. Più guerre, un arco temporale che ha radici nell’Ottocento e già guarda alla società moderna della seconda metà del Novecento. Un racconto corale a più voci, ciascuno con un punto di vista diverso, tutte accomunate dallo stesso obiettivo: testimoniare quanto stava accadendo al resto del mondo.

Requiem nasce da un’idea di Tim Page e Horst Faas: Tim Page che appena diciassettenne lascia casa in Inghilterra per raccontare il mondo, considerato uno dei “100 fotografi più influenti di tutti i tempi“; Horst Faas, photo editor per la Associated Press e due volte vincitore del Premio Pulitzer.

Entrambi ce la fanno a lasciare il Vietnam vivi – feriti ma vivi- e insieme riescono a pubblicare un libro – Requiem: by the Photographers who died in Vietnam and Indochina – con le immagini messe insieme in anni di ricerche.

Il libro diventa dapprima mostra itinerante per il mondo poi trova casa, a Ho Chi Minh City.

Robert Capa. Getting closer

Tra i primi fotografi, nelle sale di Requiem, noto subito Robert Capa. Come non farlo.

Ricordo a Madrid l’emozione davanti Il miliziano colpito a morte, la foto scattata in Spagna in trincea durante la Guerra Civile; ripenso a quelle dello sbarco degli americani in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale, all’incontro con Camilleri ragazzino mentre, nella Valle dei Templi, teneva la macchina fotografica come una mitragliatrice e sparava scatti a raffica.

Il reporter ungherese costretto a lasciare la Germania nazista per le origini ebraiche, l’uomo che immortalò personaggi come Picasso e Hemingway, il fondatore della Magnum Photos che raccontò cinque diversi conflitti mondiali, morì in Vietnam il 25 maggio del 1954. “Se la foto non è buona, non siete andati abbastanza vicini” sosteneva.

Gli ultimi scatti di Capa li trovate alla Requiem Exibition accanto al racconto degli ultimi momenti narrati da John Mecklin, corrispondente di Life con lui in Indocina.

Con lui ci sono Sawada Kyoichi, corrispondente dal Giappone col tesserino che sembra nuovo in bella mostra; Luong Nghia Dung, insegnante vietnamita che assai poco sapeva di fotografia e che dopo un breve corso, diventò uno dei fotografi di guerra più prolifici; Bernard Fall, Henri Huet, Robert Ellison, Pham Van Khuong, Vo Vanh Quy, Sean Flynn.

Ho ancora davanti l’immagine di Georgette Louise Meyer coi suoi occhiali sofisticati e la pelle chiara, in arte Dickey Chapelle, dal Wisconsin, morta a 47 anni vicino Chu Lai. Infine il grande Larry Burrows, il fotografo di LIFE che portò coi suoi scatti la guerra del Vietnam nel salotto degli americani.

“And so often I wonder weather it is my right to capitalize, as I feel, so often, on the grief of others. But then I justify, in my own particular thoughts, by feeling that I can contribute a little to the understanding of what others are going through; then there is a reason for doing it”.

Immagini e parole. Dal nono piano del Caravelle

Sono le otto quando arrivo al Caravelle, l’ora perfetta per un buon aperitivo sui tetti della vecchia Saigon. In realtà sono pochi i tetti che vedo da qui, non di certo quelli dei tanti grattacieli che illuminati al neon svettano oggi nel cielo di Ho Chi Minh City.

Eppure, da qui, in quello che oggi è un moderno e accogliente albergo in centro città, giornalisti come Tiziano Terzani hanno raccontato la guerra del Vietnam.

C’è uno splendido articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 14 marzo 1976, ad un anno dalla conquista della capitale sudvietnamita da parte dell’esercito del Nord. Racconta di quei giorni momento per momento: le sagome scure che fino all’alba sparivano dentro gli ultimi elicotteri che lasciavano la città dal tetto dell’ambasciata americana, le migliaia di soldati che “si toglievano i cinturoni, le giacche, le scarpe, gli elmetti e rimanevano in mutande, scalzi, con le teste rapate; la gente dalle finestre buttava loro vecchi calzoni, camicie, le strade deserte che improvvisamente si animavano con grandi bandiere del Fronte di Liberazione”.

Caravelle Saigon
Caravelle Saigon

Terzani non era il solo a frequentare il Caravelle, tutta la stampa lo faceva, come sede delle ambasciate australiana e neozelandese e degli uffici dei giornalisti stranieri. Si cenava a lume di candela serviti da camerieri in giacca e farfalla nera persino nei momenti di maggiore tensione. Non abbandonarono il Caravelle neanche quando, nel l’agosto del 1964 una bomba esplose al quinto piano. Da qui, probabilmente, ogni giorno, partivano le notizie che si trasformavano nei titoli di giornali e notiziari di tutto il mondo.

Non era la prima volta. Dall’altro lato della strada del Caravelle

Continental Saigon
Continental Saigon

Non era la prima volta. Appena dall’altro lato della strada del Caravelle, nelle stanze del Continental, tanta storia è passata, tanta storia è stata raccontata. Protagonisti ancora una volta giornalisti e scrittori, che per decenni hanno animato questo albergo oggi sfavillante come ieri.

Inizialmente Rue 16, si trasformò in rue Catinat nel 1865 e nel 1878 vede apparire i primi tre blocchi del famoso hotel voluti da Pierre Cazeau. Ad inizio secolo la proprietà passò al Duca di Montpensier e nel 1930 a Mathieu Franchini a cui seguì Philippe Franchini. Il Continental non chiuse mai, neanche nei momenti peggiori se non nel 1975 e solo per un anno.

Il Time e l’Herald Tribune avevano i loro uffici qui fino al 1975. Radio Catinat lo chiamavano durante la guerra d’Indocina, punto di incontro per cronisti, uomini d’affari e politici che desideravano capire cosa stesse realmente accadendo.

Qui hanno soggiornato personaggi del calibro di André Malraux, l’autore de “La Condition Humaine”, Rabindranath Tagore, il poeta indiano.

Dalle pagine dei romanzi di Graham Greene che al Continental creò i personaggi di “Un Americano tranquillo”, abbiamo in parte capito la Saigon degli anni Cinquanta. Romanzo prima, cult movie del 2002, una storia d’amore, una finestra sulla crisi politica di quegli anni e del graduale coinvolgimento degli americani che portò al disastro bellico.

Ancora storia, ancora cronaca, ancora umanità.

Francia. Sarlat e il Périgord Nero

Oggi si chiama Dordogna, dal nome del fiume che l’attraversa  ed è uno dei dipartimenti più grandi di Francia, ma nel cuore dei francesi e di quanti lo amano questo territorio è per tutti il Périgord, terra di incanto e bellezza.

Tanto vario e disomogeneo da essere stato suddiviso in quattro aree ciascuna contraddistinta da un colore: il Périgord Verde a nord, quello Bianco nella parte centrale, il Rosso Porpora a sud ovest e infine il Périgord Nero dove siamo diretti.

Abbandonate l’idea di poterne scoprire l’intera superficie a meno che non siate così fortunati da poterci trascorrere un lungo periodo. Ogni borgo merita una visita, ogni fattoria, bistrot o castello invita ad una sosta, ogni stagione racconta qualcosa di diverso.

Unico comun denominatore e chiave di volta per assaporare e capire il Périgord è la lentezza. Qui la fretta è bandita. Qui si viaggia slow.

Sarlat. Tra le vie del borgo in compagnia di Etienne de la Boétie e di Michel de Montaigne

Sarlat è famosa perché custodisce la casa natale di Etienne de la Boétie che amava passeggiare per i suoi vicoli in compagnia dell’amico Michel de Montaigne.

Centinaia di visitatori la scelgono ogni anno per il susseguirsi di dimore signorili e palazzi di epoca medievale e rinascimentale.

Sarlat la Canéda
Sarlat la Canéda

E’ certamente un buon punto d’inizio per avvicinare la cultura gastronomica della regione, famosa per il tartufo, l’allevamento di oche e anatre, animali simbolo della regione, celebre per la noce che qui ha ottenuto ben quattro Aoc (Appellation d’Origine Controlée), la Marbot, la Corne, la Franquette e la Grandjean, unica per la fragola, IGP nel 2004, con sette varietà da aprile a ottobre, la Garriguette, l’Elsanta, la Cigaline,  la Seascape, la Mara des Bois, la Darselect e infine la tardiva Cirafine.

I mercati in questo pezzo di Francia sono un must – ciascun villaggio o città ne ospita diversi – quello di Sarlat tiene testa tra i più gettonati. Un paio di consigli a tal proposito: veniteci presto per evitare l’effetto “sardina” e per trovare parcheggio; concentratevi sui banchi alimentari che da Place de la Liberté scendono giù verso Place du Peyrou con i vicoli e le strade che vi si affacciano. Una festa per gli occhi e il palato, l’occasione per conoscere i produttori locali e prendere contatti per eventuali visite, un cammino privilegiato per sbirciare nella tradizione perigordina.

In Rue de la République , asse moderno che taglia in due Sarlat, si tiene un altro tipo di mercato assai più comune e poco tradizionale; non dimenticate il Mercato Coperto giusto in Place de la Liberté: ospitato nell’antica Chiesa Sainte Marie, è stato trasformato dall’architetto Jean Nouvel in un moderno tempio del cibo. Le porte monumentali, grandiose ed enormi, valgono da sole la sosta.

C’è infine una ragione in più per scegliere Sarlat ed è l’atmosfera che offre quando le saracinesche vanno giù e i visitatori mordi e fuggi non ci sono più: come sempre, in qualsiasi località molto visitata, è il momento migliore per goderne; qui a Sarlat la penombra e le luci soffuse,  le risate dei bimbi che per l’ultima volta giocano tra le oche dell’omonima piazza prima di andare a dormire, il pigro ciarlare che pian piano scende di tono e diventa un’ipnotica ninna nanna e un calice di biondo e liquoroso Montbazillac, il cugino povero del celebre ed irraggiungibile Sauternes, faranno di questo piccolo borgo  la scelta giusta.

Travel Tips:

Le Mas de Castel – Appena fuori Sarlat, nel verde del Perigord Noir, ho apprezzato la bellezza e lo stile degli ambienti, la cortesia dello staff, il comodo parcheggio. Se ci andate nella bella stagione, la piscina è un plus da tenere a mente.

Le Présidial – In un edificio storico del XVII secolo, ho cenato in un giardino fiorito scegliendo à la carte. E’ possibile scegliere tra differenti menu degustazione.

Le Comptoir du Gout 24 – servizio semplice, eccellente proposta di salumi e formaggi locali da abbinare a un calice di Cahors della Bassa Valle del Lot. Indimenticabile il prosciutto di Bayonne, insaporito nel vino rosso e nelle erbe aromatiche e massaggiato nel pepe nero e a lenta stagionatura, e il Cabécou, delicato formaggio di capra.

Da Castelnaud a La Roque Gageac. Seguendo il corso del fiume

Non andremo lontano da Sarlat. Rimarremo in zona, ad appena una manciata di chilometri, lungo una delle <cingles>, le anse del fiume Dordogna, le cui acque si uniscono poi a quelle della Garonna a formare l’estuario della Gironda, porta d’ingresso fluviale a Bordeaux.

In uno spazio assai ridotto la bellezza del paesaggio toglie il fiato: il fiume modella l’intera vallata e s’insinua in un susseguirsi di borghi pittoreschi sorvegliati da antichi castelli.

Non potevamo che partire da qui per un panorama mozzafiato sull’intera vallata. Dai Giardini di Marqueyssac , ideati su uno sperone roccioso a 130 metri di altezza sul fiume, la veduta sulla Valle della Dordogna è spettacolare.

La visita inizia dall’ex residenza nobiliare voluta nel 1692 da Bertrand Vernet di Marqueyssac dove sono visitabili alcune stanze ristrutturate con pezzi d’arredo e tappezzerie originali o ispirati alle differenti epoche durante le quali abbellimenti e migliorie sono state apportate all’intera proprietà.

E’ nel 1861 però che Marqueyssac diventa speciale con l’arrivo di decine di migliaia di bossi voluti da Julien de Cerval. Il bosso è una pianta verde tutto l’anno, sopporta bene la potatura e permette la realizzazione di forme vegetali complesse. A Marqueyssac ce ne sono 150.000 esemplari potati due volte all’anno con cesoie rigorosamente manuali, I più visitati ed esempio virtuoso di arte topiaria sono quelli dei giardini pensili accanto il castello: morbidi e tondi cuscini verdi su cui verrebbe voglia di sdraiarsi e godere del paesaggio, circondati dai numerosi esemplari di pavone che, alteri e coloratissimi, vivono in libertà.

Di bossi dalle forme più o meno bizzarre ce ne sono in tutta la tenuta che si estende lungo la falesia calcarea per circa 800 metri sino al Belvedere. Il punto più lontano dalla residenza principale è raggiungibile attraverso tre percorsi,  chiamati <passeggiate>, più o meno impegnativi e in parte percorribili anche da chi ha problemi motori o dai passeggini, per un totale di circa sei chilometri di viali.

La vallata dai Giardini di Marqueyssac
La vallata dai Giardini di Marqueyssac

Il Grande Viale è il più comodo e ospita un servizio di navetta gratuita; lungo la passeggiata delle Alture e quella delle Falesie aree gioco e un percorso a rete sospeso tra gli alberi per i più piccoli, un sistema di cascate, <cabanes> costruite secondo la tradizione, la preziosa cappella Saint Julien de Cenac dove, tagliata nella roccia, troverete la Sedia del Papa, su cui Pio X, al secolo Giuseppe Sarto e allora Vescovo di Mantova, avrebbe meditato.

C’è però una cosa che rende imperdibile la visita dei Giardini di Marqueyssac: la possibilità di ammirare, uno accanto l’altro, gli imponenti castelli di Castelnaud, Fayrac, Beynac e a seguire, il villaggio La Roque Gageac.

Le torri di uno o dell’altro svettano imponenti sbucando da una radura di lecci e aceri o lungo un viale di corbezzoli. Le case coi tetti di pietra addossate e quasi incastonate nella pietra del villaggio di La Roque Gageac  sembrano sempre più vicine dopo aver attraversato boschi di aceri, querce e robinie. Campi di mais si alternano a vigneti seguendo il corso del fiume lungo cui navigano le <gabares>, fedeli riproduzioni di imbarcazioni tipiche del XVIII secolo che un tempo trasportavano vino, sale, legname, derrate alimentari. E oltre si può già immaginare la grande strada della Preistoria che porta dritto al Parco Preistorico di Les Eyzies dove confluiscono le valli della Vézère e della Beune e dove, 17.000 anni fa, visse l’uomo di Cro Magnon.

Travel tips

Gli appuntamenti di Marqueyssac: da non perdere nel periodo pasquale la grande caccia alle uova di Pasqua; la Festa dei Giardini a giugno; la Via Ferrata da metà aprile a metà novembre; l’attività di arrampicata dedicata ai bambini; le aperture serali eccezionali a lume di candela e musica in estate.

Se scegliete di visitare i Giardini durante la bella stagione non mancate una sosta al ristorante e sala da tè sotto il pergolato della terrazza panoramica per una coppa di gelato speciale, quello prodotto a St Geniès dall’artigiano Roland Manouvrier famoso nel mondo per la ricerca delle materie prime e i gusti più disparati. Da quelli che raccontano il territorio ad altri risultato di combinazioni di sentori ed emozioni, che accompagnano col gusto in viaggi esotici e lontani. Tra le sue creazioni più amate rose, ortensie e gelsomini cristallizzati e preparati secondo un sistema da lui stesso brevettato che ne mantiene le proprietà organolettiche ed estetiche.

I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna...
I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna…

Pare che il divorzio tra Eleonora d’Aquitania e re Luigi VII, nonché le nuove nozze nel 1152 con Enrico Plantageneto abbia un po’ innervosito gli animi e dato il via a una delle guerre più lunghe tra le odierne Francia e Gran Bretagna, la cosiddetta Guerra dei Cent’Anni. Pare anche che il Périgord fosse proprio uno degli epicentri del conflitto e la vallata della Dordogna uno dei settori più disputati. Lungo il confine mobile che ora si ritraeva, ora avanzava a favore di una o dell’altra parte, furono costruiti numerosi castelli, nel tempo conquistati e persi, abbattuti e ricostruiti. Castelnaud fu uno di questi.

Riacquistato nel 1965 dalla famiglia Rossillon, Castelnaud è stato interamente ristrutturato e ospita oggi il Museo della Guerra nel Medioevo con circa 300 pezzi provenienti da tutta Europa.

Se vi piace il genere armature, cavalieri, guerre sanguinarie e alabarde, il castello di Castelnaud fa per voi.

E se invece non siete degli appassionati del genere come me, andateci lo stesso: la ricostruzione dell’assedio del 1442, le cucine e i laboratori come quello dei fabbri dell’epoca, le rievocazioni storiche e le macchine da guerra esposte all’esterno valgono il viaggio e sono un buon modo per avvicinarsi alla storia, specie per i più piccoli.

Inutile dire che la vista dal castello sul Dordogna è strepitosa ed il villaggio che lo ospita pittoresco e molto romantico.

  • La Roque Gageac. Tra pietra e acqua

Piccola e preziosa. Stretta tra la falesia a cui è abbarbicata e il fiume con un’unica via a separarla dall’acqua e a collegarla agli altri siti nella vallata, La Roque Gageac è un vero e proprio tesoro.

Potete percorrere il sentiero ricreato tra falesia e case dai tetti in <lauzes>, le tegole di pietra lungo Rue de la Falaise. Una mappa con tutti i siti da attenzionare la trovate al centro informazioni lungo la Dordogna, vicino ai parcheggi. Ci vorrà poco per percorrerlo, il borgo è davvero piccolo ma ci si ferma ad ogni angolo per ammirarne i dettagli, la piccola chiesa <au Clocher Mur>, il giardino esotico con banani, passiflore e cactus nato dalla passione di Gérard Dorin nel 1970, il Manoir de Tarde…

Da qui partono le gabares, le imbarcazioni di cui vi parlavo prima. Potete prenotare una piccola crociera o noleggiare una canoa per risalire un tratto di fiume. Oppure scegliere un café o un bistrot e godervi il placido scorrere dell’acqua.

 

 

 

 

Hue. Nel Vietnam imperiale

Arrivo a Hue sotto una pioggia battente. Non si vede a un metro di distanza, un muro d’acqua rende l’antica capitale degli imperatori Nguyen sbiadita e grigia. Dentro il taxi che dall’aeroporto mi porta all’ostello, prenotato in Italia, il caos e il traffico mi arrivano come ovattati, distanti.

Hue. Il Vietnam imperiale
Hue. Il Vietnam imperiale

<E’ gennaio>, mi dice la padrona di casa dell’Homestay Le Robinet,  <occorre aspettare ancora un po’ perché non piova più così>. Mi sento molto stupida. Organizzo da anni i miei viaggi e a Hue mi aspettavo di trovare il sole e le barche tipiche e colorate lungo il Fiume dei Profumi a far la spola tra le due sponde, quella che protegge la Cittadella, la città voluta dall’imperatore Gia Long nel 1802 e quella su cui sorge la città moderna, dove già mi vedevo a curiosare tra vecchio e nuovo, torte di riso reali, di cui a corte pare fossero ghiotti, e lo street food locale.

A Hue in ostello

Ho solo fatto i miei programmi giocando a dadi con latitudine e longitudine e il Vietnam, stretto e lungo si è preso gioco di me. Ho aspettato che spiovesse un po’ scoprendo che l’ostello scelto, Le Robinet Homestay è una villa di inizio Novecento in perfetto stile coloniale come molte presenti nel circondario, a due passi dalla Cittadella.

All’ingresso c’è una foto dei parenti della padrona di casa, una giovane donna che vive qui con il marito e ha scelto di restare. Tutti gli altri sono andati lontano, in America per lo più. <A me piace vivere qui, in Vietnam>, mi confida e non esita a mostrarmi la stanza degli antenati.

Rimango senza fiato. Sapevo che ogni casa in Vietnam ha uno spazio riservato a chi non c’è più, uno spazio in cui, durante il Tet, il capodanno vietnamita, ci si riunisce in attesa che gli antenati vengano a far visita. La stanza che mi ritrovo davanti è molto grande e ha un primo altare che ne nasconde un secondo, dove le immagini dei defunti si alternano a offerte e incensi. Molte sono in bianco e nero, i dettagli riportano a tempi lontani. Immagino l’arrivo dei francesi, il primo assalto alla Cittadella nel 1885, poi quello dei Viet Cong durante l’offensiva del Tet nel 1968, seguiti da marines e soldati sudvietnamiti.

Finiamo a chiacchierare davanti una tazza di thè allo zenzero, troppo dolce, ahimè, per me, in un viavai di giovanissimi che entrano e escono accolti da una nidiata di cuccioli di cane appena nati. Mi decido a uscire, rischiando di scivolare per terra più di una volta, diretta a Les Jardins de la Carambole, superando piccoli empori sonnecchianti e gente del posto che prova a fumare una sigaretta sfidando la pioggia incessante.

Il ristorante è ricavato in un edificio in stile coloniale, vecchia Indocina. Qui tutto ricorda quel periodo, dagli arredi alle gentili e silenziose donne in ao dai che ti accolgono  e ti seguono ovunque. Sui muri splendide ed enormi gigantografie in bianco e nero.

Alla scoperta delle tombe imperiali

Passo la nottata in bianco, forse comincio ad essere un po’ troppo vecchia per la soluzione ostello ma al mattino, con la luce, mi sento meglio e parto ringalluzzita alla volta delle tombe imperiali appena fuori Hue. Ho prenotato un driver e scelto di visitare la tomba di Minh Mang e quella di Khai Dinh, tra tutte quelle presenti appena fuori il centro di Hue.

Arrivata alla scalinata che conduce al cortile d’onore di quest’ultima mi dico che vorrei avere più tempo per vedere i tanti mausolei, templi e pagode di Hue. Resto ad osservare le statue in pietra a grandezza naturale dei mandarini che proteggono la tomba di Khai Dinh, il penultimo imperatore sul trono dal 1916 al 1925. La pietra grigio scuro di cui tutto è fatto  crea un’atmosfera surreale, quasi onirica. Superate altre rampe di scale ed arrivati all’edificio principale lo scenario cambia: è un’esplosione di colore che ricopre pareti e soffitti con dipinti e mosaici, una piena manifestazione di ricchezza e opulenza. Sotto un enorme baldacchino picchiettato d’oro la statua in bronzo dorato dell’imperatore sotto la quale, ad una profondità di 18 metri, riposa.

I resti di Minh Mang sono ancora più celati e irraggiungibili: ci si arriva solo dopo aver attraversato  possenti mura, cortili, padiglioni, templi e terrazze. Ogni ambiente, collegato da scale e ponti ed intervallato da laghi, è un inno alla bellezza, un perfetto equilibrio tra natura e mano dell’uomo.

Al di là del ponte in pietra che supera il Lago della Luna Nuova, l’ultima scalinata con balaustre a forma di drago porta al sepolcro la cui porta è ben serrata. Viene aperta solo una volta all’anno, in occasione dell’anniversario della morte dell’imperatore.

La Cittadella

Ho ancora del tempo e lo dedico interamente alla visita della Cittadella. Faccio il mio ingresso da porta Ngo Mon, un tempo riservata all’imperatore Gia Long che qui, nel 1802, volle trasferire la capitale da Hanoi e dove l’ultimo imperatore della dinastia Nguyen, Bao Dai, abdicò il 30 agosto 1945 di fronte a una delegazione inviata da Ho Chi Minh.

Scatto una foto dello stesso viale appena fuori la Cittadella immortalato da un fotografo negli anni peggiori. Riconosco il posto vedendo quell’immagine nell’esposizione Requiem a Ho Chi Minh City.

La Cittadella è immensa, grandiosa, infinita. Una cinta muraria lunga 10 chilometri e spessa 2 metri, un fossato 30 metri largo e 4 profondo e 10 porte lungo tutto il perimetro. Osservo i Nove Cannoni Sacri, quattro dei quali rappresentano le quattro stagioni e gli altri cinque gli elementi: legno, acqua, metallo, fuoco e terra.

Attraverso il Recinto Imperiale, il palazzo di Thai Hoa, il Teatro Reale. Molto è andato distrutto e ampie zone sono state abbandonate ai fiori selvatici. Tante sono in via di rifacimento, altre sono state restaurate. Dalle rovine di palazzo Can Chanh sono state ricostruite due lunghe e stupefacenti gallerie ricoperte da lacca scarlatta. I Giardini di Co Ha, sapientemente ripristinati sono un’oasi verde dove gazebo e laghetti si alternano.

Ne scelgo uno dove è stato allestito un caffè e mangio qualcosa servita da un simpatico vecchietto. Ne conserverò un ricordo indelebile.  Supero la residenza di Dien Tho, quella di Truong San, mi perdo in quella che una volta fu la Città Purpurea Proibita dove risiedevano le concubine reali e solo l’imperatore e i servitori eunuchi erano autorizzati ad entrare.

Scatto ancora qualche foto, so che un driver mi aspetta per portarmi a Hoi An e faccio a me stessa una promessa, quella di tornare in questo luogo di memoria e storia.

Dune du Pilat. La duna più alta d’Europa

La foresta Teste de Buch fa parte della più grande foresta delle Lande di Guascogna e si è sviluppata naturalmente a partire dal Medioevo. Copre appena 3.800 ettari di pini marittimi e latifoglie che lottano costantemente contro l’avanzare della grande, magnifica ed indimenticabile Dune du Pilat.

Dune du Pilat. Un pezzo di Sahara prestato alla Francia

Non ne comprendi la grandiosità sino a quando non arrivi su, in cima. La Dune du Pilat è un’insolita montagna di sabbia sottile, la più grande duna d’Europa con un’altezza variabile dai 100 ai 115 metri.

La Dune du Pilat. Stretta tra oceano e foresta
La Dune du Pilat. Stretta tra oceano e foresta

Larga 500 metri, lunga 2 chilometri e 700 metri, si allunga morbida ed elegante tra la foresta Teste de Buch, che continua a divorare, e l’immenso oceano Atlantico. Proprio lì dove l’oceano s’insinua attraverso <les passes>,  i passaggi che le correnti, onde e maree hanno generato, insiste le Banc d’Arguin, riserva ornitologica meta di migliaia di beccapesci che qui nidificano ad ogni primavera.

Più a nord il Bassin d’Arcachon, dove la forza dell’oceano si placa e il faro di Cap Ferret segnala l’ingresso del golfo e veglia su tutti i villaggi costieri.

Un pezzo di deserto prestato alla Francia
Un pezzo di deserto prestato alla Francia

Oltre si può immaginare un nastro ininterrotto di arenili di sabbia sottile, la Cote d’Argent, su fino all’estuario della Gironda, dove i fiumi Garonna e Dordogna confluiscono e sulla cui sponda sinistra, nel Medoc, nascono  vini leggendari del Bordolese come lo Chateau Lafite-Rothschild e lo Chateau Latour.

Raggiungere la Dune du Pilat

Farlo è semplice. Comode indicazioni ti conducono sino all’ingresso del Grand Site. Ricordatevi infatti che la Dune du Pilat fa parte della rete dei Grands Sites de France ed è pertanto un’area tutelata. L’ingresso è vicino ma esterno al quartiere Pyla sur Mer, localmente chiamato Pyla da non confondere con Pilat, il nome della duna e termine derivato da Pilot, mucchio, monticello in guascone.

Ho raggiunto la riserva in auto e pagato una tariffa ad ore per il parcheggio. Tutta l’area è attrezzata e offre punti di informazione e numerose attività per scoprire la duna e flora e fauna che la caratterizzano, nonché il prezioso patrimonio archeologico che la contraddistingue e che testimonia l’occupazione umana dall’Età del Bronzo. Ci sono punti di ristoro, toilette e comode panchine dove godersi la frescura degli alberi.

 

Poi ci si mette in marcia lungo il sentiero che conduce alla duna. La sabbia comincia ad aumentare sotto i vostri piedi sino a quando la vegetazione scompare e la duna si presenta, stupenda.

Durante la bella stagione viene collocata una scala in legno di circa 150 gradini per arrivare in cima.

Arcachon. Come rivivere la Belle Epoque

Il clime mite, un paesaggio unico, il colpo di genio dei fratelli Pèreire, ricchi banchieri che nell’800 acquistarono 96 ettari di terreno forestale per far sorgere la Ville D’Hiver, il prolungamento della linea ferroviaria.

E poi ancora la costruzione del Casino de la Plage, la moda dei bagni e persino la prescrizione comune dei medici dell’epoca di soggiorni marini per combattere la tubercolosi.

 

Sono queste e molte altre le ragioni per cui nella seconda metà dell’800, Arcachon divenne meta esclusiva e punto d’incontro per celebrità, teste coronate, artisti e letterati. Napoleone III e Gustav Eiffel, per dirne giusto un paio. Pare che Gabriele D’Annunzio passeggiasse in compagnia della duchessa Gauloubev e di due esemplari di levriero lungo le strade di Arcachon.

 

 

Oggi Arcachon è una destinazione piacevole, comoda se si vuol visitare la Dune du Pilat e considerata un luogo perfetto per vacanze all’insegna del mare (oceano, pardon!) e del relax. Restano le bellissime ville e dimore d’epoca specie nella sopra citata Ville d’Hiver ma anche nel resto della cittadina. Imperdibile una passeggiata al tramonto sul golfo con la promessa di tornare e capirci un po’ di più.

Non solo yacht e jet set

Sul lungomare accanto il Palazzo dei Congressi e il Casino di locali ce ne sono tanti. Come tanti sono i bistrot e le boutique nelle vie limitrofe. Il mio suggerimento però vi porta fuori il centro città, alla scoperta di una realtà presente molto prima che arrivassero vip e reali.

Parlo dei coltivatori di ostriche che in questa zona sono eccezionali. Mi dicono che occorrerebbe spostarsi a Cap Ferret, prendere una barca e raggiungere l’Ile aux Oiseaux, dove ci sono le palafitte assegnate agli ostricoltori per tenerci gli strumenti da lavoro.

Nella baia di Arcachon le ostriche c’erano sin dai tempi dei Romani e crescevano in banchi naturali. Si parla della Gavette, un’ostrica piatta dal sapore di nocciola, poi scomparsa e sostituita da ostriche allevate. Nel 1859 ci si ingegnò per allestire un sistema di collettori fatti di tegole e di legno affinchè le ostriche vi si fissassero. Fu Victor Costes ad idearlo.

 

Poi nel 1868 si verificò un fatto inizialmente insignificante e fu la svolta: la nave Morlaisien carica di ostriche  importate dal Portogallo si rifugiò a causa di una tempesta nell’estuario della Gironda. Il carico si avariò e fu quindi gettato in mare tra Talais e Le Verdon-sur-Mer. Le ostriche, anziché morire, formarono un immenso banco naturale lungo tutta la costa dove si continuò ad allevarle.

Nel 1970 fu la volta delle ostriche giapponesi che sostituirono quelle portoghesi dopo un’epidemia. Oggi si coltivano più di 10.000 tonnellate di ostriche all’anno. Scoprire il mondo degli ostricoltori, imparare a conoscere i differenti tipi di mollusco è possibile lungo la Route de l’Huitre, la Via dell’ Ostrica.

Se, come me, siete costretti a rimandarne l’esperienza e a rimanere nei pressi di Arcachon vi lascio due indirizzi per gustare le ostriche in semplici cabanes, palafitte sull’acqua con poco altro se non un buon bicchiere di vino e il profumo dell’oceano: la Cabane de l’Aiguillon appena fuori il centro di Arcachon e la Cabane du Paliquey , in località La Teste de Buch.

Curiosità: pare che le ostriche in questa zona vengano servite con le crepinettes, piccole salsicce di produzione locale. Io le ho provate con  una sorta di terrine, un paté in scatoletta e non era male. Provare per credere.

Togliete le scarpe!
Togliete le scarpe!

 

Francia, Bordolese. Rosso St Emilion

Ho chiesto a un amico sommelier indirizzi e soste a St.Emilion, il celebre borgo a meno di un’ora da Bordeaux.

Sorridendo, mi ha domandato: “Quanto tempo hai?”.

St. Emilion. Terra di filari

Ho ripensato alle parole dell’amico sommelier quando, lasciata la Dordogna alle spalle, St.Emilion era ormai ad una manciata di chilometri.

Provate ad immaginare una distesa infinita di filari che si perdono all’orizzonte; come quando state ad ammirare il mare e vi sembra che non abbia una fine, onde regolari ed appena increspate interrotte solo da decine di <chateaux>, più che cantine, depositari di un sapere antico che risale al II secolo a.C., quando i Romani piantarono le prime vigne.

E’ qui che crescono le uve Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Malbec che danno vita ai famosi rossi della zona, il Saint Emilion AOC e il Saint Emilion Grand Cru. E’ qui che nasce la storia di vini leggendari come molti altri in questa parte di Francia. Un disciplinare ferreo  e imprescindibile stabilisce quali sono le cantine che possono fregiarsi di tale denominazione e assegna ogni Saint Emilion Saint Cru a tre livelli di qualità distinti : Grand Cru Classé , ad oggi 64 produttori, Premier Grand Cru Classé, solo 14, Premier Grand Cru Classè A, appena 4.

Ogni produttore ha un sogno: quello di risalire i tre livelli alla successiva revisione che si tiene con cadenza decennale. L’ultima ha avuto luogo nel 2012. Su tutto ciò vigila il Conseil des Vins, il sindacato nato nel 1884 in seno alla Jurade, la confraternita di viticoltori riuniti con radici nel lontano 1199 e costituzione effettiva nel 1948.

Nel cuore del borgo

A St.Emilion ti accoglie la Maison du Vin, dove sono disponibili i vini di 250 cantine riunite e non potrebbe essere altrimenti. Qui la cultura del vino la respiri. Boutique ad ogni angolo invitano alla scoperta di appena una porzione del bordolese, l’area vinicola attorno Bordeaux,  così variegata e complessa.

Nel borgo che la tradizione vuole sia stato costruito in onore del monaco Emilion, per secoli luogo monastico di Benedettini, Francescani, Domenicani e Orsoline e meta di pellegrini lungo il cammino per Santiago di Compostela, il culto del vino rivive nelle sale della Maison all’interno della quale degustazioni di ogni livello possono essere organizzate e chiunque, anche un profano, può accostarsi al mondo della vite appassionandosi.

Mi diverto ad indovinare profumi ed abbinamenti nelle istallazioni proposte al visitatore all’interno della Maison du Vin: cioccolato, frutti rossi, tabacco. Osservo quasi con reverenza i millesimati, le annate più pregiate, mi perdo tra nomi altisonanti e suggestivi.

Il mio amico sommelier  aveva ragione, occorrerebbe del tempo per conoscere e soprattutto apprezzare tutto ciò con la calma e la lentezza che ogni buon vino impone.

A chi invece ha poco tempo come me consiglio una visita all’Ufficio del Turismo dove è disponibile l’elenco degli chateaux che quotidianamente aprono le porte al visitatore e propongono differenti degustazioni. Appena una sbirciata, ma un’esperienza che non dimenticherete.

St.Emilion. A zonzo tra i filari
St.Emilion. A zonzo tra i filari

Chateau Soutard

Lo so, la parola <chateau> fa subito pensare a grandi dimore dal fascino antico. Non tutti gli chateaux son così. Chateau Soutard lo è. Con i suoi viali alberati, le vigne ordinate, la fiera facciata del XVIII secolo e le corti laterali del XVI.

Le prime tracce risalgono al 1513, poi nel 1699 l’acquisto della proprietà da parte di Jean Couture e la costruzione del palazzo nel 1741. Nell’Ottocento lo chateau passa a Jean Lavau, personaggio illustre della zona che avvia Chateau Soutard alla produzione di vino d’alto livello.

Oggi Chateau Soutard appartiene alla società La Mondiale ma ha mantenuto intatto lo charme di chateau con una bella novità: le cantine, interamente rinnovate e perfettamente inserite nel contesto, sono un inno alla tecnologia e all’innovazione, la bottaia sembra più un caveau tanto è bella ed elegante. L’area degustazione è un tempio moderno dedicato al vino, la cella coi millesimati, la vera dote, l’eredità dell’azienda per tradizione, un luogo dal fascino intatto.

Persino la boutique del brand Soutard farebbe invidia a una delle vetrine più belle nel corso principale di una grande città.

E poi ci sono loro, le vigne. A fine settembre coi grappoli ordinati e pronti per essere raccolti a mano, quelli in eccesso eliminati anzitempo, le foglie ripulite. Sullo sfondo il borgo medievale con la Chiesa Monolitica e il suo campanile, creato da un unico blocco di pietra, che svetta sui filari.

Una serata speciale. Chateau Fleur de Roques. La Table de Margot

Sono solo sette i villaggi e le vigne che insieme a Saint Emilion costituiscono il territorio che il 2 dicembre del 1999 l’Unesco ha decretato Patrimonio dell’Umanità per l’unicità delle architetture religiose, viticole e  agricole, espressione di un mondo e di una filosofia di vita al cui centro insiste l’uomo e la natura.

Gli otto insieme a pochi altri per un totale di 22 racchiudono una zona di rara bellezza e tradizione, tra Libourne e Castillon La Bataille, ciascuno con caratteristiche diverse, tutti da scoprire.

A Puisseguin, consiglio una sosta allo Chateau Fleur de Roques. Se volete ci potete anche dormire, io l’ho scelto per una serata romantica a La Table de Margot, il ristorante all’interno. Ho avuto la fortuna di poter cenare all’aperto, sotto le stelle, nel cortile principale della tenuta scegliendo uno dei tre menu proposti.

Una cucina fresca, con prodotti dell’orto e del territorio ma anche gustosa, colorata, a tratti sorprendente.

La Gomerie, chambres d’hotes

La Gomerie, la trovate a pochi minuti dal centro di St.Emilion, immersa nelle vigne di quel <mare verde> di cui vi ho parlato prima. L’edificio, una <batisse girondine>, risale al XVIII secolo, le stanze sono ampie e confortevoli, il giardino fiorito che lo circonda è delizioso con tanti “angolini” in cui rilassarsi e godersi il paesaggio, magari con un buon bicchiere di St.Emilion Gran Cru. Se il tempo lo permette, la colazione si fa sotto al pergolato. E’ grazie a chi ci ha ospitato che ho scoperto Chateau Soutard e La Table de Margot, perché solo chi vive il territorio sa fornire questo tipo di informazioni. Ci tornerei volentieri . Promosso a pieni voti.

Travel Tips

  • Se vi piace l’anguilla, qui, pare, la cucinino davvero bene già dal Medioevo. Chiedete della <lamproie à la Bordelaise>, soprannominata <le vampire des mers>, il vampiro dei mari…capite bene perché ho rimandato alla prossima!
  • Non vi piace il rosso? Tranquilli, se volete bere anche qui un vino locale per voi c’è il Crémant de Bordeaux, bollicine bianco o rosé prodotto dal XIX secolo nella penombra dei sotterranei dell’antico monastero dei Francescani nel Chiostro dei Cordeliers.
  • A proposito di sotterranei: St.Emilion è stata tra il IX e il XIX secolo un serbatoio di pregiata pietra calcarea con la quale sono stati edificati palazzi come il Grand Théatre di Bordeaux. La sua estrazione ha portato alla creazione di gallerie sotterranee, un labirinto infinito di cunicoli oggi visitabili con tour guidati.
  • Se vi dico <macaron> pensate subito ai dolcetti colorati parigini? Resettate. Qui a St. Emilion il macaron creato come tradizione vuole dalle Orsoline che nel borgo si trasferirono nel 1620, ha solo tre ingredienti: mandorle, bianco d’uovo e zucchero.
Apocalypse di Francois Peltier - Chiostro della Collegiale di Saint Emilion
Apocalypse di Francois Peltier – Chiostro della Collegiale di Saint Emilion

Masseria l’Astore. In Salento. Di vino e tradizione

Vi piace guardare le etichette sulle bottiglie di vino? Dietro, spesso, c’è un racconto dell’azienda che quel vino lo ha prodotto, coccolato, pensato. Partendo dal dove. Perché dietro un calice di rosso o di bianco c’è sempre un territorio. C’è terra, c’è sabbia, c’è argilla e magari profumo di mare.

Un’etichetta, una filosofia

I vini Masseria l'Astore
I vini Masseria l’Astore

Sulle etichette dei vini prodotti nella masseria l’Astore il dove è la prima cosa che noti. Salento. E tutto, di quella bottiglia, te ne parla. Non basta dire Puglia ed è necessario aggiungere Cutrofiano, dove la masseria sorge. Al centro del Salento, nel cuore del tacco d’Italia, battuta dal vento che corre libero tra Gallipoli a ovest, Otranto a est, Lecce a nord e Leuca a sud.

E’ qui che crescono i vecchi alberelli di Negroamaro e  vitigni autoctoni come la Malvasia Bianca, il Fiano Minutolo, il Susumaniello, il Primitivo Zagarese.

Il vino prodotto è un vino biologico da uve coltivate senza l’aiuto di sostanze chimiche, imbottigliato all’origine. <Messo in bottiglia nelle nostre cantine>, c’è scritto sul tappo di ogni bottiglia. Cantine speciali, preziose, con una bottaia con volte a botte e a stella in pietra leccese, che sembra una cattedrale tanto è bella. E’ una bottaia interrata, nata dal sogno del professore Achille  Benegiamo, che intorno alla metà del Novecento diventò, pian piano, il naturale prosieguo dell’antico frantoio ipogeo.

Un antico frantoio, una nuova bottaia. Achille, il visionario

Perché qui una volta si faceva l’olio, olio lampante si produceva, l’oro liquido di Puglia, tanto prezioso da incidere sulle quotazione della borsa di Londra. L’olio lampante prodotto in Salento illuminava i grandi centri d’Europa. Parigi, Londra, Stoccolma, Vienna lo usarono per illuminare strade e case fino alla fine del XIX secolo, quando l’arrivo dell’elettricità mandò per aria un’intera economia e anche l’antico ipogeo della masseria L’Astore conobbe il lento declino.

Fu Achille Benegiamo a capire quanto fosse importante preservarne il valore per le generazioni future e a renderlo un bene fruibile e visitabile. Superarne l’ingresso e raggiungerne il cuore nel ventre della terra è oggi possibile con una visita che diventa viaggio in una realtà che non esiste più: si immaginano le enormi quantità di olive un tempo calate giù dall’alto nelle sciaghe in attesa  che la mamma, la pasta, passasse nei torchi stretta tra i discoli, i dischi filtro per finire nei pozzi. Poi era magia: la parte grassa, la migliore, saliva su e diventava luce nelle case d’Europa; l’acqua, pur sempre mista scendeva giù, pronta per trasformarsi in qualcos’altro, il famoso sapone di Marsiglia.

All’interno del frantoio, una vera e propria comunità che per mesi viveva qui, senza risalire mai in superficie, spesso in condizioni assai difficili. Voci, suoni, tradizioni che ancora oggi riecheggiano nel frantoio di Masseria l’Astore. Sembra di continuare a sentirli anche quando gli ambienti cambiano e si arriva nella bottaia cattedrale. Il passato incontra il futuro, un nuovo tesoro da custodire e far crescere: la produzione di vini d’eccellenza che la famiglia di Achille continua a produrre.

Alchimia di parole

C’è un’altra cosa che rende speciale le etichette dei vini della masseria l’Astore: ad ogni vino, una frase, una manciata di parole che insieme, come sole, mare e vento in Salento, si trasformano in poesia. Su una bottiglia di Malvasia Bianca, Krita, come la creta che qui diventa arte, ceramica, come la creta su cui cresce questo vitigno, leggo di quell’Oriente che qui  si radicò e di “note di cantori pizzicati”.

Su una di Jèma, Primitivo, le parole “di lingue grike” anticipano un piacere “ardente”, di sangue, di ardore, di passione.

Ed è Filimei, Negroamaro in purezza, che mi commuove: “Figli miei, a voi lascio la terra, coltivate l’eccellenza e i suoi frutti ripagheranno il vostro amore”. Una storia d’amore, una storia di passione, valori ereditati oggi reinterpretati e custoditi.

Alcune info

Masseria L’Astore organizza visite in bottaia e nell’antico frantoio. E’ possibile degustarne i vini in abbinamento a prodotti di aziende locali con cui Masseria l’Astore racconta il territorio.  Tra i prodotti in degustazione ci sarà anche l’olio che qui si è ricominciato a produrre su 40 ettari coltivati a Cellina di Nardò, Ogliarola e Leccino.

Un grazie speciale

Un grazie speciale a Elisa che mi ha accompagnato in questo viaggio ed avvicinato al mondo di Masseria L’Astore. Con lei è stato molto piacevole chiacchierare di Puglia al tramonto, nella pineta che circonda il frantoio, con un calice di Negroamaro e un pezzetto di focaccia e pizzi. Di Elisa ho un’immagine precisa, un’immagine che è lei stessa a raccontarmi: quella di una giovane donna, molto bella, che al sabato, dopo gli amici, ha un appuntamento irrinunciabile, la preparazione della pasta fresca per la domenica con la madre a cui ruba segreti con gli occhi. Passato, futuro, la tradizione che si rinnova. Questa è la Puglia che mi piace.

MACSS. Il sale che diventa arte in miniera

Un museo all’interno di una miniera dove si estrae salgemma purissimo. Decine di opere scolpite nel sale lungo un percorso ricreato in un sito estrattivo in piena attività. Un luogo unico nel cuore del Parco delle Madonie in Sicilia a Petralia Soprana, Borgo più Bello d’Italia.

Il Museo e la Miniera che convivono

La miniera Italkali, attiva dagli anni Settanta, si trova in frazione Raffo alla fine di una strada di campagna battuta dai quaranta tir che trasportano le trenta tonnellate estratte quotidianamente e successivamente vendute ed esportate ovunque. Tre concessioni in Sicilia – Realmonte, Regalbuto e Raffo dove centocinquanta operai si distribuiscono su tre turni giornalieri.

Alcuni anni fa alcuni di loro riescono a realizzare un sogno: trasformare una parte della miniera in un museo che possa accogliere le opere in salgemma nate dall’estro di artisti in grado di scolpire l’oro bianco, un materiale duro ma estremamente instabile e che solo un ambiente privo di umidità e asciutto come la miniera può preservare nel tempo.

Un sogno che diventa realtà  e si traduce, in seno all’associazione Sottosale  in progettualità a lungo termine quando artisti internazionali accettano la sfida accorrendo da tutto il mondo e animando la Biennale, l’evento dedicato al salgemma, una manifestazione culturale che si snoda in due siti: Petralia Soprana, dove gli artisti creano e il MACSS, dove le opere, una volta completate, vengono trasferite.

Oggi il Museo di Arte Contemporanea  Sottosale accoglie centinaia di visitatori che ogni sabato accedono in miniera per ammirare le opere della Biennale giunta ormai alla quinta edizione e che quest’anno ha avuto come protagonisti sei artisti.

Arte in miniera
Arte in miniera

La V ^Biennale Scultura di Salgemma –  Libertà Colore dell’Uomo – , ideata dalle associazioni Sottosale di Petralia Soprana e Arte e Memoria del Territorio di Milano in collaborazione con la società Italkali,  con la direzione artistica dello Storico dell’Arte Alba Romano Pace, ha accolto Badriah Hamelink (Olanda), Dalya Luttwak  (Stati Uniti), Tancredi Mangano (Milano), Maziar Mokhtari ( Iran), Setsuko (Giappone) e Rossana Taormina (Palermo), insieme riuniti nello splendido scenario della settecentesca Villa Sgadari messa a disposizione dall’Ente Parco delle Madonie.

Anche le opere nate da questo incontro fatto di scambio e cultura saranno trasferite e andranno ad arricchire il Museo Sottosale in miniera.

Viaggio in miniera

Sono gli stessi operai, grazie alla cui caparbietà il MACSS è nato, ad occuparsene fuori dai turni di lavoro. Il sabato mattina distribuiscono i caschetti protettivi ai visitatori e li accompagnano nel cuore della miniera, la parte dedicata al museo. Sono in tanti e ognuno di loro spiega il percorso da fare, le opere esposte, gli aspetti geologici.

Con il primo superiamo la galleria scavata nello strato di argilla spesso dieci metri che per sei milioni di anni ha preservato e permeabilizzato  il sito estrattivo dagli agenti esterni. La luce accecante dell’entroterra siciliano lascia il posto all’ombra e al refrigerio di un luogo incantato, quasi ovattato, fatto esclusivamente di sale. Si cammina sul sale circondati da pareti di sale. Al soffitto stalattiti perfette da cui, ritmicamente, scende giù una gocciolina che mi bagna le labbra restituendomi la sapidità di un prodotto puro al 99%.

Ad interrompere la monotonia del sale, i macchinari e le gallerie che si intravedono dove normalmente gli operai sono all’opera. Immaginate un uovo coricato: è la forma che la miniera di Raffo ha. Sotto i nostri piedi uno strato di sale di venti metri e poi ancora una nuova galleria sino ad arrivare a 400 metri di profondità.

Il plastico di Enzo Rinaldi, un artista di Petralia Soprana, lascia immaginare i dodici livelli, gli ottanta chilometri di gallerie dove le frese continuano a scavare. Un tempo si estraeva con la dinamite ed era facile trovare i cristalli di sale, halite, belli e puri come un diamante. La tradizione voleva che portassero fortuna, un prezioso amuleto contro il malocchio e in ogni casa ce n’era uno.

La basilica del sale

La parte conclusiva della visita è dedicata alle sculture e alle installazioni che negli anni hanno arricchito il MACSS. Le sale che le ospitano, interamente scavate nel sale, sono enormi, grandiose. La volta a croce ricorda una basilica, un tempio dove arte e natura convivono e la mano dell’uomo ha creato cultura fruibile per tutti.

Osservo Cui Prodest di Momò Calascibetta, Soffio di Sale di Gianfranco Macaluso, il Re del Mondo di Mariano Brusca, Sicilinconia di Damiano Sabatino.

Sono solo alcune delle tante. Ogni opera ha una narrazione e un’interpretazione diverse la cui scoperta è spesso impreziosita da performance e concerti musicali. Basta dare un’occhiata al sito o alla pagina facebook per restare aggiornati e scegliere il momento migliore. Io ho avuto la fortuna di assistere ad una esibizione dell’orchestra Sulle orme di Django in occasione dell’8^ Raduno Jazz Manouche a Petralia Sottana…che ritmo ragazzi!

Alcune info

La visita è effettuabile ogni sabato al costo di 5 euro prenotando al numero 3663878751. Non ci sono cunicoli stretti o bui ma solo ampi e comodi spazi da attraversare. Purtroppo, per motivi di sicurezza, l’ingresso non è consentito ai minori di anni 12 e per loro sono allestiti laboratori didattici all’ingresso. Una volta prenotato vi saranno inviate via WhatsApp le indicazione per raggiungere il sito. Non affidatevi al navigatore, vi porterebbe fuori strada.