Lanzarote, Teguise. Una principessa le ha dato il nome

Teguise

Porta il nome di una principessa majo, Teguise, proprio quella che, figlia del re locale Guadarfia, andò in sposa a Maciot, il nipote del capitano normanno Jean de Béthencourt, che nel 1402 sbarcò sulla costa nord in nome e per conto di Enrico III di Castiglia.

Il suo matrimonio sancì di fatto la conquista spagnola di Lanzarote, la prima delle Canarie a diventare dominio di Spagna.

La Real Villa de San Miguel Arcangel de Teguise, prima città coloniale e capoluogo di Lanzarote sino al 1852, nata per volere di Maciot sulle rovine di un insediamento majo, conserva intatto il fascino di quell’epoca  e offre l’occasione  per scoprire la dimensione più segreta e affascinante dell’isola, quella storica. 

Un Diablete come guida tra stretti vicoli e bianchi palazzi nobiliari

Teguise la scopriamo seguendo un tintinnio particolare, quello del <garabato>, il bastone dei  <diabletes>, figure tradizionali oggi per lo più legate al Carnevale, maschere dal volto di bue con corna di capra che inseguono chiunque osi condividere la loro strada, turisti compresi.

Se siete fortunati ne incontrerete in carne e <corna>, se non lo siete raggiungete piazza San Francisco, davanti il convento francescano de la Madre de Dios de Miraflores: ci troverete il diablete dello scultore Rigoberto Camacho che risale a pochi anni fa ma ha radici antichissime.

Teguise. I vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno
Teguise. I vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno

Il <diablete> è infatti simbolo dell’incontro tra i nativi Majos, i conquistadores spagnoli e primi schiavi neri e la loro danza il risultato tra riti aborigeni e celebrazioni in onore del Corpus Christi.

Immaginiamo di seguirne i passi lungo i vicoli silenziosi, le piazze placide, i palazzi nobiliari con gli alti portali in legno abitati nei secoli dalle famiglie più influenti, come gli Herrera o i Feo Peraza.

Ci chiedono di seguirli nel Callejon de la Sangre, il <vicolo del sangue>, bagnato del sangue di quanti furono uccisi durante una delle incursioni dei pirati saraceni nel Cinquecento. Di quella e di altre pagine di storia di Teguise ce ne parla Leonardo Torriani, ingegnere e geografo italiano che nel Cinquecento raccolse e tramandò le tradizioni dei Guanches, i primi abitanti delle isole Canarie.

La vedete Plaza de la Costitución con l’antico granaio La Cilla e Palacio de Spínola costruito tra il 1730 e il 1780? Al centro della piazza i due leoni in pietra fanno la guardia alla splendida Chiesa de Nuestra Señora de Guadalupe, dedicata alla Madonna di Guadalupe, venerata in Spagna e nel Sud America.

All’interno del Palacio de Spínola, con i suoi cortili, la cappella privata e la cucina originale, c’è il Museo del Timple, lo strumento musicale a corda arrivato a Lanzarote con gli schiavi africani. Ci vollero 50 anni per costruirlo e ci si riuscì nonostante le eruzioni che dal 1730 e per sei anni sconvolsero l’isola. Ci visse la potente famiglia dei Feo Peraza a cui nel 1895 subentrarono i Spínola.

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Non è distante Palacio Ico, costruito intorno al 1690 e residenza nel diciottesimo secolo di Don Agustín de Cabrera y Behencourt Dumpiérrez e della moglie Doña Magdalena e Cabrera y de Cabrera. Quartier generale della Guardia Civile di Teguise, oggi boutique hotel e custode di quello che fu un buen ritiro dell’artista Heidi Bucher Muller, le cui opere sono esposte al Centro Pompidou, al MoMA, al Metropolitan.

Risale al diciottesimo secolo Casa Jiménez, oggi centro culturale; bisogna invece spostarsi nel Novecento per vedere la nascita degli eucalipti che rendono unica la Calle de los Arboles. Piantati nel 1928 da Don Ramirez Gonzales fanno da sfondo a eventi e manifestazioni.

Infine la Gran Mareta, la cisterna utilizzata per raccogliere l’acqua piovana fino a quando, negli anni Settanta, non furono introdotti sull’isola impianti di dissalazione. La cisterna fu riempita di terra e ricoperta di cemento. Oggi ne ha preso il posto l’ampia piazza che brulica di venditori e viaggiatori ogni domenica in occasione del mercato settimanale.

Di cisterna in cisterna. <Aljibes> trasformate in camere di charme. Il b&b La Mimosa a Teguise

Una tipica struttura canaria trasformata in un b&b di charme circondato dal paesaggio rurale dell’isola e a pochi passi dal centro pedonale di Teguise. Poche camere che si affacciano su un ampio patio, un’area comune dove fare colazione e merenda e un giardino di piante grasse. É il b&b La Mimosa.

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Toni morbidi ed eleganti anche per El Aljibe, una suite indipendente con accesso privato e terrazza ricavata all’interno di un’antica cisterna dove ho avuto il privilegio di soggiornare. Ispirata al modello arabo, luogo imprescindibile di ogni casa nella tradizionale architettura delle Canarie, l’antica cisterna di questa deliziosa casa rurale è oggi un nido luminoso e accogliente.

L’Aloe Vera. Il segreto di bellezza della regina di Saba

Sapevate che la leggendaria bellezza della Regina di Saba era attribuita all’alimentazione a base di datteri, all’uso della mirra e ai trattamenti a base di aloe?

Bene, per quest’ultimi, potete fare un salto al museo dedicato a questa pianta leggendaria nel centro storico di Teguise.

In realtà di musei dedicati all’aloe sull’isola ce ne sono diversi e sono tutti incentrati sulle proprietà benefiche della pianta che cresce abbondante a Lanzarote, l’Aloe Barbadensis o Aloe Vera, la varietà a quanto pare prodigiosa per l’idratazione e la cura della pelle. Detergente naturale, ha proprietà nutrienti e battericide, elimina le cellule morte stimolandone la rigenerazione. Tutto vero? Sembrerebbe di sì ma, ad ogni modo, con il succo estratto dalle carnose foglie, nel museo di Teguise troverete ogni tipo di prodotto, dal dentifricio alle maschere per il viso, a cui è davvero difficile resistere. Trovate tutto nel negozio del museo alla fine di un percorso informativo piacevole ed esaustivo.

On the table a Teguise

Se è vero che la storia e le tradizioni di un luogo passano attraverso cucine e tavole imbandite provate a portare con voi un pezzetto di cultura gastronomica dell’isola con una sosta a La Chata – Sabores de Lanzarote, in Plaza de la Constitución. Ci trovate i vini delle principali cantine di Lanzarote, il sale delle saline locali, i formaggi di capra freschi, semi stagionati e stagionati, i vari tipi di gofio, la farina ricavata da mais o orzo tostato, lo sciroppo di palma, la marmellata di cactus…

Avete fatto scorta? Prenotate un tavolo per una cena romantica o per un pranzo all’aperto a La Cantina, il ristorante ricavato in un edificio storico che propone prodotti locali. Servizio giovane, attenzione ai particolari, stile semplice per piatti autentici. Provate le tablas, taglieri ricolmi di ogni specialità dell’isola, dalle piccole patate canarie, le papas arrugadas a quelle dolci, fichi e fichi d’india, le verdure fresche, le erbe aromatiche, i formaggi e il gofio, le salse mojo, rojo y verde…

Questo articolo è stato realizzato poco prima che la pandemia da Covid 19 cambiasse e in qualche modo fermasse il mondo. É pertanto possibile che le informazioni relative ad attività presenti sull’isola possano essere non complete ed esaustive. Nella speranza che il pianeta riprenda presto ad essere un luogo da scoprire e vivere.

Ron Miel, rum invecchiato e miele. Per lunghe e dolcissime serate a Lanzarote
Ron Miel, rum invecchiato e miele. Per lunghe e dolcissime serate a Lanzarote

Ragusa Ibla la nobile. Storia di ricci e baroni

Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifilietti

Esiste una Ibla segreta, protetta da palazzi di pietra pece e impalpabili tende ricamate.

La Storia, quella con la esse maiuscola, è passata da qui affacciandosi su saloni sfarzosi e giardini rigogliosi che ancora oggi profumano di zagara e gelsomino.

E ha spesso travolto e cambiato i destini dei protagonisti un tempo potenti e assoluti di quella Ibla oggi sconosciuta ai più.

Palazzo Arezzo Trifiletti Ragusa Ibla
Palazzo Arezzo Trifiletti a Ragusa Ibla – Le preziose maioliche del Salone delle Feste
Ingresso riservato ai soci (con quote rosa). Il Circolo di Conversazione
Circolo di Conversazione. Ragusa Ibla
Circolo di Conversazione. Ragusa Ibla – Soci esclusivi per una volta nella vita.

Lo leggi all’ingresso, nel vicolo laterale al palazzo: <Ingresso riservato ai soci>. E superandone la porta principale, ne comprendi l’esclusività, le regole e il rigido protocollo che solo in rare occasioni è stato modificato nel corso di quasi due secoli.

Siamo nel cuore di Ragusa barocca. Ragusa Ibla e il suo palcoscenico più grande, Piazza Duomo, col Duomo di San Giorgio che sembra aver navigato tra palazzi e vicoli ed essersi fermato lì, in alto, come il più grande e più elegante dei velieri.

Il Circolo di Conversazione e a seguire Palazzo Arezzo Donnafugata
Il Circolo di Conversazione e a seguire Palazzo Arezzo Donnafugata

Poco più in basso, ad un solo piano e di un azzurro cielo, c’è il Circolo di Conversazione o Caffè dei Cavalieri, prima tappa di questo nostro viaggio. Donne alate e sfingi ne impreziosiscono la facciata, due leoni antropomorfi stanno su, in cima, accanto il nome dell’edificio. Sembrano quasi sorridere e farsi beffe di chi passa e dire:<solo noi qui, tutti gli altri fuori>.

I <noi> in questione sono appena diciotto, diciotto fondatori appartenenti alle famiglie più in vista di Ibla che, nella prima metà dell’Ottocento scucirono la bellezza di 390 onze (pari a circa 350-400.000 euro) per realizzare questa meraviglia. Un luogo esclusivo e riservato a pochi eletti, dove giocare a carte, leggere, incontrarsi ed ovviamente conversare.

Sei ambienti, salotti e sale più o meno grandi che si susseguono uno dopo l’altro e fanno da cornice ad un giardino delizioso. E poi il fastoso Salone degli Specchi con le grandi cornici dorate, i divani di damasco, la seta rossa alle pareti, un lampadario in rame a forma di zucca coi suoi tralci. Sul soffitto Dante, Michelangelo, Galileo e Bellini affrescati dal ragusano Tino Del Campo.

Poco è cambiato dalla data di creazione del circolo. Si continua a giocare a carte, leggere, conversare. Ancora oggi  un terzo dei soci è diretto discendente in linea retta dei soci fondatori. Farne parte significa essere persona <di merito> ed adeguatamente presentata, supportata, votata. E solo a partire dal 1974 le donne vi hanno fatto ingresso, al tempo dei soci fondatori consentito in occasioni speciali e assai rare.

Gli Arezzo. Uomini potenti e visionari

Ma chi sono i protagonisti potenti e assoluti di cui si parlava al principio? Per scoprirlo restiamo all’interno del Circolo di Conversazione dove, in uno dei saloni, tra cronache del tempo e un volume di novelle del Verga, è custodito un documento con i nomi dei diciotto soci fondatori e la quota individuale versata per la costruzione dell’edificio. In elenco spiccano i nomi del Barone Francesco Arezzo di Donnafugata e del Barone Carmelo Arezzo di Trefiletti. Il casato degli Arezzo li accomuna – tra i più antichi dell’intera Sicilia –  molto altro ha diviso loro e gli eredi.

Fu proprio il figlio di Francesco Arezzo, Corrado Arezzo de Spuches, a salir velocemente agli onor di cronaca e a far parlare di sè. Donnafugata vi dice nulla? Il magnifico castello nella campagna ragusana circondato da un parco che profuma di lavanda al cui interno c’è persino un labirinto? Corrado Arezzo volle che Donnafugata diventasse luogo di svago e di villeggiatura per sé e i suoi amici che amava stupire con trompe l’oeil ed effetti speciali. Rivoluzionario, sostenitore della nuova Unità d’Italia, fu eletto senatore, sindaco di Ragusa e Regio Commissario d’Italia all’Esposizione di Dublino. Talmente influente da riuscire a far passare la ferrovia nei pressi del castello per rendere più agevole il viaggio ai suoi ospiti.

La gelosia di Palazzo Arezzo Donnafugata
La gelosia di Palazzo Arezzo Donnafugata. Per vedere senza esser visti…

Per raggiungere il Circolo di Conversazione di strada ne doveva far poca: Palazzo Arezzo Donnafugata, residenza ufficiale, è proprio l’imponente edificio neoclassico che vedete accanto il circolo. Inconfondibile grazie ad un dettaglio: una <gelosia>, un balcone verandato, che a Malta chiameremmo <gallarija>, che consentiva di vedere senza esser visti e che le malelingue sostenevano fosse stato voluto dalla consorte di Corrado, Concetta Arezzo di Trifiletti, gelosa e curiosa di conoscere cosa combinasse nel vicino circolo.

C’è poi un luogo segreto custodito per secoli all’interno di Palazzo Donnafugata: il teatro Donnafugata, un gioiello da cento posti i cui parterre e palchetti gli hanno valso nel 2006 il premio Eurispes “Le cento eccellenze italiane”. Tra i più piccoli teatri europei, è stato restaurato rispettandone la storia e l’architettura nel 1997 per volere dell’avvocato Scucces, proprietario dell’immobile. Oggi, grazie alla direzione artistica delle sorelle Vicky e Costanza Di Quattro è protagonista di un’intensa attività teatrale che lo ha fatto nuovamente conoscere al mondo e aprire al visitatore.

Teatro Donnafugata. Il gioiello di Palazzo Arezzo Donnafugata
Teatro Donnafugata. Il gioiello di Palazzo Arezzo Donnafugata
Palazzo Arezzo di Trifiletti. Ragusa così non l’avete vista mai

Pensate sia finita qui? Niente affatto. Di nomi, tra i soci fondatori del Circolo di Conversazione ne abbiamo fatti due. Il secondo è quello del Barone Carmelo Arezzo di Trefiletti che di onze ne donò appena cinque in meno del Donnafugata ma non fu di certo meno importante.

Anche Carmelo Arezzo di strada per raggiungere il circolo ne doveva far poca: il suo di palazzo è quello di fronte al circolo, anch’esso acquistato ed ultimato a metà dell’800 e oggi residenza dei suoi discendenti. L’androne di ingresso e la scala a forbice in austera pietra pece anticipano fasto e nobiltà. Un superbo Salone delle Feste reso unico da piastrelle di maioliche di scuola napoletana di fine Settecento, tendaggi e arredi d’epoca e una serie di salotti affacciati su uno spettacolo unico al mondo: il Duomo di San Giorgio, il Circolo di Conversazione, Palazzo Donnafugata…Ragusa Ibla la nobile.

Uno dirimpetto all’altro i due rami degli Arezzo si contrapponevano a colpi di onze, palazzi e non solo. Lo stile di vita e le idee politiche del Corrado de Spuches erano inaccettabili agli occhi dei più tradizionalisti, cattolici e reazionari Trifiletti. Ne fece le spese persino lo stemma della casata caratterizzato da quattro simpatici ricci. Se vi capita di notare che il più delle volte guardano nella stessa direzione ma che a volte si fronteggiano un motivo forse c’è…

Come visitare queste meraviglie

Del teatro abbiamo già detto. Oggi il teatro Donnafugata è un punto di riferimento nel panorama culturale di Ragusa.

L’omonimo castello appartiene al Comune di Ragusa ed ha orari e giornate di visita.

Palazzo Arezzo Trifiletti ha aperto le sue porte ai visitatori e accoglie eventi e manifestazioni. Chi spesso è guida e memoria non può che essere, da tradizione siciliana, il padrone di casa, discendente di Carmelo Arezzo e depositario della memoria della famiglia.

C’è poi una novità. Da qualche tempo infatti è possibile partecipare ad un consigliatissimo tour, Ibla 1860, che vi farà scoprire la Ragusa appena descritta e persino il Circolo di Conversazione: per una volta sarete <membri temporanei> di uno dei circoli più esclusivi di Sicilia.

Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifiletti
Ragusa Ibla da Palazzo Arezzo Trifiletti. Indimenticabile

Sicilia, Forte San Jachiddu. Terrazza vista Stretto

Forte San Jachiddu

Forte San Jachiddu
Forte San Jachiddu. Il fossato è oggi uno splendido giardino mediterraneo

Porta il nome di un eremita dedito al silenzio e alla preghiera ma ha un’origine che rievoca scenari di guerra e di devastazione.

Il Forte San Jachiddu è solo una delle circa venti costruzioni che si affacciano sullo Stretto di Messina, ideate per sorvegliare e colpire il nemico in uno dei luoghi strategici del Mediterraneo. Moderno Scilla e Cariddi che non avrebbe dato tregua all’avversario, è oggi luogo che parla una lingua diversa, un’oasi di infinita pace e bellezza.

I Forti Umbertini. Una pagina di storia meridionale

Li volle Milon, Ministro della Guerra sotto il regno di re Umberto I di Savoia sul finire del diciannovesimo secolo lungo le coste calabrese e siciliana, per lo più affacciati sullo Stretto con il compito di colpire le navi nemiche in transito con potenti obici e cannoni o più semplicemente di monitorare e dare l’allarme in caso di necessità. Un sistema di difesa unico al mondo che ancora oggi caratterizza il panorama in questo angolo d’Italia.

I Forti Umbertini e le altre aree di avvistamento
I Forti Umbertini e le altre aree di avvistamento

Tra quelli siciliani, Petrazza, Ogliastri, Schiaffino, Serra La Croce, Masotto, Dinnammare. Molti abbandonati, ahimè, alcuni scomparsi, altri trasformati o inglobati in strutture con una diversa destinazione.

Giganti di pietra, i Forti Umbertini, patrimonio storico, che in alcuni casi hanno cambiato abito e sono oggi fruibili e aperti al visitatore.

Lo Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina

Forte San Jachiddu o Parco Ecologico?

San Jachiddu, forse Gioacchino, protettore dell’ordine dei carmelitani con Sant’Anna e San Giuseppe, oggi qui tornerebbe volentieri.

Forte San Jachiddu
Forte San Jachiddu. Una terrazza vista Stretto al posto di obici e cannoni

La fortificazione militare è diventata una magnifica terrazza da cui godere lo spettacolo dello Stretto di Messina. Dalla città occorre poco per raggiungere il forte e assistere ad un panorama strabiliante che abbraccia la costa calabrese, lì dove i due piloni si fronteggiano e i due mari, il Tirreno e lo Ionio, si incontrano. Nitido il porto di Messina con la Madonna della Lettera che benedice il visitatore, voluta nel 1934 dall’arcivescovo Angelo Paino e posta sull’estrema punta della cosiddetta <falce>, lì dove si erge un altro forte, stavolta cinquecentesco, il forte San Salvatore. Da sinistra verso destra il panorama continua a sorprendere lasciando immaginare una Sicilia che scivola verso l’Africa. Lungo tutto lo Stretto un continuo viavai di traghetti, navi crociera, paciote e feluche nel periodo della pesca del pescespada.

Il porto di Messina e la stele della Madonna della Lettera
Il porto di Messina e la stele della Madonna della Lettera

La struttura, perfettamente conservata, presenta tre piani collegati da due rampe centrali, un ponte levatoio, ambienti diversi ricavati nella pietra che oggi accolgono laboratori, una biblioteca, una cappella dal fascino semplice e commovente.

La meraviglia di chi raggiunge l’ex postazione militare non si limita al perimetro del forte. Tutta l’area circostante è diventata <green>, con giardini, orti, percorsi nella natura. Il Forte ha infatti alle spalle i Peloritani, il polmone che taglia l’isola da est a ovest trasformandosi in Parco dei Nebrodi e Madonie.

I Peloritani alle spalle della città
I Peloritani alle spalle della città

Il Forte San Jachiddu è diventato Parco Ecologico, una realtà consolidata. Ma non è sempre andata così. 

Parco Ecologico San Jachiddu è opera d’amore

Oggi il Forte San Jachiddu è polo culturale e cornice per eventi, conferenze, raduni. Covid permettendo.

Ma sino a qualche tempo fa, lì dove migliaia di uccelli transitano nella stagione migratoria, c’era solo degrado e abbandono. Un luogo spesso utilizzato come discarica e punto di incontro per spacciatori e disperati.

Forte San Jachiddu ama la natura e l'ambiente
Forte San Jachiddu ama la natura e l’ambiente

Cosa è accaduto? Da circa vent’anni se ne occupa l’associazione di volontari <Amici del Fortino> e un uomo, Padre Mario Albano.

Poca burocrazia, tanto olio di gomito: la cura profusa a piene mani è evidente ovunque, l’amore, disinteressato e costante, fa la differenza. Il Parco Ecologico San Jachiddu è aperto quotidianamente e non ha un costo d’ingresso. Gratuito per chiunque abbia voglia di stupirsi e ritemprarsi.

Gli interventi continui consentono di mantenere i percorsi puliti e fruibili così come le aree comuni; sono stati introdotti caprette e asini e un progetto di onoterapia è in programma. Centinaia di alberi sono stati messi a dimora e crescono rigogliosi lì dove terribili incendi, spesso di natura dolosa, hanno distrutto e disboscato.

Forte San Jachiddu. Lungo il sentiero
Forte San Jachiddu. Lungo il sentiero

Alcune delle opere create nei laboratori del forte rendono unici i sentieri che si dipartono dal sito; la street art abbellisce ciò che resta di un rudere nella campagna; una poesia, poche parole, un pensiero accompagnano il visitatore lungo il cammino prescelto; una vecchia sedia ingentilita da una quercia regala una pausa davanti lo spettacolo dello Stretto di Messina. Non c’è pezzo di terra che non goda delle attenzioni di chi si prende cura del parco.

Forte San Jachiddu è bene comune, casa di tutti

Il Parco Ecologico è gratuito, lo abbiamo già detto e vive d’amore e di abnegazione. È un bene comune di cui chiunque può godere e che chiunque può aiutare a salvaguardare. Nel modo in cui sa e desidera. Scopritelo. E lasciatevene ammaliare.

Raccolta, elegante, commovente. La cappella del Forte San Jachiddu
Raccolta, elegante, commovente. La cappella del Forte San Jachiddu

Si ringraziano gli Amici del Fortino, che il caso (o forse no, esiste davvero il caso?) ha messo sulla mia strada svelandomi la storia del Forte San Jachiddu.

Forte San Jachiddu. Dove le pietre raccontano storia, vita, persone.
Forte San Jachiddu. Dove le pietre raccontano storia, vita, persone.

Borghi in Sicilia. Castelbuono. Non è un luogo comune

Castelbuono

Castelbuono non è un luogo comune
Castelbuono non è un luogo comune

La chiamano <castelbuonesità>  l’attaccamento a Castelbuono da parte di chi ci è nato. Patologia cronica ed altamente contagiosa, di <castelbuonesità> in realtà è affetto chiunque a Castelbuono ci vada.

Impossibile non innamorarsene.

Castelbuono, comune del Parco delle Madonie, offre siti storici e culturali di innegabile valore, vanta eccellenze locali e tradizioni antiche, regala una gastronomia indimenticabile.

Ma c’è qualcosa che rende speciale Castelbuono: la <castelbuonesità> sa tradursi in progettualità e in un nuovo storytelling del territorio.

Castello di Castelbuono. Non solo leggende ma fatti

Il Castello Ventimiglia a Castelbuono
Il Castello a Castelbuono è di tutti, è bene comune. Nel 1920, quando rischiò di andar perso, fu salvato dai castelbuonesi che fecero colletta e lo acquistarono…

Ampia prova di cittadinanza attiva a Castelbuono era stata già fornita cento anni fa, nel 1920, quando si fece colletta per acquistare l’antico castello. L’edificio simbolo dell’intero borgo era stato costruito dalla nobile stirpe dei Ventimiglia nel lontano 1316. Caduti in rovina i Ventimiglia, il sito non andò perso; divenne esempio concreto di identità e genius loci. Oggi è uno splendido museo, il Museo Civico di Castelbuono, che racchiude un tesoro inestimabile: la Cappella Palatina di Sant’Anna, resa unica dagli stucchi di Giacomo e Giuseppe Serpotta, le cui opere hanno impreziosito luoghi sacri a Palermo in particolare ( vi ricordate l’Oratorio di San Lorenzo e il Caravaggio trafugato?) e nella Sicilia tutta.

Le figure dei Serpotta, bianche, quasi candide, sembrano prendere vita dal fondo dorato: la drammaticità dei volti, la torsione dei corpi incantano e ammaliano. Insieme, fanno da cornice ad un ulteriore patrimonio, il Sacro Teschio di Sant’Anna, patrona amatissima. Leggenda vuole che sia stato murato insieme ad un cero acceso nella cattedrale di Apt dal vescovo Auspicio e che scavando dopo centinaia di anni lo si ritrovò con accanto il cero ancora acceso.

Oggi la reliquia è all’interno di un busto in argento che rappresenta la Santa commissionato da Isabella Moncada nel 1521 per grazia ricevuta. Quasi invisibile agli occhi del visitatore, solo una volta all’anno, dopo la Cerimonia della Consegna delle Chiavi che consente l’apertura del sacello in cui è custodito, il sacro busto viene mostrato e portato in processione.

Il Museo Civico. Dove l’arte si respira

Trasferito da Guglielmo Ventimiglia nel 1603 a Castelbuono, il Sacro Teschio di Sant’Anna sembra ancora <illuminare> Castelbuono indicando una nuova via per l’intero castello, oggi moderno polo museale.

Il Museo Civico al suo interno ospita tre sezioni distribuite su piani diversi affacciati sulla corte centrale e collegati da una scala quattrocentesca sul cui corrimano sono ancora evidenti i dati distintivi dei singoli pezzi.

C’è la sezione dedicata all’arte sacra con i gioielli dei Ventimiglia, ex voto e paramenti sacri (fermatevi ad ammirare il Paliotto tessuto con fili d’oro e raffinato corallo di Sciacca. Fu confezionato in onore di S.Anna dalla stessa Isabella Moncada affinché le facesse la grazia di un figlio); una sezione archeologica e una pinacoteca permanente di arte moderna e contemporanea.

Infine aree destinate a mostre e installazioni che si susseguono nel corso dell’anno e che rendono vitale questo luogo, occasione di riflessione e <casa> per artisti di tutto il mondo.

What’s on. Now in Castelbuono!

Due concerti internazionali che annualmente vengono organizzati qui (il Castelbuono Jazz Festival e l’Ypsigrock, dedicato al rock e tra i migliori <boutique festival> d’Europa), opere di street art tra i vicoli del borgo (cercate <Identità> di Riccardo Buonafede, narrazione dei luoghi a colpi di bomboletta spray e stencil), un giro podistico internazionale, concorsi di fotografia. Castelbuono non si ferma mai e guarda al futuro.

Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery
Stefania Cordone e la mostra Abbecedario fantastico da Putia Art Gallery

Se ci andate (certo che ci andate) fate una sosta da Putia Sicilian Creativity. <Putia> è un termine dialettale siciliano che indica la vecchia bottega di quartiere o di paese, quella dove si trovava un po’ di tutto, l’indispensabile e non solo. Da Putia Sicilian Creativity a Castelbuono c’è tutto quello che vi serve per capire cosa bolle in pentola nel panorama dell’artigianato siciliano: materiali e oggetti tipici declinati con un linguaggio contemporaneo. Sostenibilità, tradizione, innovazione, network sono alcune delle parole chiave per comprenderne la mission. Il punto vendita è affiancato dallo spazio Putia Art Gallery, laboratorio di idee, arte, cultura.

 La manna, una storia antica

Siete andati a vedere Identità di Riccardo Buonafede? Avete fatto caso agli elementi scelti per raccontare Castelbuono? C’è anche il Fraxinus Ornus, uno dei frassini da cui viene raccolta la manna miracolosa e non poteva che essere così d’altronde perché, tra le eccellenze che caratterizzano Castelbuono, la manna è forse tra le più antiche. Ricchezza di un tempo che fu, oggi prodotto di nicchia salvaguardato da frassinocoltori eroici e caparbi, promosso da un’amministrazione coraggiosa. Vi aspetto qui, su viaggimperfetti, per saperne di più.

La manna a Castelbuono, una storia antica
La manna a Castelbuono, una storia antica

A Castelbuono Cosima è una star, in servizio per l’ambiente

<Ha avuto modo di vedere Cosima in azione?>.

Sono in compagnia di Mario Cicero, Sindaco di Castelbuono e Cosima in realtà è un modo affettuoso di chiamare i quasi 70 esemplari di asino ragusano che da diversi anni aiutano attivamente con la raccolta differenziata porta a porta. Un’idea smart che promuove la sostenibilità ambientale e il recupero di antiche tradizioni. 

<E’ un progetto di cui andiamo orgogliosi. Un progetto di gestione integrata dei rifiuti che sostituisce il trasporto gommato su circa metà del centro abitato di Castelbuono>.

Gli asini riescono a raggiungere i vicoli più piccoli del borgo, non emettono gas nocivi, hanno costi inferiori di manutenzione. <E sono bellissimi, una razza, la Ragusana, pregiata e tutta siciliana che rischia di scomparire>. A condurre gli asini ogni mattina per le vie di Castelbuono operatori guida  che provengono da situazioni di particolare disagio sociale.

Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera
Il Paliotto: corallo e oro per una preghiera

<Castelbuono ha tradizioni antichissime di cui siamo molto fieri. Quello che proviamo a fare è tutelare il patrimonio che ci è stato affidato attraverso linguaggi nuovi. Intercettiamo l’attenzione del nostro pubblico valorizzando il lavoro di squadra messo in atto dalle associazione che lavorano sul territorio. Ha avuto modo di sfogliare la nuova City Guide? In fondo facciamo una cosa molto semplice: raccontiamo la nostra terra promuovendo ciò che siamo e ci rende speciali>.

Buone pratiche, attenzione per l’ambiente, creatività.

<Di sfide ce ne sono sempre. E di progetti nuovi anche. Oggi più che mai. Andiamo avanti in questo periodo terribile nel pieno rispetto delle normative anti-Covid. L’estate appena trascorsa ha visto Castelbuono bella e vitale grazie ad iniziative adeguate al momento storico. Stessa bellezza, regole diverse>.

Dall'alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l'Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e oltre, quella Nuova. Alle spalle, le Madonie...
Dall’alto del Castello oltrepassate con lo sguardo l’Arco, raggiungete la Matrice Vecchia e subito dopo, quella Nuova. Oltre, le Madonie…

Di Cosi Chini e Testa di Turco

Guardatevi attorno: Castelbuono è green e non solo per le politiche ambientali adottate ma perché letteralmente circondata dal verde del Parco delle Madonie. Nei suoi boschi crescono un’incredibile varietà di funghi che abbondano in autunno e ricompaiono in primavera come i rari <basilischi>.

La ricotta, fresca e salata, il <tumazzo>, le caciotte e la <tuma persa> sono sulle tavole dei migliori ristoranti insieme a olio, miele e marmellate qui prodotti.

I Cosi Chini di Tumminello
I Cosi Chini di Tumminello

Non dimenticate di assaggiare i Cosi Chini, biscotti a forma di fiore ricoperti di glassa bianca e confettini di zucchero, i <diavolicchi>, ripieni di fichi o in alternativa rotondi, con zucchero a velo sopra e ripieno di zuccata.

A Castelbuono fanno poi un dolce leccornioso, la Testa di Turco, sottili strati di pasta fritta addolciti da crema di latte e profumati da cannella e limone che ricordano la cacciata degli Arabi e la vittoria dei Normanni.

I ristoranti provati e consigliati da Viaggimperfetti:

 – Hostaria Nangalarruni;

 – Ristorante Palazzaccio;

 – Ristorante La Lanterna.

Raccomandata la degustazione di prodotti dell’agriturismo Bergi, con due punti vendita in centro di cui uno anche spazio museo con gli arnesi tradizionali dell’agricoltura locale.

Venere Ciprea o Quattru Cannola?
Venere Ciprea o Quattru Cannola?

 Ma non finisce qui…

La gente del posto sostiene che se a Castelbuono non hai visto  il Castello e la Matrice Vecchia non hai visto niente. E ha ragione perché perdere la Chiesa di SS Maria Assunta, ossia la Matrice Vecchia sarebbe un vero peccato. Costruita intorno al 1362 per volere di Francesco II Ventimiglia custodisce il Polittico dell’Assunzione attribuito prima ad Antonello De Saliba, nipote di Antonello da Messina e successivamente a Pietro Ruzzolone. Innamoratevi degli affreschi  medievali e rinascimentali già visibili dalla facciata esterna, seguitene la storia sin dentro la Cripta: sarà meraviglia e stupore.

Ci sono poi la Matrice Nuova (non fermatevi, raggiungete l’altare. Ci saranno nuovi stucchi del Serpotta a sorprendervi!), il Museo Naturalistico Francesco Minà Palumbo col suo patrimonio di informazioni sulle Madonie custodito all’interno dell’ex Convento di San Francesco, l’organo del 1547, il più antico in Sicilia e il quinto in Europa, il Mausoleo dei Ventimiglia, bonariamente battezzato <cappello di S.Antonio>.

E poi la fontana Venere Ciprea lungo il corso principale, meglio nota come <Quattru Cannola> con Venere e Cupido e Andromeda inginocchiata in cima. Infine il museo dedicato al Risorgimento e la Torre dell’Orologio, con l’orologio meccanico del 1885 della ditta Isidoro Sommaruga che batte il tempo a Castelbuono su Piazza Margherita.

La Torre dell'Orologio batte il tempo su Piazza Margherita
La Torre dell’Orologio batte il tempo su Piazza Margherita

 Il panettone è solo l’inizio. Solo primi posti a Castelbuono

Che il panettone venisse prodotto in Sicilia era già strano, che diventasse uno dei migliori e tra i più premiati in tutta Italia ha dell’incredibile.

E’ successo a Castelbuono dove Fiasconaro è diventato brand di successo e sinonimo di qualità, tradizione (tra gli ingredienti la manna, gli agrumi, la frutta secca, il miele) e innovazione.

Una storia iniziata nel 1953 quando ancora il gelato si faceva con la neve, un viaggio tra creme, croccanti e torroni.

Altrettanto buono e da non perdere è il panettone di Sferruzza, altra eccellenza del territorio.  Una storia di coraggio che inizia con un periodo a cercare fortuna in America e finisce a Castelbuono dove gli Sferruzza la fortuna la trovano davvero tra cannoli, ciambelle, brighelle e cartocci alla ricotta.

Se siete invece amanti di gelati, sorbetti e granite l’indirizzo da segnare è Naselli, in piazza Margherita, giusto dirimpetto a Fiasconaro. Nessun colorante, conservante o aroma artificiale, solo zuccheri naturali siciliani, senza grassi idrogenati. Una ricerca continua e la capacità di rinnovarsi sempre. Avete mai sentito parlare del Grano Nero delle Madonie? Il limone e l’arancia qui sono quelli di Finale di Pollina, il mandarino è di Lascari. E le amarene, le fragole, i fichi, i gelsi e l’uva? Mica solo pistacchi di Bronte! Provate il gelato al Tiramisù, vero banco di prova per comprendere genuinità e ricerca a casa Naselli e chiedete dei prodotti 100 % Sicilia, una selezione di prodotti made in Sicily al 100% a partire dal miele d’ape nera e dalla manna al posto dello zucchero.

Infine il biscotto, quello che ci fa felici, perché sa di inzuppo, di colazioni e merende allegre. A Castelbuono forni e biscottifici sono un’istituzione, quello provato e consigliato è Tumminello.

Qui i biscotti sono tradizione, ricerca, rispetto delle materie prime. Provate ad entrare nel forno con i suoi quasi 50 anni di storia e provate i biscotti Tumminello. Se riuscite a resistere e a non mangiarli tutti, potete metterli in valigia!

 Castelbuono. Ancora bellezza

Esiste un mondo incantato che circonda Castelbuono. E’ quello degli agrifogli giganti di Piano Pomo, delle roverelle e degli aceri centenari. Conoscerli e raccontarli sarà un privilegio. Ma questa è un’altra storia…

Articolo realizzato in collaborazione con il Comune di Castelbuono che ci ha accolto e guidato. Un grazie speciale a Rossella, <bussola> del nostro girovagare a Castelbuono, miniera colta e inesauribile di informazioni, esempio di castelbuonese affetto da castelbuonesità!

Sicilia segreta. Le Grotte della Gurfa

Le Grotte della Gurfa

Mito e leggenda al cuore dell'isola
Mito e leggenda al cuore dell’isola

Le chiamano grotte ma grotte non sono. Le Grotte della Gurfa nascono per mano dell’uomo, un esempio di architettura rupestre che ha molto da raccontare.

Siamo in Sicilia, a circa 70 chilometri da Palermo, poco distante dal comune di Alia, nella Valle del Platani, il fiume che nasce dove le province di Agrigento e Palermo si incontrano e che si srotola sin nel Canale di Sicilia, al confine tra i comuni di Ribera e Cattolica Eraclea.
Qui, dove un tempo il Platani era navigabile e fiorenti si sviluppavano i commerci di sale e di zolfo, le Grotte della Gurfa sono testimonianza di un passato assai remoto. Ma quanto remoto?
Considerate a lungo granai e antichi magazzini medievali dal nome di origine araba, le Grotte della Gurfa sono state nel corso dei secoli successivi adibite a stalle. Tracce degli abbeveratoi sono ancora ben visibili.
Successivi e più approfonditi studi hanno evidenziato che occorreva ritarare la macchina del tempo e risalire ad un’epoca molto più lontana.
Grotte della Gurfa. Enigma e mistero

Un santuario? Un palazzo? Una tomba reale? Forse proprio quella del re cretese Minosse, giunto in Sicilia per catturare Dedalo?
Di parallelismi ne sono stati tracciati tanti da studiosi e ricercatori. Con il Tesoro di Atreo di Micene, con il grande Ipogeo di Hal Saflieni di Malta, con il Pozzo Sacro di Santa Cristina a Oristano.
Certi sono i Bronzi di Valledolmo ritrovati durante i lavori di costruzione della ferrovia Palermo/Catania attorno al 1882 a ridosso della Gurfa e le tombe visibili sul costone roccioso tipiche di civiltà riconducibili all’Età del Rame.
Inconfutabile poi, persino agli occhi di un profano, è l’energia e la bellezza di questo luogo.

La Sicilia che custodisce le Grotte della Gurfa
La Sicilia che custodisce le Grotte della Gurfa

Energia e bellezza
Attorno la Sicilia rurale: un mare di onde crescenti e calanti con tutte le sfumature del giallo e dell’ocra che nelle ore più calde sembrano prendere fuoco; un silenzio assordante interrotto dal volo degli uccelli e dal frinire delle cicale.
Le Grotte della Gurfa sono scavate nel tufo di queste zone. Talmente suggestive da essere state scelte da Giuseppe Tornatore come set per alcune scene del film <L’uomo delle stelle>.
Sono state plasmate nel costone arenario e trasformate in cavità, stanze, sale disposte su due livelli collegati da una scala esterna e comunicanti attraverso l’area più grande, la più impressionante.

La luce che filtra e rivela
Pianta circolare di circa 13 metri e forma scampanata con un’altezza di 16, un’enormità. Con ogni probabilità un Tholos, monumenti funerari a cupola risalenti all’Età del Bronzo e diffusi in area mediterranea in epoca micenea.
Alla sommità un foro da cui la luce passa  e crea atmosfere surreali, forse le stesse che caratterizzano riti ancestrali che si perdono nella notte dei tempi. Le stesse, ad ogni modo, che, puntuali, si ripetono ad ogni equinozio, quando i raggi solari filtrano tessendo precise e sempre uguali geometrie.
Le sezioni ad incastro e i fori ben visibili sulle pareti lasciano immaginare e intuire le travi che dividevano l’ambiente in soppalchi. Corridoi, scale, cisterne, una scala intagliata nella roccia. Tutto concorre a riempire gli spazi e azzerare il tempo. Le Grotte della Gurfa continuano a parlare e a raccontare epoche diverse e contaminazioni.
Per approfondire la storia e le <pagine> che le Grotte della Gurfa hanno ancora da raccontare, si consigliano i testi e gli approfondimenti del Professore Carmelo Montagna, architetto e storico dell’arte, studioso e appassionato che da decenni indaga sulle origini di questo sito unico e ai più sconosciuto.

Un ultimo suggerimento: fate un salto ad Alia e fermatevi ad ammirare l’opera del maestro Croce Caravella dedicata alle Grotte della Gurfa. Una terrazza da 400 metri quadri su cui sono stati posizionati più pannelli per un totale di 13 m di lunghezza per 2,80 di altezza. Un altorilievo dedicato al mito e alla leggenda delle Grotte della Gurfa.

Si ringrazia Gioacchino Ganci per la visita e il vibrante racconto delle Grotte della Gurfa.

Sicilia segreta, Sicilia autentica
Sicilia segreta, Sicilia autentica

Borgo Cannistrà. Tra il dire e il fare. Sicilia in movimento

Borgo Cannistrà
La rivoluzione Borgo Cannistrà
La rivoluzione Borgo Cannistrà

Se vuoi che qualcosa accada agisci affinché accada. É un concetto semplice, eppure spesso assai complicato. Perché a volte è più facile sostenere che non si può fare invece che iniziare a fare.

A Cannistrà, una minuscola frazione del comune di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, alle parole hanno preferito i fatti, trasformando un territorio in cui pochi avrebbero investito in un laboratorio di idee e un esempio di cittadinanza attiva.

É Borgo Cannistrà, oggi punto di incontro per artisti, sede di festival e mostre, volano di progetti per l’intero territorio.

Ma come nasce Borgo Cannistrà?

Meno di trecento anime, un’umanità complessa ed eterogenea che fa a pugni, ogni giorno, con l’assenza di una progettualità per il futuro.

Fino ad una sera di maggio del 2011. Fino a quando i singoli diventano comunità che decide all’unisono e sceglie di avviare un progetto comune: il Borgo Cannistrà.

Cose semplici al principio: si ripuliscono le strade e si piantano fiori. Ciò che c’è oltre la porta di casa diventa casa comune, casa di tutti.

Cannistrà torna ad essere bella, bellissima: un autentico pezzo di Sicilia sul mar Tirreno, con le Eolie all’orizzonte, stretto tra vigneti e uliveti con la chiesa di San Giobbe che a giugno diventa palcoscenico e quinta della tradizionale festa popolare locale.

Un luogo dove poter ricominciare a sognare e fare progetti.

Presente, futuro. Identità, tradizione
Presente, futuro. Identità, tradizione
Da cosa nasce cosa. Borgo Cannistrà progetta e accoglie

Cosa è possibile realizzare in questa casa comune? Da cosa nasce cosa e Borgo Cannistrà apre le sue porte, impara ad accogliere.

Quella che un tempo era casa del pittore barcellonese Nino Leotti aperta e frequentata da artisti come Renato Guttuso e Giuseppe Migneco, diventa serbatoio di progetti e iniziative.

L’Associazione culturale no profit Borgo Cannistrà dà vita a una serie di festival ed esposizioni che si susseguono: Cannistrà for Amref, Cannistrà sotto le stelle, Cannistr’arte Exposition, Cannistrà Classic Concert…la piccola frazione barcellonese si anima con concerti, raduni di auto d’epoca, estemporanee di pittura, spettacoli.

Sposart a Borgo Cannistrà
Sposart a Borgo Cannistrà. Qui la strada è un bene comune, casa di tutti

Nel 2016 con La Pianta Che Vorrei si invitano i visitatori a portare la pianta del cuore e piantarla. Una talea o la pianticella del proprio balcone a cui si è più affezionati affinché Borgo Cannistrà diventi anche casa del visitatore.

Nel 2017 parte una kermesse dedicata alla sicilianità intesa come tutela di tradizioni legate a doppio filo al borgo ma con l’idea di ordire nuove trame proiettate al futuro.

Un museo a cielo aperto senza biglietto d’ingresso

Palart torna in più edizioni per trasformare ancora una volta il borgo: ogni singolo palo della luce viene affidato ad un artista che lo trasforma in opera d’arte.

The Time Dream, l’installazione di Liliana Urso coi suoi gradini maiolicati, le sfere che rappresentano sole, luce, tempo, umanità è solo un esempio di quella rivoluzione paesaggistica che si compie a Cannistrà.

Vicoli e strade principali sono sede di installazioni e murales che nel tempo chi ama Cannistrà dona alla comunità di cui si sente parte attiva, dando vita ad un vero e proprio museo all’aperto.

Un museo a cielo aperto dove non c’è botteghino e non si paga il biglietto d’ingresso.

Esempio di land art in cui è il borgo intero l’opera d’arte, Cannistrà accoglie nel 2017 il Festival di Street Art “‘Nto menzu a na strada”, con la direzione artistica dello street artist Andrea Sposari. All’iniziativa partecipano lo stesso Sposari, in arte SposArt, Collettivo Fx, Poki, Tilla, Nessunettuno, Gab El e Lucia Foti.

E’ una rivoluzione: il borgo diventa meta irrinunciabile in un territorio in cui, nell’arco di un’ora di strada, è possibile raggiungere mete turistiche come Milazzo, Capo d’Orlando, borghi come Castroreale, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia. E poi, ancora, il Santuario di Tindari, il Parco dei Nebrodi, Tusa e Fiumara d’Arte. Una costa, quella Tirrenica, che sa di essere e vuole continuare a essere bellissima.

Beatles a Borgo Cannistrà. Qui si fabbricano sogni
Beatles a Borgo Cannistrà. Qui si fabbricano sogni
Festival Andrea Camilleri. L’arte è la civiltà dei popoli

L’anno 2020 è l’anno del Festival Andrea Camilleri. “L’arte è la civiltà dei popoli” è il suo claim. Perchè l’arte salva, trasforma e crea cose straordinarie. Tra gli ospiti Andrea Bartoli, l’uomo che di sogni irrealizzabili se ne intende: è il fondatore di Farm Cultural Park, un tempo centro storico di Favara in provincia di Agrigento destinato al degrado e allo scempio, oggi polo internazionale di arte contemporanea e scuola di architettura per i più piccoli.

Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo…il fare. E se fai, le cose accadono.

Di cose a Borgo Cannistrà ne accadranno ancora. Lo capisci dall’energia e dall’entusiasmo che si respira qui. E dall’orgoglio che leggi negli occhi di chi qui ci vive ed è artefice di questa rivoluzione.

Funambolo e imperfetto. Il Teatro Andromeda in Sicilia

Teatro Andromeda

Nasce per mano dell’uomo trenta anni fa ma sembra voluto da un’energia superiore che qui circola e ha senz’altro casa.

E’ il Teatro Andromeda, opera di Lorenzo Reina, <sospeso> a mille metri sui Monti Sicani in provincia di Agrigento, Sicilia.

<Sei il benvenuto, chiamami per nome, che qui, chiamiamo per nome e diamo del tu anche a Dio>.

Poche parole, Lorenzo Reina non parla dei suoi lavori. Ritiene che l’arte non possa essere spiegata, che la parola non restituisca appieno l’emozione che regala: diretta, pura, semplice.

Un palcoscenico naturale sospeso sui Monti Sicani in Sicilia
Un palcoscenico naturale sospeso sui Monti Sicani in Sicilia
Sospeso tra i Monti Sicani nel cuore della Sicilia

Al Teatro Andromeda ci devi voler andare.

Lontano dai circuiti turistici, anni luce da spiagge affollate e città colorate e rumorose, il Teatro Andromeda è appena fuori il centro abitato di Santo Stefano Quisquina, a pochi chilometri dall’eremo dove i frati devoti a Santa Rosalia continuano a venerare la vergine palermitana nella grotta in cui passò gran parte della vita.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. La porta è piccola, raccolta. Occorre chinarsi, per poi accogliere

In contrada Rocca, al termine di un sentiero di campagna che si inoltra nei boschi, è luogo dal silenzio <rumoroso>, quello della natura, che avvolge interamente il sito coi suoi ritmi sempre uguali. Ritmi di luce, che regala sfumature diverse ad ogni ora; di vento, che persino  in estate, al tramonto, sferza e tonifica al termine di giornate afose; di neve, che in inverno scende lieve su ogni pietra.

Ogni pietra ha una storia e motivo d’essere

Una cinta di grandi pietre collocate a partire dai primi anni ’90 da Lorenzo Reina  che custodiscono un teatro che per tetto ha il cielo e le stelle della costellazione di Andromeda. 108 per l’esattezza, lo stesso numero dei posti a sedere che occupano il teatro, collocati rispettando la posizione delle stelle in cielo.

Prendere posto all’interno del teatro è come prendere posto nell’universo. É come ritrovare il proprio spazio in un sistema armonico fatto di energia e di luce.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. Un arco funambolo sull’infinito fa da quinta al palcoscenico circolare

Per accedervi occorre superare la Porta del Giorno e della Notte, esigua, raccolta. Per oltrepassarla bisogna farsi piccoli, chinarsi, cedere alla meraviglia e allo stupore, accoglierne la grandiosità. Davanti il palco, circolare, un arco che fa da quinta affacciato sull’infinito.

Ai confini di quell’infinito il Canale di Sicilia e, se si è fortunati, l’isola di Pantelleria.

“…ho saputo che la Galassia M31 della Costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Galassia tra circa due miliardi e mezzo di anni, pensai allora di dare forma a una cavea con 108 pietre ricalcando la mappa delle 108 stelle della Costellazione di Andromeda…Vedi? E’ una storia semplice.”
Fattoria dell’Arte Rocca Reina. Una storia semplice

Il Teatro Andromeda è collocato all’interno di un grande parco ispirato all’arte e alla natura. Un microcosmo chiamato Fattoria dell’Arte Rocca Reina. Un museo a cielo aperto dove le opere di Lorenzo Reina ti accolgono e segnano il percorso.

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda. Qui nulla è finito e tutto è in divenire

Alcune sono enormi, riempiono lo spazio; altre giocano a nascondino, si confondono nella vegetazione; tutte richiedono tempo e attenzione.

Icaro Morente di Giuseppe Agnello anticipa la Maschera della Parola, maschera, volto, personaggio. Dalla sua bocca, ad ogni solstizio d’estate, filtra la luce del sole al tramonto.

La Maschera della Parola. Ai suoi piedi Genius Loci
La Maschera della Parola. Ai suoi piedi Genius Loci

Ai suoi piedi giace, quasi conficcata nella terra nuda, Genius Loci.

File di pietre in fragile equilibrio appaiono nel parco, un parco che muta, un’opera in divenire, mai conclusa, mai perfetta. Persino le pietre del teatro hanno nel tempo cambiato colore: da bianche, oggi assumono un tono ocra caldo e morbido, ottenuto da acqua e curcuma.

La Fattoria Rocca Reina è museo, laboratorio, cammino. Ma anche ovile, vigneto, orto.

Chi lo ha creato conosce il fragile equilibrio della natura e il suo rapporto con l’uomo, lo rispetta e possiede il dono di saperlo tradurre in arte. Quasi che le sue opere ne fossero simbolo e trasposizione in umile materia.

Particolare di Icaro morente di Giuseppe Agnello
Particolare di Icaro morente di Giuseppe Agnello
<…Una notte chiesi al cielo di farmi incontentabile – mai sazio della mia arte – e sono stato ascoltato>.  

Ma chi è Lorenzo Reina?

E’ un artista, perché l’arte non la impari. Puoi perfezionarla, conoscerne grammatica e codici ma devi sentirla dentro, deve farti suonare.

Con Lorenzo è stata musica sin da piccolo quando, figlio di pastore, abbandonò gli studi e si dedicò alla pastorizia continuando a coltivare la passione per l’arte.

“Mio padre mi voleva pastore e ho passato la mia adolescenza tra pecore e cani e un solo libro. Scolpivo alabastri di notte, in una stalla accanto a quella dove riposavano altripastori che sempre mi urlarono, tra le bestemmie, di andare a dormire. Scolpivo a lume di una fiaccola (un pezzo di stoffa immersa nella nafta) e quando le mie narici si riempivano di polvere e di fumo uscivo fuori a respirare sotto le stelle”.

Fu facendo il pastore che percepì la forza e l’energia del palcoscenico naturale in cui decise di creare il Teatro Andromeda.

“…Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole. E ha soffiato qui, dove alla fine degli anni settanta, portavo a pascere le pietre, che stranamente, come prese da incantamento, restavano a ruminare ferme come sassi.”.

Oggi la fattoria Rocca Reina è polo d’arte, calamita naturale per artisti, musicisti, scrittori, registi. Gli eventi qui organizzati attesi e rapidamente sold out. La sua storia e il suo prestigio sono arrivati alla Biennale di Architettura di Venezia. Il creatore e artista Reina è stato ispirazione per il regista Davide Gambino e il suo film <Pietra pesante>.

Resta però un luogo <semplice>, dove ognuno, ciascuno a suo modo, può continuare a stupirsi ed emozionarsi. <Assabbenedica> è la prima parola che vi verrà rivolta al principio. É l’unica che ti accompagna fedele durante tutto  il cammino.

Teatro Andromeda
“Nella mia vita ho sempre cercato cose che non esistono o cose impossibili da possedere: Dio, la felicità, la perfezione”. Lorenzo Reina

Viaggi in camper. Piace sempre di più

Viaggiare in camper
Tutti pazzi per il camper, un modo <altro> di viaggiare. Vi solletica l’idea? Ne parliamo con i camperisti Valeria Falzone e Ivan D’Antona.
Viaggi in camper
“Il viaggio è scoperta e crescita. In camper cambiano le modalità ma il nostro modo di intendere il viaggio resta lo stesso”

Ti porti dietro casa e sei libero di andare dove ti pare, o quasi.

Il viaggio in camper è, a quanto sembra, il nuovo trend scelto da tanti viaggiatori italiani per le vacanze post lockdown.

Sono 800.000 le famiglie che possiedono un camper in Italia, un milione  e mezzo i camperisti sul territorio nazionale negli ultimi mesi, con un aumento del 104% delle immatricolazioni di camper nuovi a luglio rispetto al 2019 (dati Associazione Produttori Caravan e Camper da Repubblica).

Ci si sente più tranquilli perché vivi la vacanza tra lenzuola e piatti di casa, non sei costretto a fare prenotazioni a rischio sino all’ultimo momento in questo periodo incerto ed è un investimento a tempo indeterminato. In tanti poi scelgono di noleggiare il camper per <vedere com’è> e per vivere un’esperienza diversa. Vivi la natura e il territorio e puoi portare tutta l’attrezzatura con te con limiti assai meno rigidi di quelli dettati dalle compagnie aeree o dallo spazio ridotto di un’auto.

Ma è davvero una soluzione? Ed è una valida alternativa ad alberghi e villaggi turistici?

Lo chiediamo a Valeria Falzone e Ivan D’Antona, amici da sempre, fedeli compagni di viaggio di viaggimperfetti. Viaggiatori nel DNA, hanno girato il mondo prenotando aerei ad ogni occasione e hanno continuato a farlo con l’arrivo di Damiano e di Manfredi. Hanno da poco scelto di acquistare un camper e dare una nuova velocità ai loro viaggi.

Come avete maturato questa scelta ragazzi? L’idea del camper vi piaceva da tempo o ci avete pensato solo ora? Quanto successo nel mondo vi ha condizionato?

Ha condizionato noi e tanti viaggiatori come noi. Nelle ultime settimane abbiamo conosciuto parecchi <camperisti da un mese> che hanno scoperto questa nuova modalità di viaggio. Noi in realtà ci pensavamo da tempo, il camper ci è sempre piaciuto. A novembre lo avevamo noleggiato per capire se faceva per noi, poi ci siamo decisi. Forse la situazione attuale ci ha dato la spinta giusta a lanciarci.

Come hai appena detto il camper è libertà e noi abbiamo scoperto cosa significa scegliere una meta <last minute>, in base alle previsioni del tempo o ai giorni disponibili. Le ultime vacanze in Sicilia le abbiamo vissute così, seguendo meteo e voglia di andare e sono state meravigliose.

Damiano ha 8 anni, Manfredi solo 2. Come è andata con loro?

Sai che Damiano ha pianto di felicità quando ci hanno dato le chiavi? Per loro è casa ma anche avventura e scoperta. Una casa sull’albero con le ruote. Manfredi ha il suo seggiolino accanto una grande finestra e passa le ore a guardare il mondo fuori, indicandomi ciò che più lo diverte e lo incuriosisce.

Mettici anche che noi adulti ci sentiamo più tranquilli. Ti dirò – aggiunge Valeria – il discorso igiene ci fa stare più sereni con due bimbi piccoli. Non è piacevole continuare a ripetere <non toccare questo, lascia stare quello>. La musica cambia se il camper è a noleggio, la differenza è evidente sotto questo punto di vista. In un camper tuo hai tutto in ordine e sistemato come preferisci.

Viaggio in camper
“Per loro è casa ma anche avventura e scoperta. Una casa sull’albero con le ruote…”

Diciamo che l’immagine della lumaca è perfetta! Ti porti dietro casa o meglio, lo trasformi in casa tua. Il camper va attrezzato una sola volta, come quando compri stoviglie e arredo per il tuo appartamento. Poi basta far la spesa e preparare la valigia coi tuoi effetti personali. E puoi portare con te pinne e maschera e un piumone caldo se la temperatura scende.

Esistono camper ben attrezzati e dotati di ogni comfort. Sono comodità paragonabili ad altri tipi di vacanza?

Oggi i camper sono dotati  di aria condizionata, boiler e sistemi di riscaldamento, forno, microonde e macchinetta del caffè, persino tetti panoramici. Non puoi però paragonarlo ad un albergo a cinque stelle, bisogna adattarsi un po’ ma ti offre <comfort> diversi, quelli che per noi hanno un valore aggiunto. Non ci sono orari, scegli tu quando fare colazione. La puoi fare in spiaggia o su un prato e se ai bambini va un giro in bici mentre noi la stiamo preparando si può fare. Sono queste le <stelle> che ci piacciono.

Viaggio in camper
“Abbiamo imparato ad apprezzare qualcosa che con anni di viaggi pianificati ci era a volte sfuggito: il piacere dell’imprevisto e del percorso che si crea strada facendo. In camper spesso stabilisci una meta e ti ritrovi da tutt’altra parte”.

Le statistiche fatte per l’estate appena trascorsa dicono che un equipaggio spende giornalmente in media tra i 200 e i 250 euro. Lo fa nei musei, scegliendo il ristorante, acquistando prodotti locali. Considerato l’acquisto o la spesa per il noleggio si risparmia in camper?

Si può risparmiare, è evidente, specie se lo noleggi. Ѐ diverso se lo acquisti. Di viaggi devi farne parecchi per ammortizzare. Non bastano benzina e pedaggio in campeggio. Un camper necessita di manutenzione ordinaria e straordinaria e di tante piccole spese che vanno affrontate nel tempo. Non è il risparmio la molla.

Chi sceglie il camper è spinto da un motore diverso. Ci ripetiamo, è la libertà di scegliere e di farlo senza pianificare. Ci va una pizza dopo una giornata in giro? Lo possiamo fare facendola portare in camper guardando un film come se fossimo a casa. Ci va di uscire? Basta capire qual è il ristorante che ci piace di più e raggiungerlo.

Sai quante volte abbiamo rinunciato al weekend fuori perché non c’è stato il tempo materiale di prenotare e organizzare?  Sappiamo bene che il camper è una spesa importante nel budget di una famiglia ma non c’è prezzo a pagare. C’è uno slogan che dice <il camper ti mette le ali>. Non esagera affatto.

Noi abbiamo imparato ad apprezzare qualcosa che con anni di viaggi pianificati ci era a volte sfuggito: il piacere dell’imprevisto e del percorso che si crea strada facendo. In camper spesso stabilisci una meta e ti ritrovi da tutt’altra parte.

Superato il maledetto covid – speriamo prestissimo – pensate che in tanti abbandoneranno la vacanza in camper?

Forse sì, la vita da camper non è per tutti, è un modo diverso di viaggiare. A me (Valeria) piaceva già quando, ragazzina, viaggiavo con i miei genitori. Perché in fondo è anche un po’ una sfida. L’imprevisto ti mette alla prova, fa parte del viaggio. Non hai un tour operator che si occupa dei disguidi.

Il territorio nazionale è pronto all’incremento di camperisti? Esistono strutture adeguate e zone di sosta?

Sì, ce ne sono e tante hanno aperto da poco. É un turismo in crescita. Sempre meglio attrezzate e spesso del tutto simili a villaggi turistici con piscina e animazione per i più piccoli, ristorazione e spazi adeguati. Come vedi anche in questo caso puoi scegliere che tipo di vacanza fare…

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Vi sentite sicuri in camper?

Amiamo essere prudenti. I casi di furto esistono e dormire <in libera> ha dei limiti. I rischi ci sono come in qualsiasi altro tipo di viaggio. Per scongiurare ogni tipo di pericolo occorre prendere piccoli accorgimenti come scegliere aree dove già ci sono altri camper o abitazioni. Ecco perché capita che ci si ritrovi insieme a tanti altri camperisti. Dipende molto da dove ti trovi.

Siete cittadini del mondo, pronti a salire su un volo diretto all’altro capo del globo. Viaggiare in camper in cosa è diverso?

Il viaggio è scoperta e crescita. In camper cambiano le modalità ma il nostro modo di intendere il viaggio resta lo stesso. Esistono poi viaggi e momenti diversi nella vita di ciascuno. Ne abbiamo vissuti tanti e ogni volta con emozioni diverse. Sentiamo che in questa fase della nostra vita il camper è una grande risorsa. E ci rende felici.

Viaggio in camper
“Il viaggio in camper è un po’ una sfida. L’imprevisto ti mette alla prova, fa parte del viaggio. Non hai un tour operator che si occupa dei disguidi”.

Eccellenze in Sicilia. La Paisanella a Mirto. Il Suino Nero dei Nebrodi come natura vuole

La Paisanella a Mirto

Il Suino Nero dei Nebrodi
Grugno tosto, occhietti furbi, setole robuste, colore decisamente nero. E’ il Suino Nero dei Nebrodi, un animale forte e libero per natura.

Alla Paisanella arrivo in una pigra domenica d’agosto e, ad aspettarmi, c’è Luisa Ingroggio Agostino. E’ lei che, con il marito, Sebastiano Agostino, ha portato avanti il progetto voluto dalla Regione Sicilia di reintroduzione e valorizzazione di uno degli animali simbolo del Parco dei Nebrodi in Sicilia, il suino nero dei Nebrodi.

Luisa mi accoglie con un sorriso elegante e inizia a preparare per me un vassoio di prelibatezze. Disossa appositamente un prosciutto con la grazia con cui suonerebbe un violino e, in risposta al mio sguardo perplesso, mi dice: “Come faccio a raccontarti il mio lavoro se non ti faccio sentire il profumo e il sapore di ciò che produciamo qui?”.

Il progetto avviato con la Regione Sicilia. Un progetto ambizioso, un progetto d’amore per il territorio

“Quando la Regione, negli anni Novanta, ci ha chiesto di prendere parte al progetto di valorizzazione del Suino Nero dei Nebrodi abbiamo accettato immediatamente. Si trattava di una grande opportunità per il territorio e per la nostra azienda a gestione familiare, da generazioni impegnata nel settore dell’allevamento. Il Suino Nero dei Nebrodi rischiava di estinguersi”.

Alla Paisanella si fa territorio
Alla Paisanella si fa territorio

Siamo a Mirto, un piccolo centro circondato dal Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta in Sicilia. A pochi chilometri il mare da un lato, i boschi di querce e roverelli dall’altro. Poco più in alto le grandi faggete del Parco, il regno di poiane e grifoni, altra specie reintrodotta grazie all’impegno dell’Ente Parco. Un ecosistema prezioso e unico, una biodiversità da tutelare e salvaguardare.

Assaggio la lonza, il guanciale, il lardo prodotti alla Paisanella. La parte grassa si scioglie piano, quella magra esplode in bocca.

Luisa mi spiega che in questi capolavori di norcineria sono banditi nitrati, nitriti, lattosio. Nessuna traccia di conservanti e una componente importante di acidi grassi polinsaturi, quelli <buoni>, nella parte morbida e burrosa. La carne degli animali allevati qui trattiene ferro, vitamine, sali minerali. Solo il 30% di muscolo in ciascun esemplare, prodotti di nicchia, indimenticabili.

La collaborazione con l’Università per le Conserve Alimentari di Parma

Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi
Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi

“Abbiamo iniziato con il salame e la salsiccia lavorata rispettando la nostra tradizione locale: carne tagliata al ceppo, al coltello e solo budello naturale. Poi ci siamo lanciati in una nuova avventura, il prosciutto di Suino Nero dei Nebrodi. Siamo stati affiancati all’Università per le Conserve Alimentari di Parma e abbiamo scoperto cosa poteva venir fuori in un territorio come il nostro. Il risultato è stato sorprendente: un prosciutto che si distingueva per profumi e sapore, un prosciutto che poteva essere fatto solo qui con sentori di funghi, mandorle, sottobosco, stagionato in cantine naturali e non in celle termocontrollate che non avevamo”.

Nel frattempo il Suino Nero dei Nebrodi diventa Presidio Slow Food e un disciplinare ne regolamenta l’allevamento. Ne aumenta anche il prestigio che cresce proporzionalmente al consumo.

“Sarebbe più semplice utilizzare carni di suini ibridi che non sono allevati allo stato brado ma non sarebbe la stessa cosa”. A parlare è Sebastiano Agostino, che ci racconta di aver da poco trasferito le sue mandrie di vacche, pecore e capre indigene nei pascoli ai piedi dell’Etna dove ora fa meno caldo. Daranno canestrati, provole, ricotta fresca, infornata e salata.

“Ciò che rende unico il nostro prodotto è l’animale e il modo in cui lo alleviamo. Vogliamo andare a conoscere il Suino Nero dei Nebrodi?”

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?
Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?

Il Suino Nero dei Nebrodi. Un tipo tosto

Grugno tosto, orecchie piccole, occhietti furbi e determinati, setole robuste sul dorso, colore decisamente nero. Il Suino Nero dei Nebrodi, “u porcu nivuru”, riconosciuto come razza di maiale nero italiano dall’Associazione Nazionale Allevatori Suini, è un animale forte e libero per natura.

E come natura comanda scorrazza libero nei boschi di Sebastiano Agostino. Centinaia di esemplari. Vederlo ruzzolare tra querce e roverelle in spazi immensi rende tangibile il perché oggi  il Suino Nero dei Nebrodi sia un’icona del Parco ed emblema di qualità.

Solo ghiande, radici, castagne per questi animali, naturali <spazzini> del sottobosco. Se necessario, quando nevica ad esempio, si interviene con fava e orzo germinato. Piccole costruzioni a basso impatto ambientale come ricovero: sono le tradizionali <zimme>, una base circolare di pietra che termina a forma di cono, di capanna rivestita di ginestre e felci.

“Ci piace lavorare affinchè la qualità resti alta e lo facciamo con passione”.

I risultati non hanno tardato ad arrivare. L’Università La Sapienza ha riconosciuto il prosciutto prodotto alla Paisanella come il Miglior Prosciutto Salutare al mondo; a partire dal 2011 i salumi che trovate qui a Mirto nel bancone di Luisa e Sebastiano sono Best in Sicily; nel 2014 la Guida Grandi Salumi d’Italia del Gambero Rosso li inserisce come eccellenza del territorio; i migliori chef dell’isola, e non solo, scelgono salsiccia e salame firmati Agostino.

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?