Taormina, Sicilia. Uno, cento, mille viaggi

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Taormina. Sa di zagara e di agrumi

È una dote rara che tanti luoghi inseguono, pochi ottengono.

Occorre essere speciali per diventare meta da “almeno una volta nella vita“, più che moda effimera destinata a scomparire col passare del tempo.

Taormina meta ideale lo è da secoli, dream destination per viaggiatori di ogni dove. Attratti da una bellezza rara e una storia antica.

Sui sogni di quei viaggiatori Taormina ha costruito un mito, il mito della Perla del Mediterraneo.

Il Grand Tour. Il viaggio della vita, Erasmus ante litteram
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Metti un sogno, metti Taormina…

I giovani rampolli europei Taormina la raggiungevano nel corso del tanto ambito viaggio della vita nella seconda metà dell’Ottocento. Grand Tour lo chiamavano, il grande viaggio, una sorta di Erasmus ante litteram concesso però solo a nobili e aristocratici prima, facoltosi borghesi in seguito, che partivano per trovare bellezza e arte.

Fu la grande Elisabetta I a volere istituire una sorta di borsa di studio che avrebbe consentito a pochi eletti di raggiungere con un viaggio lungo, lunghissimo, di ben tre anni, le grandi città, i maggiori siti culturali, i luoghi considerati culla di cultura e civiltà.

Parigi, Lione e poi, una volta superate le Alpi, l’Italia. Genova, Torino, Roma, Firenze, Venezia, infine la Sicilia.

Il Grand Tour prese piede e, nel tempo, divenne moda in Gran Bretagna, Francia, Germania.

Sulle strade d’Italia uno dei più celebri viaggiatori fu Goethe. È di inizio Ottocento il suo Viaggio in Italia che contribuì enormemente a far conoscere la nostra penisola a nord delle Alpi. E di Taormina e del suo Teatro Antico disse: <Mai, forse, un pubblico, in teatro, ebbe davanti a sé simile prospettiva>.

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Teatro Antico di Taormina. Lo immaginate Goethe qui, a dorso di mulo, tra foglie colossali di agave e maestose rovine?
Il Teatro Antico di Taormina

La cultura greca era il sogno dei viaggiatori che intraprendevano il Grand Tour e Taormina, antica Tauromenium, non poteva che trasformarsi in tappa obbligata.

Il Teatro Antico, il più grande d’Italia e d’Africa dopo quello di Siracusa con i suoi 109 metri di diametro della cavea, costituiva il sogno, un punto d’arrivo. Goethe fu una delle prime celebrities, presto seguito da molte altre, innamorate di Taormina e dei suoi tesori.

Oggi il Teatro Antico è affidato al Parco Archeologico Naxos Taormina ed è possibile visitarlo e goderne l’architettura e le diverse ristrutturazioni successive a quella greca.

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A Muntagna

Unico al mondo per posizione, funambolo sul mare di Sicilia, il teatro è una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno.

Con lo sguardo segui la costa sino ad immaginare di vedere Catania e Siracusa, con il cuore aspetti che l’Etna, che incombe maestosa, dia spettacolo ancora una volta.

Taormina caleidoscopio di storia e bellezza

Il resto è poesia. Romani, bizantini, arabi, normanni a Taormina hanno lasciato qualcosa che strato su strato è diventato un unicum irripetibile.

Un unicum che nella seconda metà dell’Ottocento trasformò Taormina in meta irrinunciabile per artisti, poeti, filosofi, scrittori e teste coronate. A Goethe seguirono Guy de Maupassant, Nietzsche, D’Annunzio, Klimt, Freud, gli zar Nicola I e Nicola II e la zarina Aleksandra Fedorovna Romanova.

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Taormina, Teatro Antico. Una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno

Lì dove prima c’era l’agorà greca e poi il foro romano nacque Palazzo Corvaja. La matrice araba ha accolto quella normanna, echi moreschi gli hanno regalato la tipica merlatura. Qui, per volere di Bianca di Navarra, a partire dal 1400 vi si riunì il Parlamento del Regno di Sicilia.

Alle sue spalle resti di terme di epoca romana, poco distante Porta Messina o Porta Ferdinandea, una delle due porte al nucleo più antico. Corso Umberto lo attraversa e collega Porta Messina all’altro ingresso trionfale, Porta Catania o Porta del Tocco. Tra le due, nata su antiche mura arabe, un tempo Porta di Mezzo, la Torre dell’Orologio del XII secolo. Distrutta dalle truppe francesi di Luigi XIV nel 1600, fu ritirata su e oggi accoglie il mosaico di una splendida Madonna. Anticipa la scenografica Piazza IX Aprile: salotto ciarliero e brillante al tramonto, affaccio sul blu, irrinunciabile meta di turisti e viaggiatori.

I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio.

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Taormina è pop!

Maestosi e alteri, Palazzo Ciampoli, Badia Vecchia, Palazzo Duchi di Santo Stefano si alternano tra le antiche Naumachie e un mosaico romano da poco restaurato.

È uno splendido patchwork Taormina, elegante ed equilibrato, dove culture ed epoche trovano ciascuna il proprio spazio. Un’armonia perfetta e irripetibile.

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Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano
Gli alberghi storici

Una Taormina sempre più famosa e spesso narrata come audace e libertina, o semplicemente più sicura per personaggi come Oscar Wilde che già aveva pagato con il carcere la sua omosessualità e che a Taormina arrivò incuriosito dalle fotografie realizzate dal barone Von Gloden: panorami mozzafiato sullo sfondo, il mito della Magna Grecia, giovani bellissimi e nudi.

Oscar Wilde soggiornò nel piccolo hotel Victoria, uno degli alberghi che nacquero, uno dopo l’altro, per accogliere un flusso crescente di visitatori. Esiste ancora l’hotel Victoria, si affaccia su Corso Umberto.

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Oscar Wilde scelse l’hotel Victoria, uno dei primi a Taormina. Esiste ancora, lo trovate sul corso principale…

Il primo fu però l’hotel Timeo, nato per volere di Francesco La Floresta nel 1850 su un rudere a ridosso del Teatro Antico. Lo presero per pazzo, <Don Cicciu ‘u pazzu> lo chiamavano ma La Floresta andò dritto per la sua strada dando all’albergo il nome di Timeo, figlio di Andromaco, fondatore di Taormina nel IV secolo a.C.

Ci vide giusto Don Cicciu ‘u pazzu: dal Timeo sono passati Wagner, Andrè Gide, Guglielmo II e Feliks Jusupov, gran consigliere della zarina Alessandra, famoso per aver ordito l’assassinio del celebre Rasputin.

Nella proprietà che fu acquistata con la vendita di un agrumeto, soggiornarono Verga, Pirandello, Quasimodo, Ungheretti, Sciascia.

E quando il Festival del Cinema Internazionale ha iniziato a trasformare Taormina in destinazione preferita di star e celebrità, il Timeo ha accolto personaggi come Liz Taylor, Richard Burton, Jaqueline Kennedy sino ai potenti della terra durante l’ultimo G7.

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Il meraviglioso Hotel Timeo. Tutto merito di Cicciu U Pazzu…

Ad inizio Novecento fu la volta del Grand Hotel Excelsior: elegante e raffinato con la sua architettura moresca, doveva ispirarsi ai palazzi più belli di Venezia.

Poco distante, Villa Schuler ha mantenuto lo stesso charme di quando, prima abitazione privata nella prima decade del Novecento di Eugen Schuler Senior, antiquario tedesco, poi pensione, divenne ritrovo di artisti e intellettuali. Nel corso dei decenni, attraversando due conflitti mondiali, si è trasformata ed adeguata mantenendo la sua identità originaria.

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Villa Schuler. Eugen Schuler Senior, il primo proprietario, antiquario, fece fortuna con una bottega al piano terra di Palazzo Corvaja e aiutò a sviluppare le foto del viaggio in Sicilia di Guglielmo II e della famiglia imperiale…
Casa Cuseni. Una storia a sè

Robert Hawthorn Kitson, erede della Kitson and Company, il gigante industriale delle locomotive di Leeds, se ne innamorò ad inizio Novecento e decise che sarebbe diventata la sua casa.

Una casa speciale, oggi Casa Cuseni, alla cui realizzazione presero parte Alfred East, presidente della Royal Society of British Artists e Sir Frank Brangwyn, primo decoratore della Tiffany e autore delle decorazioni della Galleria Reale della Casa dei Lords a Westminster e del foyer del Rockefeller Center Museum di New York.

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Casa Cuseni, casa dell’anima

Una casa speciale che divenne rifugio e luogo del cuore per Tennessee Williams, Bertrand Russell, Faulkner, Dalì, Gala, De Chirico e tanti altri che passarono da qui e  lasciarono un disegno, un appunto, un aneddoto.

In uno dei saloni oggi visitabili, tra gli innumerevoli tesori qui custoditi, esiste ancora una collezione di acquerelli del Grand Tour inglese in Italia e Terra d’Oriente realizzati tra il 1900 e il 1940 da famosi paesaggisti britannici tra cui lo stesso Kitson. Proprio quel Grand Tour che rese Taormina famosa nel mondo.

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Piazza Duomo a Taormina
Taormina green. Anche il verde qui racconta storia e glamour

Non sono giardini e basta. Raccontano eventi, personaggi, aneddoti.

Partiamo proprio dai giardini di Casa Cuseni: tredici terrazze che profumano di Mediterraneo e sette fontane allineate al camino centrale della casa. Infine una piscina nella parte alta del giardino che guarda al cratere centrale dell’Etna.

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I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio

Tra papaveri e ferule disegni di Balla sulla pietra, l’angolo preferito di Greta Garbo, la terrazza su cui amava fermarsi Faulkner.

A Villa Schuler puoi invece fare il giro del mondo grazie alle infinite specie che ne fanno un vero e proprio parco esotico creato da Eugenio Schuler nel 1902: lungo sentieri silenziosi, palme, agrumi, cipressi , kentie, yucche e un enorme pinus pinea, 20 metri altro, probabilmente l’albero più longevo di Taormina.

Infine i giardini della Villa Comunale. Per conoscerne la storia occorre ancora una volta riavvolgere il nastro e tornare alla fine dell’Ottocento quando Lady Florence Trevelyan, nobildonna inglese, si trasferì a Taormina dopo un lungo viaggio dall’India all’Australia e sposò l’allora sindaco professore Salvatore Cacciola.

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Erano i giardini privati di Florence Trevelyan, oggi sono uno splendido parco comunale aperto a tutti

L’odierna villa comunale era un tempo il parco di casa sua che rese splendido con piante rare e particolari costruzioni chiamate <Victorian follies>. Vi ospitò teste coronate come il Kaiser Guglielmo II di Germania, lo Zar Nicola II, Edoardo VII , il principe Vittorio Emanuele III, la mitica Franca Florio e donna Tina Whitaker.

Lady Florence Trevelyan morì nel 1907 e volle essere sepolta sul monte Venere, alle spalle di Taormina, in località ‘A Francisa’: i <francisi>, nel dialetto locale, erano al tempo tutti gli stranieri. Suoi, al principio, anche i giardini dell’hotel Timeo.

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Florence Trevelyan. Instancabile viaggiatrice, fece scandalo alla corte della regina Vittoria e scelse Taormina come nuova casa…
Il grande cinema. Il Taormina Film Fest

Il primo movie a Taormina fu girato nel 1919. Ne seguirono molti altri: <L’Avventura> di Antonioni si conclude al San Domenico di Taormina. Negli anni 50 nasce a Messina il Festival Internazionale del Cinema che progressivamente si sposta a Taormina diventando uno degli eventi di punta della stagione estiva.

La graziosa cittadina si trasforma in luogo del jet set internazionale. A Taormina arrivano le grandi e i grandi divi del cinema: Elizabeth Taylor, Marlene Dietrich, Sophia Loren e Cary Grant, Marlon Brando, Audrey Hepburn, Fellini e Woody Allen. Tom Cruise, De Niro, un elenco infinito di stelle, sono tutti passati dal palco del festival, il palco del Teatro Greco di Taormina e continuano a farlo con il Taormina Film Fest.

Piccolo dettaglio: è il Festival del Cinema a trasformare Taormina in località balneare. Solo a partire dagli anni 60 Isola Bella, Mazzarà, Capo Sant’Andrea vengono associate all’idea di vacanza al mare.

Taormina è un sogno. Vivetela come tale

Taormina è un sogno, vivetela come tale, un sogno che si rinnova e non finisce mai.

Una macchina del tempo con fermate infinite. Salutatela dalla stazione ferroviaria di Giardini Taormina, la splendida stazione Liberty inaugurata nel 1866.

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La splendida stazione Liberty Giardini Taormina

Sikè, Sicilia. Hai voglia di un gelato speciale?

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo

Che le cose migliori sono spesso semplici lo impari col tempo.

Un gelato, il sole, il mare.

Che la semplicità nasconde passione, ricerca, competenza, lo scopri godendoti il gelato.

Perché il gelato di cui parliamo oggi è speciale ed è il gelato firmato Sikè.

Sikè. Il gelato artigianale in riva al mare di Sicilia
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Mai conosciuto i dispensatori di felicità?

Il mare e il sole ci sono perché Sikè si trova sul lungomare di Milazzo, Marina Garibaldi, Sicilia.

Di passione, ricerca e competenza ne troverete in quantità nella piccola ma deliziosa gelateria siciliana.

Due bici all’esterno i cui colori richiamano il design all’interno: legno chiaro, tonalità calde, linee pulite. Al colore ci pensano i prodotti: sorbetti, soffici brioche siciliane (rigorosamente col <tuppo>) ed ovviamente gelato, tanto, tantissimo gelato artigianale.

Il menu varia e dipende dalla stagionalità dei prodotti (latte e frutta freschissimi da fornitori locali) e dall’estro di chi lo prepara. Capita spesso che un gelato segua la scoperta di un’erba selvatica, un fiore e diventi proposta del giorno, a volte non replicabile.

Poi ci sono il tiramisù, il cioccolato 100%, la zuppa inglese con l’alkermes, il torrone, l’arachide; e ancora la melagrana, la mela cotogna, la vaniglia stracciata al cioccolato bianco, fichi, gelsi, more, lo yogurt all’acqua di rose con polvere di lampone. Provo il melone cantalupo appena arrivato, il sorbetto di fragola, il pistacchio e il caramello al sale di Trapani.

Particolare attenzione per chi è vegano o intollerante al latte. Realizzazione di gelati alternativi e salutari a base di kefir, riso, orzo. Insomma, un vero e proprio mondo da scoprire.

Ma chi c’è dietro tanta bontà?

Maestro Gelatiere Rosario Leone D’Angelo. In attesa di diventare gelatiere
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo. Da sinistra Annamaria D’Angelo, Elisa Chillemi, Rosario Leone D’Angelo. Foto Sikè

Ha iniziato con la sorella Annamaria nella storica pasticceria D’Angelo di Monforte San Giorgio, comune poco lontano da Milazzo, dove ha imparato i segreti del mestiere da papà Pietro e nonno Rosario.

E non si è più fermato, vincendo premi e scalando velocemente le classifiche di settore nonostante continui a presentarsi sul suo profilo Facebook come <in attesa di diventare gelatiere>.

Studio, sperimentazione e una nuova avventura, Sikè. Accanto Elisa Chillemi, solare, appassionata, fine conoscitrice del mondo del cacao.

E poi ci sono loro, i <dispensatori di felicità>, il team di lavoro del maestro gelatiere Rosario Leone D’Angelo. Dite che esagerino? Provate il gelato Sikè, due coni nella guida Gelaterie d’Italia Gambero Rosso!

Storie di cacao

Il cioccolato, dalla tostatura delle fave sino alla delizia sotto zero. Venezuela con latte al 72%, fondente Ecuador, Colombia Matambo, Perù Gran Nativo Blanco. Non chiamatelo solo gelato al cioccolato. Con un cono Sikè fai il giro del mondo e ti ritrovi a scoprire storie di…cacao.

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Si fa squadra da Sikè. Obiettivo: un gelato bello, buono e sano

Perché a casa Sikè la scelta del cacao è legata ad una particolare attenzione per il prodotto: dove è stato coltivato, in quali piantagioni? E soprattutto da chi? Filiera <sana>, valorizzazione del prodotto nel rispetto della terra e delle persone che la lavorano sono scelte a monte per un risultato bello e buono a 360 gradi.

E poi c’è la storia e la tradizione e il recupero di pratiche antichissime. E se parliamo di cacao non possiamo che parlare di bevanda sacra cara agli Aztechi. Vi ricordate la storia tutta siciliana del cioccolato di Modica?

Esperidio. Tutta la freschezza della Sicilia

Di bevande fermentate parliamo con Elisa Chillemi che ci fa provare <Esperidio>, un sorbetto ottenuto dall’acidulato di limone, con tutto il suo profumo e la sua carica, insieme a note di alloro e pepe.

Un nome che ricorda le Esperidi, ninfe custodi di un giardino dai pomi d’oro e un lungo lavoro di fermentazione che regala note fresche, frizzanti, dissetanti. La complessità degli oli essenziali dell’agrume e la semplicità di una limonata al sale tutta siciliana. A me la ricorda tanto. Ne avete mai bevuta una ai tipici chioschi Liberty in Sicilia?

Dici Palermo, dici Santuzza. Santa Rosalia in Sicilia

Santa Rosalia, Palermo

Se sei in Sicilia e vuoi provare a capire Palermo, dalla Santuzza devi passare.

Sì, la Santuzza, Santa Rosalia per i palermitani, con la sua coroncina di rose sulla fronte.

A Palermo Santa Rosalia è ovunque: nei luoghi di culto, sulle saracinesche, nei vicoli sgrammaticati del centro storico.

Urlata a suon di <banniate> nei mercati, appena accennata sulle labbra di chi ci si affida e la invoca, la Santuzza ha una storia antica legata a doppio filo a quella del capoluogo siciliano. E non solo.

La ripercorriamo poco alla volta partendo proprio da lei, Rosalia. Chi era Rosalia?

Santa Rosalia, Palermo Vucciria dello street artist Tvboy
Santa Rosalia pop e rosa/nero alla Vucciria. A Palermo lo street artist Tvboy celebra la Santuzza e sostituisce il sacro cuore con lo scudetto Palermo calcio
Santa Rosalia. Storia di una ragazzina con le idee chiare

Appena una ragazzina, nulla di più. Una ragazzina palermitana caparbia e cocciuta che nel lontano 1150 fa guerra al padre, Conte Sinibaldo, discendente di Carlo Magno e alla madre, Maria Giuscardi che, come da prassi, le hanno scelto marito e futuro.

Scappa, ha forse tredici anni, e si rifugia nel fitto bosco della Quisquina, la Serra Quisquina, in provincia di Agrigento, che conosce bene perché dono di Ruggero D’Altavilla al padre. Ci resta per dodici lunghi anni abbandonando i fasti della corte della regina Margherita. A farle da casa una minuscola grotta nel fitto del bosco. Quella grotta esiste ancora ed è visitabile.

La grotta di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina

Occorre farsi piccoli e umili per entrare nella grotta di Santa Rosalia ad appena quattro chilometri da Santo Stefano Quisquina. Bassa, stretta e preziosa. All’ingresso un’iscrizione in latino attribuita alla stessa Rosalia: <Io, Rosalia, figlia di Sinibaldo, signore della Quisquina e del Monte delle Rose, ho deciso di abitare in questa grotta per amore di mio Signore, Gesù Cristo>.

Nella parte bassa compare anche la cifra <12> che dovrebbe indicare il numero degli anni durante i quali Rosalia scelse la grotta come casa. Adagiata sulla roccia viva, tra fiori sempre freschi, la statua della Santuzza, bella e dolcissima.

Santa Rosalia e la grotta a Santo Stefano Quisquina
La grotta della Santuzza a Santo Stefano Quisquina. Per entrare qui occorre farsi umili e piccoli al cospetto della Santa tanto amata in Sicilia
L’eremo di Santo Stefano Quisquina

Le parole <testamento> di Santa Rosalia nella grotta di Quisquina vengono scoperte nel 1624. La Santuzza è già amata e venerata. Cominciano ad arrivare i fedeli e storia narra che siano talmente tanti che la Curia di Agrigento autorizza la costruzione di una cappella accanto la grotta.

Quella cappella si trasformerà nei secoli in eremo grazie alla dedizione e al denaro di uomini come il mercante genovese Francesco Scassi e di nobili come i Ventimiglia. Vescovi, principi e cardinali passano da qui e concorrono alla ricchezza e alla gloria dell’eremo sino al declino, definitivo ad inizio Novecento. Oggi l’eremo è affidato ad un commissario nominato dall’Assessorato Regionale agli Enti Locali che l’ha a sua volta dato in gestione alla Pro Loco di Santo Stefano Quisquina.

A 986 metri sul livello del mare, a pochi chilometri da Santo Stefano Quisquina e dal Teatro di Andromeda, circondato da lecci e frassini, l’eremo è un’oasi di pace e bellezza. Se ne possono visitare le celle, il frantoio, la cucina e il refettorio, la camera che il principe di Ventimiglia volle per sè, la cripta e il santuario con la statua di Santa Rosalia di Filippo Pennino. Infine la grotta, da cui tutto ha avuto inizio.

Eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina
L’eremo a Santo Stefano Quisquina oggi. Nei secoli da qui son passati principi, pellegrini, cardinali e mercanti…
La seconda parte della vita di Santa Rosalia. L’Itinerarium Rosaliae in Sicilia

Sono trascorsi dodici anni da quando Rosalia ha lasciato Palermo, la sua città. È un arrivederci però perché Rosalia decide di tornare. Qui, la regina Margherita, commossa dalla sincera fede della giovane donna, le concede di trasferirsi in una grotta sul Monte Pellegrino dove vive in preghiera e solitudine per otto anni ancora, sino alla morte che tradizionalmente ricorre il 4 di settembre.

I 185 chilometri che collegano l’Eremo di Santo Stefano Quisquina con quello che oggi è il Santuario di Monte Pellegrino costituiscono il Cammino di Santa Rosalia.

Dieci tappe – Eremo, Santo Stefano, Palazzo Adriano, Burgio, Chiusa Sclafani, Campo Fiorito, Ficuzza, Piana degli Albanesi, Monreale, Monte Pellegrino – che si snodano per i comuni di Agrigento e Palermo, attraverso mulattiere e aree naturalistiche che dai Monti Sicani portano al capoluogo.

Santa Rosalia. Una storia lunga secoli

Dopo più di 450 anni dalla morte, della Santuzza si comincia a parlare a Palermo, una Palermo dove imperversa la peste giunta a bordo di un vascello e diffusasi velocemente. È il 1624 quando Rosalia appare in cima al Monte Pellegrino a Girolama La Gattuta che, malata, beve l’acqua che gocciola da una roccia e guarisce.

Rosalia indica a Girolama La Gattuta dove scavare per trovare un <tesoro>. Il tesoro viene trovato: sono ossa e profumano di fiori.

Santa Rosalia, Palermo
A Palermo Santa Rosalia è ovunque e riesce a render bella persino una barriera stradale new jersey. Palermo, Cassaro

Il rinvenimento delle ossa di Santa Rosalia nel luogo in cui visse negli ultimi otto anni di vita è solo l’inizio di un altro viaggio che si snoda tra i secoli e arriva sino ai nostri giorni. La storia di un santuario, il santuario di Monte Pellegrino, che cambia e si arricchisce nel tempo e che diventa polo d’attrazione di fedeli e curiosi. In tanti decidono oggi di sfidare l'<Acchianata> per arrivare in cima e far visita a Santa Rosalia.

È una storia di fede, di speranza e di amore. È la storia della Santuzza.

Ne continuiamo a percorrere le tappe presto qui, su viaggimperfetti.

L'Itinerarium Rosaliae in Sicilia. Eremo di Santa Rosalia, Santo Stefano Quisquina
L’Itinerarium Rosaliae. Quasi duecento chilometri che attraversano la Sicilia e collegano l’eremo a Santo Stefano Quisquina e il santuario sul monte Pellegrino dedicati alla Santuzza.

Sicilia. Nel blu dell’Area Marina Protetta di Capo Milazzo

AMP - Area Marina Protetta Capo Milazzo

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Promontorio di Capo Milazzo. Dal 2019 Area Marina Protetta

Immagina una città sul mare di Sicilia.

Immagina che quella città si allunghi sull’acqua con una lingua di terra via via più sottile.

A strapiombo sull’infinito. Come un gatto che si stira al sole.

Dove il blu è elettrico e nelle cale e negli anfratti diventa turchese, verde smeraldo, acquamarina.

Quella città esiste, si chiama Milazzo e il suo patrimonio è la sua Area Marina Protetta di Capo Milazzo.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo

Ѐ stata istituita nel marzo del 2019 e ricade nell’area del promontorio di Capo Milazzo e le due zone adiacenti che si sviluppano ad est e a ovest, stretto tra il golfo di Patti e quello di Milazzo.

Finis terrae, viene da pensare percorrendo in auto l’ultimo tratto prima di arrivare al Belvedere di Capo Milazzo, dove la terra sembra finire e il salto nel vuoto dà le vertigini. Oltre il faro, oltre l’ultimo lembo di terra piana trattenuta da ulivi antichi, inizia la discesa verso il blu.

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Sentiero di Ponente. Oltre il faro, dove la terra finisce e incontra l’acqua

Ѐ il sentiero naturalistico di Ponente, facile e godibile. Lo puoi fare col naso all’insù e il cuore leggero, ubriaco di ginestra e mirto.

Ed è il modo più semplice per godere dell’Area Marina Protetta lasciando le scarpe ai piedi, godendo del mare dall’alto, prendendo confidenza con l’acqua che qui abbraccia, cura.

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Funambola sul blu

Qui la natura è protetta

Quattro zone (A, B, Bs e C) – riserva integrale, generale, generale speciale e parziale. Zone che hanno diverse possibilità d’accesso e limitazioni nella fruibilità e un disciplinare rigoroso che regolamenta immersioni, ricerca scientifica, navigazione, pesca, turismo, ancoraggio.

Il mare qui e la natura che lo caratterizza è un dono e va tutelato e promosso con modelli di sviluppo sostenibili per l’ambiente.

Educazione e rispetto della natura sono le parole chiave per vivere l’Area Marina Protetta.

Mettete la testa sotto e capirete perché.

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Quanti blu conosci?

Sott’acqua. Meraviglie parallele

Chi ha avuto il privilegio di nuotare tra i maestosi ventagli di gorgonie rosse, gialle e bianche, pinne nobilis e stelle gorgone racconta di un paradiso appena sotto il pelo dell’acqua.

Banchi di barracuda, cernie, murene e saraghi popolano la Secca di Ponente e spugne e praterie di Posidonia vivono e proliferano a Punta Mazza e nella grotta conosciuta come Grotta Gamba di Donna. A nord della Secca di Ponente una vasta foresta di corallo nero.

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Finis terrae

E dove leggenda vuole che il Barone Baeli abbia organizzato un pranzo, uno scoglio piatto, la Tavola di Baeli, è ancora possibile incontrare il cavalluccio marino e il pesce pappagallo.

Una biodiversità importante e peculiare che va protetta per chi verrà.

La Baia di Sant’Antonio

Torniamo su, al principio del percorso di Ponente. Lo vedete all’orizzonte l’arcipelago delle Isole Eolie? E Punta Cirucco, Punta Mazza, la Baia di Rinella sulla destra? Su questo versante c’è un antico feudo che risale al Seicento dove ancora oggi si coltiva l’Ogliarola Messinese e Nocellara e si produce Mamertino, vino antico e DOC dalla storia leggendaria.

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La Baia di Sant’Antonio

Il percorso continua a scendere sino ad un altro pianoro. Qui potete scegliere se continuare sino al mare verso Punta Messinese o fare una deviazione e intraprendere un altro itinerario, quello che costeggia il mare sino al Santuario di Sant’Antonio. Lungo il cammino si incontrano i resti della Torre del Palombaro, una residenza estiva edificata nel 1895 da un aristocratico milazzese. Ci sono panchine in legno dove fermarsi e godere del panorama.

Oltre il paesaggio è mozzafiato e aperto sulla Baia di Sant’Antonio con la caletta delle Tre Pietracce e ciò che resta del vecchio borgo dei pescatori, la Tonnarella. Lontano, maestosa A Muntagna, l’Etna.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Le Eolie all’orizzonte

Sino al blu. La Piscina di Venere a Punta Messinese

Un laghetto naturale conosciuto come Piscina di Venere sovrastato da quello che tutti chiamano <Viso di Pietra>, uno scoglio dalla particolare forma antropomorfa. L’acqua è cristallina, vira al verde, immobile su  grossi ciottoli di pietra bianca. Pochi metri oltre, ridiventa blu e si increspa.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Laghetti di Venere

Ѐ il punto di arrivo finale, ci si arriva accompagnati da cespugli di euforbia, lentisco e ciuffi di cappero.

Accanto lo scoglio della Portella.

Continuate a giocare: lo vedete, scavato nella roccia, quello che tutti dicono sembrare un carciofo?

Oppure sedetevi dove più preferite e, in religioso silenzio, ammirate tanta bellezza.

Etna, cantina Murgo. Tenuta San Michele

Vini Murgo. Tenuta San Michele
C’è il vulcano in questo vino. L’Etna incombe sui filari, ne alimenta pampini e grappoli.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Cantina Murgo. Tenuta San Michele

 

Qui, sulle pendici orientali, è la sua eleganza e il suo brio ad alimentare le viti di nerello mascalese. La stessa linfa che diventa <bollicina> e dà vita agli spumanti metodo classico Murgo della Tenuta San Michele.
Un progetto, un sogno. Spumante metodo classico da nerello mascalese. Bollicine e tutta l’eleganza del vulcano
La polvere nera continua a cadere quando arriviamo alla Tenuta San Michele. Cumuli di sabbia nera sono ai lati della strada lungo i piccoli centri etnei che attraversiamo per raggiungere la tenuta dal mare. 
Lei, <a Muntagna> è sempre più vicina. Ha dato spettacolo in questi giorni con esplosioni, boati, fontane di luce, colonne di fumo che per chilometri si arrampicano in cielo sfidando la gravità.
L’Etna, qui, è amica, madre, compagna. Regola il quotidiano di chi ci vive e la rispetta, ma non la teme. Della Muntagna qui ci si fida.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Dove comanda il vulcano
La terra del vino alle sue pendici se ne nutre e regala caratteristiche che cambiano su ogni versante. Qui, appena sopra Zafferana Etna, a cinquecento metri sul livello del mare, l’Etna nutre un nerello mascalese alla base di Brut e Extra Brut unici.
Sono il risultato di un progetto, o se volete un sogno: ottenere uno spumante metodo classico da uve che crescono solo qui con tecniche naturali e a basso impatto ambientale.
Un perlage fine, pieno, complesso. Grande classe, personalità e buona struttura. Lungo affinamento sui lieviti. Pupitres per gli extra brut, giropalettes per i brut.
Il risultato della lungimiranza di un uomo, il Barone Emanuele Scammacca del Murgo, diplomatico e cittadino del mondo e dei suoi otto figli, il cui lavoro ha fatto da apripista ad altre produzioni che oggi sono ben inserite nella produzione vinicola etnea.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
A Muntagna, sua maestà l’Etna
La locanda e la Tenuta San Michele
La famiglia Scammacca del Murgo continua a percorrere la strada indicata dal Barone e lo fa in una tenuta che oggi è cantina ma anche locanda e tenuta.
I paesaggi sono un incanto, l’atmosfera molle e romantica come le camelie che fioriscono lungo il viale d’ingresso ricoperto ancora di polvere nera.
La locanda si affaccia sul mare: Catania da un lato, Taormina dall’altro, sono ad un passo. Riesci a scorgere i vigneti che scendono via via verso il mare. Fino ad un certo punto però, oltre solo agrumeti, troppo caldo per le viti. É in uno degli ultimi appezzamenti che nasce il Cabernet Sauvignon. Impiantato nel 1985, è il più vecchio vigneto esistente sull’Etna di uve Cabernet Sauvignon. Rubino intenso, ribes e spezie. Dopo l’imbottigliamento il vino matura in bottiglia per altri 6 mesi prima della commercializzazione.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Lo sentite il profumo del finocchietto selvatico?
Più in alto caricante e catarratto regalano un bianco d’eccezione, l’Etna Bianco Tenuta San Michele. Tutta la mineralità del vulcano in un bianco con affinamento parziale in rovere con tostatura bionda. Giallo paglierino con riflessi verdi, ginestra e frutta verde al naso. Per me una colata di vaniglia. Una scoperta.
A tavola, in locanda, arriva la tradizione. Prodotti locali, profumo di erbe e spezie siciliane. Sbocconcello un quadrotto di frittata di pasta cu maccu. La fava incontra il finocchietto selvaticoL’olio è quello prodotto in tenuta, Nocellara dell’Etna, le olive raccolte tra ottobre e novembre, estrazione a freddo non filtrata avviata al momento della raccolta.
Ci sono poi le conserve del Murgo Store: mandorle e olive verdi, capperi e olive verdi, pomodoro e olive nere, olive nere e peperoncino. E poi le marmellate, i chutney, il miele di arancio che provo su un dolcetto offerto con una lacrima di Moscato di Moscatella da cui ci facciamo tentare.
Ci sarà poi tempo per una lunga passeggiata tra i filari. O magari, per un po’ di relax a bordo piscina sotto lo sguardo vigile dell’Etna.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Fare vino è poesia…

Demetra e Kore. Sulle tracce del mito in Sicilia

Il mito di Demetra e Kore in Sicilia

I miti non nascono per caso. Scoprirli significa risalire all’origine del mondo. E alla nostra.

Spiegano riti e usanze che, ancora oggi, spesso con un’etichetta altra, facciamo nostri e insegniamo ai nostri figli.

Nella Sicilia più intima, quella delle campagne infinite che circondano Enna, un mito antico continua a vivere nei campi dove, si racconta, il grano non conosceva stagioni e cresceva forte e abbondante in un’eterna primavera.

Ѐ il mito di Demetra, dea delle messi e della fertilità e di Kore, figlia amatissima. Tanto amata da cambiare il corso del tempo e della vita.

Museo di Aidone
Demetra e kore. Madre e figlia, un amore grande e indissolubile

Aidone, Museo Archeologico Regionale. Iniziamo da qui

Culto assai diffuso, quello di Demetra e Kore nella Sicilia greca di tremila anni fa. Agrigento, Siracusa, Selinunte, ne rimangono tracce ovunque e di scavo in scavo, rinvenimenti e nuove scoperte confermano quanto, in Sicilia, abbia lasciato tracce profonde nella cultura dell’isola.

E non puoi che partire da Aidone, piccolo comune nel cuore dell’isola, dove un museo assai prezioso custodisce reperti tanto rari da essere stati contesi dai grandi siti museali del mondo.

Il vicino sito archeologico, Morgantina, ha portato alla luce una grande e prolifera polis e pezzi di  inestimabili valore che, per anni, sono stati preda di tombaroli e finiti in collezioni private e musei internazionali.

Museo del Mito - Enna
Museo del Mito – Enna. Conoscete la favola delle stagioni?

L’esempio più eclatante è il ratto della Dea di Morgantina, divinità femminile, in calcare, forse in origine dipinto di rosa e blu e con le parti nude in marmo, alta più di due metri, imponente, semplicemente magnifica.

Venere, Era, Kore o Demetra. Chi era la Dea di Morgantina? Ciò che è certo è che nell’area di Morgantina il culto di Demetra e Kore era assai diffuso, come dimostrano i santuari di contrada San Francesco Bisconti, le innumerevoli maschere, protomi, i busti fittili e le statuette votive che oggi sono esposte ad Aidone, il simbolo della spiga sulle monete, strettamente legato alla divinità delle messi e alla produzione cerealicola dell’epoca.

Dea di Morgantina
Dea di Morgantina. Reggeva forse una fiaccola? Era quella con cui Demetra cercò Kore per giorni?

La Dea di Morgantina fu restituita nel 2011 dal J.Paul Getty Museum di Malibu, Los Angeles, California e da allora, nel museo di Aidone, continua a incedere nello spazio col suo braccio teso. Forse reggeva una fiaccola. Era la fiaccola con cui Demetra cercava Kore?

Conoscete la favola delle stagioni? Ve la racconto.

La favola delle stagioni

Si narra che un giorno, Kore sia stata rapita da Ade, e portata con l’inganno nel regno degli Inferi e che la madre Demetra, disperata, la cercò per un tempo infinito, accendendo fiaccole dal fuoco eterno dell’Etna e abbandonando la terra ad un gelido inverno che mai aveva conosciuto.

Solo l’intervento divino la convinse a riportare il sole. Intervento divino che stabilì che Kore avrebbe fatto ritorno a casa, da Demetra, ma solo per sei mesi all’anno, i mesi della primavera e dell’estate. Per i restanti sei sarebbe rimasta con Ade, negli Inferi e autunno e inverno si sarebbero presentati sulla terra.

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Donne e mito

I busti fittili che le giovani donne greche offrivano a Demetra e a Kore fanno bella mostra nel museo di Aidone ospitato nel convento di San Francesco dei Frati Cappuccini del XVII secolo, una location che già vale il viaggio.

Museo di Aidone
L’antica chiesa del convento, oggi sala eventi e biglietteria

I busti erano spesso adornati di fiori e gioielli, le pieghe dell’abito dipinte di rosa e con scene legate alla preparazione delle nozze. Erano preghiere mute di fertilità e felicità.

Ovunque, ad Aidone, fanno capolino figure femminili, più o meno grandi. Portano con sé un maialino, una piccola lucerna. Vi ricordate i simboli legati al culto di Demetra e Kore scoperti al M.A.FRA. di Francavilla di Sicilia dove un santuario a loro dedicato ha regalato i reperti più belli?

Il porcellino, la palla, il fior di loto, la melagrana.

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Solo una manciata di chicchi di melagrana. Solo sei i chicchi che Ade offrì a Kore e che sancirono le nozze e resero la donna regina dell’Ade per sei mesi l’anno. Ma chi era Ade?

Ade, re degli Inferi. Tradito da un ricciolo blu

Ade, fratello di Zeus e di Poseidone, ebbe in sorte il regno sotterraneo che accoglie i morti. Cupo, dai tratti più marcati, generalmente vestito di chitone, una tunica senza maniche e di un pesante mantello, non esitò a rapire Kore.

Ed è a Serena Raffiotta, archeologa, che dobbiamo il ritorno di Ade ad Aidone. Parlo della Testa di Ade, sguardo profondo, folta chioma e barba, una barba dagli inconfondibili riccioli blu. Tanto unici da aver confermato la provenienza dell’opera trafugata negli anni 70 a Morgantina e venduta nel 1985 al Getty Museum da Maurice Templesmann, collezionista newyorchese che, a sua volta l’aveva acquistata da Robert Symes, già coinvolto nella vicenda della Dea di Morgantina.

Fu Serena Raffiotta, figlia di Silvio Raffiotta, uno dei primi magistrati in lotta contro l’archeomafia, a collegare i riccioli blu rimasti nel deposito museale con quelli del celebre reperto.

Nel 2016 anche la Testa di Ade è tornata ad Aidone. Collocati alle sue spalle, ci sono oggi gli acroliti raffiguranti Demetra e Kore.

La disposizione di Testa e Acroliti, la scelta delle vesti che ricoprono madre e figlia, la luce che ne illumina le rare estremità, i versi dell’Inno a Demetra di Callimaco, l’insieme tutto, è pura poesia.

Gli Acroliti e la Testa di Ade
Un ricciolo blu risolse l’enigna…

Nell’attesa che altri tesori trafugati facciano ritorno – e se con quella di Ade ci fosse stata anche la testa di Kore? – facciamo un salto al santuario dove venivano adorati, andiamo a Morgantina.

Morgantina. Parco Archeologico e sito Unesco

Immaginate una grande città. Una città con viali, palazzi residenziali, bagni termali pubblici.

Morgantina, sito Unesco, è immensa e grandiosa. Un’intera giornata non basterebbe a dare un’occhiata superficiale agli innumerevoli siti che custodisce.

Scegliete il vostro percorso e il tipo di visita che preferite fare ma non mancate di attraversare i plateiai, i viali principali, appena sulla sinistra all’ingresso del parco archeologico, sino all’affaccio sulla grandiosa distesa verde che accoglie il teatro, il santuario centrale, il mercato, gli uffici pubblici, i granai, la fornace, la Casa del Capitello Dorico e quella del Ganimede sulla collina orientale.

Parco Archeologico di Morgantina
Parco Archeologico di Morgantina. Riuscite a vedere il teatro, le ville patrizie, il mercato, il granaio, i santuari?

Su quella occidentale la Casa della Cisterna ad Arco, delle Antefisse, dei Capitelli Tuscanici, delle Monete d’Oro, delle Botteghe, Casa Pappalardo e del Palmento.

In quella di Eupolemos fu trafugato un altro tesoro, gli argenti di Eupolemos, esposti al Metropolitan Museum of Art di New York e rientrati ad Aidone nel 2006, dopo un accordo col Met: un’esposizione alternata ogni quattro anni per quaranta anni. In cambio, ogni museo si impegna a prestare opere in sostituzione del prezioso servizio in argento del III secolo avanti Cristo, composto da sedici pezzi finemente cesellati, che continua ad attraversare l’oceano tra le critiche generali.

Argenti di Eupolemos
Argenti di Eupolemos. Sedici pezzi del III secolo a. C. trafugati dai tombaroli a Morgantina

La Rocca di Cerere ad Enna e il Museo del Mito

Cicerone la chiamava <ombelico del mondo>. Ѐ Enna, la città siciliana che domina dall’alto la Sicilia cerealicola, antico granaio di Roma e centro nevralgico del Regnum Siciliae con il suo castello, detto di Lombardia, la torre ottagona di Federico II di Svevia, la chiesa madre voluta dalla regina Eleonora d’Angiò.

Sull’antica acropoli, all’interno dell’area sacra dove un tempo sorgeva il santuario dedicato a Demetra, all’ombra della celebre Rocca di Cerere, è stato inaugurato nel settembre 2020 il Museo del Mito, realizzato dalla start up culturale Sarteria.

Museo del Mito - Enna
Museo del Mito – Enna. Prova a viaggiare con la fantasia…

Fuori silenzio, interrotto solo dal fruscio delle foglie di carrubbo e melograno (ci risiamo!), dentro moderni oculi e una sala immersiva con immagini suggestive e ipnotiche che ripercorrono la storia e il mito di Demetra e Kore.

Una video-narrazione resa speciale dalla voce narrante di Neri Marcorè e dalle immagini dell’artista siciliano Ligama.

Solo materiali riciclati e riciclabili per gli allestimenti e gli arredi dello spazio museale.

Madre terra e sua figlia Kore la fanciulla.

Dee antichissime.

Legano gli uomini alle loro radici.

Spiegano il mistero della fertilità.

La nascita dei frutti.

Spiegano la stessa creazione dell’Universo.

                                                                                  Museo del Mito – Enna

Enna. Museo del Mito
Enna. Museo del Mito

L’inizio di tutto. Pergusa

Non poteva che essere di origine tettonica e nato, 30.000 anni fa, a seguito del crollo di una porzione della crosta terrestre. Volete che il lago di Pergusa non abbia a che fare col mito?

La leggenda vuole che proprio qui, in un contesto bucolico di infinita bellezza, Ade apparì all’improvviso e rapì Kore.

Lago di Pergusa
Lago di Pergusa. Dove tutto ha avuto inizio

Oggi il contesto bucolico resta e il lago di Pergusa mantiene le sue peculiarità paesaggistiche tanto da essere riserva naturale. Occorre aggiungere che è anche sede di un noto circuito automobilistico, l’autodromo di Pergusa.

Piccolo suggerimento: se volete raggiungere il lago, informatevi prima sulle attività dell’autodromo che ne potrebbero modificare le modalità di accesso.

Parco Archeologico di Morgantina
Parco Archeologico di Morgantina

Il mito è ciò che riaccade. Infinite volte. Il grano passa di mano alla Vergine

Torniamo a Kore e Ade. Torniamo a quando col suo carro lui rapisce lei e, dopo aver squarciato la terra, torna agli Inferi. Nel punto in cui la terra si apre nasce la fonte Ciane: siamo a Siracusa.

Qui, però, nella città in cui venne alla luce un santuario dedicato a Demetra durante i lavori di costruzione del santuario della Madonna delle Lacrime insieme a centinaia di statuette della dea oggi custodite in uno dei musei archeologici più belli, il Paolo Orsi, facciamo un viaggio diverso, un’improvvisa deviazione.

Ortigia. Siracusa
Ortigia. Siracusa

Non è forse il mito un racconto che cambia e si rigenera raccontando chi siamo e cosa siamo diventati?

A Demetra ci si affidava, in Demetra si credeva. Rappresentava l’essere donna, l’essere madre, madre della terra tutta.

Con lo scorrere dei secoli, il culto pagano dedicato alla Dea Madre, assai più antico e lontano nello spazio e nel tempo di Demetra greca e Cerere romana, potrebbe avere lasciato il posto in epoca cristiana ad una profonda venerazione per Maria, la Beata Vergine.

Non ne è forse la spiga un simbolo assai antico e ricorrente?

La spiga torna ad essere simbolo di un’altra santa che qui, a Siracusa, ha un posto speciale nel cuore dei siracusani, Santa Lucia, la santa patrona.

Con la spiga ricorre un altro simbolo, gli occhi. Rappresentano la luce, il dissiparsi delle tenebre, la vita che vince. Ed è a Dicembre che la Santa viene celebrata quando arriva il <giorno più corto>, il solstizio d’inverno, e la luce torna a crescere, e a vincere, in attesa di una nuova primavera. Vi dice qualcosa?

Santa Lucia a Siracusa. I luoghi

Il 13 dicembre il suo simulacro lascia la Cattedrale, in Ortigia, edificata su quello che un tempo fu il tempio dedicato ad Atena o Minerva. Con una solenne processione raggiunge la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro alla Borgata, luogo del martirio nell’anno 304 e antico convento.

Il sepolcro è custodito nel vicino tempietto ottagonale. Tra basilica e sepolcro le catacombe.

Ortigia. Cattedrale
Ortigia. Cattedrale. Le colonne dell’antico tempio di Minerva fanno capolino dalla pietra color miele

Il simulacro lascerà il sito il 20 dicembre con un’altra processione caratterizzata da due tappe speciali, l’ospedale Umberto I e il santuario della Madonna delle Lacrime, prima di far ritorno ad Ortigia.

In piazza Duomo, a lato della Cattedrale, osservate la chiesa di Santa Lucia alla Badia, altro luogo di culto e devozione dagli splendidi pavimenti maiolicati e custode di un tesoro grande, il capolavoro del Caravaggio dedicato alla Santa, il Seppellimento di Santa Lucia.

Ortigia. Santa Lucia alla Badia
Ortigia. Santa Lucia alla Badia

E se capitate in Sicilia in occasione dei festeggiamenti in onore di Santa Lucia, approfittatene per provare un dolce della tradizione, la Cuccìa, a base di latte e…grano cotto.

Il mito siamo noi

Il viaggio non finisce qui, potrebbe fare giri infiniti e, nonostante ciò, restare in Sicilia.

Per il momento, se vi va un po’ di frutta, magari melagrana, compratevela da sole.

Lasciate perdere Ade. Chi ama non rapisce.

Ama la vita, la luce e la libertà.

Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili 

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

 – Alda Merini

Gli acroliti di Demetra e Kore. Museo Archeologico di Aidone
Gli acroliti di Demetra e Kore. Museo Archeologico di Aidone

M.A.FRA. Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia. Il passato torna a raccontarsi

M.A.FRA. Museo Archeologico Francavilla di Sicilia

Maschere di Sileno, monete, terrecotte.

Statuette votive di Demetra e Kore.

Raffinati pinakes.

Il risultato di decenni di studio e di scoperte nel territorio di Francavilla di Sicilia è oggi stato tradotto in racconto vivo e fruibile. Sapere e passione hanno dato voce ad affascinanti pezzi muti che aspettano solo di essere ascoltati.

Quel racconto oggi ha un nome: M.A.FRA., Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia.

Parco Archeologico Naxos. Una storia fatta di bellezza

Il Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia è ospitato nelle sale di Palazzo Cagnone, edificio del XVI secolo nel centro storico di Francavilla, all’interno del quartiere medievale, all’ombra del Castello Normanno.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
Com’era Francavilla? Dov’era il Santuario dedicato a Demetra? E la Necropoli? C’era anche una fornace?

Il M.A.FRA. è stato progettato e realizzato dal Parco Archeologico Naxos Taormina (che ha la gestione di alcuni tra i più importanti siti monumentali e paesaggistici della Provincia di Messina come il Teatro Antico di Taormina, il Museo di Naxos, Isolabella e Villa Caronia) in collaborazione con il Comune di Francavilla di Sicilia, guidato dal sindaco Vincenzo Pulizzi e con il costante impegno dell’assessore alla cultura Gianfranco D’Aprile.

Numero di visitatori da record, sapiente e innovativa gestione delle risorse, una progettualità che guarda al futuro con la direzione dell’archeologa Gabriella Tigano.

A Francavilla una nuova sfida: creare un museo trasversale, pensato per un pubblico plurale, che avvicini tutti, persino i più piccoli, al passato greco, e non solo, di questo pezzo di Sicilia dalla bellezza unica.

Di immersive room e animazioni digitali. Un concept museale che ci piace

Conoscete il mito di Persefone? La storia del suo rapimento e la disperazione della madre Demetra che la cerca abbandonando il mondo ad un gelido inverno?

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
M.A.FRA. – Palazzo Cagnone. All’orizzonte l’Etna. Si narra che Demetra, dopo il rapimento di Persefone, accendesse delle fiaccole dai crateri del vulcano e ringraziasse chi l’aiutava e l’accoglieva con il seme dei cereali

Potreste ascoltarla e viverla nella nuova Francavilla Immersive Room, una delle novità da scoprire al M.A.FRA.. Immagini, parole, musica che trasportano il visitatore in una realtà altra, dove imparare e conoscere è più semplice e divertente. Le animazioni digitali conquistano i più piccoli, fonti documentali e foto d’epoca arricchiscono e completano quanto in mostra nelle teche delle sale vicine.

Un nuovo modo di pensare e comunicare uno spazio museale che ritorna nel percorso espositivo con tavole esplicative, mappe e illustrazioni realizzate con il supporto professionale di disegnatori.

Un linguaggio più intuitivo, diretto, che riesce a rendere accattivante la storia narrata anche per un bambino.

Qualora non bastasse, al M.A.FRA. si organizzano lezioni a tema (e in DAD dato il momento storico), conferenze, laboratori e visite guidate con guide d’eccezione come Maria Grazia Vanaria, archeologa del Parco Archeologico Naxos, che, collaborando a stretto contatto con il progettista Diego Cavallaro, hanno curato insieme il progetto espositivo museale, l’allestimento degli spazi e la sala immersiva.

Il rinvenimento del 1979. L’antica Kallipolis e il santuario di Demetra e Kore

Alla visita del museo abbinate una piacevole passeggiata nei suoi dintorni per avere un’idea delle aree oggetto di scavo a Francavilla di Sicilia.

I primi rinvenimenti di valore ebbero luogo nel 1979 in via Don Nino Russotti. La scoperta, del tutto casuale, fu fatta durante lavori edilizi. Seguirono una campagna di scavi a contrada Fantarilli finanziata da fondi europei e la nascita di un primo Antiquarium in via Liguria.

Da questo nucleo originario di oltre duecento reperti prende vita l’attuale museo che riunisce decine di pezzi fino ad oggi custoditi nel museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa e in quello di Naxos e che ricostruisce la storia di Francavilla, prima dei Greci in tutta la Valle dell’Alcantara e, successivamente, quale probabile sub-colonia dell’antica Naxos, prima colonia greca ad essere fondata in Sicilia nel 734 a.C..

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
I primi tesori a Francavilla di Sicilia furono rinvenuti nel 1979

Le affinità con Naxos rivivono nell’uso di utensili e altri oggetti di uso comune inseriti, all’interno del M.A.FRA., in scene di vita quotidiana. Diventa facile immaginare la disposizione delle case, i decori sui tetti, la collocazione di anfore, hydriai e kantharoi all’interno delle abitazioni, lo scambio di monete.

Ricorre la figura dei Sileni, parte del corteo di Dionisio insieme a Satiri, Ninfe e Menadi; e quella delle Gorgoni col capo circondato da serpenti e lo sguardo che uccide, la cui storia è legata a quella di Perseo: l’eroe ateniese uccise Medusa, una delle tre Gorgoni e dal suo capo reciso nacquero il cavallo alato Pegaso e il gigante Crisaore.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
Le Gorgoni erano tre: Steno, Euriale e Medusa. Chioma dai mille serpenti, sguardo che pietrifica, zanne, ali d’oro e mani di bronzo

Il mito continua ad intrecciarsi a storia e archeologia al M.A.FRA. nella sala dedicata a Demetra e Kore. Qui, piccoli oggetti come il gallo, il fior di loto, il melograno si svelano, raccontano di riti, celebrazioni, differenti tappe nella vita della donna al tempo, l’antitesi tra vita e morte.

Raffinati pinakes, poco più che frammenti, arricchiscono il racconto, lo rimodulano, possono diventare fiaba per i più piccoli. I bassorilievi che raccontano grazia e bellezza, conducono il visitatore adulto nell’evolversi del mito nel tempo che attraversa culture e civiltà diverse.

Il gallo, la palla, il fior di loto. I reperti al M.A.FRA. prendono vita e raccontano il mito antico di Demetra

Il Parco Archeologico Naxos va avanti e guarda al futuro

Le sue porte non le ha chiuse mai, neanche in piena pandemia, e l’aver scelto di aprire il M.A.FRA. in un momento storico così difficile la dice lunga.

Il dialogo con il visitatore continua, anche virtualmente, con una pagina Facebook attiva e dinamica da cui prendono vita iniziative che presto saranno fruibili dal vivo.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
M.A.FRA. – Museo Archeologico Francavilla di Sicilia Un concept museale che ci piace

 Al Parco Archeologico Naxos si racconta bellezza e la bellezza non si ferma, specie ora, che ne abbiamo più bisogno.

Si ringrazia il Parco Archeologico Naxos per la collaborazione.

Grazie anche a Nino Campo che ci ha accompagnati nella scoperta di Palazzo Cagnone, l’edificio del XVI secolo che ospita il M.A.FRA., nella parte dedicata alla storia dell’antica famiglia che lo ha abitato. Un viaggio nel viaggio che si consiglia vivamente.

E se la storia diventasse favola?

Spirito semplice. Il borgo di Geraci Siculo nel Parco delle Madonie in Sicilia

Geraci Siculo

Geraci Siculo
Unica come i tesori che tutela

Possono i nomi delle strade parlarti di un luogo che non conosci?

Nel piccolo borgo siciliano di Geraci Siculo esiste una via Civetta, una via Cervo e una via Avvoltoio. C’è poi una via Luna e una via Brina e si potrebbe continuare a lungo con un viaggio nella toponomastica che già anticipa e racconta l’anima di questo luogo.

Circondato dagli aceri, gli abeti, i faggi e gli agrifogli del Parco delle Madonie, Geraci Siculo è un posto autentico, genuino, come l’acqua oligominerale che qui sgorga da sorgenti purissime.

Borgo più bello d’Italia, Comune Fiorito d’Italia. Candidato al Borgo dei Borghi. Tanti i titoli ottenuti, ci auguriamo altrettanto prestigiosi quelli che verranno. Nel frattempo percorriamone strade e vicoli, ascoltiamone il ritmo. Sarà come tornare a casa.

La bellezza a Geraci è facile. Come bere un bicchier d’acqua

Ce l’avete una borraccia? Portatela con voi. A Geraci Siculo l’acqua è speciale.

Tra le più leggere d’Italia, è consigliata per riattivare la diuresi e per tutte le diete a basso contenuto sodico.

L’acqua di Geraci Siculo è semplicemente buona.

Partite dal Bevaio della Santissima Trinità (in copertina), venti metri lungo, con due fontane laterali e quattro bocche che riversano l’acqua in coppe d’arenaria e in una vasca centrale. Osservate con cura la cornice merlata, cercate i motivi floreali, andate alla ricerca del leone rampante che sostiene una spada con le zampe anteriori e tiene un elmo su quelle posteriori. Ѐ lo stemma dei Ventimiglia, la nobile casata che di Geraci fece una contea importante, in grado di amministrare la giustizia e coniare monete proprie.

Geraci Siculo
A Geraci le “Tribunedde”, le edicole votive, sono ovunque. Piccole, preziose, antiche o improvvisate

Gli stessi Ventimiglia che fecero costruire il castello di Castelbuono, altro borgo delle Madonie, dove oggi è custodita la sacra reliquia del teschio di Sant’Anna.

Prima stava nella chiesetta di Sant’Anna a Geraci Siculo, la Cappella Palatina, integra, perfetta, quasi un miracolo tra le rovine dell’antico castello. La chiesetta di Sant’Anna si erge fiera in quello che oggi è il Parco Archeologico del Castello dei Ventimiglia, tra gli archi degli antichi passaggi sotterranei, le torri con gli angoli mozzati, le cisterne vuote, la finestra moresca.

Chiesa di Sant'Anna
La Chiesa di Sant’Anna, Cappella Palatina. Raccolta, quasi mistica, sembra un miracolo tra i resti dell’antico castello

Questione di ceci. L’augurio più dolce

All’interno della chiesa di Sant’Anna lo spazio è raccolto. Essenziale e quasi mistico. Sant’Anna occupa un posto del cuore a Geraci. Ѐ infatti la santa protettrice delle donne in gravidanza e dei piccoli nati. Tradizione vuole che in occasione dei festeggiamenti della Santa o quando un nuovo arrivato viene alla luce, siano regalati ceci tostati come buon augurio .

Il Salto dei Ventimiglia. Pronti a vivere il brivido del vuoto?

Geraci Siculo
A Geraci i caratteristici conci policromi colorano i campanili delle chiese

L’antico nome greco di Geraci Siculo è Jerax, avvoltoio, perché la rocca su cui sorge era abitata da questi maestosi animali. Possiamo immaginare di vederli planare regali nel vuoto dello strapiombo. Lo stesso strapiombo nel quale Francesco I di Ventimiglia avrebbe scelto di lanciarsi in sella al suo cavallo quando, nel 1338, Geraci fu assediata.

Nel preciso punto in cui Francesco balzò nel vuoto, è stata costruita una passerella sospesa nel vuoto, il Salto dei Ventimiglia, su progetto di Carmela Musciotto e Giuseppe Antista. Un affaccio panoramico di soli vetro e acciaio che si allunga di circa tre metri dalla parete rocciosa. Da brivido.

Nel locale attiguo, un centro informativo e i bassorilievi in terracotta del ceramista di Santo Stefano di Camastra Filadelfio Todaro che raccontano la storia di Francesco.

Costanza Chiaramonte. Una triste storia a Geraci

I capolavori di Filadelfio Todaro, ceramista di Santo Stefano di Camastra
Chi è la donna accanto Francesco I di Ventimiglia?

Tra i bassorilievi ce n’è uno che colpirà la vostra attenzione: Francesco è ritratto accanto una nobil donna. Si tratta di Costanza Chiaramonte, contessa di Modica, prima moglie del Ventimiglia e casus belli.

Si racconta infatti che Geraci pagò il prezzo dell’assedio quando Francesco fu accusato di tradimento per essersi rifiutato a prender parte al Parlamento indetto dal re Pietro II, aizzato dai Chiaramonte e dai Palizzi, nemici dei Ventimiglia.

E si dice anche che tanto livore da parte dei Chiaramonte fosse dovuto al fatto che Costanza Chiaramonte era stata ripudiata con tanto di dispensa papale perché sterile.

Costanza sembra ancora di vederla aggirarsi tra i vicoli di Geraci mentre raggiunge il Monastero di Santa Caterina dove si rifugiò dopo essere stata abbandonata.

Un caffè con il sindaco Luigi Iuppa. A Geraci si guarda al futuro

Geraci. Green e smart
Geraci. Green e smart

Ѐ un momento magico per Geraci. Quanto seminato nel tempo ha letteralmente fatto fiorire Geraci: il borgo accoglie il visitatore con vicoli e giardini fioriti, le vetrine di botteghe e graziose boutique presentano i prodotti migliori, l’offerta di trattorie e ristoranti gourmet cresce.

Sì, è vero, durante la pandemia in tanti hanno scelto di vivere il borgo quale meta sicura che garantisce relax ed emozioni autentiche ma a Geraci si è fatto qualcosa in più. L’amministrazione comunale ha ideato un coupon, una sorta di bonus vacanza, che ha consentito al visitatore di risparmiare su tutti i prodotti proposti dalle attività che hanno aderito all’iniziativa, alberghi e ristoranti compresi. Ciò ha permesso di tenere alzate le saracinesche e vederne aprire di nuove. Un successo che il Comune desidera ripetere.

Altre iniziative guardano al patrimonio naturale che circonda il borgo come capanni per il birdwatching e percorsi a tema.  

C’è poi un progetto di cui ci parla il sindaco Luigi Iuppa passeggiando lungo il caratteristico reticolo di strade a lisca di pesce: una rete idrica secondaria che possa offrire, attraverso le tante fontane e fontanoni presenti a Geraci, la preziosa acqua oligominerale che sgorga dalle sorgenti delle Madonie con intatte le peculiari caratteristiche termali. Un termalismo diffuso che si abbinerebbe ad un’ospitalità diffusa.

Che ne dite? Ci piace?

Geraci Siculo. A Putia
Tutto il buono delle Madonie da A Putia di Rita Alaimo e Marco Iuppa

Sulle tracce di un prezioso volume. Federico II tra i tesori di Geraci Siculo

A Geraci non perdete la visita del Convento dei Padri Cappuccini. Fortemente voluto dai Ventimiglia che ne perorano la causa al Papa, il convento tutela un tesoro: un prezioso volume stampato nel 1596 del famoso trattato di Federico II sulla falconeria, <De arte venandi cum avibus> l’unico esistente in Sicilia.

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Insieme al testo del 1500, un’intera collezione di testi antichi, 1500 volumi che datano dal XVI al XIX secolo.

Il Monastero accoglie eventi e conferenze nelle aree precedentemente vissute dai monaci, oggi riconvertite. Si conservano gli affreschi dell’antico refettorio e alcune tele di pregio. Presente inoltre il Museo Etnoantropologico delle Madonie e l’archivio storico del comune. 

Santi patroni e santi protettori. A Geraci c’è l’imbarazzo della scelta

Ricordatevi che a Geraci San Bartolo e San Giacomo, rispettivamente patrono e protettore del borgo, sono cosa seria. Nessuna rivalità tra i due però. C’è chi giura che siano cugini!

Tanto legati da presentarsi puntuali agli appuntamenti che li vedono protagonisti. San Giacomo, la cui chiesa è nella parte più alta, vicino al castello, è il primo a muoversi ad inizio agosto per omaggiare e andare a prendere San Bartolo, di stanza nella parte bassa del paese. Insieme raggiungono la Chiesa Madre dove trascorrono un lungo periodo a farsi convenevoli. Solo dopo un mese, è San Bartolo a riaccompagnare il santo <cugino> a <casa> per, infine, far ritorno nella sua chiesa.

Geraci. Il castello
I resti del Castello al Parco Archelogico

Gli allegri scambi di cortesie tra santi non sono altro che stupende e commoventi processioni che animano il calendario di Geraci.

Una, in particolare, è quella che vede tra i vicoli in processione il quadro dell’Annunciazione, di Jacopo da Empoli e di evidente influenza vasariana. Il dipinto ruota e si adatta all’esiguo spazio di strade e vicoli grazie al complesso sistema su cui poggia.

C’è poi una leggenda dedicata al quadro: si narra che, quando ignoti provarono a trasferirlo nella vicina Castelbuono, il quadro, che già aveva salvato Geraci dalla peste, si fece così pesante da non poter essere spostato sino a quando le campane cominciarono misteriosamente a suonare dando l’allarme. Rimase così per sempre nella bellissima Geraci.

Lo trovate esposto all’interno della Chiesa Madre dove potrete ammirare anche due splendide Madonne di scuola gaginiana, la Madonna delle Mercede e la Madonna delle Nevi.

La cuddura è solo l’inizio

Che cos’è la cuddura? Goloso pane fritto e condito con acciughe, origano e pepe. Se preferite, a Geraci la cuddura è anche dolce, con cioccolato e granella di nocciola.

Vi ho preso? L’elenco delle delizie a Geraci è assai lunga. Imperdibile la pittrina ca fasola, castrato al sugo con la <fagiola> verde locale, saporiti fagioli verdi; in alternativa i sasizunedda ca addauro, polpette avvolte in foglie di alloro.

Speciali i serafineddi e vuccunetta, dolci di mandorle e le cassate, piccoli e profumati buccellati a base di fichi, mandorle, noci, nocciole, limone, cannella, vaniglia e miele.

Come un topo nel cacio. Di tuma e caciocavallo

Col formaggio a Geraci Siculo ce la sanno. Ricotta, tuma, primosale, caciocavallo, provola. Assaggiateli tutti. Panciuta e dal colore giallo paglierino, la provola delle Madonie è presidio Slow Food e la tuma è una golosità servita con le acciughe e arrostita alla brace.

Si tratta di specialità locali prodotte nei marcati tradizionali, caseifici attrezzati di ovili in pietra che rendono unico il paesaggio con un bagaglio unico di tradizioni e usanze che vanno in scena con la festa della transumanza dei pastori a maggio e con un altro evento assai peculiare che ha luogo a luglio solo ogni sette anni, A Carvaccata di Vistiamara. I pastori sfilano con i chirchi, strutture abbellite da fini merletti e piccole forme di caciocavallo modellati a mano, i cavadduzzi e le palummedde. Altri portano i paramenti sacri, solo il <cassiere capo> può portare l’ostensorio.

La Cuddura
Mai provata la Cuddura? Al Rifugio dell’Aquila, a Geraci, è calda e profumata

C’è un albero unico al mondo a Geraci

Il verde è il colore che abbraccia Geraci. Alberi centenari, rare orchidee e sugherete infinite circondano il borgo.

C’è poi una specie unica che cresce solo qui, nel Parco delle Madonie, l’Abete delle Madonie, l’Abies Nebrodensis. Pochissimi gli esemplari rimasti in un contesto unico al mondo.

Geraci è inoltre nota per le sue torbiere, archivi fossili dove si sono accumulate, nei millenni, i pollini delle piante indigene. Vere e proprie <biblioteche> della natura e della biodiversità che muta nel tempo.

Geraci. La chiesa di San Giacomo
Aggrappata alla roccia. A Geraci la pietra abbraccia chiese, case, strade

Accoglienza. A Geraci non è tanto per dire

Il travel tip che a Geraci non potete perdere: le persone.

Fateci caso. A Geraci la gente è solare e accogliente e ne fa un vanto. Le signore del borgo fanno a gara per mostrarvi il proprio giardino fiorito e non è raro che vi si chieda: “A cu apparteni?”, “A chi appartieni?, Chi sei? Da dove vieni?

Chiedete, informatevi. Domandate che cosa è lo scottish, come si prepara la cuddura, come si indossa un cappularu, quante tribunedde ci sono in paese.

A Geraci il viaggio non finisce mai.

Salto del Ventimiglia
Al Salto del Ventimiglia con le guide del Servizio Civile Universale

Geraci. Parco Archeologico
A Geraci il verde lo respiri

Ringraziamo il Comune di Geraci Siculo per la collaborazione e l’attenta assistenza.

Un grazie speciale a Adriana Lodico, Concetta Cusimano, Alessia Tumminello e a tutti i volontari del Servizio Civile. Chiedete di loro. Vi racconteranno una Geraci che solo chi ne è innamorato conosce.

L'Annunciazione a Geraci
Leggenda vuole che le campane suonarono misteriosamente e che il quadro si fece tanto pesante da impedirne il trasferimento lontano da Geraci…

Sicilia. Terra di Santo Stefano. Qui green è uno stile di vita

La Molinara, il punto vendita dell'azienda Terra di Santo Stefano
Il grano coltivato da Nino Crupi
C’è un momento in cui il grano cresce veloce e si fa spiga. Se lo stai a guardare, sembra quasi di vederlo crescere…

Quante volte avete sentito la parola <green>? Vivi <green>, vesti <green>, mangia <green>. 

A casa Crupi la parola <green> è un concetto semplice e concreto praticato da generazioni. La sua <transizione verde> Nino Crupi la pratica da anni a contatto con la terra, quella lasciatagli dai suoi avi.

Siamo a Santo Stefano di Briga, piccolo borgo del comune di Messina in Sicilia, un tempo Santo Stefano Soprano, terra fertile contesa da nobili e ordini monastici.

Qui, alla Terra di Santo Stefano, Nino il Contadino (ama farsi chiamare così dalle scolaresche che accoglie in azienda e a cui dedica un canale youtube) ha ripreso la coltivazione di limoni, mandarini e clementine –  vanto del borgo e da tanti abbandonata – e intrapreso la coltivazione di grani antichi siciliani e qualità di legumi quasi dimenticati.

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Terra di Santo Stefano. Qui green significa genuino, autentico, semplice

Agricoltura eroica in Paradiso. Maiorca e Mongibello

Sono belle le terrazze sulle colline di contrada Segreto dove Nino fa crescere il grano. Stanno appese sul mare azzurro dello Stretto e non è semplice coltivarle. Eppure qui cresce rigoglioso il grano tenero Maiorca e il grano duro Mongibello. Nessun pesticida, meccanizzazione limitata e mietitura a mano per ottenere una farina e una semola genuine e con intatte le proprietà nutrizionali.

Il grano viene molito con una macchina in legno di pino e due macine in pietra lavica che non superano i 200 giri al minuto e che quindi non si surriscaldano alterando il prodotto.

La zia Giovanna fa l’occhiolino da casarecce e penne

Paccheri, spaccatelle e caserecce stanno in bella mostra allineati sugli scaffali de La Molinara, il punto vendita dell’azienda, nella stanza accanto a quella in cui viene macinato il grano. Le terrazze dove il grano cresce sono a pochi minuti di macchina, o meglio di moto Ape con cui Nino Crupi fa su e giù dalle sue colline. Un percorso virtuoso del prodotto che si conclude nella pasta a lenta essiccazione trafilata al bronzo che <la Molinara> produce. Su ogni confezione c’è zia Giovanna, ben impressa sul marchio aziendale, che ne ricorda lo spirito semplice e le radici autentiche. Zia Giovanna è infatti l’ultima <molinara> di Santo Stefano di Briga: il suo mulino ha macinato grano sino al 1960 dopo 900 anni di onorata attività.

Oggi non esiste più ma il grano prodotto da Nino è buono come quello di un tempo.

La Molinara

Il colore ambrato e mai uguale di paccheri e caserecce è dato dal 30% di semola integrale nell’impasto

Non solo grano. Conoscete la <Signuredda>?

Un fagiolo rosa antico con un occhiello più scuro che ricorda un cuoricino. E’ la Signuredda, varietà pura ormai dimenticata di cui Nino ha salvato appena mezzo chilo donatogli da uno zio. Da quel mezzo chilo ne ha tirati fuori centoventi. L’ultimo raccolto non è stato dei migliori ma Nino non molla.

Il fagiolo Signuredda, allo studio di ricercatori e centri universitari per proprietà e caratteristiche, lo coltiva insieme a lenticchie e ceci Pascià che si alternano al grano per ossigenare e rendere più fertile la terra.

Terra di Santo Stefano
Avete mai visto una pianta di lenticchia?

Da tempo, poi, in contrada Passo della Scala, si sperimenta la coltivazione del Tacle, agrume creato dall’arancia Tarocco e Clementino.

Quando è nata la figlia, Nino, in Paradiso (così chiama la sua terra), ha piantato alberi di noce Hartley, Chandler, Franquette e Howard e mandorli di Pizzuta d’Avola e Genco.

Ma non finisce qui. Le mani servono per essere usate, ripete Nino, e le sue virano da sempre al <green>.

Terra di Santo Stefano
E se provassimo a preparare un Pan di Spagna con farina Maiorca?