Messina liberty. Messina eclettica

Galleria Vittorio Emanuele Messina
Liberty a Messina. Cercatelo sui palazzi, nelle insegne, sui portoni...
Liberty a Messina. Cercatelo sui palazzi, nelle insegne, sui portoni…

Linee morbide e sensuali, motivi floreali e ispirati al mondo animale che trasformano la pietra di facciate, flettono il ferro di cancelli e grate, accendono le trasparenze di vetrate e lucernai.

È l ‘Art Nouveau che in Italia si coniuga in Liberty e in Sicilia si sposa alle evoluzioni ardite di architetti del calibro di Ernesto Basile.

Negli anni in cui l’architetto Basile aveva già raggiunto fama e successo trasformando la Palermo dei Florio, a Messina arrivarono Coppedè, Piacentini, Bazzani, Mariani, Botto, Puglisi Allegra, Bonfiglio.

Messina. Palazzo della Dogana
Palazzo della Dogana di Giuseppe Lo Cascio. Pensiline e cancelli Liberty. Motivi floreali lì dove un tempo sorgeva il grande Palazzo Reale.

Trasformarono la città regalandole il titolo di centro dell’Eclettismo. Il Liberty aveva un nuovo nome e identità.

Si riparte da zero. 1908

In realtà a Messina il Liberty aveva già fatto capolino con le sue linee sinuose e vitali ma ciò che valse per il resto dell’isola non seguì la stessa strada a Messina. E mentre Palermo brillava e cresceva grazie ad imprenditori come i Florio, i Whitaker, gli Ingham e gli Ahrens, a Messina , nella notte del 28 dicembre del 1908, arrivò un terremoto che la rase al suolo portando via con sé attività commerciali, circoli letterari, essenza e identità.

Il 91% degli edifici andò distrutto e per ricominciare a costruire fu necessario sgomberare due milioni e mezzo di metri cubi di macerie. Un nuovo piano regolatore ridisegnò assi viari, case, uffici, banche. Alla sicurezza si ci pensò con rigorosi regolamenti antisismici, alla bellezza provvidero eleganti decorazioni floreali, mosaici, figure grottesche e linee di ispirazione medievali.

Messina. La Chiesa dei Catalani accanto uno dei palazzi Coppedè lungo via Garibaldi
La preziosa Chiesa dei Catalani accanto uno dei palazzi Coppedè lungo via Garibaldi.

Motivi gotico veneziani, foglie d’acanto e fiori comparvero su ogni edificio nuovo o miracolosamente salvatosi e da ristrutturare, nuove linee trasformarono vetro, ferro, ghisa e ceramica.

Basta percorrere le centrali vie Garibaldi, Cannizzaro, dei Mille e Cavour per veder sfilare interi isolati ispirati all’elegante Eclettismo, allenare lo sguardo alla ricerca di particolari che sono ancora presenti in edifici più defilati, nella parte superiore delle insegne di moderni negozi, bere una bibita tradizionale all’ombra di un chiosco di ghisa, soffermarsi davanti i principali palazzi delle istituzioni, come Prefettura, Università, ex Palazzo delle Poste.

Galleria Vittorio Emanuele, Messina
Galleria Vittorio Emanuele ideata da Camillo Puglisi Allegra era il simbolo di Messina che rinasceva dopo il terribile terremoto.
Cominciamo con uno scandalo

A Palazzo Tremi, isolato 99 di via Risorgimento, se ne videro delle belle quando il proprietario, un ufficiale del regio esercito, Vittorio Emanuele Tremi, fu accusato di arricchimento illecito. Le cronache dell’epoca raccontano che l’uomo, per discolparsi, dichiarò in Tribunale che i fondi per realizzare il palazzo erano  frutto dell'<attività amatoria> della moglie Maria Lepetit. Il palazzo, noto anche come Palazzo del Gallo, di galli non ne ha ma solo figure mostruose che si alternano sulla facciata. Di gallo ce n’era solo uno in passato: una banderuola in cima ad una antenna in terrazzo che oggi non c’è più.

Palazzo del Gallo, Messina
Palazzo del Gallo. Sapete cosa si diceva del padrone di casa e della sua consorte?

Palazzo del Gallo è uno degli esempi migliori dello stile Coppedè, l’architetto fiorentino onnipresente per le vie della città. Sì, proprio lui, conosciuto ai più per lo strabiliante e inconfondibile quartiere romano che nella capitale porta il suo nome.

Qualche esempio? Palazzo Loteta, splendido, in via Garibaldi; Palazzo dello Zodiaco affacciato su Piazza Duomo e sulla Cattedrale; i palazzi commissionati dai banchieri genovesi Alessandro e Marcello Cerruti tra via Cardines e via I Settembre.

Palazzo dello Zodiaco, Messina
Palazzo dello Zodiaco affaciato su Piazza Duomo
Galleria Vittorio Emanuele III. Messina torna grande
Palazzo Coppedè a Messina
Messina eclettica nata dalle macerie del sisma.

La inaugurarono nel 1929 contemporaneamente al Duomo ricostruito. Affacciata sulla circolare Piazza Antonello e delimitata da grandi edifici pubblici doveva stupire e ridare bellezza ed eleganza all’intera città che rinasceva. Entrate al suo interno e lasciatevi stupire dai colorati lucernai delle volte a botte, i mosaici sui pavimenti, il portico centrale e i due laterali.

Palazzo Loteta di Coppedè accanto la Prefettura della città di Messina
Palazzo Loteta di Coppedè accanto la Prefettura della città di Messina

Finanziata dalla Società Generale Elettrica, la Galleria Vittorio Emanuele fu progettata e ideata da Camillo Puglisi Allegra che mise mano in molte strutture in città tra cui la Camera di Commercio e villa Roberto.

La Cassa di Risparmio
La Cassa di Risparmio progettata dal grande Ernesto Basile. All’interno vetrate colorate, decori in ferro battuto, arredi del Ducrot.
Riviera Nord. La grandeur a Messina

Da sempre regno di nobiltà e grandeur, la riviera nord della città, stretta tra colline e mare, ha ospitato dimore principesche e ospiti illustri come il Kaiser Guglielmo II che spesso si fermava nelle residenze affacciate sullo Stretto di Messina.

Villaggi dai nomi evocativi come Pace, Paradiso, Contemplazione nascondevano giardini e delizie che il terremoto non risparmiò distruggendo e, laddove fu possibile, costringendo ad importanti ristrutturazioni.

Villa Roberto possiede oggi il tocco dell’ingegnere Puglisi Allegra che intervenne nel 1949, ma fu precedentemente ristrutturata dopo il terremoto grazie a Federico Fritz Roberto che le regalò bellezza ed eleganza e uno splendido giardino.

Anche l’ottocentesca Villa Florio necessitò l’intervento dell’ingegnere De Cola che operò su progetto del grande Basile, il cui tocco è inconfondibile e ben visibile; lungo la via Consolare Pompea si susseguono villa Martines coi raffinati disegni floreali su piastrelle in ceramica smaltata, le due ville Savoja, villa Garnier. Immenso e stupefacente il complesso di Villa Pace.

Villa Pace. Anche Messina parlava inglese

Furono i Sanderson a vivere per primi i fasti di questo luogo. Gli imprenditori britannici che in una Messina colta e operosa diedero vita ad un fiorente commercio di estratti agrumari ne acquistarono la proprietà nel 1850 per 500 onze trasformandola in villa Amalia, nucleo originario a cui si aggiunse un altro villino, il Castelletto, entrambi circondati da giardini rigogliosi. Dopo il terremoto, ai Sanderson subentrano i Vismara che ricostruiscono il complesso su disegno dellingegnere Caneva.

La Sanderson & Sons diventa Sanderson & Sons, Oates e Bosurgi, specializzata nella produzione di acido citrico.

Saranno i Bosurgi gli ultimi proprietari di Villa Pace; Adriana Caneva, moglie di Giuseppe Bosurgi, l’anima e punto di riferimento di un luogo dalla bellezza struggente e definito <luogo dell’anima>.

Oggi il complesso Villa Pace appartiene all’Università degli Studi di Messina, molte delle ville citate sono private, Villa Roberto apre le sue porte in occasione di eventi privati o manifestazioni culturali come Le Vie dei Tesori.

Villa De Pasquale è stata invece acquisita dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali ed è aperta al pubblico. Per scoprirla bisogna però spostarsi nella zona sud della città.

Non solo agrumi. Villa De Pasquale, il regno del maragià di zagare e gelsomini

Ristrutturata e trasformata  in un pregevole esempio di stile eclettico, Villa De Pasquale la trovate al n.274 di via Marco Polo di villaggio Contesse, antica via del Dromo.

Villa De Pasquale
Villa De Pasquale. Intere distese di gelsomino arrivavano sino al mare nei campi del maragià…

Qui l’imprenditore Eugenio De Pasquale, dai più conosciuto come il <maragià>, diede vita ad una fiorente industria di essenze e profumi. Si racconta che un tempo intere distese di gelsomino arrivassero al mare e che i delicati petali venissero raccolti manualmente nell’annessa fabbrica alla villa, oggi esempio liberty ma anche di archeologia industriale.

 

Il pranzo delle feste in Sicilia

Il pranzo delle feste in Sicilia
Il pranzo delle feste in Sicilia. Benvenuti!
Il pranzo delle feste in Sicilia. Benvenuti!

A cena non si può, per strada nemmeno. A pranzo forse sì ma in pochi e solo tra parenti stretti.

E allora io vi invito qui, a questa tavola virtuale dove c’è posto per tutti e dove l’ospite d’onore è la Sicilia.

Prendete posto, per ognuno di voi un piccolo cadeau: un suggerimento, un consiglio per continuare a sognare e gustare la Sicilia tra le pagine di un libro.

Sfincioni, cazzilli, panelle, votavota e scagliozzi a tinchité

A questa tavola presentatevi presto perché in Sicilia si inizia con un sostanzioso aperitivo, che da noi è chiacchiera, <passiu e curtigghiu>. Potremmo passare delle ore in strada o seduti a uno dei bar in terrazza sui tetti di Palermo o in riva allo Stretto, persino in inverno, quando il sole è caldo e generoso.

Da Piazza Marina a Palermo arriverebbero piscipanelli e cazzilli a tinchité. Non chiamatele crocchette. I cazzilli palermitani hanno il profumo del mare e dei vicoli di Ballarò. Perfetti con un calice ghiacciato Allemanda di casa Planeta, il moscato bianco di Noto che profuma di gelsomino e agrumi.

Lo sfincione bianco di Bagheria
Lo sfincione bianco di Bagheria. Tanta ricotta, mollica e cipolla

Ci sarebbe anche un’abbondante porzione di sfincione, quello classico, alto, con tanto caciocavallo. le sarde, la salsa di pomodoro e la cipolla. E visto che è Natale e qui in Sicilia amiamo esagerare aggiungiamo quello bianco che solo a Bagheria sanno fare, con la ricotta e la cipolla bianca.

Da Messina arriverebbe, croccante e goloso, un coppo di scagliozzi, triangoli fritti di farina di mais. Da Ragusa invece scacce e votavota. Mai provati coi broccoli arriminati?

Prima o poi li proverà anche Viola, la giornalista del romanzo “Conosci l’estate?” di Simona Tanzini, per la quale ogni persona ha una musica e un colore e che in Sicilia potrebbe decidere di restare. Di aperitivi se ne intende, di cibo di strada meno: il suo incontro con la frittola – nient’altro che cartilagini, grassetti e residui vari soffritti nello strutto e conditi con limone, pepe e alloro – non è stato dei migliori. Andrà meglio con il pane ca meusa?

Poteva mancare il Gattopardo? Al cospetto del Monsù
Il timballo delle feste
Il timballo delle feste

La tavola a Natale non può essere che ricca e sontuosa, degna di un monsù del Regno delle Due Sicilie. Ci concediamo quindi un timballo a sorpresa come quello di casa Salina. Lo foderiamo di pasta frolla o in alternativa di dorate fette di melanzana fritta. Dentro non ci saranno maccheroni ma anelletti con carne, uovo, prosciutto e primosale da accompagnare con un Mamertino rosso Vasari, Nero d’Avola e Nocera.

E se amate le setose melanzane siciliane scoprite la storia della celebre pasta alla norma e molto di più in “Le incredibili curiosità della Sicilia. Un viaggio di città in città per comprendere la vera anima dell’isola” di Francesco Musolino. Regalatevi anche “L’attimo prima” dello stesso autore dove si continua a parlare di cibo ma è cibo che ci aiuta a capire chi siamo.

I libri di Francesco Musolino
I libri di Francesco Musolino
L'aglio di Nubia, presidio Slow Food. Perfetto per il pesto alla trapanese
L’aglio di Nubia, presidio Slow Food. Perfetto per il pesto alla trapanese
Figuriamoci  i Florio. Di busiate e cous cous

Noi in Sicilia senza mare non ci sappiamo stare, neanche a tavola. E a Natale ci regaliamo un piatto di busiate fresche o di cous cous incocciato a mano che profuma di mare, quello della costa trapanese e delle Egadi che fece la fortuna dei Florio e delle numerose tonnare.

Stavolta verseremo un Ficiligno Baglio di Pianetto, Insolia e Viognier e sfoglieremo le pagine di “Blues di mezz’autunno” di Santo Piazzese aspettando il suo prossimo romanzo in arrivo in primavera.

Insalata di stocco
Insalata di stocco. Ci mettiamo anche i passuluna, le olive nere siciliane
Manca solo Carlo V. Stoccu e Spada con fantasma

Insalata di pesce stocco e sarde a beccafico. Se c’è spazio anche una caponatina di pesce spada che in riva allo Stretto ci sta sempre bene. Con un Faro Doc, quello di San Placido Calonerò, ricco e complesso. Chi l’ha detto che un rosso col pesce non va? E se poi c’è pure il fantasma tanto meglio.

Via XX Settembre - Simonetta Agnello Hornby
Via XX Settembre – Simonetta Agnello Hornby

Che il finocchietto selvatico sia abbondante e l’uvetta passa per le sarde a beccafico ammorbidite nel Marsala, magari quello maturato nelle botti centenarie delle cantine Florio.

Ci sarà un’insalata di arance e finocchi e senapi e cavuliceddi ripassati in padella con un po’ di mollica atturrata se vi piace.

Due libri da mettere sotto l’albero: “Un giorno sarai un posto bellissimo” di Corrado Fortuna; “Non c’è più la Sicilia di una volta” di Gaetano Savatteri.

Non andate via. In Sicilia coi dolci facciamo sul serio

Al pranzo di oggi facciamo le cose per bene e sulla tavola riccamente apparecchiata sistemiamo cannoli e cassate accanto genovesi ericine e ‘mpanatigghi modicane: sontuosa ricotta per i primi due; crema gialla per le terze, carne, cioccolato e cannella per le ultime.

Potrebbe forse raccontarvene la storia la vicina e padrona di casa del vicequestore Vanina Guarrasi nei romanzi di Cristina Cassar Scalia. Se non la conosce accontententavi di una Minna di Sant’Agata e della ricetta che trovate in “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa.

Il sanguinaccio dell'Immacolata - Giuseppina Torregrossa
Il sanguinaccio dell’Immacolata – Giuseppina Torregrossa

Per brindare vi offro un Grillodoro Gorghi Tondi, un prezioso vino passito muffato. Sarà perfetto con il buccellato: una golosità a base di arancia, zuccata, noci, cacao e cannella che vi racconterà ancora una volta  Giuseppina Torregrossa, in “Il sanguinaccio dell’Immacolata”.

Sua maestà il buccellato
Sua maestà il buccellato

Infine un’umile cuccìa a base di grano, in onore di Santa Lucia la cui ricetta ce la presenta Simonetta Agnello Hornby in “Via XX Settembre”. Ricetta semplice, una storia antica e importante. Che porti luce a questa tavola e all’anno che verrà.

P.S. – La spesa la facciamo a Palermo alla Vucciria. Ad accompagnarci il maestro Camilleri che ci racconta una delle meraviglie della nostra terra, La Vucciria di Guttuso.

Il conto delle minne - Giuseppina Torregrossa
Il conto delle minne – Giuseppina Torregrossa

Inutile che vi raccomandi tutte le avventure del Commissario Montalbano: cominciate da “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”. Non potrete farne più a meno.

La Sicilia è Camilleri
La Sicilia è Camilleri. Fate una scorta di libri “bastevole” per le feste!

Andrea Sposari. Lo street artist siciliano che racconta i borghi

Andrea Sposari

U paorgiu, la trottola - Novara di Sicilia
U paorgiu – Novara di Sicilia

Andrea Sposari lo incontro a Borgo Cannistrà in una sera di fine estate.

Ne sono felice, di lui si parla tanto negli ultimi tempi, amo i suoi lavori e ho appena ammirato quelli che ha realizzato in questa piccola frazione a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto.

Riflettiamo insieme sul fatto che in passato la street art non c’era e chi, come lui, amava stencil e bombolette spray, era considerato nient’altro che un <imbratta muri>.

Oggi i suoi murales cambiano il paesaggio di borghi e piccoli centri siciliani come Sant’Agata del Bianco, Furnari, San Michele di Ganzaria, Acquedolci, Tripi, Novara di Sicilia. Sono tante le amministrazioni comunali in Italia a chiedere il suo intervento per tradurre in arte l’identità dei luoghi. Festival e progetti a cui partecipa si trasformano in volano di promozione del territorio.

Andrea Sposari, in arte Spos.Art, street artist siciliano da sempre innamorato di questa forma d’arte, diventa ingegnere al Politecnico di Milano ma torna alla sua passione e alla sua terra e ne fa mestiere.

L’anno scorso  è protagonista  dell’ultima edizione del Techfest di Bombay, tra le manifestazioni più importanti del settore, inaugurata dai premi Nobel in fisiologia ed economia Richard John Roberts e Eric Maskin e per la quale realizza un murales dedicato alla scienza.

Macro micro universe - Techfest Bombay
Macro micro universe – Techfest Bombay

Le storie di ieri - Novara di Sicilia
Le storie di ieri – Novara di Sicilia

 – Andrea, quanto è stato importante “crescere” in contesti cosmopoliti come Milano? Cosa ti hanno lasciato le esperienze in giro per il mondo?

Per quanto ultimamente il tema della migrazione dal sud al nord sia un tema particolarmente delicato e giusto sotto alcuni punti di vista, non posso fare a meno che consigliare a chiunque una esperienza di vita in città cosmopolite. Personalmente a me è servita a completare un processo di crescita e formazione personale iniziato qualche anno prima. Credo sia stato fondamentale per me e nonostante mi sia trasferito a Milano per laurearmi in qualcosa che non ha nulla a che vedere con la mia professione se tornassi indietro lo rifarei sempre. Alla fine non tutte le scelte sono formative solo se coerenti con il percorso futuro e anche se può sembrare strano, alcune opere che ho realizzato fino ad ora non sarebbero state concepite senza una formazione di natura scientifica. Per quanto riguarda le esperienze è difficile rispondere, io le vedo come rotture degli schemi mentali abituali dal quale nascono nuove diramazioni.

 – Dal locale al globale e ritorno. Nel 2019 assumi la direzione artistica del festival <Nto menzu a a na strada> che, ancora una volta, trasforma Borgo Cannistrà in esempio virtuoso di territorio che rinasce e si reinventa. Com’è andata con la gente del posto? Che tipo di feed back ricevi di solito nei luoghi in cui lavori?

People have the power. Nto menzu a na strada 2019. Borgo Cannistrà
People have the power. Nto menzu a na strada 2019. Borgo Cannistrà

Di Cannistrà ho solo ricordi e parole positive. La gente del posto che vuole far rinascere il borgo come Tonino, Enzo o la signora Maria ( ne cito solo alcuni ma sono fantastici tutti i componenti dell’associazione culturale Cannistrà) è di un’ospitalità e cordialità disarmante. Tutti gli artisti che hanno partecipato alla prima edizione di “Nto menzu a na strada” hanno conservato un ricordo bellissimo e spesso si parla di voler tornare anche solo per una visita. I feed back sono variopinti ma solitamente lavorando spesso in piccoli borghi vergini, all’inizio c’è della curiosità mista a scetticismo e alla fine stupore e soddisfazione fortunatamente.

 – La tua arte racconta la Sicilia. Tradizioni e folklore. Penso a <U paorgiu>, la tipica trottola e a “Il lancio del Maiorchino”, il formaggio prodotto a Novara di Sicilia, le cui forme vengono fatte rotolare giù per i vicoli del borgo. Come scegli i soggetti?

Il lancio del Maiorchino - Novara di Sicilia
Il lancio del Maiorchino – Novara di Sicilia

Per la scelta dei soggetti non ho una regola fissa, alcune volte mi ispiro alla cultura del luogo e quindi a tradizioni o avvenimenti in particolare, altre volte preferisco fare di testa mia e sviluppare tematiche che in quel particolare periodo stuzzicano la mia fantasia. Diciamo che ogni “lavoro” è a sé, quindi potrebbe accadere di tutto, chiaramente non andrei mai a realizzare qualcosa che stona completamente con il contesto o che non abbia una certa armonia con l’ambiente circostante.

 – La street art diventa macchina del tempo. A Tripi collabori con la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina per il recupero e racconto dell’antica Abakainon.  Che cos’è Abakainon Andrea? Come la fai rinascere dal passato? Può la street art far rivivere la storia dei luoghi?

La fucina di Efesto - il Conio di Abakainon, Tripi
La fucina di Efesto – il Conio di Abakainon, Tripi

Abakainon è la necropoli, o meglio i resti della necropoli, che è possibile visitare a Tripi. Una città che in età ellenistica aveva grande importanza in quanto sede di conio insieme alla già famosa Zancle. Intorno ad Abakainon, con l’amministrazione comunale di Tripi, la sovrintendenza e il Politecnico di Bari è nato un progetto di street art che racconta miti e realtà di quella antica e affascinante cultura. Un progetto virtuoso che mi ha tanto stimolato e divertito e che si appresta a continuare con la realizzazione di un’altra opera. La faccio rinascere grazie alla rielaborazione in chiave personale e con una tecnica moderna. Così come i geroglifici, le pitture rupestri o le iscrizioni maya ci hanno raccontato popoli passati, la street art può far rivivere la storia dei luoghi.

Il Regno di Ade - Tripi, Messina
Il Regno di Ade – Tripi, Messina

Toro Androprosopo - Il Conio di Abakainon, Tripi
Toro Androprosopo – Il Conio di Abakainon, Tripi

– La street art è specchio del tempo che viviamo, precario e funambolo. Tvboy mette la mascherina agli innamorati del Bacio di Hayez, alla Gioconda e persino a Gesù e agli Apostoli dell’Ultima Cena; George Floyd e murales che raccontano il movimento Black lives matter sono ovunque in America; Giovanna Botteri diventa superman grazie a LeDiesis. Cronaca, denuncia, messaggio rientrano nel tuo codice espressivo?

Sì, rientrano nel mio codice espressivo ma in maniera molto diversa rispetto all’arte concettuale che caratterizza il nostro secolo. Gli esempi che hai sopracitato hanno la caratteristica di essere immediati e adatti allo sguardo fuggevole. Io per natura non riesco a immaginare il messaggio con questa tecnica, sono più ermetico e di conseguenza necessita di un’analisi più approfondita e spesso non è neanche sufficiente. É anche il motivo per il quale non voglio che le persone cerchino di capire il pensiero che mi ha portato a quell’opera bensì mi interessa di più il pensiero personale che sviluppano attraverso l’osservazione.

Un proiettile non basta per uccidere un'idea. In memoria di Giuseppe Lo Giudice
Un proiettile non basta per uccidere un’idea. In memoria di Giuseppe Lo Giudice. San Michele di Ganzaria

 – “Leggerezza”. L’arte che cura. Realizzi con Nicolò Amato, in arte NessuNettuno, <Leggerezza> per l’ambulatorio di oncologia dell’ospedale Papardo a Messina. Di quanta bellezza abbiamo bisogno Andrea? Può l’arte consolare, curare?

Purtroppo abbiamo un grande vuoto generazionale non abituato alla bellezza per cause che non stiamo qui a discutere altrimenti ci perderemmo, perciò abbiamo bisogno di tanta bellezza. Niente di irrimediabile comunque. L’arte ha da sempre curato l’anima di chi la osserva e di chi la produce, dunque assolutamente sì. A seguito del murale al Papardo ho avuto riscontri gratificanti di persone, disgraziatamente, in cura lì. Questo non può che rendere me e Nessunettuno molto orgogliosi e felici.

 – Con quale artista vorresti lavorare?

Momentaneamente mi piacerebbe molto lavorare con Bosoletti, Belin, Smug e Sebas Velasco.

 – A cosa stai lavorando?

Sto lavorando ad un festival di street art che dovrebbe svolgersi entro l’estate prossima se tutto va bene, ad alcuni progetti che spero di farvi vedere presto nel nostro hinterland tra cui una chiesa (penso la prima in provincia e forse in tutta la regione), a progetti sperimentali che potrebbero incrementare la mia impronta stilistica e infine c’è in ballo la partecipazione ad un festival internazionale che spero tanto andrà in porto ambasciata italiana permettendo.

Non voglio vivere in una storia mai raccontata - Sant'Agata del Bianco
Non voglio vivere in una storia mai raccontata – Sant’Agata del Bianco

A chi vedo vedo -Sant'Agata del Bianco
A chi vedo vedo -Sant’Agata del Bianco

Tutte le foto di questo articolo sono state gentilmente concesse dall’artista Andrea Sposari che ringrazio per la spontaneità ed estrema semplicità con le quali ha aderito a questa intervista. Alla prossima Andrea, grazie.

Caravaggio in Sicilia. Tra luce e follia

Caravaggio in Sicilia. Foto web

Maledetto e illuminato. Una leggenda che il tempo non scalfisce ma amplifica.

Caravaggio superstar. Basta farne cenno perché l’attenzione cresca e il suo pubblico si mobiliti.

E non c’è occasione in cui il privilegio di ammirare uno dei suoi lavori non stupisca e commuova.

Nei giorni in cui divampano le polemiche per il prestito ed il restauro de <Il Seppellimento di Santa Lucia> realizzato dal pittore a Siracusa negli ultimi anni di vita e <in prestito> negli ultimi mesi al Mart di Rovereto, ripercorriamo le tappe siciliane dell’artista e quello che oggi rimane del suo passaggio.

Lo facciamo muovendoci nello spazio, nel tempo e nel racconto. Quello del maestro Camilleri che nel 2007 gli dedicò <Il colore del sole>, di uno studioso come Alvise Spadaro, di guide e storici dell’arte appassionati che oggi tutelano e raccontano l’arte e i luoghi di Michelangelo Merisi in Sicilia.

La stagione siciliana ha inizio a Siracusa. O forse no. Sulle tracce del mito
Seppellimento di Santa Lucia. Foto web
Seppellimento di Santa Lucia. Foto web

Appena un anno. Caravaggio approdò a Siracusa sul finire del 1608 e al termine dell’estate del 1609 era già per la seconda volta in Campania. Scappava da Malta dove poco prima era giunto per fuggire da Napoli e prima ancora da Roma. Una vita segnata da risse, gioco d’azzardo, donne e persino un omicidio, quello di Ranuccio Tommasoni nel 1606 a Roma che gli valse la condanna alla decapitazione.

-Raggiungete Caravaggio nella splendida Piazza Duomo in Ortigia, incontratelo nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, regalatevi del tempo per godere ogni dettaglio del Seppellimento di Santa Lucia che l’artista realizzò a Siracusa-

È questo che vi incoraggerei a fare.

Siracusa. Piazza Duomo e sullo sfondo, Santa Lucia alla Badia
Siracusa. Piazza Duomo e sullo sfondo, Santa Lucia alla Badia

In realtà al momento della realizzazione di questo articolo l’opera del Caravaggio é al Mart, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e pare che se ne debba attendere il restauro prima di vederla tornare al suo posto. Giungerà forse a Siracusa il 13 dicembre, in occasione dei festeggiamenti  in onore di Santa Lucia, la Santa Patrona, per poi tornare al nord.

In attesa di rivederla lì dove Caravaggio l’ha concepita, regaliamoci un altro viaggio. Un viaggio nel romanzo di Andrea Camilleri <Il Colore del Sole> di cui è protagonista e narratore.

È a Siracusa che inizia anche la storia del maestro Camilleri: un biglietto misterioso, una sorta di sequestro lampo, l’incredibile scoperta di un diario che Caravaggio avrebbe scritto negli ultimi anni e che avrebbe affidato all’amico fidato Minniti prima di morire.

Le parole servono anche a questo: a ricreare, come per incanto, l’euforia della scoperta, il piacere dell’immagine che prende forma, la consapevolezza di assistere a ciò che in quel momento è vero, tangibile, possibile. È come se foste lì e aveste tra le mani le pagine del diario dell’artista “dall’odore della carta e dell’inchiostro secolari”.

Valle dei Templi. Agrigento
E se invece la prima tappa fosse stata Agrigento?

Ecco che allora non è Siracusa la prima meta del Caravaggio ma Agrigento, dove  si ferma a contemplare incantato il Tempio della Concordia. Non era forse Caravaggio innamorato dell’arte classica in Sicilia tanto da aver coniato l’espressione <orecchio di Dionigi> per indicare la Grotta delle Latomie? E l’ambientazione del Seppellimento di Santa Lucia non sembra proprio quello delle latomie?

Michelangelo Merisi avrebbe poi fatto sosta a Licata dove avrebbe conosciuto  Mario Tornasi, il capostipite della famiglia dell’autore del Gattopardo, e avrebbe realizzato il <San Girolamo nella fossa dei leoni> opera attualmente conservata nella chiesa della Confraternita di San Gerolamo della Misericordia e attribuita alla scuola del Caravaggio.

E persino a Caltagirone dove Alvise Spadaro, nel suo <Caravaggio in Sicilia. Il percorso smarrito> racconta di quando bambino ascoltava la storia del pittore geniale che rimase incantato davanti una Madonna cinquecentesca calatina e disse: “Chi la vuole più bella vada in Cielo“.

Ancora una tappa. Caravaggio si rifugia a Messina

Sono mesi di furore e paura. Paura di essere scoperto e raggiunto dalla condanna a morte emessa a Roma e da quella ancor più pericolosa decretata dall’Ordine dei Cavalieri di Malta dopo la rocambolesca fuga dal Forte di Sant’Angelo.

Caravaggio arriva a Messina e realizza due opere grandiose, <la Resurrezione di Lazzaro> commissionata dal ricco mercante genovese Giovanni Battista de Lazzari e <L’Adorazione dei pastori>, voluta dal Senato cittadino.

Sono entrambe custodite al Mume, il Museo Regionale di Messina insieme agli Antonello da Messina e i Montorsoli e accanto collezioni archeologiche (il rostro romano recuperato nelle acque del Tirreno), numismatiche, di arti decorative e arredi sacri. Un museo appassionante e appassionato che vi consiglio di visitare nel nucleo originario e nella parte tutta nuova e da qualche anno inaugurata.

Si potrebbe passare delle ore ad osservare i due dipinti del Caravaggio nella sala a lui dedicata o ad ascoltare i racconti legati a questi capolavori durante le visite organizzate dal museo interdisciplinare.

Ci soffermiamo sul primo, <La Resurrezione di Lazzaro>, che Francesco Susinno, biografo settecentesco, raccontò sia stato gravemente danneggiato dallo stesso Caravaggio, furioso per le critiche rivoltegli, e realizzato una seconda volta di fretta e furia.

Altra ipotesi, assai più coinvolgente e legata agli studi della storica dell’arte e funzionario del Museo di Messina Donatella Spagnolo, collegherebbe quel Lazzaro a un altro luogo e a un’altra storia, quella di San Placido, giunto a Messina nel VI secolo dopo Cristo su ordine di San Benedetto per fondare il primo monastero dell’ordine.

San Placido morì martire sotto i turchi insieme ai fratelli Eutichio, Vittorio e Flavia e le loro spoglie furono ritrovate nel 1588, durante i lavori di ristrutturazione della chiesa di San Giovanni di Malta. Un evento di grande rilievo e clamore che, con ogni probabilità, arrivò alle orecchie di Caravaggio giunto a Messina pochi anni dopo.

Le ossa ai piedi di Lazzaro potrebbero alludere al ritrovamento dei resti del martire e dei suoi fratelli e Lazzaro stesso al ragazzo che in quegli stessi anni le cronache raccontano essere stato miracolosamente guarito da una malattia polmonare.

Non è forse benedetta l’acqua che ancora oggi sgorga nel giardino della chiesa di San Giovanni di Malta? La tradizione vuole che l’acqua zampilli proprio lì dove le spoglie di San Placido vennero trovate e che, nei secoli, abbia curato e aiutato. Proprio lì dove, ancor oggi, cresce un ulivo secolare che discende da quello del supplizio, accanto cui San Placido morì.

C’è poi un altro tassello che collega Caravaggio alla chiesa di San Giovanni di Malta a Messina: l’ospitalità e accoglienza fornite dal Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, legato ai Medici e al cardinale Del Monte, antico protettore dell’artista. Da questo incontro sarebbe nato il celebre ritratto del Martelli oggi conservato a Firenze presso Palazzo Pitti.

Della struttura cinquecentesca della chiesa di San Giovanni di Malta, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane una piccola porzione. Grande parte della struttura fece posto nei secoli a quello che oggi è il palazzo che ospita Questura e Prefettura.

Resta comunque oggi un luogo dalla grande bellezza che custodisce il tesoro di San Placido e quello, molto più prezioso, legato alla storia e alle tradizioni della città, nonché, nell’immaginario collettivo, la chiesa rifugio del Caravaggio. E’ l’associazione Aura a curarne, con passione e professionalità, le visite e la promozione sul territorio.

Palermo. Una leggenda senza fine

Di un’altra Natività si parla a Palermo, quella con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi che Caravaggio avrebbe realizzato in un periodo di relativa pace prima di un nuovo viaggio verso Napoli nel 1609.

Custodita per secoli nell’Oratorio di San Lorenzo nei vicoli del centro storico, incorniciata dai celeberrimi angeli del Serpotta, venne trafugata da mano ignota nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969.

Inchieste, racconti e persino produzioni televisive e cinematografiche hanno, negli anni, provato a ricostruire il furto ma, ad oggi, nessuno sa realmente che fine abbia fatto la Natività del Caravaggio.

La si racconta seppellita nelle campagne palermitane insieme a denaro e droga per mano di narcotrafficanti, distrutta da maiali e topi, al centro di trattative con lo Stato da parte della mafia siciliana, passata da collezionista a mediatore e persino rivenduta in quattro parti ad acquirenti differenti.

Ne parla Sciascia in <Una storia semplice>, i registi Roberto Andò in <Una storia senza nome> , uscito nelle sale nel 2018 con Alessandro Gassmann e Micaela Ramazzotti, e Massimo D’Anolfi in un documentario girato tanti anni fa e ritornato alla ribalta da poco tempo.

Perché tanto clamore per questo documentario? Perché registra la testimonianza di Monsignor Rocco Benedetto, all’epoca del furto parroco dell’Oratorio di San Lorenzo, protagonista di una trattativa con la mafia per il recupero dell’inestimabile tela.

Al parroco arrivò una foto del quadro rubato e venne chiesta la pubblicazione di un annuncio sul Giornale di Sicilia come segnale. Pubblicazione che ci fu e che portò, si racconta, alla consegna di un frammento del dipinto. La trattativa però si fermò lì , il parroco, morto nel 2003, indagato e poi scagionato, la Natività, ancora una volta, persa per sempre.

A sostituirla, da qualche anno, una copia patrocinata da SkyArte e realizzata grazie a sofisticati scanner, collocata proprio lì dove una volta era collocato l’originale dipinto da Caravaggio.

Secondo gli studi di Alvise Spadaro, una copia realizzata dal pittore siciliano Paolo Geraci solo pochi anni dopo l’esecuzione dell’originale, è stata ritrovata nelle stanze della Prefettura a Catania.

Un’altra copia, stavolta contemporanea e molto pop, la trovate invece sui muri del piccolo borgo sui Nebrodi San Salvatore di Fitalia realizzata dallo street artist Andrea Ravo Mattoni insieme ad altre opere del pittore geniale e maledetto.

Sicilia, Duomo di Messina. Il campanile che racconta la città

Il Duomo di Messina e il suo campanile

Il Duomo di Messina e il suo campanile
Il complesso meccanismo non batte solo il tempo ma racconta Messina

Si avvicina ai novanta e nonostante l’età è perfettamente funzionante. Sarebbe il caso di dire che <non perde un colpo>.

Di cosa parliamo? Del più grande e complesso orologio meccanico e astronomico al mondo custodito all’interno del campanile del Duomo di Messina.

Siamo in Sicilia, nella città affacciata sull’omonimo Stretto, spettacolo grandioso e ben visibile dal belvedere in cima al campanile. Fu commissionato dall’arcivescovo Angelo Paino e realizzato dalla ditta Ungerer di Strasburgo nel 1933 e da allora è simbolo dell’intera cittadina.

Lo Stretto di Messina dal belvedere del campanile
Lo Stretto di Messina dal belvedere del campanile

Storia e tradizione dietro le figure del campanile

Sono cinquantaquattro gli automi che animano il grande orologio e non sono stati scelti a caso. Ciascun elemento bronzeo è stato selezionato da Théodore Ungerer affinchè il complicato meccanismo non battesse semplicemente il tempo ma <raccontasse> attraverso i suoi ingranaggi la storia, il credo e persino la tradizione messinese.

Il Duomo di Messina e il suo campanile
Un angelo consegnò la lettera in cui la Madonna promise di proteggere la città per sempre…

Doveva stupire e allo stesso tempo essere icona per i messinesi in cui identificarsi, parte integrante del più grande complesso del Duomo, già in piedi in epoca normanna e via via nei secoli rimaneggiato, piegato da guerre, incendi e terremoti e ogni volta ricostruito.

Ungerer volle che l’orologio testimoniasse alcuni degli episodi più indicativi dell’indole della città e partì da animali simbolo quali il leone e il gallo. Il primo enorme, incoronato, alto 4 metri e posto alla sommità della torre, doveva raccontarne la forza, l’animo indomito, la resistenza e resilienza; il secondo, 2 metri e 20, il risveglio e l’insurrezione.

Siamo nell’agosto del 1282 durante la Guerra dei Vespri Siciliani e Messina è sotto assedio angioino. Resiste e vince e tradizione vuole che ci riesca grazie a due donne coraggiose, Dina e Clarenza. Potete osservarle ai due lati del gallo. Battono le ore e i quarti e in quel lontano agosto diedero l’allarme salvando l’intera città.

Il Duomo di Messina e il suo campanile
Il leone. Alle 12.00 in punto è il primo automa a farsi sentire in piazza!

Pochi anni dopo, nel 1294, un altro evento miracoloso ed eccezionale ebbe luogo a Messina. La Madonna apparve in sogno a fra’ Nicola e gli chiese di costruire una chiesa in suo onore. Sarebbe stata una colomba ad indicargli il luogo esatto e il perimetro da edificare. Così fu e ancora oggi la chiesa si erge sulla rocca all’interno del campanile anticipata dal volo di una colomba. Quella vera, la Chiesa di Montalto, è poco distante dal suo automa in scala e ben visibile dal Duomo sul colle della Caperrina.

La Chiesa di Montalto a Messina
La Chiesa di Montalto, quella vera, ben visibile da piazza Duomo. Una colomba indicò l’esatto punto e il perimetro in cui sarebbe stata costruita

Appena sotto al gallo affiancato da Dina e Clarenza, la fede torna a raccontare Messina e lo fa con la patrona, la Madonna della Lettera, al cui cospetto sfilano San Paolo che a Messina diffuse il Cristianesimo e gli ambasciatori giunti a Gerusalemme da Messina per onorarla e a cui la Vergine donò una lettera. In quella lettera si prometteva eterna protezione alla città e vi era scritto <Vos et ipsam civitatem benedicimus>, le stesse parole che ancora oggi, dal basamento della Madonnina del Porto, accolgono chi arriva dal mare.

Poco sopra le scene bibliche che variano in base al calendario liturgico: l’adorazione dei Re Magi dall’Epifania a Pasqua; la resurrezione di Gesù da Pasqua a Pentecoste; la discesa dello Spirito Santo da Pentecoste a Natale.

Il Calendario Perpetuo
Il Calendario Perpetuo, un grande disco di circa m. 3,50 di diametro che segna i giorni, i mesi, gli anni e le feste mobili. Un angelo in marmo indica con una freccia il giorno esatto.

Appena dodici minuti di bellezza al giorno

Il Duomo di Messina e il suo campanile
Appuntamento alle 12.00 a Piazza Duomo. Puntuali!

Le creature del Campanile del Duomo di Messina sono vive. I messinesi lo sanno e non c’è bimbo, me compresa, che non sia rimasto a bocca aperta allo scoccare del fatidico orario. Il complesso meccanismo ideato nel 1933 è in perenne movimento ma ogni giorno, a mezzogiorno, va in scena con uno spettacolo sempre uguale eppure unico ogni volta.

Alle 12.00 in punto un sistema di leve e contrappesi mette in moto gli automi che cominciano a muoversi e a farsi sentire secondo un ordine ben preciso. É il leone a dar il via ruggendo e sventolando la bandiera messinese. Lo segue il gallo e il suo chicchirichì.

Inizia poi a sentirsi, lieve ma chiara tutt’attorno la Cattedrale, l’Ave Maria di Schubert ed è dolcissima. Accompagna l’apparire della Chiesa di Montalto, lo scorrere della scena biblica prevista a secondo del periodo, la consegna della lettera che sancì nel 42 d.C. l’amore della Madonna per Messina.

La Storia di Messina, la Storia dell’uomo, la Storia del mondo

Un insieme più grande quello in cui Ungerer inserisce Messina e la sua storia. Non solo i messinesi ma l’uomo e l’intero cosmo in cui vive e di cui è piccola parte.

Il Duomo di Messina e il suo tesoro
Il Duomo di Messina e il suo tesoro. La Manta della Madonna

Il Carosello delle Età racconta l’uomo e le fasi della vita  Quattro statue a grandezza naturale, un bambino, un giovane, un guerriero, un vecchio che le attraversano e si portano al centro della scena ogni quarto d’ora sorvegliate dalla morte, uno scheletro, instancabile e onnipresente.

Il Carosello dei Giorni torna a scandire i giorni, ciascuno rappresentato da una divinità pagana, portata in trionfo da un carro, trainato da un animale diverso che cambia alla mezzanotte: domenica è di Apollo; lunedì di Diana, martedì di Marte; mercoledì appare Mercurio trainato da una pantera; giovedì Giove con una chimera; venerdì è la volta di Venere; sabato di Saturno.

Il Duomo di Messina e il suo campanile
Salite sino in cima e stupitevi!

Date un’occhiata anche alla facciata laterale: splendido alla base il Calendario Perpetuo, un grande disco di circa m. 3,50 di diametro che segna  i giorni, i mesi, gli anni e le feste mobili. Un angelo in marmo indica con una freccia il giorno esatto.

Poco più su il Planetario e il sistema solare, il sole al centro e attorno i nove pianeti con un tempo di rivoluzione perfettamente sincronico a quello reale e un’approssimazione fino al centesimo di secondo.

Guardate un po’ più su: noterete un globo per metà dorato e per metà nero. É la luna,  che mostra le due facce in perfetto sincrono con le fasi lunari. La luna ruota intorno al proprio asse e compie un giro completo in 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi. Infine, nella parte più alta del campanile, i quadranti delle ore, uno per lato. Ciascun lato, una prospettiva diversa su Messina. Dopo aver risalito l’intero campanile curiosando tra gli automi e i meccanismi dell’orologio, aprite la piccola porta in legno che immette sul belvedere e stupitevi!

Il Duomo di Messina e il suo campanile
La magnificenza del Duomo. Sulla sinistra un dettaglio del campanile, la luna e il planetario

Insieme a quello per il campanile acquistate anche il biglietto per visitare il Tesoro del Duomo. Sarà un’ulteriore occasione per scoprire la Cattedrale e i tesori che custodisce.

Uno in particolare non è, ahimè, visitabile. La Cripta del Duomo, nascosta nelle viscere della Cattedrale, è pura meraviglia, una chiesa sotterranea che ha sfidato i secoli ed è sopravvissuta a terremoti e guerre. Oggi in lizza per diventare <luogo del cuore FAI> in attesa che, grazie all’appoggio di tutti, possa trasformarsi in luogo del cuore di tutti i messinesi.

Lanzarote, Teguise. Una principessa le ha dato il nome

Teguise

Porta il nome di una principessa majo, Teguise, proprio quella che, figlia del re locale Guadarfia, andò in sposa a Maciot, il nipote del capitano normanno Jean de Béthencourt, che nel 1402 sbarcò sulla costa nord in nome e per conto di Enrico III di Castiglia.

Il suo matrimonio sancì di fatto la conquista spagnola di Lanzarote, la prima delle Canarie a diventare dominio di Spagna.

La Real Villa de San Miguel Arcangel de Teguise, prima città coloniale e capoluogo di Lanzarote sino al 1852, nata per volere di Maciot sulle rovine di un insediamento majo, conserva intatto il fascino di quell’epoca  e offre l’occasione  per scoprire la dimensione più segreta e affascinante dell’isola, quella storica. 

Un Diablete come guida tra stretti vicoli e bianchi palazzi nobiliari

Teguise la scopriamo seguendo un tintinnio particolare, quello del <garabato>, il bastone dei  <diabletes>, figure tradizionali oggi per lo più legate al Carnevale, maschere dal volto di bue con corna di capra che inseguono chiunque osi condividere la loro strada, turisti compresi.

Se siete fortunati ne incontrerete in carne e <corna>, se non lo siete raggiungete piazza San Francisco, davanti il convento francescano de la Madre de Dios de Miraflores: ci troverete il diablete dello scultore Rigoberto Camacho che risale a pochi anni fa ma ha radici antichissime.

Teguise. I vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno
Teguise. I vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno

Il <diablete> è infatti simbolo dell’incontro tra i nativi Majos, i conquistadores spagnoli e primi schiavi neri e la loro danza il risultato tra riti aborigeni e celebrazioni in onore del Corpus Christi.

Immaginiamo di seguirne i passi lungo i vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno abitati nei secoli dalle famiglie più influenti, come gli Herrera o i Feo Peraza.

Ci chiedono di seguirli nel Callejon de la Sangre, il <vicolo del sangue>, bagnato del sangue di quanti furono uccisi durante una delle incursioni dei pirati saraceni nel Cinquecento. Di quella e di altre pagine di storia di Teguise ce ne parla Leonardo Torriani, ingegnere e geografo italiano che nel Cinquecento raccolse e tramandò le tradizioni dei Guanches, i primi abitanti delle isole Canarie.

La vedete Plaza de la Costitución con l’antico granaio La Cilla e Palacio de Spínola costruito tra il 1730 e il 1780? Al centro della piazza i due leoni in pietra fanno la guardia alla splendida Chiesa de Nuestra Señora de Guadalupe, dedicata alla Madonna di Guadalupe, venerata in Spagna e nel Sud America.

All’interno del Palacio de Spínola, con i suoi cortili, la cappella privata e la cucina originale, c’è il Museo del Timple, lo strumento musicale a corda arrivato a Lanzarote con gli schiavi africani. Ci vollero 50 anni per costruirlo e ci si riuscì nonostante le eruzioni che dal 1730 e per sei anni sconvolsero l’isola. Ci visse la potente famiglia dei Feo Peraza a cui nel 1895 subentrarono i Spínola.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non è distante Palacio Ico, costruito intorno al 1690 e residenza nel diciottesimo secolo di Don Agustín de Cabrera y Behencourt Dumpiérrez e della moglie Doña Magdalena e Cabrera y de Cabrera. Quartier generale della Guardia Civile di Teguise, oggi boutique hotel e custode di quello che fu un buen ritiro dell’artista Heidi Bucher Muller, le cui opere sono esposte al Centro Pompidou, al MoMA, al Metropolitan.

Risale al diciottesimo secolo Casa Jiménez, oggi centro culturale; bisogna invece spostarsi nel Novecento per vedere la nascita degli eucalipti che rendono unica la Calle de los Arboles. Piantati nel 1928 da Don Ramirez Gonzales fanno da sfondo a eventi e manifestazioni.

Infine la Gran Mareta, la cisterna utilizzata per raccogliere l’acqua piovana fino a quando, negli anni Settanta, non furono introdotti sull’isola impianti di dissalazione. La cisterna fu riempita di terra e ricoperta di cemento. Oggi ne ha preso il posto l’ampia piazza che brulica di venditori e viaggiatori ogni domenica in occasione del mercato settimanale.

Di cisterna in cisterna. <Aljibes> trasformate in camere di charme. Il b&b La Mimosa a Teguise

Una tipica struttura canaria trasformata in un b&b di charme circondato dal paesaggio rurale dell’isola e a pochi passi dal centro pedonale di Teguise. Poche camere che si affacciano su un ampio patio, un’area comune dove fare colazione e merenda e un giardino di piante grasse. É il b&b La Mimosa.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Toni morbidi ed eleganti anche per El Aljibe, una suite indipendente con accesso privato e terrazza ricavata all’interno di un’antica cisterna dove ho avuto il privilegio di soggiornare. Ispirata al modello arabo, luogo imprescindibile di ogni casa nella tradizionale architettura delle Canarie, l’antica cisterna di questa deliziosa casa rurale è oggi un nido luminoso e accogliente.

L’Aloe Vera. Il segreto di bellezza della regina di Saba

Sapevate che la leggendaria bellezza della Regina di Saba era attribuita all’alimentazione a base di datteri, all’uso della mirra e ai trattamenti a base di aloe?

Bene, per quest’ultimi, potete fare un salto al museo dedicato a questa pianta leggendaria nel centro storico di Teguise.

In realtà di musei dedicati all’aloe sull’isola ce ne sono diversi e sono tutti incentrati sulle proprietà benefiche della pianta che cresce abbondante a Lanzarote, l’Aloe Barbadensis o Aloe Vera, la varietà a quanto pare prodigiosa per l’idratazione e la cura della pelle. Detergente naturale, ha proprietà nutrienti e battericide, elimina le cellule morte stimolandone la rigenerazione. Tutto vero? Sembrerebbe di sì ma, ad ogni modo, con il succo estratto dalle carnose foglie, nel museo di Teguise troverete ogni tipo di prodotto, dal dentifricio alle maschere per il viso, a cui è davvero difficile resistere. Trovate tutto nel negozio del museo alla fine di un percorso informativo piacevole ed esaustivo.

On the table a Teguise

Se è vero che la storia e le tradizioni di un luogo passano attraverso cucine e tavole imbandite provate a portare con voi un pezzetto di cultura gastronomica dell’isola con una sosta a La Chata – Sabores de Lanzarote, in Plaza de la Constitución. Ci trovate i vini delle principali cantine di Lanzarote, il sale delle saline locali, i formaggi di capra freschi, semi stagionati e stagionati, i vari tipi di gofio, la farina ricavata da mais o orzo tostato, lo sciroppo di palma, la marmellata di cactus…

Avete fatto scorta? Prenotate un tavolo per una cena romantica o per un pranzo all’aperto a La Cantina, il ristorante ricavato in un edificio storico che propone prodotti locali. Servizio giovane, attenzione ai particolari, stile semplice per piatti autentici. Provate le tablas, taglieri ricolmi di ogni specialità dell’isola, dalle piccole patate canarie, le papas arrugadas a quelle dolci, fichi e fichi d’india, le verdure fresche, le erbe aromatiche, i formaggi e il gofio, le salse mojo, rojo y verde…

Questo articolo è stato realizzato poco prima che la pandemia da Covid 19 cambiasse e in qualche modo fermasse il mondo. É pertanto possibile che le informazioni relative ad attività presenti sull’isola possano essere non complete ed esaustive. Nella speranza che il pianeta riprenda presto ad essere un luogo da scoprire e vivere.

Ron Miel, rum invecchiato e miele. Per lunghe e dolcissime serate a Lanzarote
Ron Miel, rum invecchiato e miele. Per lunghe e dolcissime serate a Lanzarote

Ragusa Ibla la nobile. Storia di ricci e baroni

Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifilietti

Esiste una Ibla segreta, protetta da palazzi di pietra pece e impalpabili tende ricamate.

La Storia, quella con la esse maiuscola, è passata da qui affacciandosi su saloni sfarzosi e giardini rigogliosi che ancora oggi profumano di zagara e gelsomino.

E ha spesso travolto e cambiato i destini dei protagonisti un tempo potenti e assoluti di quella Ibla oggi sconosciuta ai più.

Palazzo Arezzo Trifiletti Ragusa Ibla
Palazzo Arezzo Trifiletti a Ragusa Ibla – Le preziose maioliche del Salone delle Feste
Ingresso riservato ai soci (con quote rosa). Il Circolo di Conversazione
Circolo di Conversazione. Ragusa Ibla
Circolo di Conversazione. Ragusa Ibla – Soci esclusivi per una volta nella vita.

Lo leggi all’ingresso, nel vicolo laterale al palazzo: <Ingresso riservato ai soci>. E superandone la porta principale, ne comprendi l’esclusività, le regole e il rigido protocollo che solo in rare occasioni è stato modificato nel corso di quasi due secoli.

Siamo nel cuore di Ragusa barocca. Ragusa Ibla e il suo palcoscenico più grande, Piazza Duomo, col Duomo di San Giorgio che sembra aver navigato tra palazzi e vicoli ed essersi fermato lì, in alto, come il più grande e più elegante dei velieri.

Il Circolo di Conversazione e a seguire Palazzo Arezzo Donnafugata
Il Circolo di Conversazione e a seguire Palazzo Arezzo Donnafugata

Poco più in basso, ad un solo piano e di un azzurro cielo, c’è il Circolo di Conversazione o Caffè dei Cavalieri, prima tappa di questo nostro viaggio. Donne alate e sfingi ne impreziosiscono la facciata, due leoni antropomorfi stanno su, in cima, accanto il nome dell’edificio. Sembrano quasi sorridere e farsi beffe di chi passa e dire:<solo noi qui, tutti gli altri fuori>.

I <noi> in questione sono appena diciotto, diciotto fondatori appartenenti alle famiglie più in vista di Ibla che, nella prima metà dell’Ottocento scucirono la bellezza di 390 onze (pari a circa 350-400.000 euro) per realizzare questa meraviglia. Un luogo esclusivo e riservato a pochi eletti, dove giocare a carte, leggere, incontrarsi ed ovviamente conversare.

Sei ambienti, salotti e sale più o meno grandi che si susseguono uno dopo l’altro e fanno da cornice ad un giardino delizioso. E poi il fastoso Salone degli Specchi con le grandi cornici dorate, i divani di damasco, la seta rossa alle pareti, un lampadario in rame a forma di zucca coi suoi tralci. Sul soffitto Dante, Michelangelo, Galileo e Bellini affrescati dal ragusano Tino Del Campo.

Poco è cambiato dalla data di creazione del circolo. Si continua a giocare a carte, leggere, conversare. Ancora oggi  un terzo dei soci è diretto discendente in linea retta dei soci fondatori. Farne parte significa essere persona <di merito> ed adeguatamente presentata, supportata, votata. E solo a partire dal 1974 le donne vi hanno fatto ingresso, al tempo dei soci fondatori consentito in occasioni speciali e assai rare.

Gli Arezzo. Uomini potenti e visionari

Ma chi sono i protagonisti potenti e assoluti di cui si parlava al principio? Per scoprirlo restiamo all’interno del Circolo di Conversazione dove, in uno dei saloni, tra cronache del tempo e un volume di novelle del Verga, è custodito un documento con i nomi dei diciotto soci fondatori e la quota individuale versata per la costruzione dell’edificio. In elenco spiccano i nomi del Barone Francesco Arezzo di Donnafugata e del Barone Carmelo Arezzo di Trefiletti. Il casato degli Arezzo li accomuna – tra i più antichi dell’intera Sicilia –  molto altro ha diviso loro e gli eredi.

Fu proprio il figlio di Francesco Arezzo, Corrado Arezzo de Spuches, a salir velocemente agli onor di cronaca e a far parlare di sè. Donnafugata vi dice nulla? Il magnifico castello nella campagna ragusana circondato da un parco che profuma di lavanda al cui interno c’è persino un labirinto? Corrado Arezzo volle che Donnafugata diventasse luogo di svago e di villeggiatura per sé e i suoi amici che amava stupire con trompe l’oeil ed effetti speciali. Rivoluzionario, sostenitore della nuova Unità d’Italia, fu eletto senatore, sindaco di Ragusa e Regio Commissario d’Italia all’Esposizione di Dublino. Talmente influente da riuscire a far passare la ferrovia nei pressi del castello per rendere più agevole il viaggio ai suoi ospiti.

La gelosia di Palazzo Arezzo Donnafugata
La gelosia di Palazzo Arezzo Donnafugata. Per vedere senza esser visti…

Per raggiungere il Circolo di Conversazione di strada ne doveva far poca: Palazzo Arezzo Donnafugata, residenza ufficiale, è proprio l’imponente edificio neoclassico che vedete accanto il circolo. Inconfondibile grazie ad un dettaglio: una <gelosia>, un balcone verandato, che a Malta chiameremmo <gallarija>, che consentiva di vedere senza esser visti e che le malelingue sostenevano fosse stato voluto dalla consorte di Corrado, Concetta Arezzo di Trifiletti, gelosa e curiosa di conoscere cosa combinasse nel vicino circolo.

C’è poi un luogo segreto custodito per secoli all’interno di Palazzo Donnafugata: il teatro Donnafugata, un gioiello da cento posti i cui parterre e palchetti gli hanno valso nel 2006 il premio Eurispes “Le cento eccellenze italiane”. Tra i più piccoli teatri europei, è stato restaurato rispettandone la storia e l’architettura nel 1997 per volere dell’avvocato Scucces, proprietario dell’immobile. Oggi, grazie alla direzione artistica delle sorelle Vicky e Costanza Di Quattro è protagonista di un’intensa attività teatrale che lo ha fatto nuovamente conoscere al mondo e aprire al visitatore.

Teatro Donnafugata. Il gioiello di Palazzo Arezzo Donnafugata
Teatro Donnafugata. Il gioiello di Palazzo Arezzo Donnafugata
Palazzo Arezzo di Trifiletti. Ragusa così non l’avete vista mai

Pensate sia finita qui? Niente affatto. Di nomi, tra i soci fondatori del Circolo di Conversazione ne abbiamo fatti due. Il secondo è quello del Barone Carmelo Arezzo di Trefiletti che di onze ne donò appena cinque in meno del Donnafugata ma non fu di certo meno importante.

Anche Carmelo Arezzo di strada per raggiungere il circolo ne doveva far poca: il suo di palazzo è quello di fronte al circolo, anch’esso acquistato ed ultimato a metà dell’800 e oggi residenza dei suoi discendenti. L’androne di ingresso e la scala a forbice in austera pietra pece anticipano fasto e nobiltà. Un superbo Salone delle Feste reso unico da piastrelle di maioliche di scuola napoletana di fine Settecento, tendaggi e arredi d’epoca e una serie di salotti affacciati su uno spettacolo unico al mondo: il Duomo di San Giorgio, il Circolo di Conversazione, Palazzo Donnafugata…Ragusa Ibla la nobile.

Uno dirimpetto all’altro i due rami degli Arezzo si contrapponevano a colpi di onze, palazzi e non solo. Lo stile di vita e le idee politiche del Corrado de Spuches erano inaccettabili agli occhi dei più tradizionalisti, cattolici e reazionari Trifiletti. Ne fece le spese persino lo stemma della casata caratterizzato da quattro simpatici ricci. Se vi capita di notare che il più delle volte guardano nella stessa direzione ma che a volte si fronteggiano un motivo forse c’è…

Come visitare queste meraviglie

Del teatro abbiamo già detto. Oggi il teatro Donnafugata è un punto di riferimento nel panorama culturale di Ragusa.

L’omonimo castello appartiene al Comune di Ragusa ed ha orari e giornate di visita.

Palazzo Arezzo Trifiletti ha aperto le sue porte ai visitatori e accoglie eventi e manifestazioni. Chi spesso è guida e memoria non può che essere, da tradizione siciliana, il padrone di casa, discendente di Carmelo Arezzo e depositario della memoria della famiglia.

C’è poi una novità. Da qualche tempo infatti è possibile partecipare ad un consigliatissimo tour, Ibla 1860, che vi farà scoprire la Ragusa appena descritta e persino il Circolo di Conversazione: per una volta sarete <membri temporanei> di uno dei circoli più esclusivi di Sicilia.

Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifiletti
Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifiletti. Indimenticabile

Sicilia, Forte San Jachiddu. Terrazza vista Stretto

Forte San Jachiddu

Forte San Jachiddu
Forte San Jachiddu. Il fossato è oggi uno splendido giardino mediterraneo

Porta il nome di un eremita dedito al silenzio e alla preghiera ma ha un’origine che rievoca scenari di guerra e di devastazione.

Il Forte San Jachiddu è solo una delle circa venti costruzioni che si affacciano sullo Stretto di Messina, ideate per sorvegliare e colpire il nemico in uno dei luoghi strategici del Mediterraneo. Moderno Scilla e Cariddi che non avrebbe dato tregua all’avversario, è oggi luogo che parla una lingua diversa, un’oasi di infinita pace e bellezza.

I Forti Umbertini. Una pagina di storia meridionale

Li volle Milon, Ministro della Guerra sotto il regno di re Umberto I di Savoia sul finire del diciannovesimo secolo lungo le coste calabrese e siciliana, per lo più affacciati sullo Stretto con il compito di colpire le navi nemiche in transito con potenti obici e cannoni o più semplicemente di monitorare e dare l’allarme in caso di necessità. Un sistema di difesa unico al mondo che ancora oggi caratterizza il panorama in questo angolo d’Italia.

I Forti Umbertini e le altre aree di avvistamento
I Forti Umbertini e le altre aree di avvistamento

Tra quelli siciliani, Petrazza, Ogliastri, Schiaffino, Serra La Croce, Masotto, Dinnammare. Molti abbandonati, ahimè, alcuni scomparsi, altri trasformati o inglobati in strutture con una diversa destinazione.

Giganti di pietra, i Forti Umbertini, patrimonio storico, che in alcuni casi hanno cambiato abito e sono oggi fruibili e aperti al visitatore.

Lo Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina

Forte San Jachiddu o Parco Ecologico?

San Jachiddu, forse Gioacchino, protettore dell’ordine dei carmelitani con Sant’Anna e San Giuseppe, oggi qui tornerebbe volentieri.

Forte San Jachiddu
Forte San Jachiddu. Una terrazza vista Stretto al posto di obici e cannoni

La fortificazione militare è diventata una magnifica terrazza da cui godere lo spettacolo dello Stretto di Messina. Dalla città occorre poco per raggiungere il forte e assistere ad un panorama strabiliante che abbraccia la costa calabrese, lì dove i due piloni si fronteggiano e i due mari, il Tirreno e lo Ionio, si incontrano. Nitido il porto di Messina con la Madonna della Lettera che benedice il visitatore, voluta nel 1934 dall’arcivescovo Angelo Paino e posta sull’estrema punta della cosiddetta <falce>, lì dove si erge un altro forte, stavolta cinquecentesco, il forte San Salvatore. Da sinistra verso destra il panorama continua a sorprendere lasciando immaginare una Sicilia che scivola verso l’Africa. Lungo tutto lo Stretto un continuo viavai di traghetti, navi crociera, paciote e feluche nel periodo della pesca del pescespada.

Il porto di Messina e la stele della Madonna della Lettera
Il porto di Messina e la stele della Madonna della Lettera

La struttura, perfettamente conservata, presenta tre piani collegati da due rampe centrali, un ponte levatoio, ambienti diversi ricavati nella pietra che oggi accolgono laboratori, una biblioteca, una cappella dal fascino semplice e commovente.

La meraviglia di chi raggiunge l’ex postazione militare non si limita al perimetro del forte. Tutta l’area circostante è diventata <green>, con giardini, orti, percorsi nella natura. Il Forte ha infatti alle spalle i Peloritani, il polmone che taglia l’isola da est a ovest trasformandosi in Parco dei Nebrodi e Madonie.

I Peloritani alle spalle della città
I Peloritani alle spalle della città

Il Forte San Jachiddu è diventato Parco Ecologico, una realtà consolidata. Ma non è sempre andata così. 

Parco Ecologico San Jachiddu è opera d’amore

Oggi il Forte San Jachiddu è polo culturale e cornice per eventi, conferenze, raduni. Covid permettendo.

Ma sino a qualche tempo fa, lì dove migliaia di uccelli transitano nella stagione migratoria, c’era solo degrado e abbandono. Un luogo spesso utilizzato come discarica e punto di incontro per spacciatori e disperati.

Forte San Jachiddu ama la natura e l'ambiente
Forte San Jachiddu ama la natura e l’ambiente

Cosa è accaduto? Da circa vent’anni se ne occupa l’associazione di volontari <Amici del Fortino> e un uomo, Padre Mario Albano.

Poca burocrazia, tanto olio di gomito: la cura profusa a piene mani è evidente ovunque, l’amore, disinteressato e costante, fa la differenza. Il Parco Ecologico San Jachiddu è aperto quotidianamente e non ha un costo d’ingresso. Gratuito per chiunque abbia voglia di stupirsi e ritemprarsi.

Gli interventi continui consentono di mantenere i percorsi puliti e fruibili così come le aree comuni; sono stati introdotti caprette e asini e un progetto di onoterapia è in programma. Centinaia di alberi sono stati messi a dimora e crescono rigogliosi lì dove terribili incendi, spesso di natura dolosa, hanno distrutto e disboscato.

Forte San Jachiddu. Lungo il sentiero
Forte San Jachiddu. Lungo il sentiero

Alcune delle opere create nei laboratori del forte rendono unici i sentieri che si dipartono dal sito; la street art abbellisce ciò che resta di un rudere nella campagna; una poesia, poche parole, un pensiero accompagnano il visitatore lungo il cammino prescelto; una vecchia sedia ingentilita da una quercia regala una pausa davanti lo spettacolo dello Stretto di Messina. Non c’è pezzo di terra che non goda delle attenzioni di chi si prende cura del parco.

Forte San Jachiddu è bene comune, casa di tutti

Il Parco Ecologico è gratuito, lo abbiamo già detto e vive d’amore e di abnegazione. È un bene comune di cui chiunque può godere e che chiunque può aiutare a salvaguardare. Nel modo in cui sa e desidera. Scopritelo. E lasciatevene ammaliare.

Raccolta, elegante, commovente. La cappella del Forte San Jachiddu
Raccolta, elegante, commovente. La cappella del Forte San Jachiddu

Si ringraziano gli Amici del Fortino, che il caso (o forse no, esiste davvero il caso?) ha messo sulla mia strada svelandomi la storia del Forte San Jachiddu.

Forte San Jachiddu. Dove le pietre raccontano storia, vita, persone.
Forte San Jachiddu. Dove le pietre raccontano storia, vita, persone.

Borghi in Sicilia. Castelbuono. Non è un luogo comune

Castelbuono

Castelbuono non è un luogo comune
Castelbuono non è un luogo comune

La chiamano <castelbuonesità>  l’attaccamento a Castelbuono da parte di chi ci è nato. Patologia cronica ed altamente contagiosa, di <castelbuonesità> in realtà è affetto chiunque a Castelbuono ci vada.

Impossibile non innamorarsene.

Castelbuono, comune del Parco delle Madonie, offre siti storici e culturali di innegabile valore, vanta eccellenze locali e tradizioni antiche, regala una gastronomia indimenticabile.

Ma c’è qualcosa che rende speciale Castelbuono: la <castelbuonesità> sa tradursi in progettualità e in un nuovo storytelling del territorio.

Castello di Castelbuono. Non solo leggende ma fatti

Il Castello Ventimiglia a Castelbuono
Il Castello a Castelbuono è di tutti, è bene comune. Nel 1920, quando rischiò di andar perso, fu salvato dai castelbuonesi che fecero colletta e lo acquistarono…

Ampia prova di cittadinanza attiva a Castelbuono era stata già fornita cento anni fa, nel 1920, quando si fece colletta per acquistare l’antico castello. L’edificio simbolo dell’intero borgo era stato costruito dalla nobile stirpe dei Ventimiglia nel lontano 1316. Caduti in rovina i Ventimiglia, il sito non andò perso; divenne esempio concreto di identità e genius loci. Oggi è uno splendido museo, il Museo Civico di Castelbuono, che racchiude un tesoro inestimabile: la Cappella Palatina di Sant’Anna, resa unica dagli stucchi di Giacomo e Giuseppe Serpotta, le cui opere hanno impreziosito luoghi sacri a Palermo in particolare ( vi ricordate l’Oratorio di San Lorenzo e il Caravaggio trafugato?) e nella Sicilia tutta.

Le figure dei Serpotta, bianche, quasi candide, sembrano prendere vita dal fondo dorato: la drammaticità dei volti, la torsione dei corpi incantano e ammaliano. Insieme, fanno da cornice ad un ulteriore patrimonio, il Sacro Teschio di Sant’Anna, patrona amatissima. Leggenda vuole che sia stato murato insieme ad un cero acceso nella cattedrale di Apt dal vescovo Auspicio e che scavando dopo centinaia di anni lo si ritrovò con accanto il cero ancora acceso.

Oggi la reliquia è all’interno di un busto in argento che rappresenta la Santa commissionato da Isabella Moncada nel 1521 per grazia ricevuta. Quasi invisibile agli occhi del visitatore, solo una volta all’anno, dopo la Cerimonia della Consegna delle Chiavi che consente l’apertura del sacello in cui è custodito, il sacro busto viene mostrato e portato in processione.

Il Museo Civico. Dove l’arte si respira

Trasferito da Guglielmo Ventimiglia nel 1603 a Castelbuono, il Sacro Teschio di Sant’Anna sembra ancora <illuminare> Castelbuono indicando una nuova via per l’intero castello, oggi moderno polo museale.

Il Museo Civico al suo interno ospita tre sezioni distribuite su piani diversi affacciati sulla corte centrale e collegati da una scala quattrocentesca sul cui corrimano sono ancora evidenti i dati distintivi dei singoli pezzi.

C’è la sezione dedicata all’arte sacra con i gioielli dei Ventimiglia, ex voto e paramenti sacri (fermatevi ad ammirare il Paliotto tessuto con fili d’oro e raffinato corallo di Sciacca. Fu confezionato in onore di S.Anna dalla stessa Isabella Moncada affinché le facesse la grazia di un figlio); una sezione archeologica e una pinacoteca permanente di arte moderna e contemporanea.

Infine aree destinate a mostre e installazioni che si susseguono nel corso dell’anno e che rendono vitale questo luogo, occasione di riflessione e <casa> per artisti di tutto il mondo.

What’s on. Now in Castelbuono!

Due concerti internazionali che annualmente vengono organizzati qui (il Castelbuono Jazz Festival e l’Ypsigrock, dedicato al rock e tra i migliori <boutique festival> d’Europa), opere di street art tra i vicoli del borgo (cercate <Identità> di Riccardo Buonafede, narrazione dei luoghi a colpi di bomboletta spray e stencil), un giro podistico internazionale, concorsi di fotografia. Castelbuono non si ferma mai e guarda al futuro.

Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery
Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery

Se ci andate (certo che ci andate) fate una sosta da Putia Sicilian Creativity. <Putia> è un termine dialettale siciliano che indica la vecchia bottega di quartiere o di paese, quella dove si trovava un po’ di tutto, l’indispensabile e non solo. Da Putia Sicilian Creativity a Castelbuono c’è tutto quello che vi serve per capire cosa bolle in pentola nel panorama dell’artigianato siciliano: materiali e oggetti tipici declinati con un linguaggio contemporaneo. Sostenibilità, tradizione, innovazione, network sono alcune delle parole chiave per comprenderne la mission. Il punto vendita è affiancato dallo spazio Putia Art Gallery, laboratorio di idee, arte, cultura.

 La manna, una storia antica

Siete andati a vedere Identità di Riccardo Buonafede? Avete fatto caso agli elementi scelti per raccontare Castelbuono? C’è anche il Fraxinus Ornus, uno dei frassini da cui viene raccolta la manna miracolosa e non poteva che essere così d’altronde perché, tra le eccellenze che caratterizzano Castelbuono, la manna è forse tra le più antiche. Ricchezza di un tempo che fu, oggi prodotto di nicchia salvaguardato da frassinocoltori eroici e caparbi, promosso da un’amministrazione coraggiosa. Vi aspetto qui, su viaggimperfetti, per saperne di più.

La manna a Castelbuono, una storia antica
La manna a Castelbuono, una storia antica

A Castelbuono Cosima è una star, in servizio per l’ambiente

<Ha avuto modo di vedere Cosima in azione?>.

Sono in compagnia di Mario Cicero, Sindaco di Castelbuono e Cosima in realtà è un modo affettuoso di chiamare i quasi 70 esemplari di asino ragusano che da diversi anni aiutano attivamente con la raccolta differenziata porta a porta. Un’idea smart che promuove la sostenibilità ambientale e il recupero di antiche tradizioni. 

<E’ un progetto di cui andiamo orgogliosi. Un progetto di gestione integrata dei rifiuti che sostituisce il trasporto gommato su circa metà del centro abitato di Castelbuono>.

Gli asini riescono a raggiungere i vicoli più piccoli del borgo, non emettono gas nocivi, hanno costi inferiori di manutenzione. <E sono bellissimi, una razza, la Ragusana, pregiata e tutta siciliana che rischia di scomparire>. A condurre gli asini ogni mattina per le vie di Castelbuono operatori guida  che provengono da situazioni di particolare disagio sociale.

Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera
Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera

<Castelbuono ha tradizioni antichissime di cui siamo molto fieri. Quello che proviamo a fare è tutelare il patrimonio che ci è stato affidato attraverso linguaggi nuovi. Intercettiamo l’attenzione del nostro pubblico valorizzando il lavoro di squadra messo in atto dalle associazione che lavorano sul territorio. Ha avuto modo di sfogliare la nuova City Guide? In fondo facciamo una cosa molto semplice: raccontiamo la nostra terra promuovendo ciò che siamo e ci rende speciali>.

Buone pratiche, attenzione per l’ambiente, creatività.

<Di sfide ce ne sono sempre. E di progetti nuovi anche. Oggi più che mai. Andiamo avanti in questo periodo terribile nel pieno rispetto delle normative anti-Covid. L’estate appena trascorsa ha visto Castelbuono bella e vitale grazie ad iniziative adeguate al momento storico. Stessa bellezza, regole diverse>.

Dall'alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l'Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e oltre, quella Nuova. Alle spalle, le Madonie...
Dall’alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l’Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e subito dopo, quella Nuova. Oltre, le Madonie…

Di Cosi Chini e Testa di Turco

Guardatevi attorno: Castelbuono è green e non solo per le politiche ambientali adottate ma perché letteralmente circondata dal verde del Parco delle Madonie. Nei suoi boschi crescono un’incredibile varietà di funghi che abbondano in autunno e ricompaiono in primavera come i rari <basilischi>.

La ricotta, fresca e salata, il <tumazzo>, le caciotte e la <tuma persa> sono sulle tavole dei migliori ristoranti insieme a olio, miele e marmellate qui prodotti.

I Cosi Chini di Tumminello
I Cosi Chini di Tumminello

Non dimenticate di assaggiare i Cosi Chini, biscotti a forma di fiore ricoperti di glassa bianca e confettini di zucchero, i <diavolicchi>, ripieni di fichi o in alternativa rotondi, con zucchero a velo sopra e ripieno di zuccata.

A Castelbuono fanno poi un dolce leccornioso, la Testa di Turco, sottili strati di pasta fritta addolciti da crema di latte e profumati da cannella e limone che ricordano la cacciata degli Arabi e la vittoria dei Normanni.

I ristoranti provati e consigliati da Viaggimperfetti:

 – Hostaria Nangalarruni;

 – Ristorante Palazzaccio;

 – Ristorante La Lanterna.

Raccomandata la degustazione di prodotti dell’agriturismo Bergi, con due punti vendita in centro di cui uno anche spazio museo con gli arnesi tradizionali dell’agricoltura locale.

Venere Ciprea o Quattru Cannola?
Venere Ciprea o Quattru Cannola?

 Ma non finisce qui…

La gente del posto sostiene che se a Castelbuono non hai visto  il Castello e la Matrice Vecchia non hai visto niente. E ha ragione perché perdere la Chiesa di SS Maria Assunta, ossia la Matrice Vecchia sarebbe un vero peccato. Costruita intorno al 1362 per volere di Francesco II Ventimiglia custodisce il Polittico dell’Assunzione attribuito prima ad Antonello De Saliba, nipote di Antonello da Messina e successivamente a Pietro Ruzzolone. Innamoratevi degli affreschi  medievali e rinascimentali già visibili dalla facciata esterna, seguitene la storia sin dentro la Cripta: sarà meraviglia e stupore.

Ci sono poi la Matrice Nuova (non fermatevi, raggiungete l’altare. Ci saranno nuovi stucchi del Serpotta a sorprendervi!), il Museo Naturalistico Francesco Minà Palumbo col suo patrimonio di informazioni sulle Madonie custodito all’interno dell’ex Convento di San Francesco, l’organo del 1547, il più antico in Sicilia e il quinto in Europa, il Mausoleo dei Ventimiglia, bonariamente battezzato <cappello di S.Antonio>.

E poi la fontana Venere Ciprea lungo il corso principale, meglio nota come <Quattru Cannola> con Venere e Cupido e Andromeda inginocchiata in cima. Infine il museo dedicato al Risorgimento e la Torre dell’Orologio, con l’orologio meccanico del 1885 della ditta Isidoro Sommaruga che batte il tempo a Castelbuono su Piazza Margherita.

La Torre dell'Orologio batte il tempo su Piazza Margherita
La Torre dell’Orologio batte il tempo su Piazza Margherita

 Il panettone è solo l’inizio. Solo primi posti a Castelbuono

Che il panettone venisse prodotto in Sicilia era già strano, che diventasse uno dei migliori e tra i più premiati in tutta Italia ha dell’incredibile.

E’ successo a Castelbuono dove Fiasconaro è diventato brand di successo e sinonimo di qualità, tradizione (tra gli ingredienti la manna, gli agrumi, la frutta secca, il miele) e innovazione.

Una storia iniziata nel 1953 quando ancora il gelato si faceva con la neve, un viaggio tra creme, croccanti e torroni.

Altrettanto buono e da non perdere è il panettone di Sferruzza, altra eccellenza del territorio.  Una storia di coraggio che inizia con un periodo a cercare fortuna in America e finisce a Castelbuono dove gli Sferruzza la fortuna la trovano davvero tra cannoli, ciambelle, brighelle e cartocci alla ricotta.

Se siete invece amanti di gelati, sorbetti e granite l’indirizzo da segnare è Naselli, in piazza Margherita, giusto dirimpetto a Fiasconaro. Nessun colorante, conservante o aroma artificiale, solo zuccheri naturali siciliani, senza grassi idrogenati. Una ricerca continua e la capacità di rinnovarsi sempre. Avete mai sentito parlare del Grano Nero delle Madonie? Il limone e l’arancia qui sono quelli di Finale di Pollina, il mandarino è di Lascari. E le amarene, le fragole, i fichi, i gelsi e l’uva? Mica solo pistacchi di Bronte! Provate il gelato al Tiramisù, vero banco di prova per comprendere genuinità e ricerca a casa Naselli e chiedete dei prodotti 100 % Sicilia, una selezione di prodotti made in Sicily al 100% a partire dal miele d’ape nera e dalla manna al posto dello zucchero.

Infine il biscotto, quello che ci fa felici, perché sa di inzuppo, di colazioni e merende allegre. A Castelbuono forni e biscottifici sono un’istituzione, quello provato e consigliato è Tumminello.

Qui i biscotti sono tradizione, ricerca, rispetto delle materie prime. Provate ad entrare nel forno con i suoi quasi 50 anni di storia e provate i biscotti Tumminello. Se riuscite a resistere e a non mangiarli tutti, potete metterli in valigia!

 Castelbuono. Ancora bellezza

Esiste un mondo incantato che circonda Castelbuono. E’ quello degli agrifogli giganti di Piano Pomo, delle roverelle e degli aceri centenari. Conoscerli e raccontarli sarà un privilegio. Ma questa è un’altra storia…

Articolo realizzato in collaborazione con il Comune di Castelbuono che ci ha accolto e guidato. Un grazie speciale a Rossella, <bussola> del nostro girovagare a Castelbuono, miniera colta e inesauribile di informazioni, esempio di castelbuonese affetto da castelbuonesità!