Francia, Bordolese. Rosso St Emilion

Ho chiesto a un amico sommelier indirizzi e soste a St.Emilion, il celebre borgo a meno di un’ora da Bordeaux.

Sorridendo, mi ha domandato: “Quanto tempo hai?”.

St. Emilion. Terra di filari

Ho ripensato alle parole dell’amico sommelier quando, lasciata la Dordogna alle spalle, St.Emilion era ormai ad una manciata di chilometri.

Provate ad immaginare una distesa infinita di filari che si perdono all’orizzonte; come quando state ad ammirare il mare e vi sembra che non abbia una fine, onde regolari ed appena increspate interrotte solo da decine di <chateaux>, più che cantine, depositari di un sapere antico che risale al II secolo a.C., quando i Romani piantarono le prime vigne.

E’ qui che crescono le uve Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Malbec che danno vita ai famosi rossi della zona, il Saint Emilion AOC e il Saint Emilion Grand Cru. E’ qui che nasce la storia di vini leggendari come molti altri in questa parte di Francia. Un disciplinare ferreo  e imprescindibile stabilisce quali sono le cantine che possono fregiarsi di tale denominazione e assegna ogni Saint Emilion Saint Cru a tre livelli di qualità distinti : Grand Cru Classé , ad oggi 64 produttori, Premier Grand Cru Classé, solo 14, Premier Grand Cru Classè A, appena 4.

Ogni produttore ha un sogno: quello di risalire i tre livelli alla successiva revisione che si tiene con cadenza decennale. L’ultima ha avuto luogo nel 2012. Su tutto ciò vigila il Conseil des Vins, il sindacato nato nel 1884 in seno alla Jurade, la confraternita di viticoltori riuniti con radici nel lontano 1199 e costituzione effettiva nel 1948.

Nel cuore del borgo

A St.Emilion ti accoglie la Maison du Vin, dove sono disponibili i vini di 250 cantine riunite e non potrebbe essere altrimenti. Qui la cultura del vino la respiri. Boutique ad ogni angolo invitano alla scoperta di appena una porzione del bordolese, l’area vinicola attorno Bordeaux,  così variegata e complessa.

Nel borgo che la tradizione vuole sia stato costruito in onore del monaco Emilion, per secoli luogo monastico di Benedettini, Francescani, Domenicani e Orsoline e meta di pellegrini lungo il cammino per Santiago di Compostela, il culto del vino rivive nelle sale della Maison all’interno della quale degustazioni di ogni livello possono essere organizzate e chiunque, anche un profano, può accostarsi al mondo della vite appassionandosi.

Mi diverto ad indovinare profumi ed abbinamenti nelle istallazioni proposte al visitatore all’interno della Maison du Vin: cioccolato, frutti rossi, tabacco. Osservo quasi con reverenza i millesimati, le annate più pregiate, mi perdo tra nomi altisonanti e suggestivi.

Il mio amico sommelier  aveva ragione, occorrerebbe del tempo per conoscere e soprattutto apprezzare tutto ciò con la calma e la lentezza che ogni buon vino impone.

A chi invece ha poco tempo come me consiglio una visita all’Ufficio del Turismo dove è disponibile l’elenco degli chateaux che quotidianamente aprono le porte al visitatore e propongono differenti degustazioni. Appena una sbirciata, ma un’esperienza che non dimenticherete.

St.Emilion. A zonzo tra i filari
St.Emilion. A zonzo tra i filari

Chateau Soutard

Lo so, la parola <chateau> fa subito pensare a grandi dimore dal fascino antico. Non tutti gli chateaux son così. Chateau Soutard lo è. Con i suoi viali alberati, le vigne ordinate, la fiera facciata del XVIII secolo e le corti laterali del XVI.

Le prime tracce risalgono al 1513, poi nel 1699 l’acquisto della proprietà da parte di Jean Couture e la costruzione del palazzo nel 1741. Nell’Ottocento lo chateau passa a Jean Lavau, personaggio illustre della zona che avvia Chateau Soutard alla produzione di vino d’alto livello.

Oggi Chateau Soutard appartiene alla società La Mondiale ma ha mantenuto intatto lo charme di chateau con una bella novità: le cantine, interamente rinnovate e perfettamente inserite nel contesto, sono un inno alla tecnologia e all’innovazione, la bottaia sembra più un caveau tanto è bella ed elegante. L’area degustazione è un tempio moderno dedicato al vino, la cella coi millesimati, la vera dote, l’eredità dell’azienda per tradizione, un luogo dal fascino intatto.

Persino la boutique del brand Soutard farebbe invidia a una delle vetrine più belle nel corso principale di una grande città.

E poi ci sono loro, le vigne. A fine settembre coi grappoli ordinati e pronti per essere raccolti a mano, quelli in eccesso eliminati anzitempo, le foglie ripulite. Sullo sfondo il borgo medievale con la Chiesa Monolitica e il suo campanile, creato da un unico blocco di pietra, che svetta sui filari.

Una serata speciale. Chateau Fleur de Roques. La Table de Margot

Sono solo sette i villaggi e le vigne che insieme a Saint Emilion costituiscono il territorio che il 2 dicembre del 1999 l’Unesco ha decretato Patrimonio dell’Umanità per l’unicità delle architetture religiose, viticole e  agricole, espressione di un mondo e di una filosofia di vita al cui centro insiste l’uomo e la natura.

Gli otto insieme a pochi altri per un totale di 22 racchiudono una zona di rara bellezza e tradizione, tra Libourne e Castillon La Bataille, ciascuno con caratteristiche diverse, tutti da scoprire.

A Puisseguin, consiglio una sosta allo Chateau Fleur de Roques. Se volete ci potete anche dormire, io l’ho scelto per una serata romantica a La Table de Margot, il ristorante all’interno. Ho avuto la fortuna di poter cenare all’aperto, sotto le stelle, nel cortile principale della tenuta scegliendo uno dei tre menu proposti.

Una cucina fresca, con prodotti dell’orto e del territorio ma anche gustosa, colorata, a tratti sorprendente.

La Gomerie, chambres d’hotes

La Gomerie, la trovate a pochi minuti dal centro di St.Emilion, immersa nelle vigne di quel <mare verde> di cui vi ho parlato prima. L’edificio, una <batisse girondine>, risale al XVIII secolo, le stanze sono ampie e confortevoli, il giardino fiorito che lo circonda è delizioso con tanti “angolini” in cui rilassarsi e godersi il paesaggio, magari con un buon bicchiere di St.Emilion Gran Cru. Se il tempo lo permette, la colazione si fa sotto al pergolato. E’ grazie a chi ci ha ospitato che ho scoperto Chateau Soutard e La Table de Margot, perché solo chi vive il territorio sa fornire questo tipo di informazioni. Ci tornerei volentieri . Promosso a pieni voti.

Travel Tips

  • Se vi piace l’anguilla, qui, pare, la cucinino davvero bene già dal Medioevo. Chiedete della <lamproie à la Bordelaise>, soprannominata <le vampire des mers>, il vampiro dei mari…capite bene perché ho rimandato alla prossima!
  • Non vi piace il rosso? Tranquilli, se volete bere anche qui un vino locale per voi c’è il Crémant de Bordeaux, bollicine bianco o rosé prodotto dal XIX secolo nella penombra dei sotterranei dell’antico monastero dei Francescani nel Chiostro dei Cordeliers.
  • A proposito di sotterranei: St.Emilion è stata tra il IX e il XIX secolo un serbatoio di pregiata pietra calcarea con la quale sono stati edificati palazzi come il Grand Théatre di Bordeaux. La sua estrazione ha portato alla creazione di gallerie sotterranee, un labirinto infinito di cunicoli oggi visitabili con tour guidati.
  • Se vi dico <macaron> pensate subito ai dolcetti colorati parigini? Resettate. Qui a St. Emilion il macaron creato come tradizione vuole dalle Orsoline che nel borgo si trasferirono nel 1620, ha solo tre ingredienti: mandorle, bianco d’uovo e zucchero.
Apocalypse di Francois Peltier - Chiostro della Collegiale di Saint Emilion
Apocalypse di Francois Peltier – Chiostro della Collegiale di Saint Emilion

Masseria l’Astore. In Salento. Di vino e tradizione

Vi piace guardare le etichette sulle bottiglie di vino? Dietro, spesso, c’è un racconto dell’azienda che quel vino lo ha prodotto, coccolato, pensato. Partendo dal dove. Perché dietro un calice di rosso o di bianco c’è sempre un territorio. C’è terra, c’è sabbia, c’è argilla e magari profumo di mare.

Un’etichetta, una filosofia

I vini Masseria l'Astore
I vini Masseria l’Astore

Sulle etichette dei vini prodotti nella masseria l’Astore il dove è la prima cosa che noti. Salento. E tutto, di quella bottiglia, te ne parla. Non basta dire Puglia ed è necessario aggiungere Cutrofiano, dove la masseria sorge. Al centro del Salento, nel cuore del tacco d’Italia, battuta dal vento che corre libero tra Gallipoli a ovest, Otranto a est, Lecce a nord e Leuca a sud.

E’ qui che crescono i vecchi alberelli di Negroamaro e  vitigni autoctoni come la Malvasia Bianca, il Fiano Minutolo, il Susumaniello, il Primitivo Zagarese.

Il vino prodotto è un vino biologico da uve coltivate senza l’aiuto di sostanze chimiche, imbottigliato all’origine. <Messo in bottiglia nelle nostre cantine>, c’è scritto sul tappo di ogni bottiglia. Cantine speciali, preziose, con una bottaia con volte a botte e a stella in pietra leccese, che sembra una cattedrale tanto è bella. E’ una bottaia interrata, nata dal sogno del professore Achille  Benegiamo, che intorno alla metà del Novecento diventò, pian piano, il naturale prosieguo dell’antico frantoio ipogeo.

Un antico frantoio, una nuova bottaia. Achille, il visionario

Perché qui una volta si faceva l’olio, olio lampante si produceva, l’oro liquido di Puglia, tanto prezioso da incidere sulle quotazione della borsa di Londra. L’olio lampante prodotto in Salento illuminava i grandi centri d’Europa. Parigi, Londra, Stoccolma, Vienna lo usarono per illuminare strade e case fino alla fine del XIX secolo, quando l’arrivo dell’elettricità mandò per aria un’intera economia e anche l’antico ipogeo della masseria L’Astore conobbe il lento declino.

Fu Achille Benegiamo a capire quanto fosse importante preservarne il valore per le generazioni future e a renderlo un bene fruibile e visitabile. Superarne l’ingresso e raggiungerne il cuore nel ventre della terra è oggi possibile con una visita che diventa viaggio in una realtà che non esiste più: si immaginano le enormi quantità di olive un tempo calate giù dall’alto nelle sciaghe in attesa  che la mamma, la pasta, passasse nei torchi stretta tra i discoli, i dischi filtro per finire nei pozzi. Poi era magia: la parte grassa, la migliore, saliva su e diventava luce nelle case d’Europa; l’acqua, pur sempre mista scendeva giù, pronta per trasformarsi in qualcos’altro, il famoso sapone di Marsiglia.

All’interno del frantoio, una vera e propria comunità che per mesi viveva qui, senza risalire mai in superficie, spesso in condizioni assai difficili. Voci, suoni, tradizioni che ancora oggi riecheggiano nel frantoio di Masseria l’Astore. Sembra di continuare a sentirli anche quando gli ambienti cambiano e si arriva nella bottaia cattedrale. Il passato incontra il futuro, un nuovo tesoro da custodire e far crescere: la produzione di vini d’eccellenza che la famiglia di Achille continua a produrre.

Alchimia di parole

C’è un’altra cosa che rende speciale le etichette dei vini della masseria l’Astore: ad ogni vino, una frase, una manciata di parole che insieme, come sole, mare e vento in Salento, si trasformano in poesia. Su una bottiglia di Malvasia Bianca, Krita, come la creta che qui diventa arte, ceramica, come la creta su cui cresce questo vitigno, leggo di quell’Oriente che qui  si radicò e di “note di cantori pizzicati”.

Su una di Jèma, Primitivo, le parole “di lingue grike” anticipano un piacere “ardente”, di sangue, di ardore, di passione.

Ed è Filimei, Negroamaro in purezza, che mi commuove: “Figli miei, a voi lascio la terra, coltivate l’eccellenza e i suoi frutti ripagheranno il vostro amore”. Una storia d’amore, una storia di passione, valori ereditati oggi reinterpretati e custoditi.

Alcune info

Masseria L’Astore organizza visite in bottaia e nell’antico frantoio. E’ possibile degustarne i vini in abbinamento a prodotti di aziende locali con cui Masseria l’Astore racconta il territorio.  Tra i prodotti in degustazione ci sarà anche l’olio che qui si è ricominciato a produrre su 40 ettari coltivati a Cellina di Nardò, Ogliarola e Leccino.

Un grazie speciale

Un grazie speciale a Elisa che mi ha accompagnato in questo viaggio ed avvicinato al mondo di Masseria L’Astore. Con lei è stato molto piacevole chiacchierare di Puglia al tramonto, nella pineta che circonda il frantoio, con un calice di Negroamaro e un pezzetto di focaccia e pizzi. Di Elisa ho un’immagine precisa, un’immagine che è lei stessa a raccontarmi: quella di una giovane donna, molto bella, che al sabato, dopo gli amici, ha un appuntamento irrinunciabile, la preparazione della pasta fresca per la domenica con la madre a cui ruba segreti con gli occhi. Passato, futuro, la tradizione che si rinnova. Questa è la Puglia che mi piace.

MACSS. Il sale che diventa arte in miniera

Un museo all’interno di una miniera dove si estrae salgemma purissimo. Decine di opere scolpite nel sale lungo un percorso ricreato in un sito estrattivo in piena attività. Un luogo unico nel cuore del Parco delle Madonie in Sicilia a Petralia Soprana, Borgo più Bello d’Italia.

Il Museo e la Miniera che convivono

La miniera Italkali, attiva dagli anni Settanta, si trova in frazione Raffo alla fine di una strada di campagna battuta dai quaranta tir che trasportano le trenta tonnellate estratte quotidianamente e successivamente vendute ed esportate ovunque. Tre concessioni in Sicilia – Realmonte, Regalbuto e Raffo dove centocinquanta operai si distribuiscono su tre turni giornalieri.

Alcuni anni fa alcuni di loro riescono a realizzare un sogno: trasformare una parte della miniera in un museo che possa accogliere le opere in salgemma nate dall’estro di artisti in grado di scolpire l’oro bianco, un materiale duro ma estremamente instabile e che solo un ambiente privo di umidità e asciutto come la miniera può preservare nel tempo.

Un sogno che diventa realtà  e si traduce, in seno all’associazione Sottosale  in progettualità a lungo termine quando artisti internazionali accettano la sfida accorrendo da tutto il mondo e animando la Biennale, l’evento dedicato al salgemma, una manifestazione culturale che si snoda in due siti: Petralia Soprana, dove gli artisti creano e il MACSS, dove le opere, una volta completate, vengono trasferite.

Oggi il Museo di Arte Contemporanea  Sottosale accoglie centinaia di visitatori che ogni sabato accedono in miniera per ammirare le opere della Biennale giunta ormai alla quinta edizione e che quest’anno ha avuto come protagonisti sei artisti.

Arte in miniera
Arte in miniera

La V ^Biennale Scultura di Salgemma –  Libertà Colore dell’Uomo – , ideata dalle associazioni Sottosale di Petralia Soprana e Arte e Memoria del Territorio di Milano in collaborazione con la società Italkali,  con la direzione artistica dello Storico dell’Arte Alba Romano Pace, ha accolto Badriah Hamelink (Olanda), Dalya Luttwak  (Stati Uniti), Tancredi Mangano (Milano), Maziar Mokhtari ( Iran), Setsuko (Giappone) e Rossana Taormina (Palermo), insieme riuniti nello splendido scenario della settecentesca Villa Sgadari messa a disposizione dall’Ente Parco delle Madonie.

Anche le opere nate da questo incontro fatto di scambio e cultura saranno trasferite e andranno ad arricchire il Museo Sottosale in miniera.

Viaggio in miniera

Sono gli stessi operai, grazie alla cui caparbietà il MACSS è nato, ad occuparsene fuori dai turni di lavoro. Il sabato mattina distribuiscono i caschetti protettivi ai visitatori e li accompagnano nel cuore della miniera, la parte dedicata al museo. Sono in tanti e ognuno di loro spiega il percorso da fare, le opere esposte, gli aspetti geologici.

Con il primo superiamo la galleria scavata nello strato di argilla spesso dieci metri che per sei milioni di anni ha preservato e permeabilizzato  il sito estrattivo dagli agenti esterni. La luce accecante dell’entroterra siciliano lascia il posto all’ombra e al refrigerio di un luogo incantato, quasi ovattato, fatto esclusivamente di sale. Si cammina sul sale circondati da pareti di sale. Al soffitto stalattiti perfette da cui, ritmicamente, scende giù una gocciolina che mi bagna le labbra restituendomi la sapidità di un prodotto puro al 99%.

Ad interrompere la monotonia del sale, i macchinari e le gallerie che si intravedono dove normalmente gli operai sono all’opera. Immaginate un uovo coricato: è la forma che la miniera di Raffo ha. Sotto i nostri piedi uno strato di sale di venti metri e poi ancora una nuova galleria sino ad arrivare a 400 metri di profondità.

Il plastico di Enzo Rinaldi, un artista di Petralia Soprana, lascia immaginare i dodici livelli, gli ottanta chilometri di gallerie dove le frese continuano a scavare. Un tempo si estraeva con la dinamite ed era facile trovare i cristalli di sale, halite, belli e puri come un diamante. La tradizione voleva che portassero fortuna, un prezioso amuleto contro il malocchio e in ogni casa ce n’era uno.

La basilica del sale

La parte conclusiva della visita è dedicata alle sculture e alle installazioni che negli anni hanno arricchito il MACSS. Le sale che le ospitano, interamente scavate nel sale, sono enormi, grandiose. La volta a croce ricorda una basilica, un tempio dove arte e natura convivono e la mano dell’uomo ha creato cultura fruibile per tutti.

Osservo Cui Prodest di Momò Calascibetta, Soffio di Sale di Gianfranco Macaluso, il Re del Mondo di Mariano Brusca, Sicilinconia di Damiano Sabatino.

Sono solo alcune delle tante. Ogni opera ha una narrazione e un’interpretazione diverse la cui scoperta è spesso impreziosita da performance e concerti musicali. Basta dare un’occhiata al sito o alla pagina facebook per restare aggiornati e scegliere il momento migliore. Io ho avuto la fortuna di assistere ad una esibizione dell’orchestra Sulle orme di Django in occasione dell’8^ Raduno Jazz Manouche a Petralia Sottana…che ritmo ragazzi!

Alcune info

La visita è effettuabile ogni sabato al costo di 5 euro prenotando al numero 3663878751. Non ci sono cunicoli stretti o bui ma solo ampi e comodi spazi da attraversare. Purtroppo, per motivi di sicurezza, l’ingresso non è consentito ai minori di anni 12 e per loro sono allestiti laboratori didattici all’ingresso. Una volta prenotato vi saranno inviate via WhatsApp le indicazione per raggiungere il sito. Non affidatevi al navigatore, vi porterebbe fuori strada.

 

 

 

 

Malta. Dormire a Sliema. Perchè

Vi potrei dire che è più economica, che è ben collegata, che offre locali e ristoranti di ogni genere. Sì, è vero, Sliema a Malta è una località che offre tutto questo.

Come tante altre sull’isola.

Cosa mi ha attratto di Sliema

La verità è che sono una romanticona e quando ho scoperto il Two Pillows Hostel me ne sono innamorata. A volte basta poco perché un luogo prenda forma e ci si immagini lì. A me è bastato un bel portone rosso sormontato da una gallarija dello stesso colore, il tipico balcone chiuso. A Malta ne trovate tante fortunatamente ben tenute  e lungo la strada che porta al Two Pillows  ce ne sono di bellissime, colorate e in netto contrasto con la pietra chiara con cui sono costruite le case.

Il Two Pillows è un ostello che come tutti gli ostelli offre camere e servizi in comune con altri viaggiatori a prezzi vantaggiosi. Ma è anche un raffinato boutique hostel: una casa maltese con una splendida scala in ferro battuto a chiocciola che sale fino all’ultimo piano e uno stile moderno, accattivante. Industrial design  e scelte urban chic per tutte le aree comuni  – la reception, la sala colazione col suo sharing table, il piccolo dehors  tra ciuffi di verde e una bici appoggiata a un muro di pietra. Una spa prenotabile e gratuita per un’ora di totale relax. E infine, camere singole dotate di tutti i comfort dalle linee e i colori essenziali.

In quella assegnatami, un ampio terrazzo solo per me, vista Valletta. Cosa chiedere di più?

Sul traghetto
Sul traghetto

E poi…

Se guardate Sliema su Google vedrete che il tratto di costa su cui sorge “abbraccia” letteralmente la lingua di terra che termina con Valletta.  La capitale e Sliema sono dirimpettaie e separate solo dal Marsamxett Harbour, un tratto di mare navigabile in pochi minuti con un servizio di ferry boat efficientissimo – Valletta Ferry Service Sliema – che dal Two Pillows dista appena pochi passi. Nel ridotto specchio d’acqua c’è Manoel island con il Fort Manoel e il Lazzaretto di San Rocco.

L’imbarco per Valletta è sul lungomare di Sliema , Triq it Torri, più a sud Qui si Sana, accanto chioschi e innumerevoli baracchini per prenotare gite giornaliere a Gozo o a Comino, su imbarcazioni di ogni tipo e livello. Una passerella affacciata sul Mediterraneo  dove si passeggia superando la torre inglese, la Il Fortizza e quella fatta costruire dal Grande Maestro di Redin nel XVII secolo, la St. Julian. C’è chi ne approfitta per fare un po’ di corsa, chi per fare il bagno in una delle piscine scavate ad hoc nella roccia per le ricche signore maltesi di un tempo.

Di locali, bar, ristoranti ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le tasche. Ve ne consiglio due: il primo è Ta’Kris, 80 Fawwara Lane, una trattoria specializzata in cucina tipica maltese, servizio semplice e sincero. Ottimo lo stufato e il coniglio, delizioso il piatto di dolci tipici con gli imqaret, i dolcetti ripieni di datteri serviti con gelato e i kannoli, il cannolo in versione maltese.

Il secondo è invece il Surfside, un moderno loungebar terrazzato da cui il tramonto sul mare è mozzafiato e, oltre il quale, a breve distanza verso nord, Sliema termina ed iniziano St Julian’s seguita da Paceville conosciute per lo più per i locali notturni e i grandi alberghi. Un grazie speciale ad Ale e Deia, una coppia di amici expat che vive a Malta che mi ha fatto scoprire il Surfside e che spesso dai suoi tavoli, racconta l’isola nel blog Una Nuova Meta.

Poco più giù invece,  a Tignè Point, lì dove il comandante turco Dragut Reis schierò i suoi cannoni durante il Grande Assedio del 1565, sorgono lussuosi complessi residenziali e il centro commerciale The Point.

Basta invece lasciare il lungomare e salire verso la parte interna di Sliema per scoprire una realtà diversa, più lenta e silenziosa, fatta di case tipiche, gallarjia e Madonne su ogni facciata, piante di bouganville e mici isolani.

E’ la Sliema dei piccoli forni tradizionali ( ce n’è uno proprio dietro il Two Pillows) delle botteghe di una volta dove comprare frutta e verdura, dei bambini che alternano un inglese forbito alla lingua maltese,  un mix inimitabile e ahimè impronunciabile di arabo, italiano e siciliano, con radici semitiche e latine.

 

Slow food in Sicilia. La manna a Castelbuono

Un tempo il “mannaluoro” era una figura assai rispettata in tutta la Sicilia nord occidentale, “u’ntaccaluoro”, il coltello con cui si incideva la corteccia dei frassini per ricavarne la preziosa manna, un simbolo di potere e autorità. Sulla sua capacità di <sentire> l’albero e capire quando avrebbe donato la sua linfa aleggiava un’aura magica, quasi che fosse una sorta di sciamano, lo sciamano dei frassini.

Ma cos’è la manna? No, non è quella che cade dal cielo di biblica memoria ma è altrettanto preziosa e difficile da reperire. E’ la linfa del frassino, estratta incidendone la corteccia, un tempo molto richiesta dal mercato e fonte di ricchezza, negli anni sostituita da soluzioni di sintesi più economiche, oggi eccellenza slow food e cibo per gourmet e intenditori.

Mario Cicero. Frassinocoltore oggi

Sorrido quando incontro Mario Cicero, frassinocoltore che opera nel Parco delle Madonie, tra Castelbuono e Pollina, in provincia di Palermo, ultimo avamposto per la raccolta della leggendaria manna.

Mario dello sciamano non ha proprio nulla. 40 anni, siciliano, un lungo periodo nella veste di cuoco in giro per il mondo, guida naturalistica appassionata. Dopo due anni in California sceglie di tornare a Castelbuono e qui investe su un’arte antica che tanto racconta di quella biodiversità, elemento cardine dei suoi studi universitari.

Con Mario Cicero nel frassineto
Con Mario Cicero nel frassineto

Oggi Mario Cicero è considerato un esperto e un fine conoscitore dei frassini e della manna. Quello che fino a qualche tempo fa era considerato un settore dell’economia locale dimenticato ed affidato alla memoria dei più anziani  è nuovamente in crescita. La manna, presidio slow food, è tornata ad essere richiesta dalle aziende farmaceutiche per le sue proprietà decongestionanti, lassative e cicatrizzanti e da qualche tempo anche l’industria dolciaria – la manna è un dolcificante naturale –  e quella cosmetica fanno l’occhiolino ad un prodotto made in Sicily di cui si parla sempre di più.

“Quando la manna non cade dal cielo” è il nome del progetto del Consorzio Manna Madonita voluto da Fondazione con il Sud, no profit che promuove lo sviluppo del Mezzogiorno e che a Castelbuono ha investito con svariati milioni di euro destinati alla valorizzazione del territorio.

Sostituita nel passato da prodotti di sintesi molto più economici e facili da reperire, oggi la manna torna ad essere un’eccellenza proprio perché naturale e non sottoposta ad alcun processo chimico: la manna viene raccolta a mano ed essiccata al sole…that’s it.

“Un bravo mannaluoro è soprattutto un attento osservatore. Azzeccare il momento giusto dell’incisione è la cosa più difficile: nessuno te lo può spiegare, né sta scritto da qualche parte. E’ l’esperienza quella che conta e anche la sensibilità. <Talìa e ‘nsignati>”

 

Ma come si fa? “Guarda e impara”

Seguo incantata i movimenti rapidi di Mario, decisi e delicati allo stesso tempo. Con il grosso coltello incide trasversalmente il tronco del frassino seguendo una precisa geografia dell’albero. Sulla corteccia se ne vedono i tagli precedenti, le parti in cui il tronco si sta rigenerando. Poi la goccia, lenta, trasparente e davvero sembra una magia. Cola giù sull’albero diventando bianca, stalattiti imperfette, ciascuna diversa, ognuna con un suo disegno.

Su più alberi sono state collocate piastre che servono a convogliare il prezioso liquido a cui viene legato un filo di nylon, una volta fili d’avena e di cotone. La manna, scendendo, si attacca al filo e crea il cannolo perfetto, il più pregiato perché privo di qualsiasi impurità. Alla fine del filo, in tensione grazie ad un piccolo peso in acciaio, si deposita, raccolta in ciotole, la parte meno preziosa, quella che più tempo resta esposta e dove è facile che ci sia un frammento di corteccia, un insetto rimasto attaccato.

Il cannolo. La manna più pregiata
Il cannolo. La manna più pregiata

E a proposito di insetti Mario mi spiega quanto siano importanti per capire se la pianta è pronta per essere incisa. Occorre che sia molto caldo e che il frassino vada in stress mantenendo la linfa nel tronco. “guarda le foglie, i ciuffi in alto, quelli più vivi che sembrano stare tesi”. Non è un buon segno, mi dice. E non lo è nemmeno il tipo di formica che mi indica. E’ ghiotta della manna finale, quella meno concentrata, più diluita ed è un chiaro avvertimento del frassino: “Lasciami riposare”.

“<Se le piante jsano i corna> Alfonso raddrizzava l’indice e il mignolo per indicare le foglie tese verso l’alto, <allora non si deve incidere, perché il muddio è sveglio e manna non ne fa>”

La parte che resta attaccata sull’albero, la <drogheria> viene raschiata e venduta in sacchetti, come il <rottame>, la manna nelle ciotole, un tempo raccolta nelle pale di ficodindia. I preziosi <cannoli> invece sono messi sul mercato in graziose scatole.

“La raccolta è cosa delicata, e una pioggia improvvisa o una notte di umidità possono vanificare settimane di paziente attesa”

Il calabrone è un altro insetto che ha molto da raccontare. Mario riesce a tradurne il linguaggio e ne ascolta i suggerimenti. “E se un foro, proprio come quello che riesce a fare un calabrone, potesse sostituire il taglio, l’incisione? Quanto beneficio per la longevità della pianta?

Il periodo di raccolta va da fine luglio ai primi di settembre. Quest’anno si concluderà ad agosto. Una finestra davvero modesta, un vero e proprio miracolo che la natura offre (nel 2018, la raccolta non c’è stata). Gli alberi vengono incisi al mattino presto e sempre nello stesso ordine per non stressarne uno più di un altro. La manna vuole il caldo ma non troppo e così nelle ore più calde scatta lo stop. Un equilibro sottile ed estremamente delicato che solo un “mannaloro” sente.

Solo nei mesi estivi e se la natura vuole
Solo nei mesi estivi e se la natura vuole

Alcune info utili

Assistere e partecipare alla raccolta della manna è possibile contattando il Consorzio Manna Madonita. Reperire il prodotto nei differenti formati è facile on line ma farlo con una visita a Castelbuono non ha prezzo. Una sosta in questo centro delle Madonie è d’obbligo per chi ama l’arte, anche quella moderna.

Museo Civico Castelbuono;

Matrice Vecchia secolo XIV col Polittico di Scuola Antonelliana 1520;

Identità – opera dello Street Artist Riccardo Buonafede;

Putia Sicilian Creativity – art, handicraft e art gallery.

 

Per chi ama la musica:

Ypsigrock, il festival di musica indie tra i più famosi in Europa giunto alla 23°edizione.

Per chi è un gourmet:

Fiasconaro, panettoni siciliani artigianali da forno, e non solo. In piazza Margherita. Lo facciamo anche in Sicilia e pare sia uno dei migliori in Italia…

Naselli, gelati e granite siciliani artigianali. In piazza Margherita. Se ci andate in agosto, provate la granita di fico al marsala.

Per provare i sapori autentici della cucina del territorio i ristoranti Palazzaccio di Sandro Cicero e Giuseppe Migliazzo e Nangalarruni di Peppe Carollo. Personalmente quando vado a Castelbuono faccio testa o croce…

E tornando a Mario Cicero, vi ricordo che è guida naturalistica. Per scoprire il Parco delle Madonie tutto l’anno affidatevi a lui e a Nature Explorers Sicily: trekking, educazione ambientale, passeggiata con gli asini, itinerario dei fiori selvatici, Gole di Tiberio e agrifogli giganti. Ce n’è da scoprire eh?

Gli indirizzi e i consigli suggeriti sono del tutto personali e mai esaustivi di una realtà molto più ampia e variegata. A voi la scelta e la possibilità di aggiungere nuove idee e suggerimenti. Ne sarei felice!

Tutte le citazioni sono tratte da “Manna e miele, ferro e fuoco” uno dei romanzi di Giuseppina Torregrossa, Mondadori, una delle scrittrici siciliane che più amo e che riesce egregiamente a raccontare la mia Sicilia e quella che non c’è più.

Identità. Riccardo Buonafede
Identità. Riccardo Buonafede

Ciomod experience. Come a casa, in una fabbrica di cioccolato

Avete mai pensato di soggiornare in una fabbrica di cioccolato?

In un luogo dove la materia prima si trasforma in uno dei prodotti migliori da provare e apprezzare in Sicilia?

Dove tutto è fatto rigorosamente a mano, in maniera artigianale e nel rispetto dell’ambiente?

Non aspettatevi alambicchi e macchinari alla Willy Wonka. Nessun  biglietto dorato e bibite che fanno volare. Di effetti speciali non ce ne sono.

A Casa Ciomod solo cose semplici e autentiche.

Villa, quartier generale, casa

 

Partiamo dal dove: siamo a Modica, Patrimonio dell’Unesco, tesoro del tardo barocco siciliano. Poco distante dal centro storico, lì dove la pietra color miele di chiese e palazzi lascia il posto a quella chiara e asciutta dei muri a secco di campagna, sorge una villa padronale dal fascino antico, coi pavimenti di una volta a disegno bicolore nero pece, granato e bianco, poche camere, una decina, tanto silenzio, grandi cespugli di lavanda dello stesso colore della facciata, un malva tenue.

Una terrazza sui campi dove non è raro vedere mucche al pascolo, eleganti panche in pietra, tavoli e sedie in ferro battuto dai disegni Liberty, una piscina accanto un viale di alberi secolari.

Casa Ciomod. Cose semplici
Casa Ciomod. Cose semplici

Potrebbe bastare già così: un luogo che abbia i colori e le atmosfere della Sicilia, quella di una volta. A Casa Ciomod però della Sicilia si sente forte anche il profumo: quello, inconfondibile ed unico del cioccolato di Modica, che dal 2018 ha ottenuto dall’Unione Europea il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta e che, dal 2003, il brand Ciomod produce.

Seguirne l’aroma è facile a Casa Ciomod perché accanto la villa c’è l’azienda e quartier generale, cuore pulsante dove le fave di cacao arrivano da lontano e si trasformano in un prodotto semplice nato dalla combinazione di due ingredienti: massa di cacao e zucchero lavorati a freddo, senza concaggio, seguendo la ricetta degli Spagnoli che dal Messico importarono in Sicilia i segreti del popolo azteco sul cioccolato e per primi aggiunsero la parte dolce.

A Casa Ciomod nasce il progetto Dolci Fonderie, un laboratorio, un piccolo spazio che richiama l’antica linea di produzione dove, a partire dalla selezione delle fave di cacao, si arriva alla realizzazione della tavoletta finita passando dalla tostatura e dalla macinatura. Un processo a cui il visitatore che ha voglia di scoprire di più sul mondo del cioccolato e sulle differenti fasi di lavorazione può assistere, a patto che sia curioso e appassionato…come tutti a casa Ciomod.

 

Ciomod. Brand ma anche mood

Ciomod. Tradizione e innovazione
Ciomod. Tradizione e innovazione

Grana ruvida, cristalli di zucchero che si sciolgono piano tra lingua e palato. Un piacere lento che racconta un intero territorio. Un tesoro da trattare con cura che Innocenzo Pluchino, anima e mente di Ciomod ha ereditato con un obiettivo: preservarne la tipicità traducendone il valore con un’immagine fresca, giovane. La tavoletta centenaria che si racconta al mondo attraverso un packaging ammiccante e una grafica moderna. Parole nuove, significati di una volta.

Se c’è una cosa che riconosci subito in un siciliano è l’orgoglio che leggi nei suoi occhi quando si parla di Sicilia e l’entusiasmo crescente con cui vuol farti capire quanto è bella. Con Innocenzo Pluchino va così: nessun giro di parole, sguardo aperto e attento, voglia di conoscere il suo interlocutore e di appassionarlo al suo progetto appassionato. Ricerca e rispetto le due parole chiave con cui descrive l’avventura Ciomod.

Cio, cioccolata. Mod, Modica, moda, design. Ma anche mood. La filosofia e il sentire che si respirano forte sono passione, coinvolgimento, convivialità, condivisione.

A Casa Ciomod ogni oggetto ha una storia e persone in carne ed ossa che hanno partecipato attivamente al racconto corale “Sicilia”.

Penso alla parete del salottino accanto la camera dove ho dormito. Mobili classici, pavimento di una volta e tante manate colorate e allegre sul muro. Tra i libri e le riviste da sfogliare il magazine di Casa Ciomod con tutte le iniziative del brand. Ma anche eventi, fiere, incontri dove parlare di Sicilia e fare territorio. Quante volte abbiamo detto che a tavola il mondo si racconta e che sono le persone  il vero viaggio, quello più autentico da vivere?

Un souvenir bello, buono e persino “stupefacente”

Fatto a mano. From bean to bar. Dalle fave di cacao alla tavoletta

A Casa Ciomod il cioccolato è dappertutto. Alla reception, a colazione, nelle vostre stanze.

Potrete assaggiare  una grappa al cacao o il liquore al cioccolato di Modica, un unicum in questa zona; e anche quello al finocchietto, al limone e alla carruba. Torroni e creme di mandorla, nocciola e pistacchio, un tripudio dei sapori di Sicilia.

C’è poi un souvenir speciale da portare a casa che ha tre elementi che lo rendono bello, buono e utile. Parlo della linea Fatto a mano, from bean to bar, dalle fave alla tavoletta. Un cacao, Arauca e Huila, che arriva da alcune piantagioni colombiane che menti illuminate hanno fatto crescere lì dove veniva coltivata la coca generando un percorso virtuoso a lungo termine; accostamenti di gusto e profumo con materie prime siciliane d’eccellenza tra cui il sale di Trapani, il mandarino tardivo di Ciaculli, il sesamo di Ispica, il miele di carrubo di ape nera sicula che vantano il presidio Slow Food; infine un incarto realizzato interamente a mano, come una volta, con materiale riciclato e riciclabile.

Più “stupefacente” di così!

Laboratori di cioccolato. Let’s play

 

Avete bimbi? Portateceli.

Siete bimbi dentro? Andateci.

Nel mondo Ciomod non perdetevi la Chocolate School, laboratori dove mettere le mani “in pasta”, quella di cacao e divertirvi imparando i segreti del cioccolato di Modica. Profumo, sapore, consistenza nelle differenti fasi di lavorazione.

Un viaggio nella storia del prodotto, per scoprirne valori nutrizionali e proprietà organolettiche. E soprattutto la soddisfazione di aver creato la vostra tavoletta di cioccolato. 

Grana ruvida. Piacere lento. Il cioccolato di Modica IGP
Grana ruvida. Piacere lento. Il cioccolato di Modica IGP

Convitto delle Arti. L’Impossibile è Noto

La cornice è il Convitto delle Arti – Noto Museum, da tempo luogo d’aggregazione culturale nel panorama artistico in Val di Noto, incubatore di idee e volano d’arte e bellezza con la sua posizione privilegiata, ex Collegio dei Gesuiti lungo il magnifico Corso Vittorio Emanuele nel cuore barocco di Noto.

Il nome che le è stato dato impegnativo e ammiccante.

Parliamo della mostra “L’Impossibile è Noto”, visitabile fino al 10 novembre prossimo, curata da Giancarlo Carpi e Giuseppe Stagnitta e prodotta da Sicilia Musei con il patrocinio del Comune di Noto.

Un centinaio di opere provenienti da fondazioni, archivi e collezioni private e dieci sezioni tematiche: dell’invenzione del movimento nella fotografia e nella pittura al Surrealismo, passando per Futurismo e Cubismo, Astrattismo, Metafisica e Dada tra Europa e Italia.

 

Boccioni, Picasso, Mirò, Kandinskij, De Chirico, Klee, Max Ernst, solo alcuni tra i numerosissimi maestri del Novecento presenti con oli, disegni,  acquerelli, grafiche, sculture, oggetti di design.

Un progetto d’alto livello quindi, un evento speciale che va ad arricchire l’offerta culturale del viaggiatore che visita Noto.

Un racconto, abilmente costruito e articolato, di una rivoluzione, creduta impossibile e invece pienamente realizzata, una rivoluzione vera, profonda, lacerante. Una rivoluzione che è riuscita a cambiare il modo di fare e comprendere l’arte. Una rivoluzione nel modo di comunicare e veicolare messaggi e idee oggi consolidato, impensabile ad inizio Novecento.

 

Le avanguardie storiche che, audaci e innovative e spesso ai più  incomprensibili, hanno caratterizzato la prima metà del Novecento regalando alla seconda metà una maturità artistica e una visione drasticamente diversa del segno, dell’immagine, della materia.

Si parte con le celebri composizioni fotografiche di Muybridge, lo studio del movimento che tanta parte ebbe nell’opera di Balla, Boccioni, Marinetti.

Si prosegue come trasportati dal turbine di inizio Novecento: arrivano nuove fonti di energia, quella elettrica e il petrolio. Con esse, la locomotiva elettrica,  le turbine idrauliche, il motore a scoppio, il telegrafo.  Si vola, concretamente e con l’arte. E a ritmo di musica. Basta uno schizzo del Balla “Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac” per sentirne il rumore dei passi, l’aria che si sposta, l’energia che se ne scatena.

Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac - Balla
Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac – Balla

” Noi siamo sul promontorio  estremo dei secoli! Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossile”. (Filippo Tommaso Marinetti).

Anche la figura umana viene sezionata, smembrata, ricomposta secondo schemi nuovi che seguono percorsi diversi, quelli della psiche, dove certezze e consapevolezza vengono meno.

Pensiero e morale entrano in crisi. Basta un punto, un segno, la forza del simbolo che diventa immagine per comunicare il capovolgimento di ruoli e punti di riferimento.

“Nulla fu più come prima” 

Persino nei primi tentativi di una comunicazione commerciale. Splendida “Ritmi di Sicilia” di Depero. E poi i primi collage e contaminazione di materiali. La sovrapposizione di parola, immagine, simbolo, embrioni iniziali di futuri tagli e strappi.

Ritmi di Sicilia - Depero
Ritmi di Sicilia – Depero

La mostra si conclude con un omaggio a Salvador Dali’, “Paranoica in occasione del trentennale della morte. Un’esplosione di audacia e iperbole. “Lips Sofà” e “Occhio” riempiono lo spazio.

Non poteva che essere così. Ancora un’accelerazione che stravolge e scandalizza. Ancora una visione caparbia, folle.

Perché si sa, la follia è contagiosa. Come un germe cresce, contamina e crea cose incredibili. Anzi, impossibili.