Sicilia, Milazzo. Santuario di Sant’Antonio, il santo che venne dal mare

Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
Funambolo sul blu

È luogo di culto ma non serve la fede per comprenderne l’unicità.

Il santuario rupestre di Sant’Antonio a Milazzo conquista per la sua bellezza semplice e immediata.

Chi arriva qui resta in silenzio, vinto dallo stupore e dall’emozione.

Storia di un santo venuto dal mare
Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
Qui si respira pace, serenità…

Il santuario lo volle la nobile famiglia messinese dei Guerrera che, nel 1575, lo fece costruire proprio lì dove, molto tempo prima, Antonio da Padova trovò rifugio dopo essere naufragato, di ritorno dall’Africa.

Pietra dopo pietra, il santuario rubò spazio alla roccia viva del promontorio di Capo Milazzo, ampliandosi e impreziosendosi di pregiati marmi e di altri manufatti. Le tarsie, appena restaurate grazie al progetto Opera Tua di Coop Alleanza 3.0, riempiono lo spazio e ripercorrono vita e miracoli operati dal santo.

Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
I marmi antichi si alternano alla roccia viva

Gli spazi sono modesti, gli ambienti minimi ma grande è il senso di pace e di devozione che qui si respira.

A Milazzo, dopo un lungo viaggio dalle coste africane che lo avrebbe dovuto riportare in Portogallo, il Santo giunse nel 1221, a causa di un terribile naufragio, in compagnia di un confratello, Filippo di Castiglia. Forse approdò tra Tusa e Caronia raggiungendo solo successivamente Milazzo. Di sicuro arrivò dove oggi sono visibili i resti del vecchio borgo dei pescatori La Tonnarella e visse e pregò nella grotta che solo dopo secoli, diventò santuario a lui dedicato.

Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
La vita di Sant’Antonio, l’arrivo in Sicilia

Commovente, la rievocazione storica del naufragio in occasione dell’800° anniversario il 27 marzo scorso e il corto di Emanuele Torre, Antonio, il santo venuto dal mare, dedicato alla sua figura, nato Fernando Martins de Bulhões a Lisbona e diventato Antonio, Antonio da Padova.

Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
Una comoda scala porta il visitatore sino al santuario

La data del 27 marzo non è casuale: ricorda il 27 marzo del 2020 quando Papa Francesco pregò in una San Pietro deserta e spettrale in piena pandemia Covid 19 e rinnova la preghiera per chi non ce l’ha fatta e per tutti coloro che continuano a naufragare nelle acque del Mediterraneo.

Funambolo sul blu. A strapiombo sul mare

Perfettamente integrato nel paesaggio, il santuario è facilmente raggiungibile con una comoda scalinata dal piazzale principale di Capo Milazzo, lì dove iniziano i percorsi naturalistici dell’Area Marina Protetta di Capo Milazzo che portano alla Piscina di Venere e alla Torre del Palombaro. Da quest’ultimo punto il santuario è ben visibile, incastonato nella roccia. A seguire si srotola morbida la costa siciliana sul Tirreno, all’orizzonte la sagoma dell’Etna. Macchia mediterranea ricopre le pareti scoscese, posidonia e gorgonie rosse, gialle e bianche fanno lo stesso sotto il pelo dell’acqua in un’area sottoposta a stretti vincoli di tutela e a regole assai rigide volute per tutelare questo paradiso in terra.

Santuario di Sant'Antonio a Capo Milazzo
Entrate in punta di piedi…

September morn

Benedetta Manganaro Viaggimperfetti

Ve la ricordate la canzone di Neil Diamond che fa “September morn, do you remember how we danced that night away…?

Benvenuto settembre, qui a Viaggimperfetti lo spirito è quello di sempre: si guarda al futuro e si gode dell’attimo in cerca di stupore e bellezza.

Resto in Italia al momento e mi concedo spostamenti lenti e poco programmati. Ho imparato l’arte della flessibilità e dell’improvvisazione, scegliendo ciò che il presente offre.

#Slow è la parola chiave dei prossimi itinerari che non anticipo perché, appunto, in costante cambiamento, altra parola che mi piace un sacco.

Ce ne metto una terza che è #finestra: finestra sul mondo, anche se grande parte del pianeta non è al momento raggiungibile. Ci arriveremo insieme comunque, anche se in modo virtuale e lo faremo con la stessa curiosità di sempre.

E poi buon cibo e buon vino, con particolare attenzione a ciò che è #green e legato al territorio. Dietro un buon calice ci sono sempre mani che lavorano e cuori che battono. Cercherò di raccontarlo con schiettezza e solo se mi piacerà e mi emozionerà. A Viaggimperfetti circolano emozioni sincere e mai suggerimenti forzati.

Infine tanta #Sicilia, perché è casa mia e ho il privilegio di potere andare “più a fondo”, regalandovi località meno conosciute, piccoli borghi e tante curiosità.

#solocosebelle quindi, e il desiderio di andare. Perché…non esistono viaggi perfetti, solo viaggi che ci fanno felici.

We’ve traveled halfway ‘round the world
to find ourselves again
September morn
We danced until the night
became a brand new day

Eolie. I doni di Salina: capperi e Malvasia

Salina

Salina terra di mare, Salina terra di fuoco.

Una strana alchimia che qui, solo qui, nell’arcipelago eoliano, ha dato vita ad un ecosistema unico e verdissimo, i cui frutti ne rivelano il carattere selvaggio e indomito: il cappero, che cresce forte e rigoglioso solo dove decide di farlo, ha la sapidità del mare e la mineralità della terra; la Malvasia caparbia e funambola su lembi di terra in bilico sul blu, raccolta a mano, che diventa dolce e aromatica al sole caldo delle Eolie.

Salina
La vite a Salina. Anima e icona

“Il vino dei vulcani”. La Malvasia delle Lipari

È una doc e lo è grazie a uomini e donne forti e risoluti.

“Il vino dei vulcani”, lo definiva Guy De Maupassant in La vita errante. “…denso, dolce, dorato, talmente pregno di zolfo che fino a sera ve ne rimane il gusto. Si direbbe il vino del diavolo”.

Dello zolfo non c’è traccia, ma il diavolo ci ha messo del suo quando alla fine dell’Ottocento la terribile fillossera devastò i vigneti eoliani scatenando un’ondata migratoria senza precedenti. Migliaia di persone lasciarono le isole a causa del temibile afide, capace di fermare una produzione vinicola diffusa e collaudata.

I cucunci
I cucunci, presidio Slow Food nel momento della salatura. Perfetti per un aperitivo al tramonto

Oggi la Malvasia delle Lipari DOC, Malvasia e una minima aggiunta di Corinto Nero, è un prodotto ricercato, protagonista della rinascita agro-enologica che caratterizza le Eolie ed in particolare Salina.

Consigliata la visita di Valdichiesa, unica verde vallata stretta tra i due coni vulcanici ormai spenti che hanno valso a Salina l’antico nome di Didyme. Gli altri vigneti sono sparsi sull’isola per lo più su strette terrazze su pendii accidentati e scoscesi, scolpite a mano e affacciate sul  mare ma qui, come un mare verde, filari ordinati abbracciano il Santuario della Madonna del Terzito.

Le diverse case vinicole che portano avanti la tradizione, rinnovandola costantemente, sono per lo più visitabili e offrono degustazioni e visite guidate. Soffermarsi a parlare con chi, quotidianamente, dedica la propria vita alla produzione di questo vino, significa scoprire riti antichi e ritmi lenti.

Hauner
Hauner, ogni etichetta un’opera d’arte
Hauner

Fu un bresciano ad innamorarsi di Salina e, a partire dal 1963, ad appassionarsi di Malvasia. Carlo Hauner  ne studiò la maturazione durante i mesi più caldi, l’essiccazione e disidratazione lenta sui graticci di canne, i <cannizzi> e, negli anni, avviò una fiorente azienda vinicola oggi curata dal figlio Carlo Junior e dai nipoti Andrea e Michele.

Pittore, designer, sono di Carlo Hauner le opere che rendono uniche le etichette di casa Hauner. Vini amati in Italia e in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone…

Fenech a Salina
Fenech a Salina
Caravaglio

L’Azienda Caravaglio fa parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

La presenza di questo logo identifica un vino fatto da un vignaiolo, cioè da chi ha seguito l’intera filiera, dalla cura della vigna alla trasformazione dell’uva in vino, fino all’imbottigliamento e alla vendita. Nino Caravaglio, vigneron e isolano, produce la sua Malvasia seguendo i dettami dell’agricoltura biologica. Ha iniziato dai due ettari del padre, oggi l’azienda agricola Caravaglio possiede 20 ettari distribuiti su trenta diversi appezzamenti.

Capperi e vite
Capperi e vite

È sua la prima Malvasia Secca, un vino bianco secco di alta qualità che nasce nel 2010; segue, Infatata, un cru, nato esclusivamente dalle uve di un vigneto, il Tricoli; infine Occhio di Terra, con macerazione in parte in anfora e in parte in acciaio. La Malvasia, fonte di ispirazione, il rispetto e l’ascolto della terra come regola da cui partire.

Hauner a Salina
Hauner a Salina
Tasca d’Almerita

Nasce a Salina e a Vulcano la Malvasia firmata Tasca d’Almerita, cantina storica siciliana, artefice di un incredibile sogno a Salina: il Capofaro Malvasia & Resort.

Un luogo esclusivo che accoglie il viaggiatore e lo ammalia con la sua vigna anfiteatro, lo storico faro, un ristorante gourmet.

Capofaro Malvasia & Resort. La vigna anfiteatro
Capofaro Malvasia & Resort. La vigna anfiteatro

I Tasca d’Almerita si definiscono <custodi> della terra loro affidata. Custodi di pezzi di storia come Mozia, a largo di Marsala, dove nasce un Grillo unico, a Salina interpretano la Malvasia delle Lipari con Didyme (quale nome meglio racconta l’isola) e Vigna di Paola, nata dalle uve Malvasia a Vulcano, in contrada Gelso.

Capo Faro Malvasia & Resort
Capofaro Malvasia & Resort. L’antico faro, oggi parte integrante delle vigne Tasca d’Almerita a Salina
Fenech

Una tradizione centenaria che rivive in un vino che sino al 1996 veniva ancora venduto direttamente dalle botti e che oggi Francesco Fenech ha trasformato in etichette pluripremiate. Non solo passito, però. La Malvasia a casa Fenech è anche un piacevole vino da tavola che porta i nome della figlia, Maddalena.

Valdichiesa Salina
Valdichiesa, eden a Salina
Virgona

Una conduzione familiare che ne è la vera forza e che, con passione e abnegazione assolute, regala malvasia in purezza e blend con uve autoctone. Da provare lo spumante extra dry, il Ruffiano, prodotto con uve Malvasia spumantizzate con metodo charmat.

Capperi e cucunci, presidio Slow Food a Salina

Giusta ventosità, scarsissima umidità, nessun bisogno di trattamento alcuno o concimazione. Sono i segreti del cappero eoliano, caparbio, risoluto, rigoglioso.

Piccoli bottoncini, boccioli della pianta che, se non raccolti, sbocciano in fiori meravigliosi. Una volta sbocciati, diventano bacca, frutto, il <cucuncio>.

Virgona a Salina. Non solo capperi e malvasia
Virgona a Salina. Non solo capperi e malvasia

Vengono raccolti a mano da maggio ad agosto solo nelle ore più fresche e riposano prima che la salatura abbia inizio. Solo dopo settimane, durante le quali vengono periodicamente rimescolati, sono pronti per essere consumati.

A Salina il cappero è un vanto per ogni azienda agricola che si rispetti. Anche i produttori di vino appena citati hanno produzioni di nicchia a cui sono fortemente legati. Un’arte che si tramanda di generazione in generazione e che rende possibile la riproduzione delle preziose piantine per talee, un sistema ormai raro.

Tasca d'Almerita
Tasca d’Almerita. Custodi della terra in Sicilia

Esistono poi aziende che, oltre al cappero sotto sale, propongono prelibatezze e delizie che ne rielaborano il sapore e profumo inconfondibile.

Le principali sull’isola sono due: Virgona, a Malfa, di cui abbiamo già scoperto i vini e Sapori Eoliani, a Pollara.

La raccolta dei capperi in Sicilia è un rito lento
La raccolta dei capperi in Sicilia è un rito lento

Indimenticabili i sughi, le conserve, i pesti e confetture. Con Daniela Virgona provo e faccio scorta della loro caponata e <Capperonata>; non resisto al pesto di finocchietto selvatico, alla polvere di cappero, una chicca gourmande e a quella di arancia.

Il fiore del cappero
Mai visto il fiore del cappero?

Con Maurizia De Lorenzo di Sapori Eoliani ho il piacere di scoprire la salatura di capperi e cucunci dal vivo e di <incontrare> le foglie del cappero condite, una novità di un paio d’anni fa. Con lei rivivo una storia di <lavoro, tradizione e amore per la terra>, la stessa del padre, Giuseppe, e del figlio, Roberto Rossello, scomparso prematuramente. Imperdibili i capperi in agrodolce, la salsa e la granella.

Infine il cappero candito, che propone anche Virgona, delizia per il palato, in abbinamento a piatti dolci e salati e prodotto selezionato da chef e cultori della buona cucina.

Caravaglio
Caravaglio, Malvasia secca. Infatata nasce dalle uve di un solo vigneto…

Immaginereste ad esempio il cappero in un panettone? Provate quello del Bakery Chef Francesco Arena, da poco premiato da Gambero Rosso.

E nel cannolo? Fate un salto in pasticceria a Catania da Roberta Rundo, chef pasticcere o nel suo punto vendita a Santa Marina di Salina.

Infine, il cappero candito mettetelo sulla granita di ricotta, con una generosa spolverata di polvere di cappero. Fatelo da Pa.Pe.Rò a Rinella e poi ditemi se non avevo ragione.

Mai provati i capperi nel pani cunzatu?
Mai provati i capperi nel pani cunzatu?
Ricette
Cucunci al tramonto – una robusta manciata di cucunci in aceto da sbocconcellare con un bicchiere di malvasia secca ghiacciata e accompagnare a mandorle di Avola appena tostate. What else?
Insalata eoliana – a me piace di patate lesse, tonno, cipolla in agrodolce, capperi e polvere di cappero. Ci metto anche i pomodorini Pachino o quelli <a pennula>, allungati, più difficili da reperire; tanto origano, basilico fresco e olio extra vergine di oliva.
Sapori Eoliani, Salina
Li trovate anche online!
Carpaccio di tonno – nient’altro che il profumo del mare, capperi, polvere di arancia o, in alternativa, la buccia tagliata a listarelle sottili, un filo d’olio buono, due foglie di menta.
E poi caponate, melanzanine ripiene, primi piatti, insalata di stocco, stocco a ghiotta, involtini di pesce spada e di spatola
Hotel Ravesi, Salina
L’insalata a Salina è cosa seria! (Hotel Ravesi, Malfa)

Sicilia, Costa Greca. Selvaggia e autentica

Torre Salsa

La chiamano Costa Greca.

Siti unici al mondo come la Valle dei Templi e il Parco Archeologico di Selinunte si susseguono a poca distanza l’uno dall’altro. Sono miracoli che il tempo ci ha donato, restituendoci la grandezza e lo splendore di civiltà antiche. La natura ha fatto il resto, disegnando spiagge infinite che si alternano a falesie di pietra bianca che cola verso il blu del Canale di Sicilia.

Nel tratto di costa tra Sciacca e Agrigento, riserve naturali come Torre Salsa e quella della foce del Platani si alternano a piccoli centri balneari dove scoprire relais raffinati e ristoranti stellati.

E come d’incanto, abbarbicata ad un promontorio, un’altra area archeologica assai più ridotta ma altrettanto preziosa, Eraclea Minoa.

Torre Salsa
Torre Salsa. Affatati dal mare

Eraclea Minoa. Un miracolo sospeso sul blu

Se la sono contesa greci e cartaginesi. Piccola ma assai elegante, Eraclea Minoa guarda placida l’acqua turchese sottostante dall’alto della spettacolare falesia di marna calcarea di Capo Bianco.

Fondata dai coloni selinuntini, deve il nome con ogni probabilità in parte all’eroe e semidio Eracle, in parte a re Minosse che, secondo una leggenda, giunse qui inseguendo Dedalo, fuggito dal labirinto di Cnosso in cui era stato rinchiuso per avere aiutato Arianna e Teseo.

Gli scavi archeologici hanno portato alla luce resti di abitazioni di età romana e un teatro risalente al V secolo scoperto da Ernesto De Miro, eminente studioso di archeologia greca e romana. Altri reperti sono custoditi in un grazioso Antiquarium.

Il sito archeologico di Eraclea Minoa fa parte del circuito dei Teatri di Pietra, attivo in Sicilia e in Italia e volto alla valorizzazione di aree monumentali che rivivono con eventi e spettacoli.

L’area sottostante è invece un allegro centro di villeggiatura con una grande spiaggia attrezzata e numerosi punti ristoro.

Eraclea Minoa
Dalla notte dei tempi. Eraclea Minoa

La fine è l’inizio. La Riserva Naturale Orientata Foce del fiume Platani

Partiamo dalla fine, la fine di un fiume, la Riserva Naturale Orientata Foce del fiume Platani.

Dalle rovine di Eraclea Minoa è facile indovinare l’ultimo tratto del fiume siciliano e il punto esatto in cui si getta in mare creando una lingua di terra morbida e soggetta a correnti e maree.

Rifugio di uccelli palustri che nidificano tra dune e canneti e protetta da una fascia verde di eucalipti, pini, macchia mediterranea.

Marina Giò
Bova Marina. Il tramonto al Marina Giò

L’ingresso, da Borgo Monsignore, è gratuito e numerosi sentieri permettono di viverne la bellezza selvaggia e rude. Nel silenzio di questo luogo si possono incontrare folaghe, germani, cavalieri d’Italia.

La fine del pigro Platani è qui, una delle sue sorgenti è a Santo Stefano Quisquina, lì dove Santa Rosalia visse e divenne mito e dove oggi ha inizio l’Itinerarium Rosaliae.

Poco distante da Santo Stefano Quisquina, il magico Teatro di Andromeda, nato da un sogno, e le Grotte della Gurfa, forse tomba reale dello stesso re Minosse, nella valle del Platani, dove un tempo il corso d’acqua era navigabile e fiorenti si sviluppavano i commerci di sale e di zolfo.

Locanda Perbellini al mare
Locanda Perbellini al mare. Stelle nel piatto e nel cielo

Dello stesso fiume, prima dei Greci, risalirono il corso il popolo dei Sicani che a Sant’Angelo Muxaro, fondarono il fulcro del proprio regno, fortificato da un famoso architetto, Dedalo.

Tutto torna…

Splendida e autentica. La Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa, oasi del WWF

La Riserva Naturale Orientata Foce del fiume Platani non è l’unica area protetta in uno spazio esiguo. Superate le spiagge di Eraclea Minoa e Bovo Marina, c’è la Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa, oasi del WWF.

Capo Bianco e la spiaggia di Eraclea Minoa
Capo Bianco e la spiaggia di Eraclea Minoa

Sei chilometri di sabbia sottile che vira all’oro con il passare delle ore e l’avvicinarsi del tramonto, intervallati da bianche colate di marna bianca meno famose della vicina Scala dei Turchi ma altrettanto sensazionali.

Sulle dune, crescono selvaggi e indomiti i gigli marini e in primavera, è possibile ammirare rare e preziose varietà di orchidea selvatica.

Immaginate poi l’emozione di vedere sulla sabbia umida le tracce di minuscole tartarughe Caretta Caretta nate qui, in uno dei luoghi più incontaminati e meglio preservati dell’intera isola.

Eraclea Minoa
Eraclea Minoa. Funambola sul blu

Anche la Riserva di Torre Salsa è gratuita e aperta a tutti. È possibile raggiungere in auto un comodo parcheggio a pagamento e raggiungere a piedi la meraviglia.

Travel pics

Riserva Orientata Foce del fiume Platani
Riserva Orientata Foce del fiume Platani. Non solo spiagge

Natura incontaminata e paesaggi selvaggi ma anche eleganti relais e ristoranti gourmet.

Perché cibo e vino sono territorio, ecco di seguito le soste da provare:

Cantina e relais Caruana a Montallegro – circondato da filari di vigne rigogliosi, cantina di vini di nicchia e poco conosciuti, relais di charme. Accoglienza superlativa.

Marina Giò – Lido, beach club, ristorante e pizzeria. In spiaggia, quella di Bovo Marina. Ci si arriva attraversando una fresca pineta; bello, curato, di stile, il bianco si alterna all’azzurro e al verde. Boutique leziosa e accattivante all’interno. Una pasta ai ricci di mare che non dimentichi. Consigliato un aperitivo al tramonto.

Costa Greca, Sicilia
Costa Greca. Tu e il mare

Locanda Perbellini a mare – Spiaggia di Bovo Marina. Figlia del pluristellato veronese Casa Perbellini, resta un’esperienza resa speciale dall’accoglienza, la location e un tramonto anche qui indimenticabile.

Capitolo Primo – Montallegro. Ristorante stellato all’interno del relais Briuccia. Per me un appuntamento a cui, spero, mi presenterò presto.

Villa Domini, Montallegro. Ristorante. Dal mare alla campagna. Un viaggio nella tradizione sì, ma rivisitata. Eccellenti materie prime. Ricerca e sapore. Mai provato una cacio e pepe coi ricci di mare?

Lido Garibaldi – Eraclea Minoa. Ristorante, pizzeria, bar. Un viaggio nel passato tra le rovine di Eraclea, uno spettacolo al tramonto o magari un bagno rinvigorente. Perché non fare anche una sosta golosa? Una palafitta bianca sulla sabbia dorata, quasi la prua di una nave sul mare. Provate il cous cous!

Marina Giò, spiaggia di Bova Marina
Marina Giò, spiaggia di Bovo Marina. Stretta tra la Riserva di Torre Salsa e Eraclea Minoa

Torre Salsa, oasi WWF
Torre Salsa, oasi WWF

MuMa, Il Museo del Mare a Milazzo

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Un viaggio interiore alla scoperta di un ritrovato equilibrio tra uomo e mare

Un museo interamente dedicato al mare in una location d’eccezione.

Mare inteso come scrigno di meraviglie, risorsa per tutti, generazioni presenti e future, ecosistema da tutelare e proteggere.

Uno spazio per conoscere, riflettere, agire. È il MuMa, il Museo del Mare di Milazzo.

Il Museo del Mare vi aspetta all’interno di una chiesa con una storia antica. Anzi, di un intero <Castello>

Milazzo
Lo skyline di Milazzo e del suo castello dal mare

Il MuMa è stato allestito in quella che, in un passato assai remoto, era una chiesa, la chiesa di Santa Maria. Costruita presumibilmente tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, la chiesa di Santa Maria lasciò il posto al Bastione di Santa Maria, sito all’interno del complesso monumentale <Castello di Milazzo>, una vera e propria cittadella fortificata di circa sette ettari, la più grande di Sicilia, edificata nel corso dei secoli e delle differenti dominazioni alla sommità dell’antico borgo di Milazzo.

Visitare il grandioso complesso monumentale significa ripercorre la storia e lasciarsi <abbracciare> da quel mare che al MuMa viene raccontato e celebrato. L’antico borgo è infatti più o meno al centro della lunga lingua di terra che termina col promontorio di Capo Milazzo, lì dove, nel 2019, nasce l’Area Marina Protetta Capo Milazzo, l’AMP.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
La Baia di Sant’Antonio. Area Marina Protetta Capo Milazzo

Dell’antica chiesa di Santa Maria resta un imponente arco in pietra con decori classici che separa la navata dal coro, proprio dove oggi hanno luogo conferenze, eventi, mostre d’arte sotto l’egida del MuMa.

Lì dove un tempo c’era l’altare, fa bella mostra di sé Siso, simbolo e icona laica dell’intero MuMa.

MuMa, un inno alla vita

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Caparbietà e lungimiranza.

Il biologo Carmelo Isgrò, direttore e fondatore del MuMa, ha recuperato lo scheletro del capodoglio Siso e avviato una campagna di sensibilizzazione sulle conseguenze della pesca illegale e dell’inquinamento. La risposta è stata immediata: in poco tempo, la campagna si è trasformata nel Sisoproject

Siso è un capodoglio. Avete capito bene, un capodoglio di circa dieci metri che, nell’estate del 2017, è rimasto impigliato con la pinna caudale in una rete illegale a largo delle isole Eolie.

A salvarlo ci hanno provato i militari della Guardia Costiera, liberando in parte dalla rete, ma non c’è stato nulla da fare, Siso è morto.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Siso il capodoglio. Simbolo e cuore pulsante del MuMa

Nella pancia, Siso aveva plastica di ogni tipo, buste, rifiuti e persino un intero vaso da giardinaggio. Il suo corpo è stato spinto dalle correnti sino alle coste di Capo Milazzo, dove il biologo Carmelo Isgrò, direttore e fondatore del MuMa, ne ha recuperato lentamente e caparbiamente le ossa e avviato una commovente campagna di sensibilizzazione sulle conseguenze della pesca illegale e dell’inquinamento. La risposta è stata immediata: in poco tempo, la campagna si è trasformata nel Sisoproject, una raccolta fondi che ha dato vita ad un sogno, il Museo del Mare.

Il MuMa è pop!

Le sculture in resina di Giuseppe Lisciotto coi pezzetti di plastica raccolti in spiaggia

Un museo plastic free, un luogo che ricordasse Siso ma che, allo stesso tempo, servisse da ammonimento e mettesse uno stop alla distruzione indiscriminata dell’ambiente circostante. Coi 33.000 euro donati, sono state allestite le differenti sale espositive del museo, acquistati monitor touch screen, proiettori, pannelli esplicativi. Con quei soldi, è stato possibile avviare un lungo processo di pulizia e trattamento dello scheletro di Siso, ricostruirlo e montarlo – con una struttura di cavi in acciaio – ed esporlo, trasformandolo nel cuore pulsante dell’intero museo.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Pronti a conoscere Siso il capodoglio?

MuMa, un luogo vivo

Dimenticate teche e pannelli statici. Al MuMa l’unico scheletro è quello di Siso ed è un inno alla vita. Comprendere il valore del mare e innescare una presa di coscienza è l’obiettivo del Museo del Mare dove il visitatore è invitato a compiere un viaggio, un itinerario speciale attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Inferno
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Purgatorio
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Paradiso. Speranza, consapevolezza, amore. Qui l’uomo si fonde con la natura, diventando acqua, attraverso l’installazione di Giuseppe La Spada, direttore artistico

L’Inferno racconta la realtà odierna: l’uomo sta distruggendo la natura sistematicamente e inesorabilmente; nel Purgatorio, luogo di espiazione, l’uomo può prendere coscienza dell’impatto antropico sull’ecosistema; in Paradiso la consapevolezza lascia spazio all’azione. Un’azione possibile è quella proposta dallo stesso MuMa e dalle attività organizzate sul territorio. Chiunque può diventare MuMa’s Helper e fare la sua parte con giornate dedicate alla pulizia delle spiagge, l’avvistamento e la segnalazione di cetacei, tartarughe e altri animali in difficoltà, la campagna permanente di crowfunding destinata al museo e al mare su buonacausa.org.

MuMa. La scienza incontra l’arte

Al Museo del Mare si fa scienza e ricerca e partner istituzionali sono il Comune di Milazzo, l’Università degli Studi di Messina, l’AMP. Con un linguaggio semplice si racconta il mare. Di linguaggi però se ne usano anche altri: quello ad esempio dell’arte, con mostre ed eventi che ne sposano la filosofia e soprattutto con artisti che lo promuovono e sostengono. Vi ricordate ad esempio Salvo Currò e i suoi Paladini cittadini del mondo? Salvo Currò è un amico di Siso e sua è l’opera che racconta il capodoglio a grandezza naturale, tante volte punto di partenza per raccontare Siso e la sua storia ai più piccoli.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Siso a dimensioni reali. Dieci metri! L’opera iconica dell’artista Salvo Currò riempie lo spazio e rende ancora più umana la figura del capodoglio Siso

Sono infatti i più piccoli gli ospiti più amati al MuMa con incontri e persino didattica a distanza. Il MuMa organizza anche escursioni al promontorio di Capo Milazzo, Area Marina Protetta e tour in barca per vivere l’emozione del whale watching: avvistare balenottere, tartarughe, delfini, pesce luna ed ovviamente capodogli liberi in natura e soprattutto sani.

Milazzo
Le vedete le Eolie? Scegliete il vostro posto in prima fila per godere lo spettacolo del tramonto dal Castello di Milazzo

Salina, isole Eolie. La più verde delle sette

Salina, Pollara
La più verde delle sette.
Più piccola solo della vicina Lipari.
Su una superficie di appena 26 chilometri quadrati, ben tre comuni autonomi: Santa Marina, Malfa e Leni.
Meta prediletta di foodies e winelovers.
Preparatevi, oggi si sbarca a Salina, isole Eolie, Sicilia.
 
Salina
Blu Eolie
Bella, bellissima e dall’alto tanto di più
I Greci la chiamavano Didyme – gemella, doppia – per i due vulcani ormai spenti che ne rendono unica la morfologia: Monte dei Porri, la cui vetta raggiunge gli 860 metri e Monte Fossa delle Felci, alto 962, cima più alta dell’intero arcipelago. Entrambe dalla tipica forma conica, sono parte integrante della riserva naturale istituita nel 1984 e denominata <Le Montagne delle Felci e dei Porri>.
Una vera e propria <colata>, per restare in tema, di acacie, pini, olmi, lecci e cedri con un tappeto di lentisco, corbezzolo e felci.
Giù fino al mare cristallino vanno in scena alberi di fico, macchie di ginestra, oleandri e i due protagonisti assoluti dell’isola, cespugli forti e vigorosi di cappero e lunghi filari di vite letteralmente <aggrappati> ai terrazzamenti creati da mani caparbie.
 
Salina
Salina. I vigneti di Valdichiesa. Sullo sfondo le guglie del Santuario della Madonna del Terzito
 
Amanti del trekking? Approfittatene. Itinerari più o meno impegnativi coprono l’intera isola. Il percorso più noto è quello che parte da Valdichiesa, la vallata più bella di Salina, ricoperta di vigneti e caratterizzata dal Santuario della Madonna del Terzito e sale fin su, in cima al Monte Fossa delle Felci. Chi ci è stato sostiene che il paesaggio è straordinario: Filicudi e Alicudi a ovest, Lipari e Vulcano a sud, Panarea e Stromboli a nord-est.
Salina di fuoco e di vento
Verde sì, ma pur sempre di origine vulcanica, come le altre <sorelle> dell’arcipelago, Patrimonio Unesco dal 2000.
Basta osservare le pareti scoscese che sbucano dalla folta vegetazione e scivolano ripide verso il mare. Ocra, rosse, nere, marroni, hanno i colori del fuoco; a tratti levigate e tondeggianti, a tratti puntute e dall’aspetto quasi lunare, sono figlie del vento. 
 
Salina
A Punta Scario le pietre cantano la canzone del mare…
 
Perchè a Salina Eolo e Efesto giocano e combattono e lo fanno in maniera plateale. A Pollara hanno dato il meglio di sè generando, 13.000 anni fa, un enorme cratere, collassato e sommerso da acque cristalline e protetto da una scogliera che sembra non finire mai.
 
Salina
A Pollara le casupole dei pescatori sono roccia nella roccia
 
Immaginate un anfiteatro di pietra che cambia colore con la luce del sole: al tramonto, qui indimenticabile, si tinge di un rosso caldo, quasi vivo. Assumono lo stessa tonalità le casupole dei pescatori e il minuscolo approdo per le barche scavate nella pietra; la stessa pietra su cui sono stati disegnati scalini che riportano al piccolo borgo di Pollara, funambolo sul blu.
Salina
Pollara
 

Un poeta e un postino. Se il tramonto vuoi aspettarlo con loro, scegli uno dei locali di Pollara. il mio preferito è un piccolo bar con i tavolini su più terrazze, accanto i filari di vite. Chiedete le specialità della casa: capperi, pomodori secchi sott’olio, zucchine e melanzane con l’aceto. 

Il Postino. Molto più di un film
Davanti quel blu, a molti piace pensare che continuino ad incontrarsi un poeta e un postino. Il primo è Philippe Noiret, l’altro Massimo Troisi, interpreti dell’indimenticabile pellicola <Il Postino>, girata nel 1994. Sullo sfondo di una Salina che sa di terra e di mare, Pablo Neruda vive l’esilio e conosce Mario Ruoppolo, figlio di pescatori e disoccupato, a cui viene assegnato il compito di consegnare la posta al poeta cileno.
 
Salina
Pollara. Ogni sera, al tramonto, capita di incontrare un poeta e un postino…
 
La casa del poeta in cui Neruda balla con la moglie Matilde esiste ancora: una tipica casa eoliana affacciata sul mare e nascosta nella macchia mediterranea, con la terrazza, <u bagghiu> in tufo e le colonne <i pulera>, il tetto che un tempo raccoglieva l’acqua piovana, finestre piccole e muri spessi che trattengono il calore in inverno e mantengono la casa fresca in estate.
La spiaggia dove il postino registra per il poeta il “rumore delle onde” invece non c’è più, inghiottita e resa inagibile dagli agenti atmosferici. In compenso Massimo Troisi e Philippe Noiret chiacchierano inarrestabili di poesia, ritratti nel murales accanto la chiesa di Pollara. Insieme, aspettano il tramonto. Ogni sera.
 
 
Salina
Santuario della Madonna del Terzito. I due antichi vulcani gemelli oggi verdi colline
A Malfa le pietre cantano
Nel secolo scorso venivano prodotti ed esportati da Salina 10.000 ettolitri di Malvasia, il vino passito delle Eolie. Poi arrivò la fillossera che distrusse i vigneti e portò ad una massiccia emigrazione di massa, specie in Australia. Di quelle persone che emigrarono potete seguirne le tracce nel piccolo ma bellissimo Museo dell’Emigrazione a Malfa, uno dei tre comuni dell’isola, oggi caratterizzato da aziende come Caravaglio, Fenech e Virgona, che, insieme a Tasca d’Almerita e Hauner, per citarne le più note, hanno ricominciato a coltivare la malvasia bianca e contribuito a dare vita ad una meravigliosa Doc, la Malvasia delle Lipari.
 
Malfa resta un centro antico. Un centro antico con la sua piazza che alla sera si anima dei giochi dei bambini del posto, le botteghe coi prodotti tipici e un forno che sforna pane profumato.
Nasconde un tesoro, la spiaggia di Punta Scario. Per scoprirla occorre seguire un sentiero fatto di alti ma comodi scalini scavati nella roccia e <appesi> ad una falesia imponente. Sulla spiaggia solo un punto ristoro, il Maracaibo, perfetto perchè essenziale e perfettamente integrato nel paesaggio.
Stretta tra scogli e pareti di roccia, la spiaggia di Punta Scario suona e gorgheggia col mare. Sono le grosse pietre tonde e levigate dalla natura che vibrano seguendo l’acqua che va e viene. Provate ad ascoltarle, hanno infinite storie da raccontare.
Un faro, un lago e un’antica salina
Didyme è il nome datole dai Greci, Salina quello legato all’antica arte dei salinari che un tempo occupavano il lago salmastro di Lingua, separato dal mare da una sottile striscia di terra. Al suo interno ci sono i resti delle antiche vasche che risalgono al III secolo a.C.
Se sei fortunato puoi avvistare aironi, garzette e persino fenicotteri. Mal che vada basta sedersi tra il lago e il caratteristico faro e vedere passare traghetti, barche e catamarani nel canale tra Salina e Lipari, vicinissima.
 
Salina
Lingua. Il faro e l’antica salina
 
Lungo la costa, a Lingua, una serie di locali a pochi metri dalla spiaggia offrono il tipico pane cunzato alla eoliana maniera: pomodorini a “pennula“, dalla forma leggermente allungata, capperi, cucunci, i frutti della pianta del cappero, ricotta di Vulcano, origano. E poi ancora tonno affumicato, scorza d’arancia, finocchietto selvatico. Scegliete la combinazione che preferite e completate il pasto con una golosissima granita.
 
La più famosa e conosciuta è quella di Alfredo che la propone al limone, alla fragola, al caffè, pesca, arancia, gelsi, more, melone, anguria, cioccolato, pistacchio, nocciola e in tante, tantissime altre varianti sfiziose. Provate anche quella del vicino Gambero e scegliete quella al mango. I manghi sono coltivati nella proprietà poco distante; crescono al sole di Salina e sono dolcissimi.
 
Salina
Al Ravesi i viali profumano di lavanda e rosmarino e gli agapanthus ciondolano pigri su Panarea e Stromboli
 
Salina
Metti una sera la pasta fresca ripiena col gambero rosso al U Cucunciu di Malfa…
 
 
Salina
Malfa. Signum Hotel

<Qual è il senso della buona cucina?>. <Sostenere il territorio. Preservare la memoria di un luogo. E poi una regola sottende la storia straordinaria del buon cibo: mettersi comodi, dimenticare il tempo e con un buon bicchiere di vino iniziare l’esplorazione più elettrizzante che si possa desiderare> – Martina Caruso, chef Signum Stella Michelin

 
Se parliamo di granita e di cappero…
Se parliamo di granita e di cappero non possiamo che consigliare l’eccellente granita di ricotta proposta al Pa.Pe.Rò. al Glicine, località Rinella. Tre fratelli, Paola, Peppe e Rosanna, e un locale delizioso, tappa imperdibile per intenditori e golosi. La granita di ricotta qui la servono col cioccolato e miele, cannella e cannolo sbriciolato in cima e col cappero. Avete capito bene, polvere di cappero di Salina e cappero candito, una chicca che trovate sull’isola, creata e prodotta da due diverse aziende agricole, Sapori Eoliani a Pollara e Virgona, di cui abbiamo già parlato a proposito di Malvasia delle Lipari, a Malfa.
 
La granita del Pa.Pe.Rò. godetevela dopo un tuffo rigenerante a Rinella dalla forma a mezzaluna e un bagno di sole sulla sabbia nera e sottile. Fate caso alle balate, le grotte scavate nella roccia un tempo ricovero per le barche.
 
Salina
Hotel Ravesi, Malfa. Di sera Iddu, lo Stromboli, dà spettacolo e puoi vedere la sciara colare nel buio della notte.
Salina
Salina
Salina accoglie ogni anno il Doc Fest ideato da Giovanna Taviani  e il Mare Festival con il premio Troisi, madrina dell’evento Maria Grazia Cucinotta, indimenticabile interprete femminile del film cult Il Postino. 
Un dolce arrivederci
Rinella è il secondo porto e approdo dell’isola. Il primo è quello di Santa Marina Salina, grazioso borgo e <salotto> di Salina.
Botteghe d’arte, ristoranti, enoteche e boutique raffinate. Prima di riprendere il traghetto o l’aliscafo che vi riporterà a casa, passate da Roberta Rundo, titolare della Dolceria Rundo a Catania e della gastronomia Rundo a Salina. Il cappero candito lei ce lo mette sul cannolo riempito rigorosamente a vista.
Il vostro <arrivederci> a Salina sarà meno amaro.
 

Taormina, Sicilia. Uno, cento, mille viaggi

Taormina

Taormina
Taormina. Sa di zagara e di agrumi

È una dote rara che tanti luoghi inseguono, pochi ottengono.

Occorre essere speciali per diventare meta da “almeno una volta nella vita“, più che moda effimera destinata a scomparire col passare del tempo.

Taormina meta ideale lo è da secoli, dream destination per viaggiatori di ogni dove. Attratti da una bellezza rara e una storia antica.

Sui sogni di quei viaggiatori Taormina ha costruito un mito, il mito della Perla del Mediterraneo.

Il Grand Tour. Il viaggio della vita, Erasmus ante litteram

Taormina
Metti un sogno, metti Taormina…

I giovani rampolli europei Taormina la raggiungevano nel corso del tanto ambito viaggio della vita nella seconda metà dell’Ottocento. Grand Tour lo chiamavano, il grande viaggio, una sorta di Erasmus ante litteram concesso però solo a nobili e aristocratici prima, facoltosi borghesi in seguito, che partivano per trovare bellezza e arte.

Fu la grande Elisabetta I a volere istituire una sorta di borsa di studio che avrebbe consentito a pochi eletti di raggiungere con un viaggio lungo, lunghissimo, di ben tre anni, le grandi città, i maggiori siti culturali, i luoghi considerati culla di cultura e civiltà.

Parigi, Lione e poi, una volta superate le Alpi, l’Italia. Genova, Torino, Roma, Firenze, Venezia, infine la Sicilia.

Il Grand Tour prese piede e, nel tempo, divenne moda in Gran Bretagna, Francia, Germania.

Sulle strade d’Italia uno dei più celebri viaggiatori fu Goethe. È di inizio Ottocento il suo Viaggio in Italia che contribuì enormemente a far conoscere la nostra penisola a nord delle Alpi. E di Taormina e del suo Teatro Antico disse: <Mai, forse, un pubblico, in teatro, ebbe davanti a sé simile prospettiva>.

Taormina
Teatro Antico di Taormina. Lo immaginate Goethe qui, a dorso di mulo, tra foglie colossali di agave e maestose rovine?

Il Teatro Antico di Taormina

La cultura greca era il sogno dei viaggiatori che intraprendevano il Grand Tour e Taormina, antica Tauromenium, non poteva che trasformarsi in tappa obbligata.

Il Teatro Antico, il più grande d’Italia e d’Africa dopo quello di Siracusa con i suoi 109 metri di diametro della cavea, costituiva il sogno, un punto d’arrivo. Goethe fu una delle prime celebrities, presto seguito da molte altre, innamorate di Taormina e dei suoi tesori.

Oggi il Teatro Antico è affidato al Parco Archeologico Naxos Taormina ed è possibile visitarlo e goderne l’architettura e le diverse ristrutturazioni successive a quella greca.

Taormina
A Muntagna

Unico al mondo per posizione, funambolo sul mare di Sicilia, il teatro è una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno.

Con lo sguardo segui la costa sino ad immaginare di vedere Catania e Siracusa, con il cuore aspetti che l’Etna, che incombe maestosa, dia spettacolo ancora una volta.

Taormina caleidoscopio di storia e bellezza

Il resto è poesia. Romani, bizantini, arabi, normanni a Taormina hanno lasciato qualcosa che strato su strato è diventato un unicum irripetibile.

Un unicum che nella seconda metà dell’Ottocento trasformò Taormina in meta irrinunciabile per artisti, poeti, filosofi, scrittori e teste coronate. A Goethe seguirono Guy de Maupassant, Nietzsche, D’Annunzio, Klimt, Freud, gli zar Nicola I e Nicola II e la zarina Aleksandra Fedorovna Romanova.

Taormina
Taormina, Teatro Antico. Una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno

Lì dove prima c’era l’agorà greca e poi il foro romano nacque Palazzo Corvaja. La matrice araba ha accolto quella normanna, echi moreschi gli hanno regalato la tipica merlatura. Qui, per volere di Bianca di Navarra, a partire dal 1400 vi si riunì il Parlamento del Regno di Sicilia.

Alle sue spalle resti di terme di epoca romana, poco distante Porta Messina o Porta Ferdinandea, una delle due porte al nucleo più antico. Corso Umberto lo attraversa e collega Porta Messina all’altro ingresso trionfale, Porta Catania o Porta del Tocco. Tra le due, nata su antiche mura arabe, un tempo Porta di Mezzo, la Torre dell’Orologio del XII secolo. Distrutta dalle truppe francesi di Luigi XIV nel 1600, fu ritirata su e oggi accoglie il mosaico di una splendida Madonna. Anticipa la scenografica Piazza IX Aprile: salotto ciarliero e brillante al tramonto, affaccio sul blu, irrinunciabile meta di turisti e viaggiatori.

I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio.

Taormina
Taormina è pop!

Maestosi e alteri, Palazzo Ciampoli, Badia Vecchia, Palazzo Duchi di Santo Stefano si alternano tra le antiche Naumachie e un mosaico romano da poco restaurato.

È uno splendido patchwork Taormina, elegante ed equilibrato, dove culture ed epoche trovano ciascuna il proprio spazio. Un’armonia perfetta e irripetibile.

Taormina
Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano

Gli alberghi storici

Una Taormina sempre più famosa e spesso narrata come audace e libertina, o semplicemente più sicura per personaggi come Oscar Wilde che già aveva pagato con il carcere la sua omosessualità e che a Taormina arrivò incuriosito dalle fotografie realizzate dal barone Von Gloden: panorami mozzafiato sullo sfondo, il mito della Magna Grecia, giovani bellissimi e nudi.

Oscar Wilde soggiornò nel piccolo hotel Victoria, uno degli alberghi che nacquero, uno dopo l’altro, per accogliere un flusso crescente di visitatori. Esiste ancora l’hotel Victoria, si affaccia su Corso Umberto.

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Oscar Wilde scelse l’hotel Victoria, uno dei primi a Taormina. Esiste ancora, lo trovate sul corso principale…

Il primo fu però l’hotel Timeo, nato per volere di Francesco La Floresta nel 1850 su un rudere a ridosso del Teatro Antico. Lo presero per pazzo, <Don Cicciu ‘u pazzu> lo chiamavano ma La Floresta andò dritto per la sua strada dando all’albergo il nome di Timeo, figlio di Andromaco, fondatore di Taormina nel IV secolo a.C.

Ci vide giusto Don Cicciu ‘u pazzu: dal Timeo sono passati Wagner, Andrè Gide, Guglielmo II e Feliks Jusupov, gran consigliere della zarina Alessandra, famoso per aver ordito l’assassinio del celebre Rasputin.

Nella proprietà che fu acquistata con la vendita di un agrumeto, soggiornarono Verga, Pirandello, Quasimodo, Ungheretti, Sciascia.

E quando il Festival del Cinema Internazionale ha iniziato a trasformare Taormina in destinazione preferita di star e celebrità, il Timeo ha accolto personaggi come Liz Taylor, Richard Burton, Jaqueline Kennedy sino ai potenti della terra durante l’ultimo G7.

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Il meraviglioso Hotel Timeo. Tutto merito di Cicciu U Pazzu…

Ad inizio Novecento fu la volta del Grand Hotel Excelsior: elegante e raffinato con la sua architettura moresca, doveva ispirarsi ai palazzi più belli di Venezia.

Poco distante, Villa Schuler ha mantenuto lo stesso charme di quando, prima abitazione privata nella prima decade del Novecento di Eugen Schuler Senior, antiquario tedesco, poi pensione, divenne ritrovo di artisti e intellettuali. Nel corso dei decenni, attraversando due conflitti mondiali, si è trasformata ed adeguata mantenendo la sua identità originaria.

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Villa Schuler. Eugen Schuler Senior, il primo proprietario, antiquario, fece fortuna con una bottega al piano terra di Palazzo Corvaja e aiutò a sviluppare le foto del viaggio in Sicilia di Guglielmo II e della famiglia imperiale…

Casa Cuseni. Una storia a sè

Robert Hawthorn Kitson, erede della Kitson and Company, il gigante industriale delle locomotive di Leeds, se ne innamorò ad inizio Novecento e decise che sarebbe diventata la sua casa.

Una casa speciale, oggi Casa Cuseni, alla cui realizzazione presero parte Alfred East, presidente della Royal Society of British Artists e Sir Frank Brangwyn, primo decoratore della Tiffany e autore delle decorazioni della Galleria Reale della Casa dei Lords a Westminster e del foyer del Rockefeller Center Museum di New York.

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Casa Cuseni, casa dell’anima

Una casa speciale che divenne rifugio e luogo del cuore per Tennessee Williams, Bertrand Russell, Faulkner, Dalì, Gala, De Chirico e tanti altri che passarono da qui e  lasciarono un disegno, un appunto, un aneddoto.

In uno dei saloni oggi visitabili, tra gli innumerevoli tesori qui custoditi, esiste ancora una collezione di acquerelli del Grand Tour inglese in Italia e Terra d’Oriente realizzati tra il 1900 e il 1940 da famosi paesaggisti britannici tra cui lo stesso Kitson. Proprio quel Grand Tour che rese Taormina famosa nel mondo.

Taormina
Piazza Duomo a Taormina

Taormina green. Anche il verde qui racconta storia e glamour

Non sono giardini e basta. Raccontano eventi, personaggi, aneddoti.

Partiamo proprio dai giardini di Casa Cuseni: tredici terrazze che profumano di Mediterraneo e sette fontane allineate al camino centrale della casa. Infine una piscina nella parte alta del giardino che guarda al cratere centrale dell’Etna.

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I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio

Tra papaveri e ferule disegni di Balla sulla pietra, l’angolo preferito di Greta Garbo, la terrazza su cui amava fermarsi Faulkner.

A Villa Schuler puoi invece fare il giro del mondo grazie alle infinite specie che ne fanno un vero e proprio parco esotico creato da Eugenio Schuler nel 1902: lungo sentieri silenziosi, palme, agrumi, cipressi , kentie, yucche e un enorme pinus pinea, 20 metri altro, probabilmente l’albero più longevo di Taormina.

Infine i giardini della Villa Comunale. Per conoscerne la storia occorre ancora una volta riavvolgere il nastro e tornare alla fine dell’Ottocento quando Lady Florence Trevelyan, nobildonna inglese, si trasferì a Taormina dopo un lungo viaggio dall’India all’Australia e sposò l’allora sindaco professore Salvatore Cacciola.

Taormina
Erano i giardini privati di Florence Trevelyan, oggi sono uno splendido parco comunale aperto a tutti

L’odierna villa comunale era un tempo il parco di casa sua che rese splendido con piante rare e particolari costruzioni chiamate <Victorian follies>. Vi ospitò teste coronate come il Kaiser Guglielmo II di Germania, lo Zar Nicola II, Edoardo VII , il principe Vittorio Emanuele III, la mitica Franca Florio e donna Tina Whitaker.

Lady Florence Trevelyan morì nel 1907 e volle essere sepolta sul monte Venere, alle spalle di Taormina, in località ‘A Francisa’: i <francisi>, nel dialetto locale, erano al tempo tutti gli stranieri. Suoi, al principio, anche i giardini dell’hotel Timeo.

Taormina
Florence Trevelyan. Instancabile viaggiatrice, fece scandalo alla corte della regina Vittoria e scelse Taormina come nuova casa…

Il grande cinema. Il Taormina Film Fest

Il primo movie a Taormina fu girato nel 1919. Ne seguirono molti altri: <L’Avventura> di Antonioni si conclude al San Domenico di Taormina. Negli anni 50 nasce a Messina il Festival Internazionale del Cinema che progressivamente si sposta a Taormina diventando uno degli eventi di punta della stagione estiva.

La graziosa cittadina si trasforma in luogo del jet set internazionale. A Taormina arrivano le grandi e i grandi divi del cinema: Elizabeth Taylor, Marlene Dietrich, Sophia Loren e Cary Grant, Marlon Brando, Audrey Hepburn, Fellini e Woody Allen. Tom Cruise, De Niro, un elenco infinito di stelle, sono tutti passati dal palco del festival, il palco del Teatro Greco di Taormina e continuano a farlo con il Taormina Film Fest.

Piccolo dettaglio: è il Festival del Cinema a trasformare Taormina in località balneare. Solo a partire dagli anni 60 Isola Bella, Mazzarà, Capo Sant’Andrea vengono associate all’idea di vacanza al mare.

Taormina è un sogno. Vivetela come tale

Taormina è un sogno, vivetela come tale, un sogno che si rinnova e non finisce mai.

Una macchina del tempo con fermate infinite. Salutatela dalla stazione ferroviaria di Giardini Taormina, la splendida stazione Liberty inaugurata nel 1866.

Taormina
La splendida stazione Liberty Giardini Taormina

Sikè, Sicilia. Hai voglia di un gelato speciale?

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo

Che le cose migliori sono spesso semplici lo impari col tempo.

Un gelato, il sole, il mare.

Che la semplicità nasconde passione, ricerca, competenza, lo scopri godendoti il gelato.

Perché il gelato di cui parliamo oggi è speciale ed è il gelato firmato Sikè.

Sikè. Il gelato artigianale in riva al mare di Sicilia
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Mai conosciuto i dispensatori di felicità?

Il mare e il sole ci sono perché Sikè si trova sul lungomare di Milazzo, Marina Garibaldi, Sicilia.

Di passione, ricerca e competenza ne troverete in quantità nella piccola ma deliziosa gelateria siciliana.

Due bici all’esterno i cui colori richiamano il design all’interno: legno chiaro, tonalità calde, linee pulite. Al colore ci pensano i prodotti: sorbetti, soffici brioche siciliane (rigorosamente col <tuppo>) ed ovviamente gelato, tanto, tantissimo gelato artigianale.

Il menu varia e dipende dalla stagionalità dei prodotti (latte e frutta freschissimi da fornitori locali) e dall’estro di chi lo prepara. Capita spesso che un gelato segua la scoperta di un’erba selvatica, un fiore e diventi proposta del giorno, a volte non replicabile.

Poi ci sono il tiramisù, il cioccolato 100%, la zuppa inglese con l’alkermes, il torrone, l’arachide; e ancora la melagrana, la mela cotogna, la vaniglia stracciata al cioccolato bianco, fichi, gelsi, more, lo yogurt all’acqua di rose con polvere di lampone. Provo il melone cantalupo appena arrivato, il sorbetto di fragola, il pistacchio e il caramello al sale di Trapani.

Particolare attenzione per chi è vegano o intollerante al latte. Realizzazione di gelati alternativi e salutari a base di kefir, riso, orzo. Insomma, un vero e proprio mondo da scoprire.

Ma chi c’è dietro tanta bontà?

Maestro Gelatiere Rosario Leone D’Angelo. In attesa di diventare gelatiere
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo. Da sinistra Annamaria D’Angelo, Elisa Chillemi, Rosario Leone D’Angelo. Foto Sikè

Ha iniziato con la sorella Annamaria nella storica pasticceria D’Angelo di Monforte San Giorgio, comune poco lontano da Milazzo, dove ha imparato i segreti del mestiere da papà Pietro e nonno Rosario.

E non si è più fermato, vincendo premi e scalando velocemente le classifiche di settore nonostante continui a presentarsi sul suo profilo Facebook come <in attesa di diventare gelatiere>.

Studio, sperimentazione e una nuova avventura, Sikè. Accanto Elisa Chillemi, solare, appassionata, fine conoscitrice del mondo del cacao.

E poi ci sono loro, i <dispensatori di felicità>, il team di lavoro del maestro gelatiere Rosario Leone D’Angelo. Dite che esagerino? Provate il gelato Sikè, due coni nella guida Gelaterie d’Italia Gambero Rosso!

Storie di cacao

Il cioccolato, dalla tostatura delle fave sino alla delizia sotto zero. Venezuela con latte al 72%, fondente Ecuador, Colombia Matambo, Perù Gran Nativo Blanco. Non chiamatelo solo gelato al cioccolato. Con un cono Sikè fai il giro del mondo e ti ritrovi a scoprire storie di…cacao.

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Si fa squadra da Sikè. Obiettivo: un gelato bello, buono e sano

Perché a casa Sikè la scelta del cacao è legata ad una particolare attenzione per il prodotto: dove è stato coltivato, in quali piantagioni? E soprattutto da chi? Filiera <sana>, valorizzazione del prodotto nel rispetto della terra e delle persone che la lavorano sono scelte a monte per un risultato bello e buono a 360 gradi.

E poi c’è la storia e la tradizione e il recupero di pratiche antichissime. E se parliamo di cacao non possiamo che parlare di bevanda sacra cara agli Aztechi. Vi ricordate la storia tutta siciliana del cioccolato di Modica?

Esperidio. Tutta la freschezza della Sicilia

Di bevande fermentate parliamo con Elisa Chillemi che ci fa provare <Esperidio>, un sorbetto ottenuto dall’acidulato di limone, con tutto il suo profumo e la sua carica, insieme a note di alloro e pepe.

Un nome che ricorda le Esperidi, ninfe custodi di un giardino dai pomi d’oro e un lungo lavoro di fermentazione che regala note fresche, frizzanti, dissetanti. La complessità degli oli essenziali dell’agrume e la semplicità di una limonata al sale tutta siciliana. A me la ricorda tanto. Ne avete mai bevuta una ai tipici chioschi Liberty in Sicilia?

Dici Palermo, dici Santuzza. Santa Rosalia in Sicilia

Santa Rosalia, Palermo

Se sei in Sicilia e vuoi provare a capire Palermo, dalla Santuzza devi passare.

Sì, la Santuzza, Santa Rosalia per i palermitani, con la sua coroncina di rose sulla fronte.

A Palermo Santa Rosalia è ovunque: nei luoghi di culto, sulle saracinesche, nei vicoli sgrammaticati del centro storico.

Urlata a suon di <banniate> nei mercati, appena accennata sulle labbra di chi ci si affida e la invoca, la Santuzza ha una storia antica legata a doppio filo a quella del capoluogo siciliano. E non solo.

La ripercorriamo poco alla volta partendo proprio da lei, Rosalia. Chi era Rosalia?

Santa Rosalia, Palermo Vucciria dello street artist Tvboy
Santa Rosalia pop e rosa/nero alla Vucciria. A Palermo lo street artist Tvboy celebra la Santuzza e sostituisce il sacro cuore con lo scudetto Palermo calcio
Santa Rosalia. Storia di una ragazzina con le idee chiare

Appena una ragazzina, nulla di più. Una ragazzina palermitana caparbia e cocciuta che nel lontano 1150 fa guerra al padre, Conte Sinibaldo, discendente di Carlo Magno e alla madre, Maria Giuscardi che, come da prassi, le hanno scelto marito e futuro.

Scappa, ha forse tredici anni, e si rifugia nel fitto bosco della Quisquina, la Serra Quisquina, in provincia di Agrigento, che conosce bene perché dono di Ruggero D’Altavilla al padre. Ci resta per dodici lunghi anni abbandonando i fasti della corte della regina Margherita. A farle da casa una minuscola grotta nel fitto del bosco. Quella grotta esiste ancora ed è visitabile.

La grotta di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina

Occorre farsi piccoli e umili per entrare nella grotta di Santa Rosalia ad appena quattro chilometri da Santo Stefano Quisquina. Bassa, stretta e preziosa. All’ingresso un’iscrizione in latino attribuita alla stessa Rosalia: <Io, Rosalia, figlia di Sinibaldo, signore della Quisquina e del Monte delle Rose, ho deciso di abitare in questa grotta per amore di mio Signore, Gesù Cristo>.

Nella parte bassa compare anche la cifra <12> che dovrebbe indicare il numero degli anni durante i quali Rosalia scelse la grotta come casa. Adagiata sulla roccia viva, tra fiori sempre freschi, la statua della Santuzza, bella e dolcissima.

Santa Rosalia e la grotta a Santo Stefano Quisquina
La grotta della Santuzza a Santo Stefano Quisquina. Per entrare qui occorre farsi umili e piccoli al cospetto della Santa tanto amata in Sicilia
L’eremo di Santo Stefano Quisquina

Le parole <testamento> di Santa Rosalia nella grotta di Quisquina vengono scoperte nel 1624. La Santuzza è già amata e venerata. Cominciano ad arrivare i fedeli e storia narra che siano talmente tanti che la Curia di Agrigento autorizza la costruzione di una cappella accanto la grotta.

Quella cappella si trasformerà nei secoli in eremo grazie alla dedizione e al denaro di uomini come il mercante genovese Francesco Scassi e di nobili come i Ventimiglia. Vescovi, principi e cardinali passano da qui e concorrono alla ricchezza e alla gloria dell’eremo sino al declino, definitivo ad inizio Novecento. Oggi l’eremo è affidato ad un commissario nominato dall’Assessorato Regionale agli Enti Locali che l’ha a sua volta dato in gestione alla Pro Loco di Santo Stefano Quisquina.

A 986 metri sul livello del mare, a pochi chilometri da Santo Stefano Quisquina e dal Teatro di Andromeda, circondato da lecci e frassini, l’eremo è un’oasi di pace e bellezza. Se ne possono visitare le celle, il frantoio, la cucina e il refettorio, la camera che il principe di Ventimiglia volle per sè, la cripta e il santuario con la statua di Santa Rosalia di Filippo Pennino. Infine la grotta, da cui tutto ha avuto inizio.

Eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina
L’eremo a Santo Stefano Quisquina oggi. Nei secoli da qui son passati principi, pellegrini, cardinali e mercanti…
La seconda parte della vita di Santa Rosalia. L’Itinerarium Rosaliae in Sicilia

Sono trascorsi dodici anni da quando Rosalia ha lasciato Palermo, la sua città. È un arrivederci però perché Rosalia decide di tornare. Qui, la regina Margherita, commossa dalla sincera fede della giovane donna, le concede di trasferirsi in una grotta sul Monte Pellegrino dove vive in preghiera e solitudine per otto anni ancora, sino alla morte che tradizionalmente ricorre il 4 di settembre.

I 185 chilometri che collegano l’Eremo di Santo Stefano Quisquina con quello che oggi è il Santuario di Monte Pellegrino costituiscono il Cammino di Santa Rosalia.

Dieci tappe – Eremo, Santo Stefano, Palazzo Adriano, Burgio, Chiusa Sclafani, Campo Fiorito, Ficuzza, Piana degli Albanesi, Monreale, Monte Pellegrino – che si snodano per i comuni di Agrigento e Palermo, attraverso mulattiere e aree naturalistiche che dai Monti Sicani portano al capoluogo.

Santa Rosalia. Una storia lunga secoli

Dopo più di 450 anni dalla morte, della Santuzza si comincia a parlare a Palermo, una Palermo dove imperversa la peste giunta a bordo di un vascello e diffusasi velocemente. È il 1624 quando Rosalia appare in cima al Monte Pellegrino a Girolama La Gattuta che, malata, beve l’acqua che gocciola da una roccia e guarisce.

Rosalia indica a Girolama La Gattuta dove scavare per trovare un <tesoro>. Il tesoro viene trovato: sono ossa e profumano di fiori.

Santa Rosalia, Palermo
A Palermo Santa Rosalia è ovunque e riesce a render bella persino una barriera stradale new jersey. Palermo, Cassaro

Il rinvenimento delle ossa di Santa Rosalia nel luogo in cui visse negli ultimi otto anni di vita è solo l’inizio di un altro viaggio che si snoda tra i secoli e arriva sino ai nostri giorni. La storia di un santuario, il santuario di Monte Pellegrino, che cambia e si arricchisce nel tempo e che diventa polo d’attrazione di fedeli e curiosi. In tanti decidono oggi di sfidare l'<Acchianata> per arrivare in cima e far visita a Santa Rosalia.

È una storia di fede, di speranza e di amore. È la storia della Santuzza.

Ne continuiamo a percorrere le tappe presto qui, su viaggimperfetti.

L'Itinerarium Rosaliae in Sicilia. Eremo di Santa Rosalia, Santo Stefano Quisquina
L’Itinerarium Rosaliae. Quasi duecento chilometri che attraversano la Sicilia e collegano l’eremo a Santo Stefano Quisquina e il santuario sul monte Pellegrino dedicati alla Santuzza.