Peggy Guggenheim a Venezia. Un quadro al giorno a Dorsoduro

Come sarebbe vivere circondati dalla bellezza? Prendere un caffè in casa propria davanti un Picasso, andare a letto ammirando un Dalì. Me lo chiedo osservando le foto di Peggy Guggenheim, nella sua casa, oggi museo, a Venezia.

Arrivarci è già un viaggio e un’avventura: Palazzo Venier dei Leoni, oggi Collezione Peggy Guggenheim, è un elegante edificio che si affaccia sul Canal Grande con la sua facciata classica e i leoni in pietra d’Istria. Fa bella mostra nel solenne susseguirsi di palazzi dall’Accademia coi suoi Tiziano e Tintoretto, sino alla Basilica della Salute e Punta della Dogana. L’ingresso, molto più raccolto e intimo, è nella parte interna del sestiere, Dorsoduro, il mio preferito, coi suoi silenzi, le botteghe artigiane, calli e campielli segreti in cui amo perdermi e rallentare.

Diventa casa di Peggy Guggenheim  nel 1948 ed è qui che la ricca ereditiera americana trasferisce opere d’arte accumulate negli anni precedenti. “Un’opera al giorno”, il suo mantra, persino quando Hitler seminava il terrore in Europa e lei, ebrea, ritornò in America. Figlia di banchieri per madre e magnati dei metalli per padre (scomparso nel 1912 a bordo del Titanic), Peggy inizia a vent’anni a lavorare in una libreria di New York, la Sunwise Turn, conosce intellettuali e artisti, comincia a respirare le nuove avanguardie. Non si fermerà più: tra Parigi e Londra avvicinerà cubismo, surrealismo, espressionismo. Si circonda di personaggi come Samuel Beckett, Pollock, Braque, Max Ernst che diventa il suo secondo marito, espone alla Biennale di Venezia dopo la fine della guerra e finalmente si trasferisce qui, sul Canal Grande.

Continuo a guardare le foto di Peggy cercando di riconoscere le opere oggi disposte nel museo a cui negli anni si sono aggiunte quelle donate da Hannelore e Rudolph Schulhof, le sculture Nasher in giardin,  le altre che arrivano qui per mostre temporanee.

Ad ogni angolo una scoperta. Gli occhi si riempiono di capolavori: L’Angelo della Città di Marino Marini , L’Impero della Luce di Magritte, Sulla Spiaggia di Picasso, Piazza di Giacometti. E poi De Chirico, Pomodoro, Paladino e tantissimi altri di cui non ho mai sentito parlare. In una sola parola bellezza, bellezza a piene mani di cui oggi tutti possono godere grazie alla donazione di Peggy alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, il nonno, la cui prima creazione fu la famosa struttura a spirale di Frank Lloyd Wright sulla 5th, a New York.

Lei è ancora qui, a Venezia, sul Canal Grande. La presenza forte, possente. Bizzarra, folle, anticonvenzionale, volle essere sepolta in giardino, coi suoi cani. Affamata di vita, drogata d’arte, con un fiuto eccezionale per talento e innovazione, regina inimitabile dell’arte del XX secolo.

Guatemala/Belize con Nicoletta. Parte prima

 

Lei è Nicoletta Poggi, un’amica di “casa” viaggimperfetti.com. Con lei abbiamo scoperto il grande Nord e vissuto l’emozione di un’aurora boreale.

Stavolta Nicoletta ci porta in luoghi dai ritmi e dai colori assai diversi, Guatemala e Belize: Antigua e la sua “silenziosa e statica decadenza”, il mercato di Chichicastenango, il lago Atitlan…

Non vi aspettate un semplice itinerario di viaggio. I racconti di Nicoletta hanno emozione e profumo con tanti piccoli aneddoti a volte più emozionanti di una foto. Fanno così capolino, tra le righe, rovine coperte di vegetazione, antichi riti maya, una processione religiosa nel cuore della notte.

Di seguito la prima parte del viaggio di Nicoletta, da Guatemala City a Sololà. Pronti a partire?

“Un viaggio scelto last minute, un cambio di destinazione estemporaneo. Ero pronta a partire per l’Indonesia, un viaggio ormai pianificato da tempo, tutto era organizzato. E tutto è stato sconvolto, pochi giorni prima della partenza. Le calamità naturali, che hanno interessato le isole indonesiane, mi hanno spinto a ragionare su un cambio di rotta…che appena tre giorni prima della nuova partenza è stato confermato: Guatemala e Belize is the new way! Tutto organizzato all’ultimo, inserita in un gruppo di viaggiatori già formato, la diciassettesima componente. Le premesse potevano sembrare non delle migliori, ma spesso è meglio pensare positivo, e questa volta ha pagato!

Incontro la prima parte del gruppo in aeroporto a Malpensa, ancora tutti assonnati dall’alzataccia (ma da quando bisogna presentarsi in aeroporto tre ore prima della partenza?? Sono rimasta indietro!!).

Il viaggio di andata è tranquillo, dopo otto ore di volo, stemperate con un po’ di film, arriviamo all’aeroporto di Newark, dove facciamo scalo e incontriamo un’altra parte del gruppo, ma ancora non ci siamo tutti.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Il secondo volo verso Guatemala City è già un’anticipazione della realtà che ci aspetta più a sud: l’aeromobile è più piccolo e sembra anche abbia qualche anno in più del precedente; ci sono diversi guatemaltechi che, per tutto il viaggio, chiacchierano tra di loro, sembra quasi di stare in una piazza dove il sabato mattina è allestito il mercato! Ma perché hanno tutte queste cose da raccontarsi?! Io avrei voluto solo dormire…! Tale è la stanchezza che riesco comunque a schiacciare un pisolino. Il mio vicino di posto, che fatica a stare nel seggiolino formato volo low cost, mi chiede incuriosito da dove io venga e se io stia viaggiando per conto mio. Nonostante la caciara, mi sembrano tutte persone educate. E direi che la prima impressione è stata confermata nel prosieguo del viaggio: ho trovato i guatemaltechi persone ospitali, oneste e non invadenti, benché fondamentalmente povere. La moneta locale è un settimo di dollaro americano: la vita, per noi, non è costata nulla.

La prima tappa del nostro itinerario è Antigua, una città meravigliosa nella sua silenziosa e statica decadenza: molti edifici storici, come la Catedral de Santiago, portano ancora i segni evidenti del terremoto che nella seconda metà del 1700 devastò l’allora capitale del Guatemala. Ci affidiamo alla nostra Lonely Planet per un piacevole itinerario a piedi fra le strade acciottolate di Antigua, che ci permette di visitare tutte le principali attrazioni della città. Lo percorriamo a ritroso, partendo da un’ottima colazione al Cafè Condesa a base di pancake, che poi scoprirò piatto forte delle colazioni centramericane nei giorni seguenti. Quanto è piacevole questo chiostro, con le sue piante tropicali e le sue piccole fontane. Ma la curiosità di scoprire questo nuovo Paese vince sulla pigrizia del secondo giorno di vacanza!

La prima tappa è la cattedrale, con la sua parte antica non restaurata, le sue rovine coperte di vegetazione danno un senso di strana tranquillità. Nella piazza principale si sta anche tenendo una manifestazione religiosa, con tanto di banda itinerante e ragazzine agghindate a festa, oltre a botti stile capodanno che sembrano cannonate. Chissà cosa stanno festeggiando. In Guatemala la religione è cattolica, con influenze di antichi riti Maya.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Proseguendo nel nostro itinerario, passiamo sotto il famoso arco di Santa Catalina, spesso ritratto nelle immagini della città con un Ape Cross che sfreccia di fianco, per poi buttare l’occhio nel Nim Po’t, un mercato di souvenir e vestiti tipici locali. Che buffi gli abiti tradizionali guatemaltechi, ma per gli acquisti ci aspetta domani il mitico mercato di Chichicastenango, vietato distrarsi!

Senza sapere bene cosa ci stesse aspettando, giriamo l’angolo in una piccola piazzetta con giardinetti, dove le immancabili bancarelle di cibo cucinato sul momento diffondono il loro odore, e ci troviamo davanti la splendida facciata della Iglesia de Nuestra Senora de la Merced. Un trionfo di stucchi su fondo giallo, quasi dei pizzi a decorare colonne, arcate e capitelli. Stupenda anche la geometrica fontana all’interno del chiostro, che pare essere la più grande dell’America Latina.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Prima di arrivare alla tappa finale della nostra passeggiata, ovvero lo spettacolare “mirador” sul Cerro de La Cruz, con vista sulla città e sui vulcani che la circondano, incontriamo ancora imponenti facciate di chiese, pesantemente danneggiate dal terremoto e bloccate nel loro stato pericolante, così affascinante e allo steso tempo malinconico, immemore del loro precedente splendore.

Chichicastenango è la tappa successiva del nostro viaggio e la raggiungiamo la sera del secondo giorno. La prima impressione è che le strade ordinate e tranquille di Antigua siano state sostituite da vicoli bui, animati soltanto da cani randagi e da persone dall’aspetto poco raccomandabile. Sarà anche che la stagione invernale ci sta regalando un pesante scroscio di pioggia e alle 6 del pomeriggio già tramonta il sole.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Alle 4 del mattino il suono fastidioso di un improbabile piffero guatemalteco e ancora botti stile capodanno ci fanno sobbalzare nel letto, dove stavamo cercando di smaltire la stanchezza dei primi giorni di viaggio. Sembra quasi che qualcuno stia cercando di abbattere il portone del nostro albergo! Sprofondo la testa nel cuscino, sperando che tutto questo baccano abbia presto fine. Il mattino dopo vengo a sapere da alcuni del gruppo, che sono stati incuriositi dal rumore e sono scesi in strada a vedere cosa stesse accadendo, che quel baccano che ci aveva svegliato di soprassalto era una sorta di processione religiosa (decisamente festaiola…!). Strane usanze!!

 

Il mercato di “Chichi” è davvero entusiasmante: passaggi stretti fra bancarelle che si susseguono una dopo l’altra, dove è possibile acquistare tessuti meravigliosamente colorati, borse, vestiti ed ogni sorta di cimeli locali, oltre a frutta, verdura, pollo (ovviamente conservato a temperatura ambiente!), pesciolini di lago che sembrano quasi finti. Bisogna stare attenti a non finire dentro un cumulo di liches appena raccolti, o travolti da agili donne locali che trasportano enormi casse di non si sa bene cosa sulle proprie spalle o in testa, muovendosi veloci in mezzo agli avventori del mercato. Ci sono signore che vogliono venderti le proprie sciarpe e oggettini, ma non sono insistenti se dici loro che non sei interessato. La contrattazione, in sede di acquisto, è, però, d’obbligo.  Altre donne preparano le tortillas, cotte su delle braci improvvisate su grossi bidoni metallici, dopo essere state appiattite tra le mani delle cuoche, con un gesto che somiglia molto ad un applauso.

Il mercato si sviluppa attorno alla Iglesia de Santo Tomàs, sulla cui scalinata vengono venduti fiori freschi, per lo più crisantemi, e si brucia incenso. L’interno della chiesa è molto buio e, al centro del corridoio di passaggio, piccoli altarini votivi sono coperti di offerte, come petali di rosa e altri fiori freschi.

Guatemala Belize con Nicoletta

Gironzolando per le vie del mercato, un vero labirinto che rende la vita ancora più difficile a chi come me non ha senso dell’orientamento, riusciamo a scovare persino un mercato di frutta e verdura allestito all’interno di una vecchia palestra, con tanto di canestri ancora montati. Il brulicare di tutte queste persone trasmette davvero una energia incredibile!

Molti bambini girano per il mercato soli, senza adulti che li accompagnino. E molti cercano di vendere le proprie mercanzie. In Italia questo sarebbe impensabile…

Dopo il mercato, il nostro itinerario prosegue al cimitero, luogo insolito per una visita turistica, ma che vale la possibilità di vedere tombe coloratissime, molte di piccole dimensioni purtroppo, e di assistere ad un rito funebre Maya. Purtroppo non è sempre semplice comprendere appieno rituali a cui non siamo abituati e il fatto che uno dei componenti il gruppo, che stava svolgendo il rito, si sia messo a sputare un liquido sulle teste dei partecipanti ha inevitabilmente scatenato una certa ilarità fra noi spettatori forestieri.

È tempo di partire e raggiungere il tranquillo lago di Atitlàn, incorniciato da imponenti vulcani, dopo un breve tratto in barca da Panajachel alla località dove dormiremo, San Pedro Laguna; quest’ultima è una piccola cittadina dove non faremo altro che ristorarci dopo le ore di pullman e barca, con una birra in una mano e l’ombrello nell’altra. L’acquazzone delle 6 di sera non ce lo toglie nessuno! L’atmosfera sul lago è simile a quella di una località di mare: lenta, rilassante, silenziosa. Vistosi cavi che si aggrovigliano sui pali della luce per strada ci fanno sorgere il dubbio che tutta questa pioggia possa non giovare alla rete elettrica locale…

Il giorno dopo siamo pronti ad esplorare le rive del lago Atitlan, a bordo del nostro barchino, correndo leggeri sulle sue acque azzurre, come il cielo: oggi splende il sole e la brezza di navigazione è molto gradevole. Visitiamo Santiago Atitlan, piccola cittadina con strade acciottolate, dove un ragazzetto si offre di guidarci per i sui vicoli, proponendo anche la visita ad un simulacro di un dio Maya locale, che pare avere poteri miracolosi, oltre a una sigaretta sempre accesa tra le labbra, prontamente sostituita non appena si consuma.

La tappa successiva è San Marcos La Lauguna, con la sua atmosfera tranquilla, i suoi piccoli approdi di legno per barche, dove godersi la vista degli imponenti vulcani affacciati sul lago, con la cima spesso coperta da  nuvolette dispettose. Abbondano i centri massaggi olistici tra le strette viuzze di San Marcos, dove piante rampicanti fiorite, sparse lungo gli alti muri che le costeggiano, rendono ancora più tropicale l’atmosfera.

Da ultimo, approdiamo a Jabalito, raggiungibile solo in barca; ragazzini con costumi da bagno improvvisati fanno il bagno nelle acque poco trasparenti del lago…sembrano divertirsi molto! Un facile trekking ci permette di raggiungere Santa Cruz La Laguna, con il suo centro arroccato su un monte. Anche qui molti ragazzini si divertono, rincorrendo dei cerchi di metallo che fanno rotolare con una piccola asticciola. Mi tornano in mente le raccolte di fumetti Disney che leggevo quando ero bambina… non avevo mai visto fare dal vero quel gioco!

La giornata si conclude a Panajacel, vivace cittadina sulle rive del lago, con deliziosi mercatini, dove trovo dei bellissimi orecchini di perline a forma di fiore. Proprio il ricordo che cercavo! Ci ristoriamo in uno dei tanti baretti con terrazza sul lago, adorni di piante tropicali, dove riesco a scorgere anche un guizzante colibrì che si sazia fra le variopinte corolle.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Il giorno successivo ci attende un altro mercato, a Sololà; nulla a che vedere con quello di Chichi, quest’ultimo un po’ più per turisti, anche se molto frequentato anche da locali. A Sololà, per turisti, non c’è proprio nulla. Personalmente mi sento un po’ spaesata. Qui si vendono prevalentemente generi alimentari: frutta (banane, litches e ananas soprattutto), verdura (strani cavoli o broccoli), carne (ovviamente senza rispetto della catena del freddo), pane e dolci (purtroppo poco saporiti…sarò abituata a dosi più massicce di zucchero?).  Sul retro della parte coperta del mercato, c’è anche un simpatico personaggio dotato di microfono che vende vestiti (e simili) sulla sua bancarella, comunicando qualcosa in lingua guatemalteca agli avventori locali. Sembra che oggi sia giornata di sconti…!”.

Yoga a Bali. Imparate a sorridere

 

 

 

 

 

 

Putu Purnama, durante la sua lezione di Hatha Yoga ci invita a sorridere, a sorridere tanto, anche senza un motivo apparente. E a ridere a crepapelle, tutte le volte che si può. Mi piace la sua semplicità. Sembra un folletto vestito di bianco, agile e veloce ed è davvero difficile per me stargli dietro nelle asana che ci invita a fare.

Sono all’Intuitive Flow, uno dei centri yoga a Ubud. Ce ne sono parecchi in tutta l’isola. In tanti, ormai da anni, raggiungono Bali per praticare yoga. Scenari mozzafiato fanno da sfondo a centri con grandi sale affacciate nel verde della foresta e delle risaie. La spiritualità di templi e altri luoghi sacri sono un invito a rallentare e meditare.

Lo sono meno i banchi al mercato e le boutique in centro stracolmi di incensi, mala di perline di ogni sfumatura e bandierine colorate con su scritto peace & love. Eppure io trovo tutto delizioso e passo ore a comperare piccoli doni per me e le persone che amo.

Uno dei centri più conosciuti a Ubud è lo Yoga Barn. Lo trovate vicino la Monkey Forest, lontano però dalla strada principale con i suoi negozi e le auto in transito. Occorre seguire le indicazioni e percorrere una stradina stretta che termina proprio allo Yoga Barn. E’ un centro grande con un’area ayurvedica e ambienti diversi dove retreats e seminari si alternano a lezioni di yoga e pilates. Le classi iniziano al mattino presto e proseguono sino a sera. Se vi capita di passare da qui, fermatevi a bere un estratto di frutta fresca nella zona relax e godetevi il viavai continuo di persone da tutto il mondo e di tutte le età che affollano lo Yoga Barn.

Un altro centro è lo Yoga House che non ho avuto la fortuna di visitare ma che vale il viaggio anche solo per il percorso da fare per raggiungerlo: una splendida passeggiata, partendo dal centro di Ubud, tra campi di riso e guest house nascoste da alberi di papaya e banani.

L’Intuitive Flow l’ho scelto un po’ per caso, un po’ perché consigliato da una ragazza simpatica che lavora nel nostro albergo. L’ho scelto perché più raccolto e nelle mie corde e ci sono ritornata alla sera, dopo le mie gite ed escursioni. Sull’unico tavolino della grande sala interamente a vetri dove si pratica, c’è una statua del Buddha. Mi ricorda tanto quella che mi accoglie ogni volta a Mater Vitae, nella mia Sicilia, un luogo dell’anima tra mare e terra dove impari a conoscere e a conoscerti.

Per un attimo all’Intuitive Flow mi è sembrato di sentire la stessa energia, quella che hai dentro e che una natura autentica e prorompente ti aiuta a riconoscere. E con Putu ho sorriso e riso tanto. Sino al tramonto, sino al prossimo viaggio.

 

 

Venezia. Bacaro Risorto. Torno sempre qui

Appena una manciata di posti a sedere e un bancone dove scambiare due chiacchiere con l’oste e bere un’ombra gustando un paio di chicheti.

E’ il Bacaro Risorto, Castello 4700, Fondamenta Osmarin, una delle mie mete irrinunciabili a Venezia.

Il rito dell’aperitivo qui è come una corsia preferenziale per sentirsi “uno del posto”, girovagando di bacaro in bacaro, piccoli locali rustici e in stile veneziano dove fermarsi e rilassarsi. I cicheti sono stuzzichini della gastronomia veneta spesso presentati su crostoni e canapè: dal baccalà mantecato alla veneziana a quello alla vicentina, sarde in saor e moeche fritte, salumi e formaggi regionali, polenta, polpettine di carne e di pesce. I cicheti si accompagnano a un calice di vino, un’ombra: ventidue vini D.O.C. e sette D.O.C.G., Prosecco Conegliano Valdobiadene, Bardolino Superiore, Amaro Valpolicella…da perdere la testa.

Al Bacaro Risorto si rimane spesso in piedi e a volte anche fuori. Eppure io qui mi sento a mio agio e, ad ogni viaggio, scopro un formaggio di malga o magari la polenta servita in un modo diverso. Di sera la luce è arancio, quasi rossa, si confonde con lo spritz che qui è buono davvero.

Ogni tanto tradisco il Bacaro Risorto alla ricerca di posti nuovi e a Venezia ce ne sono davvero tanti (ve ne ho indicati diversi in altri post). Alla fine, però, sempre qui, al Bacaro Risorto, torno.

#momentispeciali #postiunici

 

Mandrarossa. Di vino, parole e persone

Prima che dei loro sapore e profumo, mi sono innamorata dei loro nomi.

Urra di Mare, Cava di Serpe, Timpe Rosse. Evocativi, carattere asciutto ma elegante, su etichetta essenziale e bottiglia panciuta, i vini Mandrarossa mi hanno conquistata così: portandomi, a suon di lettere, in una Sicilia fatta di sole, di mare, di vento.

Siamo nelle terre sicane, sud-ovest della Sicilia, lì dove il mare di Sicilia sale dall’Africa e col suo profumo risale sino all’Alto Belice. Marinella di Selinunte, Menfi, Montevago, Sciacca, Sambuca di Sicilia, Contessa Entellina.

E’ a San Calogero, Monte Kronos, in terra agrigentina, che nel 2017 è stata trovata traccia del primo vino italiano che certificherebbe la presenza del nettare in Sicilia già 6000 anni fa.

Di vino, insomma, pare che da queste parti se ne intendano e lo producano da sempre. 60 anni fa lo si faceva per esportare uva e mosto, nel tempo il vino siciliano è diventato ricerca, innovazione, eccellenza. Lo testimonia la storia della cantina Settesoli, da cui nasce Mandrarossa e il cui nome è legato al Gattopardo, il celebre romanzo di Tomasi Di Lampedusa e al feudo, Settesoli, che Don Calogero Sedara diede in dote ad Angelica per il suo matrimonio con Tancredi, nipote del Principe di Salina.

Una realtà vinicola, nata nel 1958, da 25 milioni di bottiglie all’anno vendute in Italia e nel mondo, una cooperativa di viticoltori locali, oggi 2000 soci, che si occupano di una superficie vitata di 6.000 ettari. Tre gli stabilimenti dove le uve appena raccolte vengono conferite ed immediatamente lavorate da ogni socio, da ogni viticoltore, ciascuno col proprio pezzo di vigna, ciascuno con un prodotto diverso e strettamente legato al territorio.

Non c’è appezzamento uguale all’altro ed è da questa consapevolezza che nasce la linea Mandrarossa, con lo studio fatto su singole porzioni di terreno. Non solo vini autoctoni come Nero d’Avola, Inzolia, Cataratto: alchimie perfette sono nate in casa Mandrarossa grazie al connubio con viti nazionali, come il Fiano, internazionali come il Syrah, il Merlot, il Cabernet Sauvignon e con viti meno conosciute come il Petit Verdot, lo Chenin Blanc, l’Alicante Bouschet.

Uve a bacca bianca per il nuovo arrivato di casa Mandrarossa, il Calamossa, con su, nell’etichetta, longitudine e latitudine dell’insenatura tra vigne e mare dove le uve crescono, accarezzate da mare e vento; vitigni siciliani, Grecanico, Grillo, Zibibbo, Frappato e Perricone per i Costadune, la cui storia inizia lì dove gigli marini e piante cactacee nascono sulle dune di sabbia di Menfi, alla foce del Belice, lì dove nidificano aironi e fenicotteri, in un’area protetta di infinita bellezza. Bandiera Blu per le spiagge dorate di Portopalo e per quelle di “giache” bianche – ciottoli levigati – di Bertolino.

E ancora uve Chardonnay vendemmiate a mano a settembre, un mese dopo la tradizionale vendemmia. Lasciate a maturare sulla pianta, raccolte grappolo per grappolo danno vita al Cala dei Tufi, vendemmia tardiva.

Ricerca, tradizione, cooperazione. Tanti gli elementi che gravitano attorno al marchio Settesoli – Mandrarossa. Tanto territorio, raccontato al visitatore con eventi e visite guidate. L’appuntamento dell’anno più importante, il Mandrarossa Vineyard Tour, all’insegna dell’accoglienza e, come leitmotiv, bienvivre e rispetto dell’ambiente.

Infine le persone, chiave di volta dell’intero ingranaggio: dai viticoltori e soci, che ho visto personalmente raccogliere il proprio prodotto, percorrere le strade del “distretto del vino siciliano” e raggiungere lo stabilimento di Menfi; a chi mi ha accolto in fabbrica con un grazie speciale per Niccolò, fine ed esperto narratore; ed infine alla Brigata di Cucina, un team di sole donne, rigorosamente siciliane e con tanta esperienza alle spalle maturata a tu per tu coi prodotti che questo pezzo di Sicilia regala. Sono loro che propongono ed insegnano piatti della tradizione spesso dimenticati.

Un esempio? La Capolata, una pastina casereccia cotta nel brodo di pollo ruspante, la Rota di Menfi, il fiore di pasta fritto ricreato con uno stampo antico e farcito con la ricotta fresca, l’Ovu Incannulato, l’antenato del cannolo fatto di morbida omelette che profuma di limone e cannella.

Vini eccezionali, cibo autentico, persone vere, un territorio indimenticabile. Mandrarossa, what else?

Monastero di S.Placido Calonerò. Di Faro Doc e di fantasmi tra i banchi di scuola

Accanto ai due chiostri del Monastero di San Placido Calonerò ci sono aule e cattedre. Se ti guardi in giro noti il programma del campionato di calcetto e la campanella accanto l’orologio della scuola. La biblioteca a disposizione degli studenti era un tempo il refettorio dei monaci.

Siamo in Sicilia, provincia di Messina, nell’antica struttura del 500 un tempo castello, poi monastero benedettino con ospiti illustri come Carlo V, oggi bene culturale, istituto scolastico ed enoteca provinciale con la sua cantina di trasformazione negli antichi magazzini. Proprio così: i ragazzi dell’Istituto Agrario Cuppari imparano anche l’arte del vino e danno una mano nella produzione di uno dei Faro Doc migliori della provincia, il San Placido.

 

Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera, una minima percentuale di Nero d’Avola, Gaglioppo e Sangiovese, danno vita ad un vino color rubino tendente al mattone con l’invecchiamento, in bella vista all’interno dell’enoteca provinciale, insieme alle altre eccellenze vinicole dell’area,  Mamertino e Malvasia delle Lipari, e ai prodotti di altre aziende vinicole. C’è anche una piccola selezione di olio, prodotti gastronomici, marmellate e sottolio.

L’enoteca diventa location di eventi e tour organizzati nell’intero complesso affacciato sul mare di Sicilia, nell’esatto punto in cui lo Ionio entra nello Stretto di Messina, supera la Calabria e va ad abbracciare il Tirreno. I vigneti che danno vita al Faro Doc sono sulle colline circostanti e il paesaggio è emozionante con i filari sotto pini profumati. C’è anche ciò che resta del vecchio aerofano, la struttura utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per anticipare l’arrivo degli aerei nemici.

 

E nei giorni di pioggia, se siete fortunati, avrete il piacere di conoscere il fante personale di Carlo V, o meglio il suo fantasma, che ancora oggi si aggira nella cappella ai piedi della torre saracena  e nei pressi del prezioso tempietto a pianta ottagonale, all’interno del quale i monaci si calavano per scappare ai saraceni e raggiungere gallerie sotterranee segrete. Fatevelo presentare dai ragazzi dell’Istituto Agrario, eredi della Regia Scuola di Agricoltura nata qui nel 1900. E ditemi se non è una scuola speciale questa…

Friuli. Isola della Cona. Dove la terra incontra l’acqua

Terra d’acqua e di luce. Isole e canali, velme, mote e barene. Qui la natura è di casa e l’uomo solo un ospite. La chiamano la Camargue italiana:  aironi e silenzio, vecchi casoni dei pescatori  e trattorie antiche tra i canneti dove gustare ancora il Boreto a la Graisana, pesce locale preparato nel paveso, la casseruola di ferro con aglio, sale, pepe e aceto bianco. Siamo in laguna, la laguna di Grado e Marano, con l’isola di Martignano, la Ravaiarina, la riserva delle Foci dello Stella, la costa friulana che nella parte più ad est termina con la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo.

Ed è proprio lì, negli ultimi 15 chilometri dell’Isonzo, che andiamo. Lì dove la percezione di “terra alla fine della terra” aumenta e l’acqua penetra, circonda, abbraccia. Raggiungiamo in auto Isola della Cona, a pochi chilometri dalla Valle Cavanata, famose per i cavalli Camargue che la abitano e le infinite specie di uccelli che le scelgono durante i flussi migratori.

Dal centro visite di Isola della Cona si decide quale percorso fare seguendo i diorami esplicativi sparsi ovunque. Un percorso ad anello è il più battuto e consigliato con i diversi punti di osservazione e veri e propri casoni come l’Osservatorio Marinetta.  Quale sia il vostro, qualsiasi strada sceglierete di fare, a perdita d’occhio ci saranno stagni, prati e paludi battuti da uccelli di ogni tipo che dividono lo spazio con esemplari di cavalli Camargue, fieri, selvaggi, liberi.

Un paio di consigli da principiante che io avrei fatto miei volentieri: portate con voi un buon antizanzare, in alcuni punti gli insetti possono diventare fastidiosi;  fate meno rumore possibile e infine scegliete capi dai toni neutri e basic: un bel maglioncino rosso non rivelerebbe solo la vostra presenza alle specie presenti ma potrebbe “innervosire” i birdwatcher che frequentano l’area protetta…sono davvero tanti, coperti da capo a piedi da indumenti camouflage e attrezzatissimi di macchine fotografiche che sembrano telescopi della Nasa tanto grandi e sofisticati!

A sud. La Malandra. Ci vuole fegato

Vi piace il polpo? Di ricette ce ne sono tante, dal carpaccio alle insalate di mare. Deliziosi risotti o semplici abbinamenti con la patata. Meno conosciuto è invece il patè ottenuto dalle interiora dell’animale che si trovano nel capo. E’ lì che risiede il fegato del polpo raccolto in una piccola sacca.
Cibo povero e ormai dimenticato, ha un sapore forte, ancestrale, primitivo. C’è tutto il profumo del mare nel patè ottenuto dalla piccola sacca sciolta appena, per pochi minuti, con aglio e olio nella padella, un pizzico di peperoncino se vi piace. In tanti ci condivano la pasta, quella al “sugo di polpo senza il polpo”, quando l’animale appena pescato veniva venduto e restavano solo le interiora.
Chiedete a pescatori o a chi conosce l’arte di stanare il polpo. Ancor prima della battitura, il polpo va pulito e privato delle interiora. In Puglia le chiamano Malandra e la tradizione vuole che vengano impanate e fritte. Da provare.
Da qualche tempo cibo gourmand e noto tra gli chef stellati. Lo avete visto cucinato nelle cucine di Masterchef?

La foto scelta per questo post è di Anna Lo Cascio, un’amica bravissima a pescare i polpi e soprattutto a cucinarli!

Qui Berlino. Shopping sopra le righe

Uno shopping originale e personalizzato. Adatto al tuo stile e alla tua identità. Al bando negozi e capi in serie, bocciati i centri commerciali asfittici e tutti uguali. Oggi andiamo a Berlino e ci divertiamo come matti a fare spese partendo dalla parte ovest della città, la vecchia Berlino ovest, dove già a partire dagli anni 50 si costruiva traducendo il risveglio creativo della Repubblica Federale in edifici luminosi e fruibili. Uno di questi fu il Bikini, una struttura lineare eppure trasgressiva a partire dal nome “Bikini”, l’indumento che simboleggiava il costume che cambiava.

Da qualche anno il Bikini è stato completamente ristrutturato trasformandosi in un concept mall, un luogo dove anche chi detesta andar per negozi  se la godrà alla grande. Perché dovrebbe essere diverso da un qualsiasi centro commerciale? Perché accanto brand più noti esistono labels e soluzioni innovative lontane dalla produzione in serie, perché giovani designers possono presentare  a rotazione le loro idee e i loro prodotti in simpatici pop up stores  modulari, perché al Bikini non si va solo per fare shopping ma anche per godere di mostre e installazioni temporanee e non.

E non finisce qui. Al Bikini Berlin avrete a vostra disposizione una spettacolare roof terrace di 7000 metri quadrati, gratuita, dalla quale godere di una vista mozzafiato sul famoso zoo di Berlino e sul polmone verde della città, il Tiergarten. La natura “entra” dentro l’area negozi con grandi vetrate sullo zoo e sugli animali e si confonde tra design e produzione artistiche.

Non vi basta? Allora sappiate che accanto boutique dall’animo giovane, uffici, spazi di co-working e alberghi, troverete caffè e ristoranti in linea con la filosofia del posto: design fresco e colorato,  healthy food, tanta varietà. Il marchio più noto è al primo piano del Bikini Berlin e si chiama Kantini, un vero e proprio mercato del cibo.

 

Lasciamo il Bikini Berlin e con pochi passi raggiungiamo Stilwerk, il paradiso di chi ama arredo e design. Quattro piani di pietra naturale, legno d’acero e vetro lungo i quali scegliere in più di 50 stores e 500 marchi.

Non mancate un giro in Kurfurstendamm, coi suoi edifici eleganti e la sua storia, perché, anche se dal sapore di griffe altisonanti e haute couture, un salto al simbolo berlinese KaDeWe va fatto.

 

Solo un salto però, perché è già tempo di tornare a uno stile innovativo e più nelle mie corde dall’altro lato della città, la parte est, in costante fermento. E dopo il giro domenicale che vi ho proposto a Prenzlauer Berg, stavolta andiamo nel quartiere ebraico e nei suoi cortili. Sì cortili…avete mai sentito parlare dei Hofe? Sono cortili interni a edifici, collegati gli uni agli altri e diventati luoghi di ritrovo con caffetterie, bistrot, locali e vie dello shopping alternativo. I più famosi sono gli Hackesche Hofe, abbandonati per 50 anni e tornati a vivere nel 1996 con gallerie d’arte, luoghi di spettacolo, boutique indipendenti. Ma ci sono anche il romantico Rosenhofe e gli Heckmann Hofe che collegano Oranienburger Strasse con Auguststrasse.

 

Non solo cortili però allo Scheunenviertel: il quartiere ebraico con la sua splendida sinanoga offre street art, poli museali e un’anima  irrequieta ad ogni angolo. Due indirizzi: la Judische Madchenschule, una scuola ebraica femminile degli anni 20 oggi polo artistico e culinario con due gallerie, la gastronomia ebraica Mogg e il ristorante con stella Michelin Pauly Saal; e poi il Clarchens Ballhaus, un salone da ballo ottocentesco dove si continua a ballare swing e tango ogni sera con un bel giardino fuori. E poi, a pochi minuti, la Sprea e il suo lungofiume costellato da locali e dai barconi che d’estate si animano e dove si tira tardi ogni sera.

Ultimo indirizzo: qui si va a fare shopping d’idee: The Digital Eatery, in pieno Mitte. Sulla Unter Den Linden è il concept bar della Microsoft, accanto il quartier generale dell’azienda a Berlino. Eventi e conferenze e la possibilità di provare i devices di ultima generazione. Ah dimenticavo…lo si fa mangiando, alla caffetteria o alla tavola calda.

 

E se decido di concedermi un week end di shopping a Berlino e voglio anche un albergo un pò speciale? L’Aspria Berlin potrebbe fare al caso perché oltre ad essere albergo è anche centro sportivo e SPA. Palestra, piscina, centro benessere e tutta un’area in terrazza dove passare dalla sauna alle vasche idromassaggio. A questo metteteci anche una serie infinita di corsi a tutte le ore: pilates, aerobica, bodypump, boxing, bodyshape, aquafitness, jazz dance, jazz up, indoor cycling e ancora hatha yoga, heat yoga, kundalini, ashtanga, qi gong…
Abbastanza centrale (siamo a pochi passi dalla stazione metro Halensee, vicino la kufursterdamm e dalle sue fermate bus e metro), tanti locali nei dintorni, una struttura elegante ed avveniristica.

 

Viaggi in poltrona. Alla scoperta della Città di Risa e di una Sicilia con gli occhi dei bimbi

Vi è mai capitato, da bambini, di cominciare a leggere un libro e di ritrovarvi catapultati in grandi avventure? Ricordate l’emozione della scoperta, il potere della fantasia, il desiderio di girare pagina per trasformarvi in eroi ed esploratori?

Per ogni bimbo, un libro è il primo passaporto con infiniti visti ed innumerevoli destinazioni.

Lo sa bene Grazia La Fauci, scrittrice siciliana che con i suoi racconti per ragazzi, promossi dalla Pro Loco Capo Peloro, ente di promozione territoriale, ci porta in un pezzetto della sua terra, che è anche la mia, dove vive e che conosce bene: lo Stretto di Messina, Torre Faro e i suoi pescatori, la Riserva Orientata di Capo Peloro.

“Bambina a tempo pieno, riccia e spettinata”, Grazia La Fauci ha dato vita al personaggio e alle Storie di Nonno Peloro, coi baffoni e il cappello blu da marinaio e una cicatrice a forma di scimitarra sul petto e dei suoi due nipotini, Luna “pispisedda”, piccola scintilla ed Elio, che non sta mai fermo.

E’ con loro che Grazia La Fauci racconta il territorio. Pagina dopo pagina i laghi costieri  di Ganzirri e Faro prendono vita popolati da Tore, il falco pescatore, papere e piccole albanelle.

Rino, il piccolo airone cenerino, con Spaddy, il coraggioso pesce spada e Agil, la tellina salterina sono i protagonisti del primo racconto della collana, Il mistero della laguna; Fischio, il delfino parlante appare per la prima volta nel secondo racconto appena uscito, Alla scoperta della città di Risa. Entrambi i racconti sono illustrati da Giovanna Chemi: i suoi disegni viaggio nel viaggio, mappe colorate dallo stile inconfondibile nel mondo reale e della fantasia.

Le Storie di Nonno Peloro

Invenzione e creatività si intrecciano a storia e tradizioni siciliane con l’antica leggenda della città sommersa di Risa, il mito di Colapesce, l’immagine della statua di Zeus Peloros posta a faro per i naviganti col tridente e il braciere acceso.

Tanta Sicilia nelle storie per piccoli lettori che scoprono le brioches col “tuppo”, appena sfornate nel paese di Torre Faro, le cozze e le vongole che Nonna Scilla usa per preparare la pasta “al sapore di mare”, la pesca a bordo della feluca di Capitan Romero.

E se tutto ciò già non bastasse, provate a leggere Grazia La Fauci: vi ritroverete, ancora una volta bimbi, nel capanno dei pescatori, mentre fuori piove, a sperare che Nonno Peloro non interrompa il racconto e vi dica come va a finire.

Regalate le Storie di Nonno Peloro, regalate un passaporto con visto per una Sicilia preziosa e poco conosciuta.

Slovenia- Lubiana. Se fosse…

Se fosse un colore sarebbe verde. Città green, Lubiana è stata scelta nel 2016 come European green capital per le politiche ambientali, l’implementazione dei mezzi pubblici, la razionalizzazione di rifiuti e sprechi. Passeggiare in centro, per lo più pedonale, è poesia: una lunga carrellata di edifici in stile barocco e Art Nouveau, il fiume – il Ljubljanica – che scorre lento, incorniciato da pioppi e salici piangenti. Acqua potabile alle fontane, un mercato dove trovare prodotti tipici e assaggiare il prosciutto e i ravioli ripieni o magari un gelato 100% frutta.

Se fosse un animale sarebbe un drago. Sì, un drago perché l’animale delle fiabe è un simbolo di Lubiana, svetta sul Municipio e di draghi ce ne sono ben quattro dall’aspetto feroce a vegliare su uno dei ponti più conosciuti di Lubiana. Uno dei tanti in realtà perché, sapete, ce ne sono molti a collegare le due sponde del fiume creando scorci e paesaggi da cartolina.  Il più frequentato dagli innamorati è quello dei Macellai, con le opere di Jakov Brdar e tanti, tantissimi lucchetti. A due passi il mercato e la prima delle tre piazze che si inanellano una dopo l’altra nello Staro Mesto, la parte “Vecchia” di Lubiana. La prima, la Piazza della Città, ospita il Municipio e la fontana del Robba, la fontana dei tre fiumi carniolani: la Krka, la Ljubljanica e la Sava. Non mancate una visita alla Cattedrale di San Nicola o almeno ai due portali in bronzo creati nel 1996 in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II. A seguire la Piazza Vecchia e la Piazza Superiore. Un altro ponte è quello dei Calzolai, nel Medioevo via d’accesso alla città sul quale, leggenda vuole, un gruppo di ciabattini si trasferì per fare buoni affari e non pagare le tasse di ingresso a Lubiana.

E per finire il Tromostovje, o più semplicemente ponte Triplo con il quale arriviamo al terzo “se fosse”. Se fosse un personaggio, sarebbe Joze Plecnik, l’architetto la cui impronta e il cui stile trasformò Lubiana tra anni Venti e Seconda Guerra Mondiale. A partire da questo ponte che da semplice ponte in pietra a singola arcata si trasformò in un elegante triplice ponte pedonale in bilico tra classicità e materiali poveri come il cemento. Fate caso alle architetture del mercato, del parco Tivoli, edifici pubblici e scalinate, persino agli argini del fiume e ai bellissimi lampioni. L’opera più bella, ma è solo un’opinione, la Biblioteca Nazionale ed Universitaria, un rettangolo irregolare, la cui facciata  è resa unica da mattoni rossi e blocchi di pietra collocati in maniera quantomeno bizzarra. Entrateci, se potete, spingendo le grandi porte sulle cui maniglie vedrete le teste di due cavalli, forse Pegaso, il cavallo alato. Con lui vi ritroverete davanti la scalinata monumentale centrale in marmo scuro con 32 colonne nere e più salirete, e più vi addentrerete nel cuore dell’edificio, più la luce vi sorprenderà.

Qui Berlino. Sa d’oriente. L’hummus più buono nel quartiere ebraico

Lo avete mai assaggiato l’hummus? Tipica salsa del mondo mediorientale a base di ceci, semplice e golosa, buona sempre, perfetta per l’estate e soprattutto facile da preparare: ceci lessati frullati con succo di limone, aglio, olio, un pizzico di sale e la tahina, una crema ottenuta dai semi di sesamo tostati e pestati. That’s it.

Il segreto sta nelle materie prime e da Hummus & Friends a Berlino, nel Scheunenviertel, il quartiere ebraico, i ceci sono quelli della Galilea, in Israele. Pochi altri ingredienti nel menu di questo posticino, con un’area attorno il grande banco e una zona soppalcata con comode poltroncine. Uno slogan che racconta questo posto: “make hummus, not walls”, e che la dice lunga su come il cibo sia trasversale e metta attorno ad un tavolo il mondo intero. Qui l’hummus viene servito con la pita, pane morbido e piatto: se ne prende un pezzetto e con quello si raccoglie un po’ di hummus, quanto basta per un boccone…tutto rigorosamente con le mani.
Cos’altro troviamo da Hummus & Friends? La tahina, il bulgur, il ful (il piatto a base di fave), la quinoa servita in più soluzioni, e poi melanzane, cavolfiore, cavolo rapa, datteri, funghi, patata dolce, tutti alimenti naturali e basic rielaborati in ricette semplici e gustosissime, decisamente vegan, con piccole incursioni nella cucina kosher. Da provare i vini kosher, anche questi rigorosamente prodotti in Israele secondo precise norme igieniche e senza additivi chimici.
Se c’è il sole, approfittatene per sedervi fuori nel dehors ricavato nel cortile dello stabile…ricordate, siete nel quartiere ebraico, regno dei “cortili“. Partite da questo per scoprirli tutti!