Favignana. Terra d’incanto in Sicilia

Favignana, isole Egadi, Sicilia

Un mare tra i più puliti del Mediterraneo dove, pare, sia tornata la foca monaca. Fondali ricoperti da praterie di posidonie dove prosperano coralli, ricci e gorgonie. Baie e scogliere che si susseguono una dopo l’altra lungo tutto il perimetro dell’isola. Acque cristalline che virano dal turchese al verde smeraldo.

Ѐ Favignana, antica Aegusa, oggi Area Marina Protetta, istituita con Decreto Ministeriale del 27 dicembre 1991, insieme alle altre isole delle Egadi, Levanzo e Marettimo.

Risuona dei canti dei pescatori Favignana, le cialome, che rais e tonnaroti intonavano durante la pesca del tonno rosso. Lo stesso canto che sembra ancora di poter ascoltare dentro le enormi sale dell’Ex Stabilimento Florio, dove il pesce veniva lavorato, oggi museo interattivo e custode della storia e delle tradizioni dell’isola.

Risuona dello scalpellio sulla pietra Favignana, la calcarenite, una sorta di tufo bianco e compatto, che un tempo i <pirriatura>, i tagliapietre, estraevano con pochi attrezzi dal ventre di Favignana creando e regalando a questa terra  una nuova geografia del territorio.

Lo senti il profumo del mare?
Lo senti il profumo del mare?

Sulla rotta del tonno

Dalla notte dei tempi, seguendo la corrente Atlantica, quasi spinti da un forza ancestrale, i banchi di tonni raggiungono il Mediterraneo per riprodursi. Come se scivolassero lungo un nastro trasportatore, i pesci nuotano sino a raggiungere le coste siciliane. Il tonno, da tempo immemore legato alla sopravvivenza dell’uomo, appare già in epoca neolitica sulle pareti della Grotta del Genovese di Levanzo; a Cefalù, presso il Museo Mandralisca, fa bella mostra sul Cratere del Venditore di Tonno, un antico manufatto del  IV secolo a.C.

Egadi. Mille sfumature di blu
Egadi. Mille sfumature di blu

La pesca del tonno è un rito dalla storia antica. <Calare tonnara> significa ricreare, ad ogni stagione, tra maggio e giugno, una vera e propria architettura subacquea, un castello sommerso composto da camere, corridoi e ponti levatoi: pareti di reti al momento opportuno, stabilito dal rais, vengono sollevate affinché il tonno transiti di stanza in stanza sino all’ultima, quella <della morte>, un grande <coppo> in cui avviene il rito della mattanza.

In passato la mattanza era solo l’inizio di un altro viaggio, quello in tonnara, dove il pesce veniva lavorato e da cui dipendeva la sussistenza di un’intera comunità impegnata, già dai mesi precedenti, alla preparazione delle reti, alla manutenzione delle barche, sino all’inscatolamento del tonno e alla spedizione.

Ma il tonno è da sempre in scatoletta?

Certo che no e a mettere il tonno in comode scatolette con apertura a chiave ci pensò Ignazio Florio; a metterlo sott’olio e a inventare un argano che potesse sollevare le reti zuppe d’acqua durante la pesca fu Vincenzo Florio, il padre. La Tonnara di Favignana e quella di Formica furono prese in affitto dalla storica famiglia siciliana già nel 1841, nel 1874 acquistate dai Pallavicini. Ne nacque uno stabilimento immenso sulla cui porta d’ingresso c’è ancor oggi il Leo Bibens dei Florio e che, sino al 2007, anno dell’ultima pesca, poteva essere considerato una realtà economica alla stregua della FIAT.

Il mare di casa a Favignana, Area Marina Protetta
Il mare di casa a Favignana, Area Marina Protetta

Il soprannome di “Torino” fu ideato da chi ci lavorava e ne era orgoglioso e non è un caso che una delle sale più belle dell’odierno museo si chiami Torino e accolga il progetto installazione di Renato Alongi: storie di pesca e racconti di vita, in un ambiente che ancora sa e odora di sale e di fatica, per bocca dei protagonisti, ologrammi parlanti di pescatori e rais, molti dei quali oggi non più in vita e la cui memoria, preziosa dote di cultura e tradizione, viene tramandata al visitatore.

L’Ex Stabilimento Florio. Non chiamatelo fabbrica

  • Te lo ricordi, Gabriele, quando la tonnara era ancora attiva?

La vedi la spiaggia tra lo Stabilimento Florio e la Camparia, l’edificio dove si sistemavano le reti, si preparava la pesca, dove c’era lavoro per <campare>, vivere? Non c’è ricordo di bambino che non abbia come sfondo quei luoghi. Alla sera, la sirena che segnava la fine dell’orario di lavoro in tonnara si confondeva alle grida di mia nonna che voleva che tornassi a casa.

A parlare è Gabriele Bannino, caro amico, che a Favignana ci è cresciuto e che, con mia grande fortuna, mi ha fatto il regalo grande di raccontarmi la sua isola e di farmela conoscere attraverso i suoi occhi. Con lui percorro parte del percorso che porta su, in cima, sino alla rovine del castello sul Monte Santa Caterina. La vista è stupenda, in fondo la Riserva Orientata della Laguna dello Stagnone, da un lato Marsala dall’altro Trapani tra cui corre la Via del Sale.

Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe
Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe, custode dell’Ex Stabilimento Florio

E lì, appena dietro lo Stabilimento ci ho incontrato la prima fidanzatina. Ci si dava appuntamento all’<Arrè Turinu>, dietro Torino, come chiamarlo altrimenti – continua Gabriele.

La tonnara era vita, comunità, in nessun modo paragonabile al concetto di fabbrica odierna. Di padre in figlio si lavorava lì ed era motivo di orgoglio. Sai che le donne potevano portare con sé i bambini e lasciarli in un asilo apposito? La tonnara aveva un’anima e chi ci lavorava grande rispetto per la pesca e per il tonno. La si salutava la tonnara: “buongiorno tonnara” e la pesca era una pesca sostenibile nonostante la mattanza sia sempre stato uno spettacolo forte, cruento. Solo gli esemplari più grandi restavano intrappolati, i più piccoli, quelli che oggi non è consentito pescare, lasciati andare. All’interno dello stabilimento, facci caso, ci sono alcune targhe che ricordano le annate più pescose, si parla di 4.000, 6.000, 10.000 esemplari alcuni dei quali del peso di 500, 600 chili.

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La tonnara ho il privilegio di visitarla con Giuseppe Giangrasso, Zio Peppe, tutta una vita impegnato in tonnara, oggi custode del museo. C’è anche lui tra i protagonisti selezionati da Renato Alongi per la sala Torino. Con lui attraverso il viale all’ingresso di alberi secolari, le ciminiere collegate alle caldaie usate per cucinare il tonno, il <Bosco>, dove i tonni appesi prima della lavorazione erano così grossi da sembrare tronchi d’albero, la sala dove è ancora possibile vedere le latte di colore diverso a secondo del contenuto: ventresca, tarantello, buzzonaglia, tutte le parti del tonno. Perché del tonno, come del maiale, non si butta via nulla.

Infine la Trizzana a quattro porte con le grandi cancellate sul mare al cui interno ci sono le enormi barche usate per la pesca finale, quella che vedeva protagonista il rais sulla sua muciara, capitano e sciamano dal giudizio insindacabile.

Favignana. Sale sulla pelle
Favignana. Sale sulla pelle

Quanto raccontato, e molto di più, può essere ascoltato e scoperto seguendo l’audio guida di IZI travel curata da Maria Guccione, anima e voce narrante di Favignana, fine conoscitrice delle tradizioni e della cucina egadina, assessore alla cultura che tanto fece perché lo Stabilimento Florio, una volta restaurato, fosse aperto al visitatore e di cui curò personalmente la visita per un lungo periodo. Raccontare Maria Guccione, che ho avuto il privilegio di conoscere grazie a Francesca Cannavò, preziosa amica e interlocutrice, richiede uno spazio a parte con un’intervista a lei interamente dedicata.

Di rostri e ancore. Favignana e la Battaglia delle Egadi

I tonni seguono lo stesso percorso da sempre, ne parlava Omero, Oppiano di Cilicia e persino Eschilo. C’erano anche ai tempi della famosa Battaglia delle Egadi nel 241 a.C. tra Romani e Cartaginesi.

A raccontare questa pagina di storia le anfore, gli elmi e i preziosi rostri rinvenuti nelle acque delle Egadi che rendono unico l’Antiquarium e la sala dove un tempo le latte erano immagazzinate, pronte per essere vendute. Pezzi unici che Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo di fama mondiale, scrittore e paletnologo, assessore alla cultura della Regione Sicilia sino alla tragica morte durante un volo aereo, seppe trasformare in racconto.

I Florio sull’isola. Jet Set e gossip a Palazzo Florio

La si nota non appena il profilo del porto di Favignana diventa più nitido. Con il suo stile altero e i bordi merlati, la palazzina neogotica voluta dai Florio impone la sua eredità ricordando chi realmente era il dominus incontrastato di Favignana quando l’edificio fu costruito nel 1878, su progetto dell’architetto Giuseppe Damiani Almeyda. A commissionarlo fu Ignazio Florio Senior, la cui statua troneggia poco distante, in piazza Europa che nel 1874 aveva acquistato le tonnare di Favignana e Formica trasformandole in un moderno stabilimento industriale e di fatto aveva in mano l’intera economia dell’arcipelago.

Anche dopo la sua morte, nel 1891, lo stabilimento Florio continuò a crescere dotandosi negli anni Novanta di un gasometro per l’illuminazione e per la saldatura delle latte di tonno, di tre motori a gas della forza complessiva di sette cavalli e di quattro nuove caldaie a vapore per sedici cavalli.

Ignazio Florio Senior in Piazza Europa
Ignazio Florio Senior in Piazza Europa

Il momento della mattanza divenne negli anni un appuntamento imperdibile anche per personaggi illustri che raggiungevano l’isola appositamente. A Palazzo Florio, i vetri colorati Liberty e le decorazioni in ferro battuto create appositamente presso la fonderia Oretea di Palermo accoglievano ad inizio Novecento regnanti e nobili, ospiti selezionati di Donna Franca e Ignazio Junior che preferiva spesso restare a bordo del panfilo di famiglia Mary Queen.

Quando, nel 1902, in occasione della mattanza, a Favignana si presentò l’imperatrice Eugenia, vedova di Napoleone III, Palazzo Florio ospitava una piccola corte. Tra i tanti, c’erano il marchese Carlo Rudinì, figlio dell’ex presidente del consiglio Antonio e prestanome di Florio come proprietario del giornale L’Ora, il conte Romualdo Trigona e la moglie Giulia Mastrogiovanni Tasca di Cutò, dama di corte della regina, sgozzata dall’amante nel 1911  in un albergo romano,  il pittore Ettore De Maria Bergler, icona della pittura Liberty di Primo Novecento e autore degli affreschi di Villa Igiea a Palermo, Giulio Tomasi di Lampedusa  e la moglie Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, detta Bice con il figlioletto Giuseppe, proprio quel Giuseppe che, anni dopo, avrebbe creato uno dei capolavori della letteratura italiana Il Gattopardo.

Palazzo Florio a Favignana
Regine e dame di corte. Persino un certo Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Palazzo Florio

Fu proprio Bice, la mamma di Giuseppe ad essere protagonista del gossip dell’epoca perché, a quanto pare, uno dei focosi flirt di Ignazio Junior che facevano impazzire Donna Florio.

Poco distante da Palazzo Florio i Pretti, oggi albergo, collegato alla residenza dei Florio attraverso dei sotterranei e sede di cucine, scuderie e stanze della servitù. Dal lato opposto la chiesa di Sant’Antonio da Padova, voluta da Ignazio Jr e progettata dallo stesso Almeyda, che conserva ancora splendidi angeli Art Nouveau.

Oggi Palazzo Florio è proprietà comunale.

A Favignana c’è un mondo <sotto>

E’ un’isola dal <ventre> vuoto Favignana. Lì, nella parte orientale dell’isola <farfalla>, dove secoli addietro la preziosa calcarenite riempiva lo spazio, restano oggi cave, anfratti e gallerie scavate dai <pirriaturi>, i tagliapietra. La pietra che non c’è più la trovate in giro per il globo, su facciate e monumenti. Sui palazzi di Tunisi e su quelli di Messina dopo il terremoto del 1908, al Teatro Massimo e Palazzo Steri a Palermo, nelle tante residenze volute dai Florio.

Favignana, isole Egadi, Sicilia
Qui lo chiamano “camarruni”. Non sembra un corallo?

Gli enormi parallelepipedi, i <cantuna>, scavati fino al Novecento con strumenti quasi rudimentali, venivano fatti scorrere su scivoli di pietra lunga la costa, ancora visibili, e caricati su grosse barche, gli <schifazzi>.

“U cantuni avi a sunari”. E se la pietra non <sunava>, veniva abbandonata creando, ad ogni estrazione, una geografia nuova fatta di enormi anfiteatri, blocchi di pietra che si ergono come palazzi, pareti levigate nel tempo da vento e pioggia dalle forme fantastiche.

Ex cave di calcarenite. Bue Marino
Ex cave di calcarenite. Bue Marino. Un palcoscenico scavato nel tufo

Molte delle cave abbandonate sono state trasformate in giardini protetti naturalmente dal vento dove crescono fichi, limoni, carrubbi, viti e melograni, pini e agavi.

A Favignana “sporgetevi” anche quando sembra che l’orizzonte sia piatto e monotono. Molte delle case a Favignana nascondono orti e giardini e il centro abitato accoglie aree, dove un tempo si scavava pietra, che oggi sono centri culturali, come l’Arena Sant’Anna.

C’è poi la parte più selvaggia dell’isola dove a creare giardini e geometrie ardite ci ha pensato la natura. Francesca Cannavò, durante indimenticabili passeggiate al tramonto, me ne mostra gli angoli più belli, gli scenari a lei più cari. Come nell’area del Bue Marino, dove pezzi di archeologia industriale si mescolano a distese di timo, dai fiori azzurri in primavera, dal profumo penetrante e un enorme anfiteatro di tufo sembra pronto a fare da palcoscenico.

O a Scalo Cavallo, dove è possibile scorgere alcuni degli scivoli per i <cantuna> e dove gallerie e cunicoli cambiano forma ad ogni stagione; nei pressi del sito archeologico del Bagno delle Donne, dove una grande vasca con tracce di mosaici, forse una vasca per il garum, si intravede, in parte nascosta dalla macchia mediterranea.

Piante di capperi sfidano la forza di gravità a Cala Rossa e a Cala Azzurra e persino siti come l’affollato Lido Burrone nascondono piccoli angoli di paradiso dove godere in solitudine del rumore del mare.

Non solo orti e giardini

La pietra che si trasforma. La pietra che diventa arte. Il primo fu proprio un pirriaturi, Rosario Santamaria, per tutti lo Zio Sarino. In paese si racconta come riuscisse a creare teste antropomorfe e figure animali dalla pietra che cambia calore alla luce del sole e di quando regalava le sue creazioni al viaggiatore di passaggio.

Oggi Benito Alessandra continua a interpretare e creare bellezza dalla pietra delle Egadi. Benito Alessandra non è un pirriaturi ma da sempre trasforma la materia, sin da quando lavorava, ragazzino, in Eritrea dove ha vissuto e lavorato per il Vaticano per ben trenta anni. Ci è tornato da poco in Africa, ottantenne –  mi racconta –  e ha riconosciuto quanto costruito negli anni Trenta.

La sua casa a Favignana (dove ha partecipato al restauro di Palazzo Florio, del Municipio e all’attracco per gli aliscafi) è una galleria a cielo aperto che racconta l’isola e la sua vita.

Benito Alessandra. La pietra che diventa poesia e viaggio
Benito Alessandra. La pietra che diventa poesia e viaggio

Ci sono santi, pesci, gli abitanti di Favignana, i rais e i tonnaroti. C’è poi Benito, la sua passione per l’Egitto, una cantina scavata nel tufo, l’Eritrea. E la sua vita: in una parte del giardino c’è Benito con la sua aria dolce e scanzonata e Amelia, la moglie, compagna di una vita, che purtroppo non c’è più ma che lì, in quel giardino, sembra esserci ancora.

Ciao Amelia…

 

FestiWall a Ragusa. Muri che parlano

Fasoli Wip 2019

Se dici Ragusa dici pietra. La pietra dei muretti a secco della campagna circostante; la pietra delle cave presenti sul territorio, la pietra che si trasforma e dà vita ad uno degli esempi più fulgidi del barocco siciliano a Ragusa Ibla, coi suoi palazzi e i balconi a cui, in armonioso equilibrio, stanno appese figure sacre e pagane.

Altri palazzi, muri, strutture cercano un nuovo equilibrio: sono quelli della parte nuova della città, centro e periferia, da qualche anno cornice di un importante festival di arte urbana internazionale, FestiWall.

Ne avete mai sentito parlare?

Marat Bik 2017
Marat Bik 2017

FestiWall. L’arte che trasforma, rinnova, aggrega

Festiwall inizia nel 2015 e continua il suo percorso per cinque edizioni, sino al settembre del 2019. Artisti internazionali di fama mondiale arricchiscono il capoluogo ibleo ad ogni edizione con una serie di opere d’arte che trasformano la città in una delle mete di riferimento per gli appassionati di street art. Circa trenta interventi – opere murali, installazioni site specific, recupero di beni comunali in disuso – durante la cui realizzazione Ragusa si anima con workshop, mostre, approfondimenti. Un meraviglioso melting pot, un’incredibile occasione di crescita e rinnovamento.

FestiWall. Un nuovo tessuto urbano alla ricerca di bellezza e senso di appartenenza

Murales dopo murales, opera dopo opera, il percorso del festival negli anni ha seguito strade e quartieri diversi ridisegnando il tessuto urbano e tracciando una mappa di bellezza sul territorio.

La mappa a volte diventa messaggio e lente di ingrandimento su abusi edilizi e un’urbanizzazione selvaggia e priva di regole. Il festival tocca il centro storico, ma anche la zona industriale, i rioni popolari, la periferia. Ad ogni edizione una sezione diversa del panorama. Bellezza che prende forma e ti sorprende girando l’angolo, entrando a scuola, rientrando a casa. Si insinua in aree abbandonate, istituti scolastici, fabbriche in disuso nel tentativo di riplasmare lo spazio e dargli una nuova identità. Insegna una nuova fruizione pubblica, gratuita e partecipata. Genera patrimonio collettivo da tutelare.

Dialoga con la città.

Fintan Magee wip 2016
Fintan Magee wip 2016

Edizione 2019. L’ultima

Festiwall conclude il suo percorso con l’edizione 2019. Lascia una Ragusa assai più bella, ricca e interessante agli occhi del viaggiatore e non solo. E’ un patrimonio che resta a chi ci vive, un’eredità che permette al cittadino di riappropriarsi del territorio e scoprirlo con occhi diversi ad ogni passaggio.

Lo chiediamo a Vincenzo Cascone, Direttore Artistico del Festival.

  • La 2019 è davvero l’ultima?

“L’ultima di FestiWall intesa come festival d’arte pubblica sì, nel senso che abbiamo fin dall’inizio ragionato su un’operazione di analisi con un inizio e una fine, che potesse offrire una mappatura alternativa della città. Abbiamo lasciato fuori due quartieri: il quartiere storico di Ibla, fortemente caratterizzato dal Tardo Barocco, quindi con un’identità già marcata e il nuovo quartiere di Viale delle Americhe, perché non ancora città, con un’identità totalmente assente, se non quella di un’espansione edilizia per certi versi compulsiva.

Tutte le edizioni facevano parte di un unico cantiere, il festival interveniva per centralizzare, di volta in volta, l’area in cui si operava, creando un quartier generale con attorno le opere, dove organizzavamo concerti, workshop, incontri di approfondimento.

Restando nel quartiere specifico avevamo la possibilità di farne emergere le criticità, dando un senso sociale e politico agli interventi artistici.

Una volta concluse le zone d’intervento non ha molto senso riproporre una formula solo per il fatto che funziona, anzi ti puoi concentrare su altro facendo tesoro del percorso fatto”.

  • Perché è necessario fermarsi? Può lo stop costituire un momento di riflessione?”

“Non siamo fermi, dopo aver scavato all’interno della città ci siamo ritrovati a studiare uno dei complessi industriali più importanti della nostra isola. Faccio riferimento alla Fabbrica Antonino Ancione, un complesso che domina le miniere di Contrada Tabuna posizionato proprio all’ingresso di Ragusa. Per più di un secolo e mezzo quest’insediamento ha rappresentato una risorsa economica fondamentale per l’economia della comunità.

La roccia asfaltica che qui si estraeva era una risorsa che veniva esportata in tutto il mondo per la pavimentazione delle strade. Dopo essere stata chiusa nel 2013 abbiamo pensato di rileggere la storia di questo luogo attraverso gli interventi di numerosi artisti che hanno sposato il progetto Bitume.

Vogliamo offrire una riflessione sulla società post industriale e il senso di appartenenza alle nostre origini.

Rispondendo alla tua domanda, si! penso che la pausa dia il senso al discorso prodotto, fa sedimentare i segni tracciati, dai quali possono nascere nuove direzioni”.

Grazie a Vincenzo Cascone con l’augurio di seguire presto i nuovi sviluppi del progetto Bitume.

Tutte le immagini sono state gentilmente fornite da Ragusa FestiWall 2020 Bitume Project Public Art Festival Ragusa, Sicily (ITA)

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Sebas Velasco
Sebas Velasco

Pillole di Sicilia. Le Grotte Saracene

Le Grotte Saracene
Basilica paleocristiana? Moschea? Laura o cenobio?
Basilica paleocristiana? Moschea? Laura o cenobio?

Siamo in provincia di Messina, in località Rometta, una piccola frazione a più di cinquecento metri sul livello del mare che si affaccia sul Golfo di Milazzo e da cui la costa tirrenica e l’arcipelago delle Eolie riempiono lo sguardo.

Un borgo che è già di per sé una delizia, coi suoi vicoli e i suoi scorci, speciale perché custodisce un tesoro che aspetta solo di essere scoperto, le Grotte Saracene.

E’ la Sicilia delle meraviglie, quelle meno note e battute da un turismo mordi e fuggi, trama e ordito di un’isola che non smette mai di stupire; è la Sicilia dei borghi a cui fanno da cornice paesaggi naturali dai ritmi lenti e accessibili a tutti.

I segreti di Rometta. Grotte e ipogei alle falde dell’acrocoro

A scovarle e comprenderne l’importanza storica ci ha pensato il noto archeologo trentino Paolo Orsi, a cui è stato dedicato l’ampia sala di ingresso  al MArRC di Reggio Calabria, intitolato l’intero Museo Regionale di Siracusa e le cui scoperte hanno lasciato il segno nello studio delle civiltà del Mediterraneo. Continuò i suoi studi l’archeologo Giacomo Scibona che confermò la natura di luogo sacro delle Grotte Saracene.

Le Grotte Saracene si snodano alla base della collina che accoglie il borgo di Rometta e i resti del Palatium Federiciano dove la tradizione vuole Federico II, Stupor Mundi, trascorresse le estati.

Fanno parte di un più vasto complesso ipogeo che interessa tutta l’area circostante e che vede la presenza di tombe rupestri e grotte.

Basilica paleocristiana? Moschea a partire dal 965 d.C.? Cavità naturali sfruttate come luogo di culto e dimora da eremiti e religiosi in epoca bizantina? Laura o cenobio? La storia delle Grotte Saracene  si lega a quella di Rometta, l’antica Erimata, città fortezza e ultimo centro abitato in Sicilia ad essere conquistato dagli Arabi nel maggio del 965 d.C.

Forma rettangolare, con dodici pilastri ripartiti in sei ordini che dividevano lo spazio interno in sette navate e di cui oggi ne restano solo quattro, le Grotte Saracene mantengono intatta l’aurea dei luoghi sacri. Dei restanti se ne intravedono i tronconi che pendono dalla volta e tracce d’affreschi lasciano immaginare che un tempo l’intera superficie fosse affrescata.

Come arrivare

Le Grotte, in località Sotto San Giovanni, sono raggiungibili percorrendo l’autostrada Messina Palermo – uscita Rometta e seguendo la Provinciale SP 57 sino a poco prima l’ingresso al borgo. Sono visitabili grazie ad un pratico sentiero. Fatevi conquistare dall’unicità del luogo e dai meravigliosi disegni che la natura ha creato con i diversi strati rocciosi.

Parte del complesso in passato destinato a ricovero per animali
Parte del complesso in passato destinato a ricovero per animali

Quando visitare le Grotte Saracene

Andateci nel periodo estivo in occasione del Palio Erimata, la manifestazione che ricorda lo storico scontro tra saraceni e bizantini nel 964 d.C.

Un lungo assedio durante il quale, si narra, gli abitanti del borgo combatterono senza sosta e rifiutarono la resa sino alla sconfitta. Ricco bottino dei Saraceni una leggendaria lama che la leggenda vuole sia appartenuta a Maometto in persona e la cui riproduzione oggi rappresenta il premio del palio.  

Tesori siciliani. Le Grotte Saracene
Tesori siciliani. Le Grotte Saracene

Viaggi nel tempo. C’era una volta l’Unione Sovietica

Cetty Alessandro

Vi ricordate quando vi ho parlato del mio vecchio atlante del 1984? Quello ritrovato dopo più di trenta anni grazie al pensiero affettuoso di una persona cara? L’ho riaperto pochi giorni fa, quando un’amica, Cetty Alessandro, mi ha sorpreso raccontandomi di un viaggio assai lontano nel tempo, quando ancora, come sul mio atlante, esisteva un’immensa porzione di territorio a est che solo negli anni –  e nelle edizioni successive –  si sarebbe frammentata in tanti stati minori e indipendenti.

Era l’U.R.S.S., Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nota anche come Unione Sovietica, uno stato enorme che in larga parte oggi attribuiamo all’Europa orientale e in parte all’Asia centro settentrionale, nato a seguito della rivoluzione del 1917 e della conseguente caduta dell’impero russo.

Tra il 1917 e il 1991, anno in cui cessò di esistere, l’Unione Sovietica è stata protagonista di eventi e al centro di scenari che hanno profondamente cambiato il nostro modo di guardare al mondo. Basti pensare alla Guerra Fredda, alla corsa agli armamenti nucleari e a quella per la conquista dello spazio, alla rivoluzione ungherese del ’56, alla primavera di Praga nel ’68, a Solidarnosc in Polonia e al Muro di Berlino in Germania.

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Quando e perché hai raggiunto l’Unione Sovietica Cetty?

Era il 1977 e avevo appena 17 anni. Mi piaceva il russo e lo studiavo al corso di lingua organizzato dall’Associazione Italia-Urss e dalla Facoltà di Scienze Politiche a Messina, in Sicilia. L’Associazione bandì un concorso a cui fui invitata a partecipare. Solo nove borse di studio disponibili e io risultai vincitrice. Non riuscivo a crederci, avevo a portata di mano la possibilità di partecipare a una esperienza più unica che rara.

 Ti piaceva già allora viaggiare?

Mio padre era un grande viaggiatore. Mi ha insegnato a fare il viaggiatore, non il turista. Tra i ricordi più belli con papà c’è il Cairo con lui, io appena tredicenne, un Egitto complicato già allora. Eppure credimi, non c’è momento, immagine, profumo di quel viaggio che non sia per me indimenticabile.

Un lungo racconto, un viaggio nel tempo
Un lungo racconto, un viaggio nel tempo

Come la presero a casa quando hai comunicato che avevi vinto un viaggio in Unione Sovietica lungo un mese e mezzo?

Mi appoggiarono e credo non sia stato semplice per i miei. Riuscii a fare una telefonata all’arrivo e a mandare due telegrammi e tre lettere che arrivarono a destinazione quando io ero già rientrata. Altro che Skype o WhatsApp. Eppure i miei compresero quanto sarebbe stato importante per me e mi diedero il permesso. L’unica terrorizzata era mia nonna, che temeva per la mia vita. Insomma, alla fine mi ritrovai al binario 10 della Stazione Termini con gli altri vincitori, dei perfetti estranei, pronta a partire.

 Eravate solo italiani?

Nove italiani e altri 2500 ragazzi, più o meno miei coetanei, che venivano da cento paesi diversi. Una di loro, una Canadese, Kristen Koza, ci ha scritto su un libro, <Lost in Moscow. A Brat in the URSS>. La casa editrice è la Turnstone Press .

 Raccontaci del viaggio. Dove sei stata?

Il viaggio in treno durò tre giorni pieni e fu davvero un sogno. Ricordo ancora le carrozze di lusso riservate a noi stranieri che, nel mio immaginario, non avevano niente da invidiare a quelle dell’Orient Express. Cristalli, un samovar cesellato e un cuccettista tutto per noi, pronto a servire the e biscotti. Abbiamo fatto sosta a Zagabria, nella Jugoslavia di Tito, poi a Budapest, Kiev e infine siamo arrivati a Mosca. Ricordo il paesaggio nelle ore diurne, ma anche nelle ore notturne (si dormiva poco), i boschi infiniti di betulle….

Un libro che racconta quest'avventura, cimeli dell'epoca
Un libro che racconta quest’avventura, cimeli dell’epoca

 Siete rimasti a Mosca?

Solo otto giorni duranti i quali ci hanno fatto visitare Mosca, una città allora meravigliosa. Ricordo il Cremlino e il Palazzo di Stato (adesso Palazzo dei Congressi), con i suoi 6000 posti a sedere, dove abbiamo assistito agli interventi dei maggiori esponenti di spicco del regime: un privilegio a noi riservato! Allora, se non erro, Breznev era Segretario Generale. E poi la Cattedrale di San Basilio, il Bolshoi, la metropolitana coi suoi <saloni> tirati a lucido. Abbiamo fatto i turisti e le <star>…

 Le star? Cosa intendi?

Eravamo ospiti privilegiati di cortei e parate. Ritengo fosse un modo di “raccontare” l’Unione Sovietica a chi assisteva, ma soprattutto a noi, un pubblico internazionale a cui narrare di una realtà efficiente, accogliente, ben organizzata. Se ci pensi tutto il viaggio fu una buona strategia di <marketing>ante litteram, un ottimo modo di fare propaganda. Il prodotto da promuovere era l’URSS.

Anche il resto del viaggio fu meraviglioso. Abbiamo trascorso tre giorni a Soci, sul Mar Nero, città allora sconosciuta agli “Occidentali”, dove si è tenuta la XXII edizione dei Giochi Olimpici Invernali e dal 2014 si tiene il Gran Premio di Russia valevole per il campionato mondiale di Formula 1. Una piacevole località di villeggiatura che allora era meta privilegiata dei vertici del regime. Ma il periodo più lungo, un mese circa, lo trascorsi ad OrlyonoK, in un <pionierskiy lager>, una sorta di campo vacanze, una colonia.

C'era una volta l'Unione Sovietica
C’era una volta l’Unione Sovietica

 Una giornata tipo?

Sveglia alle sette, alzabandiera alle otto e ginnastica, che puntualmente <bigiavo>, tornando a dormire. Nemmeno i Sovietici sono riusciti a farmi alzare presto! E poi lunghe giornate di tuffi, bagni, sole.

C’era anche quello che potremmo definire un centro addestramento per paracadutisti dove poter effettuare lanci con il paracadute. Fu il mio primo approccio al paracadutismo. Presi il brevetto in Italia a Pontecagnano parecchi anni dopo. 

Come definiresti l’atmosfera del tempo? Siamo abituati a pensare all’Unione Sovietica come un luogo freddo popolato da spie. Il  “Bacio” di Breznev e Honecker diventato murales lungo la East Side Gallery a Berlino, icona della Guerra fredda, si ispira a una foto del ’79, appena due anni dopo il tuo viaggio…

Beh, ad esempio alla dogana controllarono che non avessimo giornali di qualsiasi tipo e a uno di noi vennero persino ritirati i fogli di un quotidiano con cui era stato avvolto un paio di scarpe. Indelebile nella memoria il momento in cui, arrivati in treno al confine sovietico, sigillarono letteralmente finestrini e porte affinché nulla all’esterno, zona di confine e pertanto militare, fosse visibile. Dopo averci “sigillato”, sollevarono il vagone e, cambiato lo scartamento, lo adagiarono sui binari della ferrovia sovietica. E accadde in entrata e in uscita. Stesso canovaccio. Peccato non aver visto la gru con la quale ci hanno alzato in aria…sarà stata enorme!

Scoprimmo una volta lì che i nostri due accompagnatori, due guide eccezionali, erano due tenenti dell’esercito e ti assicuro, la sensazione di essere controllati con discrezione c’era.

Ricordo la sera a Mosca in cui decidemmo di attraversare in autonomia la Piazza Rossa, enorme, meravigliosa…dal nulla sbucarono fuori due militari. Ci andò bene perché facevamo parte della <delegazione italiana>, altroché.

Mi rimase impresso il fatto che la pubblicità non esisteva, in compenso avevamo la tv a colori (che io a casa non possedevo ancora).  

Ti eri fatta una tua idea personale di cosa stava accadendo nel mondo? Avevi una tua posizione al riguardo?

Eravamo ragazzi ma con idee abbastanza chiare al riguardo. Io sono sempre stata orientata a sinistra, ma alcuni dei ragazzi del gruppo erano molto più a sinistra di me! Viaggiammo cantando a squarciagola Guccini e De Gregori. L’URSS era una realtà completamente diversa e stranissima: la musica “occidentale” era assolutamente vietata, i Beatles e i Rolling Stones erano tabù, non era possibile trovare alcun prodotto dell’Occidente, bevevamo una specie di corrispettivo della Coca Cola – la Coca Cola sovietica la chiamavamo – e non mi chiedere cosa fosse. Posso dirti però che l’ho ritrovata all’Expo di Milano di un paio di anni fa. C’erano negozi solo per noi ospiti stranieri, ben diversi da quelli frequentati da chi in quei luoghi ci viveva. Le nostre guide, di cui ti ho già detto, erano alquanto <fiscali> ma con una preparazione spaventosa e una padronanza della lingua italiana non comune. Ad eccezione dei ragazzi del campo e delle guide, abbiamo avuto pochi contatti con la gente del posto. Ma la cosa più strana, adesso quasi inconcepibile, e che per un mese e mezzo non ho avuto nessuna notizia dalla mia famiglia e non ho avuto idea di cosa succedesse nel resto del mondo, completamente isolati!

Una volta rientrata, la mia visione del mondo era più completa e seguii con attenzione cosa accadde negli anni successivi. Ricordi le Olimpiadi nel 1980? L’arrivo di Gorbaciov, la caduta del Muro? Il viaggio in URSS fu un’esperienza di vita sotto tanti punti di vista.

Cetty tira fuori dalla borsa stampe, oggetti dell’epoca, vecchie foto, un pacchetto di sigarette con impresso lo Sputnik, il primo satellite artificiale mandato in orbita attorno alla terra…

Manca però il regalo che mi sono fatta in viaggio, il migliore…

Una fetta di pane con sopra un dito di caviale, quello “vero”, Beluga, chiaramente non pastorizzato, fresco! Ho ricercato quel sapore, per me sublime, altre volte nella mia vita. Un piccolo lusso che ogni tanto mi sono concessa.

Cosa mangiavate?

Se ci pensi solo prodotti locali, non c’era alternativa! Tornai a casa che pesavo sei chili in più! Buonissimi il burro e lo zucchero. E la marmellata di rose. Ricordo le frittelle con la panna acida, il pane nero, il riso cotto con la frutta, le prugne e le mele minuscole…

Mi hai detto che i tuoi genitori ci sono tornati nel 1985 con un viaggio organizzato. Cosa ti hanno raccontato?

Dai loro racconti ho capito che la situazione era già molto diversa e che il cambiamento epocale era già nell’aria”. Ad esempio, loro hanno fatto la Transiberiana e, a differenza del nostro treno, i loro vagoni erano identici a quelli occupati dai Sovietici.

Pensi che avrebbero fermato anche loro se sorpresi da soli in piazza Rossa?

Non credo e di certo i toni sarebbero stati diversi.

Non ti è mai venuta voglia di tornare?

Ci ho pensato spesso e ho sempre rimandato. Ne custodisco il ricordo con cura e ho quasi paura di conoscere una realtà che immagino completamente diversa. Lo scorso agosto sono stata a Budapest e sono andata a vedere la stazione che è rimasta identica ad allora. Ho anche cercato la bottega dove comprammo pane e dolci ma nulla da fare. In compenso c’era il Burger King…

Un grazie di cuore a Cetty Alessandro. I viaggi nel tempo sono assai preziosi perché finestre su mondi altrimenti persi per sempre.

Il Mamertino. Il vino siciliano che piaceva ai Romani

Azienda Agricola Vasari
Il Castello che domina la Valle del Mela
Il Castello che domina la Valle del Mela

Grillo, Inzolia e Cataratto per il bianco, Nero d’Avola e Nocera per il rosso. E’ quanto prevede il disciplinare del Mamertino, una DOC preziosa e unica di un’assai piccola porzione di territorio sulla costa tirrenica in provincia di Messina, Sicilia.

Una DOC, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, che ha rischiato di scomparire nei libri di storia e che invece oggi è racconto vivo di un territorio stretto tra Peloritani e Mar Tirreno.

Azienda Agricola Vasari. Il Mamertino torna in Sicilia

In casa Vasari il vino si fa da più di quattrocento anni. Risale al 1628 un documento scritto in latino che attesta un contratto di vendita di vino sfuso. Le viti sono quelle delle colline sovrastanti la valle del fiume Mela nei comuni di Santa Lucia del Mela e Merì, a 250/300 mt. di altezza con esposizione Ovest-Nord/Ovest.

Tra questi filari i Vasari hanno reintrodotto la produzione del Mamertino con passione e una buona dose di testardaggine.  “La DOC è arrivata nel 2004 ma il Mamertino che qui produciamo era stato registrato già negli anni Settanta”. A parlare è Ruggero Vasari, settima generazione dei Vasari, alla guida dell’azienda con il nipote Michele.

“Perché perdere un unicum come il Mamertino apprezzato da Giulio Cesare e considerato tra i migliori da Plinio il Vecchio?”.

L'antico casale del Settecento con le vasche, gli strumenti e i profumi della tradizione
L’antico casale del Settecento con le vasche, gli strumenti e i profumi della tradizione

Del Mamertino ne parla Strabone, il geografo romano e Giulio Cesare sceglie di offrirlo al banchetto tenutosi per celebrare il suo terzo consolato. Il Mamertino arriva poi al quarto posto della classifica dei vini migliori – 195 all’epoca – stilata da Plinio il Vecchio. A soffiargli i primi posti il Falerno, ancora oggi prodotto nel casertano e il Cecubo laziale.

Filosofia green, vini bio. Ce lo insegna il passato

Oggi il Mamertino e le altre etichette Vasari sono lavorate in un moderno impianto che occupa una superficie di 800 mq con una capacità di stoccaggio di oltre 1500 ettolitri di vino, dotato delle più moderne attrezzature. Un tempo il vino veniva prodotto nell’antico casale di famiglia, una costruzione della prima metà del Settecento, oggi visitabile, dove tutto parla di tradizione e territorio.

“Il passato occorre studiarlo, ascoltarlo, farne tesoro ma è sempre al futuro che bisogna guardare. Ricordo ancora quando iniziavo ad applicare negli anni ’90 un’agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Di <biologico> non se ne parlava eppure non c’è nulla in fondo di più tradizionale…”

Ruggero Vasari continua a raccontare un’azienda che oggi esporta ovunque nel mondo, dove le viti sono curate con metodi naturali e trattate con potature corte per favorire una bassa resa del ceppo e garantire una qualità superiore.

I vini Vasari nascono e prendono carattere e profumo in vigna, ciascuno da vitigni coltivati insieme nella stesso appezzamento nelle percentuali previste e insieme vendemmiati.

Il Mamertino Bianco Doc bio e il cru San Giuseppe, quello Rosso Riserva, il cru Timpanara e il Nero d’Avola; infine il Grillo, il Nocera in purezza, un accattivante Rosato, lo Zahir e due IGT Terre Siciliane, il Mistral Rosso e Bianco.

“I contadini dicono che la vigna va <spogliata> perché regali il frutto migliore ed è con la medesima semplicità che i filari vengono tenuti puliti da erbacce e funghi che altrimenti aggredirebbero la pianta. Le macchine più sofisticate che oggi provvedono a mantenere elevati i processi di vinificazione e preservare le proprietà organolettiche delle uve si basano su processi antichi che però vanno adeguati al sapere e al gusto moderni. L’invecchiamento in botti di rovere e l’affinamento in bottiglia fanno il resto”.

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La Doc assegnata al Mamertino siciliano nel 2004 e i rigidi protocolli stabiliti per la produzione di questo nobile vino siciliano hanno aperto la strada alla nascita di un’associazione di produttori del Mamertino, un primo nucleo di tredici realtà vinicole, di cui fa parte l’azienda Vasari, con l’obiettivo di un consorzio che continui a tutelare e raccontare un territorio straordinario.

Si ringraziano l’Azienda Agricola Vasari e in particolare Ruggero Vasari per il racconto di un vino straordinario e di una produzione caparbia e visionaria.

A Lanzarote. L’isola di César Manrique

“Quiero extraer de la Tierra su armonía para unirla a mi sentimiento con el arte”.

Manrique, 1992

Può l’arte rendere ancora più belli e armoniosi luoghi e paesaggi naturali a dispetto di speculazione edilizia e consumismo sregolato?

Può l’artista farsi custode dell’ambiente indicando il percorso da seguire per una fruizione allegra e gioiosa ma pur sempre rispettosa?

La risposta è sì: in un mondo in cui si continua a deturpare quanto di prezioso abbiamo e nulla sembra poter frenare questo trend negativo, César Manrique lo ha reso possibile in una delle sette isole delle Canarie, a Lanzarote.

Chi era César Manrique

Genio puro. Passione e ardore. Caparbietà e lungimiranza. Non puoi che pensarlo ammirando la Lanzarote che l’estro di Manrique ci ha lasciato e che ancora oggi, a quasi trent’anni dalla sua morte, continua a seguire la direzione da lui indicata.

Nato a Lanzarote nel 1919, Manrique conosce gli orrori della Guerra Civile e sceglie l’arte e la vita. Lo fa cominciando a studiare architettura a Tenerife e successivamente trasferendosi  a Madrid per approfondire pittura presso l’Accademia delle Belle Arti di San Fernando. Diventa velocemente uno dei maggiori esponenti dell’Astrattismo e dell’Informale; le sue mostre ed esposizioni riscuotono successo in tutto il mondo. Vive due anni a New York invitato da Nelson Rockefeller a partecipare a una mostra al Guggenheim Museum e torna a Lanzarote nel 1966 dove dà il via ad una vera e propria rivoluzione.

Ha inizio infatti la creazione di una serie di siti che trasformano Lanzarote in un’isola di colore e bellezza. La parola d’ordine che sembra essere trasportata e <spinta> da un capo all’altro dell’isola dai Juguetes del Viento, le sculture mobili di César, è rispetto dell’ambiente circostante. Pardon, rettifico. Non è mero rispetto, è simbiosi ed empatia.

L’arte si installa negli scenari mozzafiato del luogo e li esalta. Una contaminazione senza precedenti. Scultura, pittura, disegno, architettura d’interni ed esterni concorrono alla realizzazione di una Lanzarote bella, funzionale, fruibile e, dal 1993, ufficialmente Riserva della Biosfera.

Il Mirador del Rio
Un tuffo nel blu dell’oceano. La Graciosa e Alegranza dal Mirador del Rio

Sulle tracce del genio. Partiamo da Cueva de los Verdes

Un sistema di tunnel sotterranei formatisi durante un’eruzione preistorica del vulcano Monte della Corona, a nord dell’isola, nei pressi di La Haria. Avete capito bene: una serie di ambienti nelle viscere della terra, un percorso lungo chilometri che la lava ha percorso delineando grotte, cavità, gallerie, il Túnel de la Atlántida.

Negli anni Sessanta Manrique ne coglie l’unicità e riesce a trasformare un segmento del <tubo> lavico di circa due chilometri in un vero e proprio “viaggio al centro della terra” su più livelli.

“La naturaleza nos ha dado el esplendor de la vida y como espléndida madre tenemos el deber de protegerla de todo peligro, por ser dependientes de ella misma”.

Manrique, 1992

Il paesaggio all’esterno è caratterizzato da distese di lava, ciuffi di vegetazione a perdita d’occhio e nulla lascia immaginare cosa si celi appena pochi metri “sotto”. La discesa graduale svela la meraviglia lentamente. Un sistema di luci rende indimenticabile l’esperienza evidenziando concrezioni fantastiche, svelando stalattiti laviche, amplificando la grandiosità di madre natura. La musica riecheggia nel grande auditorium a circa metà percorso, dove spesso sono organizzati concerti,  e pozze d’acqua creano riflessi ed effetti speciali.

Si entra in gruppi di cinquanta con guide autorizzate; alcuni tratti più angusti possono generare difficoltà in chi soffre con la schiena o di claustrofobia. Non ci sono toilettes: le ultime che troverete sono nell’area parcheggio. La visita a Cueva de lo Verdes può essere inserita nel biglietto cumulativo Bonos Vouchers per tre, quattro o sei attrazioni.

Jameos del Agua. Il primo complesso turistico dell’isola

Dimenticate cementificazione e strutture in serie. A Lanzarote Manrique progetta il primo complesso turistico sostenibile dell’isola e lo fa negli anni del boom turistico e dell’inizio delle speculazioni alberghiere.

È il 1966 quando César crea qualcosa di unico e di perfettamente integrato nel territorio all’interno di “bolle” vulcaniche, ambienti scavati dalla lava secondo lo stesso principio di Cueva de lo Verdes, molto ampi e capaci di ospitare un ristorante, bar, piste da ballo, persino una sala concerti con un’acustica straordinaria e capace di accogliere fino a 600 persone.

Ai Jameos del Agua, a pochi metri dall’oceano, vi si accede lungo una scenografica scala dal Jameo Chico dove si trova il ristorante. Per arrivare alla successiva bolla vulcanica dove ad aspettare il visitatore c’è una splendida piscina e un giardino tropicale, occorre percorrere un corridoio lungo 100 metri e largo 13, che attraversa un lago d’acqua salata che custodisce un tesoro. Nel lago, visibile ad occhio nudo, vive una colonia di jameitos, rari granchi albini e ciechi.

Jameos del Agua. La piscina
Jameos del Agua. La piscina
Il lago d'acqua salata dove vivono i granchi albini
Il lago d’acqua salata dove vivono i granchi albini
La sala da concerti
La sala da concerti

Casa Museo del Campesino. Non solo natura. Costumi e tradizioni

Nel 1968 è la volta della Casa Museo del Campesino nell’area agricola La Geria. Stavolta Manrique pone l’accento su tradizioni e costumi dell’isola da sempre abitata da una comunità avvezza a fare i conti con un territorio aspro e difficile.

Con il Monumento al Campesino, un obelisco alto 15 metri creato con vecchi serbatoi d’acqua dipinti di bianco e saldati insieme, Manrique celebra la figura del contadino. Il Monumento alla Fecondità – si chiama così – segna l’inizio di un percorso a cui si accede gratuitamente e che permette di scoprire usanze, tradizioni ma anche colori e sapori dell’isola delle Canarie.

“Yo creo en el ser humano como totalidad, no creo ni en las religiones, ni en las fronteras, ni en las nacionalidades, ni en las banderas”.

Manrique, 1978

C’è ad esempio la riproduzione di una piccola fattoria. In bella mostra gli strumenti tradizionali, pannelli illustrativi sulle tecniche di coltivazione, specie quella della vite e della profumata Malvasia Vulcanica.

Imperdibile poi il MAS, il Mercado Autoctono Sostenible: tante botteghe in semi cerchio che si affacciano su una piazza assolata.

Ogni bottega offre prodotti tipici ma soprattutto la possibilità di accedere a mini laboratori per saperne un po’ di più e scoprire tecniche di produzione. Un esempio: cosa è il gofio e come, da questa farina ricavata da orzo e mais tostato, nascono piatti tipici e prelibati? E come il sale che arriva dalle vicine Saline de Janubio può essere trattato per ricavarne trattamenti aromaterapici? E ancora, avete mai sentito parlare della cocciniglia, il minuscolo insetto che produce l’acido carminico, una sostanza che regala al Campari quel bel rosso vermiglio? A Lanzarote viene come dire “allevato” sulle pale di fico d’india della cui linfa è ghiotto e che per lunghi tratti caratterizzano il paesaggio tra Guatiza e Mala. Al MAS vi insegnano come le larve degli insetti vengono raccolte, essiccate e trasformate in colorante considerato dal 2016 “prodotto di origine controllata”, con caratteristiche uniche e del tutto naturali.

Casa Museo del Campesino
Casa Museo del Campesino

Al centro della piazza, poi, la meraviglia: una scala conduce ad un livello inferiore  e ad una galleria scavata nella roccia e nella lava di Lanzarote che porta a un ristorante e  sala da ballo. Ancora una volta l’ambiente naturale viene esaltato attraverso architetture esilaranti e avveniristiche.

Dove comanda il vulcano il diavolo di Manrique dà il benvenuto al visitatore

Una superficie di più di 5.000 ettari, gole, crateri, distese di roccia acuminata, crepe ed enormi spaccature, dune di cenere, scie di zolfo. Ecco a voi Parco Nazionale di Timanfaya che in realtà è solo uno dei vulcani, le Montagnas del Fuego, che nel 1730 e per sei anni distrussero e modificarono totalmente la geografia di Lanzarote. Visitare il parco, nonostante le rigide e giustificate regole, è uno dei must dell’isola e lo è ancor di più considerato il contributo di César Manrique a un luogo assai spettacolare.

Per capire di cosa sto parlando occorre raggiungere la LZ67 e avventurarsi all’interno del parco. A darvi il benvenuto troverete un “demonio” forgiato col fuoco dell’isola e il genio di Manrique, ormai un simbolo di Lanzarote e appena dopo, sulla destra, il Centro de Visitantes e Interpretaciòn de Mancha Blanca. Superatelo e riservatene la visita ad un secondo momento. Proseguite quindi sino alla guardiola in pietra lavica dove si paga il biglietto d’ingresso o si mostra il biglietto combinato di cui vi ho già parlato.

Proseguite per circa 3 chilometri sino all’Islote de Hilario dove lascerete l’auto. A partire da questo punto qualsiasi spostamento in autonomia non è consentito ed è qui che troverete il centro visitatori e il ristorante progettato da Manrique, perfettamente integrato nel contesto e letteralmente “abbracciato” dai canyons e dalle valli del parco. Tutto qui è in sintonia col paesaggio. I colori virano dall’ocra al mattone e pesanti padelle stilizzate diventano arredo e simbolo. E’ possibile pranzare con le carni cotte su piastre ardenti grazie al calore del sottosuolo che a pochi metri di profondità raggiunge temperature assai elevate. Lo stesso calore che dalle viscere risale e brucia rami secchi e crea un piccolo geyser a beneficio dei visitatori.

Dall’Islote de Hilario partono i bus autorizzati a percorrere la Ruta de los Volcanes, 14 chilometri e 45 minuti per raggiungere il Pico Partido (il Picco Spaccato), la Montaña Rajada (la Montagna Spaccata) o quella Encantada, la Valle de la Tranquilidad o la Caldera del Corazoncillo (la Caldera del Cuoricino).

E’ il Centro de Mancha Blanca a organizzare invece trekking nella parte meridionale del parco. Le escursioni sono gratuite ma riservate a un numero assai ridotto di partecipanti. Possono essere prenotati online su www.reservasparquesnacionales.es a partire da trenta giorni prima la data prescelta. Un consiglio: prenotate non appena possibile, il numero dei posti a disposizione è davvero esiguo.

Las Montanas del Fuego
Las Montanas del Fuego

Altro consiglio: come già accennato il centro Mancha Blanca è molto utile e interessante per approfondire e acquisire nozioni più specifiche ma se volete raggiungere l’Islote de Hilario e fare il tour completo fatelo di buon mattino e dategli la precedenza. La coda che si crea in tarda mattinata potrebbe costringervi ad aspettare per ore.

Il Mirador del Rio. Da qui l’Africa sembra di toccarla

Appena 130 chilometri che non sono comunque pochi ma qui, affacciati al Mirador del Rio, l’Africa la senti davvero vicina e percepisci come Lanzarote, la più nordorientale, e le sei sorelle siano europee sì, ma fortemente legate al continente africano.

Il Mirador altro non era che un vecchio bunker, un appostamento di artiglieria spagnola, la Bateria del Rio, a due chilometri da Yé, affacciata sull’Oceano Atlantico ad un’altezza di 479 metri. Oggi, grazie all’estro e al genio di Malrique, è stato trasformato in un meraviglioso “balcone” scavato nella roccia, in parte al coperto e separato dall’esterno da una grande vetrata. Alle spalle e ai lati la grandiosità della roccia che scende ripida sino alla costa da cui partono i traghetti per la piccola La Graciosa, l’isola separata da Lanzarote da uno stretto corridoio d’acqua.

Il MIAC. Un’antica fortezza militare trasformata in polo d’arte contemporanea

Nel 1975, il Castello di San Josè, affacciato sul porto di Arrecife, a breve distanza dal centro storico, era ormai in rovina quando Manrique ideò il progetto del MIAC, un polo che raccontasse le massime espressioni dell’arte mondiale e canaria contemporanee con mostre permanenti e non, e fosse luogo di incontro e di aggregazione grazie a workshop  e conferenze. A rendere il tutto ancora più accattivante un ristorante sull’oceano collegato all’esterno con una scalinata di pietra lavica e all’interno con una di un bianco abbagliante, una spirale di luce tra quadri e sculture.

Il Giardino dei Cactus. Un giardino in una cava di lava

Un giardino è sempre una bella cosa, quello ideato da Manrique a Guatiza lo è ancora di più perché all’interno di una cava per l’estrazione di cenere vulcanica, che nel tempo diventò discarica, oggi è possibile visitare una delle attrazioni fiore all’occhiello dell’isola.

Il Giardino dei Cactus si presenta al visitatore, che vi accede nella parte più alta, come un grande anfiteatro con terrazze concentriche che degradano dolcemente verso la parte più bassa. Migliaia di esemplari ovunque, più di mille specie diverse di piante grasse che arrivano da Perù, Messico, Cile, Stati Uniti, Marocco, Madagascar, Tanzania, Kenya.

All’interno del sito sono stati realizzati sentieri che permettono di muoversi liberamente tra piante dai fiori e dalle foglie minuscole e alberi enormi che svettano vicino a monoliti di pietra. Un’area per mostre e incontri, il negozio di souvenir, il bar, persino i servizi igienici sono ben mimetizzati e armonici nel contesto. Nella parte più alta un mulino come quelli dove un tempo si macinava mais e orzo per ottenere il gofio. All’esterno un enorme cactus opera di César.

El Taro de Tahiche. Fundación César Manrique

El Taro de Tahiche accoglie inizialmente la casa privata dell’artista che decide di cambiarne destinazione e trasformarla in fondazione nel 1992, stesso anno in cui, a pochi mesi dall’inaugurazione, Manrique muore in un incidente stradale a pochi metri da qui.

L’edificio, costruito su una delle colate laviche riconducibili alle eruzioni vulcaniche sull’isola tra il 1730 e i 1736, è articolato su due livelli ed è perfettamente inserito nel contesto naturale, a tratti quasi una continuazione, grazie all’utilizzo e all’alternanza di elementi tradizionali e altri di concezione più moderna come le ampie vetrate, i vasti spazi. Visitarne i diversi ambienti significa oggi ripercorrere la vita ma soprattutto il pensiero dell’artista grazie a foto e video che ne raccontano le passioni, le idee, il suo pensiero estetico Arte Natura/Natura Arte.

Un uomo dalla possente immaginazione, dall’estro a volte eccessivo e inconfondibile, innamorato della vita e della bellezza, devoto alla sua terra e ai suoi paesaggi. Evidenti le influenze cosmopolite dovute ai suoi studi e ai tanti viaggi. Sorprendente la sua capacità di utilizzare i media e tutti i mezzi di comunicazione per costruire la sua immagine e per sfruttarla al momento giusto: da dandy che prende a morsi la vita, ad appassionato difensore di Lanzarote contro sfruttamento edilizio e costruzioni incontrollate.

L’intera fondazione sfrutta le cinque bolle vulcaniche naturali per ricreare angoli privati, una splendida piscina, giardini tropicali, saloni più intimi, luoghi di svago, ciascuno diverso, ciascuno speciale e sorprendentemente attuali nella scelta dei colori e dei materiali.

A Tahiche non dimenticate di fare un salto al birrificio artigianale Los Aljibes. Perché ve ne parlo qui? Perché nasce da un progetto di César Manrique all’interno di una antica cisterna d’acqua dove oggi è possibile bere un’ottima birra e gustare carne alla griglia. Provate anche i tocchetti di melanzana fritta con “miele di cactus”, la melassa ricavata dalla pianta che più racconta Lanzarote.

César a nudo. La Casa Museo di Haría

“Mi casa está decorada, está pensada en función de la vida, la luz y la belleza. Hay una armonia de espacios y de formas y, sobre todo, un concepto muy funcional con respecto al hombre, al confort y a la alegría. Mi casa tiene una enorme alegría y una luz espléndida”.

Manrique, 1988

Il paese di Haría è molto suggestivo. Qui il tempo sembra essersi fermato tra file di case tradizionali di un bianco candido, piazze assolate e vicoli stretti. La Valle delle Mille Palme protetta dal massiccio del Famara ospita la Casa Museo di César Manrique, la dimora in cui l’artista visse negli ultimi anni della sua vita, tra il 1988 e il 1992. Una tenuta agricola, un giardino di palme, una cascina in rovina che Manrique trasformò per sé e per dipingere i suoi quadri, in un atelier collegato alla casa da un sentiero di polvere lavica.

Ed è il nero della pietra lavica l’elemento predominante insieme al verde della vegetazione e il legno dei soffitti tradizionali di alcuni ambienti.

Ogni oggetto è stato scelto ed accuratamente posizionato: utensili dell’agricoltura e della pesca locali,  le splendide lampade create da pezzi di recupero, legno, metallo e bottiglie riciclate, gli schizzi, le foto personali, i suoi libri, maschere africane, camice gracioseras tipiche dell’isola, kimono, sandali giapponesi, un pianoforte a coda…

L’impressione che se ne ricava è che Manrique sia ancora qui e non abbia mai lasciato questa casa. Ci si aspetta di incontrarlo, di accomodarsi in uno dei divani e di poterci chiacchierare un po’.

Anche la cucina dove ci si potrebbe sedere e pranzare e dove persino le ceramiche e i bicchieri raccontano il gusto di César, trasmette intimità, descrive l’uomo, i suoi tempi, la quotidianità.

Le camere da letto, quella interna e la dependance esterna, coi tetti rivestiti di legno, sono piccole oasi dedicate all’ozio e rese speciali da bagni privati spettacolari perché affacciati sui giardini esterni attraverso “muri” di vetro, in un continuum ininterrotto tra natura e spazio privato.

All’interno dell’atelier tutto è rimasto così come era al momento della morte improvvisa di César: i tavoli da disegno, i colori, le lattine degli acrilici che sembrano ancora aspettare di trasformarsi in arte.

César Manrique e le sue creazioni
César Manrique e le sue creazioni

Il nostro viaggio sulle tracce di Manrique si ferma qui, ma solo momentaneamente, in attesa di nuove avventure a Lanzarote. Perché quanto scoperto sin qui è solo il Manrique più popolare ma il suo “tocco” è davvero ovunque sull’isola e appare quando meno te lo aspetti. Una piccola anticipazione: César Manrique farà ancora capolino su viaggimperfetti grazie ad una bottiglia di vino…

“Uno de los grandes males que tienen los hombres es el no tener conciencia clara de lo que significa la vida. Es algo tan corto, tan ligero…

Manrique, 1978

 

Racconto Sicilia. Messina golosa

Sicilia. Cosa mangiare a Messina

Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno.
Le risposte saranno tante e diverse ma ce n’è una che ricorre sempre e mette tutti d’accordo: la gola.
Dai piatti più conosciuti a quelli meno noti, legati alla tradizione e alla stagionalità. Ogni area con varianti dello stesso piatto e pietanze uniche e introvabili altrove. Street food e piatti della festa.
Partiamo da Messina, la porta dell’isola e lo facciamo con <saperi esperti> del racconto Sicilia.
Compagni fidati che conoscono da sempre le leccornie proposte e le preparano seguendo cuore e tradizione.

Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno...
Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno…

Stocco a ghiotta. Il piatto che arriva dal freddo nord e piace al caldo sud

Il merluzzo essiccato a Messina ha una storia antica legata a doppio filo con i popoli del nord che in Sicilia giunsero nel lontano 1100 e che già da tempo frequentavano le sue coste e il fiorente porto. Nelle stive delle navi giunte per caricare la preziosa seta che a Messina veniva prodotta, c’erano grandi scorte di merluzzo essiccato sia sottosale, il baccalà, sia all’aria, lo stoccafisso, facile da trasportare e da conservare a lungo.

L’incontro del merluzzo essiccato con i messinesi fu esplosivo: ci misero il sole del sud e lo trasformarono in uno dei cibi principe della cucina messinese, lo stocco a ghiotta a base di stocco e capperi delle Eolie, olive, salsa fatta coi pomodori dell’isola, patate e un po’ di pazienza. Perché? Ce lo spiega Anna Martano, docente, critica enogastronomica, Prefetto per la Sicilia dell’Accademia Italiana Gastronomia e Gastrosofia e autrice di Il diamante nel piatto – Storia golosa della Sicilia in 100 ricette e cunti, un prezioso volume e mix irresistibile di gusto e racconto edito da Ali&No.

” Bisogna far cuocere a fuoco lento fin a che le patate non si ammorbidiscono. La ghiotta non va mai mescolata, per non rompere le patate e lo stoccafisso. Occorre scuotere la casseruola, tenendola per i manici, con un movimento orizzontale deciso ma delicato”.

Nel libro trovate anche la ricetta insieme a innumerevoli <cunti>, nati da appunti e pizzini raccolti negli anni.

La pasta ‘ncasciata del Commissario Montalbano. A Messina la <pasta al forno> della domenica

Avete imparato a conoscerla coi romanzi del maestro Camilleri e nelle avventure del Commissario Montalbano. Di cosa parlo? Della leggendaria pasta ‘ncasciata che Adelina prepara per Salvo Montalbano: un godurioso e sontuoso piatto che nulla ha da invidiare a timballi e sartù. L’incontro tra la pasta, generalmente maccheroni o sedanini (se di grani siciliani è meglio) e una serie assai lunga di ingredienti che variano da zona a zona.

A Messina la pasta ‘ncasciata o incaciata o ancora più semplicemente al forno, è il piatto della domenica e prevede la lenta cottura della salsa, o del ragù spesso coi piselli, con cui si andranno a condire i maccheroncini insieme ad una buona provola, una generosa dose di melanzana fritta a tocchetti e abbondanti uova sode a pezzi. Infine una spolverata di provola o parmigiano e il tempo giusto in forno che darà quella crosticina così speciale che i bimbi a tavola si contendono. C’è chi aggiunge cubetti di mortadella.

Il miglior posto per mangiare la pasta al forno alla messinese? La cucina delle donne siciliane dove lento borbotta il sugo e riposa in attesa della ricca melanzana che profuma di sole e di basilico. Trovatevi un amico siciliano (di solito è per la vita) e fatevi invitare!

In riva allo Stretto. Messina mood
In riva allo Stretto. Messina mood

La braciola messinese. Solo qui la fanno così

A Messina non mancate all’appuntamento con la braciola, piccolo involtino di carne di vitello farcito con un impasto di mollica, prezzemolo, pomodoro, formaggio e aglio, generalmente servito in spiedini, ciascuno da cinque o sei braciole. Dipende dalla grandezza delle braciola: un po’ più cicciottella o appena un bocconcino da far sciogliere in bocca.

Ce ne parla Saverio Alessandro che insieme al fratello Danilo gestisce la macelleria di famiglia con una tradizione antica. E’ stato infatti il papà ad aprire bottega nel 1957.

La braciola messinese. Una tira l'altra
La braciola messinese. Una tira l’altra
I fratelli Alessandro
I fratelli Alessandro

“La tradizione vuole che si scelgano tagli particolarmente teneri e che la carne venga inumidita e <battuta> lentamente, strato dopo strato. La braciola è un’arte che qui coltiviamo da sempre. Ogni braciola va farcita con un impasto che noi prepariamo con pangrattato, olio extravergine, parmigiano e pepato siciliano grattugiati, aglio tritato (se piace), pomodorino, sale e pepe. Il risultato finale deve essere omogeneo e ben equilibrato. Al centro della braciola va inserito un pezzetto di caciocavallo che in cottura si scioglie e fila. Infine la braciola viene ripassata nel  pangrattato che sulla griglia si trasforma in crosticina”.

“E il segreto qual è Alessandro?”.

“La qualità delle materie prime e la manualità: il modo in cui con la mano avvolgi la braciola e la sigilli, un movimento che impari nel tempo”.

La braciola che profuma di mare. Il pesce spada, signore dello Stretto

In feluca. Ѐ tempo di spadare nello Stretto di Messina
In feluca. Ѐ tempo di spadare nello Stretto di Messina

Ѐ maggio il mese della pesca del pesce spada in Sicilia. Lo Stretto di Messina si anima di colori e suoni nuovi: sono le urla dei pescatori, sono le imbarcazioni tipiche a bordo delle quali si solcano la costa messinese e quella calabrese sulle tracce del re della tavola messinese.

Le feluche, o spadare, le riconosci subito perché ciascuna dotata di due lunghe <ntinne>, le antenne, una verticale alta 40 metri, al centro, in cima alla quale il capitano governa la barca e il marinaio preposto scruta il mare in cerca del pesce e una orizzontale, a prua, di circa 30 metri, all’estremità della quale un altro marinaio corre per arpionarlo una volta individuato.

Il rientro delle feluche al tramonto è una vera e propria festa e il momento che in molti attendono per acquistare il pesce freschissimo.

A ghiotta, a tocchetti, in insalata o semplicemente arrostito, il pesce spada è il piatto che profuma di mare e ricorda l’estate, il blu del mare e il sale sulla pelle. Anche le braciole di pesce spada sono eccellenti, con un ripieno di mollica, prezzemolo, capperi, pomodoro, olive, aglio.

Chiedete che venga condito con un po’ di <sammurigghiu>, olio extravergine di oliva, sale, pepe, aglio e prezzemolo, magari un po’ di origano. Nient’altro…una poesia.

Sicilia antico granaio dell’impero romano. La focaccia messinese e il re dei rustici, il  <pitone>

Della Sicilia come terra vocata alla coltivazione del grano se ne parla sin dai tempi degli antichi romani. In Sicilia il grano torna, oggi, ad essere una grande risorsa, grazie alla riscoperta degli antichi grani, a lungo poco considerati.

Tumminia, Bidì, Perciasacchi, Maiorca, Russello, Senatore Cappello. Una varietà infinita da sempre passione e oggetto di studio di un grande conoscitore di grani e farine: Francesco Arena, Bakery chef, Best in Sicily per Cronache di Gusto e Ambasciatore del Gusto per la Sicilia.

Francesco continua a portare avanti la tradizione nel panificio di famiglia, Masino Arena, a Messina dal 1939. Prodotti di nicchia, eccellenze e tipicità. Da lui trovate pani realizzati con farine e in formati diversi ed ovviamente la rosticceria messinese. I suoi prodotti scalano velocemente le classifiche nazionali, il panificio Masino Arena appare su guide specializzate. La Repubblica inserisce la bottega di famiglia nelle <Botteghe del Gusto> di Guida ai Sapori e ai Piaceri della regione Sicilia, Gambero Rosso  assegna al bakery chef messinese <due pani>.

Con lui scopriamo la tipica focaccia messinese condita con pomodoro, tuma, scarola, acciughe. Street food del cuore di ogni messinese, in piazza o in spiaggia e compagna fidata di serate casalinghe davanti la tv, da soli o in compagnia.

“Francesco la ricetta della focaccia messinese è la stessa da sempre? Nonna Teresa la faceva alla stessa maniera?”.

“Rigorosamente la stessa da più di 80 anni. La ricetta di Nonna Teresa è passata a mio padre Masino da cui io l’ho ereditata. Su questo papà non transige e ha ragione perché la focaccia è patrimonio storico per i messinesi. Nata come cibo povero era inizialmente preparata con pane raffermo tostato e condito con quello che di buono e saporito c’era in casa: la scarola e il pomodoro dell’orto, il formaggio di pecora che da noi non manca mai, le acciughe, il pesce povero che i pescatori portavano dalla pesca. Oggi la focaccia è sulla tavola di ogni messinese e in tanti la conoscono altrove. Ho avuto il piacere di presentarla a fiere ed eventi in tutta Italia, persino all’estero, a Barcellona e a Vienna, due anni fa, presso l’ambasciata italiana in occasione della Settimana della Cucina Italiana all’Estero”.

La focaccia messinese se la gioca con i <rustici>: il mitico arancino al burro o al ragù (ricordatevi che a Messina è maschio!) e il <pitone>. Che cos’è il pitone? E’ un calzone di pasta friabile, fritta se tradizionale, o al forno, lievitata o meno, con un ripieno che prevede gli stessi ingredienti della focaccia messinese. “E’ corretto Francesco?”.

“Stessi ingredienti, stessa necessità di creare una pietanza appetibile con quello che c’era. Nel caso del pitone ci hanno pensato le mogli dei pescatori creando una sorta di panino imbottito <sigillato> che si poteva consumare in barca mentre si pescava e magari con una mano sola. Anche in questo caso una ricetta sana e semplice nata dall’ingegno delle donne siciliane”.

Volete provare a preparare il pitone a casa? Al link il video di Francesco Arena con la ricetta per preparare a casa i pitoni tradizionali. Sul suo canale youtube ne trovate anche altre!

A Messina il bianco e il nero fanno coppia fissa. Non solo a Carnevale

Vi piacciono i bignè? Immaginatene una barocca composizione, una cremosa piramide cosparsa di scaglie di cioccolato,  all’interno della quale ogni bignè sta in perfetto equilibrio col suo ripieno di panna ben ricoperto di crema gianduia. Siete riusciti a visualizzare la golosa montagna? Ecco a voi il Bianco e Nero messinese, altro che semplici profiteroles!

Dolce della festa, il Bianco e Nero mette d’accordo grandi e piccini ed è spesso realizzato in mini porzioni che fanno bella mostra nelle vetrine delle migliori pasticcerie accanto cannoli e cassate.

E nel periodo invernale, il Bianco e Nero fa a gara con un’altra delizia tutta messinese, anche in questo caso nera e bianca, la Pignolata.

In realtà si tratta di piccoli gnocchi di pasta fritta, <pigne>, simili agli struffoli napoletani, ma ricoperti da una glassa per metà al cioccolato e per metà al limone, che compatta e uniforma il tutto. Dolce povero a base di ingredienti semplici si è arricchito nel tempo trasformandosi nella leccornia del Carnevale, oggi per fortuna disponibile quasi tutto l’anno.

Nzuddi e Piparelli. Pesche, Lulù e viennesi

Accanto Frutta Martorana e biscotti alla pasta di mandorla mettete in valigia anche ‘Nzuddi e Piparelli, i biscotti secchi della tradizione messinese, magari insieme ad una buona bottiglia di Malvasia delle Lipari, il vino liquoroso prodotto in questa area della Sicilia.

Saranno perfetti per una pausa con gli amici e vi ricorderanno i profumi della Sicilia: mandorle, miele, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, scorza d’arancia…

Gabriella Urso, chef insignita delle stelle della Ristorazione dell’APCI, l’Associazione Professionale Cuochi Italiani, che abbiamo già incontrato a Mandanici, affascinante borgo del messinese, ne confeziona piccoli sacchetti da tenere sempre in dispensa. Lo fa nel suo laboratorio artigianale di pasticceria, una fucina di saperi e delizie, dove tutto profuma di Sicilia e i sapori sono autentici e genuini.

<Pentoladoro> si chiama, come la pentola piena d’oro alla fine dell’arcobaleno che tradizione irlandese vuole sia sorvegliata da un folletto, il Leprechaun.  Arrivare al tesoro non è facile ma se ci si riesce la ricompensa è grande. Al laboratorio di pasticceria di Gabriella Urso a Mandanici il tesoro sta tutto nei suoi prodotti, creati solo su ordinazione e pertanto sempre freschissimi.

“Come sono nati Gabriella ‘nzuddi e piparelli,  i biscotti secchi della tradizione siciliana?”.

“Da necessità e ingegno Benedetta. Non si buttava via nulla e tutto ciò che avanzava si impastava e aromatizzava. Oggi ovviamente si parte da materie prime eccellenti e si punta sulla qualità del prodotto – qui da noi si arrivano a usare 600 grammi di mandorle per un chilo di farina – ma i colori, i sapori e i profumi sono quelli della tradizione.

Non solo ‘nzuddi e piparelli da Gabriella Urso: cedrini, croccante, tronchetti, ciambelline, sesamini, biscotti di mandorle e all’anice possono essere ordinati e spediti ovunque.

‘Nzuddi e Piparelli sono prodotti dalle origini povere. Altro discorso va fatto invece per Pesche, Viennesi e Lulù, dolci ricchi e sontuosi.

Ne continuiamo a parlare con Gabriella Urso che realizza torte indimenticabili, tripudi di alta pasticceria siciliana. “Gabriella, cosa sono quelle sottili briciole che ricoprono le Pesche?”.

“Sono briciole! Le Pesche messinesi sono sfere di pasta che ricordano pesche mature, scavate all’interno, farcite di crema e panna e aromatizzate con una bagna al rum. Con la mollica scavata e sbriciolata si fodera la Pesca simulando la peluria del frutto. Altro discorso invece per i Lulù, i sofisticati choux ripieni di panna montata e per i Viennesi, soffici panini farciti. E’ la crema a fare la differenza, dal profumo forte e quasi invadente. Sono tutti prodotti da consumare freschi, in giornata”.

La granita a Messina. Una mezza con panna in riva allo Stretto

Acqua, zucchero, e frutta come il gelso, la fragola, la pesca, o gli agrumi come il limone o il mandarino, oppure caffè, cioccolata o mandorle. That’s it. Tre ingredienti con al massimo l’aggiunta di un generoso baffo di panna fresca su alcune varianti. La granita siciliana è un must, un piacere da gustare a tutte le ore che cambia in consistenza e abitudini nelle diverse zone dell’isola.

A Messina, la granita è cremosa e va gustata con la tipica brioche con il <tuppo>, la palletta di pasta in cima. La trovate in ogni bar e gelateria della città che si rispetti nei gusti che preferite ma, se siete a Messina, chiedete una mezza con panna: nera granita al caffè con sopra morbida e bianchissima panna.

Altra storia è la granita al limone, più fresca e dissetante che ci riporta a un’epoca lontana, quella legata alla fiorente industria agrumaria e di estrazione di essenze che sino al primo Novecento era un vanto della città.

C’è chi la granita al limone la gusta con la <zuccherata>, al posto della brioche. Si tratta di un biscotto a forma di grissino assai panciuto o di ciambella. Facili da trovare nei panifici e da portare a casa come sfizioso souvenir.

Altra delizia da sostituire alla brioche è il panino di cena, morbida pagnottella dolce coi semi di sesamo, la <ciciulena o giuggiulena>, in cima e un delicato profumo di chiodi di garofano. Dolce pasquale legato ai riti della Settimana Santa, oggi prodotto tutto l’anno. Da mangiare rigorosamente fresco, appena sfornato.

C’è poi da aggiungere ancora qualcosa: la granita, la cui origine risale alla tradizione araba dello sherbet, una bevanda ghiacciata alla frutta o all’acqua di rose, non avrebbe avuto lo stesso successo e probabilmente non sarebbe arrivata sino a noi senza i <nivaroli> e le neviere, cavità naturali o costruzioni di pietra a cono rovesciato scavate nella terra e isolate termicamente con paglia e fieno. Erano i nivaroli a riempire le neviere con la neve che, strato su strato, diventava ghiaccio, poi rivenduto in Sicilia e in tutto il Mediterraneo, da Tunisi a Malta sino al secolo scorso.

Di neviere ce n’erano sui Monti Iblei, sulle Madonie, sui Nebrodi, sull’Etna e sui Peloritani appena sopra Messina. E con la neve che arrivava dalle montagne si facevano sorbetti e granite. Ne è rimasto poco o niente ma di alcune ne rimane ancora traccia.

Non esiste messinese che non vi indicherà il bar o gelateria dove si fa la granita più buona della città, che dico di tutta la regione! Io la mia la gusto in riva al mare, sullo Stretto, ammirando il continuo viavai di barche, storie, persone.

Scegliete il vostro posto del cuore e gustate la Sicilia.

Si ringraziano per la collaborazione Anna Martano, Gabriella Urso e il laboratorio di pasticceria Pentoladoro, Saverio e Danilo Alessandro e la macelleria Alessandro, Francesco Arena e il panificio Masino Arena.

A Lanzarote il vino è un atto di fede

Già a partire dal Medioevo le Canarie erano conosciute come <Isole della Fortuna>. Arcipelago dell’eterna primavera, lembo di terra prescelto dai Fenici in cerca di porpora e argento e cantato da Plinio, Orazio, Virgilio.

A Lanzarote la fortuna diede forfait nel settembre del 1730 quando la terra tremò ed eruzioni vulcaniche scossero l’isola per sei lunghissimi anni rendendo necessario l’esodo della popolazione e creando una lingua di terra che ingrandì di un terzo la superficie totale.

Non fu la fortuna a indicare la strada da seguire a chi, proprio dove sembrava non ci potesse essere futuro, riuscì a dare vita a un’area vinicola unica al mondo. Fu coraggio, tenacia e resilienza che resero possibile il miracolo della valle de La Geria.

Dal Museo del Vino delle cantine El Grifo
Dal Museo del Vino delle cantine El Grifo. Le prime testimonianze

Le viti nella buca. Storie di resilienza

"Hoyos", le grosse buche a imbuto che caratterizzano il paesaggio vitato di Lanzarote
“Hoyos”, le grosse buche a imbuto che caratterizzano il paesaggio vitato di Lanzarote

Il fuoco e la lava cambiarono faccia all’isola e quando il magma si fermò, un mare infinito di pietra seppellì quanto c’era prima. Il dopo non fu facile, occorreva reinventarsi. E dove la cenere, nera e inarrestabile, aveva ricoperto strato dopo strato intere porzioni di territorio un tempo coltivate, si cominciò a scavare e a piantare nuovamente.

Il miracolo della vite che cresce dalla cenere
Il miracolo della vite che cresce dalla cenere

Buca dopo buca, si provò a mettere a dimora piante di vite, le uniche che sembravano resistere e adattarsi alle nuove condizioni. Una buca circolare per pianta, massimo due, quanto più grande e profonda quanto più vicina alla zona del disastro e protetta su un lato, quello battuto dal vento, da file di pietra che ne seguivano l’andamento circolare.

La natura rispose alla caparbietà dell’uomo che riuscì a trasformare il disastro in opportunità. Le viti crebbero, riparate dalla forza della Calima, il vento secco e carico di polvere del Sahara che arriva dalle coste africane, e nutrite dall’umidità dell’Atlantico assorbita e distribuita alla pianta dalla stessa cenere.

Oggi il territorio de La Geria è pura bellezza, un’ampia vallata dove i colori sono solo quattro: il nero della lava, il verde delle viti, il bianco delle fiorenti aziende vinicole, l’azzurro del cielo infinito.

La Valle de La Geria. In primavera, il verde delle viti sul nero del mare di cenere è pura bellezza
La Valle de La Geria. In primavera, il verde delle viti sul nero del mare di cenere è pura bellezza

Migliaia di piccole e garbate semilune, una per ogni pianta, che ricoprono l’intero territorio e risalgono morbide le colline circostanti, fin dove è possibile scavare e piantare.

All’orizzonte il Parco Nazionale di Timanfaya, le Montagne del Fuoco, strette tra le località di Tinajo, Tias, Yaiza e l’oceano, epicentro del disastro di ieri, zona di straordinaria ricchezza geologica e area protetta di oggi.

Una leggenda racconta delle Canarie come casa delle Esperidi, le dolci fanciulle del giardino dai frutti magici vigilati da un dragone che sputava fiamme e che Ercole uccise. Forse il drago non morì: mi piace pensare che si rifugiò a Lanzarote da dove continuò a sputare fuoco fino a che l’uomo non ci fece amicizia e lo trasformò in alleato.

Il Parco Nazionale Timanfaya
Il Parco Nazionale Timanfaya. Epicentro del disastro di ieri, ricchezza e tesoro dell’isola di oggi

La Malvasia Vulcanica. Cenere, vento, vino

Di origini greche, la Malvasia Vulcanica la trovate solo qui. Dà vita a bianchi profumati e assai piacevoli da degustare. Vini secchi, più sapidi e minerali o dolci e semidolci. In entrambi i casi un delicato ed esotico profumo dolce e molle di frutta tropicale, un sentore di melone bianco, fico, che si alterna a più accattivanti note agrumate.

La raccolta della Malvasia Vulcanica è la prima, a luglio e per lo più manuale. Arriva per ultimo il Moscatel, il Moscato d’Alessandria  da cui si ricava un vino che ricorda il Passito prodotto a Pantelleria, le cui uve sono lasciate al sole caldo delle Canarie per quindici giorni circa una volta vendemmiate.

A Lanzarote cresce anche il Listán Negro a bacca rossa per rosati e rossi in purezza o blend con punte di Sirah, diffuso in tutto l’arcipelago e la varietà minore del Vijariego o Diego.

Alcune cantine esportano i vini prodotti, molte altre no. Quasi tutte permettono la degustazione al calice in location spesso indimenticabili e offrono punti ristoro per accompagnare il vino a delizie locali.

Un consiglio spassionato: prendetevela comoda e, se possibile, prenotate una visita guidata anche se non siete appassionati o esperti. Sono viaggi nella storia della malvasia vulcanica ma soprattutto nella storia di Lanzarote.

Degustazione alle cantine storiche El Grifo
Degustazione alle cantine storiche El Grifo

A zonzo per cantine nella Valle de La Geria

Sono tante e in un’area assai ridotta. Altri vigneti si trovano nella zona di Yé, vicino al Monte Corona, altro cratere vulcanico dell’isola. Di seguito alcune consigliate.

Le cantine El Grifo
Le cantine El Grifo

Fondata nel 1775, è la più antica delle Canarie e tra le dieci più longeve di Spagna. Quasi 250 anni di storia e diverse famiglie protagoniste: i Ribera, i De Castro, i Durán, sino agli Otamendi Bethencourt, discendenti di quel Bethencourt, capitano normanno, che qui sbarcò nel 1402 per conto di Enrico III di Castiglia e il cui nipote, Maciot, sposò la figlia del re locale, Teguise.

La visita del Museo del Vino permette di ricostruire le differenti fasi a partire dai primi tentativi, quelli a ridosso delle grandi eruzioni che avevano cambiato il paesaggio. C’è poi la possibilità di visitare la vecchia casa padronale con una libreria privata di oltre 4.000 volumi ed evidenti testimonianze di una vivace vita culturale parallela alla cura dei vigneti.

Tributi al poeta José Hierro e al Premio Nobel José Saramago e un posto speciale riservato all’artista che più di tutti ha reso unica Lanzarote, Cesar Manrique. Il simbolo del Grifone, l’orgoglioso stemma di famiglia, porta la sua firma e il suo inconfondibile stile. Sono sue alcune etichette tra cui quella in cui protagonista è la palma delle cantine El Grifo, pare la più antica di tutta l’isola; sua l’idea di un giardino di cactus che in minima parte riproduce il celebre Jardin de Cactus a Guatiza; suo il progetto che ha visto trasformate le vecchie cisterne di fermentazione del vino in un percorso museale.

Non dimenticate una passeggiata nei vigneti e una sosta finale alla <tienda> per degustare un calice di Malvasia de Lías, Malvasia Vulcanica fermentato in botti di rovere per tre mesi, o un sorso di Ariana,  Listán Negro e Sirah.

Tra le più gettonate e frequentate con ampi locali destinati all’acquisto e alla degustazione all’interno dei quali è la cenere vulcanica a ricoprire i pavimenti. Fondata alla fine del XIX secolo dalla famiglia Rijo, è oggi gestita dai Melián.

Bodegas La Geria
Bodega La Geria

Approfittate delle guide per un tour personalizzato, qui si fa necessario. Senza, perdereste la passeggiata tra gli <hoyos>, le buche in cui crescono le viti e lo studio dei differenti strati che le <custodiscono>; la scoperta del piccolo eremo dedicato a Nuestra Señora de la Caridad, risparmiato dalla lava, che apre le sue porte solo una volta all’anno, il 15 di agosto, in ricordo del disastro; una sosta nei pressi di un magnifico albero di limone che qui ha trovato il suo spazio e come le viti, cresce piegandosi al vento d’Africa e si nutre della rugiada dell’oceano.

Un grazie speciale a Darío Rodríguez Márquez per il viaggio nel viaggio.

Nuestra Señora de la Caridad
Nuestra Señora de la Caridad che scampò alla forza distruttrice della lava

Proprio di fronte alla cantina La Geria. Vi basterà attraversare la strada per scoprire una realtà fatta di vini deliziosi e scelte architettoniche che rendono la visita speciale: la Sala delle Botti con le botti di rovere francese e americano accatastate ai lati su tre livelli, la sala degustazione all’interno dell’antica cisterna con le pareti in pietra e i pavimenti in vetro alti tre metri da terra, le sale private con gli alti soffitti in legno.

Dove oggi ci sono le Bodegas Rubicón, un tempo c’era il Cortijo de La Geria di cui si hanno notizie già a partire del 1570 e tra i cui proprietari emergono nei secoli nomi illustri come Luis de Bethancourt e Diego Laguna. Una fattoria ricca ed estremamente produttiva con distese coltivate a orzo, grano, segale. Poi la distruzione del 1730 e la lenta rinascita nei secoli successivi come cantina. La proprietà passò a Don German López Figueras nel 1979, artefice dell’attuale organizzazione.

Dopo la visita fermatevi a mangiare qualcosa e se potete fatelo nella terrazza con, all’orizzonte, il parco di Timanfaya o negli ampi spazi esterni affacciati sui vigneti all’ombra dei grandi eucalipti secolari. I vini di questa cantina non vengono spediti all’estero, quindi bisogna approfittarne qui. Infine, parere del tutto personale, i vini delle Bodegas Rubicón si presentano in bottiglie che collezionerei volentieri.

  • Un ultimo stop. Vinos El Tablero. Piccola e poco conosciuta

Piccola e poco conosciuta. Lungo la strada per Yaiza, questa cantina offre tapas e il suo vino. In posizione più riservata e <invisibile> ai più.

Vinos El Tablero
Vinos El Tablero

Bergamo. Un capolavoro italiano

Bergamo. Santa Maria Maggiore e il Battistero

Bergamo soffre, combatte e cura. Recita così il sito ufficiale del turismo bergamasco.

Bergamo capolavoro italiano, spesso poco conosciuto, oggi sulla bocca di tutti.

Un territorio straziato dal dolore e dalla malattia che qui, più che altrove, ha fatto strage e dove il silenzio, come il virus, è arrivato ovunque.

Nel silenzio la voce di chi alla finestra, avamposto di resistenza e di lotta alla guerra psicologica dell’isolamento, continua a vivere e a essere orgoglioso di un Paese che soffre, combatte e cura.

Nel silenzio, la rispettosa voce di questa <finestra> attraverso cui si vuole ricordare una Bergamo fatta di bellezza, arte, cultura, persone. Per tornarci al più presto e continuare e scoprire questo “capolavoro italiano”.

Donizetti. Icona bergamasca
Donizetti. Icona bergamasca

Bergamo Patrimonio Mondiale Unesco. Partiamo da un abbraccio

“Qual è la cosa che ti manca di più?”.

In molti, in questo momento che ci mette alla prova, risponderebbero:<un abbraccio>.

E in tema di abbracci Bergamo è campione e ha persino stabilito un Guinness World Record nel luglio del 2016 quando più di 11.000 persone si sono rese protagoniste della serie di abbracci più lunga della storia lungo le antiche mura che cingono la città.

L’evento fu organizzato per sostenere la candidatura Unesco delle “Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo. Stato de Terra – Stato de Mar”, dislocate lungo un percorso transnazionale che va da Bergamo al Montenegro passando per la Croazia.

Funzionò e la candidatura andò a buon fine. A partire dal 2017, Bergamo, insieme a Peschiera, Palmanova, Zara, Sebenico e Cattaro, può vantare il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Le sue Mura Venete, riconosciute per l’alto valore artistico e storico, abbracciano da secoli la Città Alta, il centro antico di Bergamo e regalano chilometri di bellezza e panorami mozzafiato sull’intera valle e fino alle vette delle Alpi Orobie. Quattro le porte per accedere al centro storico: Sant’Agostino, Sant’Alessandro, San Giacomo e San Lorenzo, meglio nota come Porta Garibaldi da quando l’eroe dei due mondi passò da qui. Si faceva l’Italia.

Bergamo. Fontana Contarini
Bergamo. Fontana Contarini in Piazza Vecchia. Lo sentite il rumore dell’acqua?

Bergamo Città Alta. Le Mura Venete custodiscono incredibili tesori

Non è affatto grande. La si gira a piedi. Piano, godendosi ad ogni passo inestimabili tesori.

E’ la Piazza Vecchia a custodirne il numero maggiore. Qui si erge la Torre Civica, con i suoi cinquantadue metri di altezza in cima ai quali ammirare Bergamo tutta. La campana, il Campanone, memore di passati riti medievali, batte da sempre cento rintocchi. Ogni sera, alle 22.00 in punto.

Risale al 1100 il Palazzo della Ragione, la più antica sede comunale lombarda che un tempo ospitava le assemblee pubbliche di città, e che in seguito si trasformò in tribunale per poi cambiare pelle più volte, arricchirsi ad ogni evoluzione e divenire oggi splendido polo culturale.

Bergamo. Piazza Duomo
Bergamo. Piazza Duomo. In uno spazio assai ridotto inestimabili tesori

Nel 1798 si impreziosì di un orologio solare che, in sincrono con una meridiana scolpita nel marmo, segna il mezzogiorno e la data.

C’è poi, dall’altro lato della piazza la Biblioteca Angelo Mai coi suoi incunaboli e manoscritti. Al centro la fontana Contarini donata alla città nel 1780 dal podestà Alvise Contarini.

Piazza Vecchia prosegue in Piazza Duomo in un susseguirsi di sorprese e meraviglie presenti in uno spazio assai ridotto: il Duomo, la basilica di Santa Maria Maggiore, il Battistero, la Cappella Colleoni, dove riposa Bartolomeo Colleoni, condottiero del Quattrocento e figura epica bergamasca con la figlia prediletta Medea.

La basilica di Santa Maria Maggiore custodisce i resti di un altro ambasciatore di Bergamo, il compositore di fama mondiale Gaetano Donizetti le cui tracce sono ovunque in città. La casa natale, il Museo Donizettiano, il grande teatro a lui dedicato nella Città Bassa. E persino una morbida ciambella arricchita da ananas e albicocca candita e imbevuta di Maraschino che creò Alessandro Balzer nel 1948 in occasione del centenario della morte e che ancora oggi viene servita nello storico Caffè Balzer.

Polenta e osei. Morbido Pan di Spagna farcito e ricoperto di marzapane
Polenta e osei. Morbido Pan di Spagna farcito e ricoperto di marzapane

Il cibo è cultura. Il cibo è tradizione

Non fermatevi ai marmi policromi e agli affreschi. La storia di Bergamo è ad ogni porta e vetrina. Ogni bottega racconta chi Bergamo la vive e la ama. Da sempre. Gente fiera e custode della tradizione bergamasca. Quando le porte dei musei riapriranno lo faranno anche i bar storici, i forni, le pasticcerie, i ristoranti rivelando un percorso di storia e sapore.

 – La polenta

Partendo dal sapore franco di una buona polenta, cibo nato povero e oggi nei menu degli chef più conosciuti. Polenta prodotta coi migliori mais, il Rostrato coltivato a Rovetto, il Cinquantino di Stezzano, lo Spinato di Gandino, con cui mani esperte creano anche altri prodotti come la galletta che tutti chiamano Spinetta, o il frollino Melgotto, persino una birra, la Scarlatta.

 – I Casoncelli

Occorre arte e perizia per realizzare uno dei piatti più noti del Bergamasco, i Casoncelli, ravioli di pasta fresca ripieni di carne, piatto povero in principio realizzato per utilizzare gli avanzi, come spesso accade in cucina. Nel tempo si sono arricchiti di altri ingredienti come scorza di limone, amaretti, uva sultanina, pera. Ripassati in padella con burro, pancetta, Grana Padano e salvia sono un inno al piacere della gola. Le varianti a quanto pare sono infinite ed ognuna è ovviamente la migliore con l’aggiunta di erbe aromatiche, cotechino, pasta di salame, salsiccia. Vengono realizzati anche con carne di pollo e coniglio.

Non solo Casoncelli però ma anche Scarpinocc, Baloss, Scalmanacc. Ogni raviolo la sua forma, il suo ripieno, la sua storia…

 – Polenta e osei

Ne riproduce le sembianze ma non ha niente a che vedere con il piatto tipico a base di polenta. Si tratta di un dolce nato dalla fantasia di Alessio Amadeo con all’interno strati di Pan di Spagna con farcia di cioccolato, nocciola e liquore ricoperti da pasta di marzapane e decorato da uccellini di pasta di mandorle e cioccolato. Bello da vedere, buono da sbocconcellare. Le vetrine dei negozi a Bergamo Alta ne sono pieni.

 – La Stracciatella

Ancora un nome, ancora una storia. Parliamo di Enrico Panattoni, proprietario del bar ristorante La Marianna, che nel 1961 crea la famosa Stracciatella, il gelato a base di crema con pezzi irregolari di cioccolato fondente. Il nome lo deve alla Stracciatella alla romana: il cioccolato si spezza e si solidifica come l’uovo nel brodo bollente del celebre piatto italiano.

La Marianna c’è ancora e produce la Stracciatella originale come una volta: con autentiche macchine verticali, le Carpigiani L40, e ingredienti semplici e freschi.

 – Formaggi e Docg

Nove formaggi DOP: Formai de Mut, Taleggio, Bitto, Grana Padano, Gorgonzola, Quartirolo Lombardo, Provolone Valpadana, Salva Cremasco e Strachitunt.

La più piccola Docg italiana, il Moscato di Scanzo, un vino passito prodotto esclusivamente nel comune di Scanzorosciate con raccolta manuale e appassimento naturale su graticci in ambienti ventilati per un lungo periodo.

Un mondo da scoprire, anche per chi scrive, fatto di eccellenze e passione, con la promessa di un nuovo viaggio che stavolta porti a conoscere il lago d’Iseo, con la sua isola lacustre, Montisola; le cascate del Serio, centri dalla storia antica come San Pellegrino dove viene nasce l’acqua minerale imbottigliata e spedita ovunque nel mondo, con le sue terme e i palazzi Liberty o a Cornello dei Tasso, il borgo dove è nato il servizio postale. E tanto altro ancora…

La Città Bassa

Ovunque in Italia la meraviglia è dietro l’angolo e viaggia nel tempo. Accade che ogni epoca regali bellezza e Bergamo segue la regola.

Il Medioevo del Palazzo della Ragione, il Quattrocento del Colleoni, l’Ottocento di Donizetti e Garibaldi, il Novecento del Centro Piacentiniano, il cuore moderno della Città Bassa progettato ad inizio secolo dall’ingegnere Giuseppe Quaroni e dall’architetto Marcello Piacentini.  Furono loro ad ideare, dove prima si teneva la Fiera di Sant’Alessandro, il centro amministrativo e commerciale di Bergamo, con la Torre dei Caduti, il Credito Italiano, la Camera di Commercio, il Palazzo di Giustizia, la nuova sede delle Poste e Telegrafi, il porticato affacciato sull’antico Sentierone, da sempre luogo di incontro e di passeggio.

Dalla sala d'attesa della funicolare
Dalla sala d’attesa della funicolare. In veranda, per un caffè e un panorama mozzafiato

Il Teatro Donizetti, costruito alla fine del Settecento e in seguito intitolato al grande compositore bergamasco è a pochi passi; il Balzer, il caffè dove è nata la delizia a lui ispirata, assai vicino; via XX Settembre, colorata e allegra, dietro l’angolo.

Per raggiungere il Centro Piacentiniano non prenderemo una macchina del tempo ma la funicolare perché a Bergamo una visita che si rispetti non può dirsi conclusa senza averci fatto un giro. Da 120 anni collega la Città Alta con la Città Bassa, regalando una veduta su Bergamo dalla veranda della sala di attesa che è anche punto ristoro.

Infine, ed è l’elenco assai approssimativo di chi a Bergamo ha ancora tanto da scoprire, l’Accademia Carrara, pinacoteca e scuola di pittura, coi suoi Mantegna, Raffaello, Botticelli, Bellini e la GAMeC, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, centro di eccellenza internazionale.

La Basilica di Santa Maria Maggiore
La Basilica di Santa Maria Maggiore dove riposa Gaetano Donizetti