Eccellenze in Sicilia. La Paisanella a Mirto. Il Suino Nero dei Nebrodi come natura vuole

La Paisanella a Mirto
Il Suino Nero dei Nebrodi
Grugno tosto, occhietti furbi, setole robuste, colore decisamente nero. E’ il Suino Nero dei Nebrodi, un animale forte e libero per natura.

Alla Paisanella arrivo in una pigra domenica d’agosto e, ad aspettarmi, c’è Luisa Ingroggio Agostino. E’ lei che, con il marito, Sebastiano Agostino, ha portato avanti il progetto voluto dalla Regione Sicilia di reintroduzione e valorizzazione di uno degli animali simbolo del Parco dei Nebrodi in Sicilia, il suino nero dei Nebrodi.

Luisa mi accoglie con un sorriso elegante e inizia a preparare per me un vassoio di prelibatezze. Disossa appositamente un prosciutto con la grazia con cui suonerebbe un violino e, in risposta al mio sguardo perplesso, mi dice: “Come faccio a raccontarti il mio lavoro se non ti faccio sentire il profumo e il sapore di ciò che produciamo qui?”.

Il progetto avviato con la Regione Sicilia. Un progetto ambizioso, un progetto d’amore per il territorio

“Quando la Regione, negli anni Novanta, ci ha chiesto di prendere parte al progetto di valorizzazione del Suino Nero dei Nebrodi abbiamo accettato immediatamente. Si trattava di una grande opportunità per il territorio e per la nostra azienda a gestione familiare, da generazioni impegnata nel settore dell’allevamento. Il Suino Nero dei Nebrodi rischiava di estinguersi”.

Alla Paisanella si fa territorio
Alla Paisanella si fa territorio

Siamo a Mirto, un piccolo centro circondato dal Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta in Sicilia. A pochi chilometri il mare da un lato, i boschi di querce e roverelli dall’altro. Poco più in alto le grandi faggete del Parco, il regno di poiane e grifoni, altra specie reintrodotta grazie all’impegno dell’Ente Parco. Un ecosistema prezioso e unico, una biodiversità da tutelare e salvaguardare.

Assaggio la lonza, il guanciale, il lardo prodotti alla Paisanella. La parte grassa si scioglie piano, quella magra esplode in bocca.

Luisa mi spiega che in questi capolavori di norcineria sono banditi nitrati, nitriti, lattosio. Nessuna traccia di conservanti e una componente importante di acidi grassi polinsaturi, quelli <buoni>, nella parte morbida e burrosa. La carne degli animali allevati qui trattiene ferro, vitamine, sali minerali. Solo il 30% di muscolo in ciascun esemplare, prodotti di nicchia, indimenticabili.

La collaborazione con l’Università per le Conserve Alimentari di Parma
Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi
Sua maestà il Suino Nero dei Nebrodi

“Abbiamo iniziato con il salame e la salsiccia lavorata rispettando la nostra tradizione locale: carne tagliata al ceppo, al coltello e solo budello naturale. Poi ci siamo lanciati in una nuova avventura, il prosciutto di Suino Nero dei Nebrodi. Siamo stati affiancati all’Università per le Conserve Alimentari di Parma e abbiamo scoperto cosa poteva venir fuori in un territorio come il nostro. Il risultato è stato sorprendente: un prosciutto che si distingueva per profumi e sapore, un prosciutto che poteva essere fatto solo qui con sentori di funghi, mandorle, sottobosco, stagionato in cantine naturali e non in celle termocontrollate che non avevamo”.

Nel frattempo il Suino Nero dei Nebrodi diventa Presidio Slow Food e un disciplinare ne regolamenta l’allevamento. Ne aumenta anche il prestigio che cresce proporzionalmente al consumo.

“Sarebbe più semplice utilizzare carni di suini ibridi che non sono allevati allo stato brado ma non sarebbe la stessa cosa”. A parlare è Sebastiano Agostino, che ci racconta di aver da poco trasferito le sue mandrie di vacche, pecore e capre indigene nei pascoli ai piedi dell’Etna dove ora fa meno caldo. Daranno canestrati, provole, ricotta fresca, infornata e salata.

“Ciò che rende unico il nostro prodotto è l’animale e il modo in cui lo alleviamo. Vogliamo andare a conoscere il Suino Nero dei Nebrodi?”

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?
Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?
Il Suino Nero dei Nebrodi. Un tipo tosto

Grugno tosto, orecchie piccole, occhietti furbi e determinati, setole robuste sul dorso, colore decisamente nero. Il Suino Nero dei Nebrodi, “u porcu nivuru”, riconosciuto come razza di maiale nero italiano dall’Associazione Nazionale Allevatori Suini, è un animale forte e libero per natura.

E come natura comanda scorrazza libero nei boschi di Sebastiano Agostino. Centinaia di esemplari. Vederlo ruzzolare tra querce e roverelle in spazi immensi rende tangibile il perché oggi  il Suino Nero dei Nebrodi sia un’icona del Parco ed emblema di qualità.

Solo ghiande, radici, castagne per questi animali, naturali <spazzini> del sottobosco. Se necessario, quando nevica ad esempio, si interviene con fava e orzo germinato. Piccole costruzioni a basso impatto ambientale come ricovero: sono le tradizionali <zimme>, una base circolare di pietra che termina a forma di cono, di capanna rivestita di ginestre e felci.

“Ci piace lavorare affinchè la qualità resti alta e lo facciamo con passione”.

I risultati non hanno tardato ad arrivare. L’Università La Sapienza ha riconosciuto il prosciutto prodotto alla Paisanella come il Miglior Prosciutto Salutare al mondo; a partire dal 2011 i salumi che trovate qui a Mirto nel bancone di Luisa e Sebastiano sono Best in Sicily; nel 2014 la Guida Grandi Salumi d’Italia del Gambero Rosso li inserisce come eccellenza del territorio; i migliori chef dell’isola, e non solo, scelgono salsiccia e salame firmati Agostino.

Avete mai provato il capocollo stagionato con le canne naturali come facevano i nonni?

Sicilia. Tenuta Gorghi Tondi. Vini per natura

Gorghi Tondi
La Tenuta Gorghi Tondi a Mazara del Vallo, sulla costa sudoccidentale della Sicilia
La Tenuta Gorghi Tondi a Mazara del Vallo, sulla costa sudoccidentale della Sicilia

Due sorelle, Annamaria e Clara Sala, e una famiglia che da quattro generazioni è impegnata nella valorizzazione e produzione di un vino di qualità.

Uno scenario eccezionale, l’oasi protetta dal WWF Lago Preola e Gorghi Tondi all’interno della quale crescono le viti dell’azienda.

Un protagonista d’eccezione, il mare. Un habitat unico al mondo in cui, grazie all’alternanza di umidità, ventilazione e caldo asciutto si forma la Botrytis Cinerea, la <muffa nobile> che, attaccando l’uva, dà vita ad un’alchimia speciale da cui nasce il solo vino muffato prodotto in Sicilia.

É la ricetta della Tenuta Gorghi Tondi in contrada San Nicola, a Mazara del Vallo.

I colori e i profumi della Sicilia
I colori e i profumi della Sicilia
Vini per natura. A Gorghi Tondi comanda lei

Vini per natura è il claim di Gorghi Tondi. Vini realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente. Un perfetto equilibrio con l’ambiente circostante che diventa condizione imprescindibile all’interno di  una realtà vinicola con un’esperienza di oltre quaranta anni nella produzione del vino.

Nasce grazie alla passione di nonna Dora e nel 2000, con papà Michele e la moglie Doretta, diventa azienda. Oggi sono le le nipoti Annamaria e Clara Sala a custodire la tradizione familiare con scelte mirate: l’impiego di energie pulite a tutela della biodiversità e la produzione di vini di qualità certificata. Al bando quindi sostanze chimiche di sintesi e organismi geneticamente modificati, secondo i requisiti delle più severe norme dell’agricoltura biologica.

Tra i vini prodotti, il Grillo DOC di Contrada Gilletto e il Nero d’Avola DOC di Contrada Ramisella, vinificati senza solfiti aggiunti. Unico conservante, il controllo della temperatura.

Vini bio e senza solfiti
Vini bio e senza solfiti
Nel regno della piccola testuggine palustre e del pollo sultano

Le viti della Tenuta Gorghi Tondi crescono all’interno dell’Oasi WWF Lago Preola e Gorghi Tondi e sono particolarmente amate dalla rara testuggine palustre, una tartarughina che vive solo in Sicilia e che depone le uova tra i filari.

I laghi carsici della Riserva naturale integrale, oasi WWF, Lago Preola e Gorghi Tondi
I laghi carsici della Riserva naturale integrale, oasi WWF, Lago Preola e Gorghi Tondi

La Riserva naturale integrata è costituita da piccoli laghi naturali salmastri di origine carsica popolati dal colorato gallo Sultano, il rospo Smeraldino, l’istrice e la cicogna bianca.

É meta privilegiata nei periodi primaverili e autunnali di germani reali, folaghe, garzette e aironi. In questo scenario, sono coltivate uve Zibibbo, Nero d’Avola, Catarratto, Frappato e Nerello Mascalese. Ed ovviamente Grillo.

Il Grillo, vitigno principe nel trapanese

Tra le degustazioni proposte all’interno del baglio della tenuta Gorghi Tondi c’è la Grillo Experience, il vitigno che ama la Sicilia occidentale ed in particolar modo Trapani e la sua provincia.

Si inizia da un vino spumante Brut, il Palmarès Brut, spumantizzato con metodo Martinotti, una festa per il palato.

Si passa poi al Gilletto, il Grillo Doc Sicilia prodotto senza solfiti aggiunti di cui abbiamo già parlato, una vera sorpresa.

É la volta del Kheiré, Grillo DOC Sicilia biologico: il sentore di pera e agrumi lascia il posto al mare.

E infine il Grillodoro, il tesoro della Tenuta Gorghi Tondi.

Grillodoro, quasi leggenda

Pare che tutto abbia avuto inizio da un grappolo caduto per caso e dallo sguardo attento di chi il vino lo conosce bene. Lo sguardo di chi ha subito compreso che ad attaccare gli acini di quel grappolo era Botrytis Cinerea, la cosiddetta <muffa nobile>, la stessa che ha reso grandi e blasonati alcuni vini dolci naturali nel mondo.

A Gorghi Tondi, tra i filari affacciati sul mare, si ripete l’impossibile grazie a un microclima unico: mare, sole e brezza che si alternano. Qui nasce GRILLODORO, l’unico vino muffato siciliano, un vino passito ottenuto da una vendemmia tardiva di uve Grillo surmature.

Ultima curiosità: un Frappato che può darsi delle arie

E’ stato selezionato tra le quaranta etichette di rosso del Bel Paese da Monica Larner, la critica enologica per Wine Advocate: è il Dumé, Frappato DOC Sicilia, rosso rubino chiaro con riflessi violacei. Mora, lampone, melograno da scoprire e apprezzare in quest’estate siciliana.

Grillo experience!
Grillo experience!

Mozia. L’isola dei fenici

Fondazione Whitaker, Mozia

Ci siete mai stati a Mozia, a largo di Marsala? La piccola isola che insieme a Isola Lunga, Santa Maria e Schola  forma la Riserva dello Stagnone, la laguna stretta tra San Teodoro e Capo Lilibeo, una delle tre <punte> di Trinacria?

Aspettando il tramonto su Mozia, l'isola dei fenici
Aspettando il tramonto su Mozia, l’isola dei fenici

Nell’XI secolo Mozia fu donata dai Normanni ad una comunità di monaci basiliani che si insediarono sull’isola e le diedero il nome del santo patrono, San Pantaleo.

Il suo passato però risale a molti secoli prima, con testimonianze di età preistorica, e la sua fama e ricchezza all’VIII secolo a. C, quando diventò potente colonia fenicia.

C’è poi un nome che è indissolubilmente legato alla fortuna dell’antica Mothia. Il nome di un uomo che se ne innamorò e trasformò l’isola in uno dei poli d’attrazione dell’archeologia in Sicilia, Giuseppe Whitaker, detto Pip.

Giuseppe Whitaker, il signore di Mozia

La palazzina che oggi ospita la Fondazione G.Whitaker la si nota subito tra i pini arrivando in barca sull’isola. Un tempo era la residenza privata di Giuseppe Isaac Spatafora Whitaker, rampollo della celebre e blasonata famiglia la cui villa tardo ottocentesca, a Palermo, è un’oasi di bellezza ed eccezionale peculiarità per le piante rare distribuite negli otto ettari della proprietà.

Si dice che Mozia la scoprì durante una battuta di caccia nello Stagnone. Fu amore a prima vista.

Viaggiatori e geografi stranieri avevano già scoperto il suo passato come colonia fenicia ma fu Whitaker che avviò le prime campagne di scavo nel 1906 riscattando dall’oblio l’isola che Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assediò e distrusse  costringendo i suoi abitanti  a rifugiarsi sulla terraferma nella colonia di Lilibeo, l’attuale Marsala.

I materiali provenienti da questi scavi formano la collezione Whitaker, una delle raccolte più importanti per la conoscenza della civiltà fenicio punica del Mediterraneo che, insieme agli altri preziosi rinvenimenti effettuati sull’isola negli anni successivi dalla Sovrintendenza di Trapani sotto l’egida dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’Università di Roma La Sapienza, sono visitabili oggi nel museo di Mozia.

Mozia, un museo a cielo aperto

Tutt’attorno la Fondazione Whitaker e lungo il perimetro dell’isola, Mothia, l’antica e florida colonia fenicia, fa bella mostra di sé.

Lungo sentieri facilmente percorribili tra macchia mediterranea si scorgono i resti della Piscina Sacra, il Kothon, nata su sorgenti di acqua dolce; del Tempio di Melqart, detto del Cappiddazzu; del Tofet, santuario a cielo aperto dove venivano deposti, dentro vasi, i resti dei sacrifici umani ed animali. Si possono immaginare i ricchi traffici e i commerci, le botteghe, i forni per la produzione di vasi e i luoghi per la concia e la tintura dei tessuti.

Avete mai sentito parlare della porpora, la tintura ricavata da una conchiglia usata per tingere i tessuti e ottenere un’infinità di toni dal rosa al lilla, dal violetto pallido al viola scuro?

Casa dei Mosaici. Mozia
Casa dei Mosaici. Mozia. All’orizzonte la costa trapanese

O del cinabro e del minio, sostanze di origine minerale usate per creare unguenti e belletti? E se vi dicessi che per dare luce al viso si polverizzavano sulle gote dei lustrini preparati macinando dell’ematite o della mica? Make up ante litteram!

A Mozia la strada che non c’è, la strada sommersa

A Mozia fatevi indicare l’antica via di collegamento con la terra ferma. Una vera e propria arteria stradale, lunga circa 1,7 chilometri e larga circa 7 metri, tanto da consentire il comodo passaggio di due carri affiancati. Datata intorno al VI-V secolo a.C., iniziava da Porta Nord, sull’isola e le lastre di pietra con cui fu costruita sono ancora ben visibili appena sotto il livello dell’acqua. Acque basse, bassissime che caratterizzano la Riserva dello Stagnone e creano un habitat naturale unico al mondo.

Lungo i sentieri di Mozia ciuffi di salicornia, l'asparago di mare. Lo avete mai assaggiato?
Lungo i sentieri di Mozia ciuffi di salicornia, l’asparago di mare. Lo avete mai assaggiato?

A Mozia si continua a fare il vino

Quando i fenici abitavano Mozia, il vino era già una componente fondamentale della loro civiltà. E come per un destino già segnato, la strada sommersa che collegava Mozia a Birgi ha continuato per lungo tempo ad essere utilizzata per il trasporto dell’uva. Avete capito bene, dell’uva che, con un primo impianto di inizio Ottocento, veniva coltivata sull’isola e che, una volta raccolta, era trasferita e lavorata nei palmenti di Birgi con i tipici carretti siciliani dalle ruote enormi tirati da poderosi muli.

Poi arrivò la terribile fillossera, un flagello per le viti in Europa e di viticoltura non se ne parlò per un po’. Oggi sull’isola cresce e viene coltivato un prezioso Grillo (insieme ad un olio extravergine d’oliva) la cui cura è stata affidata a partire dal 2007 dalla Fondazione Whitaker  a Tasca d’Almerita. É il Grillo Mozia, una delizia con note di ginestra, citronella e tutto il profumo della Laguna dello Stagnone.

D’altronde Marsala è terra di vino e fu proprio il nonno di Giuseppe Whitaker, Benjamin Ingham a cominciare, seguito da Woodhouse e dai Florio, a produrre quel famoso vino, il Marsala, che tutto il mondo volle.

Con il Grillo Mozia rivive l’antico <vino dei fenici> e la mente corre al prezioso reperto recuperato poco distante, nei fondali delle Egadi, lì dove fu combattuta la prima guerra punica: una bottiglia in peltro del quindicesimo secolo con tracce di vino. Un destino che corre e si rinnova lungo i secoli.

Il Giovane di Mozia. Super star dell’isola

Il primo posto di star indiscussa del trapanese se lo contende col Satiro Danzante di Mazara del Vallo, attirando sull’isola i tanti visitatori che salgono sui barconi e raggiungono dalla terraferma Mozia. È il Giovane di Mozia, V secolo a.C., altezza complessiva un metro e 94, uno dei maggiori capolavori scultorei dell’antichità classica, oggi collocato nella grande sala dal tetto a capriate che un tempo era la cucina dei Whitaker.

La star dell'isola. Il Giovane di Mozia
La star dell’isola. Il Giovane di Mozia

L’Auriga di Mozia, un’opera talmente speciale da essere esposta in diversi paesi del globo e in varie edizioni delle Olimpiadi e da fare bella mostra a Palazzo Grassi a Venezia su una base realizzata appositamente dall’architetto Gae Aulenti.

Fu rinvenuta nel 1979 nella zona K di Mozia, sotto un cumulo di detriti e fu leggenda: la picconata dell’operaio sul ginocchio, la veglia notturna del custode e il viaggio in trattore fino al magazzino avvolta in materassi e  coperte.

Oggi il Giovane di Mozia, forse un dio, forse un magistrato punico, riempie lo spazio della sala che lo accoglie con la sua lunga tunica pieghettata, i muscoli in evidenza, lo sguardo altero, una fila di riccioli impertinenti sulla fronte e sulla nuca.

Come raggiungere Mozia

Mozia e la Fondazione Whitaker sono raggiungibili a bordo di comodi barconi dal fondo piatto necessario per solcare le acque basse della laguna.

Partono dall’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola, gestiti dalla Arini e Pugliese, Consorzio Turistico Laguna dello Stagnone, che organizza il servizio di traghettamento, tour della laguna e simpatici aperitivi in barca.

I trasferimenti vengono effettuati anche dalla Krivamar Elegant Tour con partenza dalle Saline Ettore e Infersa, nei pressi del Museo del Sale, punto di raccolta per la scoperta delle saline e della Via del Sale e delle tante attività legate al <saliturismo>.

L’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola
L’imbarcadero storico G.Whitaker in c.da Spagnola

Sicilia. Parco dei Nebrodi. Parco delle meraviglie

Parco dei Nebrodi

Ancora bellezza, ancora natura.

Il nostro secondo appuntamento con il Parco dei Nebrodi, accompagnati dall’Ente Parco, ha inizio in uno spazio assai ridotto, eppure unico ed eccezionale.

Siamo all’interno della Marmitta dei Giganti, una cavità che la natura ha creato, alla ricerca di una meraviglia assai rara da trovare altrove.

Lo sentite il rumore dell’acqua?

Cascata del Catafurco
Cascata del Catafurco. Lo sentite il rumore dell’acqua?
La cascata del Catafurco. Il miracolo della Petagna

Le sue acque precipitano fragorosamente dalla parete rocciosa della Serra dei Ladri con un salto di circa 30 metri  e scivolano in una placida piscina naturale, la Marmitta dei Giganti.

E’ la Cascata del Catafurco, la più bella del Parco dei Nebrodi, alimentata dalle acque del torrente San Basilio e raggiungibile attraverso un sentiero di circa 4 chilometri abbastanza semplice e piacevole.

La trazzera da prendere parte da contrada San Basilio, poco fuori il centro abitato di Galati Mamertino e offre piacevoli soste come quella dell’antico villaggio dei pastori in contrada Molisa, dove sono visibili le tipiche case in pietra edificate senza malta e i caratteristici <pagghiari>, usati dai pastori come riparo.

Esiste anche un percorso più impegnativo che parte da Portella Addrichi e che prevede un trekking aggiuntivo di circa 7 chilometri.

Il viaggio è già di per sé un piacere grande, il punto d’arrivo una sorpresa inaspettata che non si esaurisce davanti lo spettacolo del salto d’acqua: poco più giù, ad un livello appena più basso, l’acqua scivola lentamente creando giochi di luce e ritmi naturali; goccia a goccia accarezza una cavità preziosa che custodisce una Madonna. Gocce come lacrime che i fedeli definiscono <le lacrime della Madonna>. L’atmosfera, anche per chi non è devoto, è fiabesca e surreale.

Parco dei Nebrodi
Parco dei Nebrodi. Il viaggio è il percorso

Chiunque poi può constatare la presenza di un <miracolo>, stavolta tangibile e reale, la meraviglia di cui si parlava al principio: la Petagna.

Trattasi di una specie assai rara della famiglia delle Apiaceae o Umbelliferae scoperta da Giovanni Gussone nel 1817. La Falsa Sanicola o Petagnaea Gussonei è una pianta endemica della Sicilia nordorientale che qui, ai piedi della Madonna del Catafurco, sembra crescere forte e imperitura con i petali a forma di cuore.

Non è forse un miracolo anche questo?

L’area del capriolo. Una nuova sfida per il Parco dei Nebrodi

Poco distante dalla Cascata del Catafurco, in contrada Miserella, l’Ente Parco ha individuato un’area di circa 5 ettari nella quale sono ospitati, dal 15 dicembre 2001, esemplari di capriolo.

L’area è ricca di un fitto sottobosco di rosa canina e ginestra le cui tenere foglioline pare siano molto apprezzate dai caprioli.

La Madonnina del Catafurco. Che tu creda o no
La Madonnina del Catafurco. Che tu creda o no

Non è facile però individuarli nascosti da querce e castagni: i caprioli sono animali timidi e guardinghi.

Si riuscirà a reintrodurre il capriolo nel Parco dei Nebrodi?

L’animale icona del Parco, il Suino Nero dei Nebrodi

Un maiale di taglia piccola e dal mantello scuro, razza autoctona molto simile al cinghiale che vive nei boschi dei Nebrodi allo stato semibrado e brado. Si ciba del sottobosco tenendolo pulito in modo naturale e solo in determinati periodi viene nutrito con un’integrazione alimentare.

E’ il Suino Nero dei Nebrodi e non è raro avvistarlo intento a grufolare. Presidio Slow Food, è l’animale icona del Parco e regala salumi di altissima qualità. Salami, salsicce fresche e essiccate, prosciutti, capocolli sono un <souvenir> goloso e assai pregiato e vanto della norcineria locale. Le carni di Suino Nero dei Nebrodi fanno capolino nei menu dei migliori ristoranti della zona.

La via della fede. I luoghi di San Nicolò Politi

La leggenda vuole che fosse proprio un eremita, San Nicolò Politi ad avere un rapporto speciale con l’aquila reale del Parco Dei Nebrodi. Proprio dove oggi l’Ente Parco cerca di reintrodurre e tutelare il maestoso animale, il santo viveva e predicava. La loro storia è raccontata in un affresco ottocentesco all’interno del Santuario dell’Eremo di San Nicolò Politi, a circa 2,5 km dal centro abitato di Alcara Li Fusi, alle pendici del monte Calanna, dove l’eremita visse per circa trenta anni: l’aquila porta in dono un pezzetto di pane ad un San Nicolò genuflesso. 

San Nicolò Politi, nato da nobile famiglia  nel 1117, al tempo in cui la Sicilia era governata dal Gran Conte normanno Ruggero II, scelse la via della preghiera e dell’isolamento.

Considerato autore di miracoli e interventi divini, è oggi venerato nel Monastero di Santa Maria del Rogato dove le sue spoglie furono custodite per 336 anni e nella Chiesa Madre Maria Santissima Assunta. Qui, al centro della navata sinistra, c’è oggi la Cappella a lui dedicata.  

Altri luoghi di culto sono la Chiesa di Sant’Anania e l’Acqua Santa, una costruzione rurale che preserva l’esatto luogo in cui la nuda roccia regalò acqua fresca al Santo assetato al tocco del suo bastone.

Tra sacro e profano. Il Parco dei Nebrodi è pop
Tra sacro e profano. Street art a San Salvatore di Fitalia
Tra sacro e profano. Street art a San Salvatore di Fitalia

Ancora un borgo, ancora un gioiello dove vivere il viaggio in modalità slow e apprezzare un’accoglienza autentica e genuina. Poco distante dai luoghi scoperti finora, fate un salto a San Salvatore di Fitalia dove, alla bellezza tipica del borgo, si aggiunge il piacere della scoperta di un animo pop.

Nei vicoli silenziosi di San Salvatore di Fitalia andate alla scoperta delle opere a cielo aperto di Andrea Ravo Mattoni: due opere del Caravaggio reinterpretate e ricreate sui muri del paese a colpi di rullo e bomboletta spray. Una racconta la Natività del Caravaggio. Quella Natività  che nel 1969 fu trafugata nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovata.

Si ringrazia l’Ente Parco dei Nebrodi per la gentile e preziosa collaborazione.

Oratorio di San Lorenzo a Palermo. La preziosa copia della Natività di Caravaggio patrocinata da Skyarte
Oratorio di San Lorenzo a Palermo. La preziosa copia della Natività di Caravaggio patrocinata da Skyarte

La Sicilia ha un cuore verde. Il Parco Naturale dei Nebrodi

Parco dei Nebrodi

La più grande area naturale protetta in Sicilia.

Un patrimonio naturalistico che abbraccia 24 comuni ricadenti in 3 province diverse, Messina, Enna e Catania. Un polmone verde stretto tra Etna e Mar Tirreno.

Ѐ il Parco Naturale dei Nebrodi, Area Protetta dal 1993. Tutto da scoprire grazie all’Ente Parco, lungo percorsi di infinita bellezza.

Un racconto in più capitoli che ci gusteremo pian piano. Ecco il primo.

Vivere il Parco Naturale dei Nebrodi. Il Lago Maulazzo
Vivere il Parco Naturale dei Nebrodi. Il Lago Maulazzo

Biviere e Maulazzo. I laghi superstar

Partiamo dal cuore, partiamo dai laghi Biviere e Maulazzo. E lo facciamo con un itinerario che parte dalla statale 289 San Fratello/Cesarò. Per raggiungerla prenderemo la A20 con uscita Sant’Agata Militello e la percorreremo sino al bivio di Portella Femmina Morta.

Dal mare sino alla cima più alta del Parco dei Nebrodi, il Monte Soro, con i suoi 1847 metri, attraversando piccoli borghi dai tempi lenti che lasciano il passo ad ampie vallate e radure ricoperte di mirto e lentisco.

Solo fino ad un certo punto però. A lecci e roverelle subentrano le immense faggete che coprono tutto il crinale dei Nebrodi per più di 10.000 ettari. Alcuni rari esemplari di acero montano, acero campestre e frassino, a cui fanno da cornice agrifoglio, biancospino e pungitopo.

Da Portella Femmina Morta, dopo pochi chilometri, il primo a presentarsi è il lago artificiale di Maulazzo, circondato dai faggi di Sollazzo Verde.

Realizzato negli anni ’80 dall’Amministrazione Forestale della Regione è oggi un’oasi di bellezza, con paesaggi che cambiano ad ogni stagione.

La strada principale costeggia parte del lago e prosegue sino al Biviere con un percorso di circa 6 chilometri. Lo scenario cambia ripetutamente: pascoli, piccole radure, ampie porzioni di bosco. Ci si ferma ad una fontana per riprendere fiato, davanti una piccola edicola votiva sul ciglio della strada, sotto un albero dove i primi funghi della stagione fanno capolino.

Lungo il percorso tra Maulazzo e Biviere
Lungo il percorso tra Maulazzo e Biviere

Non è difficile incontrare mucche al pascolo e meravigliosi esemplari di cavallo sanfratellano allevati allo stato brado.

Poi si presenta lui, il Biviere, con una superficie di 18 ettari e un ecosistema prezioso. Casa di cavalieri d’Italia e aironi cenerini, folaghe, martin pescatori e merli acquaioli. Un susseguirsi di colori e sfumature diverse.

La strada è sterrata e frequentata per lo più da rare jeep. Ci sarete solo voi e il <silenzio rumoroso> della natura. Ci avete mai fatto caso a quanti suoni diversi ci sono in un bosco?

Non dimenticate scarpe da trekking, acqua, magari uno spuntino e perché no, un pratico cappello se ci andate in estate.

Avete mai ascoltato la voce del bosco?
Avete mai ascoltato la voce del bosco?

Col naso all’insù. Nel regno del grifone e dell’aquila reale

Sollevate di tanto in tanto lo sguardo: se siete fortunati potreste avvistare un nibbio reale o una poiana. E forse, perché no, l’aquila reale. Il suo regno, le aspre Rocche del Crasto, non sono lontane.

Così come Alcara Li Fusi, Longi e Militello Rosmarino, i borghi a poca distanza dai quali è tornato l’avvoltoio grifone grazie ad un progetto di reintroduzione promosso dall’Ente Parco nel 1998 con alcuni esemplari provenienti dalla Spagna.

Un'immagine straordinaria del nido di un grifone. Foto Parco dei Nebrodi
Un’immagine straordinaria del nido di un grifone. Foto Parco dei Nebrodi

Oggi la colonia di grifoni della Valle del Rosmarino cresce e popola le pareti a strapiombo delle Rocche del Crasto. Per saperne di più, raggiungete l'”Area del Grifone” nella periferia del paese di Alcara Li Fusi, in contrada Grazia, con il suo punto informativo creato dall’Ente Parco e gestito dai volontari  dell’Associazione Ambiente Sicilia.

Sapevate che il grifone è un animale <fedele>? Specie monogama, sceglie un compagno per tutta la vita, nidifica sui costoni rocciosi e depone un solo uovo all’anno di cui si prende cura con infinita attenzione. Il pulcino sarà coccolato da mamma e papà sino al primo volo, dopo circa 120 giorni di nido.

Biodiversità, un patrimonio da tutelare

Si chiama Banca Vivente del Germoplasma Vegetale ed ha un unico scopo: preservare e tutelare specie e vecchie cultivar tradizionali che rischiano di scomparire per sempre.

Parco Naturale dei Nebrodi. Bellezza da salvaguardare
Parco Naturale dei Nebrodi. Bellezza da salvaguardare

Si trova in c.da Pirato a Ucria circondata dal Giardino dei Semplici, dedicato al botanico nebrodense Bernardino da Ucria. Creata dall’Ente Parco dei Nebrodi con il supporto tecnico e scientifico dell’Università di Palermo, Dipartimento di Scienze Biologiche, ospita un laboratorio biologico per la tutela e la moltiplicazione di specie indigene endemiche dei Nebrodi e campi di collezione di diverse piante in pericolo di estinzione.

San Marco d’Alunzio. Borgo più bello d’Italia

Il titolo di borgo tra i più belli d’Italia se lo merita ampiamente. Piccolo, raccolto, con un tesoro ad ogni vicolo.

Più di venti tra chiese e musei, una storia antica che parla greco, romano, normanno. L’antica Alòntion greca divenne Haluntium con i Romani, Demenna con i Bizantini, San Marco con i Normanni. Fu proprio Roberto il Guiscardo che vi si insediò nel 1061 e fece costruire il castello  di cui oggi rimangono solo alcuni ruderi, tutelati e valorizzati e oggi punto di attrazione del borgo.

Sul Tirreno. Il Tempio d'Ercole a San Marco d'Alunzio
Sul Tirreno. Il Tempio d’Ercole a San Marco d’Alunzio

San Marco d’Alunzio vede rosso. Nelle sue chiese, per le strade, cercate il rosso, quello del prezioso marmo di cui è ricca la zona. Anche l’antica fontana di piazza Aluntina realizzata nel 1897 è in marmo rosso, così come la scalinata che la sovrasta. Su entrambe l’altare della Madonna del Lume.

San Marco d'Alunzio. Una storia antica che parla greco, romano, normanno
San Marco d’Alunzio. Una storia antica che parla greco, romano, normanno

Vicino uno degli ingressi del borgo alcuni artigiani locali hanno realizzato un bassorilievo dello stesso materiale che racconta San Marco d’Alunzio e la sua storia.

Sulle tracce di Ercole. Non dimenticate il Tempio di Ercole, un antico tempio greco del IV secolo a.C. dedicato ad Ercole trasformato in chiesa cristiana nel Medioevo.

Alle sue spalle, San Marco d’Alunzio si tuffa nel blu del Mar Tirreno dove nitide si stagliano le isole Eolie.

Santo Stefano di Camastra. Ceramiche con le ali

E’ la Città della Ceramica, con una tradizione antica e un animo vocato al bello e alla tradizione. Santo Stefano di Camastra, al confine con la provincia di Palermo, si affaccia sul mare e le sue ceramiche sono una festa per gli occhi: nelle insegne, sui numeri civici, sopra panchine e cornicioni.

Santo Stefano di Camastra. Pezzi e tonalità della tradizione ma non solo
Santo Stefano di Camastra. Pezzi e tonalità della tradizione ma non solo

Pare che qui, già al tempo degli arabi si lavorasse la preziosa ceramica e a partire dal secolo XVII le mattonelle maiolicate di Santo Stefano di Camastra diventano vanto e fiore all’occhiello. L’ex dimora del Duca di Camastra, odierno Palazzo Trabia, è sede del Museo della Ceramica e custodisce tradizione e pezzi unici.

Oggi la Statale che taglia il paese è un susseguirsi di botteghe storiche e laboratori dove la tradizione si alterna a nuove figure e tecniche di lavorazione. Ai colori classici – il verde rame, il gialloarancio, il blu cobalto, il rosso e il manganese –  si affiancano nuove tonalità più moderne e contemporanee.

La Matrangela, la Madre degli Angeli. Che porti luce. E pace. E serenità
La Matrangela, la Madre degli Angeli. Che porti luce. E pace. E serenità

Cercate le Teste di Moro che tradizione vuole siano ispirate all’amore disgraziato tra una bellissima fanciulla siciliana e un giovane moro. Acquistate una Pigna siciliana, augurio di felicità e benessere. Scoprite la storia della Matrangela, la statuina alata, tipica produzione di Santa Stefano di Camastra.

La madre degli angeli ha quasi sempre sul dorso un porta candela. Porta con sé la luce, la pace e la serenità. Regalarla significa augurare fecondità e prosperità. Simbolo ancestrale femminile, sarà custode di grazia e bellezza nelle vostre case.

Si ringrazia l’Ente Parco dei Nebrodi per la gentile collaborazione.

Parco dei Nebrodi. Lago Biviere
Parco dei Nebrodi. Lago Biviere

Favignana. Terra d’incanto in Sicilia

Favignana, isole Egadi, Sicilia

Un mare tra i più puliti del Mediterraneo dove, pare, sia tornata la foca monaca. Fondali ricoperti da praterie di posidonie dove prosperano coralli, ricci e gorgonie. Baie e scogliere che si susseguono una dopo l’altra lungo tutto il perimetro dell’isola. Acque cristalline che virano dal turchese al verde smeraldo.

Ѐ Favignana, antica Aegusa, oggi Area Marina Protetta, istituita con Decreto Ministeriale del 27 dicembre 1991, insieme alle altre isole delle Egadi, Levanzo e Marettimo.

Risuona dei canti dei pescatori Favignana, le cialome, che rais e tonnaroti intonavano durante la pesca del tonno rosso. Lo stesso canto che sembra ancora di poter ascoltare dentro le enormi sale dell’Ex Stabilimento Florio, dove il pesce veniva lavorato, oggi museo interattivo e custode della storia e delle tradizioni dell’isola.

Risuona dello scalpellio sulla pietra Favignana, la calcarenite, una sorta di tufo bianco e compatto, che un tempo i <pirriatura>, i tagliapietre, estraevano con pochi attrezzi dal ventre di Favignana creando e regalando a questa terra  una nuova geografia del territorio.

Lo senti il profumo del mare?
Lo senti il profumo del mare?

Sulla rotta del tonno

Dalla notte dei tempi, seguendo la corrente Atlantica, quasi spinti da un forza ancestrale, i banchi di tonni raggiungono il Mediterraneo per riprodursi. Come se scivolassero lungo un nastro trasportatore, i pesci nuotano sino a raggiungere le coste siciliane. Il tonno, da tempo immemore legato alla sopravvivenza dell’uomo, appare già in epoca neolitica sulle pareti della Grotta del Genovese di Levanzo; a Cefalù, presso il Museo Mandralisca, fa bella mostra sul Cratere del Venditore di Tonno, un antico manufatto del  IV secolo a.C.

Egadi. Mille sfumature di blu
Egadi. Mille sfumature di blu

La pesca del tonno è un rito dalla storia antica. <Calare tonnara> significa ricreare, ad ogni stagione, tra maggio e giugno, una vera e propria architettura subacquea, un castello sommerso composto da camere, corridoi e ponti levatoi: pareti di reti al momento opportuno, stabilito dal rais, vengono sollevate affinché il tonno transiti di stanza in stanza sino all’ultima, quella <della morte>, un grande <coppo> in cui avviene il rito della mattanza.

In passato la mattanza era solo l’inizio di un altro viaggio, quello in tonnara, dove il pesce veniva lavorato e da cui dipendeva la sussistenza di un’intera comunità impegnata, già dai mesi precedenti, alla preparazione delle reti, alla manutenzione delle barche, sino all’inscatolamento del tonno e alla spedizione.

Ma il tonno è da sempre in scatoletta?

Certo che no e a mettere il tonno in comode scatolette con apertura a chiave ci pensò Ignazio Florio; a metterlo sott’olio e a inventare un argano che potesse sollevare le reti zuppe d’acqua durante la pesca fu Vincenzo Florio, il padre. La Tonnara di Favignana e quella di Formica furono prese in affitto dalla storica famiglia siciliana già nel 1841, nel 1874 acquistate dai Pallavicini. Ne nacque uno stabilimento immenso sulla cui porta d’ingresso c’è ancor oggi il Leo Bibens dei Florio e che, sino al 2007, anno dell’ultima pesca, poteva essere considerato una realtà economica alla stregua della FIAT.

Il mare di casa a Favignana, Area Marina Protetta
Il mare di casa a Favignana, Area Marina Protetta

Il soprannome di “Torino” fu ideato da chi ci lavorava e ne era orgoglioso e non è un caso che una delle sale più belle dell’odierno museo si chiami Torino e accolga il progetto installazione di Renato Alongi: storie di pesca e racconti di vita, in un ambiente che ancora sa e odora di sale e di fatica, per bocca dei protagonisti, ologrammi parlanti di pescatori e rais, molti dei quali oggi non più in vita e la cui memoria, preziosa dote di cultura e tradizione, viene tramandata al visitatore.

L’Ex Stabilimento Florio. Non chiamatelo fabbrica

  • Te lo ricordi, Gabriele, quando la tonnara era ancora attiva?

La vedi la spiaggia tra lo Stabilimento Florio e la Camparia, l’edificio dove si sistemavano le reti, si preparava la pesca, dove c’era lavoro per <campare>, vivere? Non c’è ricordo di bambino che non abbia come sfondo quei luoghi. Alla sera, la sirena che segnava la fine dell’orario di lavoro in tonnara si confondeva alle grida di mia nonna che voleva che tornassi a casa.

A parlare è Gabriele Bannino, caro amico, che a Favignana ci è cresciuto e che, con mia grande fortuna, mi ha fatto il regalo grande di raccontarmi la sua isola e di farmela conoscere attraverso i suoi occhi. Con lui percorro parte del percorso che porta su, in cima, sino alla rovine del castello sul Monte Santa Caterina. La vista è stupenda, in fondo la Riserva Orientata della Laguna dello Stagnone, da un lato Marsala dall’altro Trapani tra cui corre la Via del Sale.

Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe
Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe, custode dell’Ex Stabilimento Florio

E lì, appena dietro lo Stabilimento ci ho incontrato la prima fidanzatina. Ci si dava appuntamento all’<Arrè Turinu>, dietro Torino, come chiamarlo altrimenti – continua Gabriele.

La tonnara era vita, comunità, in nessun modo paragonabile al concetto di fabbrica odierna. Di padre in figlio si lavorava lì ed era motivo di orgoglio. Sai che le donne potevano portare con sé i bambini e lasciarli in un asilo apposito? La tonnara aveva un’anima e chi ci lavorava grande rispetto per la pesca e per il tonno. La si salutava la tonnara: “buongiorno tonnara” e la pesca era una pesca sostenibile nonostante la mattanza sia sempre stato uno spettacolo forte, cruento. Solo gli esemplari più grandi restavano intrappolati, i più piccoli, quelli che oggi non è consentito pescare, lasciati andare. All’interno dello stabilimento, facci caso, ci sono alcune targhe che ricordano le annate più pescose, si parla di 4.000, 6.000, 10.000 esemplari alcuni dei quali del peso di 500, 600 chili.

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La tonnara ho il privilegio di visitarla con Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe, tutta una vita impegnato in tonnara, oggi custode del museo. C’è anche lui tra i protagonisti selezionati da Renato Alongi per la sala Torino. Con lui attraverso il viale all’ingresso di alberi secolari, le ciminiere collegate alle caldaie usate per cucinare il tonno, il <Bosco>, dove i tonni appesi prima della lavorazione erano così grossi da sembrare tronchi d’albero, la sala dove è ancora possibile vedere le latte di colore diverso a secondo del contenuto: ventresca, tarantello, buzzonaglia, tutte le parti del tonno. Perché del tonno, come del maiale, non si butta via nulla.

Infine la Trizzana a quattro porte con le grandi cancellate sul mare al cui interno ci sono le enormi barche usate per la pesca finale, quella che vedeva protagonista il rais sulla sua muciara, capitano e sciamano dal giudizio insindacabile.

Favignana. Sale sulla pelle
Favignana. Sale sulla pelle

Quanto raccontato, e molto di più, può essere ascoltato e scoperto seguendo l’audio guida di IZI travel curata da Maria Guccione, anima e voce narrante di Favignana, fine conoscitrice delle tradizioni e della cucina egadina, assessore alla cultura che tanto fece perché lo Stabilimento Florio, una volta restaurato, fosse aperto al visitatore e di cui curò personalmente la visita per un lungo periodo. Raccontare Maria Guccione, che ho avuto il privilegio di conoscere grazie a Francesca Cannavò, preziosa amica e interlocutrice, richiede uno spazio a parte con un’intervista a lei interamente dedicata.

Di rostri e ancore. Favignana e la Battaglia delle Egadi

I tonni seguono lo stesso percorso da sempre, ne parlava Omero, Oppiano di Cilicia e persino Eschilo. C’erano anche ai tempi della famosa Battaglia delle Egadi nel 241 a.C. tra Romani e Cartaginesi.

A raccontare questa pagina di storia le anfore, gli elmi e i preziosi rostri rinvenuti nelle acque delle Egadi che rendono unico l’Antiquarium e la sala dove un tempo le latte erano immagazzinate, pronte per essere vendute. Pezzi unici che Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo di fama mondiale, scrittore e paletnologo, assessore alla cultura della Regione Sicilia sino alla tragica morte durante un volo aereo, seppe trasformare in racconto.

I Florio sull’isola. Jet Set e gossip a Palazzo Florio

La si nota non appena il profilo del porto di Favignana diventa più nitido. Con il suo stile altero e i bordi merlati, la palazzina neogotica voluta dai Florio impone la sua eredità ricordando chi realmente era il dominus incontrastato di Favignana quando l’edificio fu costruito nel 1878, su progetto dell’architetto Giuseppe Damiani Almeyda. A commissionarlo fu Ignazio Florio Senior, la cui statua troneggia poco distante, in piazza Europa che nel 1874 aveva acquistato le tonnare di Favignana e Formica trasformandole in un moderno stabilimento industriale e di fatto aveva in mano l’intera economia dell’arcipelago.

Anche dopo la sua morte, nel 1891, lo stabilimento Florio continuò a crescere dotandosi negli anni Novanta di un gasometro per l’illuminazione e per la saldatura delle latte di tonno, di tre motori a gas della forza complessiva di sette cavalli e di quattro nuove caldaie a vapore per sedici cavalli.

Ignazio Florio Senior in Piazza Europa
Ignazio Florio Senior in Piazza Europa

Il momento della mattanza divenne negli anni un appuntamento imperdibile anche per personaggi illustri che raggiungevano l’isola appositamente. A Palazzo Florio, i vetri colorati Liberty e le decorazioni in ferro battuto create appositamente presso la fonderia Oretea di Palermo accoglievano ad inizio Novecento regnanti e nobili, ospiti selezionati di Donna Franca e Ignazio Junior che preferiva spesso restare a bordo del panfilo di famiglia Mary Queen.

Quando, nel 1902, in occasione della mattanza, a Favignana si presentò l’imperatrice Eugenia, vedova di Napoleone III, Palazzo Florio ospitava una piccola corte. Tra i tanti, c’erano il marchese Carlo Rudinì, figlio dell’ex presidente del consiglio Antonio e prestanome di Florio come proprietario del giornale L’Ora, il conte Romualdo Trigona e la moglie Giulia Mastrogiovanni Tasca di Cutò, dama di corte della regina, sgozzata dall’amante nel 1911  in un albergo romano,  il pittore Ettore De Maria Bergler, icona della pittura Liberty di Primo Novecento e autore degli affreschi di Villa Igiea a Palermo, Giulio Tomasi di Lampedusa  e la moglie Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, detta Bice con il figlioletto Giuseppe, proprio quel Giuseppe che, anni dopo, avrebbe creato uno dei capolavori della letteratura italiana Il Gattopardo.

Palazzo Florio a Favignana
Regine e dame di corte. Persino un certo Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Palazzo Florio

Fu proprio Bice, la mamma di Giuseppe ad essere protagonista del gossip dell’epoca perché, a quanto pare, uno dei focosi flirt di Ignazio Junior che facevano impazzire Donna Florio.

Poco distante da Palazzo Florio i Pretti, oggi albergo, collegato alla residenza dei Florio attraverso dei sotterranei e sede di cucine, scuderie e stanze della servitù. Dal lato opposto la chiesa di Sant’Antonio da Padova, voluta da Ignazio Jr e progettata dallo stesso Almeyda, che conserva ancora splendidi angeli Art Nouveau.

Oggi Palazzo Florio è proprietà comunale.

A Favignana c’è un mondo <sotto>

E’ un’isola dal <ventre> vuoto Favignana. Lì, nella parte orientale dell’isola <farfalla>, dove secoli addietro la preziosa calcarenite riempiva lo spazio, restano oggi cave, anfratti e gallerie scavate dai <pirriaturi>, i tagliapietra. La pietra che non c’è più la trovate in giro per il globo, su facciate e monumenti. Sui palazzi di Tunisi e su quelli di Messina dopo il terremoto del 1908, al Teatro Massimo e Palazzo Steri a Palermo, nelle tante residenze volute dai Florio.

Favignana, isole Egadi, Sicilia
Qui lo chiamano “camarruni”. Non sembra un corallo?

Gli enormi parallelepipedi, i <cantuna>, scavati fino al Novecento con strumenti quasi rudimentali, venivano fatti scorrere su scivoli di pietra lunga la costa, ancora visibili, e caricati su grosse barche, gli <schifazzi>.

“U cantuni avi a sunari”. E se la pietra non <sunava>, veniva abbandonata creando, ad ogni estrazione, una geografia nuova fatta di enormi anfiteatri, blocchi di pietra che si ergono come palazzi, pareti levigate nel tempo da vento e pioggia dalle forme fantastiche.

Ex cave di calcarenite. Bue Marino
Ex cave di calcarenite. Bue Marino. Un palcoscenico scavato nel tufo

Molte delle cave abbandonate sono state trasformate in giardini protetti naturalmente dal vento dove crescono fichi, limoni, carrubbi, viti e melograni, pini e agavi.

A Favignana “sporgetevi” anche quando sembra che l’orizzonte sia piatto e monotono. Molte delle case a Favignana nascondono orti e giardini e il centro abitato accoglie aree, dove un tempo si scavava pietra, che oggi sono centri culturali, come l’Arena Sant’Anna.

C’è poi la parte più selvaggia dell’isola dove a creare giardini e geometrie ardite ci ha pensato la natura. Francesca Cannavò, durante indimenticabili passeggiate al tramonto, me ne mostra gli angoli più belli, gli scenari a lei più cari. Come nell’area del Bue Marino, dove pezzi di archeologia industriale si mescolano a distese di timo, dai fiori azzurri in primavera, dal profumo penetrante e un enorme anfiteatro di tufo sembra pronto a fare da palcoscenico.

O a Scalo Cavallo, dove è possibile scorgere alcuni degli scivoli per i <cantuna> e dove gallerie e cunicoli cambiano forma ad ogni stagione; nei pressi del sito archeologico del Bagno delle Donne, dove una grande vasca con tracce di mosaici, forse una vasca per il garum, si intravede, in parte nascosta dalla macchia mediterranea.

Piante di capperi sfidano la forza di gravità a Cala Rossa e a Cala Azzurra e persino siti come l’affollato Lido Burrone nascondono piccoli angoli di paradiso dove godere in solitudine del rumore del mare.

Non solo orti e giardini

La pietra che si trasforma. La pietra che diventa arte. Il primo fu proprio un pirriaturi, Rosario Santamaria, per tutti lo Zio Sarino. In paese si racconta come riuscisse a creare teste antropomorfe e figure animali dalla pietra che cambia calore alla luce del sole e di quando regalava le sue creazioni al viaggiatore di passaggio.

Oggi Benito Alessandra continua a interpretare e creare bellezza dalla pietra delle Egadi. Benito Alessandra non è un pirriaturi ma da sempre trasforma la materia, sin da quando lavorava, ragazzino, in Eritrea dove ha vissuto e lavorato per il Vaticano per ben trenta anni. Ci è tornato da poco in Africa, ottantenne –  mi racconta –  e ha riconosciuto quanto costruito negli anni Trenta.

La sua casa a Favignana (dove ha partecipato al restauro di Palazzo Florio, del Municipio e all’attracco per gli aliscafi) è una galleria a cielo aperto che racconta l’isola e la sua vita.

Benito Alessandra. La pietra che diventa poesia e viaggio
Benito Alessandra. La pietra che diventa poesia e viaggio

Ci sono santi, pesci, gli abitanti di Favignana, i rais e i tonnaroti. C’è poi Benito, la sua passione per l’Egitto, una cantina scavata nel tufo, l’Eritrea. E la sua vita: in una parte del giardino c’è Benito con la sua aria dolce e scanzonata e Amelia, la moglie, compagna di una vita, che purtroppo non c’è più ma che lì, in quel giardino, sembra esserci ancora.

Ciao Amelia…

 

FestiWall a Ragusa. Muri che parlano

Fasoli Wip 2019

Se dici Ragusa dici pietra. La pietra dei muretti a secco della campagna circostante; la pietra delle cave presenti sul territorio, la pietra che si trasforma e dà vita ad uno degli esempi più fulgidi del barocco siciliano a Ragusa Ibla, coi suoi palazzi e i balconi a cui, in armonioso equilibrio, stanno appese figure sacre e pagane.

Altri palazzi, muri, strutture cercano un nuovo equilibrio: sono quelli della parte nuova della città, centro e periferia, da qualche anno cornice di un importante festival di arte urbana internazionale, FestiWall.

Ne avete mai sentito parlare?

Marat Bik 2017
Marat Bik 2017

FestiWall. L’arte che trasforma, rinnova, aggrega

Festiwall inizia nel 2015 e continua il suo percorso per cinque edizioni, sino al settembre del 2019. Artisti internazionali di fama mondiale arricchiscono il capoluogo ibleo ad ogni edizione con una serie di opere d’arte che trasformano la città in una delle mete di riferimento per gli appassionati di street art. Circa trenta interventi – opere murali, installazioni site specific, recupero di beni comunali in disuso – durante la cui realizzazione Ragusa si anima con workshop, mostre, approfondimenti. Un meraviglioso melting pot, un’incredibile occasione di crescita e rinnovamento.

FestiWall. Un nuovo tessuto urbano alla ricerca di bellezza e senso di appartenenza

Murales dopo murales, opera dopo opera, il percorso del festival negli anni ha seguito strade e quartieri diversi ridisegnando il tessuto urbano e tracciando una mappa di bellezza sul territorio.

La mappa a volte diventa messaggio e lente di ingrandimento su abusi edilizi e un’urbanizzazione selvaggia e priva di regole. Il festival tocca il centro storico, ma anche la zona industriale, i rioni popolari, la periferia. Ad ogni edizione una sezione diversa del panorama. Bellezza che prende forma e ti sorprende girando l’angolo, entrando a scuola, rientrando a casa. Si insinua in aree abbandonate, istituti scolastici, fabbriche in disuso nel tentativo di riplasmare lo spazio e dargli una nuova identità. Insegna una nuova fruizione pubblica, gratuita e partecipata. Genera patrimonio collettivo da tutelare.

Dialoga con la città.

Fintan Magee wip 2016
Fintan Magee wip 2016

Edizione 2019. L’ultima

Festiwall conclude il suo percorso con l’edizione 2019. Lascia una Ragusa assai più bella, ricca e interessante agli occhi del viaggiatore e non solo. E’ un patrimonio che resta a chi ci vive, un’eredità che permette al cittadino di riappropriarsi del territorio e scoprirlo con occhi diversi ad ogni passaggio.

Lo chiediamo a Vincenzo Cascone, Direttore Artistico del Festival.

  • La 2019 è davvero l’ultima?

“L’ultima di FestiWall intesa come festival d’arte pubblica sì, nel senso che abbiamo fin dall’inizio ragionato su un’operazione di analisi con un inizio e una fine, che potesse offrire una mappatura alternativa della città. Abbiamo lasciato fuori due quartieri: il quartiere storico di Ibla, fortemente caratterizzato dal Tardo Barocco, quindi con un’identità già marcata e il nuovo quartiere di Viale delle Americhe, perché non ancora città, con un’identità totalmente assente, se non quella di un’espansione edilizia per certi versi compulsiva.

Tutte le edizioni facevano parte di un unico cantiere, il festival interveniva per centralizzare, di volta in volta, l’area in cui si operava, creando un quartier generale con attorno le opere, dove organizzavamo concerti, workshop, incontri di approfondimento.

Restando nel quartiere specifico avevamo la possibilità di farne emergere le criticità, dando un senso sociale e politico agli interventi artistici.

Una volta concluse le zone d’intervento non ha molto senso riproporre una formula solo per il fatto che funziona, anzi ti puoi concentrare su altro facendo tesoro del percorso fatto”.

  • Perché è necessario fermarsi? Può lo stop costituire un momento di riflessione?”

“Non siamo fermi, dopo aver scavato all’interno della città ci siamo ritrovati a studiare uno dei complessi industriali più importanti della nostra isola. Faccio riferimento alla Fabbrica Antonino Ancione, un complesso che domina le miniere di Contrada Tabuna posizionato proprio all’ingresso di Ragusa. Per più di un secolo e mezzo quest’insediamento ha rappresentato una risorsa economica fondamentale per l’economia della comunità.

La roccia asfaltica che qui si estraeva era una risorsa che veniva esportata in tutto il mondo per la pavimentazione delle strade. Dopo essere stata chiusa nel 2013 abbiamo pensato di rileggere la storia di questo luogo attraverso gli interventi di numerosi artisti che hanno sposato il progetto Bitume.

Vogliamo offrire una riflessione sulla società post industriale e il senso di appartenenza alle nostre origini.

Rispondendo alla tua domanda, si! penso che la pausa dia il senso al discorso prodotto, fa sedimentare i segni tracciati, dai quali possono nascere nuove direzioni”.

Grazie a Vincenzo Cascone con l’augurio di seguire presto i nuovi sviluppi del progetto Bitume.

Tutte le immagini sono state gentilmente fornite da Ragusa FestiWall 2020 Bitume Project Public Art Festival Ragusa, Sicily (ITA)

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https://www.instagram.com/festiwall_rg/

Sebas Velasco
Sebas Velasco

Pillole di Sicilia. Le Grotte Saracene

Le Grotte Saracene

Basilica paleocristiana? Moschea? Laura o cenobio?
Basilica paleocristiana? Moschea? Laura o cenobio?

Siamo in provincia di Messina, in località Rometta, una piccola frazione a più di cinquecento metri sul livello del mare che si affaccia sul Golfo di Milazzo e da cui la costa tirrenica e l’arcipelago delle Eolie riempiono lo sguardo.

Un borgo che è già di per sé una delizia, coi suoi vicoli e i suoi scorci, speciale perché custodisce un tesoro che aspetta solo di essere scoperto, le Grotte Saracene.

E’ la Sicilia delle meraviglie, quelle meno note e battute da un turismo mordi e fuggi, trama e ordito di un’isola che non smette mai di stupire; è la Sicilia dei borghi a cui fanno da cornice paesaggi naturali dai ritmi lenti e accessibili a tutti.

I segreti di Rometta. Grotte e ipogei alle falde dell’acrocoro

A scovarle e comprenderne l’importanza storica ci ha pensato il noto archeologo trentino Paolo Orsi, a cui è stato dedicato l’ampia sala di ingresso  al MArRC di Reggio Calabria, intitolato l’intero Museo Regionale di Siracusa e le cui scoperte hanno lasciato il segno nello studio delle civiltà del Mediterraneo. Continuò i suoi studi l’archeologo Giacomo Scibona che confermò la natura di luogo sacro delle Grotte Saracene.

Le Grotte Saracene si snodano alla base della collina che accoglie il borgo di Rometta e i resti del Palatium Federiciano dove la tradizione vuole Federico II, Stupor Mundi, trascorresse le estati.

Fanno parte di un più vasto complesso ipogeo che interessa tutta l’area circostante e che vede la presenza di tombe rupestri e grotte.

Basilica paleocristiana? Moschea a partire dal 965 d.C.? Cavità naturali sfruttate come luogo di culto e dimora da eremiti e religiosi in epoca bizantina? Laura o cenobio? La storia delle Grotte Saracene  si lega a quella di Rometta, l’antica Erimata, città fortezza e ultimo centro abitato in Sicilia ad essere conquistato dagli Arabi nel maggio del 965 d.C.

Forma rettangolare, con dodici pilastri ripartiti in sei ordini che dividevano lo spazio interno in sette navate e di cui oggi ne restano solo quattro, le Grotte Saracene mantengono intatta l’aurea dei luoghi sacri. Dei restanti se ne intravedono i tronconi che pendono dalla volta e tracce d’affreschi lasciano immaginare che un tempo l’intera superficie fosse affrescata.

Come arrivare

Le Grotte, in località Sotto San Giovanni, sono raggiungibili percorrendo l’autostrada Messina Palermo – uscita Rometta e seguendo la Provinciale SP 57 sino a poco prima l’ingresso al borgo. Sono visitabili grazie ad un pratico sentiero. Fatevi conquistare dall’unicità del luogo e dai meravigliosi disegni che la natura ha creato con i diversi strati rocciosi.

Parte del complesso in passato destinato a ricovero per animali
Parte del complesso in passato destinato a ricovero per animali

Quando visitare le Grotte Saracene

Andateci nel periodo estivo in occasione del Palio Erimata, la manifestazione che ricorda lo storico scontro tra saraceni e bizantini nel 964 d.C.

Un lungo assedio durante il quale, si narra, gli abitanti del borgo combatterono senza sosta e rifiutarono la resa sino alla sconfitta. Ricco bottino dei Saraceni una leggendaria lama che la leggenda vuole sia appartenuta a Maometto in persona e la cui riproduzione oggi rappresenta il premio del palio.  

Tesori siciliani. Le Grotte Saracene
Tesori siciliani. Le Grotte Saracene

Viaggi nel tempo. C’era una volta l’Unione Sovietica

Cetty Alessandro

Vi ricordate quando vi ho parlato del mio vecchio atlante del 1984? Quello ritrovato dopo più di trenta anni grazie al pensiero affettuoso di una persona cara? L’ho riaperto pochi giorni fa, quando un’amica, Cetty Alessandro, mi ha sorpreso raccontandomi di un viaggio assai lontano nel tempo, quando ancora, come sul mio atlante, esisteva un’immensa porzione di territorio a est che solo negli anni –  e nelle edizioni successive –  si sarebbe frammentata in tanti stati minori e indipendenti.

Era l’U.R.S.S., Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nota anche come Unione Sovietica, uno stato enorme che in larga parte oggi attribuiamo all’Europa orientale e in parte all’Asia centro settentrionale, nato a seguito della rivoluzione del 1917 e della conseguente caduta dell’impero russo.

Tra il 1917 e il 1991, anno in cui cessò di esistere, l’Unione Sovietica è stata protagonista di eventi e al centro di scenari che hanno profondamente cambiato il nostro modo di guardare al mondo. Basti pensare alla Guerra Fredda, alla corsa agli armamenti nucleari e a quella per la conquista dello spazio, alla rivoluzione ungherese del ’56, alla primavera di Praga nel ’68, a Solidarnosc in Polonia e al Muro di Berlino in Germania.

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Quando e perché hai raggiunto l’Unione Sovietica Cetty?

Era il 1977 e avevo appena 17 anni. Mi piaceva il russo e lo studiavo al corso di lingua organizzato dall’Associazione Italia-Urss e dalla Facoltà di Scienze Politiche a Messina, in Sicilia. L’Associazione bandì un concorso a cui fui invitata a partecipare. Solo nove borse di studio disponibili e io risultai vincitrice. Non riuscivo a crederci, avevo a portata di mano la possibilità di partecipare a una esperienza più unica che rara.

 Ti piaceva già allora viaggiare?

Mio padre era un grande viaggiatore. Mi ha insegnato a fare il viaggiatore, non il turista. Tra i ricordi più belli con papà c’è il Cairo con lui, io appena tredicenne, un Egitto complicato già allora. Eppure credimi, non c’è momento, immagine, profumo di quel viaggio che non sia per me indimenticabile.

Un lungo racconto, un viaggio nel tempo
Un lungo racconto, un viaggio nel tempo

Come la presero a casa quando hai comunicato che avevi vinto un viaggio in Unione Sovietica lungo un mese e mezzo?

Mi appoggiarono e credo non sia stato semplice per i miei. Riuscii a fare una telefonata all’arrivo e a mandare due telegrammi e tre lettere che arrivarono a destinazione quando io ero già rientrata. Altro che Skype o WhatsApp. Eppure i miei compresero quanto sarebbe stato importante per me e mi diedero il permesso. L’unica terrorizzata era mia nonna, che temeva per la mia vita. Insomma, alla fine mi ritrovai al binario 10 della Stazione Termini con gli altri vincitori, dei perfetti estranei, pronta a partire.

 Eravate solo italiani?

Nove italiani e altri 2500 ragazzi, più o meno miei coetanei, che venivano da cento paesi diversi. Una di loro, una Canadese, Kristen Koza, ci ha scritto su un libro, <Lost in Moscow. A Brat in the URSS>. La casa editrice è la Turnstone Press .

 Raccontaci del viaggio. Dove sei stata?

Il viaggio in treno durò tre giorni pieni e fu davvero un sogno. Ricordo ancora le carrozze di lusso riservate a noi stranieri che, nel mio immaginario, non avevano niente da invidiare a quelle dell’Orient Express. Cristalli, un samovar cesellato e un cuccettista tutto per noi, pronto a servire the e biscotti. Abbiamo fatto sosta a Zagabria, nella Jugoslavia di Tito, poi a Budapest, Kiev e infine siamo arrivati a Mosca. Ricordo il paesaggio nelle ore diurne, ma anche nelle ore notturne (si dormiva poco), i boschi infiniti di betulle….

Un libro che racconta quest'avventura, cimeli dell'epoca
Un libro che racconta quest’avventura, cimeli dell’epoca

 Siete rimasti a Mosca?

Solo otto giorni duranti i quali ci hanno fatto visitare Mosca, una città allora meravigliosa. Ricordo il Cremlino e il Palazzo di Stato (adesso Palazzo dei Congressi), con i suoi 6000 posti a sedere, dove abbiamo assistito agli interventi dei maggiori esponenti di spicco del regime: un privilegio a noi riservato! Allora, se non erro, Breznev era Segretario Generale. E poi la Cattedrale di San Basilio, il Bolshoi, la metropolitana coi suoi <saloni> tirati a lucido. Abbiamo fatto i turisti e le <star>…

 Le star? Cosa intendi?

Eravamo ospiti privilegiati di cortei e parate. Ritengo fosse un modo di “raccontare” l’Unione Sovietica a chi assisteva, ma soprattutto a noi, un pubblico internazionale a cui narrare di una realtà efficiente, accogliente, ben organizzata. Se ci pensi tutto il viaggio fu una buona strategia di <marketing>ante litteram, un ottimo modo di fare propaganda. Il prodotto da promuovere era l’URSS.

Anche il resto del viaggio fu meraviglioso. Abbiamo trascorso tre giorni a Soci, sul Mar Nero, città allora sconosciuta agli “Occidentali”, dove si è tenuta la XXII edizione dei Giochi Olimpici Invernali e dal 2014 si tiene il Gran Premio di Russia valevole per il campionato mondiale di Formula 1. Una piacevole località di villeggiatura che allora era meta privilegiata dei vertici del regime. Ma il periodo più lungo, un mese circa, lo trascorsi ad OrlyonoK, in un <pionierskiy lager>, una sorta di campo vacanze, una colonia.

C'era una volta l'Unione Sovietica
C’era una volta l’Unione Sovietica

 Una giornata tipo?

Sveglia alle sette, alzabandiera alle otto e ginnastica, che puntualmente <bigiavo>, tornando a dormire. Nemmeno i Sovietici sono riusciti a farmi alzare presto! E poi lunghe giornate di tuffi, bagni, sole.

C’era anche quello che potremmo definire un centro addestramento per paracadutisti dove poter effettuare lanci con il paracadute. Fu il mio primo approccio al paracadutismo. Presi il brevetto in Italia a Pontecagnano parecchi anni dopo. 

Come definiresti l’atmosfera del tempo? Siamo abituati a pensare all’Unione Sovietica come un luogo freddo popolato da spie. Il  “Bacio” di Breznev e Honecker diventato murales lungo la East Side Gallery a Berlino, icona della Guerra fredda, si ispira a una foto del ’79, appena due anni dopo il tuo viaggio…

Beh, ad esempio alla dogana controllarono che non avessimo giornali di qualsiasi tipo e a uno di noi vennero persino ritirati i fogli di un quotidiano con cui era stato avvolto un paio di scarpe. Indelebile nella memoria il momento in cui, arrivati in treno al confine sovietico, sigillarono letteralmente finestrini e porte affinché nulla all’esterno, zona di confine e pertanto militare, fosse visibile. Dopo averci “sigillato”, sollevarono il vagone e, cambiato lo scartamento, lo adagiarono sui binari della ferrovia sovietica. E accadde in entrata e in uscita. Stesso canovaccio. Peccato non aver visto la gru con la quale ci hanno alzato in aria…sarà stata enorme!

Scoprimmo una volta lì che i nostri due accompagnatori, due guide eccezionali, erano due tenenti dell’esercito e ti assicuro, la sensazione di essere controllati con discrezione c’era.

Ricordo la sera a Mosca in cui decidemmo di attraversare in autonomia la Piazza Rossa, enorme, meravigliosa…dal nulla sbucarono fuori due militari. Ci andò bene perché facevamo parte della <delegazione italiana>, altroché.

Mi rimase impresso il fatto che la pubblicità non esisteva, in compenso avevamo la tv a colori (che io a casa non possedevo ancora).  

Ti eri fatta una tua idea personale di cosa stava accadendo nel mondo? Avevi una tua posizione al riguardo?

Eravamo ragazzi ma con idee abbastanza chiare al riguardo. Io sono sempre stata orientata a sinistra, ma alcuni dei ragazzi del gruppo erano molto più a sinistra di me! Viaggiammo cantando a squarciagola Guccini e De Gregori. L’URSS era una realtà completamente diversa e stranissima: la musica “occidentale” era assolutamente vietata, i Beatles e i Rolling Stones erano tabù, non era possibile trovare alcun prodotto dell’Occidente, bevevamo una specie di corrispettivo della Coca Cola – la Coca Cola sovietica la chiamavamo – e non mi chiedere cosa fosse. Posso dirti però che l’ho ritrovata all’Expo di Milano di un paio di anni fa. C’erano negozi solo per noi ospiti stranieri, ben diversi da quelli frequentati da chi in quei luoghi ci viveva. Le nostre guide, di cui ti ho già detto, erano alquanto <fiscali> ma con una preparazione spaventosa e una padronanza della lingua italiana non comune. Ad eccezione dei ragazzi del campo e delle guide, abbiamo avuto pochi contatti con la gente del posto. Ma la cosa più strana, adesso quasi inconcepibile, e che per un mese e mezzo non ho avuto nessuna notizia dalla mia famiglia e non ho avuto idea di cosa succedesse nel resto del mondo, completamente isolati!

Una volta rientrata, la mia visione del mondo era più completa e seguii con attenzione cosa accadde negli anni successivi. Ricordi le Olimpiadi nel 1980? L’arrivo di Gorbaciov, la caduta del Muro? Il viaggio in URSS fu un’esperienza di vita sotto tanti punti di vista.

Cetty tira fuori dalla borsa stampe, oggetti dell’epoca, vecchie foto, un pacchetto di sigarette con impresso lo Sputnik, il primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla terra…

Manca però il regalo che mi sono fatta in viaggio, il migliore…

Una fetta di pane con sopra un dito di caviale, quello “vero”, Beluga, chiaramente non pastorizzato, fresco! Ho ricercato quel sapore, per me sublime, altre volte nella mia vita. Un piccolo lusso che ogni tanto mi sono concessa.

Cosa mangiavate?

Se ci pensi solo prodotti locali, non c’era alternativa! Tornai a casa che pesavo sei chili in più! Buonissimi il burro e lo zucchero. E la marmellata di rose. Ricordo le frittelle con la panna acida, il pane nero, il riso cotto con la frutta, le prugne e le mele minuscole…

Mi hai detto che i tuoi genitori ci sono tornati nel 1985 con un viaggio organizzato. Cosa ti hanno raccontato?

Dai loro racconti ho capito che la situazione era già molto diversa e che il cambiamento epocale era già nell’aria”. Ad esempio, loro hanno fatto la Transiberiana e, a differenza del nostro treno, i loro vagoni erano identici a quelli occupati dai Sovietici.

Pensi che avrebbero fermato anche loro se sorpresi da soli in piazza Rossa?

Non credo e di certo i toni sarebbero stati diversi.

Non ti è mai venuta voglia di tornare?

Ci ho pensato spesso e ho sempre rimandato. Ne custodisco il ricordo con cura e ho quasi paura di conoscere una realtà che immagino completamente diversa. Lo scorso agosto sono stata a Budapest e sono andata a vedere la stazione che è rimasta identica ad allora. Ho anche cercato la bottega dove comprammo pane e dolci ma nulla da fare. In compenso c’era il Burger King…

Un grazie di cuore a Cetty Alessandro. I viaggi nel tempo sono assai preziosi perché finestre su mondi altrimenti persi per sempre.