Borghi in Sicilia. Castelbuono. Non è un luogo comune

Castelbuono
Castelbuono non è un luogo comune
Castelbuono non è un luogo comune

La chiamano <castelbuonesità>  l’attaccamento a Castelbuono da parte di chi ci è nato. Patologia cronica ed altamente contagiosa, di <castelbuonesità> in realtà è affetto chiunque a Castelbuono ci vada.

Impossibile non innamorarsene.

Castelbuono, comune del Parco delle Madonie, offre siti storici e culturali di innegabile valore, vanta eccellenze locali e tradizioni antiche, regala una gastronomia indimenticabile.

Ma c’è qualcosa che rende speciale Castelbuono: la <castelbuonesità> sa tradursi in progettualità e in un nuovo storytelling del territorio.

Castello di Castelbuono. Non solo leggende ma fatti
Il Castello Ventimiglia a Castelbuono
Il Castello a Castelbuono è di tutti, è bene comune. Nel 1920, quando rischiò di andar perso, fu salvato dai castelbuonesi che fecero colletta e lo acquistarono…

Ampia prova di cittadinanza attiva a Castelbuono era stata già fornita cento anni fa, nel 1920, quando si fece colletta per acquistare l’antico castello. L’edificio simbolo dell’intero borgo era stato costruito dalla nobile stirpe dei Ventimiglia nel lontano 1316. Caduti in rovina i Ventimiglia, il sito non andò perso; divenne esempio concreto di identità e genius loci. Oggi è uno splendido museo, il Museo Civico di Castelbuono, che racchiude un tesoro inestimabile: la Cappella Palatina di Sant’Anna, resa unica dagli stucchi di Giacomo e Giuseppe Serpotta, le cui opere hanno impreziosito luoghi sacri a Palermo in particolare ( vi ricordate l’Oratorio di San Lorenzo e il Caravaggio trafugato?) e nella Sicilia tutta.

Le figure dei Serpotta, bianche, quasi candide, sembrano prendere vita dal fondo dorato: la drammaticità dei volti, la torsione dei corpi incantano e ammaliano. Insieme, fanno da cornice ad un ulteriore patrimonio, il Sacro Teschio di Sant’Anna, patrona amatissima. Leggenda vuole che sia stato murato insieme ad un cero acceso nella cattedrale di Apt dal vescovo Auspicio e che scavando dopo centinaia di anni lo si ritrovò con accanto il cero ancora acceso.

Oggi la reliquia è all’interno di un busto in argento che rappresenta la Santa commissionato da Isabella Moncada nel 1521 per grazia ricevuta. Quasi invisibile agli occhi del visitatore, solo una volta all’anno, dopo la Cerimonia della Consegna delle Chiavi che consente l’apertura del sacello in cui è custodito, il sacro busto viene mostrato e portato in processione.

Il Museo Civico. Dove l’arte si respira

Trasferito da Guglielmo Ventimiglia nel 1603 a Castelbuono, il Sacro Teschio di Sant’Anna sembra ancora <illuminare> Castelbuono indicando una nuova via per l’intero castello, oggi moderno polo museale.

Il Museo Civico al suo interno ospita tre sezioni distribuite su piani diversi affacciati sulla corte centrale e collegati da una scala quattrocentesca sul cui corrimano sono ancora evidenti i dati distintivi dei singoli pezzi.

C’è la sezione dedicata all’arte sacra con i gioielli dei Ventimiglia, ex voto e paramenti sacri (fermatevi ad ammirare il Paliotto tessuto con fili d’oro e raffinato corallo di Sciacca. Fu confezionato in onore di S.Anna dalla stessa Isabella Moncada affinché le facesse la grazia di un figlio); una sezione archeologica e una pinacoteca permanente di arte moderna e contemporanea.

Infine aree destinate a mostre e installazioni che si susseguono nel corso dell’anno e che rendono vitale questo luogo, occasione di riflessione e <casa> per artisti di tutto il mondo.

What’s on. Now in Castelbuono!

Due concerti internazionali che annualmente vengono organizzati qui (il Castelbuono Jazz Festival e l’Ypsigrock, dedicato al rock e tra i migliori <boutique festival> d’Europa), opere di street art tra i vicoli del borgo (cercate <Identità> di Riccardo Buonafede, narrazione dei luoghi a colpi di bomboletta spray e stencil), un giro podistico internazionale, concorsi di fotografia. Castelbuono non si ferma mai e guarda al futuro.

Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery
Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery

Se ci andate (certo che ci andate) fate una sosta da Putia Sicilian Creativity. <Putia> è un termine dialettale siciliano che indica la vecchia bottega di quartiere o di paese, quella dove si trovava un po’ di tutto, l’indispensabile e non solo. Da Putia Sicilian Creativity a Castelbuono c’è tutto quello che vi serve per capire cosa bolle in pentola nel panorama dell’artigianato siciliano: materiali e oggetti tipici declinati con un linguaggio contemporaneo. Sostenibilità, tradizione, innovazione, network sono alcune delle parole chiave per comprenderne la mission. Il punto vendita è affiancato dallo spazio Putia Art Gallery, laboratorio di idee, arte, cultura.

 La manna, una storia antica

Siete andati a vedere Identità di Riccardo Buonafede? Avete fatto caso agli elementi scelti per raccontare Castelbuono? C’è anche il Fraxinus Ornus, uno dei frassini da cui viene raccolta la manna miracolosa e non poteva che essere così d’altronde perché, tra le eccellenze che caratterizzano Castelbuono, la manna è forse tra le più antiche. Ricchezza di un tempo che fu, oggi prodotto di nicchia salvaguardato da frassinocoltori eroici e caparbi, promosso da un’amministrazione coraggiosa. Vi aspetto qui, su viaggimperfetti, per saperne di più.

La manna a Castelbuono, una storia antica
La manna a Castelbuono, una storia antica
A Castelbuono Cosima è una star, in servizio per l’ambiente

<Ha avuto modo di vedere Cosima in azione?>.

Sono in compagnia di Mario Cicero, Sindaco di Castelbuono e Cosima in realtà è un modo affettuoso di chiamare i quasi 70 esemplari di asino ragusano che da diversi anni aiutano attivamente con la raccolta differenziata porta a porta. Un’idea smart che promuove la sostenibilità ambientale e il recupero di antiche tradizioni. 

<E’ un progetto di cui andiamo orgogliosi. Un progetto di gestione integrata dei rifiuti che sostituisce il trasporto gommato su circa metà del centro abitato di Castelbuono>.

Gli asini riescono a raggiungere i vicoli più piccoli del borgo, non emettono gas nocivi, hanno costi inferiori di manutenzione. <E sono bellissimi, una razza, la Ragusana, pregiata e tutta siciliana che rischia di scomparire>. A condurre gli asini ogni mattina per le vie di Castelbuono operatori guida  che provengono da situazioni di particolare disagio sociale.

Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera
Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera

<Castelbuono ha tradizioni antichissime di cui siamo molto fieri. Quello che proviamo a fare è tutelare il patrimonio che ci è stato affidato attraverso linguaggi nuovi. Intercettiamo l’attenzione del nostro pubblico valorizzando il lavoro di squadra messo in atto dalle associazione che lavorano sul territorio. Ha avuto modo di sfogliare la nuova City Guide? In fondo facciamo una cosa molto semplice: raccontiamo la nostra terra promuovendo ciò che siamo e ci rende speciali>.

Buone pratiche, attenzione per l’ambiente, creatività.

<Di sfide ce ne sono sempre. E di progetti nuovi anche. Oggi più che mai. Andiamo avanti in questo periodo terribile nel pieno rispetto delle normative anti-Covid. L’estate appena trascorsa ha visto Castelbuono bella e vitale grazie ad iniziative adeguate al momento storico. Stessa bellezza, regole diverse>.

Dall'alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l'Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e oltre, quella Nuova. Alle spalle, le Madonie...
Dall’alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l’Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e subito dopo, quella Nuova. Oltre, le Madonie…
Di Cosi Chini e Testa di Turco

Guardatevi attorno: Castelbuono è green e non solo per le politiche ambientali adottate ma perché letteralmente circondata dal verde del Parco delle Madonie. Nei suoi boschi crescono un’incredibile varietà di funghi che abbondano in autunno e ricompaiono in primavera come i rari <basilischi>.

La ricotta, fresca e salata, il <tumazzo>, le caciotte e la <tuma persa> sono sulle tavole dei migliori ristoranti insieme a olio, miele e marmellate qui prodotti.

I Cosi Chini di Tumminello
I Cosi Chini di Tumminello

Non dimenticate di assaggiare i Cosi Chini, biscotti a forma di fiore ricoperti di glassa bianca e confettini di zucchero, i <diavolicchi>, ripieni di fichi o in alternativa rotondi, con zucchero a velo sopra e ripieno di zuccata.

A Castelbuono fanno poi un dolce leccornioso, la Testa di Turco, sottili strati di pasta fritta addolciti da crema di latte e profumati da cannella e limone che ricordano la cacciata degli Arabi e la vittoria dei Normanni.

I ristoranti provati e consigliati da Viaggimperfetti:

 – Hostaria Nangalarruni;

 – Ristorante Palazzaccio;

 – Ristorante La Lanterna.

Raccomandata la degustazione di prodotti dell’agriturismo Bergi, con due punti vendita in centro di cui uno anche spazio museo con gli arnesi tradizionali dell’agricoltura locale.

Venere Ciprea o Quattru Cannola?
Venere Ciprea o Quattru Cannola?
 Ma non finisce qui…

La gente del posto sostiene che se a Castelbuono non hai visto  il Castello e la Matrice Vecchia non hai visto niente. E ha ragione perché perdere la Chiesa di SS Maria Assunta, ossia la Matrice Vecchia sarebbe un vero peccato. Costruita intorno al 1362 per volere di Francesco II Ventimiglia custodisce il Polittico dell’Assunzione attribuito prima ad Antonello De Saliba, nipote di Antonello da Messina e successivamente a Pietro Ruzzolone. Innamoratevi degli affreschi  medievali e rinascimentali già visibili dalla facciata esterna, seguitene la storia sin dentro la Cripta: sarà meraviglia e stupore.

Ci sono poi la Matrice Nuova (non fermatevi, raggiungete l’altare. Ci saranno nuovi stucchi del Serpotta a sorprendervi!), il Museo Naturalistico Francesco Minà Palumbo col suo patrimonio di informazioni sulle Madonie custodito all’interno dell’ex Convento di San Francesco, l’organo del 1547, il più antico in Sicilia e il quinto in Europa, il Mausoleo dei Ventimiglia, bonariamente battezzato <cappello di S.Antonio>.

E poi la fontana Venere Ciprea lungo il corso principale, meglio nota come <Quattru Cannola> con Venere e Cupido e Andromeda inginocchiata in cima. Infine il museo dedicato al Risorgimento e la Torre dell’Orologio, con l’orologio meccanico del 1885 della ditta Isidoro Sommaruga che batte il tempo a Castelbuono su Piazza Margherita.

La Torre dell'Orologio batte il tempo su Piazza Margherita
La Torre dell’Orologio batte il tempo su Piazza Margherita
 Il panettone è solo l’inizio. Solo primi posti a Castelbuono

Che il panettone venisse prodotto in Sicilia era già strano, che diventasse uno dei migliori e tra i più premiati in tutta Italia ha dell’incredibile.

E’ successo a Castelbuono dove Fiasconaro è diventato brand di successo e sinonimo di qualità, tradizione (tra gli ingredienti la manna, gli agrumi, la frutta secca, il miele) e innovazione.

Una storia iniziata nel 1953 quando ancora il gelato si faceva con la neve, un viaggio tra creme, croccanti e torroni.

Altrettanto buono e da non perdere è il panettone di Sferruzza, altra eccellenza del territorio.  Una storia di coraggio che inizia con un periodo a cercare fortuna in America e finisce a Castelbuono dove gli Sferruzza la fortuna la trovano davvero tra cannoli, ciambelle, brighelle e cartocci alla ricotta.

Se siete invece amanti di gelati, sorbetti e granite l’indirizzo da segnare è Naselli, in piazza Margherita, giusto dirimpetto a Fiasconaro. Nessun colorante, conservante o aroma artificiale, solo zuccheri naturali siciliani, senza grassi idrogenati. Una ricerca continua e la capacità di rinnovarsi sempre. Avete mai sentito parlare del Grano Nero delle Madonie? Il limone e l’arancia qui sono quelli di Finale di Pollina, il mandarino è di Lascari. E le amarene, le fragole, i fichi, i gelsi e l’uva? Mica solo pistacchi di Bronte! Provate il gelato al Tiramisù, vero banco di prova per comprendere genuinità e ricerca a casa Naselli e chiedete dei prodotti 100 % Sicilia, una selezione di prodotti made in Sicily al 100% a partire dal miele d’ape nera e dalla manna al posto dello zucchero.

Infine il biscotto, quello che ci fa felici, perché sa di inzuppo, di colazioni e merende allegre. A Castelbuono forni e biscottifici sono un’istituzione, quello provato e consigliato è Tumminello.

Qui i biscotti sono tradizione, ricerca, rispetto delle materie prime. Provate ad entrare nel forno con i suoi quasi 50 anni di storia e provate i biscotti Tumminello. Se riuscite a resistere e a non mangiarli tutti, potete metterli in valigia!

 Castelbuono. Ancora bellezza

Esiste un mondo incantato che circonda Castelbuono. E’ quello degli agrifogli giganti di Piano Pomo, delle roverelle e degli aceri centenari. Conoscerli e raccontarli sarà un privilegio. Ma questa è un’altra storia…

Articolo realizzato in collaborazione con il Comune di Castelbuono che ci ha accolto e guidato. Un grazie speciale a Rossella, <bussola> del nostro girovagare a Castelbuono, miniera colta e inesauribile di informazioni, esempio di castelbuonese affetto da castelbuonesità!

Sicilia segreta. Le Grotte della Gurfa

Le Grotte della Gurfa
Mito e leggenda al cuore dell'isola
Mito e leggenda al cuore dell’isola

Le chiamano grotte ma grotte non sono. Le Grotte della Gurfa nascono per mano dell’uomo, un esempio di architettura rupestre che ha molto da raccontare.

Siamo in Sicilia, a circa 70 chilometri da Palermo, poco distante dal comune di Alia, nella Valle del Platani, il fiume che nasce dove le province di Agrigento e Palermo si incontrano e che si srotola sin nel Canale di Sicilia, al confine tra i comuni di Ribera e Cattolica Eraclea.
Qui, dove un tempo il Platani era navigabile e fiorenti si sviluppavano i commerci di sale e di zolfo, le Grotte della Gurfa sono testimonianza di un passato assai remoto. Ma quanto remoto?
Considerate a lungo granai e antichi magazzini medievali dal nome di origine araba, le Grotte della Gurfa sono state nel corso dei secoli successivi adibite a stalle. Tracce degli abbeveratoi sono ancora ben visibili.
Successivi e più approfonditi studi hanno evidenziato che occorreva ritarare la macchina del tempo e risalire ad un’epoca molto più lontana.
Grotte della Gurfa. Enigma e mistero
Un santuario? Un palazzo? Una tomba reale? Forse proprio quella del re cretese Minosse, giunto in Sicilia per catturare Dedalo?
Di parallelismi ne sono stati tracciati tanti da studiosi e ricercatori. Con il Tesoro di Atreo di Micene, con il grande Ipogeo di Hal Saflieni di Malta, con il Pozzo Sacro di Santa Cristina a Oristano.
Certi sono i Bronzi di Valledolmo ritrovati durante i lavori di costruzione della ferrovia Palermo/Catania attorno al 1882 a ridosso della Gurfa e le tombe visibili sul costone roccioso tipiche di civiltà riconducibili all’Età del Rame.
Inconfutabile poi, persino agli occhi di un profano, è l’energia e la bellezza di questo luogo.
La Sicilia che custodisce le Grotte della Gurfa
La Sicilia che custodisce le Grotte della Gurfa
Energia e bellezza
Attorno la Sicilia rurale: un mare di onde crescenti e calanti con tutte le sfumature del giallo e dell’ocra che nelle ore più calde sembrano prendere fuoco; un silenzio assordante interrotto dal volo degli uccelli e dal frinire delle cicale.
Le Grotte della Gurfa sono scavate nel tufo di queste zone. Talmente suggestive da essere state scelte da Giuseppe Tornatore come set per alcune scene del film <L’uomo delle stelle>.
Sono state plasmate nel costone arenario e trasformate in cavità, stanze, sale disposte su due livelli collegati da una scala esterna e comunicanti attraverso l’area più grande, la più impressionante.
La luce che filtra e rivela
Pianta circolare di circa 13 metri e forma scampanata con un’altezza di 16, un’enormità. Con ogni probabilità un Tholos, monumenti funerari a cupola risalenti all’Età del Bronzo e diffusi in area mediterranea in epoca micenea.
Alla sommità un foro da cui la luce passa  e crea atmosfere surreali, forse le stesse che caratterizzano riti ancestrali che si perdono nella notte dei tempi. Le stesse, ad ogni modo, che, puntuali, si ripetono ad ogni equinozio, quando i raggi solari filtrano tessendo precise e sempre uguali geometrie.
Le sezioni ad incastro e i fori ben visibili sulle pareti lasciano immaginare e intuire le travi che dividevano l’ambiente in soppalchi. Corridoi, scale, cisterne, una scala intagliata nella roccia. Tutto concorre a riempire gli spazi e azzerare il tempo. Le Grotte della Gurfa continuano a parlare e a raccontare epoche diverse e contaminazioni.
Per approfondire la storia e le <pagine> che le Grotte della Gurfa hanno ancora da raccontare, si consigliano i testi e gli approfondimenti del Professore Carmelo Montagna, architetto e storico dell’arte, studioso e appassionato che da decenni indaga sulle origini di questo sito unico e ai più sconosciuto.

Un ultimo suggerimento: fate un salto ad Alia e fermatevi ad ammirare l’opera del maestro Croce Caravella dedicata alle Grotte della Gurfa. Una terrazza da 400 metri quadri su cui sono stati posizionati più pannelli per un totale di 13 m di lunghezza per 2,80 di altezza. Un altorilievo dedicato al mito e alla leggenda delle Grotte della Gurfa.

Si ringrazia Gioacchino Ganci per la visita e il vibrante racconto delle Grotte della Gurfa.
Sicilia segreta, Sicilia autentica
Sicilia segreta, Sicilia autentica

Borgo Cannistrà. Tra il dire e il fare. Sicilia in movimento

Borgo Cannistrà
La rivoluzione Borgo Cannistrà
La rivoluzione Borgo Cannistrà

Se vuoi che qualcosa accada agisci affinché accada. É un concetto semplice, eppure spesso assai complicato. Perché a volte è più facile sostenere che non si può fare invece che iniziare a fare.

A Cannistrà, una minuscola frazione del comune di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, alle parole hanno preferito i fatti, trasformando un territorio in cui pochi avrebbero investito in un laboratorio di idee e un esempio di cittadinanza attiva.

É Borgo Cannistrà, oggi punto di incontro per artisti, sede di festival e mostre, volano di progetti per l’intero territorio.

Ma come nasce Borgo Cannistrà?

Meno di trecento anime, un’umanità complessa ed eterogenea che fa a pugni, ogni giorno, con l’assenza di una progettualità per il futuro.

Fino ad una sera di maggio del 2011. Fino a quando i singoli diventano comunità che decide all’unisono e sceglie di avviare un progetto comune: il Borgo Cannistrà.

Cose semplici al principio: si ripuliscono le strade e si piantano fiori. Ciò che c’è oltre la porta di casa diventa casa comune, casa di tutti.

Cannistrà torna ad essere bella, bellissima: un autentico pezzo di Sicilia sul mar Tirreno, con le Eolie all’orizzonte, stretto tra vigneti e uliveti con la chiesa di San Giobbe che a giugno diventa palcoscenico e quinta della tradizionale festa popolare locale.

Un luogo dove poter ricominciare a sognare e fare progetti.

Presente, futuro. Identità, tradizione
Presente, futuro. Identità, tradizione
Da cosa nasce cosa. Borgo Cannistrà progetta e accoglie

Cosa è possibile realizzare in questa casa comune? Da cosa nasce cosa e Borgo Cannistrà apre le sue porte, impara ad accogliere.

Quella che un tempo era casa del pittore barcellonese Nino Leotti aperta e frequentata da artisti come Renato Guttuso e Giuseppe Migneco, diventa serbatoio di progetti e iniziative.

L’Associazione culturale no profit Borgo Cannistrà dà vita a una serie di festival ed esposizioni che si susseguono: Cannistrà for Amref, Cannistrà sotto le stelle, Cannistr’arte Exposition, Cannistrà Classic Concert…la piccola frazione barcellonese si anima con concerti, raduni di auto d’epoca, estemporanee di pittura, spettacoli.

Sposart a Borgo Cannistrà
Sposart a Borgo Cannistrà. Qui la strada è un bene comune, casa di tutti

Nel 2016 con La Pianta Che Vorrei si invitano i visitatori a portare la pianta del cuore e piantarla. Una talea o la pianticella del proprio balcone a cui si è più affezionati affinché Borgo Cannistrà diventi anche casa del visitatore.

Nel 2017 parte una kermesse dedicata alla sicilianità intesa come tutela di tradizioni legate a doppio filo al borgo ma con l’idea di ordire nuove trame proiettate al futuro.

Un museo a cielo aperto senza biglietto d’ingresso

Palart torna in più edizioni per trasformare ancora una volta il borgo: ogni singolo palo della luce viene affidato ad un artista che lo trasforma in opera d’arte.

The Time Dream, l’installazione di Liliana Urso coi suoi gradini maiolicati, le sfere che rappresentano sole, luce, tempo, umanità è solo un esempio di quella rivoluzione paesaggistica che si compie a Cannistrà.

Vicoli e strade principali sono sede di installazioni e murales che nel tempo chi ama Cannistrà dona alla comunità di cui si sente parte attiva, dando vita ad un vero e proprio museo all’aperto.

Un museo a cielo aperto dove non c’è botteghino e non si paga il biglietto d’ingresso.

Esempio di land art in cui è il borgo intero l’opera d’arte, Cannistrà accoglie nel 2017 il Festival di Street Art “‘Nto menzu a na strada”, con la direzione artistica dello street artist Andrea Sposari. All’iniziativa partecipano lo stesso Sposari, in arte SposArt, Collettivo Fx, Poki, Tilla, Nessunettuno, Gab El e Lucia Foti.

E’ una rivoluzione: il borgo diventa meta irrinunciabile in un territorio in cui, nell’arco di un’ora di strada, è possibile raggiungere mete turistiche come Milazzo, Capo d’Orlando, borghi come Castroreale, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia. E poi, ancora, il Santuario di Tindari, il Parco dei Nebrodi, Tusa e Fiumara d’Arte. Una costa, quella Tirrenica, che sa di essere e vuole continuare a essere bellissima.

Beatles a Borgo Cannistrà. Qui si fabbricano sogni
Beatles a Borgo Cannistrà. Qui si fabbricano sogni
Festival Andrea Camilleri. L’arte è la civiltà dei popoli

L’anno 2020 è l’anno del Festival Andrea Camilleri. “L’arte è la civiltà dei popoli” è il suo claim. Perchè l’arte salva, trasforma e crea cose straordinarie. Tra gli ospiti Andrea Bartoli, l’uomo che di sogni irrealizzabili se ne intende: è il fondatore di Farm Cultural Park, un tempo centro storico di Favara in provincia di Agrigento destinato al degrado e allo scempio, oggi polo internazionale di arte contemporanea e scuola di architettura per i più piccoli.

Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo…il fare. E se fai, le cose accadono.

Di cose a Borgo Cannistrà ne accadranno ancora. Lo capisci dall’energia e dall’entusiasmo che si respira qui. E dall’orgoglio che leggi negli occhi di chi qui ci vive ed è artefice di questa rivoluzione.

Funambolo e imperfetto. Il Teatro Andromeda in Sicilia

Teatro Andromeda

Nasce per mano dell’uomo trenta anni fa ma sembra voluto da un’energia superiore che qui circola e ha senz’altro casa.

E’ il Teatro Andromeda, opera di Lorenzo Reina, <sospeso> a mille metri sui Monti Sicani in provincia di Agrigento, Sicilia.

<Sei il benvenuto, chiamami per nome, che qui, chiamiamo per nome e diamo del tu anche a Dio>.

Poche parole, Lorenzo Reina non parla dei suoi lavori. Ritiene che l’arte non possa essere spiegata, che la parola non restituisca appieno l’emozione che regala: diretta, pura, semplice.

Un palcoscenico naturale sospeso sui Monti Sicani in Sicilia
Un palcoscenico naturale sospeso sui Monti Sicani in Sicilia
Sospeso tra i Monti Sicani nel cuore della Sicilia

Al Teatro Andromeda ci devi voler andare.

Lontano dai circuiti turistici, anni luce da spiagge affollate e città colorate e rumorose, il Teatro Andromeda è appena fuori il centro abitato di Santo Stefano Quisquina, a pochi chilometri dall’eremo dove i frati devoti a Santa Rosalia continuano a venerare la vergine palermitana nella grotta in cui passò gran parte della vita.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. La porta è piccola, raccolta. Occorre chinarsi, per poi accogliere

In contrada Rocca, al termine di un sentiero di campagna che si inoltra nei boschi, è luogo dal silenzio <rumoroso>, quello della natura, che avvolge interamente il sito coi suoi ritmi sempre uguali. Ritmi di luce, che regala sfumature diverse ad ogni ora; di vento, che persino  in estate, al tramonto, sferza e tonifica al termine di giornate afose; di neve, che in inverno scende lieve su ogni pietra.

Ogni pietra ha una storia e motivo d’essere

Una cinta di grandi pietre collocate a partire dai primi anni ’90 da Lorenzo Reina  che custodiscono un teatro che per tetto ha il cielo e le stelle della costellazione di Andromeda. 108 per l’esattezza, lo stesso numero dei posti a sedere che occupano il teatro, collocati rispettando la posizione delle stelle in cielo.

Prendere posto all’interno del teatro è come prendere posto nell’universo. É come ritrovare il proprio spazio in un sistema armonico fatto di energia e di luce.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. Un arco funambolo sull’infinito fa da quinta al palcoscenico circolare

Per accedervi occorre superare la Porta del Giorno e della Notte, esigua, raccolta. Per oltrepassarla bisogna farsi piccoli, chinarsi, cedere alla meraviglia e allo stupore, accoglierne la grandiosità. Davanti il palco, circolare, un arco che fa da quinta affacciato sull’infinito.

Ai confini di quell’infinito il Canale di Sicilia e, se si è fortunati, l’isola di Pantelleria.

“…ho saputo che la Galassia M31 della Costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa due miliardi e mezzo di anni, pensai allora di dare forma a una cavea con 108 pietre ricalcando la mappa delle 108 stelle della Costellazione di Andromeda…Vedi? E’ una storia semplice.”
Fattoria dell’Arte Rocca Reina. Una storia semplice

Il Teatro Andromeda è collocato all’interno di un grande parco ispirato all’arte e alla natura. Un microcosmo chiamato Fattoria dell’Arte Rocca Reina. Un museo a cielo aperto dove le opere di Lorenzo Reina ti accolgono e segnano il percorso.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. Qui nulla è finito e tutto è in divenire

Alcune sono enormi, riempiono lo spazio; altre giocano a nascondino, si confondono nella vegetazione; tutte richiedono tempo e attenzione.

Icaro Morente di Giuseppe Agnello anticipa la Maschera della Parola, maschera, volto, personaggio. Dalla sua bocca, ad ogni solstizio d’estate, filtra la luce del sole al tramonto.

La Maschera della Parola. Ai suoi piedi Genius Loci
La Maschera della Parola. Ai suoi piedi Genius Loci

Ai suoi piedi giace, quasi conficcata nella terra nuda, Genius Loci.

File di pietre in fragile equilibrio appaiono nel parco, un parco che muta, un’opera in divenire, mai conclusa, mai perfetta. Persino le pietre del teatro hanno nel tempo cambiato colore: da bianche, oggi assumono un tono ocra caldo e morbido, ottenuto da acqua e curcuma.

La Fattoria Rocca Reina è museo, laboratorio, cammino. Ma anche ovile, vigneto, orto.

Chi lo ha creato conosce il fragile equilibrio della natura e il suo rapporto con l’uomo, lo rispetta e possiede il dono di saperlo tradurre in arte. Quasi che le sue opere ne fossero simbolo e trasposizione in umile materia.

Particolare di Icaro morente di Giuseppe Agnello
Particolare di Icaro morente di Giuseppe Agnello
<…Una notte chiesi al cielo di farmi incontentabile – mai sazio della mia arte – e sono stato ascoltato>.  

Ma chi è Lorenzo Reina?

E’ un artista, perché l’arte non la impari. Puoi perfezionarla, conoscerne grammatica e codici ma devi sentirla dentro, deve farti suonare.

Con Lorenzo è stata musica sin da piccolo quando, figlio di pastore, abbandonò gli studi e si dedicò alla pastorizia continuando a coltivare la passione per l’arte.

“Mio padre mi voleva pastore e ho passato la mia adolescenza tra pecore e cani e un solo libro. Scolpivo alabastri di notte, in una stalla accanto a quella dove riposavano altripastori che sempre mi urlarono, tra le bestemmie, di andare a dormire. Scolpivo a lume di una fiaccola (un pezzo di stoffa immersa nella nafta) e quando le mie narici si riempivano di polvere e di fumo uscivo fuori a respirare sotto le stelle”.

Fu facendo il pastore che percepì la forza e l’energia del palcoscenico naturale in cui decise di creare il Teatro Andromeda.

“…Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole. E ha soffiato qui, dove alla fine degli anni settanta, portavo a pascere le pietre, che stranamente, come prese da incantamento, restavano a ruminare ferme come sassi.”.

Oggi la fattoria Rocca Reina è polo d’arte, calamita naturale per artisti, musicisti, scrittori, registi. Gli eventi qui organizzati attesi e rapidamente sold out. La sua storia e il suo prestigio sono arrivati alla Biennale di Architettura di Venezia. Il creatore e artista Reina è stato ispirazione per il regista Davide Gambino e il suo film <Pietra pesante>.

Resta però un luogo <semplice>, dove ognuno, ciascuno a suo modo, può continuare a stupirsi ed emozionarsi. <Assabbenedica> è la prima parola che vi verrà rivolta al principio. É l’unica che ti accompagna fedele durante tutto  il cammino.

Teatro Andromeda
“Nella mia vita ho sempre cercato cose che non esistono o cose impossibili da possedere: Dio, la felicità, la perfezione”. Lorenzo Reina

Viaggi in camper. Piace sempre di più

Viaggiare in camper
Tutti pazzi per il camper, un modo <altro> di viaggiare. Vi solletica l’idea? Ne parliamo con i camperisti Valeria Falzone e Ivan D’Antona.
Viaggi in camper
“Il viaggio è scoperta e crescita. In camper cambiano le modalità ma il nostro modo di intendere il viaggio resta lo stesso”

Ti porti dietro casa e sei libero di andare dove ti pare, o quasi.

Il viaggio in camper è, a quanto sembra, il nuovo trend scelto da tanti viaggiatori italiani per le vacanze post lockdown.

Sono 800.000 le famiglie che possiedono un camper in Italia, un milione  e mezzo i camperisti sul territorio nazionale negli ultimi mesi, con un aumento del 104% delle immatricolazioni di camper nuovi a luglio rispetto al 2019 (dati Associazione Produttori Caravan e Camper da Repubblica).

Ci si sente più tranquilli perché vivi la vacanza tra lenzuola e piatti di casa, non sei costretto a fare prenotazioni a rischio sino all’ultimo momento in questo periodo incerto ed è un investimento a tempo indeterminato. In tanti poi scelgono di noleggiare il camper per <vedere com’è> e per vivere un’esperienza diversa. Vivi la natura e il territorio e puoi portare tutta l’attrezzatura con te con limiti assai meno rigidi di quelli dettati dalle compagnie aeree o dallo spazio ridotto di un’auto.

Ma è davvero una soluzione? Ed è una valida alternativa ad alberghi e villaggi turistici?

Lo chiediamo a Valeria Falzone e Ivan D’Antona, amici da sempre, fedeli compagni di viaggio di viaggimperfetti. Viaggiatori nel DNA, hanno girato il mondo prenotando aerei ad ogni occasione e hanno continuato a farlo con l’arrivo di Damiano e di Manfredi. Hanno da poco scelto di acquistare un camper e dare una nuova velocità ai loro viaggi.

Come avete maturato questa scelta ragazzi? L’idea del camper vi piaceva da tempo o ci avete pensato solo ora? Quanto successo nel mondo vi ha condizionato?

Ha condizionato noi e tanti viaggiatori come noi. Nelle ultime settimane abbiamo conosciuto parecchi <camperisti da un mese> che hanno scoperto questa nuova modalità di viaggio. Noi in realtà ci pensavamo da tempo, il camper ci è sempre piaciuto. A novembre lo avevamo noleggiato per capire se faceva per noi, poi ci siamo decisi. Forse la situazione attuale ci ha dato la spinta giusta a lanciarci.

Come hai appena detto il camper è libertà e noi abbiamo scoperto cosa significa scegliere una meta <last minute>, in base alle previsioni del tempo o ai giorni disponibili. Le ultime vacanze in Sicilia le abbiamo vissute così, seguendo meteo e voglia di andare e sono state meravigliose.

Damiano ha 8 anni, Manfredi solo 2. Come è andata con loro?

Sai che Damiano ha pianto di felicità quando ci hanno dato le chiavi? Per loro è casa ma anche avventura e scoperta. Una casa sull’albero con le ruote. Manfredi ha il suo seggiolino accanto una grande finestra e passa le ore a guardare il mondo fuori, indicandomi ciò che più lo diverte e lo incuriosisce.

Mettici anche che noi adulti ci sentiamo più tranquilli. Ti dirò – aggiunge Valeria – il discorso igiene ci fa stare più sereni con due bimbi piccoli. Non è piacevole continuare a ripetere <non toccare questo, lascia stare quello>. La musica cambia se il camper è a noleggio, la differenza è evidente sotto questo punto di vista. In un camper tuo hai tutto in ordine e sistemato come preferisci.

Viaggio in camper
“Per loro è casa ma anche avventura e scoperta. Una casa sull’albero con le ruote…”

Diciamo che l’immagine della lumaca è perfetta! Ti porti dietro casa o meglio, lo trasformi in casa tua. Il camper va attrezzato una sola volta, come quando compri stoviglie e arredo per il tuo appartamento. Poi basta far la spesa e preparare la valigia coi tuoi effetti personali. E puoi portare con te pinne e maschera e un piumone caldo se la temperatura scende.

Esistono camper ben attrezzati e dotati di ogni comfort. Sono comodità paragonabili ad altri tipi di vacanza?

Oggi i camper sono dotati  di aria condizionata, boiler e sistemi di riscaldamento, forno, microonde e macchinetta del caffè, persino tetti panoramici. Non puoi però paragonarlo ad un albergo a cinque stelle, bisogna adattarsi un po’ ma ti offre <comfort> diversi, quelli che per noi hanno un valore aggiunto. Non ci sono orari, scegli tu quando fare colazione. La puoi fare in spiaggia o su un prato e se ai bambini va un giro in bici mentre noi la stiamo preparando si può fare. Sono queste le <stelle> che ci piacciono.

Viaggio in camper
“Abbiamo imparato ad apprezzare qualcosa che con anni di viaggi pianificati ci era a volte sfuggito: il piacere dell’imprevisto e del percorso che si crea strada facendo. In camper spesso stabilisci una meta e ti ritrovi da tutt’altra parte”.

Le statistiche fatte per l’estate appena trascorsa dicono che un equipaggio spende giornalmente in media tra i 200 e i 250 euro. Lo fa nei musei, scegliendo il ristorante, acquistando prodotti locali. Considerato l’acquisto o la spesa per il noleggio si risparmia in camper?

Si può risparmiare, è evidente, specie se lo noleggi. Ѐ diverso se lo acquisti. Di viaggi devi farne parecchi per ammortizzare. Non bastano benzina e pedaggio in campeggio. Un camper necessita di manutenzione ordinaria e straordinaria e di tante piccole spese che vanno affrontate nel tempo. Non è il risparmio la molla.

Chi sceglie il camper è spinto da un motore diverso. Ci ripetiamo, è la libertà di scegliere e di farlo senza pianificare. Ci va una pizza dopo una giornata in giro? Lo possiamo fare facendola portare in camper guardando un film come se fossimo a casa. Ci va di uscire? Basta capire qual è il ristorante che ci piace di più e raggiungerlo.

Sai quante volte abbiamo rinunciato al weekend fuori perché non c’è stato il tempo materiale di prenotare e organizzare?  Sappiamo bene che il camper è una spesa importante nel budget di una famiglia ma non c’è prezzo a pagare. C’è uno slogan che dice <il camper ti mette le ali>. Non esagera affatto.

Noi abbiamo imparato ad apprezzare qualcosa che con anni di viaggi pianificati ci era a volte sfuggito: il piacere dell’imprevisto e del percorso che si crea strada facendo. In camper spesso stabilisci una meta e ti ritrovi da tutt’altra parte.

Superato il maledetto covid – speriamo prestissimo – pensate che in tanti abbandoneranno la vacanza in camper?

Forse sì, la vita da camper non è per tutti, è un modo diverso di viaggiare. A me (Valeria) piaceva già quando, ragazzina, viaggiavo con i miei genitori. Perché in fondo è anche un po’ una sfida. L’imprevisto ti mette alla prova, fa parte del viaggio. Non hai un tour operator che si occupa dei disguidi.

Il territorio nazionale è pronto all’incremento di camperisti? Esistono strutture adeguate e zone di sosta?

Sì, ce ne sono e tante hanno aperto da poco. É un turismo in crescita. Sempre meglio attrezzate e spesso del tutto simili a villaggi turistici con piscina e animazione per i più piccoli, ristorazione e spazi adeguati. Come vedi anche in questo caso puoi scegliere che tipo di vacanza fare…

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Vi sentite sicuri in camper?

Amiamo essere prudenti. I casi di furto esistono e dormire <in libera> ha dei limiti. I rischi ci sono come in qualsiasi altro tipo di viaggio. Per scongiurare ogni tipo di pericolo occorre prendere piccoli accorgimenti come scegliere aree dove già ci sono altri camper o abitazioni. Ecco perché capita che ci si ritrovi insieme a tanti altri camperisti. Dipende molto da dove ti trovi.

Siete cittadini del mondo, pronti a salire su un volo diretto all’altro capo del globo. Viaggiare in camper in cosa è diverso?

Il viaggio è scoperta e crescita. In camper cambiano le modalità ma il nostro modo di intendere il viaggio resta lo stesso. Esistono poi viaggi e momenti diversi nella vita di ciascuno. Ne abbiamo vissuti tanti e ogni volta con emozioni diverse. Sentiamo che in questa fase della nostra vita il camper è una grande risorsa. E ci rende felici.

Viaggio in camper
“Il viaggio in camper è un po’ una sfida. L’imprevisto ti mette alla prova, fa parte del viaggio. Non hai un tour operator che si occupa dei disguidi”.

Eccellenze in Sicilia. La Paisanella a Mirto. Il Suino Nero dei Nebrodi come natura vuole

La Paisanella a Mirto

Il Suino Nero dei Nebrodi
Grugno tosto, occhietti furbi, setole robuste, colore decisamente nero. E’ il Suino Nero dei Nebrodi, un animale forte e libero per natura.

Alla Paisanella arrivo in una pigra domenica d’agosto e, ad aspettarmi, c’è Luisa Ingroggio Agostino. E’ lei che, con il marito, Sebastiano Agostino, ha portato avanti il progetto voluto dalla Regione Sicilia di reintroduzione e valorizzazione di uno degli animali simbolo del Parco dei Nebrodi in Sicilia, il suino nero dei Nebrodi.

Luisa mi accoglie con un sorriso elegante e inizia a preparare per me un vassoio di prelibatezze. Disossa appositamente un prosciutto con la grazia con cui suonerebbe un violino e, in risposta al mio sguardo perplesso, mi dice: “Come faccio a raccontarti il mio lavoro se non ti faccio sentire il profumo e il sapore di ciò che produciamo qui?”.

Il progetto avviato con la Regione Sicilia. Un progetto ambizioso, un progetto d’amore per il territorio

“Quando la Regione, negli anni Novanta, ci ha chiesto di prendere parte al progetto di valorizzazione del Suino Nero dei Nebrodi abbiamo accettato immediatamente. Si trattava di una grande opportunità per il territorio e per la nostra azienda a gestione familiare, da generazioni impegnata nel settore dell’allevamento. Il Suino Nero dei Nebrodi rischiava di estinguersi”.

Alla Paisanella si fa territorio
Alla Paisanella si fa territorio

Siamo a Mirto, un piccolo centro circondato dal Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta in Sicilia. A pochi chilometri il mare da un lato, i boschi di querce e roverelli dall’altro. Poco più in alto le grandi faggete del Parco, il regno di poiane e grifoni, altra specie reintrodotta grazie all’impegno dell’Ente Parco. Un ecosistema prezioso e unico, una biodiversità da tutelare e salvaguardare.

Assaggio la lonza, il guanciale, il lardo prodotti alla Paisanella. La parte grassa si scioglie piano, quella magra esplode in bocca.

Luisa mi spiega che in questi capolavori di norcineria sono banditi nitrati, nitriti, lattosio. Nessuna traccia di conservanti e una componente importante di acidi grassi polinsaturi, quelli <buoni>, nella parte morbida e burrosa. La carne degli animali allevati qui trattiene ferro, vitamine, sali minerali. Solo il 30% di muscolo in ciascun esemplare, prodotti di nicchia, indimenticabili.

La collaborazione con l’Università per le Conserve Alimentari di Parma

Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi
Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi

“Abbiamo iniziato con il salame e la salsiccia lavorata rispettando la nostra tradizione locale: carne tagliata al ceppo, al coltello e solo budello naturale. Poi ci siamo lanciati in una nuova avventura, il prosciutto di Suino Nero dei Nebrodi. Siamo stati affiancati all’Università per le Conserve Alimentari di Parma e abbiamo scoperto cosa poteva venir fuori in un territorio come il nostro. Il risultato è stato sorprendente: un prosciutto che si distingueva per profumi e sapore, un prosciutto che poteva essere fatto solo qui con sentori di funghi, mandorle, sottobosco, stagionato in cantine naturali e non in celle termocontrollate che non avevamo”.

Nel frattempo il Suino Nero dei Nebrodi diventa Presidio Slow Food e un disciplinare ne regolamenta l’allevamento. Ne aumenta anche il prestigio che cresce proporzionalmente al consumo.

“Sarebbe più semplice utilizzare carni di suini ibridi che non sono allevati allo stato brado ma non sarebbe la stessa cosa”. A parlare è Sebastiano Agostino, che ci racconta di aver da poco trasferito le sue mandrie di vacche, pecore e capre indigene nei pascoli ai piedi dell’Etna dove ora fa meno caldo. Daranno canestrati, provole, ricotta fresca, infornata e salata.

“Ciò che rende unico il nostro prodotto è l’animale e il modo in cui lo alleviamo. Vogliamo andare a conoscere il Suino Nero dei Nebrodi?”

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?
Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?

Il Suino Nero dei Nebrodi. Un tipo tosto

Grugno tosto, orecchie piccole, occhietti furbi e determinati, setole robuste sul dorso, colore decisamente nero. Il Suino Nero dei Nebrodi, “u porcu nivuru”, riconosciuto come razza di maiale nero italiano dall’Associazione Nazionale Allevatori Suini, è un animale forte e libero per natura.

E come natura comanda scorrazza libero nei boschi di Sebastiano Agostino. Centinaia di esemplari. Vederlo ruzzolare tra querce e roverelle in spazi immensi rende tangibile il perché oggi  il Suino Nero dei Nebrodi sia un’icona del Parco ed emblema di qualità.

Solo ghiande, radici, castagne per questi animali, naturali <spazzini> del sottobosco. Se necessario, quando nevica ad esempio, si interviene con fava e orzo germinato. Piccole costruzioni a basso impatto ambientale come ricovero: sono le tradizionali <zimme>, una base circolare di pietra che termina a forma di cono, di capanna rivestita di ginestre e felci.

“Ci piace lavorare affinchè la qualità resti alta e lo facciamo con passione”.

I risultati non hanno tardato ad arrivare. L’Università La Sapienza ha riconosciuto il prosciutto prodotto alla Paisanella come il Miglior Prosciutto Salutare al mondo; a partire dal 2011 i salumi che trovate qui a Mirto nel bancone di Luisa e Sebastiano sono Best in Sicily; nel 2014 la Guida Grandi Salumi d’Italia del Gambero Rosso li inserisce come eccellenza del territorio; i migliori chef dell’isola, e non solo, scelgono salsiccia e salame firmati Agostino.

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?

Sicilia. Tenuta Gorghi Tondi. Vini per natura

Gorghi Tondi

La Tenuta Gorghi Tondi a Mazara del Vallo, sulla costa sudoccidentale della Sicilia
La Tenuta Gorghi Tondi a Mazara del Vallo, sulla costa sudoccidentale della Sicilia

Due sorelle, Annamaria e Clara Sala, e una famiglia che da quattro generazioni è impegnata nella valorizzazione e produzione di un vino di qualità.

Uno scenario eccezionale, l’oasi protetta dal WWF Lago Preola e Gorghi Tondi all’interno della quale crescono le viti dell’azienda.

Un protagonista d’eccezione, il mare. Un habitat unico al mondo in cui, grazie all’alternanza di umidità, ventilazione e caldo asciutto si forma la Botrytis Cinerea, la <muffa nobile> che, attaccando l’uva, dà vita ad un’alchimia speciale da cui nasce il solo vino muffato prodotto in Sicilia.

É la ricetta della Tenuta Gorghi Tondi in contrada San Nicola, a Mazara del Vallo.

I colori e i profumi della Sicilia
I colori e i profumi della Sicilia

Vini per natura. A Gorghi Tondi comanda lei

Vini per natura è il claim di Gorghi Tondi. Vini realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente. Un perfetto equilibrio con l’ambiente circostante che diventa condizione imprescindibile all’interno di  una realtà vinicola con un’esperienza di oltre quaranta anni nella produzione del vino.

Nasce grazie alla passione di nonna Dora e nel 2000, con papà Michele e la moglie Doretta, diventa azienda. Oggi sono le le nipoti Annamaria e Clara Sala a custodire la tradizione familiare con scelte mirate: l’impiego di energie pulite a tutela della biodiversità e la produzione di vini di qualità certificata. Al bando quindi sostanze chimiche di sintesi e organismi geneticamente modificati, secondo i requisiti delle più severe norme dell’agricoltura biologica.

Tra i vini prodotti, il Grillo DOC di Contrada Gilletto e il Nero d’Avola DOC di Contrada Ramisella, vinificati senza solfiti aggiunti. Unico conservante, il controllo della temperatura.

Vini bio e senza solfiti
Vini bio e senza solfiti

Nel regno della piccola testuggine palustre e del pollo sultano

Le viti della Tenuta Gorghi Tondi crescono all’interno dell’Oasi WWF Lago Preola e Gorghi Tondi e sono particolarmente amate dalla rara testuggine palustre, una tartarughina che vive solo in Sicilia e che depone le uova tra i filari.

I laghi carsici della Riserva naturale integrale, oasi WWF, Lago Preola e Gorghi Tondi
I laghi carsici della Riserva naturale integrale, oasi WWF, Lago Preola e Gorghi Tondi

La Riserva naturale integrata è costituita da piccoli laghi naturali salmastri di origine carsica popolati dal colorato gallo Sultano, il rospo Smeraldino, l’istrice e la cicogna bianca.

É meta privilegiata nei periodi primaverili e autunnali di germani reali, folaghe, garzette e aironi. In questo scenario, sono coltivate uve Zibibbo, Nero d’Avola, Catarratto, Frappato e Nerello Mascalese. Ed ovviamente Grillo.

Il Grillo, vitigno principe nel trapanese

Tra le degustazioni proposte all’interno del baglio della tenuta Gorghi Tondi c’è la Grillo Experience, il vitigno che ama la Sicilia occidentale ed in particolar modo Trapani e la sua provincia.

Si inizia da un vino spumante Brut, il Palmarès Brut, spumantizzato con metodo Martinotti, una festa per il palato.

Si passa poi al Gilletto, il Grillo Doc Sicilia prodotto senza solfiti aggiunti di cui abbiamo già parlato, una vera sorpresa.

É la volta del Kheiré, Grillo DOC Sicilia biologico: il sentore di pera e agrumi lascia il posto al mare.

E infine il Grillodoro, il tesoro della Tenuta Gorghi Tondi.

Grillodoro, quasi leggenda

Pare che tutto abbia avuto inizio da un grappolo caduto per caso e dallo sguardo attento di chi il vino lo conosce bene. Lo sguardo di chi ha subito compreso che ad attaccare gli acini di quel grappolo era Botrytis Cinerea, la cosiddetta <muffa nobile>, la stessa che ha reso grandi e blasonati alcuni vini dolci naturali nel mondo.

A Gorghi Tondi, tra i filari affacciati sul mare, si ripete l’impossibile grazie a un microclima unico: mare, sole e brezza che si alternano. Qui nasce GRILLODORO, l’unico vino muffato siciliano, un vino passito ottenuto da una vendemmia tardiva di uve Grillo surmature.

Ultima curiosità: un Frappato che può darsi delle arie

E’ stato selezionato tra le quaranta etichette di rosso del Bel Paese da Monica Larner, la critica enologica per Wine Advocate: è il Dumé, Frappato DOC Sicilia, rosso rubino chiaro con riflessi violacei. Mora, lampone, melograno da scoprire e apprezzare in quest’estate siciliana.

Grillo experience!
Grillo experience!

Mozia. L’isola dei fenici

Fondazione Whitaker, Mozia

Ci siete mai stati a Mozia, a largo di Marsala? La piccola isola che insieme a Isola Lunga, Santa Maria e Schola  forma la Riserva dello Stagnone, la laguna stretta tra San Teodoro e Capo Lilibeo, una delle tre <punte> di Trinacria?

Aspettando il tramonto su Mozia, l'isola dei fenici
Aspettando il tramonto su Mozia, l’isola dei fenici

Nell’XI secolo Mozia fu donata dai Normanni ad una comunità di monaci basiliani che si insediarono sull’isola e le diedero il nome del santo patrono, San Pantaleo.

Il suo passato però risale a molti secoli prima, con testimonianze di età preistorica, e la sua fama e ricchezza all’VIII secolo a. C, quando diventò potente colonia fenicia.

C’è poi un nome che è indissolubilmente legato alla fortuna dell’antica Mothia. Il nome di un uomo che se ne innamorò e trasformò l’isola in uno dei poli d’attrazione dell’archeologia in Sicilia, Giuseppe Whitaker, detto Pip.

Giuseppe Whitaker, il signore di Mozia

La palazzina che oggi ospita la Fondazione G.Whitaker la si nota subito tra i pini arrivando in barca sull’isola. Un tempo era la residenza privata di Giuseppe Isaac Spatafora Whitaker, rampollo della celebre e blasonata famiglia la cui villa tardo ottocentesca, a Palermo, è un’oasi di bellezza ed eccezionale peculiarità per le piante rare distribuite negli otto ettari della proprietà.

Si dice che Mozia la scoprì durante una battuta di caccia nello Stagnone. Fu amore a prima vista.

Viaggiatori e geografi stranieri avevano già scoperto il suo passato come colonia fenicia ma fu Whitaker che avviò le prime campagne di scavo nel 1906 riscattando dall’oblio l’isola che Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assediò e distrusse  costringendo i suoi abitanti  a rifugiarsi sulla terraferma nella colonia di Lilibeo, l’attuale Marsala.

I materiali provenienti da questi scavi formano la collezione Whitaker, una delle raccolte più importanti per la conoscenza della civiltà fenicio punica del Mediterraneo che, insieme agli altri preziosi rinvenimenti effettuati sull’isola negli anni successivi dalla Sovrintendenza di Trapani sotto l’egida dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’Università di Roma La Sapienza, sono visitabili oggi nel museo di Mozia.

Mozia, un museo a cielo aperto

Tutt’attorno la Fondazione Whitaker e lungo il perimetro dell’isola, Mothia, l’antica e florida colonia fenicia, fa bella mostra di sé.

Lungo sentieri facilmente percorribili tra macchia mediterranea si scorgono i resti della Piscina Sacra, il Kothon, nata su sorgenti di acqua dolce; del Tempio di Melqart, detto del Cappiddazzu; del Tofet, santuario a cielo aperto dove venivano deposti, dentro vasi, i resti dei sacrifici umani ed animali. Si possono immaginare i ricchi traffici e i commerci, le botteghe, i forni per la produzione di vasi e i luoghi per la concia e la tintura dei tessuti.

Avete mai sentito parlare della porpora, la tintura ricavata da una conchiglia usata per tingere i tessuti e ottenere un’infinità di toni dal rosa al lilla, dal violetto pallido al viola scuro?

Casa dei Mosaici. Mozia
Casa dei Mosaici. Mozia. All’orizzonte la costa trapanese

O del cinabro e del minio, sostanze di origine minerale usate per creare unguenti e belletti? E se vi dicessi che per dare luce al viso si polverizzavano sulle gote dei lustrini preparati macinando dell’ematite o della mica? Make up ante litteram!

A Mozia la strada che non c’è, la strada sommersa

A Mozia fatevi indicare l’antica via di collegamento con la terra ferma. Una vera e propria arteria stradale, lunga circa 1,7 chilometri e larga circa 7 metri, tanto da consentire il comodo passaggio di due carri affiancati. Datata intorno al VI-V secolo a.C., iniziava da Porta Nord, sull’isola e le lastre di pietra con cui fu costruita sono ancora ben visibili appena sotto il livello dell’acqua. Acque basse, bassissime che caratterizzano la Riserva dello Stagnone e creano un habitat naturale unico al mondo.

Lungo i sentieri di Mozia ciuffi di salicornia, l'asparago di mare. Lo avete mai assaggiato?
Lungo i sentieri di Mozia ciuffi di salicornia, l’asparago di mare. Lo avete mai assaggiato?

A Mozia si continua a fare il vino

Quando i fenici abitavano Mozia, il vino era già una componente fondamentale della loro civiltà. E come per un destino già segnato, la strada sommersa che collegava Mozia a Birgi ha continuato per lungo tempo ad essere utilizzata per il trasporto dell’uva. Avete capito bene, dell’uva che, con un primo impianto di inizio Ottocento, veniva coltivata sull’isola e che, una volta raccolta, era trasferita e lavorata nei palmenti di Birgi con i tipici carretti siciliani dalle ruote enormi tirati da poderosi muli.

Poi arrivò la terribile fillossera, un flagello per le viti in Europa e di viticoltura non se ne parlò per un po’. Oggi sull’isola cresce e viene coltivato un prezioso Grillo (insieme ad un olio extravergine d’oliva) la cui cura è stata affidata a partire dal 2007 dalla Fondazione Whitaker  a Tasca d’Almerita. É il Grillo Mozia, una delizia con note di ginestra, citronella e tutto il profumo della Laguna dello Stagnone.

D’altronde Marsala è terra di vino e fu proprio il nonno di Giuseppe Whitaker, Benjamin Ingham a cominciare, seguito da Woodhouse e dai Florio, a produrre quel famoso vino, il Marsala, che tutto il mondo volle.

Con il Grillo Mozia rivive l’antico <vino dei fenici> e la mente corre al prezioso reperto recuperato poco distante, nei fondali delle Egadi, lì dove fu combattuta la prima guerra punica: una bottiglia in peltro del quindicesimo secolo con tracce di vino. Un destino che corre e si rinnova lungo i secoli.

Il Giovane di Mozia. Super star dell’isola

Il primo posto di star indiscussa del trapanese se lo contende col Satiro Danzante di Mazara del Vallo, attirando sull’isola i tanti visitatori che salgono sui barconi e raggiungono dalla terraferma Mozia. È il Giovane di Mozia, V secolo a.C., altezza complessiva un metro e 94, uno dei maggiori capolavori scultorei dell’antichità classica, oggi collocato nella grande sala dal tetto a capriate che un tempo era la cucina dei Whitaker.

La star dell'isola. Il Giovane di Mozia
La star dell’isola. Il Giovane di Mozia

L’Auriga di Mozia, un’opera talmente speciale da essere esposta in diversi paesi del globo e in varie edizioni delle Olimpiadi e da fare bella mostra a Palazzo Grassi a Venezia su una base realizzata appositamente dall’architetto Gae Aulenti.

Fu rinvenuta nel 1979 nella zona K di Mozia, sotto un cumulo di detriti e fu leggenda: la picconata dell’operaio sul ginocchio, la veglia notturna del custode e il viaggio in trattore fino al magazzino avvolta in materassi e  coperte.

Oggi il Giovane di Mozia, forse un dio, forse un magistrato punico, riempie lo spazio della sala che lo accoglie con la sua lunga tunica pieghettata, i muscoli in evidenza, lo sguardo altero, una fila di riccioli impertinenti sulla fronte e sulla nuca.

Come raggiungere Mozia

Mozia e la Fondazione Whitaker sono raggiungibili a bordo di comodi barconi dal fondo piatto necessario per solcare le acque basse della laguna.

Partono dall’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola, gestiti dalla Arini e Pugliese, Consorzio Turistico Laguna dello Stagnone, che organizza il servizio di traghettamento, tour della laguna e simpatici aperitivi in barca.

I trasferimenti vengono effettuati anche dalla Krivamar Elegant Tour con partenza dalle Saline Ettore e Infersa, nei pressi del Museo del Sale, punto di raccolta per la scoperta delle saline e della Via del Sale e delle tante attività legate al <saliturismo>.

L’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola
L’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola

Sicilia. Parco dei Nebrodi. Parco delle meraviglie

Parco dei Nebrodi

Ancora bellezza, ancora natura.

Il nostro secondo appuntamento con il Parco dei Nebrodi, accompagnati dall’Ente Parco, ha inizio in uno spazio assai ridotto, eppure unico ed eccezionale.

Siamo all’interno della Marmitta dei Giganti, una cavità che la natura ha creato, alla ricerca di una meraviglia assai rara da trovare altrove.

Lo sentite il rumore dell’acqua?

Cascata del Catafurco
Cascata del Catafurco. Lo sentite il rumore dell’acqua?
La cascata del Catafurco. Il miracolo della Petagna

Le sue acque precipitano fragorosamente dalla parete rocciosa della Serra dei Ladri con un salto di circa 30 metri  e scivolano in una placida piscina naturale, la Marmitta dei Giganti.

E’ la Cascata del Catafurco, la più bella del Parco dei Nebrodi, alimentata dalle acque del torrente San Basilio e raggiungibile attraverso un sentiero di circa 4 chilometri abbastanza semplice e piacevole.

La trazzera da prendere parte da contrada San Basilio, poco fuori il centro abitato di Galati Mamertino e offre piacevoli soste come quella dell’antico villaggio dei pastori in contrada Molisa, dove sono visibili le tipiche case in pietra edificate senza malta e i caratteristici <pagghiari>, usati dai pastori come riparo.

Esiste anche un percorso più impegnativo che parte da Portella Addrichi e che prevede un trekking aggiuntivo di circa 7 chilometri.

Il viaggio è già di per sé un piacere grande, il punto d’arrivo una sorpresa inaspettata che non si esaurisce davanti lo spettacolo del salto d’acqua: poco più giù, ad un livello appena più basso, l’acqua scivola lentamente creando giochi di luce e ritmi naturali; goccia a goccia accarezza una cavità preziosa che custodisce una Madonna. Gocce come lacrime che i fedeli definiscono <le lacrime della Madonna>. L’atmosfera, anche per chi non è devoto, è fiabesca e surreale.

Parco dei Nebrodi
Parco dei Nebrodi. Il viaggio è il percorso

Chiunque poi può constatare la presenza di un <miracolo>, stavolta tangibile e reale, la meraviglia di cui si parlava al principio: la Petagna.

Trattasi di una specie assai rara della famiglia delle Apiaceae o Umbelliferae scoperta da Giovanni Gussone nel 1817. La Falsa Sanicola o Petagnaea Gussonei è una pianta endemica della Sicilia nordorientale che qui, ai piedi della Madonna del Catafurco, sembra crescere forte e imperitura con i petali a forma di cuore.

Non è forse un miracolo anche questo?

L’area del capriolo. Una nuova sfida per il Parco dei Nebrodi

Poco distante dalla Cascata del Catafurco, in contrada Miserella, l’Ente Parco ha individuato un’area di circa 5 ettari nella quale sono ospitati, dal 15 dicembre 2001, esemplari di capriolo.

L’area è ricca di un fitto sottobosco di rosa canina e ginestra le cui tenere foglioline pare siano molto apprezzate dai caprioli.

La Madonnina del Catafurco. Che tu creda o no
La Madonnina del Catafurco. Che tu creda o no

Non è facile però individuarli nascosti da querce e castagni: i caprioli sono animali timidi e guardinghi.

Si riuscirà a reintrodurre il capriolo nel Parco dei Nebrodi?

L’animale icona del Parco, il Suino Nero dei Nebrodi

Un maiale di taglia piccola e dal mantello scuro, razza autoctona molto simile al cinghiale che vive nei boschi dei Nebrodi allo stato semibrado e brado. Si ciba del sottobosco tenendolo pulito in modo naturale e solo in determinati periodi viene nutrito con un’integrazione alimentare.

E’ il Suino Nero dei Nebrodi e non è raro avvistarlo intento a grufolare. Presidio Slow Food, è l’animale icona del Parco e regala salumi di altissima qualità. Salami, salsicce fresche e essiccate, prosciutti, capocolli sono un <souvenir> goloso e assai pregiato e vanto della norcineria locale. Le carni di Suino Nero dei Nebrodi fanno capolino nei menu dei migliori ristoranti della zona.

La via della fede. I luoghi di San Nicolò Politi

La leggenda vuole che fosse proprio un eremita, San Nicolò Politi ad avere un rapporto speciale con l’aquila reale del Parco Dei Nebrodi. Proprio dove oggi l’Ente Parco cerca di reintrodurre e tutelare il maestoso animale, il santo viveva e predicava. La loro storia è raccontata in un affresco ottocentesco all’interno del Santuario dell’Eremo di San Nicolò Politi, a circa 2,5 km dal centro abitato di Alcara Li Fusi, alle pendici del monte Calanna, dove l’eremita visse per circa trenta anni: l’aquila porta in dono un pezzetto di pane ad un San Nicolò genuflesso. 

San Nicolò Politi, nato da nobile famiglia  nel 1117, al tempo in cui la Sicilia era governata dal Gran Conte normanno Ruggero II, scelse la via della preghiera e dell’isolamento.

Considerato autore di miracoli e interventi divini, è oggi venerato nel Monastero di Santa Maria del Rogato dove le sue spoglie furono custodite per 336 anni e nella Chiesa Madre Maria Santissima Assunta. Qui, al centro della navata sinistra, c’è oggi la Cappella a lui dedicata.  

Altri luoghi di culto sono la Chiesa di Sant’Anania e l’Acqua Santa, una costruzione rurale che preserva l’esatto luogo in cui la nuda roccia regalò acqua fresca al Santo assetato al tocco del suo bastone.

Tra sacro e profano. Il Parco dei Nebrodi è pop
Tra sacro e profano. Street art a San Salvatore di Fitalia
Tra sacro e profano. Street art a San Salvatore di Fitalia

Ancora un borgo, ancora un gioiello dove vivere il viaggio in modalità slow e apprezzare un’accoglienza autentica e genuina. Poco distante dai luoghi scoperti finora, fate un salto a San Salvatore di Fitalia dove, alla bellezza tipica del borgo, si aggiunge il piacere della scoperta di un animo pop.

Nei vicoli silenziosi di San Salvatore di Fitalia andate alla scoperta delle opere a cielo aperto di Andrea Ravo Mattoni: due opere del Caravaggio reinterpretate e ricreate sui muri del paese a colpi di rullo e bomboletta spray. Una racconta la Natività del Caravaggio. Quella Natività  che nel 1969 fu trafugata nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovata.

Si ringrazia l’Ente Parco dei Nebrodi per la gentile e preziosa collaborazione.

Oratorio di San Lorenzo a Palermo. La preziosa copia della Natività di Caravaggio patrocinata da Skyarte
Oratorio di San Lorenzo a Palermo. La preziosa copia della Natività di Caravaggio patrocinata da Skyarte