Slovenia. A volo d’angelo su Pirano

147 scalini. Non sono pochi, ma quando sbuchi in cima, accanto le campane, ti dici “grazie” per averli fatti uno per uno. Il campanile della Cattedrale di San Giorgio a Pirano è una struttura separata dalla chiesa, un po’ come quello veneziano a piazza San Marco. Paghi un biglietto di un paio d’euro e guardi in alto: ad aspettarti un’elegante scala in legno che ti porterà fin su. Lungo il percorso, a farti compagnia, ci saranno gli angeli. Sì, gli angeli…Gabriele, Michele, Zachariel, Raffaele, Uriel…  I loro nomi sono intarsiati scalino dopo scalino, le loro “tracce” disseminate sino alla sommità.

Forse sono qui con me mentre  con lo sguardo volo su piazza Tartinijev, con la sua forma ovale e i suoi magnifici palazzi gotico-veneziani. Saluto il musicista Tartini al centro della piazza, faccio un inchino e su, di nuovo in alto sino al porto, alle spalle, e poi, veloce come i gabbiani che mi stanno attorno, lungo la costa di Pirano sul mare sloveno – splendido, infinito, blu – e ancora più in alto, sino alla chiesa di San Clemente e al faro.

Un tappeto di tetti rossi nasconde vicoli, passaggi a volta, cortili porticati. Non ci sono auto qui, se non quelle dei residenti e solo in alcuni tratti. Le auto si lasciano al parcheggio Fornace, a 1 km dal centro che si raggiunge con comode navette.

Dalla cima del campanile riesco a sbirciare il chiostro del Monastero Minorita e la chiesa di San Francesco d’assisi  con la sua grande tridacna all’ingresso. Il mercato, le botteghe con i prodotti artigianali e locali ( pochi made in China e tante idee originali per un souvenir), la Cantina Klet in piazza I°Maggio dove stasera farò tardi con un bicchiere ghiacciato di Malvasia locale e un piatto di pesce fresco nella vicina  Fritolin pri Cantini. Servizio no frills qui: sotto un pergolato di vite ordini il pescato del giorno e prendi posto in piazza. Quando è pronto appendono fuori un simpatico pescetto bianco e blu col numero assegnato e a te non resta che prendere il tutto e portartelo al tavolo. Prodotto ottimo, prezzi giusti.

Il tramonto però lo aspetterò dalla terrazza del mio albergo, l’hotel Piran. Un secolo di storia e una caratteristica preziosa: un’incredibile posizione sul  mare sul quale si affacciano un cafè e un ristorante a pian terreno e uno champagne bar sulla terrazza. Anche una parte delle camere dà sul mare…fate una piccola pazzia, magari solo per una notte, come ho fatto io, e accontentandovi di una camera piccina che è pure più romantica: ci sarete solo voi e il blu. Ad abbracciarvi la Croazia a sinistra e l’Italia a destra.

Nebrodi/Sicilia – Ancora un borgo innamorato della street art

Ancora street art in Sicilia. Ancora street art sui Nebrodi. Si è da poco concluso il progetto che ha dato una marcia in più a Frazzanò, con il contributo di artisti nazionali ed internazionali. Ancora un successo in un piccolo borgo circondato dal verde che ha bissato quello ottenuto poco tempo prima a San Salvatore di Fitalia, poco distante, dove, a trasformare vicoli e strade in un piccolo museo a cielo aperto ci ha pensato l’artista Andrea Ravo Mattoni.
Il suo è un progetto con una mission ambiziosa eppure straordinaria: quella di un “ritorno del classicismo nel contemporaneo”, vale a dire grandi classici custoditi nei musei ricreati con rulli e bombolette spray nei centri urbani. Una pinacoteca a cielo aperto a cui tutti, anche chi è meno vicino al mondo dell’arte, possa avvicinarsi ed incuriosirsi.
Il progetto di Andrea Ravo Mattoni ha già toccato Varese, Milano, Olbia. Qui, a San Salvatore di Fitalia, piccolo borgo nel Parco dei Nebrodi nel messinese, l’artista ha scelto due opere di Caravaggio. La prima in ordine cronologico a far capolino su un muro del paese è stata la “Cena di Emmaus” che ho subito trovato appena arrivata a San Salvatore di Fitalia. All’altro ci sono arrivata grazie alle indicazioni della gente del posto, orgogliosa e felice di aiutarmi. In uno slargo più interno e intimo del borgo, Andrea Ravo Mattoni ha scelto la “Natività” del grande maestro trafugata nel 1969 a Palermo, nell’Oratorio di San Lorenzo dove, dopo anni di assenza, ha fatto ritorno con una copia realizzata con tecniche avanguardistiche.

 

Qui, sui Nebrodi, Caravaggio riappare con la Madonna rivolta al Bambino, San Giuseppe, San Lorenzo e San Francesco. Ed è sempre un’emozione, la bellezza di un’immagine negata e in parte, restituita.
Per un’intervista con l’autore date un’occhiata al blog Travel on Art: tanti dettagli anche su altri lavori di Andrea Ravo Mattoni in giro per l’Italia.

Bled Slovenia. SUP e torte della tradizione

A Bled le campane le senti dal mattino alla sera. Il rintocco, forte e deciso, echeggia da un lato all’altro del lago, un posto da favola a nord ovest della Slovenia, a ridosso del Parco Nazionale del Triglav, circondato da boschi e montagne.

I colori del lago e del paesaggio circostante virano dal verde smeraldo all’azzurro turchino. Ad ogni ora del giorno un’emozione diversa. Persino la gamma dei grigi è affascinante e ipnotica nei giorni di pioggia.
Tutto il perimetro del lago è percorribile: 6 chilometri con scenari che cambiano continuamente. Folte radure, sentieri di montagna per raggiungere punti panoramici, spazi aperti e spiagge con locali e luoghi di ristoro. Una pausa sotto un albero la cui chioma sfiora l’acqua, uno stop in spiaggia accanto cigni e paperotti, un caffè al camping o in uno dei cafè e ristoranti. Magari un pezzo di millefoglie alla crema, che qui è un must con una ricetta vecchia di 60 anni e una tradizione antica. La migliore la trovate all’hotel Park dove è stata creata nel 1953. 7 centimetri per 7 di goduriosa pasta sfoglia con crema e panna. Una cosina leggera.
Il perché le campane continuino a suonare lo capisci quando raggiungi l’isolotto al centro del lato sud del lago: una scalinata di 99 gradini che la tradizione vuole che lo sposo percorra il giorno delle nozze con in braccio la sposa e una chiesetta, la Santa Maria Assunta all’interno della quale suonare le campane equivale a realizzare un desiderio…immaginate la fila! Leggende del luogo raccontano che la campana sia stata donata dal Papa nel 1534 in sostituzione di una commissionata da una vedova inconsolabile in ricordo del marito, finita ahimè sul fondo del lago da cui, si dice, continua a suonare.
Una gelateria e un negozio di souvenir sull’isolotto e 50 minuti circa per godere del posto. E’ il tempo che generalmente danno i barcaioli che trasportano il viaggiatore sull’isola a bordo delle pletne, le tradizionali barche a remi. Non perdete l’occasione di un giro in pletna: il viaggio si paga e non pochissimo, dai 12 ai 15 euro a persona, ed è per lo più un servizio realizzato per i turisti, ma io mi ci sono divertita come una bimba.
L’alternativa è noleggiare una barca a remi e muoversi in autonomia o praticare canottaggio. In tanti impegnati nel must di stagione, il SUP, vale a dire lo Stand Up Paddle: una tavola da surf e una pagaia, nothing else.
Il paesino sul lago è piccolo ma delizioso nella parte accanto il castello, raggiungibile dal lago per panorami mozzafiato e un pranzo nel ristorante all’interno. Un po’ più turistica la parte sul lato opposto con l’inevitabile sfilza di negozi di souvenir e boutique in serie. Ci troverete però ristorantini niente male…io ho scelto Peglezen, cucina per lo più a base di pesce, sapori autentici e porzioni abbondanti.
Volete dormire a Bled? Fate i conti con prezzi piuttosto alti. Se la spesa non è un problema esistono strutture eleganti e scenografiche affacciate sul lago. Anche tante guest house, più economiche, tra cui Vila Mia.
In alternativa e se avete un mezzo con cui spostarvi, allontanatevi dalla cittadina. Tutta l’area intorno vale il viaggio. A pochi chilometri le gole di Vintgar (se aperte…durante il mio viaggio erano purtroppo chiuse per motivi di sicurezza e pare sia frequente), il lago Bohinj, più grande e selvaggio. Ed ancora il fiume Isonzo lungo cui praticare kayak, rafting e canyoning e poi arrampicata e grotte da esplorare.

Singapore/Street art. Scovato il Banksy malese…Ernest Zacharevic

Lo chiamano il Banksy malese, tanto le sue opere sono amate e riconosciute ad est, ma in realtà le sue origini sono lituane. E’ Ernest Zacharevic e la sua firma è sui muri di mezzo mondo. Io ho imparato ad amarlo a Singapore, dove, merito di una segnalazione della Lonely, sono andata a scovarlo nel quartiere arabo, dietro Arab Street e la Malabar Muslim Jama Ath Mosque.

 

A due passi dalla grande moschea con la cupola dorata ci sono tre dei suoi lavori: il primo, tra Victoria St e Jin Pisang, ritrae una bambina con un cuccio di leone addormentato. L’immagine prende tutta la parete e sembra quasi di poter accarezzare l’animale. Poi, pochi metri più in là, un bimbo esce fuori da una scatola e, vicino, appaiono due ragazzini che giocano dentro due carrelli del supermercato. I carrelli sono un esempio del modo di fare street art di Zacharevic: figure, per lo più bambini, con una mimica e fisionomia da sembrare veri e oggetti in disuso che l’artista ricicla inserendoli nell’opera. Una sedia, una cariola, un pezzo di legno o un carrello, proprio come qui, vicino Arab Street “Prendi ciò di cui hai bisogno” – “Dai quel che puoi”. Un messaggio forte che ti arriva forte ma con un sorriso.
A Singapore c’è anche Jousting Painters, il dipinto di due ragazzini tanto realistico da sembrare una polaroid su due cavallli che sembrano usciti dal quaderno di scarabocchi di uno dei due. Questo purtroppo me lo sono perso.

 

Prima di andare alla ricerca di Zacharevic, vi consiglio una sosta da Chemistry artistry: cucina internazionale con un tocco zen e soluzioni per i vegetariani, il punto food di un gruppo che occupa l’intero edificio impegnato in research, workplace strategy, design.
Prima poi di calarvi nel colorato, unico e pop quartiere arabo, regalatevi un dolcetto da Julie Bakes. I cupcakes sono buonissimi.

 

A Singapore va così: tanta tradizione e tipicità ma anche tanto melting pot: vicino botteghe che sembrano farti fare un salto in Arabia Saudita o nel nord dell’Africa, ci sono healing shops con gli ultimi ritrovati su yoga, meditazione e ayurveda, centri commerciali brulicanti di giovani da tutto il mondo ed incredibili palazzi e grattacieli con architetture pioneristiche ed azzardate immersi nel verde e green-friendly.

 

Trapani. La Via del Sale

 

La chiamano la “via del sale” il tratto di costa tra Trapani e Marsala. Qui il fondale basso e il vento costante hanno fatto sì che già i Fenici praticassero l’arte della salicoltura: vasche a ridosso del mare di profondità diversa attraverso cui l’acqua passa con un sistema di chiuse azionate dai mulini. Sino all’ultima vasca, quella dove, strato dopo strato, il sale, ricco di iodio, magnesio, potassio, si sedimenta sopra uno stato di “mammacaura”, una fanghiglia unica perché naturale, impermeabile e nera come pece sul fondo. Il colore scuro attira ancor di più i raggi del sole e rende l’evaporazione dell’acqua di mare più veloce.

Se la raccolta è manuale allora il sale ottenuto è integrale e mantiene tutti gli elementi e le proprietà. E, a inizio stagione, il primo sale, “il fior di sale”, quello più in superficie e raccolto solo da mani esperte, è il più pregiato proprio perché non subisce alcun trattamento.
Lo spettacolo delle vasche di raccolta e delle piramidi di sale bianco sotto le “ciaramite”, le tegole a protezione, inizia appena fuori Trapani con la Riserva Orientata delle Saline di Trapani e Paceco tra campi di aglio rosso di Nubia, di ceci e di meloncini, il pregiato Zuccherino di Paceco e prosegue sino a Marsala dove termina con la Riserva delle Isole dello Stagnone.
Stavolta mi fermo alle saline Culcasi dove ad aspettarmi c’è Irene. La sua famiglia è da sempre impegnata a custodire questo ecosistema prezioso, area WWF e luogo del cuore FAI. Il nonno, per 50 anni “salinaru” mi fissa coi suoi tratti normanni da una foto all’interno del museo in tufo grigio di Favignana. Accanto c’è la foto dell'”acqualoru”, generalmente un ragazzino alle prime armi in salina preposto ai “bummoli”, contenitori in terracotta dentro cui l’acqua si manteneva fresca; quella del “mulinaru”, addetto al mulino: quanta sapienza e conoscenza di venti e maree per regolarne le “vele” su cui si calavano i teli di “cuttunina”. E poi ancora “u staciuneri”,”u curatulu”, “u patruni”. Riesci ad immaginare i salinari cantare filastrocche cadenzate da numeri per tenere il ritmo coi secchi di sale in testa pronto ad essere pressato e sminuzzato nelle macine di pietra fossile delle Egadi.
Oggi si continua a raccogliere il sale anche se l’oro bianco non ha più il valore di un tempo. L’oro è da cercare nel paesaggio e nell’ambiente circostante: una scacchiera ora blu, poi rosa, a tratti magenta che si accende a secondo dell’ora e della stagione. Garzette, aironi, cormorani e altre decine di specie che “danzano” sui cumuli bianchi. E poi ci sono loro, i fenicotteri superstar, che nutrendosi dei micro-organismi che resistono alle alte concentrazioni di sale, acquisiscono il caratteristico colore rosa sul piumaggio.
La famiglia di Irene gestisce anche un ristorante, la “Trattoria del Sale“, accanto il museo e un relais “Antiche Saline“, distante pochi metri.
Io ho scelto di visitare la Riserva Orientata delle Saline di Trapani e Paceco con  la Trapani Emotions e Alessio, una guida siciliana preparata e appassionata che mi confida di aver girato il mondo e di emozionarsi ogni volta che all’orizzonte si stagliano le saline.
Ad Alessio e alla Trapani Emotions sono arrivata grazie allo staff del B&B Via Barone Sieri Pepoli, una struttura bella e accogliente in un palazzo d’epoca del centro storico di Trapani. Stile, semplicità, accoglienza. E tanti consigli utili, tutti rivelatisi azzeccatissimi, come quello di cenare nel nuovo ristorante dello chef Rocco Di Marzo, lo “Stravento“.
Perché fare territorio significa essere squadra, perché chi conosce un luogo è guida insostituibile, perché a volte seguire il caso e cambiare percorso rende il viaggio imperfetto ed indimenticabile.

Casa Cuseni a Taormina. Casa dell’anima

A Casa Cuseni storia e arte vanno a braccetto e fanno capolino ovunque. Monumento nazionale italiano, Casa Cuseni custodisce ad ogni angolo cimeli e oggetti d’arte unici: puoi scorgere un disegno di Balla tra papaveri e ferule in giardino, sedere sul divano preferito da Greta Garbo, camminare sopra un tappeto di più di 500 anni.
Museo delle Belle Arti e del Grand Tour della città di Taormina, il suo giardino fa parte dei Grandi Giardini Italiani. Ci puoi anche dormire e scegliere di prenotare una doppia come faresti in qualsiasi altro albergo di Taormina. Casa Cuseni maison de charme, Casa Cuseni dimora storica, Casa Cuseni, prima di tutto, casa.
Una casa voluta  e desiderata da Robert Hawthorn Kitson, erede della Kitson and Company, il gigante industriale delle locomotive di Leeds, che, ad inizio Novecento, si innamorò di Taormina e decise che qui, in Sicilia, avrebbe realizzato il suo buen retiro, il rifugio dove vivere e raccontare se stesso.
Ad aiutarlo ci sono artisti del calibro di Alfred East, presidente della Royal Society of British Artists, Sir Frank Brangwyn, primo decoratore della Tiffany e autore delle decorazioni della Galleria Reale della Casa dei Lords a Westminster e del foyer del Rockefeller Center Museum di New York.
Con loro Casa Cuseni cresce e si arricchisce di architetture e opere d’arte: ceramiche islamiche e siciliane antiche, una gelosia creata per proteggere da sguardi indiscreti donne del passato, una croce in madreperla, acquarelli del Grand Tour inglese in Italia e Terra d’Oriente realizzati tra il 1900 e il 1940 da famosi paesaggisti britannici tra cui lo stesso Kitson.

 

 

 

Il tesoro più grande è probabilmente la dining room, unico interior dell’Arts and Crafts ancora esistente fuori i confini della Gran Bretagna realizzato da Brangwyn e  conservatosi integralmente. Entrarci, oltrepassarne la porta d’ingresso, è un’emozione: questa stanza è stata tenuta segreta per oltre un secolo al mondo intero. Solo pochi intimi sapevano cosa rappresentasse quella stanza per il padrone di casa. Sulle pareti, sotto i fregi, incastonati tra boiserie, i dipinti che raccontano di un giovane omosessuale al principio rappresentato con un’ombra nera alle spalle – quella della censura, dell’intolleranza – che poi scompare lasciando il posto a una coppia felice che alla fine si trasforma in una vera famiglia. Elementi autobiografici di Kitson, flash back di una ritrovata felicità, storia di un amore e di una famiglia come tante. Immaginate cosa sarebbe accaduto se la stanza e il suo racconto fossero stati resi pubblici? Nel momento in cui la stanza venne realizzata era ancora forte il ricordo del destino di Oscar Wilde condannato alla prigione per sodomia. Uno scandalo considerato inaccettabile, specie tra personaggi e in famiglie così in vista nella Gran Bretagna di inizio secolo.
Al centro della stanza otto sedie e un tavolo rotondo su cui sbircio alcune foto di Von Gloeden. E poi un tessuto su cui sono incise le iniziali della casa: le due C incrociate che pare abbiano inspirato Coco Chanel per il suo celebre marchio. Ovunque cada lo sguardo una scoperta.

 

 

La storia di Casa Cuseni non si ferma a Kitson e alla sua stanza segreta. Nel 1947 la proprietà passa alla nipote Daphne Phelps. Casa Cuseni continua ad essere ancora una volta casa, stavolta aperta anche agli artisti che iniziano e continuano a frequentarla trasformandola in un epicentro d’arte e cultura: Tennessee Williams, Bertrand Russell, Faulkner, Dalì, Gala, De Chirico e tanti altri passano da qui, lasciano un disegno, un appunto, un aneddoto.
Li immagini sedere su una poltroncina davanti alla libreria di testi unici sfogliati, vissuti, amati. Li vedi in una delle 13 terrazze dello splendido giardino che profuma di luoghi lontani ma soprattutto di Sicilia e Mediterraneo. Sette fontane allineate al camino centrale della casa e una piscina nella parte alta del giardino che guarda al cratere centrale dell’Etna… acqua e fuoco, aria e terra.
Oggi tanta bellezza è fruibile a chiunque voglia soggiornare o semplicemente visitare Casa Cuseni grazie ai nuovi curatori Francesco Spadaro e la moglie Mimma che continuano a preservarne l’essenza, quella di casa, una casa speciale, di cui raccontano la storia unica con più tour al giorno.
Farlo si traduce nel viaggio che preferite: quello nel tempo e nello spazio delle opere d’arte che Casa Cuseni custodisce, il viaggio che ha reso celebre Taormina nel mondo, la storia di un grande amore…

 

 

Stravento a Trapani. Dove il vento profuma di Sicilia

 

 

 

 

“Perché Stravento ?”. Inizia così la mia chiacchierata con Rocco Di Marzo, lo chef siciliano che ha, da qualche giorno, dato vita al ristorante di via delle Sirene a Trapani. “Qui il vento è l’elemento dominante. Governa le nostre giornate e anche quello che cuciniamo”. Il nuovo ristorante dello chef, cresciuto alla Boscolo Etoile Academy e “Disciple d’Auguste Escoffier”, il mare lo abbraccia e il vento lo accoglie. Nella parte antica della città, quella che si stringe e diventa striscia di terra sino alla Torre di Ligny, nel punto esatto dove Tirreno e Canale di Sicilia si incontrano. Lì dove, nei vicoli, il rumore del mare ti arriva da destra e da sinistra e l’odore di sale e di sole ce l’hai nel naso.

La cena di stasera allo Stravento è un tripudio a quel mare, dai quadrotti di panelle al nero di seppia alla frittura di pesce che sbocconcello in attesa di un cous cous eccezionale: profumo di mare che incontra la cannella, un connubio inatteso e sorprendente. L’ambiente allo Stravento è intimo e Rocco Di Marzo un padrone di casa formidabile. Mai invadente, è un piacere ascoltarlo quando parla di vecchie ricette in fase di recupero e rielaborazione. Ascoltiamo la storia di una zuppa speciale rubata al mare quando il mare di pesce non ne dà. Una zuppa ricavata dalla posidonia che ancora abita quel mare. Ci beviamo su un Fina, un traminer “siciliano” prodotto nell’area di Marsala, profumato e aromatico. E sostiamo a lungo allo Stravento. Fuori, a pochi metri, lo struscio di Corso Vittorio Emanuele, la Porta Oscura e la Torre dell’Orologio di via Torre Arsa, i Misteri custoditi nella Chiesa Anime Sante del Purgatorio. Non c’è fretta, c’è tempo. Adesso è il momento di un dolce alla ricotta e gelatina di arancia, di un pezzetto di croccante alle mandorle che sa di casa e di infanzia,  di un biscotto alla nocciola.

 

 

Berlino come uno del posto. Una domenica a Prenzlauer Berg

Partiamo da Pier, un ragazzo sardo che vive a Berlino, e dalle lampade originali e divertenti – Lisci Design – che crea personalmente e vende al mercatino delle pulci di Mauerpark a Berlino nel quartiere di Prenzlauer Berg. Ne crea la base in cemento dando ad ogni lampada una forma unica grazie al tetrapak… sì proprio quello delle buste del latte. Ne ha fatto un marchio che trovate anche online. Me ne parla una domenica mattina in uno dei mercati più frequentati dai berlinesi che qui si rilassano curiosando tra artigianato inusuale come quello di Pier, oggetti d’antiquariato, pezzi del periodo sovietico.

 

Prima di raggiungere Mauerpark però,  fate una deviazione e scendete in metro a Bernauer Strasse. Sbucati in strada vi ritroverete al Berliner Mauer Memorial, il memoriale dedicato al Muro di Berlino che proprio qui è stato innalzato trasformando la vita di chi ci viveva.
Facciamo che avete già visitato il Memoriale e gironzolato tra i banchi del mercato delle pulci…avete fame? Vi suggerisco due opzioni. La prima: rimanete al Mauer Park dove ci sono anche stand gastronomici. Al Mauerpark  si va anche per ascoltare musica, stendersi al sole nel parco e mangiare all’aria aperta.
Oppure raggiungete il Kulturbrauerei, un ex birrificio poco distante, oggi centro d’arte, con gallerie, collezioni di industrial design, eventi di ogni tipo e, la domenica, tappa imperdibile per chi ama lo street food. Nella parte finale di questa ex fabbrica, piccoli food trucks con cucine da tutto il mondo fanno a gara per farvi venire l’acquolina in bocca. Siete in Germania e preferite un curry wurst tradizionale? Non c’è problema, lo trovate anche in versione vegetariana. Facciamo un salto in Ucraina per un piatto di ravioli bollenti. O in Turchia con un dissetante ayran a base di yoghurt. C’è anche la pasta fresca se non potete rinunciare agli spaghetti.

 

E dopo aver mangiato fate proprio come uno del posto. Cercatevi uno spazio verde e godetevi un paio d’ore come fanno i berlinesi. Incontrerete gente che legge o prende la tintarella, bambini che giocano, chi semplicemente si ritaglia un momento per rilassarsi. E se c’è il sole sarà perfetto…

Saline di Priolo. Sulle tracce di Amelie

 

 

Amelie è una che si fa notare e che di viaggi se ne intende. 39 anni almeno, spesi a fare di continuo su e giù tra Francia, Spagna, Sardegna e Sicilia. Ad ogni passaggio un successo e uno stuolo di ammiratori tutti innamorati del suo inconfondibile rosa acceso. Una vip, una celebrity…un fenicottero rosa. Un esemplare speciale di cui lo scorso inverno si è tanto parlato.

Ultimo avvistamento alle Saline di Priolo, Sicilia, un piccolo paradiso diventato nel 2000 Riserva Naturale Orientata. Siamo a pochi chilometri da Siracusa a ridosso della zona industriale di Priolo Gargallo, un’oasi tra le ciminiere in realtà, ma tanto bella e tutelata da essere scelta da Amelie e da una colonia di circa 150 fenicotteri per nidificare.
Meno conosciuta rispetto quella di Vendicari, la riserva è affidata alla gestione della Lipu che organizza la visita dell’area, gratuita e possibile tutto l’anno, con bacheche didattiche, sentieri e capanni d’osservazione. Accanto la riserva la penisola Magnisi, dal grande valore archeologico con i resti preistorici di Thapsos, antica necropoli.
Sono 216 le specie di uccelli censiti nell’area: sterne, volpoche, morette tabaccaia e tante altre specie che scelgono la Sicilia per una lunga sosta.
Seguite uno dei sentieri proposti all’interno della riserva. Io ne ho scelto uno a caso e mi sono ritrovata circondata dal silenzio, interrotto solo dal suono degli animali e dalla natura.
L’emozione grande è arrivata però affacciandomi a una delle finestrelle ricavate lungo le paratie d’osservazione: tanti, davvero tanti, decine e decine di fenicotteri sono apparsi come se avessi guardato in una sorta di scatola magica. Belli, alteri, eleganti, nelle acque della riserva…non avrei più smesso di stare lì ad ammirarli.
Amelie, in realtà uno dei tanti esemplari monitorati  dall’ISPRA grazie ad un anello di gomma che ne racconta la vita e gli spostamenti, non l’ho vista. Forse nascosta tra i compagni in questa terra di sfacciata bellezza, forse già in viaggio verso nuove avventure…

A volte ritornano…e non sono da soli. Con Damiano e Manfredi in Valle d’Aosta

Che Damiano sia per me un bimbo speciale l’avrete capito. Con lui, tenero ed incredibile viaggiatore siamo stati in Scozia quando piccolo lo era davvero. Appena più grande di un cucciolo e mezzo ci ha poi fatto ridere ed emozionare negli States. Oggi è qui, ancora una volta, ospite speciale di viaggimperfetti.com. E con una novità: con lui, in Valle d’Aosta, stavolta c’è anche Manfredi…scommettiamo che anche lui il viaggio ce l’ha nel DNA?

“I nostri viaggi, da quando non siamo più soli soletti, si compongono di un pre, un durante ed un post.

Il pre-viaggio è il momento dei dubbi, delle incertezze, del <no meglio non partire il bimbo è troppo piccolo>.

Il durante è fortunatamente una bella scoperta: vedere un bimbo di 6 mesi, adattarsi a navi, funivie, auto, freddo, orari diversi e pappine improvvisate, è per noi motivo di orgoglio e di forza per i viaggi futuri. Il post-viaggio è il momento del bilancio, dell’appagamento e del <non vedo l’ora di tornarci>.

Questo per noi era un viaggio importante! Non per distanze da percorrere o per cose da vedere, ma perché il primo in 4.

Il nostro primo bambino, Damiano, oggi 5 anni, avendo reagito da viaggiatore provetto al suo primo viaggio a 10 mesi in Irlanda, è stato messo a dura prova anche negli anni successivi: Scozia, Budapest, USA, Canada, Santo Domingo- promosso a pieni voti!

Ma questo appena affrontato era nuovamente una scommessa: a ottobre infatti è arrivato Manfredi. E se io da mamma nutrivo i soliti timori (dormirà, mangerà, sarà sereno), Ivan da papà aveva anche lui un unico ma grande timore: potremo continuare a viaggiare? Sarà bravo come Damiano? Finiremo a fare crociere?

Così dopo tante incertezze, il momento è arrivato!!!

Decidiamo di partire.

In primo luogo, scegliamo il dove ed in questo io sono abbastanza rigida: deve essere un posto dove non c’è traffico, niente concentrazione di monumenti da visitare e soprattutto auto al seguito per poter portare con noi tutto ciò che necessita a Manfredi.

Altro aspetto, non meno importante del primo, è scegliere un luogo con molto verde: poter lasciare i bimbi sul prato con caprette e mucche quando sono nervosi, è un vero toccasana.

Fatto 2+2 scegliamo la nostra destinazione: Val d’Aosta.

Partiamo in nave da Palermo diretti a Genova dove facciamo tappa per visitare il porto antico e l’Acquario. Damiano è entusiasta alla vista di tutti quei pesci ma soprattutto rimaniamo colpiti da un piccolo cucciolo di lamantino, soprannominato Pansoto che è nato da soli 2 mesi.

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La visita impegna l’intera mattinata e, ad aver tempo, si possono svolgere anche esperienze aggiuntive: “acquario dietro le quinte” per vedere come si svolge la vita nelle aree curatoriali e nei laboratori, “un esperto con te” per poter fare tutte le domande che vuoi, “apri l’acquario con noi” per seguire tutte le operazioni che vengono effettuate ogni giorno per manutenzionare l’Acquario.

Dopo la visita saltiamo in macchina e via per la val d’Aosta!

Impieghiamo circa due ore e mezza per giungere allo chalet che abbiamo scelto per il nostro soggiorno. Un vero paradiso, con vista sul paradiso.

Si chiama “Le petit coeur” e mai nome è stato più appropriato.

Soggiornare lì ti rallegra il cuore, ti regala emozioni, fa partire bene la tua giornata…Le petit coeur ti ruba il cuore!!!ti rapisce!!!

Valerie cura tutto nei minimi particolari…ogni cosa è lì per un motivo! Anche il sapone è scelto con attenzione…biologico e al profumo alpino. Quando ti lavi hai l’impressione di essere in alta quota; l’acqua purissima e freddissima arriva dal Monte Bianco; lo chalet è arredato con il cuore…quello di Valerie…la padrona di casa fa di tutto per rendere il tuo soggiorno unico, ed onestamente ci riesce benissimo!!!

 

Il giardino poi è un osservatorio sul Monte Bianco…per qualche giorno possiamo dire aver vissuto in paradiso.

Il nostro chalet si trova a Derby, frazione di La Salle, a tre km dalla statale e perciò punto di partenza perfetto per escursioni giornaliere.

Nostra prima meta è lo Skyway del Monte Bianco. Inaugurato nel 2015, 160 milioni € il valore, delle cabine che ruotano a 360°, ti portano da Courmayeur Pontal fino a punta Helbronner a mt. 3466, con tappa intermedia a Pavillon a 2200 mt.

Il prezzo è un po’ caruccio, 49€, ma ci sta. Nella prima tappa ci sono una sala conferenze, un laboratorio di spumantizzazione in quota (cave Mont Blanc), un fantastico pianoforte a coda, al quale Ivan ovviamente non riesce a resistere, e soprattutto dei ristoranti con vista invidiabile.

Decidiamo di non portare Manfredi a punta Helbronner (lo sbalzo di altitudine è eccessivo), e perciò ci diamo il cambio per salire su.

In pochi minuti ci ritroviamo a 3466 mt. Su un terrazzo aperto a 360° sulle Alpi. Ci siamo noi, le montagne, il cielo e le nuvole: da togliere il fiato.

Dopo le “400.000” foto di rito, ritorniamo giù certi di aver visto il Monte Bianco da un punto di osservazione privilegiato.

La “stessa” esperienza abbiamo rifatto a Breuil – Cervinia; qui la salita è più dolce, meno ripida, perciò Manfredi arriva a 3480 mt. La funivia è divisa in tre tronconi ed ogni tappa facciamo una sosta sia per abituare il piccolo di casa, che per goderci il panorama.

In cima il nostro respiro è un po’ affannato, ma basta un pit stop al rifugio, con una cioccolata calda, per farci riprendere. Anche qui neve, sole e cielo ci offrono uno spettacolo al quale non siamo abituati.

L’impressione è comunque che qui a Cervinia si punti più al turismo sciistico, mentre a Courmayeur, sullo Skyway, si cerchi più che altro di soddisfare i turisti come noi.

Comunque rifaremmo entrambe le esperienze.

Facciamo una breve passeggiata a Cervinia dove per un istante, Damiano ha toccato il cielo con dito; vedo infatti un cartello e leggo ad alta voce “caduta neve e ghiaccioli”… e Damiano: “Nooo, ma dai! Senza pagare?”.

Dopo una sonora risata, gli spieghiamo che non sono i ghiaccioli che intende lui!

 

Cervinia è una graziosa e piccolissima città posta in uno scenario splendido. Prendiamo un tagliere di formaggi e salumi in un locale con vista a 360° sulle montagne.

Altro luogo da non perdere, è la Thuille, anche questa località da sogno arroccata sulle montagne e di passaggio per il passo del Piccolo S. Bernardo.

A La Thuille vediamo la famosa “Caserma Aosta” dove si svolgono le selezioni di “Donnavventura”…Ivan sperava in un incontro!

Vista la vicinanza con il confine francese, decidiamo di andare a Chamonix attraverso il traforo del Monte Bianco; è una cittadina splendida : curata, fiorita…merita la nostra giornata.

La Val d’Aosta è un palcoscenico a cielo aperto: montagne, verde, neve e castelli si offrono ai nostri occhi in un mix che ci lascia senza fiato.

Si castelli!!! Moltissime sono le fortificazioni e sono anche ben conservate…tra tutte scegliamo di vedere da vicino il castello di Fenis; per visitare l’interno, bisogna prenotare almeno due ore prima la visita on-line. Quindi occhio.

A dire il vero siamo stati molto fortunati: trovare 20° qui ad aprile, ci dicono sia veramente una gran fortuna.

Ogni nostro giorno di vacanza è stato accompagnato dal sole, tranne un’unica giornata di pioggia intensa. Anche quella però è stata una giornata di scoperta; la scoperta di trascorrere un giorno nel nostro chalet coccolati dal legno, dal braciere e dalla gentilezza della padrona di casa.

Quando un viaggio finisce con “ci ritorniamo!”…allora è stato proprio memorabile”.      

 

 

Marzamemi/Feudo Ramaddini. Qui il vino profuma di mare

Qui una volta c’erano gli antichi magazzini del vino. Il Siracusano, così come tutta la Sicilia, produttore di un vino robusto, da mescita, spediva grandi quantità di mosto in giro per il mondo. Le navi, a largo di Marzamemi, aspettavano il prezioso carico che arrivava attraverso condotte costruite appositamente. Al Feudo Ramaddini le condotte le chiamano “vinodotti” e puoi ancora vederle partire dall’azienda e arrivare lontano, all’orizzonte, verso il blu. Così come puoi vedere le antiche ed enormi botti dove veniva sistemato il mosto appena pigiato al vicino palmento Rudinì. Antichi utensili, strumenti coperti dalla patina del tempo.

Nessuno usa più i vinodotti o le botti dal fascino antico. Stanno lì per ricordare un pezzo di storia e tradizioni che oggi hanno lasciato il passo e si sono evolute in una realtà vinicola d’eccellenza. I vigneti del Feudo Ramaddini crescono su terreni che da Noto scendono piano verso il mare e ne conservano il profumo. Un terreno calcareo, quasi sabbioso, il sole caldo di Sicilia. Grillo, Nero d’Avola, Catarratto, Moscato bianco, vitigni autoctoni alla base di etichette da provare durante le visite guidate giornaliere e gli eventi che al Feudo Ramaddini – vignaioli indipendenti FIVI, sinonimo di autenticità e passione per il territorio –  organizzano in cantina.

 

 

I miei preferiti: il Patrono, nero d’avola perché ti si racconta piano piano ma già al primo sorso ti regala tutto il suo profumo ; il Nassa, Grillo Doc, perché nel suo colore e nella sua freschezza c’è il profumo dell’estate di Sicilia alle porte; il Al Hamen doc, moscato passito di Noto, perché per farlo così ogni chicco, raccolto a luglio, è stato adagiato su cannizzi e coccolato al sole.

Non dimenticate di assaggiare il miele e un altro prodotto firmato Feudo Ramaddini che io ho trovato delizioso e che fa bella mostra nella mia cucina,  il Mosto Cotto di Nero d’Avola:  la cenere, durante un procedimento lungo ore, ne blocca la fermentazione e cannella e buccia d’arancia  ne bilanciano il profumo.

Prossimo appuntamento  organizzato e a cui Feudo Ramaddini  prende parte: il Val di Noto Wine tour. 26 e 27 maggio 2018. Quattro cantine siciliane – Cantina Marilina, Planeta, Terre di Noto e Feudo Ramaddini- in occasione di Cantine Aperte, un viaggio alla scoperta di un territorio e del suo vino.

Must di stagione. Le furlane veneziane

Cosa sono le furlane? Sono comode pantofole in velluto da sempre utilizzate dai gondolieri. La loro suola, una volta ricavata dalla gomma dei vecchi pneumatici delle biciclette, permette loro di non scivolare in barca.

Per tradizione ricavate da materiali di scarto, dalla suola alle tomaie, oggi sono un must have e vezzo dandy per chi ama essere à la page stando comodi: morbide babbucce in velluto, e non solo, in tutte le sfumature di colore che riuscite ad immaginare…