Sciacca. Il Giardino Incantato

Tremila teste in pietra arenaria riempiono lo spazio di un fondo agricolo ai piedi del monte Kronio, appena fuori Sciacca, nella parte occidentale della Sicilia.
Sono le teste di Filippo Bentivegna, un artista oggi considerato esponente acclamato dell’Outsider Art, o Art Brut, solo “Filippu di li testi”, quando, negli anni 20, dopo una breve parentesi negli Stati Uniti, tornò nel suo paese e si mise a scolpire teste.
Piccole, più grandi, minuscole, tra i muretti a secco e i percorsi alberati, nascoste tra carrubi, mandorli, fichi d’India e ulivi, le teste di Bentivegna –  ognuna speciale, ognuna diversa –  ti accolgono, ti confondono, sembrano guardarti e forse parlare.

Quando la materia prima a disposizione terminò, Filippo Bentivegna, signore del suo regno, “Sua Eccellenza” amava farsi chiamare, si mise a scavare antri e gallerie, ancora oggi visibili, per continuare a creare a modo suo, col suo vocabolario e le sue regole.
Nel piccolo fondo, oggi “Castello Incantato”, in gestione alla cooperativa Agorà, c’è ancora la casupola dove “il Signore delle Caverne” viveva. Sulle povere pareti la sua arte. Folle, estrema, quasi ossessiva: alti grattacieli che ricordano il suo soggiorno in America e un grosso pesce che ne contiene un altro nel ventre, forse lo stesso Filippo.

Il Castello Incantato
Il Castello Incantato

Non fu un bel viaggio quello negli States. Filippo non riuscì ad adattarsi e visse emarginazione e solitudine. Fu colpito al capo durante un litigio per questioni d’amore, pare, e da allora cambiò, o forse trovò se stesso, tra i suoi ulivi e i suoi carrubi.

Oggi il Castello Incantato è visitabile tutti i giorni grazie alla cooperativa Agorà, che ne ha fatto un luogo di incontro e di scoperta con un piccolo, ma ben allestito, museo all’ingresso e la creazione e coordinazione di eventi culturali. Tanti i progetti della cooperativa relativi alla valorizzazione di altri siti culturali di Sciacca, quali il museo Scaglione, il museo del Giocattolo e Castello Luna.
Perché si sa, bellezza genera bellezza, follia e genio viaggi insospettabili.

Guatemala/Belize con Nicoletta. Parte seconda

Vi è piaciuta la prima parte del racconto di Nicoletta Poggi in Guatemala? Allora date un’occhiata alla seconda parte di questo splendido viaggio. Scoprirete come mangiare marshmallow in cima ad un vulcano e prendere parte a una lezione di zumba con le donne del posto. E infine, una sorpresa a fine viaggio: la natura esplosiva e il mare incontaminato del Belize!

 

 

“Il quinto giorno in terra guatemalteca prevede la salita a piedi sul vulcano Pacaya, alto più di 2500 metri, uno dei tanti attivi, che però è possibile visitare. L’ascesa non è difficoltosa, la terra è scura, la vegetazione tropicale si dirada man mano che saliamo. Siamo accompagnati da una guida locale che, una volta avvicinata la cima, ci indica i luoghi più sicuri da dove poter ammirare la lava incandescente che fuoriesce dal vulcano…se ne può sentire persino il rumore! Che spettacolo incredibile! Camminare sulla lava è simile a calpestare montagne di biscotti croccanti! Ad un certo punto la guida estrae da un sacchetto dei marshmallow e ci invita a scottarli, utilizzando dei bastoncini, in una cavità scavata nella lava, dove il calore del vulcano li avrebbe fatti imbrunire in “30 secundos”! <Turistate> a parte, l’atmosfera silenziosa del vulcano mi fa nuovamente riflettere su quanta bellezza ed imponenza possieda la natura. Questo luogo è incredibile.

La sera raggiungiamo Coban, una cittadina immersa nella giungla, dopo un difficoltoso percorso in pullman per strade sterrate, circondate soltanto da vegetazione. Nel piccolo centro di Coban è allestito un luna park. Non siamo abbastanza coraggiosi da tentare la sorte sulla ruota panoramica, ma giocare a calcio balilla con i bambini locali si rivela un’esperienza divertentissima! Non parliamo bene lo spagnolo, ma non è difficile capirsi e le risate si sprecano.

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Guatemala/Belize con Nicoletta

 

Il mattino dopo ci caricano tutti in piedi sul retro di camionette fuoristrada (qui i trasporti funzionano così) e ci portano nel cuore della giungla, a Semuc Champey, lungo un impetuoso fiume. Deve esserci una qualche festività locale in corso a Copan, nella piccola piazza antistante la chiesa è pieno di gente che suona e balla, travestita in maniera bizzarra e colorata. Ci dicono che andranno avanti per tutto il giorno, si tratta di un altro rito Maya.

 

La nostra giornata a Semuc Champey prevede un programma adrenalinico: visita alle grotte naturali a lume di candela, tuffo nel fiume con le liane, bagno nelle rapide (con tanto di ragazzini che, appena ci vedono, si tuffano in acqua per venderci delle birre gelate), trekking nella giungla con vista dall’alto delle piscine naturali e bagno finale in queste ultime. Davvero un’esperienza indimenticabile.

Il nostro viaggio itinerante procede il giorno seguente, in pullman, lungo le serpeggianti strade guatemalteche, un susseguirsi di salite e discese, con gli autobus di linea che ci sfrecciano a fianco, lanciati a tutta velocità. Sono vecchi scuolabus americani che i guatemaltechi modificano, ridipingendoli di colori sgargianti e aggiungendo luci colorate; il motore, però, immagino non venga rimodernato, vista la scia di fumo nero che lasciano alle loro spalle…

Arriviamo fino in Honduras: dopo otto ore di viaggio e le formalità doganali (ho collezionato una serie di timbri sul passaporto durante questa vacanza!) raggiungiamo la splendida Copan Ruinas, fatta di vie acciottolate e con un piccolo centro storico, ricco di ristorantini e negozietti. Ci intrufoliamo persino in una lezione di zumba in corso, dimostrando la scarsa mobilità del nostro bacino, rispetto alle donne locali!

Il giorno successivo visitiamo Copan, il primo sito Maya della vacanza. Entusiasmante! Nel mezzo della giungla sorgono queste imponenti costruzioni in pietra, con altissime scalinate, dove si svolgeva la vita nel 700 dopo Cristo…non mi capacito di quanto tempo sia trascorso! Pappagalli variopinti, che siamo abituati a vedere soltanto negli zoo, vivono qui liberi e indisturbati. La guida ci racconta di strane usanze dei Maya, ritratti in numerose stele in pietra, molto decorate; innanzi tutto, erano bruttissimi, almeno per i nostri standard: alteravano la forma del loro cranio e si rendevano strabici apposta. Per loro era come per noi affidarsi alla chirurgia plastica per migliorare la forma del nostro naso se prominente! Inoltre, usavano giocare con la palla in questa sorta di arena fatta in pietra, dove dovevano farla rimbalzare, utilizzando il proprio corpo per colpirla. Il campione che vinceva la partita veniva poi sacrificato sulla pubblica piazza…mah! Meglio essere giocatori mediocri forse…

 

Dopo altipiani, laghi e vulcani, non poteva mancare una tappa sul fiume! Tornati in Guatemala, raggiungiamo il Rio Dulce, un lungo fiume che sfocia nel Mar dei Caraibi. Il nostro alloggio è su delle palafitte in mezzo alla giungla. Davvero un’esperienza unica, nonostante qualche blatta e l’acqua corrente non proprio profumata. La giornata successiva prevede un’escursione su piccole barche (lanchas) lungo il fiume, fino ad arrivare a Livingston. Una imponente giungla costeggia il nostro percorso, allietato dalla vista di innumerevoli specie di uccelli acquatici e distese di ninfee con fiori colorati. Dopo un tuffo nelle cascate, una partita di beach volley a Playa Blanca e aver pucciato il dito nelle calde acque naturali lungo il fiume (il colore non invitava ulteriori immersioni), la giornata volge al termine.

Ormai l’avventura guatemalteca sta per finire e lo fa in grande stile: ultima tappa Tikal: un enorme sito Maya immerso nella giungla più rigogliosa. Le costruzioni sono imponenti, incredibili; scalinate di legno permettono di raggiungerne la sommità (purtroppo i gradoni non sono praticabili), consentendo di godere dell’immensità della giungla circostante, da cui affiorano le costruzioni in pietra, un tempo parte della vita della popolazione locale. Il silenzio è totale, tanto che è possibile quasi distinguere il battito d’ali dei tucani e dei pappagallini verdi che volteggiano tra gli alberi. Colonie di scimmie popolano gli alberi più alti, su cui si arrampicano leggere e indisturbate. Alloggiamo in un lodge all’interno del sito, un luogo unico e davvero stupendo. Sembra il posto ideale per una luna di miele: bungalow tra aiuole di piante tropicali, piscina e ristorante con pavimento in legno, tende di lino che svolazzano pigramente sospinte dalle pale che muovono l’umida aria della giungla. I generatori vengono spenti alle dieci di sera, la torcia frontale è essenziale se si vuole continuare la partita di biliardo iniziata dopo cena! I suoni della giungla, tra i quali distinguo quello delle scimmie urlatrici, simile al latrare dei cani, rendono quasi difficile prendere sonno sotto la bianca zanzariera del mio letto. Le fatiche dei giorni precedenti hanno però la meglio e cado in un sonno profondo, pensando ancora al tramonto nella giungla, al volo dei tucani e alle ranocchie dorate che ho visto appiccicate sulla parete esterna del bungalow poco prima.

A malincuore lasciamo il Guatemala, ma il viaggio ancora non è finito: chiudiamo in bellezza con tre giorni in Belize! Paese completamente diverso, che inizialmente un po’ rimpiangiamo: ci mancano molto l’atteggiamento e l’ospitalità della popolazione; qui ci fanno sentire più turisti da spennare…

La località dove alloggiamo, Caye Caulker, è molto turistica: un susseguirsi di ristoranti, locali notturni e case vacanze, alternati da rivendite di alimentari e simili, queste ultime gestite da cinesi. Il motto locale è: “Go slow, but keep moving”. Le strade sono di sabbia, l’isola è poco estesa, si può girare in poco tempo, a piedi o a bordo di caddy, come quelli dei campi da golf.

Il nostro locale preferito diventa lo Split, bungalow di legno con lettini sul cemento che si affacciano sul mare caraibico. La musica è alta tutto il giorno, si può giocare a beach volley ed ammirare tramonti mozzafiato, sorseggiando rum punch. Un po’ un parco divertimenti.

Il mare non è granché a Caye Caulker, ma frequenti traghetti, gestiti da ragazzi di colore con fare da rapper americani, la collegano alle isole vicine, come l’isla bonita di Madonna (San Pedro), dove mare trasparente e caldo e sabbia bianca, oltre a baretti su palafitte sul mare e tavolini dentro l’acqua, sono un perfetto scenario da cartolina.

A mio avviso, però, il pezzo forte in Belize sono la barriera corallina e, soprattutto, il famigerato Blue Hole. Ho potuto vedere pesci colorati di ogni tipo, nuotare con le tartarughe, fare snorkelling tra coralli di colori impensati, vedere mante, razze, squali e persino un raro lamantino!

L’escursione in barca al Blue Hole vale davvero il viaggio. A chilometri di distanza dalla costa, che nemmeno si scorge in lontananza, un enorme cratere sommerso nasconde una miriade di pesci colorati, squali, coralli di ogni genere e colore. Meravigliosa anche Half Moon Caye, un lembo di sabbia in mezzo al mare caraibico, dove gli unici suoni che si possono udire sono il frusciare delle palme, le onde del mare e le noci di cocco che ogni tanto cadono al suolo. Sull’isola non c’è altro. L’acqua è talmente trasparente che da riva siamo riusciti a fotografare un barracuda che nuotava indisturbato!

 

Anche le giornate in Belize sono volate ed il viaggio si conclude, dopo un lungo rientro, via acqua, terra e aria.

È stata un’esperienza unica, completa, forte, stupefacente, vissuta al massimo, inaspettata, un continuo stupirsi e ed essere appagati dalle esperienze e dai luoghi visitati. Un viaggio che ricorderò sicuramente a lungo, con lo stesso entusiasmo con cui l’ho vissuto”.

Badia Sant’Agata. Affacciati su Catania

Vi capita mai di scoprire un luogo per caso? E di farlo lungo percorsi che avete battuto mille volte? I luoghi, così come le emozioni, ti fanno l’occhiolino ma tu non te ne accorgi, preso come sei da urgenze e stimoli diversi. Poi rallenti, ascolti il consiglio di un’amica cara che ti dice “Perché no? Prendiamoci un momento” e accade che scopri un gioiello di Catania, la Badia di Sant’Agata, un progetto dell’architetto Giovan Battista Vaccarini, realizzato tra il 1736 e il 1780, sulle macerie della precedente struttura distrutta dal terribile terremoto del 1693.

La Badia si mostra a poco a poco e per scoprirne tutta la bellezza occorre salire, scalino dopo scalino, e raggiungere la terrazza, splendida, con le sue gelosie, attraverso cui le monache di clausura seguivano, non viste, la vita della città e intonavano canti al passaggio della Santuzza, Sant’Agata, durante la processione di febbraio. Qui, tra le due grandi cupole, quella della Badia e quella della Cattedrale dirimpettaia, dal 2015, è possibile assistere a spettacoli e piccoli concerti sotto le stelle.

E se il cielo lo si vuol toccare, bisogna salire ancora più in alto, lungo il camminamento della cupola: lo stupore è grande perché Catania, da qui, ti si offre totalmente e puoi abbracciarla stretta: il mare col porto e le barche in transito da un lato, la grande montagna, l’Etna, dall’altro.

Tutto attorno, come affacciati ad un balcone, vedrete vicina, vicinissima la città: San Placido e Palazzo Biscari e poi il profilo del teatro Bellini e ancora via Etnea e le chiese di via Crociferi. Catania dell’800, Catania del 700, San Benedetto, San Francesco Borgia, San Giuliano, il Monastero dei Benedettini, Castello Ursino. Sfiorerete piazza Università, l’Elefantino, il liotru, fontana dell’Amenano da dove sembra di sentire il vociare della Pescheria.

Vi capita mai di scoprire un luogo per caso? Lasciate che accada. La bellezza è dietro l’angolo.

Peggy Guggenheim a Venezia. Un quadro al giorno a Dorsoduro

Come sarebbe vivere circondati dalla bellezza? Prendere un caffè in casa propria davanti un Picasso, andare a letto ammirando un Dalì. Me lo chiedo osservando le foto di Peggy Guggenheim, nella sua casa, oggi museo, a Venezia.

Arrivarci è già un viaggio e un’avventura: Palazzo Venier dei Leoni, oggi Collezione Peggy Guggenheim, è un elegante edificio che si affaccia sul Canal Grande con la sua facciata classica e i leoni in pietra d’Istria. Fa bella mostra nel solenne susseguirsi di palazzi dall’Accademia coi suoi Tiziano e Tintoretto, sino alla Basilica della Salute e Punta della Dogana. L’ingresso, molto più raccolto e intimo, è nella parte interna del sestiere, Dorsoduro, il mio preferito, coi suoi silenzi, le botteghe artigiane, calli e campielli segreti in cui amo perdermi e rallentare.

Diventa casa di Peggy Guggenheim  nel 1948 ed è qui che la ricca ereditiera americana trasferisce opere d’arte accumulate negli anni precedenti. “Un’opera al giorno”, il suo mantra, persino quando Hitler seminava il terrore in Europa e lei, ebrea, ritornò in America. Figlia di banchieri per madre e magnati dei metalli per padre (scomparso nel 1912 a bordo del Titanic), Peggy inizia a vent’anni a lavorare in una libreria di New York, la Sunwise Turn, conosce intellettuali e artisti, comincia a respirare le nuove avanguardie. Non si fermerà più: tra Parigi e Londra avvicinerà cubismo, surrealismo, espressionismo. Si circonda di personaggi come Samuel Beckett, Pollock, Braque, Max Ernst che diventa il suo secondo marito, espone alla Biennale di Venezia dopo la fine della guerra e finalmente si trasferisce qui, sul Canal Grande.

Continuo a guardare le foto di Peggy cercando di riconoscere le opere oggi disposte nel museo a cui negli anni si sono aggiunte quelle donate da Hannelore e Rudolph Schulhof, le sculture Nasher in giardin,  le altre che arrivano qui per mostre temporanee.

Ad ogni angolo una scoperta. Gli occhi si riempiono di capolavori: L’Angelo della Città di Marino Marini , L’Impero della Luce di Magritte, Sulla Spiaggia di Picasso, Piazza di Giacometti. E poi De Chirico, Pomodoro, Paladino e tantissimi altri di cui non ho mai sentito parlare. In una sola parola bellezza, bellezza a piene mani di cui oggi tutti possono godere grazie alla donazione di Peggy alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, il nonno, la cui prima creazione fu la famosa struttura a spirale di Frank Lloyd Wright sulla 5th, a New York.

Lei è ancora qui, a Venezia, sul Canal Grande. La presenza forte, possente. Bizzarra, folle, anticonvenzionale, volle essere sepolta in giardino, coi suoi cani. Affamata di vita, drogata d’arte, con un fiuto eccezionale per talento e innovazione, regina inimitabile dell’arte del XX secolo.

Guatemala/Belize con Nicoletta. Parte prima

 

Lei è Nicoletta Poggi, un’amica di “casa” viaggimperfetti.com. Con lei abbiamo scoperto il grande Nord e vissuto l’emozione di un’aurora boreale.

Stavolta Nicoletta ci porta in luoghi dai ritmi e dai colori assai diversi, Guatemala e Belize: Antigua e la sua “silenziosa e statica decadenza”, il mercato di Chichicastenango, il lago Atitlan…

Non vi aspettate un semplice itinerario di viaggio. I racconti di Nicoletta hanno emozione e profumo con tanti piccoli aneddoti a volte più emozionanti di una foto. Fanno così capolino, tra le righe, rovine coperte di vegetazione, antichi riti maya, una processione religiosa nel cuore della notte.

Di seguito la prima parte del viaggio di Nicoletta, da Guatemala City a Sololà. Pronti a partire?

“Un viaggio scelto last minute, un cambio di destinazione estemporaneo. Ero pronta a partire per l’Indonesia, un viaggio ormai pianificato da tempo, tutto era organizzato. E tutto è stato sconvolto, pochi giorni prima della partenza. Le calamità naturali, che hanno interessato le isole indonesiane, mi hanno spinto a ragionare su un cambio di rotta…che appena tre giorni prima della nuova partenza è stato confermato: Guatemala e Belize is the new way! Tutto organizzato all’ultimo, inserita in un gruppo di viaggiatori già formato, la diciassettesima componente. Le premesse potevano sembrare non delle migliori, ma spesso è meglio pensare positivo, e questa volta ha pagato!

Incontro la prima parte del gruppo in aeroporto a Malpensa, ancora tutti assonnati dall’alzataccia (ma da quando bisogna presentarsi in aeroporto tre ore prima della partenza?? Sono rimasta indietro!!).

Il viaggio di andata è tranquillo, dopo otto ore di volo, stemperate con un po’ di film, arriviamo all’aeroporto di Newark, dove facciamo scalo e incontriamo un’altra parte del gruppo, ma ancora non ci siamo tutti.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Il secondo volo verso Guatemala City è già un’anticipazione della realtà che ci aspetta più a sud: l’aeromobile è più piccolo e sembra anche abbia qualche anno in più del precedente; ci sono diversi guatemaltechi che, per tutto il viaggio, chiacchierano tra di loro, sembra quasi di stare in una piazza dove il sabato mattina è allestito il mercato! Ma perché hanno tutte queste cose da raccontarsi?! Io avrei voluto solo dormire…! Tale è la stanchezza che riesco comunque a schiacciare un pisolino. Il mio vicino di posto, che fatica a stare nel seggiolino formato volo low cost, mi chiede incuriosito da dove io venga e se io stia viaggiando per conto mio. Nonostante la caciara, mi sembrano tutte persone educate. E direi che la prima impressione è stata confermata nel prosieguo del viaggio: ho trovato i guatemaltechi persone ospitali, oneste e non invadenti, benché fondamentalmente povere. La moneta locale è un settimo di dollaro americano: la vita, per noi, non è costata nulla.

La prima tappa del nostro itinerario è Antigua, una città meravigliosa nella sua silenziosa e statica decadenza: molti edifici storici, come la Catedral de Santiago, portano ancora i segni evidenti del terremoto che nella seconda metà del 1700 devastò l’allora capitale del Guatemala. Ci affidiamo alla nostra Lonely Planet per un piacevole itinerario a piedi fra le strade acciottolate di Antigua, che ci permette di visitare tutte le principali attrazioni della città. Lo percorriamo a ritroso, partendo da un’ottima colazione al Cafè Condesa a base di pancake, che poi scoprirò piatto forte delle colazioni centramericane nei giorni seguenti. Quanto è piacevole questo chiostro, con le sue piante tropicali e le sue piccole fontane. Ma la curiosità di scoprire questo nuovo Paese vince sulla pigrizia del secondo giorno di vacanza!

La prima tappa è la cattedrale, con la sua parte antica non restaurata, le sue rovine coperte di vegetazione danno un senso di strana tranquillità. Nella piazza principale si sta anche tenendo una manifestazione religiosa, con tanto di banda itinerante e ragazzine agghindate a festa, oltre a botti stile capodanno che sembrano cannonate. Chissà cosa stanno festeggiando. In Guatemala la religione è cattolica, con influenze di antichi riti Maya.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Proseguendo nel nostro itinerario, passiamo sotto il famoso arco di Santa Catalina, spesso ritratto nelle immagini della città con un Ape Cross che sfreccia di fianco, per poi buttare l’occhio nel Nim Po’t, un mercato di souvenir e vestiti tipici locali. Che buffi gli abiti tradizionali guatemaltechi, ma per gli acquisti ci aspetta domani il mitico mercato di Chichicastenango, vietato distrarsi!

Senza sapere bene cosa ci stesse aspettando, giriamo l’angolo in una piccola piazzetta con giardinetti, dove le immancabili bancarelle di cibo cucinato sul momento diffondono il loro odore, e ci troviamo davanti la splendida facciata della Iglesia de Nuestra Senora de la Merced. Un trionfo di stucchi su fondo giallo, quasi dei pizzi a decorare colonne, arcate e capitelli. Stupenda anche la geometrica fontana all’interno del chiostro, che pare essere la più grande dell’America Latina.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Prima di arrivare alla tappa finale della nostra passeggiata, ovvero lo spettacolare “mirador” sul Cerro de La Cruz, con vista sulla città e sui vulcani che la circondano, incontriamo ancora imponenti facciate di chiese, pesantemente danneggiate dal terremoto e bloccate nel loro stato pericolante, così affascinante e allo steso tempo malinconico, immemore del loro precedente splendore.

Chichicastenango è la tappa successiva del nostro viaggio e la raggiungiamo la sera del secondo giorno. La prima impressione è che le strade ordinate e tranquille di Antigua siano state sostituite da vicoli bui, animati soltanto da cani randagi e da persone dall’aspetto poco raccomandabile. Sarà anche che la stagione invernale ci sta regalando un pesante scroscio di pioggia e alle 6 del pomeriggio già tramonta il sole.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Alle 4 del mattino il suono fastidioso di un improbabile piffero guatemalteco e ancora botti stile capodanno ci fanno sobbalzare nel letto, dove stavamo cercando di smaltire la stanchezza dei primi giorni di viaggio. Sembra quasi che qualcuno stia cercando di abbattere il portone del nostro albergo! Sprofondo la testa nel cuscino, sperando che tutto questo baccano abbia presto fine. Il mattino dopo vengo a sapere da alcuni del gruppo, che sono stati incuriositi dal rumore e sono scesi in strada a vedere cosa stesse accadendo, che quel baccano che ci aveva svegliato di soprassalto era una sorta di processione religiosa (decisamente festaiola…!). Strane usanze!!

 

Il mercato di “Chichi” è davvero entusiasmante: passaggi stretti fra bancarelle che si susseguono una dopo l’altra, dove è possibile acquistare tessuti meravigliosamente colorati, borse, vestiti ed ogni sorta di cimeli locali, oltre a frutta, verdura, pollo (ovviamente conservato a temperatura ambiente!), pesciolini di lago che sembrano quasi finti. Bisogna stare attenti a non finire dentro un cumulo di liches appena raccolti, o travolti da agili donne locali che trasportano enormi casse di non si sa bene cosa sulle proprie spalle o in testa, muovendosi veloci in mezzo agli avventori del mercato. Ci sono signore che vogliono venderti le proprie sciarpe e oggettini, ma non sono insistenti se dici loro che non sei interessato. La contrattazione, in sede di acquisto, è, però, d’obbligo.  Altre donne preparano le tortillas, cotte su delle braci improvvisate su grossi bidoni metallici, dopo essere state appiattite tra le mani delle cuoche, con un gesto che somiglia molto ad un applauso.

Il mercato si sviluppa attorno alla Iglesia de Santo Tomàs, sulla cui scalinata vengono venduti fiori freschi, per lo più crisantemi, e si brucia incenso. L’interno della chiesa è molto buio e, al centro del corridoio di passaggio, piccoli altarini votivi sono coperti di offerte, come petali di rosa e altri fiori freschi.

Guatemala Belize con Nicoletta

Gironzolando per le vie del mercato, un vero labirinto che rende la vita ancora più difficile a chi come me non ha senso dell’orientamento, riusciamo a scovare persino un mercato di frutta e verdura allestito all’interno di una vecchia palestra, con tanto di canestri ancora montati. Il brulicare di tutte queste persone trasmette davvero una energia incredibile!

Molti bambini girano per il mercato soli, senza adulti che li accompagnino. E molti cercano di vendere le proprie mercanzie. In Italia questo sarebbe impensabile…

Dopo il mercato, il nostro itinerario prosegue al cimitero, luogo insolito per una visita turistica, ma che vale la possibilità di vedere tombe coloratissime, molte di piccole dimensioni purtroppo, e di assistere ad un rito funebre Maya. Purtroppo non è sempre semplice comprendere appieno rituali a cui non siamo abituati e il fatto che uno dei componenti il gruppo, che stava svolgendo il rito, si sia messo a sputare un liquido sulle teste dei partecipanti ha inevitabilmente scatenato una certa ilarità fra noi spettatori forestieri.

È tempo di partire e raggiungere il tranquillo lago di Atitlàn, incorniciato da imponenti vulcani, dopo un breve tratto in barca da Panajachel alla località dove dormiremo, San Pedro Laguna; quest’ultima è una piccola cittadina dove non faremo altro che ristorarci dopo le ore di pullman e barca, con una birra in una mano e l’ombrello nell’altra. L’acquazzone delle 6 di sera non ce lo toglie nessuno! L’atmosfera sul lago è simile a quella di una località di mare: lenta, rilassante, silenziosa. Vistosi cavi che si aggrovigliano sui pali della luce per strada ci fanno sorgere il dubbio che tutta questa pioggia possa non giovare alla rete elettrica locale…

Il giorno dopo siamo pronti ad esplorare le rive del lago Atitlan, a bordo del nostro barchino, correndo leggeri sulle sue acque azzurre, come il cielo: oggi splende il sole e la brezza di navigazione è molto gradevole. Visitiamo Santiago Atitlan, piccola cittadina con strade acciottolate, dove un ragazzetto si offre di guidarci per i sui vicoli, proponendo anche la visita ad un simulacro di un dio Maya locale, che pare avere poteri miracolosi, oltre a una sigaretta sempre accesa tra le labbra, prontamente sostituita non appena si consuma.

La tappa successiva è San Marcos La Lauguna, con la sua atmosfera tranquilla, i suoi piccoli approdi di legno per barche, dove godersi la vista degli imponenti vulcani affacciati sul lago, con la cima spesso coperta da  nuvolette dispettose. Abbondano i centri massaggi olistici tra le strette viuzze di San Marcos, dove piante rampicanti fiorite, sparse lungo gli alti muri che le costeggiano, rendono ancora più tropicale l’atmosfera.

Da ultimo, approdiamo a Jabalito, raggiungibile solo in barca; ragazzini con costumi da bagno improvvisati fanno il bagno nelle acque poco trasparenti del lago…sembrano divertirsi molto! Un facile trekking ci permette di raggiungere Santa Cruz La Laguna, con il suo centro arroccato su un monte. Anche qui molti ragazzini si divertono, rincorrendo dei cerchi di metallo che fanno rotolare con una piccola asticciola. Mi tornano in mente le raccolte di fumetti Disney che leggevo quando ero bambina… non avevo mai visto fare dal vero quel gioco!

La giornata si conclude a Panajacel, vivace cittadina sulle rive del lago, con deliziosi mercatini, dove trovo dei bellissimi orecchini di perline a forma di fiore. Proprio il ricordo che cercavo! Ci ristoriamo in uno dei tanti baretti con terrazza sul lago, adorni di piante tropicali, dove riesco a scorgere anche un guizzante colibrì che si sazia fra le variopinte corolle.

Guatemala Belize con Nicoletta
Guatemala Belize con Nicoletta

Il giorno successivo ci attende un altro mercato, a Sololà; nulla a che vedere con quello di Chichi, quest’ultimo un po’ più per turisti, anche se molto frequentato anche da locali. A Sololà, per turisti, non c’è proprio nulla. Personalmente mi sento un po’ spaesata. Qui si vendono prevalentemente generi alimentari: frutta (banane, litches e ananas soprattutto), verdura (strani cavoli o broccoli), carne (ovviamente senza rispetto della catena del freddo), pane e dolci (purtroppo poco saporiti…sarò abituata a dosi più massicce di zucchero?).  Sul retro della parte coperta del mercato, c’è anche un simpatico personaggio dotato di microfono che vende vestiti (e simili) sulla sua bancarella, comunicando qualcosa in lingua guatemalteca agli avventori locali. Sembra che oggi sia giornata di sconti…!”.

Yoga a Bali. Imparate a sorridere

 

 

 

 

 

 

Putu Purnama, durante la sua lezione di Hatha Yoga ci invita a sorridere, a sorridere tanto, anche senza un motivo apparente. E a ridere a crepapelle, tutte le volte che si può. Mi piace la sua semplicità. Sembra un folletto vestito di bianco, agile e veloce ed è davvero difficile per me stargli dietro nelle asana che ci invita a fare.

Sono all’Intuitive Flow, uno dei centri yoga a Ubud. Ce ne sono parecchi in tutta l’isola. In tanti, ormai da anni, raggiungono Bali per praticare yoga. Scenari mozzafiato fanno da sfondo a centri con grandi sale affacciate nel verde della foresta e delle risaie. La spiritualità di templi e altri luoghi sacri sono un invito a rallentare e meditare.

Lo sono meno i banchi al mercato e le boutique in centro stracolmi di incensi, mala di perline di ogni sfumatura e bandierine colorate con su scritto peace & love. Eppure io trovo tutto delizioso e passo ore a comperare piccoli doni per me e le persone che amo.

Uno dei centri più conosciuti a Ubud è lo Yoga Barn. Lo trovate vicino la Monkey Forest, lontano però dalla strada principale con i suoi negozi e le auto in transito. Occorre seguire le indicazioni e percorrere una stradina stretta che termina proprio allo Yoga Barn. E’ un centro grande con un’area ayurvedica e ambienti diversi dove retreats e seminari si alternano a lezioni di yoga e pilates. Le classi iniziano al mattino presto e proseguono sino a sera. Se vi capita di passare da qui, fermatevi a bere un estratto di frutta fresca nella zona relax e godetevi il viavai continuo di persone da tutto il mondo e di tutte le età che affollano lo Yoga Barn.

Un altro centro è lo Yoga House che non ho avuto la fortuna di visitare ma che vale il viaggio anche solo per il percorso da fare per raggiungerlo: una splendida passeggiata, partendo dal centro di Ubud, tra campi di riso e guest house nascoste da alberi di papaya e banani.

L’Intuitive Flow l’ho scelto un po’ per caso, un po’ perché consigliato da una ragazza simpatica che lavora nel nostro albergo. L’ho scelto perché più raccolto e nelle mie corde e ci sono ritornata alla sera, dopo le mie gite ed escursioni. Sull’unico tavolino della grande sala interamente a vetri dove si pratica, c’è una statua del Buddha. Mi ricorda tanto quella che mi accoglie ogni volta a Mater Vitae, nella mia Sicilia, un luogo dell’anima tra mare e terra dove impari a conoscere e a conoscerti.

Per un attimo all’Intuitive Flow mi è sembrato di sentire la stessa energia, quella che hai dentro e che una natura autentica e prorompente ti aiuta a riconoscere. E con Putu ho sorriso e riso tanto. Sino al tramonto, sino al prossimo viaggio.

 

 

Venezia. Bacaro Risorto. Torno sempre qui

Appena una manciata di posti a sedere e un bancone dove scambiare due chiacchiere con l’oste e bere un’ombra gustando un paio di chicheti.

E’ il Bacaro Risorto, Castello 4700, Fondamenta Osmarin, una delle mie mete irrinunciabili a Venezia.

Il rito dell’aperitivo qui è come una corsia preferenziale per sentirsi “uno del posto”, girovagando di bacaro in bacaro, piccoli locali rustici e in stile veneziano dove fermarsi e rilassarsi. I cicheti sono stuzzichini della gastronomia veneta spesso presentati su crostoni e canapè: dal baccalà mantecato alla veneziana a quello alla vicentina, sarde in saor e moeche fritte, salumi e formaggi regionali, polenta, polpettine di carne e di pesce. I cicheti si accompagnano a un calice di vino, un’ombra: ventidue vini D.O.C. e sette D.O.C.G., Prosecco Conegliano Valdobiadene, Bardolino Superiore, Amaro Valpolicella…da perdere la testa.

Al Bacaro Risorto si rimane spesso in piedi e a volte anche fuori. Eppure io qui mi sento a mio agio e, ad ogni viaggio, scopro un formaggio di malga o magari la polenta servita in un modo diverso. Di sera la luce è arancio, quasi rossa, si confonde con lo spritz che qui è buono davvero.

Ogni tanto tradisco il Bacaro Risorto alla ricerca di posti nuovi e a Venezia ce ne sono davvero tanti (ve ne ho indicati diversi in altri post). Alla fine, però, sempre qui, al Bacaro Risorto, torno.

#momentispeciali #postiunici

 

Mandrarossa. Di vino, parole e persone

Prima che dei loro sapore e profumo, mi sono innamorata dei loro nomi.

Urra di Mare, Cava di Serpe, Timpe Rosse. Evocativi, carattere asciutto ma elegante, su etichetta essenziale e bottiglia panciuta, i vini Mandrarossa mi hanno conquistata così: portandomi, a suon di lettere, in una Sicilia fatta di sole, di mare, di vento.

Siamo nelle terre sicane, sud-ovest della Sicilia, lì dove il mare di Sicilia sale dall’Africa e col suo profumo risale sino all’Alto Belice. Marinella di Selinunte, Menfi, Montevago, Sciacca, Sambuca di Sicilia, Contessa Entellina.

E’ a San Calogero, Monte Kronos, in terra agrigentina, che nel 2017 è stata trovata traccia del primo vino italiano che certificherebbe la presenza del nettare in Sicilia già 6000 anni fa.

Di vino, insomma, pare che da queste parti se ne intendano e lo producano da sempre. 60 anni fa lo si faceva per esportare uva e mosto, nel tempo il vino siciliano è diventato ricerca, innovazione, eccellenza. Lo testimonia la storia della cantina Settesoli, da cui nasce Mandrarossa e il cui nome è legato al Gattopardo, il celebre romanzo di Tomasi Di Lampedusa e al feudo, Settesoli, che Don Calogero Sedara diede in dote ad Angelica per il suo matrimonio con Tancredi, nipote del Principe di Salina.

Una realtà vinicola, nata nel 1958, da 25 milioni di bottiglie all’anno vendute in Italia e nel mondo, una cooperativa di viticoltori locali, oggi 2000 soci, che si occupano di una superficie vitata di 6.000 ettari. Tre gli stabilimenti dove le uve appena raccolte vengono conferite ed immediatamente lavorate da ogni socio, da ogni viticoltore, ciascuno col proprio pezzo di vigna, ciascuno con un prodotto diverso e strettamente legato al territorio.

Non c’è appezzamento uguale all’altro ed è da questa consapevolezza che nasce la linea Mandrarossa, con lo studio fatto su singole porzioni di terreno. Non solo vini autoctoni come Nero d’Avola, Inzolia, Cataratto: alchimie perfette sono nate in casa Mandrarossa grazie al connubio con viti nazionali, come il Fiano, internazionali come il Syrah, il Merlot, il Cabernet Sauvignon e con viti meno conosciute come il Petit Verdot, lo Chenin Blanc, l’Alicante Bouschet.

Uve a bacca bianca per il nuovo arrivato di casa Mandrarossa, il Calamossa, con su, nell’etichetta, longitudine e latitudine dell’insenatura tra vigne e mare dove le uve crescono, accarezzate da mare e vento; vitigni siciliani, Grecanico, Grillo, Zibibbo, Frappato e Perricone per i Costadune, la cui storia inizia lì dove gigli marini e piante cactacee nascono sulle dune di sabbia di Menfi, alla foce del Belice, lì dove nidificano aironi e fenicotteri, in un’area protetta di infinita bellezza. Bandiera Blu per le spiagge dorate di Portopalo e per quelle di “giache” bianche – ciottoli levigati – di Bertolino.

E ancora uve Chardonnay vendemmiate a mano a settembre, un mese dopo la tradizionale vendemmia. Lasciate a maturare sulla pianta, raccolte grappolo per grappolo danno vita al Cala dei Tufi, vendemmia tardiva.

Ricerca, tradizione, cooperazione. Tanti gli elementi che gravitano attorno al marchio Settesoli – Mandrarossa. Tanto territorio, raccontato al visitatore con eventi e visite guidate. L’appuntamento dell’anno più importante, il Mandrarossa Vineyard Tour, all’insegna dell’accoglienza e, come leitmotiv, bienvivre e rispetto dell’ambiente.

Infine le persone, chiave di volta dell’intero ingranaggio: dai viticoltori e soci, che ho visto personalmente raccogliere il proprio prodotto, percorrere le strade del “distretto del vino siciliano” e raggiungere lo stabilimento di Menfi; a chi mi ha accolto in fabbrica con un grazie speciale per Niccolò, fine ed esperto narratore; ed infine alla Brigata di Cucina, un team di sole donne, rigorosamente siciliane e con tanta esperienza alle spalle maturata a tu per tu coi prodotti che questo pezzo di Sicilia regala. Sono loro che propongono ed insegnano piatti della tradizione spesso dimenticati.

Un esempio? La Capolata, una pastina casereccia cotta nel brodo di pollo ruspante, la Rota di Menfi, il fiore di pasta fritto ricreato con uno stampo antico e farcito con la ricotta fresca, l’Ovu Incannulato, l’antenato del cannolo fatto di morbida omelette che profuma di limone e cannella.

Vini eccezionali, cibo autentico, persone vere, un territorio indimenticabile. Mandrarossa, what else?

Monastero di S.Placido Calonerò. Di Faro Doc e di fantasmi tra i banchi di scuola

Accanto ai due chiostri del Monastero di San Placido Calonerò ci sono aule e cattedre. Se ti guardi in giro noti il programma del campionato di calcetto e la campanella accanto l’orologio della scuola. La biblioteca a disposizione degli studenti era un tempo il refettorio dei monaci.

Siamo in Sicilia, provincia di Messina, nell’antica struttura del 500 un tempo castello, poi monastero benedettino con ospiti illustri come Carlo V, oggi bene culturale, istituto scolastico ed enoteca provinciale con la sua cantina di trasformazione negli antichi magazzini. Proprio così: i ragazzi dell’Istituto Agrario Cuppari imparano anche l’arte del vino e danno una mano nella produzione di uno dei Faro Doc migliori della provincia, il San Placido.

 

Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera, una minima percentuale di Nero d’Avola, Gaglioppo e Sangiovese, danno vita ad un vino color rubino tendente al mattone con l’invecchiamento, in bella vista all’interno dell’enoteca provinciale, insieme alle altre eccellenze vinicole dell’area,  Mamertino e Malvasia delle Lipari, e ai prodotti di altre aziende vinicole. C’è anche una piccola selezione di olio, prodotti gastronomici, marmellate e sottolio.

L’enoteca diventa location di eventi e tour organizzati nell’intero complesso affacciato sul mare di Sicilia, nell’esatto punto in cui lo Ionio entra nello Stretto di Messina, supera la Calabria e va ad abbracciare il Tirreno. I vigneti che danno vita al Faro Doc sono sulle colline circostanti e il paesaggio è emozionante con i filari sotto pini profumati. C’è anche ciò che resta del vecchio aerofano, la struttura utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per anticipare l’arrivo degli aerei nemici.

 

E nei giorni di pioggia, se siete fortunati, avrete il piacere di conoscere il fante personale di Carlo V, o meglio il suo fantasma, che ancora oggi si aggira nella cappella ai piedi della torre saracena  e nei pressi del prezioso tempietto a pianta ottagonale, all’interno del quale i monaci si calavano per scappare ai saraceni e raggiungere gallerie sotterranee segrete. Fatevelo presentare dai ragazzi dell’Istituto Agrario, eredi della Regia Scuola di Agricoltura nata qui nel 1900. E ditemi se non è una scuola speciale questa…

Friuli. Isola della Cona. Dove la terra incontra l’acqua

Terra d’acqua e di luce. Isole e canali, velme, mote e barene. Qui la natura è di casa e l’uomo solo un ospite. La chiamano la Camargue italiana:  aironi e silenzio, vecchi casoni dei pescatori  e trattorie antiche tra i canneti dove gustare ancora il Boreto a la Graisana, pesce locale preparato nel paveso, la casseruola di ferro con aglio, sale, pepe e aceto bianco. Siamo in laguna, la laguna di Grado e Marano, con l’isola di Martignano, la Ravaiarina, la riserva delle Foci dello Stella, la costa friulana che nella parte più ad est termina con la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo.

Ed è proprio lì, negli ultimi 15 chilometri dell’Isonzo, che andiamo. Lì dove la percezione di “terra alla fine della terra” aumenta e l’acqua penetra, circonda, abbraccia. Raggiungiamo in auto Isola della Cona, a pochi chilometri dalla Valle Cavanata, famose per i cavalli Camargue che la abitano e le infinite specie di uccelli che le scelgono durante i flussi migratori.

Dal centro visite di Isola della Cona si decide quale percorso fare seguendo i diorami esplicativi sparsi ovunque. Un percorso ad anello è il più battuto e consigliato con i diversi punti di osservazione e veri e propri casoni come l’Osservatorio Marinetta.  Quale sia il vostro, qualsiasi strada sceglierete di fare, a perdita d’occhio ci saranno stagni, prati e paludi battuti da uccelli di ogni tipo che dividono lo spazio con esemplari di cavalli Camargue, fieri, selvaggi, liberi.

Un paio di consigli da principiante che io avrei fatto miei volentieri: portate con voi un buon antizanzare, in alcuni punti gli insetti possono diventare fastidiosi;  fate meno rumore possibile e infine scegliete capi dai toni neutri e basic: un bel maglioncino rosso non rivelerebbe solo la vostra presenza alle specie presenti ma potrebbe “innervosire” i birdwatcher che frequentano l’area protetta…sono davvero tanti, coperti da capo a piedi da indumenti camouflage e attrezzatissimi di macchine fotografiche che sembrano telescopi della Nasa tanto grandi e sofisticati!

A sud. La Malandra. Ci vuole fegato

Vi piace il polpo? Di ricette ce ne sono tante, dal carpaccio alle insalate di mare. Deliziosi risotti o semplici abbinamenti con la patata. Meno conosciuto è invece il patè ottenuto dalle interiora dell’animale che si trovano nel capo. E’ lì che risiede il fegato del polpo raccolto in una piccola sacca.
Cibo povero e ormai dimenticato, ha un sapore forte, ancestrale, primitivo. C’è tutto il profumo del mare nel patè ottenuto dalla piccola sacca sciolta appena, per pochi minuti, con aglio e olio nella padella, un pizzico di peperoncino se vi piace. In tanti ci condivano la pasta, quella al “sugo di polpo senza il polpo”, quando l’animale appena pescato veniva venduto e restavano solo le interiora.
Chiedete a pescatori o a chi conosce l’arte di stanare il polpo. Ancor prima della battitura, il polpo va pulito e privato delle interiora. In Puglia le chiamano Malandra e la tradizione vuole che vengano impanate e fritte. Da provare.
Da qualche tempo cibo gourmand e noto tra gli chef stellati. Lo avete visto cucinato nelle cucine di Masterchef?

La foto scelta per questo post è di Anna Lo Cascio, un’amica bravissima a pescare i polpi e soprattutto a cucinarli!

Qui Berlino. Shopping sopra le righe

Uno shopping originale e personalizzato. Adatto al tuo stile e alla tua identità. Al bando negozi e capi in serie, bocciati i centri commerciali asfittici e tutti uguali. Oggi andiamo a Berlino e ci divertiamo come matti a fare spese partendo dalla parte ovest della città, la vecchia Berlino ovest, dove già a partire dagli anni 50 si costruiva traducendo il risveglio creativo della Repubblica Federale in edifici luminosi e fruibili. Uno di questi fu il Bikini, una struttura lineare eppure trasgressiva a partire dal nome “Bikini”, l’indumento che simboleggiava il costume che cambiava.

Da qualche anno il Bikini è stato completamente ristrutturato trasformandosi in un concept mall, un luogo dove anche chi detesta andar per negozi  se la godrà alla grande. Perché dovrebbe essere diverso da un qualsiasi centro commerciale? Perché accanto brand più noti esistono labels e soluzioni innovative lontane dalla produzione in serie, perché giovani designers possono presentare  a rotazione le loro idee e i loro prodotti in simpatici pop up stores  modulari, perché al Bikini non si va solo per fare shopping ma anche per godere di mostre e installazioni temporanee e non.

E non finisce qui. Al Bikini Berlin avrete a vostra disposizione una spettacolare roof terrace di 7000 metri quadrati, gratuita, dalla quale godere di una vista mozzafiato sul famoso zoo di Berlino e sul polmone verde della città, il Tiergarten. La natura “entra” dentro l’area negozi con grandi vetrate sullo zoo e sugli animali e si confonde tra design e produzione artistiche.

Non vi basta? Allora sappiate che accanto boutique dall’animo giovane, uffici, spazi di co-working e alberghi, troverete caffè e ristoranti in linea con la filosofia del posto: design fresco e colorato,  healthy food, tanta varietà. Il marchio più noto è al primo piano del Bikini Berlin e si chiama Kantini, un vero e proprio mercato del cibo.

 

Lasciamo il Bikini Berlin e con pochi passi raggiungiamo Stilwerk, il paradiso di chi ama arredo e design. Quattro piani di pietra naturale, legno d’acero e vetro lungo i quali scegliere in più di 50 stores e 500 marchi.

Non mancate un giro in Kurfurstendamm, coi suoi edifici eleganti e la sua storia, perché, anche se dal sapore di griffe altisonanti e haute couture, un salto al simbolo berlinese KaDeWe va fatto.

 

Solo un salto però, perché è già tempo di tornare a uno stile innovativo e più nelle mie corde dall’altro lato della città, la parte est, in costante fermento. E dopo il giro domenicale che vi ho proposto a Prenzlauer Berg, stavolta andiamo nel quartiere ebraico e nei suoi cortili. Sì cortili…avete mai sentito parlare dei Hofe? Sono cortili interni a edifici, collegati gli uni agli altri e diventati luoghi di ritrovo con caffetterie, bistrot, locali e vie dello shopping alternativo. I più famosi sono gli Hackesche Hofe, abbandonati per 50 anni e tornati a vivere nel 1996 con gallerie d’arte, luoghi di spettacolo, boutique indipendenti. Ma ci sono anche il romantico Rosenhofe e gli Heckmann Hofe che collegano Oranienburger Strasse con Auguststrasse.

 

Non solo cortili però allo Scheunenviertel: il quartiere ebraico con la sua splendida sinanoga offre street art, poli museali e un’anima  irrequieta ad ogni angolo. Due indirizzi: la Judische Madchenschule, una scuola ebraica femminile degli anni 20 oggi polo artistico e culinario con due gallerie, la gastronomia ebraica Mogg e il ristorante con stella Michelin Pauly Saal; e poi il Clarchens Ballhaus, un salone da ballo ottocentesco dove si continua a ballare swing e tango ogni sera con un bel giardino fuori. E poi, a pochi minuti, la Sprea e il suo lungofiume costellato da locali e dai barconi che d’estate si animano e dove si tira tardi ogni sera.

Ultimo indirizzo: qui si va a fare shopping d’idee: The Digital Eatery, in pieno Mitte. Sulla Unter Den Linden è il concept bar della Microsoft, accanto il quartier generale dell’azienda a Berlino. Eventi e conferenze e la possibilità di provare i devices di ultima generazione. Ah dimenticavo…lo si fa mangiando, alla caffetteria o alla tavola calda.

 

E se decido di concedermi un week end di shopping a Berlino e voglio anche un albergo un pò speciale? L’Aspria Berlin potrebbe fare al caso perché oltre ad essere albergo è anche centro sportivo e SPA. Palestra, piscina, centro benessere e tutta un’area in terrazza dove passare dalla sauna alle vasche idromassaggio. A questo metteteci anche una serie infinita di corsi a tutte le ore: pilates, aerobica, bodypump, boxing, bodyshape, aquafitness, jazz dance, jazz up, indoor cycling e ancora hatha yoga, heat yoga, kundalini, ashtanga, qi gong…
Abbastanza centrale (siamo a pochi passi dalla stazione metro Halensee, vicino la kufursterdamm e dalle sue fermate bus e metro), tanti locali nei dintorni, una struttura elegante ed avveniristica.