Tonnara di Scopello. Storie di pesca e cialome

La chiamavano Cattedrale e di una cattedrale aveva tutta l’imponenza e l’importanza anche se di un magazzino di reti si trattava. Centinaia e centinaia di metri di reti collocate con cura attraverso un sistema di soppalchi e rialzi da terra perché l’umidità dei mesi invernali non ne rovinasse l’intreccio e la particolare fattura. In primavera si inaugurava una nuova stagione di pesca e decine di tonnaroti,  guidati dal rais,  ridavano vita a quelli reti, trasformando un ammasso di materia all’apparenza informe in una struttura complessa, articolata, la vera e propria tonnara. Calate in acqua quelle reti sarebbero diventate l’Isola, le maglie pareti di “stanze”, la Ponente, la Grande, la Levante collegate da “porte” attraverso cui il tonno entrava e si trovava costretto a passare di camera in camera sino a quella finale, la Stanza della Morte.

 

La tonnara di Scopello. Un racconto antico

La Cattedrale c’è ancora alla tonnara di Scopello. L’antica tonnara siciliana, in provincia di Trapani, ormai in disuso e oggi complesso monumentale, resta come sospesa nel tempo, stretta e sorvegliata dai suoi guardiani, i due faraglioni.

Per accedere all’area è necessario pagare un biglietto di 5 euro e per visitarne il nucleo principale occorre presentarsi agli orari prestabiliti e seguire in piccoli gruppi la visita guidata. L’alternativa è prenotare una delle stanze disponibili dove un tempo viveva l’amministratore, soggiornava il rais e dormivano i tonnaroti.  Non è consentito fare foto. In questo luogo dal fascino antico, per fissarne il ricordo, occorrerà affidarsi al profumo di mare e di piante mediterranee che crescono attorno, ai colori della pietra color miele e a quelli vivaci delle maioliche sbeccate accanto un vecchio lavatoio o nella cornice di una porta, al miagolio di un micio che passa indomito tra le gambe dei visitatori.

E a Scopello, da una rete del magazzino delle reti pende da chissà quanto l’immagine di un santo, Sant’Antonio da Padova. Perché da una buona pesca dipendeva la serenità dei mesi a venire di pescatori, mastri d’ascia, calafati, operai, viddani, retaioli, maestri cordai, carpentieri. E al santo ci si affidava.

E nella tonnara di Scopello sembra di vederli all’opera nel grande piazzale  e seguire, con la stessa fiducia riposta nel santo, gli ordini del rais: a lui stava il corretto posizionamento in mare della tonnara di corsa, l’esatto bilanciamento tra reti e ancore, l’attenta interpretazione di pesi e cordicelle che vibravano al passaggio del tonno. Bastava un errore perché il pesce trovasse un varco e la pesca andasse in fumo.

C’era chi si occupava delle reti più sottili, quelle in fibre di cocco e canapa a cui in acqua si attaccano i molluschi mimetizzandole e rendendole invisibili ai tonni; e chi invece lavorava quelle a maglia fitta per la camera della morte in fibre di palma nana o di forasacchi, un’erba infestante, rese ancora più resistenti dalla resina rilasciata da acqua e corteccia di vite in cui venivano immerse. Le reti dovevano sopportare il peso degli animali ammassati e pronti ad essere tirati su dalle barche e arpionati col crocco. Era il momento più duro della pesca, la mattanza. Quello in cui l’animale moriva dimenandosi e tingendo l’acqua del mare col suo sangue. Quello in cui il pescatore sapeva di non poter fallire.

Le cialome erano i canti di quest’ultimi: servivano a dare il tempo, servivano a propiziare la pesca, servivano a scandire la lotta tra uomo e animale.

Accanto al magazzino delle reti c’erano i locali dove bottarga e lattume venivano lavorati, i differenti depositi, gli alloggi, le rimesse delle barche – muciare, bastarde e parascalmi . Alla tonnara di Scopello ogni area è stata aggiunta o migliorata nel corso dei secoli e con i differenti proprietari. Dalle origini che risalgono al XIII secolo e al periodo in cui la famiglia San Clemente ne fu padrone sino all’epoca in cui i Florio ne assunsero la proprietà dopo l’Unità d’Italia e l’esproprio ai Gesuiti. La chiesetta all’interno della struttura è opera di quest’ultimi comparsi nella gestione della tonnara nel 1600.

 

Oggi la pesca del tonno viene per lo più effettuata con le tonnare volanti al largo e a sostituire riti e tradizioni centenarie per attirare il pesce ci sono radar ed ecoscandagli. L’inquinamento sembra poi aver contribuito drasticamente al depauperamento della fauna rendendo le tonnare di corsa poco redditizie e “superate”.

Anche la tonnara di Favignana, una delle più grandi del Mediterraneo, ha subito la stessa sorte ma, a partire da quest’anno, attraverso il decreto sulla Campagna di pesca del tonno rosso 2019, il Mipaaft, Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo, ha assegnato a Favignana una quota e dopo 12 anni, la tonnara è tornata attiva. Oggi, dopo una nuova distribuzione delle quote tonno, l’apertura resta in bilico in attesa di ulteriori sviluppi.

Alcuni consigli

La tonnara di Scopello è raggiungibile percorrendo la A29 Palermo Mazara del Vallo, uscita Castellammare del Golfo, sita in una zona di indicibile bellezza.  Vicine ci sono Cala Bianca, Cala Mazzo di Sciacca, la Riserva dello Zingaro. A pochi minuti il piccolo centro di Scopello con il suo baglio.

Dalla A29 sono circa quindici i chilometri di strada statale da percorrere e l’ingresso della tonnara si trova lungo una strada secondaria dove è possibile parcheggiare esclusivamente in un’area parcheggio preposta. Se potete, non visitate la tonnara in alta stagione. Ciò che vale per qualsiasi destinazione qui è più che mai utile per godere di questi luoghi.

 

Malta. Ipogeo di Hal Saflieni

Ipogeo di Hal Saflieni - Paola
Ipogeo di Hal Saflieni – Paola

Lo hanno scoperto per caso nel 1902. L’Ipogeo di Hal Saflieni stava lì, in attesa, fino a che, dopo millenni, la luce vi ha fatto nuovamente ingresso. Alcuni operai ne picconarono per caso il tetto scoprendo che sotto si nascondeva un luogo oscuro, misterioso, custode di indicibili tesori.

Capita così – forse per caso, forse no – che il passato si manifesti, ricordandoci quanto tutto è precario e temporaneo e quanto ancora abbia da insegnare e raccontare. E’ successo nel 1997 quando le reti del peschereccio Capitan Ciccio tirarono su prima una gamba e poi l’intero Satiro Danzante dalle acque del Canale di Sicilia; nel 1972, quando il sub Stefano Mariottini scoprì lungo le coste calabre, sotto pochi centimetri di sabbia, i Bronzi di Riace; nel 1974 quando alcuni contadini dello Shaanxi in Cina, trovarono i resti di alcuni dei Guerrieri dell’Esercito di Terracotta, dando il via ad una delle scoperte più grandi dei nostri tempi. Sono squarci di luce, inaspettate corsie preferenziali ai misteri della storia e dell’uomo.

A Malta, lo studio dei segreti dell’Ipogeo di Hal Saflieni affidato a Padre Manuel Magri della Compagnia di Gesù, e, dopo la sua morte, allo studioso Themistocles Zammit, destò grande meraviglia. Si comprese nel tempo che lì, nel 4000 a.C., prima quindi che in Egitto fossero costruite le Piramidi o in Gran Bretagna Stonehenge, altri uomini, i nostri antenati, erano riusciti a scavare nella pietra viva, col solo ausilio di altra pietra, una struttura profonda 10 metri e suddivisa su tre livelli collegati uno all’altro.

 

La grandiosità di Hal Saflieni su tre livelli di sorprese e misteri

Immaginate di ammirare i templi megalitici maltesi – Tarxien, Hagar Qim e Mnajdra, Ggantija e Ta’ Hagrat,. E i tipici triliti, le strutture composte da un elemento orizzontale sostenuto da due verticali. I grandi massi in pietra, le sfere, i motivi a spirale, la pianta a trifoglio e le camere circolari. La particolare posizione affinché la luce li attraversi fino a toccare l’altare ai solstizi d’inverno e primavera.

Lo avete fatto? Ora trasferitene le architetture e le geometrie nelle viscere della terra e avrete una prima idea di Hal Saflieni. Perché lì sotto il tempo e gli agenti atmosferici non hanno alterato la bellezza e grandiosità iniziali lasciandoci una precisa idea di come tale tipo di costruzione dovesse essere al principio. Coloro che per primi si addentrarono nell’ipogeo, livello sotto livello, scoprirono un mondo parallelo, sospeso, fermo nel tempo, con disegni “ricamati” sulle pareti in ocra rossa e i resti di circa 7.000 anime. Si trattava quindi di una necropoli, un luogo di sepoltura e culto dei morti. Accanto ossa e teschi c’erano amuleti, perline, ceramiche, animali scolpiti e figurine umane.

La donna che dorme e il suo sonno millenario

C’era poi lei, la Sleeping Lady, la donna che dorme, una statuetta che risale a circa 5.000 anni fa raffigurante una figura femminile distesa su un fianco con la testa reclinata e poggiata su un braccio, come se dormisse, splendida nelle sue rotondità. Dea madre, dea dormiente, simbolo di fertilità e del ciclo della vita: dalla morte alla rinascita, dal sonno al risveglio.

La Sleeping Lady è custodita al Museo Archeologico Nazionale di Valletta insieme ad altre sculture femminili recuperate in tutta Malta e divenute simbolo dell’isola. Le donne grasse le hanno chiamate: grembo e fianchi larghi, braccia piene, mani e piedi minuti, vesti vezzosamente plissettate e gambe a volte leziosamente raccolte e leggermente piegate su un lato. Una femminilità piena e matura ante litteram. Il Museo Archeologico Nazionale, con sede nell’Auberge de Provence, uno degli edifici che ospitavano i cavalieri appartenenti alla stessa area etno-linguistica, ospita anche la Venere di Malta rinvenuta ad Hagar Qim.

Sleeping Lady - foto web
Sleeping Lady – foto web

Come funziona la visita all’Ipogeo

Dopo l’iniziale scoperta ad inizio Novecento e l’apertura al pubblico, il sito interruppe il suo sonno incontaminato e scoprì gli effetti dello scorrere del tempo. La Storia, quella con la S maiuscola, ci mise del suo costringendo i maltesi ad utilizzare l’ipogeo come rifugio durante i conflitti mondiali. Per anni diventò persino luogo di gioco per i bimbi del posto e poco alla volta, muffe ed altri agenti aggredirono irreversibilmente i delicati disegni color ocra.

La decisione presa fu drastica e dopo un lungo periodo di chiusura, l’accesso al sito è stato severamente regolamentato: solo dieci persone per volta possono accedervi e sono solo otto gli ingressi giornalieri consentiti. Un complesso meccanismo e un sistema di accensione della luce al passaggio dei visitatori garantisce e mantiene temperatura ed umidità al livello corretto. Infine un insieme di passerelle evita l’eventuale o anche casuale contatto con le superfici.

Inutile dire quindi che, se si desidera visitare l’Ipogeo, è necessario prenotare fino a mesi prima, specie se nei periodi di alta stagione. L’indirizzo mail dove farlo acquistando i biglietti, 35 euro a persona, è il seguente https://booking.heritagemalta.org/

Cosa vi aspetta? L’Ipogeo si trova in località Paola e l’edificio che lo custodisce si uniforma e quasi si mimetizza tra le locali abitazioni a un piano dai colori chiari che ricordano le sfumature della terra dell’isola. Occorre presentarsi almeno un quarto d’ora prima l’orario fissato e attendere in una piccola area dove sono esposti alcuni souvenir e diversi testi di approfondimento.

Prima della visita è obbligatorio lasciare borse e zainetti negli appositi armadietti. Non è consentito fare foto e video. Tutte le immagini di questo articolo, ad eccezione di quelle scattate all’esterno del sito, sono tratte dal web e dal testo The Hal Saflieni Hypogeum di Anthony Pace, Malta Insight Heritage Guides.

 

Bisognerà affidarsi ai propri ricordi ed emozioni per fissare nella memoria quanto visto: per una volta sarà bello lasciarsi andare al racconto per immagini e suoni che costituisce la prima parte della visita. Non preoccupatevi per la lingua: a ciascun ospite è assegnata un’audioguida con la lingua che preferite. Comincia quindi il percorso nelle viscere dell’Ipogeo, dal primo livello dove sono ancora visibili le tracce delle fondamenta delle abitazioni in passato costruite sopra, sino al terzo livello, passando attraverso la Camera Principale, la Stanza dell’Oracolo, la Cisterna e il Sancta Sanctorum. Stanze più grandi si susseguono tutto attorno illuminandosi a turno e rivelando così la presenza di altre più piccole, tutte collegate tra loro. Il rumore dello scalpellio della pietra riprodotto artificialmente aiuta ad immaginare uomini intenti a creare millimetro dopo millimetro questa meraviglia. Un lavoro immane, patrimonio Unesco dal 1980, reso ancora più tangibile dalla grandiosità dei dettagli, dalla precisione con cui le pareti sono state tagliate ricreando l’illusione di colonne e le geometrie tondeggianti.

Una volta fuori, in strada, davanti la struttura esterna in realtà piuttosto anonima, si ritorna con la memoria al 1902 ringraziando il caso che ci ha, almeno in parte, permesso di sbirciare appena in un’epoca lontanissima i cui segreti sono ancora tutti da scoprire.

Vita da blogger imperfetti. Sgangherati e felici

Quattro chiacchiere tra due viaggiatori sopra le righe

A farci conoscere ci ha pensato un pupo. I Pupi di Salvo Currò, artista siciliano e creatore di colorati e vivaci paladini della tradizione siciliana che, grazie all’iniziativa Il Paladino nel mondo, viaggiano inarrestabili raccontando la Sicilia.

Un paladino è finito nella mia valigia diretta ad Hanoi, un altro è già pronto a partire nel prossimo viaggio di Domenico Romano.

Ma chi è Domenico Romano? Cinquanta anni, innamorato del mondo e malato di bici, ha deciso di mettere assieme le sue due passioni e raccontarsi nel blog domenicoromano.it, un blog per tanti versi simile a quello che state leggendo che però si muove su “due ruote”.

Prossima avventura già in calendario A Londra…ma in bici. Duemilasettecento chilometri dalla Sicilia alla Gran Bretagna pedalando, quattro nazioni da attraversare e un obiettivo importante: far conoscere la cultura del volontariato e le tre realtà associative che operano sul territorio che Domenico conosce bene. La Confraternita di Misericordia di Spadafora, la Onlus Fabrizio Ripa di Villafranca Tirrena e l’Admo di Milazzo lo accompagneranno idealmente e con quanto raccolto si proverà ad acquistare un’ambulanza per Spadafora, la sua città.

Il progetto di Domenico Romano
Il progetto di Domenico Romano

Con Domenico ci siamo subito “intesi”. Entrambi abbiamo creato un blog, ci piace viaggiare e raccontare i nostri viaggi. Certo, Domenico viaggia in bici e io non so starci sopra neanche da ferma, pensa ad imprese come quella che lo aspetta a breve in solitaria per le quali io lo guardo con rispetto e un pizzico di timore (“Sarà un pò matto?” – mi chiedo), ma c’è una cosa che ci accomuna tanto: siamo imperfetti e felici di esserlo e il viaggio ci piace per imparare, divertirci, ridere, crescere e continuare a sorridere delle nostre imperfezioni.

 

  • Domenico, pronto a partire? Mancano poche settimane.

” Pronto? Stai scherzando? Se si vuole partire pronti non si sarà mai pronti. Per fortuna viaggio leggero e la bici e l’attrezzatura necessaria è in ordine. Non mi dire che vuoi venire con me?”

  • A fare che? La zavorra?

Ma dai, davvero. Non ti piace andare in bici?”.

  • Come ai gatti piace l’acqua! Sono imbranata e instabile su qualsiasi mezzo a due ruote. Però potrei pensare ad un viaggio simile a piedi. Un viaggio slow, quello sì, lo potrei fare.

Prima cosa in comune, l’abbiamo trovata! La voglia di andare e se è un andare slow, tanto meglio. Tempi lunghi, la libertà di fermarsi, la possibilità di osservare…senza quella frenesia che di solito prende i viaggiatori che chiamo <perfetti>, quelli che hanno tutto organizzato un po’ come in quel film comico (di cui non mi ricordo il nome).

  • La seconda cosa in comune te la dico io. Dimmi se sbaglio: l’amore per la nostra terra, la Sicilia. In bici, a piedi o come ti pare. Una Sicilia dalla bellezza infinita, non credi? Quali sono le zone della Sicilia che ti piacciono di più?

“Credo che la Sicilia sia tutta bella, abbiamo la fortuna di vivere in un’isola in cui c’è di tutto, dal mare alla montagna, dalla neve dell’Etna alla Scala dei Turchi. Abbiamo storia, cultura, tradizione e cosa che non guasta buona cucina. La domanda però è se sappiamo valorizzarla. Non è un problema di politica ma di noi siciliani, vedo troppo attendismo, un qualcosa che odio profondamente. Per tornare alla domanda prediligo i piccoli paesini, borghi come Montalbano o Castelbuono, Geraci Siculo o Savoca, posti in cui il tempo pare essersi fermato e non è raro per me che sono un <chiacchierone seriale> trovare il vecchietto che ancora ti racconta del periodo della Grande Guerra. Tu invece cosa prediligi della nostra isola?

  • Le persone che non attendono ma concretamente fanno. Ne ho conosciute tante nel mio girovagare in Sicilia. Ho appena avuto modo di chiacchierare a lungo con Fabrizio Fazio, un artigiano di Gangi, l’artigiano del tamburo. I suoi tamburi e le sue tammorre vanno in giro per il mondo rendendoci orgogliosi, la sua bottega è aperta ai viaggiatori che vogliono scoprire le Madonie. Ci sono tante persone che coltivano passioni e saperi, magari nel tempo libero. Se ci pensi anche noi due lo facciamo. Per passione, per amore. Penso sia questo il motore di tutto. Quello che ti fa salire in sella e ti fa fare quasi tremila chilometri. E a proposito di grandi avventure, qual è il viaggio che non scorderai più in giro per il mondo?

“Molti dicono quello che si deve ancora fare, io non sono così scontato e ti dico la mia prima volta a Londra. Era da molto che non viaggiavo e tornarci con mia moglie mi ha lanciato nel futuro. I popoli nordici in generale e Londra in particolare sono avanti anni luce rispetto a noi. Cultura, civiltà, rispetto sono parole all’ordine del giorno. Personalmente mi hanno impressionato moltissimo. “Purtroppo” (ahahahaha) ci si è trasferito mio figlio e mi tocca andarci due/tre volte l’anno. D’altronde Londra sarebbe perfetta per noi <imperfetti>, tu ci sei mai stata?

  • Poverino, che sfortuna, due-tre volte all’anno a Londra! Il mio primo viaggio all’estero…avevo 11 anni quando ci sono andata. Quanti ricordi. Ci son tornata parecchi, troppi anni dopo e ho avuto la tua stessa impressione: mi ci sarei tuffata dentro e goduta musei, iniziative, eventi, fiere internazionali. Era davvero super ai miei occhi. Oggi qualcosa è cambiato però Domenico: ci vive mio fratello e ultimamente ne ho scoperto i ritmi frenetici, l’impersonalità e il cinismo. Preferisco godermela da turista, non ci potrei vivere, non credo. E poi sto invecchiando Domenico! Non so stare senza sole e profumo di mare! Ma torniamo a te che sono curiosa. Piccole manie o portafortuna in viaggio?
Domenico Romano
Domenico Romano

“Sono una persona superstiziosa ma non ho riti propiziatori, cerco di vivere con la libertà del viaggiatore curioso, un viaggiatore a cui piace calarsi nella civiltà e nelle abitudini dei luoghi che visita…Ma perché mi fai questa domanda? Tu sei superstiziosa e parti con vari portafortuna al collo? – Domenico se la ride sotto i baffi…e la barba.

  •  Caschi male. Zero amuleti, zero portafortuna. Forse però un po’ scaramantica lo sono. Non mi piace raccontare dove sto andando. Preferisco tenermelo per me e finché non parto ho sempre paura che mi salti il viaggio. Il viaggio che farai a breve non è esattamente un viaggio all’insegna della comodità. Sei un tipo che si adatta?

“La tua domanda contiene implicitamente la risposta, non posso non adattarmi in un viaggio del genere, pochi bagagli ma molti punti interrogativi. Il peso vincola ciò che mi devo portare, la lunghezza del percorso porterà con sé sicuramente imprevisti, non è che abbia molta scelta in questo caso, mi dovrò ingegnare per superarli. Tu invece sei una tipa da baule o zaino, insomma parti anche con il vestito da sera o metti solo un paio di scarpe da ginnastica?”

  • Tacco 12 e outfit da vera influencer. Mi ci vedi? Direi proprio di no, io non mi ci vedo e quando parto porto con me solo l’indispensabile. Se possibile roba comoda e vecchia. Hai capito bene: metto da parte abiti e biancheria più vecchiotta e la lascio in giro per il mondo liberando spazio in valigia. Mi chiedo invece cosa è davvero indispensabile in un viaggio come il tuo alla conquista di Londra. Cosa suggeriresti di portare a chi vuole intraprendere un viaggio così?

 “E’ il peso che mi limiterà, perciò eliminerò il superfluo, sicuramente ci sarà una go pro (regalo della mia famiglia) un lettore musicale, un telefono che mi consenta di interagire sui social, un localizzatore per permettere a tutti di seguirmi in real time e poco altro, a parte i completini e qualche vestito <civile>. Non sono molto propenso a catalogare le cose come indispensabili d’altronde il mio motto è <se non l’ho messo in valigia non serve>.

  • Te lo rubo. E’ perfetto anche per me! Che poi se ci pensi vale anche nella vita…Mi hai detto che ti sei preso un mese per questa avventura e tutte le ferie arretrate. Raggiungerai tuo figlio che vive e lavora a Londra. Hai aggiunto che vuoi mettere alla prova te stesso. Cinquanta anni, una vita piena, una famiglia, un lavoro. Mi sa che abbiamo trovato un’altra cosa in comune…non siamo ragazzini. Io ho 42 anni (quasi), tu 50 (quasi). Non credi che il viaggio lo si vive in modo diverso?

“Sicuramente sì, con l’età variano le prospettive, personalmente gli anni che passano mi hanno portato a cercare meno divertimenti ma a tentare di capire di più come vivono quelli che noi chiamiamo “gli altri”. Si diventa più introspettivi, si cercano di più le sensazioni, le emozioni, non è importante da dove esse arrivano (può essere un paesaggio, un quadro, un odore). Si è più portati a interagire di più con le persone che incontri, quasi come a carpirne i segreti. Insomma un qualcosa di totalmente diverso. Condividi o pensi che siano baggianate?”

  • Cambiano proprio le priorità. I ricordi più belli sono legati all’incontro, alla scoperta. Poi sono una curiosona, mi piace attaccare bottone…

“L’interazione di un viaggio credo che sia una parte importante del viaggio, è il sentirsi vicini agli abitanti dei luoghi che si visitano che porta il valore aggiunto, che ti permette di <entrare> nel paese e non di <visitarlo> solamente. Credo che gli incontri siano sempre parte integrante, anche gli incontri che a prima vista sono superficiali.

  • Ho visto delle belle interviste sul tuo blog…si vede che ti piace conoscere il punto di vista degli altri…

“E’ vero, ce ne sono molte e presto ci sarà anche la prima <doppia intervista!> Questa volta ridiamo insieme…”. Domenico mi guarda e fa: “Ma tu dici che si tratta di una buona idea?”

  • E che ti frega? – gli rispondo. Tanto più matti e sgangherati di così!
Io e Domenico
Io e Domenico

Ma com’è il caffè in Vietnam? E la cioccolata?

 

 

Sono un animale da bar. Sono capace di passarci ore sorseggiando un caffè mentre leggo, scrivo o mi limito a guardare la gente che passa. E ho trovato il mio posto nel mondo dove quasi cento milioni di abitanti fanno del rito del caffè un momento clou della giornata. Amici viaggiatori, vi presento il ca phe vietnamita.

In Vietnam diventerai ca phe dipendente…

In Vietnam esistono caffetterie di ogni tipo: semplici botteghe con gli sgabelli di plastica sul marciapiede, grandi catene, ritrovi decisamente trendy affollati da gente giovane ed expat. In tutte, bere un caffè significa “staccare”, prendersi del tempo, trovare l’energia giusta per affrontare la giornata.

Leader mondiale sul mercato con le sue Robusta e Arabica, il caffè vietnamita è forte e aromatico. Goccia a goccia viene filtrato nel bicchiere di vetro attraverso il phin, un contenitore per lo più in latta dove si inserisce il caffè e attraverso cui passa l’acqua. Operazione lenta e quasi ipnotica, trasforma il rito del caffè in pausa corroborante e profumata.

A me piace il ca phe den nong, nero e caldo, ma in Vietnam va forte anche il ca phe da, freddo e con ghiaccio. Scordatevi di aggiungere il classico latte e lo zucchero. Qui si va di latte condensato con il quale si fa il ca phe sua da, versandone una buona dose sul fondo del bicchiere. Più lo si mescola con il caffè che scende dal phin, più è dolce.

Se il caffè lo prendete zuccherato allora provate anche la versione con il cocco e quella con l’uovo, il ca phe trung da, per gli stranieri egg coffee. Secondo me sono più un dessert che un caffè ma in molti ne vanno matti.

E il cioccolato?

 

Di solito quando si va nel sud est asiatico non si pensa certo al cioccolato eppure di piantagioni di cacao in Vietnam ce ne sono e sembra producano una materia prima eccellente. A scoprirlo e a trasformarlo in un business sono stati due francesi, Vincent Mourou e Samuel Maruta che insieme hanno dato vita alla Maison Maurou, Faiseurs de Chocolat. Eh sì, perché alla Maison Marou non ci si limita a vendere cioccolato: le fave di cacao selezionate nelle piantagioni locali senza intermediari, dopo una prima essiccatura vengono trasferite in boutique, tostate, lavorate e trasformate nella delizia che trovate nei banchi sotto forma di barrette, cioccolatini, pralines, dolci al cucchiaio. Ciò che trovo straordinario è che la produzione e trasformazione del cacao avviene a vista. Puoi seguire il team Marou mentre prepara la delizia che poi assaggerai.

Sui tavolini ci sono bocce di vetro con alcune fave appena tostate. Ne ho presa una infilandola nella tasca dei pantaloni e per giorni ha continuato a sprigionare un profumo delicato e goloso allo stesso tempo. Di varietà ce ne sono davvero tante ma mi soffermerei sul cioccolato che prende il nome dalla località vietnamita da cui proviene: Dak Lak, Ba Ria, Lam Dong, Dong Nai, Tien Giang, Ben Tre. Ogni zona dona al cacao profumo e retrogusto diversi grazie a frutta e spezie presenti. E’ la natura che decide, il sapore cambia.

La prima Maison Marou è nata a Ho Chi Minh City, vecchia Saigon, 167-169 Calmette Street, District 1; la seconda è ad Hanoi, 91 Tho Nuom. Me l’ha detto Russiana all’Essence Restaurant nel Quartiere Vecchio raccontandomi che non può più fare a meno del cioccolato Marou…

Ciclopica. Da Rodin a Giacometti. Mostra evento a Ortigia

C’è tempo fino al 30 ottobre per godere di Ciclopica. Da Rodin a Giacometti, la mostra evento a Siracusa, nel cuore di Ortigia, nell’ex convento di S.Francesco.

La grande scultura dell’Ottocento e del Novecento che anima tre sale e lo spazio esterno della struttura da poco riaperta al pubblico e tornata al suo antico splendore.

Il viaggio inizia col colore e l’energia di Sebastian, lo scultore messicano contemporaneo autore di colossali opere di cui, all’ex convento di San Francesco, sono in scena i modelli.

Il visitatore viene accolto da un’esplosione di rosso, giallo, blu elettrico che anticipa l’unicità e la complessità delle opere all’interno: più di cento opere che attraversano due secoli, da un bozzetto dei Borghesi di Calais di Rodin a due capolavori di Giacometti, circondati dalla potenza espressiva del Manzù e da Marino Marini che avevo incontrato per la prima volta al Peggy Guggenheim a Venezia.

Accanto, La Pietra dell’Amore di Giansone. L’attento personale presente mi racconta dell’ingiusto oblio in cui cadde per tanto tempo l’artista che in vita rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia e la donazione di una sua opera al Guggenheim. Al centro della sala una piccola scultura di Henry Moore e sulla parete vicina la Medusa sullo scudo di Theimer Ivan.

La terza sala stordisce e smarrisce: nella cornice dell’antico convento dalle cui pareti affiorano resti e bellezza, la prima cosa che noti è il contrasto con l’Hortus Conclusus di Mimmo Paladino, moderno, essenziale, ipnotico.

Alle spalle faccio un piacevole deja vu con Marco Lodola. Ci eravamo già incontrati a Locorotondo la scorsa estate tra cummerse e trulli all’interno della minuscola chiesa del Seicento di San Nicola. Anche allora il gap tra le sue opere e gli antichi affreschi regalava un melting pot di storia e arte. Pop e neon a Ortigia con il suo Omaggio a Jean Cocteau.

In una teca, l’unica opera di Pablo Picasso, Face Tankard, una ceramica coi toni del blu. Vicino Arnaldo Pomodoro e poco distante due opere di Mc Elcheran William.

Infine un imprevisto ritorno in Cina,  al mio viaggio nell’iconico 798 Art District di cui ricordo la forza e l’innovazione e a Xian, grazie alle teste dei Guerrieri dell’Esercito di Terracotta di Zhang Hong Mei. La Cina del futuro e quella del passato con un Buddha del XVI secolo, unico reperto antico insieme a maschere tribali africane.

Il viaggio non termina qui. All’uscita altra bellezza, dalla Demetra di Girolamo Ciulla al Trans-porto di Paola Epifani, meglio nota con il nome d’arte Ramabama. Le ricordate le sue tre opere sul lungomare a Reggio Calabria, poco prima del MArRC, il Museo Archeologico Nazionale? Ma questa è un’altra storia.

 

Breslavia. Di gnomi e mercati dei fiori notturni con Giusi Arimatea

Breslavia, ne avete mai sentito parlare? Io no. L’ho scoperta grazie a Giusi Arimatea, giornalista e amica che, nel suo girovagare per il mondo, di tanto in tanto pensa a me e lascia al mattino un dono inaspettato tra i nuovi messaggi su messenger. “Un pensierino per viaggimperfetti”, mi scrive. E io già pregusto il racconto che seguirà perché Giusi riesce a portarmi lontano solo con le parole…
Breslavia, in polacco Wrocław, è una bellissima città della Polonia, capitale europea della cultura nel 2016 e patria di un gran numero di gnomi in metallo sparsi per le strade del centro e in periferia, simbolo di libertà e passata ribellione. 
Dodici isole collegate fra loro da centododici ponti e il fiume Oder ad attraversarla. Così che Breslavia è stata soprannominata la Venezia polacca. E di Venezia possiede l’eleganza, la vitalità, quei tratti decadenti che ne amplificano il fascino. 
Il cuore di Breslavia, tra le imponenti architetture gotiche, rinascimentali e barocche, batte giorno e notte. 
Accanto alla Piazza del Mercato c’è la Piazza del Sale che ospita un mercato dei fiori aperto anche di notte, insieme ai bar, ai pub, alle birrerie, molti dei quali in stile bohémien, popolati da gente di ogni età. Inevitabile diventarne un frequentatore assiduo. 
Così che un viaggio di lavoro, organizzato per assistere a due spettacoli teatrali e visitare il Grotowski Institute, si è trasformato in una breve e divertente vacanza, all’insegna di quella mondanità cui generalmente ti sottrai e del buon cibo. 
Tipica specialità polacca i pierogi, deliziosi panzerotti a forma di mezzaluna con ripieni diversi. Economici come tutta la ristorazione e più in generale la vita a Breslavia. 
Scriverne è un po’ come scorrerne mentalmente i fotogrammi. Alcuni di essi ti richiamano la storia di tutta l’Europa centro-orientale, altri l’Occidente dei grattacieli a vetri, altri ancora i casermoni anni Settanta di certa Berlino .
Nell’insieme, Breslavia è una città senz’altro da scoprire, da visitare, o meglio “da vivere” visitandola e scoprendola.
Poche ore appena e la senti già tua.

MArRC a Reggio Calabria. Con i Bronzi tanto di più

Il palazzo che lo ospita, Palazzo Piacentini, dal nome dell’architetto che, ad inizio Novecento lo ideò pensando a una struttura moderna ispirata ai musei europei dell’epoca, è stato rimesso a nuovo appena qualche anno fa. Ti accoglie un ampio cortile interno dai colori neutri, il cui tetto, a vetri, lascia filtrare libera la luce lungo tutta l’altezza dell’edificio. Piazza Paolo Orsi si chiama, un omaggio al celebre archeologo trentino che in tanti modi ha contribuito alla creazione del museo. Una piazza che si anima ad ogni evento e in occasione delle mostre temporanee che la occupano a rotazione. Una piazza che accoglie idealmente le genti e le culture che dalla preistoria alla romanizzazione hanno dato forma e vita alla regione Calabria.

Oggi il Museo Archeologico Nazionale, al cuore del centro storico di Reggio Calabria, tra piazza De Nava da un lato e il lungomare Falcomatà dall’altro, è un buon punto di partenza per vivere la città e scoprirne la storia. Un museo aperto al cittadino con una biblioteca da poco inaugurata con venticinquemila volumi su ambiti che spaziano dall’etnologia alla filosofia greca e latina, passando per numismatica e filologia. Testi rari e volumi preziosi e una sala lettura aperta al pubblico a cui sono dedicati anche stage e tirocini. Infine, uno spazio dedicato ed attrezzato per l’intervento sui reperti al piano seminterrato del museo per il restauro e la conservazione dei reperti.

Centinaia di vetrine su quattro livelli. Dalla street art ante litteram ai Bronzi di Riace e Porticello

Il viaggio inizia circa un milione di anni fa al secondo piano, livello A, Preistoria e Protostoria – Età dei Metalli, con le prime tracce lasciate dall’Homo Erectus e due scheletri sepolti insieme che risalgono al Paleolitico e che sono stati rinvenuti nella Grotta del Romito di Papasidero.

Con loro, i nostri antenati che considereremo guide immaginarie, arriveremo idealmente alla sala in cui sono esposti i Bronzi di Riace, tesoro straordinario e identitario del museo, lungo un percorso con un unico comun denominatore: la cultura e l’identità di una regione attraverso l’espressione e le tracce lasciate dai popoli che hanno concorso a definirla.

Come vivevano, pregavano, amavano, si divertivano, persino come le donne amavano farsi belle. Già al livello A, unguenti e trousse per il trucco, gioielli fatti di conchiglie forate, statuine femminili simbolo di fertilità. E poi le prime ceramiche, lame, punte, spatole. Dietro ogni oggetto vita quotidiana, abitudini, persone che sembrano apparire e raccontare la propria storia grazie ai puntuali e numerosi pannelli esplicativi.

E infine esempi di arte rupestre: segni primordiali, iniziali esempi di espressione di idee e pensieri. Un’incisione del Bos Taurus Primigenius su un masso rinvenuta nella Grotta del Romito di Papasidero il cui calco è esposto al museo.

Le forme e le immagini cambiano scendendo al primo piano, livello B e al piano ammezzato, livello C. Siamo idealmente giunti all’VIII secolo a.C. Nascono e diventano sempre più belle le colonie della Magna Grecia. Sibari e Crotone, le più antiche e poi Medma, oggi Rosarno e Hipponion, l’odierna Vibo Valentia, Caulonia, Locri. Ciascuna con le proprie monete, col simbolo del toro con la testa rivolta all’indietro quella di Sibari; col tripode, simbolo dell’oracolo di Apollo a Delfi quella di Crotone.

Accanto una splendida sezione dedicata al teatro, quella sui santuari con le offerte e i modellini di fiori e frutta e i costumi funerari.

Bellissimi i corredi funerari femminili: un contenitore per profumi con le sembianze di una menade danzante e raffinati specchi in bronzo.

E infine la sezione dedicata a Lucani e Brettii con la Casa del Mosaico del II-I secolo a.C., situata presso l’antica Taureana, oggi Palmi, con un letto in bronzo e un mosaico dalle minuscole tessere policrome che creano una scena di caccia. Due cacciatori a cavallo con giavellotti e uno a piedi, che circondano un orso e tre cani che lo attaccano. Alle spalle un albero e un cinghiale. Occupava il centro della sala, anch’esso a mosaico coi toni del bianco e del nero, interamente realizzato con la tecnica dell’opus vermiculatum: piccole tessere  sistemate su un letto di calce a sua volta steso su una lastra di pietra.

Scegline solo tre. Tre tesori all’interno del MArRC

Che la quantità e la qualità di reperti sia notevole è evidente. Centinaia di vetrine disposte su quattro livelli e una storia dietro ogni oggetto. Ad ognuno quello il cui ricordo resterà più vivido e la scoperta più emozionante. Scegliamone tre e partiamo dagli oggetti legati al Santuario di Grotta Caruso, scoperto da Paolo Enrico Arinas nel 1940, vicino Locri.

E’ questo il bello del MArRC: i reperti si animano e raccontano, vasellame e miniature tornano a comporre la coreografia che un tempo era stata ricreata all’interno della grotta per venerare le Ninfe e celebrare i riti iniziatici delle giovani donne locresi prima delle nozze. Immaginate un bacino semicircolare, una struttura di blocchi irregolari a fare da sfondo e un ingegnoso sistema di drenaggio che consentiva il giusto e costante livello dell’acqua e persino zampilli e spruzzi. I doni votivi rinvenuti, modellini in terracotta della grotta e le erme, piccole colonne con le teste delle ninfe poste sopra, completano l’immagine della grotta dentro cui sembra quasi di vedere le fanciulle entrare a passo di danza e scivolare lentamente dentro l’acqua.

La magia torna al piano dedicato al Santuario della Passoliera, scoperto nel 1916 da Paolo Orsi. Colpa di un vigneto, per la costruzione del cui impianto questo splendido santuario vide nuovamente la luce. Siamo a Terzinale, poco lontano dall’antica Kaulonia, tra Monasterace Marina e Punta Stilo. Qui, il grande archeologo identificò il sito i cui resti sono stati disposti nella grande sala in modo da percepirne la maestosità e grandezza di un tempo: i gocciolatoi dalla testa di leone riempiono lo spazio alternando macchie di rosso, nero, argilla.

Per l’ultimo dei tesori scelti occorre tornare al secondo piano ed idealmente all’interno della grotta di Sant’Angelo, cavità carsica  alle spalle del moderno abitato di Cassano Jonio. Qui vivevano genti dedite principalmente all’allevamento e alla pastorizia durante il Neolitico e fino alla tarda età del Bronzo. Ce lo raccontano gli oggetti rinvenuti all’interno tra cui particolare importanza hanno alcuni vasi in ceramica. Cosa hanno di speciale? Appena cinque disegni dipinti e incisi sul fondo, segni elementari che sembrano rimandare a oggetti concreti: una spiga di grano, un triangolo, forse in realtà un monte, una croce, una testa di bue e un elemento vegetale. Si tratta di un marchio riconducibile alla proprietà? O a un simbolo magico rituale? Probabilmente resterà un mistero insoluto. Ciò che è certo che si tratta di idee, concetti semplici o forse complessi, resi attraverso il segno, una traccia, una forma di arte primordiale, espressione ed astrazione della cultura di un popolo.

Le star del museo. I Bronzi di Riace

L’emozione e il brivido di vederli in tutta la loro magnificenza sono innegabili. Ci si aspetta di trovarseli davanti, pregustando il momento, chiedendosi se davvero sono così speciali e l’attesa ripagata.

Lo sono. I Bronzi di Riace, rispettivamente un metro e 98 centimetri uno, un metro e 97 l’altro, entrambi posizionati su un supporto d’alta ingegneria per proteggerli in caso di terremoto, sovrastano il visitatore, ne rapiscono l’attenzione, sembrano voler raccontare la loro storia.

Storia che però nessuno conosce. Infinite le supposizioni, migliaia le pubblicazioni, reportage ed interventi di studiosi, poche certezze. Atleti? Divinità? Eroi? Sono stati volutamente gettati in mare, donati alle onde? O quello stesso mare li ha inghiottiti durante un naufragio?

Ce n’erano solo due? E dove stavano andando quando si inabissarono nelle acque a largo della Calabria? Ciò che sembra certa è la loro provenienza, la Grecia e il periodo in cui vennero plasmati con la tecnica della “fusione a cera persa”, il V secolo a.C.

Un mistero senza tempo che incuriosisce anche chi esperto non è e osserva i due capolavori. Bronzo A e Bronzo B li hanno chiamati per distinguerli durante i lunghi lavori di restauro che ancora più belli hanno reso i muscoli possenti, la pelle nera su cui guizzano vene e arterie, l’acconciatura regale coi riccioli perfetti.

Pasta vitrea per l’iride su calcite bianca, pietra rosa per la fossetta lacrimale, rame per labbra, ciglia e capezzoli.

Appena una spalla ne intravide Stefano Mariottini nell’agosto del 1972 nelle acque cristalline di Riace ad appena 300 metri dalla spiaggia e a non più di 10 metri di profondità. Un recupero epocale le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi stupiscono per la partecipazione del popolo calabrese che si riversò in spiaggia per ammirare e dare il benvenuto ai Bronzi di Riace venuti dal mare.

Di sorprese e meraviglie il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria ne ha tante ancora da raccontare. Basterebbe accennare ai Bronzi di Porticello o al Kouros. O forse all’antica necropoli che venne alla luce proprio durante la costruzione del museo e che oggi ne fa parte. A voi scegliere i vostri “tesori” del cuore.