Durazzo Istanbul. In bici, con loro, migliaia di bimbi

Ci risiamo. Dino e Marco sono pronti per una nuova avventura. Ve li ricordate sulle strade sterrate del Portogallo  nel loro viaggio in bici da Lisbona a Santiago de Compostela?
Nove giorni, 750 chilometri in mountain bike con Saro che stavolta è rimasto a casa. Fatima, Coimbra, Porto, tanti siti minori e nuovi amici lungo un percorso che a noi, rimasti a casa, ha emozionato e divertito anche quando, a fine serata, ci salutavano stanchi e sudati.
Stavolta il punto di partenza è Durazzo in Albania. Taglieranno il paese interamente, oltrepasseranno la parte alta della Grecia continentale per raggiungere il nuovo obiettivo: Istanbul, l’antica Bisanzio, centro nevralgico dell’Impero Ottomano, cuore della rivoluzione di Ataturk ed epicentro di grandi cambiamenti che da anni caratterizzano tutta la Turchia.
13 giorni pieni di pedalate e più di 1000 chilometri da conquistare.
E per la Durazzo – Istanbul c’è una novità, anzi un valore aggiunto all’idea di viaggio che entrambi hanno: Marco e Dino hanno aderito ad una raccolta fondi promossa dalla Street Child, organizzazione no profit con sede principale a Londra che da anni aiuta i bambini in difficoltà a crescere, studiare, costruire un futuro. Lo fa con la raccolta di fondi, i programmi di volontariato e l’organizzazione di eventi locali. Street Child UK, ha iniziato la sua attività in Sierra Leone nel 2008 lavorando con un piccolo numero di bambini di strada. Ad oggi, ha contribuito a trasformare la vita di centinaia di migliaia di bambini in Sierra Leone, Liberia, Nepal e Nigeria.
Che dite, gliela diamo una mano anche noi?
Eccovi il link  alla pagina Street Child legata al viaggio Durazzo – Istanbul.
Una richiesta speciale a Dino e Marco, legata ad una sorta di rito scaramantico che ha caratterizzato il viaggio in Portogallo. Ad ogni tappa, le immagini che i ragazzi ci regalavano iniziavano con un sonoro “Ciao Benedettaaaaa!”. Che dire, ci tengo. Aspetto il primo piccione viaggiatore da Durazzo!

#viaggimperfetti #DurazzoIstanbul
Hanno già iniziato a pedalare! Prima tappa Durazzo – Gramsci in Albania. Eccoli carichi ed emozionati con un messaggio importante: questa avventura è ispirata a Street Child l’organizzazione no profit che aiuta migliaia di bimbi nel mondo a  crescere, studiare, sognare. Date un’occhiata alla pagina creata da Dino e Marco per aiutare a raccogliere fondi per loro. ” Stop, think, plan, do, be great”, scrivono. “Fermatevi, pensate, fate, siate grandi”. Anche in sella ad una bici.
Li aiutiamo anche noi?
#sfidebuone #tuttinsella

Mangiare in Vietnam. Dammi tre parole

 

 

Freschezza, bellezza, equilibrio. Bastano tre parole per cominciare a scoprire una cucina raffinata ma allo stesso tempo semplice, quasi casalinga. Avevo letto ovunque che il cibo in Vietnam conquista e stupisce ma, si sa, quando viaggi, spesso capita di non trovare il posto “giusto” e di finire, ahimè, nelle classiche trappole per turisti.

Ecco, in Vietnam, per finirci ti ci devi proprio mettere d’impegno perché ovunque, in strada così come negli innumerevoli piccoli o grandi ristoranti, gli elementi chiave sono le materie prime e l’utilizzo di ingredienti locali e stagionali. Da nord a sud il Vietnam offre infinite varietà di frutta e verdure, il paradiso per una come me che, anche se non vegetariana, ama accompagnare sempre il pasto con la verdura. E gironzolando qui e lì nel nostro magnifico mondo, non è comune trovare “a portata di viaggiatore” una così ampia gamma di soluzioni cotte al vapore, fritte, grigliate o semplicemente bollite.

In Vietnam la verdura incontra spesso la frutta e i fiori creando combinazioni inedite di sapori e consistenze. Germogli di erba cipollina e boccioli di fiori di gelsomino tonkin sono deliziosi anche bolliti; se saltati in padella con chips d’aglio essiccato rendono carne e pesce speciali. Nelle insalate ho scoperto il gusto quasi amaro del fiore di banano tagliato in listarelle sottilissime, quello fresco e croccante della papaya verde, e ancora quello succoso e dolce del pomelo, una sorta di pompelmo. I fiori di loto generalmente serviti in insalata li ho provati fritti…niente male. E poi frutti della passione, dell’albero del pane e del drago, guava, mango, litchi, longan e rambutan. Accanto ai banchi di frutta, con ananas e mango già tagliati e porzionati dai venditori ambulanti troverete spesso delle micro bustine contenenti un mix di sale, zucchero, pepe ed altre spezie per insaporire la frutta. Provateci: è un’esplosione di gusto in bocca.

A frutta e verdura aggiungete spezie e odori: zenzero, curcuma, il profumatissimo pepe nero qui coltivato e poi la perilla, il basilico cinese e il rau om, un’erba di risaia che sa di limone e cumino, tanto coriandolo, cannella e persino anice stellato.

Immancabile sulla tavola una ciotolina di nuoc mam, salsa di pesce fermentato; così come di mam tom, pasta di pesce salato e fermentato. Le varietà sono infinite e presenti in ogni mercato che si rispetti. Guardato con sospetto da molti occidentali per colore e soprattutto odore è un must in Oriente e tutto sommato non così lontano dalle nostre tradizioni. Ricordate il garum? E se proprio di nuoc mam non volete sentir parlare, soia, tamarindo e lime vi aiuteranno a trovare la giusta combinazione.

Ai vietnamiti piace “arrotolare” il cibo e di involtini ce ne sono tante varianti. I più semplici sono quelli di carta di riso semplicemente ammorbidita con acqua e dentro lattuga, cetriolo, noodles e gamberetti; se preferite tofu. Da intingere nella salsa di pesce o in quella di fagioli. Se fritti, sono i noti spring rolls. Ci sono poi quelli di verdura alla griglia o di noodles al vapore. E infine i banh xeo, crepes morbide di farina di riso con gamberi, maiale e verdura fresca, di solito germogli di soia o foglie di crescione e senape.

 

 

I classici in Vietnam

Non vi racconterò nulla di nuovo perché Vietnam sta a bahn mi come cacio e pepe a Roma: il celebre panino di francese memoria lo trovate ovunque da nord a sud ed è buono ed economico con maiale, pollo o solo patè, un po’ di maionese e tanta verdura fresca. Vi lascio però un indirizzo che val la pena di annotare, Banh Mi Phuong a Hoi An. Appena fuori il centro pedonale, non è nulla di più che una bottega con qualche tavolo ma le baguette che arrivano di continuo dal forno accanto, calde e croccanti sono le più buone che io abbia mangiato. Mettetevi in fila (inevitabile a tutte le ore) e scegliete il vostro ripieno.

Un altro classico è il pho, una zuppa di manzo e noodles di riso dove a fare la differenza è il brodo fatto bollire a lungo. Chiedere la ricetta e scoprire quella autentica è come trovare i veri ed unici ingredienti di ragu e amatriciana: gli aggiustamenti e i “segreti” del cuoco sono infiniti.

Passiamo al bun cha, popolare cibo da strada a base di fettine e polpette di maiale cotte alla brace, noodles di riso, verdure fresche ed erbe aromatiche. Facile che troviate, come spesso accade, ristoranti o bancarelle specializzate in bun cha. Celebri sono le immagini di Obama che scopre il piatto con Bourdain ad Hanoi. Io l’ho provato proprio nella capitale da Bun Cha Ta in Nguyen Huu Huan Street nel Quartiere Vecchio, un simpatico ritrovo su più piani dove Jing mi ha spiegato come mangiarlo immergendo nel brodo lentamente verdure e noodles. Per cenare ai piani superiori ci si toglie le scarpe…

La rose blanche o banh vac è una specialità di Hoi An, un raviolo al vapore. La pasta esterna delicata e quasi trasparente rivela il ripieno di gamberetti e viene servito con cipolle croccanti. Un secondo tipo di raviolo è il banh bao ripieno di carne tritata di maiale o pollo, uova e funghi. Amici del dim sum cinese non perdete queste pietanze e se potete, gustatele al mercato coperto di Hoi An a pranzo. Nel caos ordinato del mercato, tra pile colorate di frutta e verdura, pesce e pasta ad essiccare, c’è un’area dove, uno dopo l’altro, si susseguono banchetti con specialità diverse in bella mostra. Ho scelto a naso e, devo dire, continuo ad averne nostalgia. Una delle specialità migliori che io abbia assaggiato in Vietnam.

La banh chung, torta di riso avvolta nelle foglie del banano con il ripieno di carne è un classico del periodo del TET, il capodanno vietnamita, un periodo di luce e colore per il Vietnam di cui abbiamo parlato altrove.

C’è poi un dolcetto tipico di Hai Duong scoperto in viaggio verso la Baia di Ha Long e a quanto pare molto apprezzato. E’ la banh dau xanh, la torta di fagioli mung, zucchero, olio di pomelo, spesso porzionata in mini quadrati confezionati singolarmente. Un pò allappante ma tutto sommato gradevole.

 

 

I miei indirizzi. Dove vi consiglio di cenare in Vietnam

Ho Chi Minh – Secret Cottage Cafe Dining & Boutique, 12-14 Nguyen Thiep Ben Nghe Ward District 1. No, non vi siete sbagliati. Per arrivare qui occorre superare una bottega di cesti e borsette di paglia. Al primo piano c’è questa meraviglia dove industrial design e pezzi d’arredo antico oriente si alternano armoniosamente. Cucina vietnamita presentata in modo impeccabile su stoviglie bianche e blu che potete acquistare. E se c’è da aspettare fate come me, approfittatene per un aperitivo che sa di storia al nono piano del Caravelle dietro l’angolo.

Ho Chi Minh City – Den Long. Home Cooked Vietnamese Restaurant, 130 Nguyen Trai District 1. In una delle strade caotiche e affollate della città, è un’oasi allegra e colorata. Provate l’insalata di gamberi e pomelo servita dentro al frutto. É super. Ottima anche la birra artigianale di un birrificio locale. Provata e promossa la Saigon Rosè, aroma floreale.

Hoi An – Hai San Seafood Restaurant, 64 Bach Dang Street Minh An Ward. Pesce delizioso ed abbondante in un ristorante semplice e spartano lungo il Fiume dei Profumi scelto per caso. Pesce cotto dentro foglie di banano e zuppa di vongole con una birra locale ghiacciata. Se ci riuscite, scegliete il tavolo sistemato fuori. Avrete un posto in prima fila allo spettacolo delle barche locali illuminate dalle famose lanterne colorate che vi sfilano davanti mentre arriva l’alta marea e l’acqua deborda sul marciapiede. Uno dei momenti più belli del mio Vietnam.

Hanoi Essence Restaurant, 22 Ta Hien, Old Quartier. All’interno dell’omonimo albergo, nel Quartiere Vecchio di Hanoi. Ottimo il cibo, molto curata la presentazione del piatto. L’insalata di papaya dispiaceva mangiarla!

Hue – Les Jardins de la Carambole, 32 Dang Tran Con. Un ristorante francese vietnamita in una villa dal fascino coloniale nei vicoli del quartiere della Cittadella. Splendide foto in bianco e nero, grandi ventilatori e arredi da vecchia Indocina. Si può scegliere à la carte o tra alcuni menu suggeriti. Provati e promossi i menu Badiane e Citadelle.

 

 

Sciacca. Casa dell’Aromatario

Un antico stabile un tempo stretto tra due chiese. La dimora di uno speziale del 700, Franciscus Carusello Sconduto, che oggi continua a profumare di basilico, menta, citronella. E’ il b&b Casa dell’Aromatario, un indirizzo prezioso da tenere a mente se desiderate dormire nel cuore di Sciacca, nell’antico quartiere della Cadda.
Toni dell’azzurro cipria e del celeste per l’intero edificio, interamente ristrutturato e trasformato in una struttura raffinata ed accogliente, aromi della tradizione siciliana per i nomi delle cinque stanze, due terrazze sui tetti e il mare di Sciacca, da cui ci si affaccia sulla chiesa di San Francesco di Paola, l’unica rimasta. L’altra, la chiesa di Santa Lucia, è andata distrutta.

 

Basterebbe già questo a rendere speciale Casa dell’Aromatario. Ciò che lo trasforma in viaggio nel viaggio è la ricerca dietro la sua realizzazione e nel racconto che ne è stato fatto attraverso lo studio della sua storia.
A partire dal simbolo scelto per rappresentarlo, il giglio fiorentino, il cui rizoma, la radice dalle indiscusse proprietà officinali, non poteva mancare nel laboratorio di un bravo speziale dell’epoca. E poi ancora con i frammenti di antiche ceramiche siciliane recuperate e trasformate in panchine.

 

Il viaggio prosegue nella sala dove viene servita la colazione. “Qui c’era solo materiale di risulta”, mi racconta Silvio, il proprietario. Che lui e il fratello hanno pazientemente eliminato strato dopo strato riportando alla luce quello che sembra a tutti gli effetti essere un antico granaio, con pozzi e canali per il deposito ed il trasferimento del grano. Vuoi mettere un soggiorno in un posto così?

Cambio vita, si può fare. Col cuore in Africa e una reflex al collo

Larsbreen Glacier. Norvegia Svalbard Island - Longyearbyen
Larsbreen Glacier. Norvegia Svalbard Island – Longyearbyen
La Rupe dei Re.Tanzania, Serengeti National Park
La Rupe dei Re.Tanzania, Serengeti National Park

Quante volte ci siamo detti “mollo tutto”? Quante volte abbiamo pensato “cambio vita, vado a vivere all’altro lato del mondo”?

Questa è la storia di Francesca Bullet, una che non è andata a vivere all’altro capo del mondo, piuttosto una tipa ben radicata nella sua città, Velletri, e ai suoi amori, le due figlie e un compagno.

Donna, artista, giramondo. Ci siamo conosciute per caso, sui social, forse percependo l’una dell’altra affinità e una grande passione in comune: il desiderio di andare, scoprire, sentire.

Francesca viaggia da una vita –  l’elenco dei luoghi visitati è imbarazzante – e lo fa coltivando l’amore per la fotografia. Quello che inizialmente è un hobby si trasforma in arte. Francesca continua a specializzarsi e a studiare, raggiungendo professionalità e preparazione. Lo fa vivendo una vita normale, un lavoro in banca, più di trent’anni spesi nel settore della formazione del personale e del marketing. E lo fa alternando lunghe ore alla scrivania e viaggi indimenticabili accanto alle persone che ama e con una reflex al collo.

Francesca quando hai capito che era arrivato il momento di dare una direzione diversa alla tua vita? In che modo hai maturato la scelta di lasciare il tuo lavoro e dedicarti alla tua passione?

Forse l’ho sempre sentito dentro di me, ma poi i fatti della vita, quelli che ti cambiano le priorità, hanno accelerato questa decisione. Ho viaggiato tanto per migliorare me stessa, cercando di crescere confrontandomi con tutto ciò che era diverso da me, assetata di conoscenza e malata di fotografia; quando la situazione lavorativa in banca era diventata una prigione, ho deciso di riprendere in mano il mio futuro e quello che avevo nel mio zaino personale, è diventato quello su cui investire.  Sto mettendo a frutto tutte le cose buone che ho accumulato in 32 anni di lavoro nel marketing, nella formazione, l’esperienza nel settore commerciale e ovviamente tutto ciò che riguarda la fotografica e ho cominciato un nuovo percorso di vita, tutto qui.

African sky. Namibia, Naukluft National Park
African sky. Namibia, Naukluft National Park

Oggi Francesca accompagna viaggi che sono anche corsi di fotografia sul campo. Chi partecipa ai suoi tour, sa di poter contare su un’organizzazione con tre specialisti: un tour operator locale per tutto ciò che riguarda la logistica e i trasferimenti, su una guida professionale, in grado di far conoscere ed amare il Paese e su una fotografa professionista che aiuta il viaggiatore a trasformare emozioni in splendide immagini. Inoltre, i suoi scatti diventano mostre, le immagini da lei firmate vengono selezionate e premiate.

E’ trascorso un anno da quando ti sei lanciata e mi chiedo: non hai avuto paura? Paura di fare una stupidaggine, di non poter tornare indietro? Quanto conta il parere degli altri?

Certo che ho avuto paura e ne ho ancora. Passare da un lavoro che ogni mese ti garantisce una bella scrivania e uno stipendio sicuro ad uno che non ti garantisce nulla, con due figlie a casa… tanti dubbi, tante incertezze. Poi ho guardato dentro di me, ho pensato che tornare a casa la sera, amareggiata e delusa della giornata non mi avrebbe certamente fatto essere un esempio per le mie ragazze. Oggi ti confesso ho solo un rimpianto, non averlo fatto prima. Ho 51 anni ma l’energia e la voglia di fare sono quelle di una ventenne. Il parere degli altri mi chiedi? Conta anche quello, quando è costruttivo e intelligente, quando arricchisce la mente e porta al ragionamento.

 

Francesca è una che non dice tanto di sé. Sui social della sua vita privata c’è poco ed è una cosa che apprezzo molto. Lei racconta “con la luce”: le sue foto parlano di lei, di cosa cerca, cosa vuole. Un’attenzione evidente per chi le sta di fronte di cui riesce a catturare animo e umore, il bisogno di abbracciare spazi sconfinati, la natura selvaggia del Grande Nord, deserti e parchi africani. Ho quindi quasi paura a chiederle dei suoi affetti più intimi…

Mi hai parlato di due figlie che adori…come hanno reagito alla tua scelta?

Le figlie hanno condiviso con me le scelte fatte, sono grandi, hanno 16 e 18 anni e sono più viaggiatrici di me. Alice è una linguista e ha già passato un anno all’estero per imparare l’inglese e Chiara è un’artista, frequenta il terzo anno del liceo artistico con ottimo profitto. Il mio compagno di vita poi è stato il mio primo fan, è stato lui che mi ha aiutata a guardarmi dentro, ha liberato il mio spirito wild e questo ci ha uniti ancora di più.

E visto che ci siamo, hai voglia di dirci cosa significa rinunciare ad un’entrata fissa per una che non lo è?

Significa imparare a non dare nulla per scontato, con la consapevolezza che le delusioni fanno parte del gioco. Significa dover dimostrare tutti i giorni della tua vita cosa sai fare. Significa non fermarsi mai. Significa anche rinunciare a quello che è frivolo, che un tempo ti concedevi e che ora è superfluo. Significa voler fare questo lavoro con tutta la tua volontà ed il tuo impegno, nutrendo la passione per la fotografia e i viaggi ogni giorno e ad ogni incontro con persone nuove. E’ una bella sfida, ma le sfide mi piacciono così come la vita che ho scelto.  

Trapper's Station. Norvegia Svalbard Island - Longyearbyen
Trapper’s Station. Norvegia Svalbard Island – Longyearbyen

Tra gli scatti che trovo più emozionanti ci sono quelli alle donne Himba. Narrazione dei costumi, dettagli puntuali di storia e tradizione ma soprattutto il ritratto di donne come me e te. Quanto e in cosa è diverso se a voler fare questo tipo di lavoro e questo tipo di vita è una donna?

Secondo me è un vantaggio sai… l’Africa è un Paese dove la sensibilità femminile si esalta. Mi parlavi delle donne Himba ad esempio, nei villaggi, quando si entra nel recinto (così si chiama la zona in cui sono costruite le loro dimore) si incontrano soprattutto donne e bambini, perché gli uomini durante il giorno sono al pascolo con le greggi. Generalmente si crea un immediato sodalizio tra noi, anche perché devi sapere che gli Himba hanno una gerarchia matriarcale e le donne hanno in mano le principali decisioni sulla vita del villaggio. Sono sempre accolta con delicatezza e spesso mi ritrovo in un abbraccio collettivo, che rigenera l’anima e con i vestiti che intrisi di grasso e ocra sono praticamente da buttare.

Himba - Namibia - Kaokaland
Himba – Namibia – Kaokaland

Mi hai parlato dei tuoi viaggi in Sud Africa, Kenya, Botswana, Zambia, Madagascar, Tanzania, Namibia. Ci regali un momento della tua Africa? Stavolta a parole!

I momenti speciali sono difficili da raccontare, anche perché toccano la sensibilità individuale ma ci proverò. Ti voglio parlare di cosa provo ogni volta che cammino sulle creste del Namib Desert. Devi sapere che il Namib è il deserto più antico del mondo, arrugginito come lo definisco io, che sa cantare. Hai capito bene, il Namib Desert è un deserto che canta. Ogni volta che il piede affonda nella sabbia rossa, i piccoli sassolini che la compongono stridono tra loro e producono un suono che ricorda quello di un oboe…hai presente lo strumento musicale? Ecco, per me camminare sulla cresta delle dune, guardando l’immensità di questo paesaggio surreale e ascoltare il canto del deserto è un’emozione indescrivibile.

Big Dady. Namibia - Namib Desert
Big Dady. Namibia – Namib Desert

Dai deserti infuocati ai ghiacci perenni. Islanda, Norvegia, le Svalbard e le Lofoten. Come si affronta un viaggio in luoghi così estremi?

Non è poi così difficile, basta un minimo di preparazione nell’abbigliamento che certamente dovrà essere adeguato alle temperature e un minimo di studio sulle cose fondamentali da visitare e sui comportamenti da tenere, prima di partire. Quest’ultimo consiglio vale per tutti i posti del mondo e aiuta i viaggiatori a non trovarsi impreparati sia nei comportamenti sia nella scelta dei luoghi da prediligere nelle visite.

Altro discorso dobbiamo affrontarlo per quanto riguarda la preparazione fotografica. Quale attrezzatura portare e quali obiettivi mettere in valigia, condizioneranno molto i nostri reportage fotografici, che rappresenteranno un indelebile ricordo dei nostri momenti più belli di viaggio. Proprio con questa consapevolezza, tutta l’assistenza ai miei viaggiatori, comincia molto prima di partire, attraverso piccoli consigli pratici su cosa mettere in valigia e su come preparare lo zaino fotografico; dall’abbigliamento all’attrezzatura da portare, da qualche piccolo cenno sui luoghi che visiteranno agli usi e costumi dei popoli che incontreranno.

Solo piccoli gruppi e i migliori tour operator locali. Ci dici come avere più dettagli  sui tuoi tour? Quali sono i prossimi appuntamenti in calendario?

Viaggiare in pochi aiuta a godersi il viaggio, è una filosofia fondamentale per me. Le persone spendono i loro risparmi ed è giusto che abbiano un viaggio straordinario, che porteranno nei loro cuori per sempre. I Tour Operator con cui collaboro sono tutti locali e sono ritenuti degli specialisti del Paese visitato. Ho scelto di collaborare con loro (e per mia fortuna mi hanno dato fiducia) avendoli prima sperimentati come turista, quindi so come lavorano e quanto siano bravi nel loro mestiere. I miei tour sono disponibili sul mio sito www.viaggiareconlafotografia.com, sul mio profilo Facebook o sull’accout Twitter “PhotoViaggi con Francesca Bullet”. In calendario ci sono dei viaggi fotografici bellissimi:  dal 21 al 28 giugno andremo in Tanzania per vedere la grande migrazione degli gnu e delle zebre nel Serengeti. A seguire tanta Namibia per due tour, dal 21 luglio all’1 agosto  e dal 3 al 14 agosto. A settembre due tour, il primo toccherà 3 stati Zimbabwe, Botswana e Namibia e si svolgerà tutto sui grandi fiumi, dallo Zambesi con le Cascate Vittoria, al Chobe, al delta dell’Okavango. A seguire nella seconda parte di settembre Namibia del Sud e Sudafrica per vedere la grande fioritura del deserto, che solo in questo periodo regala scenari tanto unici quanto fugaci. Ad ottobre stiamo organizzando per andare a fotografare l’aurora in Lapponia. Vedremo cos’altro mettere in agenda, le idee sono tante, bisogna riuscire a rendere reali i sogni.

 

 Francesca, in questi giorni si parla tanto di ambiente. Greta, una giovane donna di appena 16 anni è riuscita con i suoi Fridays for future a accendere i riflettori su come stiamo distruggendo il pianeta e su quanto sia importante fare qualcosa. Le tue foto sono un inno alla natura, ancora incontaminata e autentica. Cosa ne pensi ?

La coscienza ambientale è sempre più al centro dei dibattiti e nella sensibilità, dei giovani soprattutto per fortuna, i quali stanno iniziando un percorso di avvicinamento alla natura, stanno cominciando a capire che molti comportamenti vanno corretti. Bisognerebbe che ognuno facesse qualche immediato passo verso l’ambiente nel quotidiano. Non è più tollerabile produrre smisurate quantità di plastica, così come non è più tollerabile consentire il commercio dell’avorio e delle pellicce. I social aiutano in questo, tutti possiamo vedere quanti danni vengono prodotti dall’uomo sulla natura. Così come dice Greta, i “grandi uomini” della terra debbono tutelare gli interessi del pianeta, questa deve essere una delle loro principali missioni. Io mi impegno a raccontare quanto meravigliosa e fragile sia la natura, sperando di suscitare un sentimento positivo, che tocchi la sensibilità delle persone, che faccia venir voglia di vedere, con i propri occhi, quanto meraviglioso sia questo nostro Pianeta.   

Ad un anno dal tuo “cambio vita”, riflessioni maturate? Cosa consiglieresti a chi come te desidera realizzare un progetto simile?

Ad un anno dal cambiamento ho rafforzato delle convinzioni Benedetta, sono sempre più convinta che bisogna essere sempre se stessi e che bisogna studiare tanto per migliorarsi.

Alla base di tutto ci devono essere competenze e capacità relazionali. Il mio bagaglio di esperienze passate è stato un trampolino necessario per avviare questa attività, che per quanto appaia “raggiungibile” richiede grandissimo impegno e dedizione, nonché tanta passione e pazienza.

Direi a chi volesse iniziare un progetto simile di avere coraggio, di metterci la faccia e di divertirsi perché quello che trasmetterete agli altri è quello che provate dentro di voi.

Buona luce a tutti!

 

—Tutte le foto sono state gentilmente concesse da Francesca Bullet e sono soggette a copyright.

In love with street art. Valencia

Cercavo una casina. La cercavo coi toni del giallo e dell’ocra, con alle spalle un cielo blu. Cercavo la Casa de los Gatos, un esempio di street art nel cuore del Barrio del Carmen di Valencia accanto l’ex Accademia delle Belle Arti, così ben fatta da servire da riparo ai mici della zona.

Col muso per aria e gli occhi da bimba ho gironzolato per i vicoli del centro storico della città cercando quante più immagini che da anni rendono più bella Valencia, riscoprendo lo stupore che solo arte e bellezza sanno dare.

Di percorsi per ammirare le opere di street art più celebri ne ho trovati tanti. Mi dicevano tutti di non perdere Plaza Lope de Vega per ammirare il progetto di ArquiCostura e le sue facciate che sembrano ricamate a punto croce.

O Plaza del Tossal, punto di incontro della movida valenciana dove El Coche di Escif, il Banksy spagnolo, guarda Moisés, il Mosè di Blu, riconosciuto nel 2011 dall’Observer tra i primi artisti urbani nel mondo. Il profeta, con la sua lunga barba gialla e le tavole dei Dieci Comandamenti su cui è disegnato il simbolo del denaro, osserva l’auto di Escif che sfreccia dal tetto del palazzo e precipita giù nel vuoto.

E di non lasciare Plaza del Tossal senza aver scovato Stop War Victim’s Wall di Fasim che da solo riempie un intero muro perimetrale. Ho letto di seguire Calle de los Cabarellos. E poi di fare su e giù lungo Calle Alta e Calle Baja. E di non fermarmi e spingermi fin su, in Plaza del Carmen, dove il Barrio del Carmen termina.

 

 

Già a metà del percorso avevo messo da parte appunti e cartina per godermi le bamboline colorate e malinconiche di Julieta, le creature di Deih che sembrano arrivare dal cyber spazio e gli inconfondibili omini di David De Limon.

Saracinesche, edifici un tempo grigi e decadenti, oggi appaiono colorati e divertenti. La street art parla attraverso murales e stencil di artisti più o meno noti che giocano a nascondersi, a scomparire e riapparire lasciando ogni volta un nuovo messaggio.

Mettete da parte anche questa di guida e godetevi il viaggio nella Street art perché per sua natura effimera e soggetta al cambiamento. Ad ogni nuovo cambio di pelle tanto da raccontare…

 

 

Umano e dissennato. Il Rione Sanità di Giusi Arimatea

Con lei eravamo già stati a Monaco. L’amica e scrittrice Giusi Arimatea stavolta resta in Italia e ci porta a Napoli, quella dissennata e “per questa ragione, più di ogni altra umana” del Rione Sanità. Una Napoli coi panni stesi che portano le voci dei ragazzini e il ciarlare delle donne partenopee ai balconi, una Napoli che profuma di buon cibo e d’arte con un teatro ricco di un’umanità che “livella” e rende tutti un po’ più simili.

La Napoli di Giusi.

Di Napoli se ne può scrivere all’infinito. È una città talmente policroma da poterne tutte le volte cogliere non solo un colore, ma finanche un’impercettibile sfumatura diversa. 

A Napoli puoi trovare una porzione di mondo tutto tuo. Ché sono tante città in una soltanto e tu puoi scegliere quella che ti si appiccica più delle altre addosso. 

L’ultima volta che ci ero stata l’avevo, come tante altre volte, ammirata, faticando tuttavia a percepirla come un prolungamento di me.

Poi, di recente, ho scoperto il Rione Sanità. Quello di Totò, de “L’oro di Napoli”, di “Ieri oggi, domani” e del teatro di Eduardo De Filippo. 

Da lì ammetto di aver fatto fatica a distogliere lo sguardo anche per poche ore, quelle stesse che mi sono servite per mescolarmi tra i passanti di via Toledo e guardare svogliatamente le vetrine dei negozi. Quelle dopo le quali sono tornata di corsa e ho preso l’ascensore che mi portava in uno dei rioni più dissennati del mondo e, per questa ragione, più di ogni altro umano. 

Siamo nel centro storico, circondati da tesori artistici di inestimabile valore e la bellezza senza grazia che solo l’impronta degli abitanti di Sanità può regalare. 

Panni stesi dappertutto, dolciumi e pizze fritte a ogni angolo della strada, giovani sugli scooter che magistralmente zigzagavano tra le macchine, percorrendo e ripercorrendo la strada principale. 

Mai un attimo di silenzio. E quando il vocio della gente si attenuava ecco percepire da lontano i tamburi di una processione che dopo poco ti sarebbe sfilata davanti. 

Affabilità dovunque.

Al rione Sanità non si lesinano i sorrisi, né le fragorose risate, né quelle conversazioni urlate da balcone a balcone grazie alle quali passavo mentalmente in rassegna molta della cinematografia italiana che si conosce a memoria. 

Bambini a giocare per le strade, senza l’occhio vigile dei genitori, gestendosi come piccoli uomini di sei, sette anni appena. Ragazze disinvolte che portavano impresso nei loro occhi tutta quanta l’emancipazione dell’universo femminile. 

Al rione Sanità c’è inoltre un teatro bellissimo che è una chiesa settecentesca e che è pure un miracolo. Sono giovani e professionisti del settore teatrale a gestire quello spazio che vanta un’ottantina di posti e una pregiata rassegna annuale. Il Nuovo Teatro Sanità è un’isola di creatività in mezzo al deserto e, come tale, offre varie attività formative gratuite, grazie alle quali prova a schiudere le porte di un mondo ancora tutto da esplorare. 

Anche lì ci si sente a casa. E anche lì si respira una meravigliosa aria di comunità che livella, che rende tutti un po’ più simili. 

Per le strade del rione Sanità, tra le cose reali che mi circondavano, io ho ritrovato una piccola parte di me, la più vera, che credevo fosse andata perduta. Ché quando la vita pulsa tu non puoi che pulsare insieme a lei.

Grazie Giusi Arimatea

Oggi si parte e sto male. Che si fa?

Vi è mai capitato di sentirvi male a poche ore dalla vostra vacanza? Stai male, e per quanto tu ci possa provare ripetendoti che passa, non ce la fai proprio, non passa e il viaggio va a farsi benedire. Pazienza, capita.

Ma come fare per piangere con un occhio e recuperare almeno quanto speso?

Facciamo un esempio tipo, il mio: weekend romantico a Lione per festeggiare il mio compleanno saltato, anzi rigorosamente rimandato, per un’intossicazione di mio marito di quelle da dimenticare.

Primo step è contattare la vostra compagnia di assicurazione. Ce l’avete una polizza, no?

Se la risposta è negativa, fatela. All’estero è sempre necessario avere una copertura e sono spesso i paesi che non ti aspetti a metterti in difficoltà in caso di bisogno. Un esempio? Negli Stati Uniti hai difficoltà a reperire autonomamente anche i cosiddetti farmaci da banco, occorre rivolgersi ad un medico e/o una struttura ospedaliera.

Se invece la risposta è positiva, appurate prima di tutto se prevede l’annullamento. Generalmente è un’opzione aggiuntiva. Nel mio caso si trattava di una polizza annuale e non prevedeva tale ipotesi. Aggiungo che anche nel caso in cui sia prevista il rimborso  scatta solo a determinate e “risicate” condizioni.

Ok, la polizza non paga…piano b. Partiamo dal volo. Il mio era un volo diretto Catania – Lione con la compagnia Transavia. Ho contattato timidamente il call center certa di perdermi tra canzoncine ed operatori distratti. Mi sbagliavo: Alessandro, il mio angelo, ha ascoltato pazientemente quanto accaduto e mi ha immediatamente fatto riavere le spese aeroportuali, almeno quelle. Per la restante parte, ho ricevuto nelle settimane successive un voucher da spendere per il prossimo volo con una durata di 12 mesi. Non male e ringrazio Transavia e la preparazione e cordialità di Carlo.

Sappiate comunque che è il Codice del Turismo a prevedere il rimborso se l’annullamento del volo è dovuto a motivi di salute o a fatti sopravvenuti che esulano dalla nostra volontà (D.Lgs. 23.5.2011 n.79, Codice del Turismo). Pare inoltre che dal 2013, a seguito di una sentenza del Tribunale di Torino, il rimborso scatti anche se l’imprevisto sopraggiunto riguardi un congiunto.

Secondo step: l’albergo. Da anni ormai cerco i miei alberghi su Booking.com e non ho mai avuto alcun tipo di problema. Se lo fate anche voi saprete senza dubbio che il prezzo di una camera può variare anche in base a clausole specifiche. Puoi ad esempio risparmiare qualora paghi subito ed accetti che il servizio non sia in alcun modo rimborsabile. Ed era proprio questo il caso: avevo già pagato il Mama Shelter di Lione, una catena francese a cui va il mio grazie. Non erano tenuti a restituire alcunché ma lo hanno fatto chiedendo un certificato medico che attestasse la malattia di mio marito. A contattare il Mama Lyon sono stati gli operatori di Booking.com a cui va il mio plauso per la gentilezza e l’attenzione per il cliente. Mi hanno spiegato quale fosse la posizione del Mama Lyon e come fare per ottenere il rimborso. Continuerò senz’altro a prenotare i miei alberghi su booking.com e sceglierò la catena Mama Shelter nelle città in cui è presente.

Oggi si parte e sto male. Che si fa?
Oggi si parte e sto male. Che si fa?

Anche nel caso del parcheggio auto, al momento del pagamento e prenotazione on line su Park Via ho accettato il fatto che non fosse previsto rimborso. Non c’è stato infatti…ma non può sempre andar bene, no?

Buon viaggio viaggiatori e ricordate: capita a tutti!