Sicilia orientale. Passione “olio”al frantoio dei fratelli Coletta

Di olio extra vergine di oliva Rosario e Salvatore Coletta potrebbero stare a parlare per ore. Sono loro oggi a gestire il frantoio di famiglia, l’Oleificio del Mela, in località Pace del Mela, Messina. Una terra affacciata sul Tirreno che produce prevalentemente cultivar come Biancolilla, Ogliarola Messinese, Nocellara Messinese, San Benedetto.

La passione è la stessa del padre che in passato ha avviato il frantoio, la caparbietà con cui un’attività tradizionale è stata trasformata in una struttura con alti standard è tutta loro, di Saro e Salvo.

Fruttato, amaro, piccante. Non è solo questione di naso

A mio padre piaceva guardare le olive che si trasformavano in olio – racconta Rosario – Anche a me. Poi però volevo capire cosa accadeva, quale era il procedimento, perché il risultato non era sempre lo stesso”.

In un paese come l’Italia che offre più di 700 varietà di olivo, realizzare un olio di qualità significa conoscere il territorio in cui viene prodotto e riuscire ad esprimerne al meglio le peculiarità. Il processo  di frangitura è determinante per ottenere un olio che metta insieme, in un delicato equilibrio, proprietà organolettiche e nutritive con sapore e profumo.

Al frantoio dei Fratelli Coletta la lavorazione è a freddo e si utilizza un sistema di doppia molitura con molazze in pietra e mulino finitore: dopo la mondatura, le olive vengono schiacciate  dalle ruote di pietra per evitare che si surriscaldino e se ne alterino le caratteristiche.

Qui in Sicilia abbiamo un prodotto d’eccellenza – aggiunge Salvatore – ogni area dell’isola regala cultivar uniche. Lo studio e la tecnica oggi ci permettono di tutelarne le qualità ricavando il meglio dai diversi tipi in relazione alle loro caratteristiche (stato ambientale, grado di maturazione, etc.). Se ci pensi anche per il vino è andata così. In Sicilia si produceva una grande quantità di vino da mescita. Il nostro mosto veniva spedito ovunque per creare grandi vini. Oggi è qui, in Sicilia, che si lavora, ormai da anni, per ottenere etichette di eccellenza che creano una vera e propria mappatura del vino siciliano. Lo stesso sta accadendo con l’olio”.

Parliamo di "gramolatura"
Parliamo di “gramolatura”

Dopo la frangitura quella che ormai è <pasta di olive> passa allo step successivo, la <gramolatura>, una fase assai delicata durante la quale l’olio “CRESCE”. Non pensiate si tratti di mera meccanizzazione: tempi, velocità, temperature, sono variabili che dipendono da fattori diversi, come la maturazione del frutto, il rapporto polpa/nocciuolo, e altro che solo un esperto frantoiano sa regolare. Si impara col tempo.

La natura non perdona – sorride Saro – Sapessi quanti errori…ma poi sa ripagarti”. Continua a spiegarmi come funziona il processo successivo, l’estrazione, che può avvenire con tecniche diverse. Qui, al frantoio di Salvo e Rosario Coletta si sceglie la centrifugazione, un procedimento di rotazione ad altà velocità che separa le differenti parti fino all’ottenimento di un prodotto pulito, integrale: l’Olio. Temperatura massima 27°C.

Il colore non vale. Però è una meraviglia

Il colore non è indice di qualità”. Tant’è che anche i bicchierini utilizzati da assaggiatori ed esperti per giudicare un buon olio sono blu affinché il colore non ne influenzi il giudizio. Lo sapevo, me lo avevano spiegato in Puglia, a Carovigno, ma non mi ci rassegno.

Perché in realtà veder venir giù quel rivolo verde giada è emozionante. E secondo me lo è anche per i produttori che qui vengono a portare il raccolto. Li vedi seguire passo dopo passo le differenti fasi di lavorazione, aspettare placidi di testare concretamente cosa le loro olive hanno tirato fuori.

Vedere e sentire. Perché l’olio qui ha un colore che puoi far finta di ignorare ma il profumo dell’olio appena franto lo senti subito, ti arriva dritto ai sensi. Potrei provare a raccontarvelo con le parole<fruttato, amaro, piccante> che sono i tre parametri di massima per valutare un olio. Vi dirò invece che il profumo qui è quello delle cose genuine, sane, autentiche.

Te le ricordi le botteghe di paese? – mi chiede Saro – Quelle che il profumo di pecorino buono e olive <cunzate> lo sentivi in strada? A me piace pensare che questa sia una bottega, dove il profumo che senti è inequivocabile e ti fa venir voglia di una fetta di pane caldo con l’olio appena franto”.

Sapori autentici. L'olio appena franto
Sapori autentici. L’olio appena franto

Un olio di alta qualità ad etichetta Pace del Mela. Facciamo territorio

Una volta, in Sicilia, l’olio non si comprava al supermercato. Lo si prendeva direttamente dal produttore –  ancora oggi chi ne ha la possibilità lo fa – o lo si produceva se si aveva la fortuna di avere del terreno.

La zona in cui nasce il frantoio dei Fratelli Coletta è vocata alla coltivazione degli ulivi. Ad ogni stagione, i singoli produttori portano al frantoio di fiducia il raccolto annuale. Devono esser certi che gli standard della struttura scelta siano alti perché l’olio prodotto sarà quello che, nella maggioranza dei casi, finirà sulle tavole della loro famiglia.

Qui la campagna olearia di estende da settembre a dicembre – racconta Salvo – Nei momenti di maggior impegno la giornata lavorativa è fatta di 24 ore. Non ci si ferma mai ma la soddisfazione è grande. Oltre ad essere molitori io e Saro siamo anche coltivatori. Per noi il lavoro di ricerca parte prima, all’origine. Non si tratta solo di acidità e perossidi (l’olio extra vergine di oliva per definirsi tale deve avere dei parametri ben precisi). Lo studio dell’olio e delle sue caratteristiche ha un’alta potenzialità e sbocchi ancora oggetto di ricerca

Basta pensare all’applicazione nel mondo della cosmetica, per dirne solo una… – aggiunge Saro –  Allo studio degli antiossidanti contenuti nei sottoprodotti di scarto”.

Scopro anche che dagli sfridi della molitura si ottiene energia rinnovabile e sostenibile(energia termica ed elettrica).

Domando allora quali siano i progetti futuri. “A noi piace raccontare la nostra terra, ci crediamo. Quando è possibile ospitiamo scolaresche per far sì che i bambini imparino a riconoscere il pezzo di mondo in cui vivono, a distinguere i sapori delle cose che mangiano. Abbiamo un prodotto d’eccellenza, perché non valorizzarlo e farlo conoscere a chi ha voglia di scoprire la nostra regione?”.

Il prossimo obiettivo è quello di fare un passo più in là e creare un olio extra vergine IGP Sicilia BIO che sia prodotto qui, a Pace del Mela. Il sogno è quello di riuscirci facendo squadra con tutti i protagonisti del territorio… Magari istituendo un consorzio di filiera?”.

Si ringraziano per la collaborazione Salvatore e Rosario Coletta e tutto il team dell’Oleificio del Mela.

Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta
Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta

Rosso Tolosa. Nel sud della Francia

Di che colore è Tolosa? Se a volte è facile associare un colore a una città, Tolosa, nel sud della Francia, è senza alcun dubbio rossa.

Rossa per motivi politici? Acqua. Rossa perché passionale e romantica? Forse. Ma la risposta è un’altra. Diciamo fuocherello.

Il motivo è molto più semplice e legato ad un fattore pratico e di natura economica. Ricca di argilla, Tolosa, sin dai tempi dei Romani, fu costruita con dei bei mattoni rosso argilla che ancora oggi ricoprono le facciate di tutti i maggiori edifici della città.

Ed è un rosso che vira ora al vermiglio, ora al rosa e al corallo. Dipende dalla luce che ad ogni ora investe questa splendida città.

Una storia dietro ogni mattone

Dicevamo dei mattoni rossi. Gli intonaci bianchi, obbligatori fino a prima del ‘900 perché rischiaravano le vie alla luce della luna quando l’energia elettrica non esisteva, furono scrostati lasciando che tutto lo charme del rosso venisse fuori e raccontasse una città con una storia lontana.

Di pietra non ce n’era e se qui e lì compariva, era segno di ricchezza e grandi disponibilità. Arricchiva i palazzi più belli, via via nei secoli impreziositi da mascheroni, a volte in terracotta, balconi con inferriate riccamente decorate e finestre abbellite da corondage in legno e lambrequin in zinco.

Oggi il rosso dei mattoni rende lo skyline della città francese unico ed affascinante e persino il Capitole, il Palazzo dei Consoli, che è insieme Municipio, teatro, museo nella piazza centrale di Tolosa, mostra fiero un prospetto di 130 metri ultimato nel 1759 che alterna mattoni e pietre, arricchito da otto colonne di marmo, una per ogni console che sino al Medioevo reggeva Tolosa, una per ogni quartiere affidato alla loro giurisdizione.

Occitano e francese per le vie a Tolosa
Occitano e francese per le vie a Tolosa

Al lato opposto della piazza inizia Rue du Taur, o Carrera del Taur in lingua occitana secondo la doppia dizione presente in numerose vie. Il toro è quello al cui sacrificio a Giove San Saturnino, primo vescovo della città, si oppose e fu pertanto giustiziato. Il suo corpo venne legato all’animale con una corda e trascinato lungo le vie. Tradizione vuole che si staccò proprio qui, dove oggi sorge Notre Dame du Taur e dove venne sepolto prima di essere trasferito nella basilica che oggi porta il suo nome, la basilica di Saint Sernin, una delle più importanti chiese romaniche della cristianità nonché tappa lungo la strada che i pellegrini percorrevano, e tuttora percorrono, verso Santiago de Compostela. Migliaia di pellegrini, già nel Medioevo, ne ammiravano l’imponente basilica in pietra e, ça va sans dire, mattoni rossi.

Ed è in mattoni rossi un’altra meraviglia di Tolosa, il complesso monumentale Les Jacobins dove, nel 1215 fu fondato l’ordine dei domenicani ed è sepolto San Tommaso d’Aquino. Spoglio ed austero all’esterno, ricco e prezioso all’interno: nella chiesa, una navata sostenuta da una fila di colonne alte 28 metri dalle quali si irradiano nervature dipinte che sorreggono il tetto. L’ultima ne ha 22, policrome, che la fanno sembrare una palma, le Palmier des Jacobins, un giardino illuminato da vetrate colorate.

Voglia di uno stop? Due soluzioni in centro

Flower’s Cafè  – place Roger Salengro. Per una tazza fumante di the e una fetta di torta artigianale e golosa. Provate quella lampone e cioccolato o in alternativa il crumble alla pera. Entrambi sublimi.

O Thé Divin – rue Baour Lormian. The selezionati, un’intera vetrina di torte e dolci tra cui scegliere. Aperto anche a pranzo. Io qui ci ho lasciato il cuore.

Che ci fa Blub a Tolosa?
Che ci fa Blub a Tolosa?

Il rosso non può fare a meno del blu

C’è un colore che a Tolosa contende al rosso il posto d’onore ed è il blu. Ma non un blu qualunque, è il blu pastello, l’Isatis tinctoria, una pianta delle crocifere dal particolare fogliame. Nel Cinquecento, dalle sue foglie lunghe e folte fatte essiccare e macerare, veniva ricavata una tintura azzurra indelebile che fece la fortuna di quanti ne conoscevano i segreti e la coltivavano e producevano. L’oro blu mantenne il suo primato per oltre un secolo fino a quando l’indaco non ne prese il posto.

O Thé Divin
O Thé Divin

Ancora oggi il pastello viene coltivato e dalla sua produzione nascono capi, accessori  e persino un particolare miele in vendita presso Terre de Pastel con punti vendita, un museo e una Spa con trattamenti ispirati a questa pianta dai delicati fiori gialli. Un motivo in più per tornare a Tolosa e dedicarsi un momento di relax e di bellezza.

A Tolosa il blu vira al viola. Quello della viola. Ne conoscete il profumo?

Pare sia una specie rara e anche in questo caso elemento che ha contribuito all’unicità di questa città e alla ricchezza di quanti la coltivavano.

Il suo profumo è delicato ma riconoscibile. Capiterà per le strette vie del centro storico di sentirne improvvisamente le note più dolci. Facile che arrivi dai tanti punti vendita dedicati esclusivamente alla <Violette de Toulouse>, la cui essenza serve per creare colonie, saponette, un liquore, bon bon e miele, confetture e incenso. I suoi petali cristallizzati in acqua e zucchero diventano violette candite; la troverete nei gelati e nelle creazioni di molti ristoranti.

E a proposito di ristoranti, ve ne consiglio tre, quelli che ho provato ed apprezzato.

Le J’Go – place Victor Hugo. Solo prodotti locali e un’ampia selezione di delizie del posto che potrete gustare o acquistare al bancone all’interno. Fatevi consigliare un buon vino da abbinare. Poche foto del posto . Mi spiace. Ero talmente presa dal cibo e dal vino che ho dimenticato di farle.

L’Atelier du Pecheur – place Robert Schuman. Un banco di pesce fresco a vostra disposizione. Scegliete cosa mangiare e vi accomodate. In pochi minuti il pesce scelto arriverà fumante al vostro tavolo.

Sixta – rue de Bayard. Cucina vegana e vegetariana. Piccolo bistrot a pranzo e sala da the nel pomeriggio. Tre aggettivi per descriverlo: colorato, accogliente, genuino.

Per i vostri acquisti

Se volete riempire la valigia di ghiottonerie locali il posto che fa per voi è il mercato coperto Victor Hugo – place Victor Hugo. Ci troverete paté e foie gras, formaggi di ogni tipo, cassoulet in boccia e salumi.

In valigia lasciate uno spazio per i vostri acquisti alla libreria Ombres Blanches. Con un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio non poteva che incantarmi.

Libreria Ombres Blanches
Libreria Ombres Blanches. Un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio

Infine un indirizzo prezioso: La Mucca, Créateur en papeterie – rue des Lois. Ci trovate tutto quello che serve per …scrivere! Il mondo della carta e non solo: quaderni, album da disegno, cartoline, penne, matite, chinoiseries.

Due giorni a Rotterdam. Poco per conoscerla, abbastanza per innamorarsene

 

Tulipani e zoccoli di legno? Mulini a vento e canali fiabeschi? E’ questo che vi aspettate da un viaggio a Rotterdam? Cambiate destinazione. Rotterdam non è quel tipo di Olanda. O perlomeno non è ciò che più la identifica, ciò che più la racconta.

Distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, Rotterdam si è rimessa in piedi trovando via via negli anni la sua identità. Un’identità nuova che oggi la rende una delle mete più vivaci e in continuo fermento.

Se cercate una metropoli moderna e cosmopolita dove la parola d’ordine è <cambiamento>, Rotterdam è quello che fa per voi.

Un’odierna araba fenice

Witte de Withstraat
Witte de Withstraat

Di Rotterdam si diceva fosse una città <operosa>, una <tipa tosta> che alla distruzione operata dai nazisti aveva reagito trasformandosi in un importante centro economico europeo e in uno dei più importanti porti del mondo.

Diciamocelo però, Rotterdam passava anche per un po’ noiosa e con poche attrattive da un punto di vista culturale e turistico. Poi la svolta: in pochi anni Rotterdam è riuscita ad attestarsi nel panorama internazionale come culla dell’arte contemporanea e laboratorio di <social innovation> .

Amica dell’arte e del design, Rotterdam ha trasformato il suo skyline con opere di architetti superstar e le sue strade con quelle di celebri street artists.

Due giorni per visitarla? Decisamente pochi. Direi due giorni per amarla, capirne il mood e farsene contagiare pronti a tornare al più presto.

Ve la racconto a modo mio.

Un ponte giallo che unisce e suggerisce percorsi nuovi. Insieme si può fare

Un ponte colorato nel cuore della città, raggiungibile a piedi dalla vicina stazione centrale, la Rotterdam Centraal. Un’opera di land art, credevo io, con la vernice gialla saltata qui e lì e tutto sommato una buona location per realizzare un paio di scatti simpatici.

Non avevo capito niente.

 

Al significato reale del Luchtsingel, il ponte giallo, ci sono arrivata quando, andando in cerca di un localino di cui avevo sbirciato alcune immagini sul web, l’Op Het Dak, mi resi conto che per raggiungerlo avrei dovuto attraversare interamente i  390 metri  del ponte ed approdare direttamente allo Schieblock, un vecchio stabile, a cui il Luchtsingel è collegato. Avete capito bene: il ponte giallo di Rotterdam collega una delle zone più trafficate ad un’altra più periferica e ormai dimenticata dove sono ubicati una ex stazione, un parco pubblico, edifici che da tempo risultavano sfitti.

Dove sta la meraviglia? L’area dimenticata ha ripreso vita grazie a privati cittadini che hanno fatto gruppo e trasformato uffici vuoti in hub creativi e polifunzionali in cui lo spazio può essere noleggiato a prezzi più abbordabili e condiviso con altre realtà.

Il melting pot è esplosivo. Basta sbirciare (letteralmente) all’interno degli spazi nei singoli piani dello Schieblock, ad esempio, per osservare gente al lavoro, eventi, conferenze, spazi creativi, piccole attività e, all’ultimo piano, sul terrazzo, il localino che stavo cercando, l’Op Het Dak.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Il Luchtsingel non è quindi solo un’opera contemporanea ed accattivante; è un ponte di idee, un ponte di valori, un ponte proiettato ad una nuova visione dello spazio gestito dai singoli con innumerevoli potenzialità e sbocchi: il ponte presenta al centro una zona circolare, una sorta di <rotatoria>, da cui partono più bracci collegati a realtà diverse. Il parco, l’ex stazione, tutte in continua evoluzione e pronte ad abbracciare una nuova vita ed identità.

 

Tornando in cima allo Schieblock, non vi ho ancora detto che l’Op Het Dak è un piccolo, grande bistrot. Perché? Perché i suoi piatti, per lo più green e vegan, sono preparati con le verdure, la frutta  e i fiori che crescono nell’orto realizzato sulla stessa terrazza, la DakAkker, un progetto voluto nel 2012 dalla Binder Rooftopgardens e sviluppato da ZUS in collaborazione con il Rotterdam Environmental Center (RMC). Ci sono persino le api affinché si crei un ecosistema tale da garantire biodiversità e, vi assicuro, sapore e consistenza alle pietanze proposte.

Cioccolato a Witte de Withstraat

Se ne parla ovunque. E’ considerata la via dell’arte e della cultura a Rotterdam e collega il Museumpark e il Maritiem Museum. E’ Witte de Withstraat, un susseguirsi di boutique, gallerie, ristoranti, caffè e…case del cioccolato!

Il posto si chiama Florentina ed è un grazioso negozio con colorate ed accattivanti confezioni di praline, barrette di cioccolato e comode poltroncine in cui provare la cioccolata lavorata nel laboratorio all’interno.

 

A vista, infatti, la proprietaria tiene le mani “in pasta” creando delizie il cui profumo vi investirà non appena dentro il Bean-to-Bar Chocolate shop. Provate i brownies al cioccolato di cui mi ha fatto promettere di non rivelare il segreto…semplicemente deliziosi!

Appena fuori Florentina, date un’occhiata all’opera di street art di Daan Botlek. E’ solo una delle tante esplosioni di arte e colore che troverete qui a Witte de Withstraat e in tutta Rotterdam. Se volete seguire un percorso interamente dedicato alla street art, collegatevi a Rewriters010 e scaricate l’itinerario per 0,99 euro.

Make it happen di Daan Botlek
Make it happen di Daan Botlek

Oude Binnenweg. Com’era prima?

E’ forse l’unica strada sopravvissuta al bombardamento nazista nel centro di Rotterdam. Splendidi i dettagli belle époque sulle facciate degli edifici. Tanti i locali, le boutique, le botteghe che vendono prodotti locali e che, come mi piace dire, hanno un’anima. I brand più comuni e le grandi catene sono poco distanti ma a Oude Binnenweg, per pochi metri, si ha ancora la sensazione di essere qui e in nessun altro luogo.

 

Non dimenticate di fare un salto da Kaashoeve, la casa del formaggio, un tempio del cacio, con specialità locali e dal mondo. Il proprietario mi ha mostrato fiero una forma intera di caciocavallo ragusano maturata nella sua tipica cassa rettangolare vicino Gouda e Edammer olandesi. Frutta secca da accompagnare e tante altre golosità.

Se vi è venuta fame e volete un break divertente fatevi un toast da Tosti: dinamico, accogliente, buono.

Per un pensiero destinato ad una persona speciale io farei un salto da Swan – where creatives meet, una boutique dove troverete gioielli, abiti e oggetti per la casa esclusivamente artigianali e di design.

E proprio davanti le vetrine di Swan non potrete non notare Santa Claus, l’opera di McCarthy simbolo del consumismo occidentale, controversa e popolarmente nota come “Gnomo Buttplug”. A voi stabilire se vi piace o meno.

Verso Beurs

La Oude Binnenweg diventa presto Nieuwe Binnenweg, l’atmosfera cambia ma la meraviglia è dietro l’angolo. Avvicinandosi a Beurs , l’edificio della Borsa primo palazzo riportato allo stato originale dopo i bombardamenti del 1940, una lunga serie di viali e strade dedicate allo shopping si susseguono. Ne vale la pena anche se non siete amanti dello shopping. Sono le architetture dei palazzi a stupire in un allegro alternarsi di materiali, prospettive e altezze. La Beurstraverse, galleria sotterranea nota come <Koopgoot> si trova sotto via Coolsingel e collega Lijbaan e Hoogstraat. Gli interni sono stati progettati da Jon Jerde, il guru americano degli spazi dedicati al funshopping.

Beurstraverse
Beurstraverse

Vi suggerisco una sosta per un mint tea da Mockamore: colori pastello, bella carta da parati e un ottimo bananenbroad, sfizioso pane dolce alla banana.

 

Si va e si viene. Rotterdam Centraal

Luce, aria, spazio. A Rotterdam tutto è possibile e l’architettura è una scommessa continua ispirata a questi tre elementi. La stazione centrale ne è un esempio. Inaugurata nel 2014, 110 mila passeggeri al giorno, tra gli hub ferroviari più importanti dei Paesi Bassi, ha una copertura triangolare che le ha valso il soprannome di <ferro da stiro>. Un tocco unico l’orologio originale e la vecchia insegna <Centraal Station> oggi in versione led.

 

Quando l’arte incontra la fede. Pauluskerk

Non è solo una strabiliante struttura opera dell’ingegno dell’architetto inglese Will Alsop. Non è solo una chiesa. E’ anche un punto di incontro e di aiuto per chi ha bisogno con sale per riunioni e accoglienza, uno studio medico e un rifugio notturno. What else?

Sorge affacciata sul canale Westersingel dove è allestito un percorso artistico con diciassette opere di scultori come Rodin, Carel Wisser e Joel Shapiro.

Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk
Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk

Ci fermiamo per il momento qui pronti a riprendere la nostra passeggiata a Rotterdam a breve. Nel frattempo vi dico cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Il Kunsthal  – design, moda, fotografia. Uno spazio espositivo proiettato al futuro.

–          Het park – magari in primavera?

–          Museum Boijmans van Beuningen – Bosch, Brueghel il Vecchio, Dalì, Gauguin, Van Gogh… in fase di restauro. A breve la riapertura.

 

Ho Chi Minh City. E’ la stampa bellezza!

Quanto è importante la storia presente e passata dei luoghi quando viaggiate?

Di solito lo è sempre, in alcuni casi diventa fondamentale.

Le parole raccontano epoche, fatti, decodificano eventi, traducono realtà.

Le immagini arrivano rapide, cristallizzano momenti, testimoniano verità altrimenti perse per sempre.

Mi trovo all’interno del War Remnants Museum a Ho Chi Minh City, al 28 di Vo Van Tan Street, 3° Distretto. Tre piani, una decina di mostre permanenti e numerose collezioni per testimoniare quanto accadde in Vietnam durante le guerre contro la Francia prima, contro l’America poi. Le prigioni, le torture, gli eccidi, le conseguenze del napalm. Non manca nulla: persino lo spazio esterno è occupato da mezzi corazzati, pezzi d’artiglieria e aerei.

E poi c’è Requiem, la sezione al secondo piano dedicata a chi ha reso possibile questo racconto oggi, chi all’epoca dei fatti ha scelto di esserci come testimone e narratore.

Requiem: un omaggio di chi è tornato a chi non lo ha fatto

72 giornalisti che operarono tra le fila dell’esercito di Ho Chi Minh, 11 in quelle delle truppe di Saigon, 16 reporter americani, 12 francesi, 4 giapponesi, altri dall’Australia, Austria, Inghilterra Germania, Svizzera Singapore e Cambogia.

Sono i 133 professionisti dell’informazione, morti in guerra, le cui immagini danno vita alla mostra Requiem e a cui la stessa è dedicata. Più guerre, un arco temporale che ha radici nell’Ottocento e già guarda alla società moderna della seconda metà del Novecento. Un racconto corale a più voci, ciascuno con un punto di vista diverso, tutte accomunate dallo stesso obiettivo: testimoniare quanto stava accadendo al resto del mondo.

Requiem nasce da un’idea di Tim Page e Horst Faas: Tim Page che appena diciassettenne lascia casa in Inghilterra per raccontare il mondo, considerato uno dei “100 fotografi più influenti di tutti i tempi“; Horst Faas, photo editor per la Associated Press e due volte vincitore del Premio Pulitzer.

Entrambi ce la fanno a lasciare il Vietnam vivi – feriti ma vivi- e insieme riescono a pubblicare un libro – Requiem: by the Photographers who died in Vietnam and Indochina – con le immagini messe insieme in anni di ricerche.

Il libro diventa dapprima mostra itinerante per il mondo poi trova casa, a Ho Chi Minh City.

Robert Capa. Getting closer

Tra i primi fotografi, nelle sale di Requiem, noto subito Robert Capa. Come non farlo.

Ricordo a Madrid l’emozione davanti Il miliziano colpito a morte, la foto scattata in Spagna in trincea durante la Guerra Civile; ripenso a quelle dello sbarco degli americani in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale, all’incontro con Camilleri ragazzino mentre, nella Valle dei Templi, teneva la macchina fotografica come una mitragliatrice e sparava scatti a raffica.

Il reporter ungherese costretto a lasciare la Germania nazista per le origini ebraiche, l’uomo che immortalò personaggi come Picasso e Hemingway, il fondatore della Magnum Photos che raccontò cinque diversi conflitti mondiali, morì in Vietnam il 25 maggio del 1954. “Se la foto non è buona, non siete andati abbastanza vicini” sosteneva.

Gli ultimi scatti di Capa li trovate alla Requiem Exibition accanto al racconto degli ultimi momenti narrati da John Mecklin, corrispondente di Life con lui in Indocina.

Con lui ci sono Sawada Kyoichi, corrispondente dal Giappone col tesserino che sembra nuovo in bella mostra; Luong Nghia Dung, insegnante vietnamita che assai poco sapeva di fotografia e che dopo un breve corso, diventò uno dei fotografi di guerra più prolifici; Bernard Fall, Henri Huet, Robert Ellison, Pham Van Khuong, Vo Vanh Quy, Sean Flynn.

Ho ancora davanti l’immagine di Georgette Louise Meyer coi suoi occhiali sofisticati e la pelle chiara, in arte Dickey Chapelle, dal Wisconsin, morta a 47 anni vicino Chu Lai. Infine il grande Larry Burrows, il fotografo di LIFE che portò coi suoi scatti la guerra del Vietnam nel salotto degli americani.

“And so often I wonder weather it is my right to capitalize, as I feel, so often, on the grief of others. But then I justify, in my own particular thoughts, by feeling that I can contribute a little to the understanding of what others are going through; then there is a reason for doing it”.

Immagini e parole. Dal nono piano del Caravelle

Sono le otto quando arrivo al Caravelle, l’ora perfetta per un buon aperitivo sui tetti della vecchia Saigon. In realtà sono pochi i tetti che vedo da qui, non di certo quelli dei tanti grattacieli che illuminati al neon svettano oggi nel cielo di Ho Chi Minh City.

Eppure, da qui, in quello che oggi è un moderno e accogliente albergo in centro città, giornalisti come Tiziano Terzani hanno raccontato la guerra del Vietnam.

C’è uno splendido articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 14 marzo 1976, ad un anno dalla conquista della capitale sudvietnamita da parte dell’esercito del Nord. Racconta di quei giorni momento per momento: le sagome scure che fino all’alba sparivano dentro gli ultimi elicotteri che lasciavano la città dal tetto dell’ambasciata americana, le migliaia di soldati che “si toglievano i cinturoni, le giacche, le scarpe, gli elmetti e rimanevano in mutande, scalzi, con le teste rapate; la gente dalle finestre buttava loro vecchi calzoni, camicie, le strade deserte che improvvisamente si animavano con grandi bandiere del Fronte di Liberazione”.

Caravelle Saigon
Caravelle Saigon

Terzani non era il solo a frequentare il Caravelle, tutta la stampa lo faceva, come sede delle ambasciate australiana e neozelandese e degli uffici dei giornalisti stranieri. Si cenava a lume di candela serviti da camerieri in giacca e farfalla nera persino nei momenti di maggiore tensione. Non abbandonarono il Caravelle neanche quando, nel l’agosto del 1964 una bomba esplose al quinto piano. Da qui, probabilmente, ogni giorno, partivano le notizie che si trasformavano nei titoli di giornali e notiziari di tutto il mondo.

Non era la prima volta. Dall’altro lato della strada del Caravelle

Continental Saigon
Continental Saigon

Non era la prima volta. Appena dall’altro lato della strada del Caravelle, nelle stanze del Continental, tanta storia è passata, tanta storia è stata raccontata. Protagonisti ancora una volta giornalisti e scrittori, che per decenni hanno animato questo albergo oggi sfavillante come ieri.

Inizialmente Rue 16, si trasformò in rue Catinat nel 1865 e nel 1878 vede apparire i primi tre blocchi del famoso hotel voluti da Pierre Cazeau. Ad inizio secolo la proprietà passò al Duca di Montpensier e nel 1930 a Mathieu Franchini a cui seguì Philippe Franchini. Il Continental non chiuse mai, neanche nei momenti peggiori se non nel 1975 e solo per un anno.

Il Time e l’Herald Tribune avevano i loro uffici qui fino al 1975. Radio Catinat lo chiamavano durante la guerra d’Indocina, punto di incontro per cronisti, uomini d’affari e politici che desideravano capire cosa stesse realmente accadendo.

Qui hanno soggiornato personaggi del calibro di André Malraux, l’autore de “La Condition Humaine”, Rabindranath Tagore, il poeta indiano.

Dalle pagine dei romanzi di Graham Greene che al Continental creò i personaggi di “Un Americano tranquillo”, abbiamo in parte capito la Saigon degli anni Cinquanta. Romanzo prima, cult movie del 2002, una storia d’amore, una finestra sulla crisi politica di quegli anni e del graduale coinvolgimento degli americani che portò al disastro bellico.

Ancora storia, ancora cronaca, ancora umanità.

Francia. Sarlat e il Périgord Nero

Oggi si chiama Dordogna, dal nome del fiume che l’attraversa  ed è uno dei dipartimenti più grandi di Francia, ma nel cuore dei francesi e di quanti lo amano questo territorio è per tutti il Périgord, terra di incanto e bellezza.

Tanto vario e disomogeneo da essere stato suddiviso in quattro aree ciascuna contraddistinta da un colore: il Périgord Verde a nord, quello Bianco nella parte centrale, il Rosso Porpora a sud ovest e infine il Périgord Nero dove siamo diretti.

Abbandonate l’idea di poterne scoprire l’intera superficie a meno che non siate così fortunati da poterci trascorrere un lungo periodo. Ogni borgo merita una visita, ogni fattoria, bistrot o castello invita ad una sosta, ogni stagione racconta qualcosa di diverso.

Unico comun denominatore e chiave di volta per assaporare e capire il Périgord è la lentezza. Qui la fretta è bandita. Qui si viaggia slow.

Sarlat. Tra le vie del borgo in compagnia di Etienne de la Boétie e di Michel de Montaigne

Sarlat è famosa perché custodisce la casa natale di Etienne de la Boétie che amava passeggiare per i suoi vicoli in compagnia dell’amico Michel de Montaigne.

Centinaia di visitatori la scelgono ogni anno per il susseguirsi di dimore signorili e palazzi di epoca medievale e rinascimentale.

Sarlat la Canéda
Sarlat la Canéda

E’ certamente un buon punto d’inizio per avvicinare la cultura gastronomica della regione, famosa per il tartufo, l’allevamento di oche e anatre, animali simbolo della regione, celebre per la noce che qui ha ottenuto ben quattro Aoc (Appellation d’Origine Controlée), la Marbot, la Corne, la Franquette e la Grandjean, unica per la fragola, IGP nel 2004, con sette varietà da aprile a ottobre, la Garriguette, l’Elsanta, la Cigaline,  la Seascape, la Mara des Bois, la Darselect e infine la tardiva Cirafine.

I mercati in questo pezzo di Francia sono un must – ciascun villaggio o città ne ospita diversi – quello di Sarlat tiene testa tra i più gettonati. Un paio di consigli a tal proposito: veniteci presto per evitare l’effetto “sardina” e per trovare parcheggio; concentratevi sui banchi alimentari che da Place de la Liberté scendono giù verso Place du Peyrou con i vicoli e le strade che vi si affacciano. Una festa per gli occhi e il palato, l’occasione per conoscere i produttori locali e prendere contatti per eventuali visite, un cammino privilegiato per sbirciare nella tradizione perigordina.

In Rue de la République , asse moderno che taglia in due Sarlat, si tiene un altro tipo di mercato assai più comune e poco tradizionale; non dimenticate il Mercato Coperto giusto in Place de la Liberté: ospitato nell’antica Chiesa Sainte Marie, è stato trasformato dall’architetto Jean Nouvel in un moderno tempio del cibo. Le porte monumentali, grandiose ed enormi, valgono da sole la sosta.

C’è infine una ragione in più per scegliere Sarlat ed è l’atmosfera che offre quando le saracinesche vanno giù e i visitatori mordi e fuggi non ci sono più: come sempre, in qualsiasi località molto visitata, è il momento migliore per goderne; qui a Sarlat la penombra e le luci soffuse,  le risate dei bimbi che per l’ultima volta giocano tra le oche dell’omonima piazza prima di andare a dormire, il pigro ciarlare che pian piano scende di tono e diventa un’ipnotica ninna nanna e un calice di biondo e liquoroso Montbazillac, il cugino povero del celebre ed irraggiungibile Sauternes, faranno di questo piccolo borgo  la scelta giusta.

Travel Tips:

Le Mas de Castel – Appena fuori Sarlat, nel verde del Perigord Noir, ho apprezzato la bellezza e lo stile degli ambienti, la cortesia dello staff, il comodo parcheggio. Se ci andate nella bella stagione, la piscina è un plus da tenere a mente.

Le Présidial – In un edificio storico del XVII secolo, ho cenato in un giardino fiorito scegliendo à la carte. E’ possibile scegliere tra differenti menu degustazione.

Le Comptoir du Gout 24 – servizio semplice, eccellente proposta di salumi e formaggi locali da abbinare a un calice di Cahors della Bassa Valle del Lot. Indimenticabile il prosciutto di Bayonne, insaporito nel vino rosso e nelle erbe aromatiche e massaggiato nel pepe nero e a lenta stagionatura, e il Cabécou, delicato formaggio di capra.

Da Castelnaud a La Roque Gageac. Seguendo il corso del fiume

Non andremo lontano da Sarlat. Rimarremo in zona, ad appena una manciata di chilometri, lungo una delle <cingles>, le anse del fiume Dordogna, le cui acque si uniscono poi a quelle della Garonna a formare l’estuario della Gironda, porta d’ingresso fluviale a Bordeaux.

In uno spazio assai ridotto la bellezza del paesaggio toglie il fiato: il fiume modella l’intera vallata e s’insinua in un susseguirsi di borghi pittoreschi sorvegliati da antichi castelli.

Non potevamo che partire da qui per un panorama mozzafiato sull’intera vallata. Dai Giardini di Marqueyssac , ideati su uno sperone roccioso a 130 metri di altezza sul fiume, la veduta sulla Valle della Dordogna è spettacolare.

La visita inizia dall’ex residenza nobiliare voluta nel 1692 da Bertrand Vernet di Marqueyssac dove sono visitabili alcune stanze ristrutturate con pezzi d’arredo e tappezzerie originali o ispirati alle differenti epoche durante le quali abbellimenti e migliorie sono state apportate all’intera proprietà.

E’ nel 1861 però che Marqueyssac diventa speciale con l’arrivo di decine di migliaia di bossi voluti da Julien de Cerval. Il bosso è una pianta verde tutto l’anno, sopporta bene la potatura e permette la realizzazione di forme vegetali complesse. A Marqueyssac ce ne sono 150.000 esemplari potati due volte all’anno con cesoie rigorosamente manuali, I più visitati ed esempio virtuoso di arte topiaria sono quelli dei giardini pensili accanto il castello: morbidi e tondi cuscini verdi su cui verrebbe voglia di sdraiarsi e godere del paesaggio, circondati dai numerosi esemplari di pavone che, alteri e coloratissimi, vivono in libertà.

Di bossi dalle forme più o meno bizzarre ce ne sono in tutta la tenuta che si estende lungo la falesia calcarea per circa 800 metri sino al Belvedere. Il punto più lontano dalla residenza principale è raggiungibile attraverso tre percorsi,  chiamati <passeggiate>, più o meno impegnativi e in parte percorribili anche da chi ha problemi motori o dai passeggini, per un totale di circa sei chilometri di viali.

La vallata dai Giardini di Marqueyssac
La vallata dai Giardini di Marqueyssac

Il Grande Viale è il più comodo e ospita un servizio di navetta gratuita; lungo la passeggiata delle Alture e quella delle Falesie aree gioco e un percorso a rete sospeso tra gli alberi per i più piccoli, un sistema di cascate, <cabanes> costruite secondo la tradizione, la preziosa cappella Saint Julien de Cenac dove, tagliata nella roccia, troverete la Sedia del Papa, su cui Pio X, al secolo Giuseppe Sarto e allora Vescovo di Mantova, avrebbe meditato.

C’è però una cosa che rende imperdibile la visita dei Giardini di Marqueyssac: la possibilità di ammirare, uno accanto l’altro, gli imponenti castelli di Castelnaud, Fayrac, Beynac e a seguire, il villaggio La Roque Gageac.

Le torri di uno o dell’altro svettano imponenti sbucando da una radura di lecci e aceri o lungo un viale di corbezzoli. Le case coi tetti di pietra addossate e quasi incastonate nella pietra del villaggio di La Roque Gageac  sembrano sempre più vicine dopo aver attraversato boschi di aceri, querce e robinie. Campi di mais si alternano a vigneti seguendo il corso del fiume lungo cui navigano le <gabares>, fedeli riproduzioni di imbarcazioni tipiche del XVIII secolo che un tempo trasportavano vino, sale, legname, derrate alimentari. E oltre si può già immaginare la grande strada della Preistoria che porta dritto al Parco Preistorico di Les Eyzies dove confluiscono le valli della Vézère e della Beune e dove, 17.000 anni fa, visse l’uomo di Cro Magnon.

Travel tips

Gli appuntamenti di Marqueyssac: da non perdere nel periodo pasquale la grande caccia alle uova di Pasqua; la Festa dei Giardini a giugno; la Via Ferrata da metà aprile a metà novembre; l’attività di arrampicata dedicata ai bambini; le aperture serali eccezionali a lume di candela e musica in estate.

Se scegliete di visitare i Giardini durante la bella stagione non mancate una sosta al ristorante e sala da tè sotto il pergolato della terrazza panoramica per una coppa di gelato speciale, quello prodotto a St Geniès dall’artigiano Roland Manouvrier famoso nel mondo per la ricerca delle materie prime e i gusti più disparati. Da quelli che raccontano il territorio ad altri risultato di combinazioni di sentori ed emozioni, che accompagnano col gusto in viaggi esotici e lontani. Tra le sue creazioni più amate rose, ortensie e gelsomini cristallizzati e preparati secondo un sistema da lui stesso brevettato che ne mantiene le proprietà organolettiche ed estetiche.

I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna...
I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna…

Pare che il divorzio tra Eleonora d’Aquitania e re Luigi VII, nonché le nuove nozze nel 1152 con Enrico Plantageneto abbia un po’ innervosito gli animi e dato il via a una delle guerre più lunghe tra le odierne Francia e Gran Bretagna, la cosiddetta Guerra dei Cent’Anni. Pare anche che il Périgord fosse proprio uno degli epicentri del conflitto e la vallata della Dordogna uno dei settori più disputati. Lungo il confine mobile che ora si ritraeva, ora avanzava a favore di una o dell’altra parte, furono costruiti numerosi castelli, nel tempo conquistati e persi, abbattuti e ricostruiti. Castelnaud fu uno di questi.

Riacquistato nel 1965 dalla famiglia Rossillon, Castelnaud è stato interamente ristrutturato e ospita oggi il Museo della Guerra nel Medioevo con circa 300 pezzi provenienti da tutta Europa.

Se vi piace il genere armature, cavalieri, guerre sanguinarie e alabarde, il castello di Castelnaud fa per voi.

E se invece non siete degli appassionati del genere come me, andateci lo stesso: la ricostruzione dell’assedio del 1442, le cucine e i laboratori come quello dei fabbri dell’epoca, le rievocazioni storiche e le macchine da guerra esposte all’esterno valgono il viaggio e sono un buon modo per avvicinarsi alla storia, specie per i più piccoli.

Inutile dire che la vista dal castello sul Dordogna è strepitosa ed il villaggio che lo ospita pittoresco e molto romantico.

  • La Roque Gageac. Tra pietra e acqua

Piccola e preziosa. Stretta tra la falesia a cui è abbarbicata e il fiume con un’unica via a separarla dall’acqua e a collegarla agli altri siti nella vallata, La Roque Gageac è un vero e proprio tesoro.

Potete percorrere il sentiero ricreato tra falesia e case dai tetti in <lauzes>, le tegole di pietra lungo Rue de la Falaise. Una mappa con tutti i siti da attenzionare la trovate al centro informazioni lungo la Dordogna, vicino ai parcheggi. Ci vorrà poco per percorrerlo, il borgo è davvero piccolo ma ci si ferma ad ogni angolo per ammirarne i dettagli, la piccola chiesa <au Clocher Mur>, il giardino esotico con banani, passiflore e cactus nato dalla passione di Gérard Dorin nel 1970, il Manoir de Tarde…

Da qui partono le gabares, le imbarcazioni di cui vi parlavo prima. Potete prenotare una piccola crociera o noleggiare una canoa per risalire un tratto di fiume. Oppure scegliere un café o un bistrot e godervi il placido scorrere dell’acqua.

 

 

 

 

Hue. Nel Vietnam imperiale

Arrivo a Hue sotto una pioggia battente. Non si vede a un metro di distanza, un muro d’acqua rende l’antica capitale degli imperatori Nguyen sbiadita e grigia. Dentro il taxi che dall’aeroporto mi porta all’ostello, prenotato in Italia, il caos e il traffico mi arrivano come ovattati, distanti.

Hue. Il Vietnam imperiale
Hue. Il Vietnam imperiale

<E’ gennaio>, mi dice la padrona di casa dell’Homestay Le Robinet,  <occorre aspettare ancora un po’ perché non piova più così>. Mi sento molto stupida. Organizzo da anni i miei viaggi e a Hue mi aspettavo di trovare il sole e le barche tipiche e colorate lungo il Fiume dei Profumi a far la spola tra le due sponde, quella che protegge la Cittadella, la città voluta dall’imperatore Gia Long nel 1802 e quella su cui sorge la città moderna, dove già mi vedevo a curiosare tra vecchio e nuovo, torte di riso reali, di cui a corte pare fossero ghiotti, e lo street food locale.

A Hue in ostello

Ho solo fatto i miei programmi giocando a dadi con latitudine e longitudine e il Vietnam, stretto e lungo si è preso gioco di me. Ho aspettato che spiovesse un po’ scoprendo che l’ostello scelto, Le Robinet Homestay è una villa di inizio Novecento in perfetto stile coloniale come molte presenti nel circondario, a due passi dalla Cittadella.

All’ingresso c’è una foto dei parenti della padrona di casa, una giovane donna che vive qui con il marito e ha scelto di restare. Tutti gli altri sono andati lontano, in America per lo più. <A me piace vivere qui, in Vietnam>, mi confida e non esita a mostrarmi la stanza degli antenati.

Rimango senza fiato. Sapevo che ogni casa in Vietnam ha uno spazio riservato a chi non c’è più, uno spazio in cui, durante il Tet, il capodanno vietnamita, ci si riunisce in attesa che gli antenati vengano a far visita. La stanza che mi ritrovo davanti è molto grande e ha un primo altare che ne nasconde un secondo, dove le immagini dei defunti si alternano a offerte e incensi. Molte sono in bianco e nero, i dettagli riportano a tempi lontani. Immagino l’arrivo dei francesi, il primo assalto alla Cittadella nel 1885, poi quello dei Viet Cong durante l’offensiva del Tet nel 1968, seguiti da marines e soldati sudvietnamiti.

Finiamo a chiacchierare davanti una tazza di thè allo zenzero, troppo dolce, ahimè, per me, in un viavai di giovanissimi che entrano e escono accolti da una nidiata di cuccioli di cane appena nati. Mi decido a uscire, rischiando di scivolare per terra più di una volta, diretta a Les Jardins de la Carambole, superando piccoli empori sonnecchianti e gente del posto che prova a fumare una sigaretta sfidando la pioggia incessante.

Il ristorante è ricavato in un edificio in stile coloniale, vecchia Indocina. Qui tutto ricorda quel periodo, dagli arredi alle gentili e silenziose donne in ao dai che ti accolgono  e ti seguono ovunque. Sui muri splendide ed enormi gigantografie in bianco e nero.

Alla scoperta delle tombe imperiali

Passo la nottata in bianco, forse comincio ad essere un po’ troppo vecchia per la soluzione ostello ma al mattino, con la luce, mi sento meglio e parto ringalluzzita alla volta delle tombe imperiali appena fuori Hue. Ho prenotato un driver e scelto di visitare la tomba di Minh Mang e quella di Khai Dinh, tra tutte quelle presenti appena fuori il centro di Hue.

Arrivata alla scalinata che conduce al cortile d’onore di quest’ultima mi dico che vorrei avere più tempo per vedere i tanti mausolei, templi e pagode di Hue. Resto ad osservare le statue in pietra a grandezza naturale dei mandarini che proteggono la tomba di Khai Dinh, il penultimo imperatore sul trono dal 1916 al 1925. La pietra grigio scuro di cui tutto è fatto  crea un’atmosfera surreale, quasi onirica. Superate altre rampe di scale ed arrivati all’edificio principale lo scenario cambia: è un’esplosione di colore che ricopre pareti e soffitti con dipinti e mosaici, una piena manifestazione di ricchezza e opulenza. Sotto un enorme baldacchino picchiettato d’oro la statua in bronzo dorato dell’imperatore sotto la quale, ad una profondità di 18 metri, riposa.

I resti di Minh Mang sono ancora più celati e irraggiungibili: ci si arriva solo dopo aver attraversato  possenti mura, cortili, padiglioni, templi e terrazze. Ogni ambiente, collegato da scale e ponti ed intervallato da laghi, è un inno alla bellezza, un perfetto equilibrio tra natura e mano dell’uomo.

Al di là del ponte in pietra che supera il Lago della Luna Nuova, l’ultima scalinata con balaustre a forma di drago porta al sepolcro la cui porta è ben serrata. Viene aperta solo una volta all’anno, in occasione dell’anniversario della morte dell’imperatore.

La Cittadella

Ho ancora del tempo e lo dedico interamente alla visita della Cittadella. Faccio il mio ingresso da porta Ngo Mon, un tempo riservata all’imperatore Gia Long che qui, nel 1802, volle trasferire la capitale da Hanoi e dove l’ultimo imperatore della dinastia Nguyen, Bao Dai, abdicò il 30 agosto 1945 di fronte a una delegazione inviata da Ho Chi Minh.

Scatto una foto dello stesso viale appena fuori la Cittadella immortalato da un fotografo negli anni peggiori. Riconosco il posto vedendo quell’immagine nell’esposizione Requiem a Ho Chi Minh City.

La Cittadella è immensa, grandiosa, infinita. Una cinta muraria lunga 10 chilometri e spessa 2 metri, un fossato 30 metri largo e 4 profondo e 10 porte lungo tutto il perimetro. Osservo i Nove Cannoni Sacri, quattro dei quali rappresentano le quattro stagioni e gli altri cinque gli elementi: legno, acqua, metallo, fuoco e terra.

Attraverso il Recinto Imperiale, il palazzo di Thai Hoa, il Teatro Reale. Molto è andato distrutto e ampie zone sono state abbandonate ai fiori selvatici. Tante sono in via di rifacimento, altre sono state restaurate. Dalle rovine di palazzo Can Chanh sono state ricostruite due lunghe e stupefacenti gallerie ricoperte da lacca scarlatta. I Giardini di Co Ha, sapientemente ripristinati sono un’oasi verde dove gazebo e laghetti si alternano.

Ne scelgo uno dove è stato allestito un caffè e mangio qualcosa servita da un simpatico vecchietto. Ne conserverò un ricordo indelebile.  Supero la residenza di Dien Tho, quella di Truong San, mi perdo in quella che una volta fu la Città Purpurea Proibita dove risiedevano le concubine reali e solo l’imperatore e i servitori eunuchi erano autorizzati ad entrare.

Scatto ancora qualche foto, so che un driver mi aspetta per portarmi a Hoi An e faccio a me stessa una promessa, quella di tornare in questo luogo di memoria e storia.

Dune du Pilat. La duna più alta d’Europa

La foresta Teste de Buch fa parte della più grande foresta delle Lande di Guascogna e si è sviluppata naturalmente a partire dal Medioevo. Copre appena 3.800 ettari di pini marittimi e latifoglie che lottano costantemente contro l’avanzare della grande, magnifica ed indimenticabile Dune du Pilat.

Dune du Pilat. Un pezzo di Sahara prestato alla Francia

Non ne comprendi la grandiosità sino a quando non arrivi su, in cima. La Dune du Pilat è un’insolita montagna di sabbia sottile, la più grande duna d’Europa con un’altezza variabile dai 100 ai 115 metri.

La Dune du Pilat. Stretta tra oceano e foresta
La Dune du Pilat. Stretta tra oceano e foresta

Larga 500 metri, lunga 2 chilometri e 700 metri, si allunga morbida ed elegante tra la foresta Teste de Buch, che continua a divorare, e l’immenso oceano Atlantico. Proprio lì dove l’oceano s’insinua attraverso <les passes>,  i passaggi che le correnti, onde e maree hanno generato, insiste le Banc d’Arguin, riserva ornitologica meta di migliaia di beccapesci che qui nidificano ad ogni primavera.

Più a nord il Bassin d’Arcachon, dove la forza dell’oceano si placa e il faro di Cap Ferret segnala l’ingresso del golfo e veglia su tutti i villaggi costieri.

Un pezzo di deserto prestato alla Francia
Un pezzo di deserto prestato alla Francia

Oltre si può immaginare un nastro ininterrotto di arenili di sabbia sottile, la Cote d’Argent, su fino all’estuario della Gironda, dove i fiumi Garonna e Dordogna confluiscono e sulla cui sponda sinistra, nel Medoc, nascono  vini leggendari del Bordolese come lo Chateau Lafite-Rothschild e lo Chateau Latour.

Raggiungere la Dune du Pilat

Farlo è semplice. Comode indicazioni ti conducono sino all’ingresso del Grand Site. Ricordatevi infatti che la Dune du Pilat fa parte della rete dei Grands Sites de France ed è pertanto un’area tutelata. L’ingresso è vicino ma esterno al quartiere Pyla sur Mer, localmente chiamato Pyla da non confondere con Pilat, il nome della duna e termine derivato da Pilot, mucchio, monticello in guascone.

Ho raggiunto la riserva in auto e pagato una tariffa ad ore per il parcheggio. Tutta l’area è attrezzata e offre punti di informazione e numerose attività per scoprire la duna e flora e fauna che la caratterizzano, nonché il prezioso patrimonio archeologico che la contraddistingue e che testimonia l’occupazione umana dall’Età del Bronzo. Ci sono punti di ristoro, toilette e comode panchine dove godersi la frescura degli alberi.

 

Poi ci si mette in marcia lungo il sentiero che conduce alla duna. La sabbia comincia ad aumentare sotto i vostri piedi sino a quando la vegetazione scompare e la duna si presenta, stupenda.

Durante la bella stagione viene collocata una scala in legno di circa 150 gradini per arrivare in cima.

Arcachon. Come rivivere la Belle Epoque

Il clime mite, un paesaggio unico, il colpo di genio dei fratelli Pèreire, ricchi banchieri che nell’800 acquistarono 96 ettari di terreno forestale per far sorgere la Ville D’Hiver, il prolungamento della linea ferroviaria.

E poi ancora la costruzione del Casino de la Plage, la moda dei bagni e persino la prescrizione comune dei medici dell’epoca di soggiorni marini per combattere la tubercolosi.

 

Sono queste e molte altre le ragioni per cui nella seconda metà dell’800, Arcachon divenne meta esclusiva e punto d’incontro per celebrità, teste coronate, artisti e letterati. Napoleone III e Gustav Eiffel, per dirne giusto un paio. Pare che Gabriele D’Annunzio passeggiasse in compagnia della duchessa Gauloubev e di due esemplari di levriero lungo le strade di Arcachon.

 

 

Oggi Arcachon è una destinazione piacevole, comoda se si vuol visitare la Dune du Pilat e considerata un luogo perfetto per vacanze all’insegna del mare (oceano, pardon!) e del relax. Restano le bellissime ville e dimore d’epoca specie nella sopra citata Ville d’Hiver ma anche nel resto della cittadina. Imperdibile una passeggiata al tramonto sul golfo con la promessa di tornare e capirci un po’ di più.

Non solo yacht e jet set

Sul lungomare accanto il Palazzo dei Congressi e il Casino di locali ce ne sono tanti. Come tanti sono i bistrot e le boutique nelle vie limitrofe. Il mio suggerimento però vi porta fuori il centro città, alla scoperta di una realtà presente molto prima che arrivassero vip e reali.

Parlo dei coltivatori di ostriche che in questa zona sono eccezionali. Mi dicono che occorrerebbe spostarsi a Cap Ferret, prendere una barca e raggiungere l’Ile aux Oiseaux, dove ci sono le palafitte assegnate agli ostricoltori per tenerci gli strumenti da lavoro.

Nella baia di Arcachon le ostriche c’erano sin dai tempi dei Romani e crescevano in banchi naturali. Si parla della Gavette, un’ostrica piatta dal sapore di nocciola, poi scomparsa e sostituita da ostriche allevate. Nel 1859 ci si ingegnò per allestire un sistema di collettori fatti di tegole e di legno affinchè le ostriche vi si fissassero. Fu Victor Costes ad idearlo.

 

Poi nel 1868 si verificò un fatto inizialmente insignificante e fu la svolta: la nave Morlaisien carica di ostriche  importate dal Portogallo si rifugiò a causa di una tempesta nell’estuario della Gironda. Il carico si avariò e fu quindi gettato in mare tra Talais e Le Verdon-sur-Mer. Le ostriche, anziché morire, formarono un immenso banco naturale lungo tutta la costa dove si continuò ad allevarle.

Nel 1970 fu la volta delle ostriche giapponesi che sostituirono quelle portoghesi dopo un’epidemia. Oggi si coltivano più di 10.000 tonnellate di ostriche all’anno. Scoprire il mondo degli ostricoltori, imparare a conoscere i differenti tipi di mollusco è possibile lungo la Route de l’Huitre, la Via dell’ Ostrica.

Se, come me, siete costretti a rimandarne l’esperienza e a rimanere nei pressi di Arcachon vi lascio due indirizzi per gustare le ostriche in semplici cabanes, palafitte sull’acqua con poco altro se non un buon bicchiere di vino e il profumo dell’oceano: la Cabane de l’Aiguillon appena fuori il centro di Arcachon e la Cabane du Paliquey , in località La Teste de Buch.

Curiosità: pare che le ostriche in questa zona vengano servite con le crepinettes, piccole salsicce di produzione locale. Io le ho provate con  una sorta di terrine, un paté in scatoletta e non era male. Provare per credere.

Togliete le scarpe!
Togliete le scarpe!