MuMa, Il Museo del Mare a Milazzo

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Un viaggio interiore alla scoperta di un ritrovato equilibrio tra uomo e mare

Un museo interamente dedicato al mare in una location d’eccezione.

Mare inteso come scrigno di meraviglie, risorsa per tutti, generazioni presenti e future, ecosistema da tutelare e proteggere.

Uno spazio per conoscere, riflettere, agire. È il MuMa, il Museo del Mare di Milazzo.

Il Museo del Mare vi aspetta all’interno di una chiesa con una storia antica. Anzi, di un intero <Castello>

Milazzo
Lo skyline di Milazzo e del suo castello dal mare

Il MuMa è stato allestito in quella che, in un passato assai remoto, era una chiesa, la chiesa di Santa Maria. Costruita presumibilmente tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, la chiesa di Santa Maria lasciò il posto al Bastione di Santa Maria, sito all’interno del complesso monumentale <Castello di Milazzo>, una vera e propria cittadella fortificata di circa sette ettari, la più grande di Sicilia, edificata nel corso dei secoli e delle differenti dominazioni alla sommità dell’antico borgo di Milazzo.

Visitare il grandioso complesso monumentale significa ripercorre la storia e lasciarsi <abbracciare> da quel mare che al MuMa viene raccontato e celebrato. L’antico borgo è infatti più o meno al centro della lunga lingua di terra che termina col promontorio di Capo Milazzo, lì dove, nel 2019, nasce l’Area Marina Protetta Capo Milazzo, l’AMP.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
La Baia di Sant’Antonio. Area Marina Protetta Capo Milazzo

Dell’antica chiesa di Santa Maria resta un imponente arco in pietra con decori classici che separa la navata dal coro, proprio dove oggi hanno luogo conferenze, eventi, mostre d’arte sotto l’egida del MuMa.

Lì dove un tempo c’era l’altare, fa bella mostra di sé Siso, simbolo e icona laica dell’intero MuMa.

MuMa, un inno alla vita

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Caparbietà e lungimiranza.

Il biologo Carmelo Isgrò, direttore e fondatore del MuMa, ha recuperato lo scheletro del capodoglio Siso e avviato una campagna di sensibilizzazione sulle conseguenze della pesca illegale e dell’inquinamento. La risposta è stata immediata: in poco tempo, la campagna si è trasformata nel Sisoproject

Siso è un capodoglio. Avete capito bene, un capodoglio di circa dieci metri che, nell’estate del 2017, è rimasto impigliato con la pinna caudale in una rete illegale a largo delle isole Eolie.

A salvarlo ci hanno provato i militari della Guardia Costiera, liberando in parte dalla rete, ma non c’è stato nulla da fare, Siso è morto.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Siso il capodoglio. Simbolo e cuore pulsante del MuMa

Nella pancia, Siso aveva plastica di ogni tipo, buste, rifiuti e persino un intero vaso da giardinaggio. Il suo corpo è stato spinto dalle correnti sino alle coste di Capo Milazzo, dove il biologo Carmelo Isgrò, direttore e fondatore del MuMa, ne ha recuperato lentamente e caparbiamente le ossa e avviato una commovente campagna di sensibilizzazione sulle conseguenze della pesca illegale e dell’inquinamento. La risposta è stata immediata: in poco tempo, la campagna si è trasformata nel Sisoproject, una raccolta fondi che ha dato vita ad un sogno, il Museo del Mare.

Il MuMa è pop!

Le sculture in resina di Giuseppe Lisciotto coi pezzetti di plastica raccolti in spiaggia

Un museo plastic free, un luogo che ricordasse Siso ma che, allo stesso tempo, servisse da ammonimento e mettesse uno stop alla distruzione indiscriminata dell’ambiente circostante. Coi 33.000 euro donati, sono state allestite le differenti sale espositive del museo, acquistati monitor touch screen, proiettori, pannelli esplicativi. Con quei soldi, è stato possibile avviare un lungo processo di pulizia e trattamento dello scheletro di Siso, ricostruirlo e montarlo – con una struttura di cavi in acciaio – ed esporlo, trasformandolo nel cuore pulsante dell’intero museo.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Pronti a conoscere Siso il capodoglio?

MuMa, un luogo vivo

Dimenticate teche e pannelli statici. Al MuMa l’unico scheletro è quello di Siso ed è un inno alla vita. Comprendere il valore del mare e innescare una presa di coscienza è l’obiettivo del Museo del Mare dove il visitatore è invitato a compiere un viaggio, un itinerario speciale attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Inferno
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Purgatorio
MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Paradiso. Speranza, consapevolezza, amore. Qui l’uomo si fonde con la natura, diventando acqua, attraverso l’installazione di Giuseppe La Spada, direttore artistico

L’Inferno racconta la realtà odierna: l’uomo sta distruggendo la natura sistematicamente e inesorabilmente; nel Purgatorio, luogo di espiazione, l’uomo può prendere coscienza dell’impatto antropico sull’ecosistema; in Paradiso la consapevolezza lascia spazio all’azione. Un’azione possibile è quella proposta dallo stesso MuMa e dalle attività organizzate sul territorio. Chiunque può diventare MuMa’s Helper e fare la sua parte con giornate dedicate alla pulizia delle spiagge, l’avvistamento e la segnalazione di cetacei, tartarughe e altri animali in difficoltà, la campagna permanente di crowfunding destinata al museo e al mare su buonacausa.org.

MuMa. La scienza incontra l’arte

Al Museo del Mare si fa scienza e ricerca e partner istituzionali sono il Comune di Milazzo, l’Università degli Studi di Messina, l’AMP. Con un linguaggio semplice si racconta il mare. Di linguaggi però se ne usano anche altri: quello ad esempio dell’arte, con mostre ed eventi che ne sposano la filosofia e soprattutto con artisti che lo promuovono e sostengono. Vi ricordate ad esempio Salvo Currò e i suoi Paladini cittadini del mondo? Salvo Currò è un amico di Siso e sua è l’opera che racconta il capodoglio a grandezza naturale, tante volte punto di partenza per raccontare Siso e la sua storia ai più piccoli.

MuMa, il Museo del Mare a Milazzo
Siso a dimensioni reali. Dieci metri! L’opera iconica dell’artista Salvo Currò riempie lo spazio e rende ancora più umana la figura del capodoglio Siso

Sono infatti i più piccoli gli ospiti più amati al MuMa con incontri e persino didattica a distanza. Il MuMa organizza anche escursioni al promontorio di Capo Milazzo, Area Marina Protetta e tour in barca per vivere l’emozione del whale watching: avvistare balenottere, tartarughe, delfini, pesce luna ed ovviamente capodogli liberi in natura e soprattutto sani.

Milazzo
Le vedete le Eolie? Scegliete il vostro posto in prima fila per godere lo spettacolo del tramonto dal Castello di Milazzo

Salina, isole Eolie. La più verde delle sette

Salina, Pollara
La più verde delle sette.
Più piccola solo della vicina Lipari.
Su una superficie di appena 26 chilometri quadrati, ben tre comuni autonomi: Santa Marina, Malfa e Leni.
Meta prediletta di foodies e winelovers.
Preparatevi, oggi si sbarca a Salina, isole Eolie, Sicilia.
 
Salina
Blu Eolie
Bella, bellissima e dall’alto tanto di più
I Greci la chiamavano Didyme – gemella, doppia – per i due vulcani ormai spenti che ne rendono unica la morfologia: Monte dei Porri, la cui vetta raggiunge gli 860 metri e Monte Fossa delle Felci, alto 962, cima più alta dell’intero arcipelago. Entrambe dalla tipica forma conica, sono parte integrante della riserva naturale istituita nel 1984 e denominata <Le Montagne delle Felci e dei Porri>.
Una vera e propria <colata>, per restare in tema, di acacie, pini, olmi, lecci e cedri con un tappeto di lentisco, corbezzolo e felci.
Giù fino al mare cristallino vanno in scena alberi di fico, macchie di ginestra, oleandri e i due protagonisti assoluti dell’isola, cespugli forti e vigorosi di cappero e lunghi filari di vite letteralmente <aggrappati> ai terrazzamenti creati da mani caparbie.
 
Salina
Salina. I vigneti di Valdichiesa. Sullo sfondo le guglie del Santuario della Madonna del Terzito
 
Amanti del trekking? Approfittatene. Itinerari più o meno impegnativi coprono l’intera isola. Il percorso più noto è quello che parte da Valdichiesa, la vallata più bella di Salina, ricoperta di vigneti e caratterizzata dal Santuario della Madonna del Terzito e sale fin su, in cima al Monte Fossa delle Felci. Chi ci è stato sostiene che il paesaggio è straordinario: Filicudi e Alicudi a ovest, Lipari e Vulcano a sud, Panarea e Stromboli a nord-est.
Salina di fuoco e di vento
Verde sì, ma pur sempre di origine vulcanica, come le altre <sorelle> dell’arcipelago, Patrimonio Unesco dal 2000.
Basta osservare le pareti scoscese che sbucano dalla folta vegetazione e scivolano ripide verso il mare. Ocra, rosse, nere, marroni, hanno i colori del fuoco; a tratti levigate e tondeggianti, a tratti puntute e dall’aspetto quasi lunare, sono figlie del vento. 
 
Salina
A Punta Scario le pietre cantano la canzone del mare…
 
Perchè a Salina Eolo e Efesto giocano e combattono e lo fanno in maniera plateale. A Pollara hanno dato il meglio di sè generando, 13.000 anni fa, un enorme cratere, collassato e sommerso da acque cristalline e protetto da una scogliera che sembra non finire mai.
 
Salina
A Pollara le casupole dei pescatori sono roccia nella roccia
 
Immaginate un anfiteatro di pietra che cambia colore con la luce del sole: al tramonto, qui indimenticabile, si tinge di un rosso caldo, quasi vivo. Assumono lo stessa tonalità le casupole dei pescatori e il minuscolo approdo per le barche scavate nella pietra; la stessa pietra su cui sono stati disegnati scalini che riportano al piccolo borgo di Pollara, funambolo sul blu.
Salina
Pollara
 

Un poeta e un postino. Se il tramonto vuoi aspettarlo con loro, scegli uno dei locali di Pollara. il mio preferito è un piccolo bar con i tavolini su più terrazze, accanto i filari di vite. Chiedete le specialità della casa: capperi, pomodori secchi sott’olio, zucchine e melanzane con l’aceto. 

Il Postino. Molto più di un film
Davanti quel blu, a molti piace pensare che continuino ad incontrarsi un poeta e un postino. Il primo è Philippe Noiret, l’altro Massimo Troisi, interpreti dell’indimenticabile pellicola <Il Postino>, girata nel 1994. Sullo sfondo di una Salina che sa di terra e di mare, Pablo Neruda vive l’esilio e conosce Mario Ruoppolo, figlio di pescatori e disoccupato, a cui viene assegnato il compito di consegnare la posta al poeta cileno.
 
Salina
Pollara. Ogni sera, al tramonto, capita di incontrare un poeta e un postino…
 
La casa del poeta in cui Neruda balla con la moglie Matilde esiste ancora: una tipica casa eoliana affacciata sul mare e nascosta nella macchia mediterranea, con la terrazza, <u bagghiu> in tufo e le colonne <i pulera>, il tetto che un tempo raccoglieva l’acqua piovana, finestre piccole e muri spessi che trattengono il calore in inverno e mantengono la casa fresca in estate.
La spiaggia dove il postino registra per il poeta il “rumore delle onde” invece non c’è più, inghiottita e resa inagibile dagli agenti atmosferici. In compenso Massimo Troisi e Philippe Noiret chiacchierano inarrestabili di poesia, ritratti nel murales accanto la chiesa di Pollara. Insieme, aspettano il tramonto. Ogni sera.
 
 
Salina
Santuario della Madonna del Terzito. I due antichi vulcani gemelli oggi verdi colline
A Malfa le pietre cantano
Nel secolo scorso venivano prodotti ed esportati da Salina 10.000 ettolitri di Malvasia, il vino passito delle Eolie. Poi arrivò la fillossera che distrusse i vigneti e portò ad una massiccia emigrazione di massa, specie in Australia. Di quelle persone che emigrarono potete seguirne le tracce nel piccolo ma bellissimo Museo dell’Emigrazione a Malfa, uno dei tre comuni dell’isola, oggi caratterizzato da aziende come Caravaglio, Fenech e Virgona, che, insieme a Tasca d’Almerita e Hauner, per citarne le più note, hanno ricominciato a coltivare la malvasia bianca e contribuito a dare vita ad una meravigliosa Doc, la Malvasia delle Lipari.
 
Malfa resta un centro antico. Un centro antico con la sua piazza che alla sera si anima dei giochi dei bambini del posto, le botteghe coi prodotti tipici e un forno che sforna pane profumato.
Nasconde un tesoro, la spiaggia di Punta Scario. Per scoprirla occorre seguire un sentiero fatto di alti ma comodi scalini scavati nella roccia e <appesi> ad una falesia imponente. Sulla spiaggia solo un punto ristoro, il Maracaibo, perfetto perchè essenziale e perfettamente integrato nel paesaggio.
Stretta tra scogli e pareti di roccia, la spiaggia di Punta Scario suona e gorgheggia col mare. Sono le grosse pietre tonde e levigate dalla natura che vibrano seguendo l’acqua che va e viene. Provate ad ascoltarle, hanno infinite storie da raccontare.
Un faro, un lago e un’antica salina
Didyme è il nome datole dai Greci, Salina quello legato all’antica arte dei salinari che un tempo occupavano il lago salmastro di Lingua, separato dal mare da una sottile striscia di terra. Al suo interno ci sono i resti delle antiche vasche che risalgono al III secolo a.C.
Se sei fortunato puoi avvistare aironi, garzette e persino fenicotteri. Mal che vada basta sedersi tra il lago e il caratteristico faro e vedere passare traghetti, barche e catamarani nel canale tra Salina e Lipari, vicinissima.
 
Salina
Lingua. Il faro e l’antica salina
 
Lungo la costa, a Lingua, una serie di locali a pochi metri dalla spiaggia offrono il tipico pane cunzato alla eoliana maniera: pomodorini a “pennula“, dalla forma leggermente allungata, capperi, cucunci, i frutti della pianta del cappero, ricotta di Vulcano, origano. E poi ancora tonno affumicato, scorza d’arancia, finocchietto selvatico. Scegliete la combinazione che preferite e completate il pasto con una golosissima granita.
 
La più famosa e conosciuta è quella di Alfredo che la propone al limone, alla fragola, al caffè, pesca, arancia, gelsi, more, melone, anguria, cioccolato, pistacchio, nocciola e in tante, tantissime altre varianti sfiziose. Provate anche quella del vicino Gambero e scegliete quella al mango. I manghi sono coltivati nella proprietà poco distante; crescono al sole di Salina e sono dolcissimi.
 
Salina
Al Ravesi i viali profumano di lavanda e rosmarino e gli agapanthus ciondolano pigri su Panarea e Stromboli
 
Salina
Metti una sera la pasta fresca ripiena col gambero rosso al U Cucunciu di Malfa…
 
 
Salina
Malfa. Signum Hotel

<Qual è il senso della buona cucina?>. <Sostenere il territorio. Preservare la memoria di un luogo. E poi una regola sottende la storia straordinaria del buon cibo: mettersi comodi, dimenticare il tempo e con un buon bicchiere di vino iniziare l’esplorazione più elettrizzante che si possa desiderare> – Martina Caruso, chef Signum Stella Michelin

 
Se parliamo di granita e di cappero…
Se parliamo di granita e di cappero non possiamo che consigliare l’eccellente granita di ricotta proposta al Pa.Pe.Rò. al Glicine, località Rinella. Tre fratelli, Paola, Peppe e Rosanna, e un locale delizioso, tappa imperdibile per intenditori e golosi. La granita di ricotta qui la servono col cioccolato e miele, cannella e cannolo sbriciolato in cima e col cappero. Avete capito bene, polvere di cappero di Salina e cappero candito, una chicca che trovate sull’isola, creata e prodotta da due diverse aziende agricole, Sapori Eoliani a Pollara e Virgona, di cui abbiamo già parlato a proposito di Malvasia delle Lipari, a Malfa.
 
La granita del Pa.Pe.Rò. godetevela dopo un tuffo rigenerante a Rinella dalla forma a mezzaluna e un bagno di sole sulla sabbia nera e sottile. Fate caso alle balate, le grotte scavate nella roccia un tempo ricovero per le barche.
 
Salina
Hotel Ravesi, Malfa. Di sera Iddu, lo Stromboli, dà spettacolo e puoi vedere la sciara colare nel buio della notte.
Salina
Salina
Salina accoglie ogni anno il Doc Fest ideato da Giovanna Taviani  e il Mare Festival con il premio Troisi, madrina dell’evento Maria Grazia Cucinotta, indimenticabile interprete femminile del film cult Il Postino. 
Un dolce arrivederci
Rinella è il secondo porto e approdo dell’isola. Il primo è quello di Santa Marina Salina, grazioso borgo e <salotto> di Salina.
Botteghe d’arte, ristoranti, enoteche e boutique raffinate. Prima di riprendere il traghetto o l’aliscafo che vi riporterà a casa, passate da Roberta Rundo, titolare della Dolceria Rundo a Catania e della gastronomia Rundo a Salina. Il cappero candito lei ce lo mette sul cannolo riempito rigorosamente a vista.
Il vostro <arrivederci> a Salina sarà meno amaro.
 

Taormina, Sicilia. Uno, cento, mille viaggi

Taormina

Taormina
Taormina. Sa di zagara e di agrumi

È una dote rara che tanti luoghi inseguono, pochi ottengono.

Occorre essere speciali per diventare meta da “almeno una volta nella vita“, più che moda effimera destinata a scomparire col passare del tempo.

Taormina meta ideale lo è da secoli, dream destination per viaggiatori di ogni dove. Attratti da una bellezza rara e una storia antica.

Sui sogni di quei viaggiatori Taormina ha costruito un mito, il mito della Perla del Mediterraneo.

Il Grand Tour. Il viaggio della vita, Erasmus ante litteram

Taormina
Metti un sogno, metti Taormina…

I giovani rampolli europei Taormina la raggiungevano nel corso del tanto ambito viaggio della vita nella seconda metà dell’Ottocento. Grand Tour lo chiamavano, il grande viaggio, una sorta di Erasmus ante litteram concesso però solo a nobili e aristocratici prima, facoltosi borghesi in seguito, che partivano per trovare bellezza e arte.

Fu la grande Elisabetta I a volere istituire una sorta di borsa di studio che avrebbe consentito a pochi eletti di raggiungere con un viaggio lungo, lunghissimo, di ben tre anni, le grandi città, i maggiori siti culturali, i luoghi considerati culla di cultura e civiltà.

Parigi, Lione e poi, una volta superate le Alpi, l’Italia. Genova, Torino, Roma, Firenze, Venezia, infine la Sicilia.

Il Grand Tour prese piede e, nel tempo, divenne moda in Gran Bretagna, Francia, Germania.

Sulle strade d’Italia uno dei più celebri viaggiatori fu Goethe. È di inizio Ottocento il suo Viaggio in Italia che contribuì enormemente a far conoscere la nostra penisola a nord delle Alpi. E di Taormina e del suo Teatro Antico disse: <Mai, forse, un pubblico, in teatro, ebbe davanti a sé simile prospettiva>.

Taormina
Teatro Antico di Taormina. Lo immaginate Goethe qui, a dorso di mulo, tra foglie colossali di agave e maestose rovine?

Il Teatro Antico di Taormina

La cultura greca era il sogno dei viaggiatori che intraprendevano il Grand Tour e Taormina, antica Tauromenium, non poteva che trasformarsi in tappa obbligata.

Il Teatro Antico, il più grande d’Italia e d’Africa dopo quello di Siracusa con i suoi 109 metri di diametro della cavea, costituiva il sogno, un punto d’arrivo. Goethe fu una delle prime celebrities, presto seguito da molte altre, innamorate di Taormina e dei suoi tesori.

Oggi il Teatro Antico è affidato al Parco Archeologico Naxos Taormina ed è possibile visitarlo e goderne l’architettura e le diverse ristrutturazioni successive a quella greca.

Taormina
A Muntagna

Unico al mondo per posizione, funambolo sul mare di Sicilia, il teatro è una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno.

Con lo sguardo segui la costa sino ad immaginare di vedere Catania e Siracusa, con il cuore aspetti che l’Etna, che incombe maestosa, dia spettacolo ancora una volta.

Taormina caleidoscopio di storia e bellezza

Il resto è poesia. Romani, bizantini, arabi, normanni a Taormina hanno lasciato qualcosa che strato su strato è diventato un unicum irripetibile.

Un unicum che nella seconda metà dell’Ottocento trasformò Taormina in meta irrinunciabile per artisti, poeti, filosofi, scrittori e teste coronate. A Goethe seguirono Guy de Maupassant, Nietzsche, D’Annunzio, Klimt, Freud, gli zar Nicola I e Nicola II e la zarina Aleksandra Fedorovna Romanova.

Taormina
Taormina, Teatro Antico. Una finestra sul blu con una cornice che sa di eterno

Lì dove prima c’era l’agorà greca e poi il foro romano nacque Palazzo Corvaja. La matrice araba ha accolto quella normanna, echi moreschi gli hanno regalato la tipica merlatura. Qui, per volere di Bianca di Navarra, a partire dal 1400 vi si riunì il Parlamento del Regno di Sicilia.

Alle sue spalle resti di terme di epoca romana, poco distante Porta Messina o Porta Ferdinandea, una delle due porte al nucleo più antico. Corso Umberto lo attraversa e collega Porta Messina all’altro ingresso trionfale, Porta Catania o Porta del Tocco. Tra le due, nata su antiche mura arabe, un tempo Porta di Mezzo, la Torre dell’Orologio del XII secolo. Distrutta dalle truppe francesi di Luigi XIV nel 1600, fu ritirata su e oggi accoglie il mosaico di una splendida Madonna. Anticipa la scenografica Piazza IX Aprile: salotto ciarliero e brillante al tramonto, affaccio sul blu, irrinunciabile meta di turisti e viaggiatori.

I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio.

Taormina
Taormina è pop!

Maestosi e alteri, Palazzo Ciampoli, Badia Vecchia, Palazzo Duchi di Santo Stefano si alternano tra le antiche Naumachie e un mosaico romano da poco restaurato.

È uno splendido patchwork Taormina, elegante ed equilibrato, dove culture ed epoche trovano ciascuna il proprio spazio. Un’armonia perfetta e irripetibile.

Taormina
Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano

Gli alberghi storici

Una Taormina sempre più famosa e spesso narrata come audace e libertina, o semplicemente più sicura per personaggi come Oscar Wilde che già aveva pagato con il carcere la sua omosessualità e che a Taormina arrivò incuriosito dalle fotografie realizzate dal barone Von Gloden: panorami mozzafiato sullo sfondo, il mito della Magna Grecia, giovani bellissimi e nudi.

Oscar Wilde soggiornò nel piccolo hotel Victoria, uno degli alberghi che nacquero, uno dopo l’altro, per accogliere un flusso crescente di visitatori. Esiste ancora l’hotel Victoria, si affaccia su Corso Umberto.

Taormina
Oscar Wilde scelse l’hotel Victoria, uno dei primi a Taormina. Esiste ancora, lo trovate sul corso principale…

Il primo fu però l’hotel Timeo, nato per volere di Francesco La Floresta nel 1850 su un rudere a ridosso del Teatro Antico. Lo presero per pazzo, <Don Cicciu ‘u pazzu> lo chiamavano ma La Floresta andò dritto per la sua strada dando all’albergo il nome di Timeo, figlio di Andromaco, fondatore di Taormina nel IV secolo a.C.

Ci vide giusto Don Cicciu ‘u pazzu: dal Timeo sono passati Wagner, Andrè Gide, Guglielmo II e Feliks Jusupov, gran consigliere della zarina Alessandra, famoso per aver ordito l’assassinio del celebre Rasputin.

Nella proprietà che fu acquistata con la vendita di un agrumeto, soggiornarono Verga, Pirandello, Quasimodo, Ungheretti, Sciascia.

E quando il Festival del Cinema Internazionale ha iniziato a trasformare Taormina in destinazione preferita di star e celebrità, il Timeo ha accolto personaggi come Liz Taylor, Richard Burton, Jaqueline Kennedy sino ai potenti della terra durante l’ultimo G7.

Taormina
Il meraviglioso Hotel Timeo. Tutto merito di Cicciu U Pazzu…

Ad inizio Novecento fu la volta del Grand Hotel Excelsior: elegante e raffinato con la sua architettura moresca, doveva ispirarsi ai palazzi più belli di Venezia.

Poco distante, Villa Schuler ha mantenuto lo stesso charme di quando, prima abitazione privata nella prima decade del Novecento di Eugen Schuler Senior, antiquario tedesco, poi pensione, divenne ritrovo di artisti e intellettuali. Nel corso dei decenni, attraversando due conflitti mondiali, si è trasformata ed adeguata mantenendo la sua identità originaria.

Taormina
Villa Schuler. Eugen Schuler Senior, il primo proprietario, antiquario, fece fortuna con una bottega al piano terra di Palazzo Corvaja e aiutò a sviluppare le foto del viaggio in Sicilia di Guglielmo II e della famiglia imperiale…

Casa Cuseni. Una storia a sè

Robert Hawthorn Kitson, erede della Kitson and Company, il gigante industriale delle locomotive di Leeds, se ne innamorò ad inizio Novecento e decise che sarebbe diventata la sua casa.

Una casa speciale, oggi Casa Cuseni, alla cui realizzazione presero parte Alfred East, presidente della Royal Society of British Artists e Sir Frank Brangwyn, primo decoratore della Tiffany e autore delle decorazioni della Galleria Reale della Casa dei Lords a Westminster e del foyer del Rockefeller Center Museum di New York.

Taormina
Casa Cuseni, casa dell’anima

Una casa speciale che divenne rifugio e luogo del cuore per Tennessee Williams, Bertrand Russell, Faulkner, Dalì, Gala, De Chirico e tanti altri che passarono da qui e  lasciarono un disegno, un appunto, un aneddoto.

In uno dei saloni oggi visitabili, tra gli innumerevoli tesori qui custoditi, esiste ancora una collezione di acquerelli del Grand Tour inglese in Italia e Terra d’Oriente realizzati tra il 1900 e il 1940 da famosi paesaggisti britannici tra cui lo stesso Kitson. Proprio quel Grand Tour che rese Taormina famosa nel mondo.

Taormina
Piazza Duomo a Taormina

Taormina green. Anche il verde qui racconta storia e glamour

Non sono giardini e basta. Raccontano eventi, personaggi, aneddoti.

Partiamo proprio dai giardini di Casa Cuseni: tredici terrazze che profumano di Mediterraneo e sette fontane allineate al camino centrale della casa. Infine una piscina nella parte alta del giardino che guarda al cratere centrale dell’Etna.

Taormina
I vicoli si intrecciano ai lati del corso principale. Irregolari, più o meno grandi, alcuni assai stretti e impervi, grondano di bouganville e gerani, nascondono botteghe d’arte, banchi di frutta, bar, bistrot, ristoranti, terrazze segrete che sbucano all’improvviso come trampolini sullo Ionio

Tra papaveri e ferule disegni di Balla sulla pietra, l’angolo preferito di Greta Garbo, la terrazza su cui amava fermarsi Faulkner.

A Villa Schuler puoi invece fare il giro del mondo grazie alle infinite specie che ne fanno un vero e proprio parco esotico creato da Eugenio Schuler nel 1902: lungo sentieri silenziosi, palme, agrumi, cipressi , kentie, yucche e un enorme pinus pinea, 20 metri altro, probabilmente l’albero più longevo di Taormina.

Infine i giardini della Villa Comunale. Per conoscerne la storia occorre ancora una volta riavvolgere il nastro e tornare alla fine dell’Ottocento quando Lady Florence Trevelyan, nobildonna inglese, si trasferì a Taormina dopo un lungo viaggio dall’India all’Australia e sposò l’allora sindaco professore Salvatore Cacciola.

Taormina
Erano i giardini privati di Florence Trevelyan, oggi sono uno splendido parco comunale aperto a tutti

L’odierna villa comunale era un tempo il parco di casa sua che rese splendido con piante rare e particolari costruzioni chiamate <Victorian follies>. Vi ospitò teste coronate come il Kaiser Guglielmo II di Germania, lo Zar Nicola II, Edoardo VII , il principe Vittorio Emanuele III, la mitica Franca Florio e donna Tina Whitaker.

Lady Florence Trevelyan morì nel 1907 e volle essere sepolta sul monte Venere, alle spalle di Taormina, in località ‘A Francisa’: i <francisi>, nel dialetto locale, erano al tempo tutti gli stranieri. Suoi, al principio, anche i giardini dell’hotel Timeo.

Taormina
Florence Trevelyan. Instancabile viaggiatrice, fece scandalo alla corte della regina Vittoria e scelse Taormina come nuova casa…

Il grande cinema. Il Taormina Film Fest

Il primo movie a Taormina fu girato nel 1919. Ne seguirono molti altri: <L’Avventura> di Antonioni si conclude al San Domenico di Taormina. Negli anni 50 nasce a Messina il Festival Internazionale del Cinema che progressivamente si sposta a Taormina diventando uno degli eventi di punta della stagione estiva.

La graziosa cittadina si trasforma in luogo del jet set internazionale. A Taormina arrivano le grandi e i grandi divi del cinema: Elizabeth Taylor, Marlene Dietrich, Sophia Loren e Cary Grant, Marlon Brando, Audrey Hepburn, Fellini e Woody Allen. Tom Cruise, De Niro, un elenco infinito di stelle, sono tutti passati dal palco del festival, il palco del Teatro Greco di Taormina e continuano a farlo con il Taormina Film Fest.

Piccolo dettaglio: è il Festival del Cinema a trasformare Taormina in località balneare. Solo a partire dagli anni 60 Isola Bella, Mazzarà, Capo Sant’Andrea vengono associate all’idea di vacanza al mare.

Taormina è un sogno. Vivetela come tale

Taormina è un sogno, vivetela come tale, un sogno che si rinnova e non finisce mai.

Una macchina del tempo con fermate infinite. Salutatela dalla stazione ferroviaria di Giardini Taormina, la splendida stazione Liberty inaugurata nel 1866.

Taormina
La splendida stazione Liberty Giardini Taormina

Sikè, Sicilia. Hai voglia di un gelato speciale?

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo

Che le cose migliori sono spesso semplici lo impari col tempo.

Un gelato, il sole, il mare.

Che la semplicità nasconde passione, ricerca, competenza, lo scopri godendoti il gelato.

Perché il gelato di cui parliamo oggi è speciale ed è il gelato firmato Sikè.

Sikè. Il gelato artigianale in riva al mare di Sicilia
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Mai conosciuto i dispensatori di felicità?

Il mare e il sole ci sono perché Sikè si trova sul lungomare di Milazzo, Marina Garibaldi, Sicilia.

Di passione, ricerca e competenza ne troverete in quantità nella piccola ma deliziosa gelateria siciliana.

Due bici all’esterno i cui colori richiamano il design all’interno: legno chiaro, tonalità calde, linee pulite. Al colore ci pensano i prodotti: sorbetti, soffici brioche siciliane (rigorosamente col <tuppo>) ed ovviamente gelato, tanto, tantissimo gelato artigianale.

Il menu varia e dipende dalla stagionalità dei prodotti (latte e frutta freschissimi da fornitori locali) e dall’estro di chi lo prepara. Capita spesso che un gelato segua la scoperta di un’erba selvatica, un fiore e diventi proposta del giorno, a volte non replicabile.

Poi ci sono il tiramisù, il cioccolato 100%, la zuppa inglese con l’alkermes, il torrone, l’arachide; e ancora la melagrana, la mela cotogna, la vaniglia stracciata al cioccolato bianco, fichi, gelsi, more, lo yogurt all’acqua di rose con polvere di lampone. Provo il melone cantalupo appena arrivato, il sorbetto di fragola, il pistacchio e il caramello al sale di Trapani.

Particolare attenzione per chi è vegano o intollerante al latte. Realizzazione di gelati alternativi e salutari a base di kefir, riso, orzo. Insomma, un vero e proprio mondo da scoprire.

Ma chi c’è dietro tanta bontà?

Maestro Gelatiere Rosario Leone D’Angelo. In attesa di diventare gelatiere
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Sikè, il gelato artigianale a Milazzo. Da sinistra Annamaria D’Angelo, Elisa Chillemi, Rosario Leone D’Angelo. Foto Sikè

Ha iniziato con la sorella Annamaria nella storica pasticceria D’Angelo di Monforte San Giorgio, comune poco lontano da Milazzo, dove ha imparato i segreti del mestiere da papà Pietro e nonno Rosario.

E non si è più fermato, vincendo premi e scalando velocemente le classifiche di settore nonostante continui a presentarsi sul suo profilo Facebook come <in attesa di diventare gelatiere>.

Studio, sperimentazione e una nuova avventura, Sikè. Accanto Elisa Chillemi, solare, appassionata, fine conoscitrice del mondo del cacao.

E poi ci sono loro, i <dispensatori di felicità>, il team di lavoro del maestro gelatiere Rosario Leone D’Angelo. Dite che esagerino? Provate il gelato Sikè, due coni nella guida Gelaterie d’Italia Gambero Rosso!

Storie di cacao

Il cioccolato, dalla tostatura delle fave sino alla delizia sotto zero. Venezuela con latte al 72%, fondente Ecuador, Colombia Matambo, Perù Gran Nativo Blanco. Non chiamatelo solo gelato al cioccolato. Con un cono Sikè fai il giro del mondo e ti ritrovi a scoprire storie di…cacao.

Sikè, il gelato artigianale a Milazzo
Si fa squadra da Sikè. Obiettivo: un gelato bello, buono e sano

Perché a casa Sikè la scelta del cacao è legata ad una particolare attenzione per il prodotto: dove è stato coltivato, in quali piantagioni? E soprattutto da chi? Filiera <sana>, valorizzazione del prodotto nel rispetto della terra e delle persone che la lavorano sono scelte a monte per un risultato bello e buono a 360 gradi.

E poi c’è la storia e la tradizione e il recupero di pratiche antichissime. E se parliamo di cacao non possiamo che parlare di bevanda sacra cara agli Aztechi. Vi ricordate la storia tutta siciliana del cioccolato di Modica?

Esperidio. Tutta la freschezza della Sicilia

Di bevande fermentate parliamo con Elisa Chillemi che ci fa provare <Esperidio>, un sorbetto ottenuto dall’acidulato di limone, con tutto il suo profumo e la sua carica, insieme a note di alloro e pepe.

Un nome che ricorda le Esperidi, ninfe custodi di un giardino dai pomi d’oro e un lungo lavoro di fermentazione che regala note fresche, frizzanti, dissetanti. La complessità degli oli essenziali dell’agrume e la semplicità di una limonata al sale tutta siciliana. A me la ricorda tanto. Ne avete mai bevuta una ai tipici chioschi Liberty in Sicilia?

Dici Palermo, dici Santuzza. Santa Rosalia in Sicilia

Santa Rosalia, Palermo

Se sei in Sicilia e vuoi provare a capire Palermo, dalla Santuzza devi passare.

Sì, la Santuzza, Santa Rosalia per i palermitani, con la sua coroncina di rose sulla fronte.

A Palermo Santa Rosalia è ovunque: nei luoghi di culto, sulle saracinesche, nei vicoli sgrammaticati del centro storico.

Urlata a suon di <banniate> nei mercati, appena accennata sulle labbra di chi ci si affida e la invoca, la Santuzza ha una storia antica legata a doppio filo a quella del capoluogo siciliano. E non solo.

La ripercorriamo poco alla volta partendo proprio da lei, Rosalia. Chi era Rosalia?

Santa Rosalia, Palermo Vucciria dello street artist Tvboy
Santa Rosalia pop e rosa/nero alla Vucciria. A Palermo lo street artist Tvboy celebra la Santuzza e sostituisce il sacro cuore con lo scudetto Palermo calcio
Santa Rosalia. Storia di una ragazzina con le idee chiare

Appena una ragazzina, nulla di più. Una ragazzina palermitana caparbia e cocciuta che nel lontano 1150 fa guerra al padre, Conte Sinibaldo, discendente di Carlo Magno e alla madre, Maria Giuscardi che, come da prassi, le hanno scelto marito e futuro.

Scappa, ha forse tredici anni, e si rifugia nel fitto bosco della Quisquina, la Serra Quisquina, in provincia di Agrigento, che conosce bene perché dono di Ruggero D’Altavilla al padre. Ci resta per dodici lunghi anni abbandonando i fasti della corte della regina Margherita. A farle da casa una minuscola grotta nel fitto del bosco. Quella grotta esiste ancora ed è visitabile.

La grotta di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina

Occorre farsi piccoli e umili per entrare nella grotta di Santa Rosalia ad appena quattro chilometri da Santo Stefano Quisquina. Bassa, stretta e preziosa. All’ingresso un’iscrizione in latino attribuita alla stessa Rosalia: <Io, Rosalia, figlia di Sinibaldo, signore della Quisquina e del Monte delle Rose, ho deciso di abitare in questa grotta per amore di mio Signore, Gesù Cristo>.

Nella parte bassa compare anche la cifra <12> che dovrebbe indicare il numero degli anni durante i quali Rosalia scelse la grotta come casa. Adagiata sulla roccia viva, tra fiori sempre freschi, la statua della Santuzza, bella e dolcissima.

Santa Rosalia e la grotta a Santo Stefano Quisquina
La grotta della Santuzza a Santo Stefano Quisquina. Per entrare qui occorre farsi umili e piccoli al cospetto della Santa tanto amata in Sicilia
L’eremo di Santo Stefano Quisquina

Le parole <testamento> di Santa Rosalia nella grotta di Quisquina vengono scoperte nel 1624. La Santuzza è già amata e venerata. Cominciano ad arrivare i fedeli e storia narra che siano talmente tanti che la Curia di Agrigento autorizza la costruzione di una cappella accanto la grotta.

Quella cappella si trasformerà nei secoli in eremo grazie alla dedizione e al denaro di uomini come il mercante genovese Francesco Scassi e di nobili come i Ventimiglia. Vescovi, principi e cardinali passano da qui e concorrono alla ricchezza e alla gloria dell’eremo sino al declino, definitivo ad inizio Novecento. Oggi l’eremo è affidato ad un commissario nominato dall’Assessorato Regionale agli Enti Locali che l’ha a sua volta dato in gestione alla Pro Loco di Santo Stefano Quisquina.

A 986 metri sul livello del mare, a pochi chilometri da Santo Stefano Quisquina e dal Teatro di Andromeda, circondato da lecci e frassini, l’eremo è un’oasi di pace e bellezza. Se ne possono visitare le celle, il frantoio, la cucina e il refettorio, la camera che il principe di Ventimiglia volle per sè, la cripta e il santuario con la statua di Santa Rosalia di Filippo Pennino. Infine la grotta, da cui tutto ha avuto inizio.

Eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina
L’eremo a Santo Stefano Quisquina oggi. Nei secoli da qui son passati principi, pellegrini, cardinali e mercanti…
La seconda parte della vita di Santa Rosalia. L’Itinerarium Rosaliae in Sicilia

Sono trascorsi dodici anni da quando Rosalia ha lasciato Palermo, la sua città. È un arrivederci però perché Rosalia decide di tornare. Qui, la regina Margherita, commossa dalla sincera fede della giovane donna, le concede di trasferirsi in una grotta sul Monte Pellegrino dove vive in preghiera e solitudine per otto anni ancora, sino alla morte che tradizionalmente ricorre il 4 di settembre.

I 185 chilometri che collegano l’Eremo di Santo Stefano Quisquina con quello che oggi è il Santuario di Monte Pellegrino costituiscono il Cammino di Santa Rosalia.

Dieci tappe – Eremo, Santo Stefano, Palazzo Adriano, Burgio, Chiusa Sclafani, Campo Fiorito, Ficuzza, Piana degli Albanesi, Monreale, Monte Pellegrino – che si snodano per i comuni di Agrigento e Palermo, attraverso mulattiere e aree naturalistiche che dai Monti Sicani portano al capoluogo.

Santa Rosalia. Una storia lunga secoli

Dopo più di 450 anni dalla morte, della Santuzza si comincia a parlare a Palermo, una Palermo dove imperversa la peste giunta a bordo di un vascello e diffusasi velocemente. È il 1624 quando Rosalia appare in cima al Monte Pellegrino a Girolama La Gattuta che, malata, beve l’acqua che gocciola da una roccia e guarisce.

Rosalia indica a Girolama La Gattuta dove scavare per trovare un <tesoro>. Il tesoro viene trovato: sono ossa e profumano di fiori.

Santa Rosalia, Palermo
A Palermo Santa Rosalia è ovunque e riesce a render bella persino una barriera stradale new jersey. Palermo, Cassaro

Il rinvenimento delle ossa di Santa Rosalia nel luogo in cui visse negli ultimi otto anni di vita è solo l’inizio di un altro viaggio che si snoda tra i secoli e arriva sino ai nostri giorni. La storia di un santuario, il santuario di Monte Pellegrino, che cambia e si arricchisce nel tempo e che diventa polo d’attrazione di fedeli e curiosi. In tanti decidono oggi di sfidare l'<Acchianata> per arrivare in cima e far visita a Santa Rosalia.

È una storia di fede, di speranza e di amore. È la storia della Santuzza.

Ne continuiamo a percorrere le tappe presto qui, su viaggimperfetti.

L'Itinerarium Rosaliae in Sicilia. Eremo di Santa Rosalia, Santo Stefano Quisquina
L’Itinerarium Rosaliae. Quasi duecento chilometri che attraversano la Sicilia e collegano l’eremo a Santo Stefano Quisquina e il santuario sul monte Pellegrino dedicati alla Santuzza.

Sicilia. Nel blu dell’Area Marina Protetta di Capo Milazzo

AMP - Area Marina Protetta Capo Milazzo

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Promontorio di Capo Milazzo. Dal 2019 Area Marina Protetta

Immagina una città sul mare di Sicilia.

Immagina che quella città si allunghi sull’acqua con una lingua di terra via via più sottile.

A strapiombo sull’infinito. Come un gatto che si stira al sole.

Dove il blu è elettrico e nelle cale e negli anfratti diventa turchese, verde smeraldo, acquamarina.

Quella città esiste, si chiama Milazzo e il suo patrimonio è la sua Area Marina Protetta di Capo Milazzo.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo

Ѐ stata istituita nel marzo del 2019 e ricade nell’area del promontorio di Capo Milazzo e le due zone adiacenti che si sviluppano ad est e a ovest, stretto tra il golfo di Patti e quello di Milazzo.

Finis terrae, viene da pensare percorrendo in auto l’ultimo tratto prima di arrivare al Belvedere di Capo Milazzo, dove la terra sembra finire e il salto nel vuoto dà le vertigini. Oltre il faro, oltre l’ultimo lembo di terra piana trattenuta da ulivi antichi, inizia la discesa verso il blu.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Sentiero di Ponente. Oltre il faro, dove la terra finisce e incontra l’acqua

Ѐ il sentiero naturalistico di Ponente, facile e godibile. Lo puoi fare col naso all’insù e il cuore leggero, ubriaco di ginestra e mirto.

Ed è il modo più semplice per godere dell’Area Marina Protetta lasciando le scarpe ai piedi, godendo del mare dall’alto, prendendo confidenza con l’acqua che qui abbraccia, cura.

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Funambola sul blu

Qui la natura è protetta

Quattro zone (A, B, Bs e C) – riserva integrale, generale, generale speciale e parziale. Zone che hanno diverse possibilità d’accesso e limitazioni nella fruibilità e un disciplinare rigoroso che regolamenta immersioni, ricerca scientifica, navigazione, pesca, turismo, ancoraggio.

Il mare qui e la natura che lo caratterizza è un dono e va tutelato e promosso con modelli di sviluppo sostenibili per l’ambiente.

Educazione e rispetto della natura sono le parole chiave per vivere l’Area Marina Protetta.

Mettete la testa sotto e capirete perché.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Quanti blu conosci?

Sott’acqua. Meraviglie parallele

Chi ha avuto il privilegio di nuotare tra i maestosi ventagli di gorgonie rosse, gialle e bianche, pinne nobilis e stelle gorgone racconta di un paradiso appena sotto il pelo dell’acqua.

Banchi di barracuda, cernie, murene e saraghi popolano la Secca di Ponente e spugne e praterie di Posidonia vivono e proliferano a Punta Mazza e nella grotta conosciuta come Grotta Gamba di Donna. A nord della Secca di Ponente una vasta foresta di corallo nero.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Finis terrae

E dove leggenda vuole che il Barone Baeli abbia organizzato un pranzo, uno scoglio piatto, la Tavola di Baeli, è ancora possibile incontrare il cavalluccio marino e il pesce pappagallo.

Una biodiversità importante e peculiare che va protetta per chi verrà.

La Baia di Sant’Antonio

Torniamo su, al principio del percorso di Ponente. Lo vedete all’orizzonte l’arcipelago delle Isole Eolie? E Punta Cirucco, Punta Mazza, la Baia di Rinella sulla destra? Su questo versante c’è un antico feudo che risale al Seicento dove ancora oggi si coltiva l’Ogliarola Messinese e Nocellara e si produce Mamertino, vino antico e DOC dalla storia leggendaria.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
La Baia di Sant’Antonio

Il percorso continua a scendere sino ad un altro pianoro. Qui potete scegliere se continuare sino al mare verso Punta Messinese o fare una deviazione e intraprendere un altro itinerario, quello che costeggia il mare sino al Santuario di Sant’Antonio. Lungo il cammino si incontrano i resti della Torre del Palombaro, una residenza estiva edificata nel 1895 da un aristocratico milazzese. Ci sono panchine in legno dove fermarsi e godere del panorama.

Oltre il paesaggio è mozzafiato e aperto sulla Baia di Sant’Antonio con la caletta delle Tre Pietracce e ciò che resta del vecchio borgo dei pescatori, la Tonnarella. Lontano, maestosa A Muntagna, l’Etna.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Le Eolie all’orizzonte

Sino al blu. La Piscina di Venere a Punta Messinese

Un laghetto naturale conosciuto come Piscina di Venere sovrastato da quello che tutti chiamano <Viso di Pietra>, uno scoglio dalla particolare forma antropomorfa. L’acqua è cristallina, vira al verde, immobile su  grossi ciottoli di pietra bianca. Pochi metri oltre, ridiventa blu e si increspa.

AMP. Area Marina Protetta Capo Milazzo
Laghetti di Venere

Ѐ il punto di arrivo finale, ci si arriva accompagnati da cespugli di euforbia, lentisco e ciuffi di cappero.

Accanto lo scoglio della Portella.

Continuate a giocare: lo vedete, scavato nella roccia, quello che tutti dicono sembrare un carciofo?

Oppure sedetevi dove più preferite e, in religioso silenzio, ammirate tanta bellezza.

Etna, cantina Murgo. Tenuta San Michele

Vini Murgo. Tenuta San Michele
C’è il vulcano in questo vino. L’Etna incombe sui filari, ne alimenta pampini e grappoli.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Cantina Murgo. Tenuta San Michele

 

Qui, sulle pendici orientali, è la sua eleganza e il suo brio ad alimentare le viti di nerello mascalese. La stessa linfa che diventa <bollicina> e dà vita agli spumanti metodo classico Murgo della Tenuta San Michele.
Un progetto, un sogno. Spumante metodo classico da nerello mascalese. Bollicine e tutta l’eleganza del vulcano
La polvere nera continua a cadere quando arriviamo alla Tenuta San Michele. Cumuli di sabbia nera sono ai lati della strada lungo i piccoli centri etnei che attraversiamo per raggiungere la tenuta dal mare. 
Lei, <a Muntagna> è sempre più vicina. Ha dato spettacolo in questi giorni con esplosioni, boati, fontane di luce, colonne di fumo che per chilometri si arrampicano in cielo sfidando la gravità.
L’Etna, qui, è amica, madre, compagna. Regola il quotidiano di chi ci vive e la rispetta, ma non la teme. Della Muntagna qui ci si fida.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Dove comanda il vulcano
La terra del vino alle sue pendici se ne nutre e regala caratteristiche che cambiano su ogni versante. Qui, appena sopra Zafferana Etna, a cinquecento metri sul livello del mare, l’Etna nutre un nerello mascalese alla base di Brut e Extra Brut unici.
Sono il risultato di un progetto, o se volete un sogno: ottenere uno spumante metodo classico da uve che crescono solo qui con tecniche naturali e a basso impatto ambientale.
Un perlage fine, pieno, complesso. Grande classe, personalità e buona struttura. Lungo affinamento sui lieviti. Pupitres per gli extra brut, giropalettes per i brut.
Il risultato della lungimiranza di un uomo, il Barone Emanuele Scammacca del Murgo, diplomatico e cittadino del mondo e dei suoi otto figli, il cui lavoro ha fatto da apripista ad altre produzioni che oggi sono ben inserite nella produzione vinicola etnea.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
A Muntagna, sua maestà l’Etna
La locanda e la Tenuta San Michele
La famiglia Scammacca del Murgo continua a percorrere la strada indicata dal Barone e lo fa in una tenuta che oggi è cantina ma anche locanda e tenuta.
I paesaggi sono un incanto, l’atmosfera molle e romantica come le camelie che fioriscono lungo il viale d’ingresso ricoperto ancora di polvere nera.
La locanda si affaccia sul mare: Catania da un lato, Taormina dall’altro, sono ad un passo. Riesci a scorgere i vigneti che scendono via via verso il mare. Fino ad un certo punto però, oltre solo agrumeti, troppo caldo per le viti. É in uno degli ultimi appezzamenti che nasce il Cabernet Sauvignon. Impiantato nel 1985, è il più vecchio vigneto esistente sull’Etna di uve Cabernet Sauvignon. Rubino intenso, ribes e spezie. Dopo l’imbottigliamento il vino matura in bottiglia per altri 6 mesi prima della commercializzazione.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Lo sentite il profumo del finocchietto selvatico?
Più in alto caricante e catarratto regalano un bianco d’eccezione, l’Etna Bianco Tenuta San Michele. Tutta la mineralità del vulcano in un bianco con affinamento parziale in rovere con tostatura bionda. Giallo paglierino con riflessi verdi, ginestra e frutta verde al naso. Per me una colata di vaniglia. Una scoperta.
A tavola, in locanda, arriva la tradizione. Prodotti locali, profumo di erbe e spezie siciliane. Sbocconcello un quadrotto di frittata di pasta cu maccu. La fava incontra il finocchietto selvaticoL’olio è quello prodotto in tenuta, Nocellara dell’Etna, le olive raccolte tra ottobre e novembre, estrazione a freddo non filtrata avviata al momento della raccolta.
Ci sono poi le conserve del Murgo Store: mandorle e olive verdi, capperi e olive verdi, pomodoro e olive nere, olive nere e peperoncino. E poi le marmellate, i chutney, il miele di arancio che provo su un dolcetto offerto con una lacrima di Moscato di Moscatella da cui ci facciamo tentare.
Ci sarà poi tempo per una lunga passeggiata tra i filari. O magari, per un po’ di relax a bordo piscina sotto lo sguardo vigile dell’Etna.
Cantina Murgo. Tenuta San Michele
Fare vino è poesia…

Demetra e Kore. Sulle tracce del mito in Sicilia

Il mito di Demetra e Kore in Sicilia

I miti non nascono per caso. Scoprirli significa risalire all’origine del mondo. E alla nostra.

Spiegano riti e usanze che, ancora oggi, spesso con un’etichetta altra, facciamo nostri e insegniamo ai nostri figli.

Nella Sicilia più intima, quella delle campagne infinite che circondano Enna, un mito antico continua a vivere nei campi dove, si racconta, il grano non conosceva stagioni e cresceva forte e abbondante in un’eterna primavera.

Ѐ il mito di Demetra, dea delle messi e della fertilità e di Kore, figlia amatissima. Tanto amata da cambiare il corso del tempo e della vita.

Museo di Aidone
Demetra e kore. Madre e figlia, un amore grande e indissolubile

Aidone, Museo Archeologico Regionale. Iniziamo da qui

Culto assai diffuso, quello di Demetra e Kore nella Sicilia greca di tremila anni fa. Agrigento, Siracusa, Selinunte, ne rimangono tracce ovunque e di scavo in scavo, rinvenimenti e nuove scoperte confermano quanto, in Sicilia, abbia lasciato tracce profonde nella cultura dell’isola.

E non puoi che partire da Aidone, piccolo comune nel cuore dell’isola, dove un museo assai prezioso custodisce reperti tanto rari da essere stati contesi dai grandi siti museali del mondo.

Il vicino sito archeologico, Morgantina, ha portato alla luce una grande e prolifera polis e pezzi di  inestimabili valore che, per anni, sono stati preda di tombaroli e finiti in collezioni private e musei internazionali.

Museo del Mito - Enna
Museo del Mito – Enna. Conoscete la favola delle stagioni?

L’esempio più eclatante è il ratto della Dea di Morgantina, divinità femminile, in calcare, forse in origine dipinto di rosa e blu e con le parti nude in marmo, alta più di due metri, imponente, semplicemente magnifica.

Venere, Era, Kore o Demetra. Chi era la Dea di Morgantina? Ciò che è certo è che nell’area di Morgantina il culto di Demetra e Kore era assai diffuso, come dimostrano i santuari di contrada San Francesco Bisconti, le innumerevoli maschere, protomi, i busti fittili e le statuette votive che oggi sono esposte ad Aidone, il simbolo della spiga sulle monete, strettamente legato alla divinità delle messi e alla produzione cerealicola dell’epoca.

Dea di Morgantina
Dea di Morgantina. Reggeva forse una fiaccola? Era quella con cui Demetra cercò Kore per giorni?

La Dea di Morgantina fu restituita nel 2011 dal J.Paul Getty Museum di Malibu, Los Angeles, California e da allora, nel museo di Aidone, continua a incedere nello spazio col suo braccio teso. Forse reggeva una fiaccola. Era la fiaccola con cui Demetra cercava Kore?

Conoscete la favola delle stagioni? Ve la racconto.

La favola delle stagioni

Si narra che un giorno, Kore sia stata rapita da Ade, e portata con l’inganno nel regno degli Inferi e che la madre Demetra, disperata, la cercò per un tempo infinito, accendendo fiaccole dal fuoco eterno dell’Etna e abbandonando la terra ad un gelido inverno che mai aveva conosciuto.

Solo l’intervento divino la convinse a riportare il sole. Intervento divino che stabilì che Kore avrebbe fatto ritorno a casa, da Demetra, ma solo per sei mesi all’anno, i mesi della primavera e dell’estate. Per i restanti sei sarebbe rimasta con Ade, negli Inferi e autunno e inverno si sarebbero presentati sulla terra.

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Donne e mito

I busti fittili che le giovani donne greche offrivano a Demetra e a Kore fanno bella mostra nel museo di Aidone ospitato nel convento di San Francesco dei Frati Cappuccini del XVII secolo, una location che già vale il viaggio.

Museo di Aidone
L’antica chiesa del convento, oggi sala eventi e biglietteria

I busti erano spesso adornati di fiori e gioielli, le pieghe dell’abito dipinte di rosa e con scene legate alla preparazione delle nozze. Erano preghiere mute di fertilità e felicità.

Ovunque, ad Aidone, fanno capolino figure femminili, più o meno grandi. Portano con sé un maialino, una piccola lucerna. Vi ricordate i simboli legati al culto di Demetra e Kore scoperti al M.A.FRA. di Francavilla di Sicilia dove un santuario a loro dedicato ha regalato i reperti più belli?

Il porcellino, la palla, il fior di loto, la melagrana.

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Solo una manciata di chicchi di melagrana. Solo sei i chicchi che Ade offrì a Kore e che sancirono le nozze e resero la donna regina dell’Ade per sei mesi l’anno. Ma chi era Ade?

Ade, re degli Inferi. Tradito da un ricciolo blu

Ade, fratello di Zeus e di Poseidone, ebbe in sorte il regno sotterraneo che accoglie i morti. Cupo, dai tratti più marcati, generalmente vestito di chitone, una tunica senza maniche e di un pesante mantello, non esitò a rapire Kore.

Ed è a Serena Raffiotta, archeologa, che dobbiamo il ritorno di Ade ad Aidone. Parlo della Testa di Ade, sguardo profondo, folta chioma e barba, una barba dagli inconfondibili riccioli blu. Tanto unici da aver confermato la provenienza dell’opera trafugata negli anni 70 a Morgantina e venduta nel 1985 al Getty Museum da Maurice Templesmann, collezionista newyorchese che, a sua volta l’aveva acquistata da Robert Symes, già coinvolto nella vicenda della Dea di Morgantina.

Fu Serena Raffiotta, figlia di Silvio Raffiotta, uno dei primi magistrati in lotta contro l’archeomafia, a collegare i riccioli blu rimasti nel deposito museale con quelli del celebre reperto.

Nel 2016 anche la Testa di Ade è tornata ad Aidone. Collocati alle sue spalle, ci sono oggi gli acroliti raffiguranti Demetra e Kore.

La disposizione di Testa e Acroliti, la scelta delle vesti che ricoprono madre e figlia, la luce che ne illumina le rare estremità, i versi dell’Inno a Demetra di Callimaco, l’insieme tutto, è pura poesia.

Gli Acroliti e la Testa di Ade
Un ricciolo blu risolse l’enigna…

Nell’attesa che altri tesori trafugati facciano ritorno – e se con quella di Ade ci fosse stata anche la testa di Kore? – facciamo un salto al santuario dove venivano adorati, andiamo a Morgantina.

Morgantina. Parco Archeologico e sito Unesco

Immaginate una grande città. Una città con viali, palazzi residenziali, bagni termali pubblici.

Morgantina, sito Unesco, è immensa e grandiosa. Un’intera giornata non basterebbe a dare un’occhiata superficiale agli innumerevoli siti che custodisce.

Scegliete il vostro percorso e il tipo di visita che preferite fare ma non mancate di attraversare i plateiai, i viali principali, appena sulla sinistra all’ingresso del parco archeologico, sino all’affaccio sulla grandiosa distesa verde che accoglie il teatro, il santuario centrale, il mercato, gli uffici pubblici, i granai, la fornace, la Casa del Capitello Dorico e quella del Ganimede sulla collina orientale.

Parco Archeologico di Morgantina
Parco Archeologico di Morgantina. Riuscite a vedere il teatro, le ville patrizie, il mercato, il granaio, i santuari?

Su quella occidentale la Casa della Cisterna ad Arco, delle Antefisse, dei Capitelli Tuscanici, delle Monete d’Oro, delle Botteghe, Casa Pappalardo e del Palmento.

In quella di Eupolemos fu trafugato un altro tesoro, gli argenti di Eupolemos, esposti al Metropolitan Museum of Art di New York e rientrati ad Aidone nel 2006, dopo un accordo col Met: un’esposizione alternata ogni quattro anni per quaranta anni. In cambio, ogni museo si impegna a prestare opere in sostituzione del prezioso servizio in argento del III secolo avanti Cristo, composto da sedici pezzi finemente cesellati, che continua ad attraversare l’oceano tra le critiche generali.

Argenti di Eupolemos
Argenti di Eupolemos. Sedici pezzi del III secolo a. C. trafugati dai tombaroli a Morgantina

La Rocca di Cerere ad Enna e il Museo del Mito

Cicerone la chiamava <ombelico del mondo>. Ѐ Enna, la città siciliana che domina dall’alto la Sicilia cerealicola, antico granaio di Roma e centro nevralgico del Regnum Siciliae con il suo castello, detto di Lombardia, la torre ottagona di Federico II di Svevia, la chiesa madre voluta dalla regina Eleonora d’Angiò.

Sull’antica acropoli, all’interno dell’area sacra dove un tempo sorgeva il santuario dedicato a Demetra, all’ombra della celebre Rocca di Cerere, è stato inaugurato nel settembre 2020 il Museo del Mito, realizzato dalla start up culturale Sarteria.

Museo del Mito - Enna
Museo del Mito – Enna. Prova a viaggiare con la fantasia…

Fuori silenzio, interrotto solo dal fruscio delle foglie di carrubbo e melograno (ci risiamo!), dentro moderni oculi e una sala immersiva con immagini suggestive e ipnotiche che ripercorrono la storia e il mito di Demetra e Kore.

Una video-narrazione resa speciale dalla voce narrante di Neri Marcorè e dalle immagini dell’artista siciliano Ligama.

Solo materiali riciclati e riciclabili per gli allestimenti e gli arredi dello spazio museale.

Madre terra e sua figlia Kore la fanciulla.

Dee antichissime.

Legano gli uomini alle loro radici.

Spiegano il mistero della fertilità.

La nascita dei frutti.

Spiegano la stessa creazione dell’Universo.

                                                                                  Museo del Mito – Enna

Enna. Museo del Mito
Enna. Museo del Mito

L’inizio di tutto. Pergusa

Non poteva che essere di origine tettonica e nato, 30.000 anni fa, a seguito del crollo di una porzione della crosta terrestre. Volete che il lago di Pergusa non abbia a che fare col mito?

La leggenda vuole che proprio qui, in un contesto bucolico di infinita bellezza, Ade apparì all’improvviso e rapì Kore.

Lago di Pergusa
Lago di Pergusa. Dove tutto ha avuto inizio

Oggi il contesto bucolico resta e il lago di Pergusa mantiene le sue peculiarità paesaggistiche tanto da essere riserva naturale. Occorre aggiungere che è anche sede di un noto circuito automobilistico, l’autodromo di Pergusa.

Piccolo suggerimento: se volete raggiungere il lago, informatevi prima sulle attività dell’autodromo che ne potrebbero modificare le modalità di accesso.

Parco Archeologico di Morgantina
Parco Archeologico di Morgantina

Il mito è ciò che riaccade. Infinite volte. Il grano passa di mano alla Vergine

Torniamo a Kore e Ade. Torniamo a quando col suo carro lui rapisce lei e, dopo aver squarciato la terra, torna agli Inferi. Nel punto in cui la terra si apre nasce la fonte Ciane: siamo a Siracusa.

Qui, però, nella città in cui venne alla luce un santuario dedicato a Demetra durante i lavori di costruzione del santuario della Madonna delle Lacrime insieme a centinaia di statuette della dea oggi custodite in uno dei musei archeologici più belli, il Paolo Orsi, facciamo un viaggio diverso, un’improvvisa deviazione.

Ortigia. Siracusa
Ortigia. Siracusa

Non è forse il mito un racconto che cambia e si rigenera raccontando chi siamo e cosa siamo diventati?

A Demetra ci si affidava, in Demetra si credeva. Rappresentava l’essere donna, l’essere madre, madre della terra tutta.

Con lo scorrere dei secoli, il culto pagano dedicato alla Dea Madre, assai più antico e lontano nello spazio e nel tempo di Demetra greca e Cerere romana, potrebbe avere lasciato il posto in epoca cristiana ad una profonda venerazione per Maria, la Beata Vergine.

Non ne è forse la spiga un simbolo assai antico e ricorrente?

La spiga torna ad essere simbolo di un’altra santa che qui, a Siracusa, ha un posto speciale nel cuore dei siracusani, Santa Lucia, la santa patrona.

Con la spiga ricorre un altro simbolo, gli occhi. Rappresentano la luce, il dissiparsi delle tenebre, la vita che vince. Ed è a Dicembre che la Santa viene celebrata quando arriva il <giorno più corto>, il solstizio d’inverno, e la luce torna a crescere, e a vincere, in attesa di una nuova primavera. Vi dice qualcosa?

Santa Lucia a Siracusa. I luoghi

Il 13 dicembre il suo simulacro lascia la Cattedrale, in Ortigia, edificata su quello che un tempo fu il tempio dedicato ad Atena o Minerva. Con una solenne processione raggiunge la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro alla Borgata, luogo del martirio nell’anno 304 e antico convento.

Il sepolcro è custodito nel vicino tempietto ottagonale. Tra basilica e sepolcro le catacombe.

Ortigia. Cattedrale
Ortigia. Cattedrale. Le colonne dell’antico tempio di Minerva fanno capolino dalla pietra color miele

Il simulacro lascerà il sito il 20 dicembre con un’altra processione caratterizzata da due tappe speciali, l’ospedale Umberto I e il santuario della Madonna delle Lacrime, prima di far ritorno ad Ortigia.

In piazza Duomo, a lato della Cattedrale, osservate la chiesa di Santa Lucia alla Badia, altro luogo di culto e devozione dagli splendidi pavimenti maiolicati e custode di un tesoro grande, il capolavoro del Caravaggio dedicato alla Santa, il Seppellimento di Santa Lucia.

Ortigia. Santa Lucia alla Badia
Ortigia. Santa Lucia alla Badia

E se capitate in Sicilia in occasione dei festeggiamenti in onore di Santa Lucia, approfittatene per provare un dolce della tradizione, la Cuccìa, a base di latte e…grano cotto.

Il mito siamo noi

Il viaggio non finisce qui, potrebbe fare giri infiniti e, nonostante ciò, restare in Sicilia.

Per il momento, se vi va un po’ di frutta, magari melagrana, compratevela da sole.

Lasciate perdere Ade. Chi ama non rapisce.

Ama la vita, la luce e la libertà.

Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili 

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

 – Alda Merini

Gli acroliti di Demetra e Kore. Museo Archeologico di Aidone
Gli acroliti di Demetra e Kore. Museo Archeologico di Aidone

M.A.FRA. Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia. Il passato torna a raccontarsi

M.A.FRA. Museo Archeologico Francavilla di Sicilia

Maschere di Sileno, monete, terrecotte.

Statuette votive di Demetra e Kore.

Raffinati pinakes.

Il risultato di decenni di studio e di scoperte nel territorio di Francavilla di Sicilia è oggi stato tradotto in racconto vivo e fruibile. Sapere e passione hanno dato voce ad affascinanti pezzi muti che aspettano solo di essere ascoltati.

Quel racconto oggi ha un nome: M.A.FRA., Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia.

Parco Archeologico Naxos. Una storia fatta di bellezza

Il Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia è ospitato nelle sale di Palazzo Cagnone, edificio del XVI secolo nel centro storico di Francavilla, all’interno del quartiere medievale, all’ombra del Castello Normanno.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
Com’era Francavilla? Dov’era il Santuario dedicato a Demetra? E la Necropoli? C’era anche una fornace?

Il M.A.FRA. è stato progettato e realizzato dal Parco Archeologico Naxos Taormina (che ha la gestione di alcuni tra i più importanti siti monumentali e paesaggistici della Provincia di Messina come il Teatro Antico di Taormina, il Museo di Naxos, Isolabella e Villa Caronia) in collaborazione con il Comune di Francavilla di Sicilia, guidato dal sindaco Vincenzo Pulizzi e con il costante impegno dell’assessore alla cultura Gianfranco D’Aprile.

Numero di visitatori da record, sapiente e innovativa gestione delle risorse, una progettualità che guarda al futuro con la direzione dell’archeologa Gabriella Tigano.

A Francavilla una nuova sfida: creare un museo trasversale, pensato per un pubblico plurale, che avvicini tutti, persino i più piccoli, al passato greco, e non solo, di questo pezzo di Sicilia dalla bellezza unica.

Di immersive room e animazioni digitali. Un concept museale che ci piace

Conoscete il mito di Persefone? La storia del suo rapimento e la disperazione della madre Demetra che la cerca abbandonando il mondo ad un gelido inverno?

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
M.A.FRA. – Palazzo Cagnone. All’orizzonte l’Etna. Si narra che Demetra, dopo il rapimento di Persefone, accendesse delle fiaccole dai crateri del vulcano e ringraziasse chi l’aiutava e l’accoglieva con il seme dei cereali

Potreste ascoltarla e viverla nella nuova Francavilla Immersive Room, una delle novità da scoprire al M.A.FRA.. Immagini, parole, musica che trasportano il visitatore in una realtà altra, dove imparare e conoscere è più semplice e divertente. Le animazioni digitali conquistano i più piccoli, fonti documentali e foto d’epoca arricchiscono e completano quanto in mostra nelle teche delle sale vicine.

Un nuovo modo di pensare e comunicare uno spazio museale che ritorna nel percorso espositivo con tavole esplicative, mappe e illustrazioni realizzate con il supporto professionale di disegnatori.

Un linguaggio più intuitivo, diretto, che riesce a rendere accattivante la storia narrata anche per un bambino.

Qualora non bastasse, al M.A.FRA. si organizzano lezioni a tema (e in DAD dato il momento storico), conferenze, laboratori e visite guidate con guide d’eccezione come Maria Grazia Vanaria, archeologa del Parco Archeologico Naxos, che, collaborando a stretto contatto con il progettista Diego Cavallaro, hanno curato insieme il progetto espositivo museale, l’allestimento degli spazi e la sala immersiva.

Il rinvenimento del 1979. L’antica Kallipolis e il santuario di Demetra e Kore

Alla visita del museo abbinate una piacevole passeggiata nei suoi dintorni per avere un’idea delle aree oggetto di scavo a Francavilla di Sicilia.

I primi rinvenimenti di valore ebbero luogo nel 1979 in via Don Nino Russotti. La scoperta, del tutto casuale, fu fatta durante lavori edilizi. Seguirono una campagna di scavi a contrada Fantarilli finanziata da fondi europei e la nascita di un primo Antiquarium in via Liguria.

Da questo nucleo originario di oltre duecento reperti prende vita l’attuale museo che riunisce decine di pezzi fino ad oggi custoditi nel museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa e in quello di Naxos e che ricostruisce la storia di Francavilla, prima dei Greci in tutta la Valle dell’Alcantara e, successivamente, quale probabile sub-colonia dell’antica Naxos, prima colonia greca ad essere fondata in Sicilia nel 734 a.C..

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
I primi tesori a Francavilla di Sicilia furono rinvenuti nel 1979

Le affinità con Naxos rivivono nell’uso di utensili e altri oggetti di uso comune inseriti, all’interno del M.A.FRA., in scene di vita quotidiana. Diventa facile immaginare la disposizione delle case, i decori sui tetti, la collocazione di anfore, hydriai e kantharoi all’interno delle abitazioni, lo scambio di monete.

Ricorre la figura dei Sileni, parte del corteo di Dionisio insieme a Satiri, Ninfe e Menadi; e quella delle Gorgoni col capo circondato da serpenti e lo sguardo che uccide, la cui storia è legata a quella di Perseo: l’eroe ateniese uccise Medusa, una delle tre Gorgoni e dal suo capo reciso nacquero il cavallo alato Pegaso e il gigante Crisaore.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
Le Gorgoni erano tre: Steno, Euriale e Medusa. Chioma dai mille serpenti, sguardo che pietrifica, zanne, ali d’oro e mani di bronzo

Il mito continua ad intrecciarsi a storia e archeologia al M.A.FRA. nella sala dedicata a Demetra e Kore. Qui, piccoli oggetti come il gallo, il fior di loto, il melograno si svelano, raccontano di riti, celebrazioni, differenti tappe nella vita della donna al tempo, l’antitesi tra vita e morte.

Raffinati pinakes, poco più che frammenti, arricchiscono il racconto, lo rimodulano, possono diventare fiaba per i più piccoli. I bassorilievi che raccontano grazia e bellezza, conducono il visitatore adulto nell’evolversi del mito nel tempo che attraversa culture e civiltà diverse.

Il gallo, la palla, il fior di loto. I reperti al M.A.FRA. prendono vita e raccontano il mito antico di Demetra

Il Parco Archeologico Naxos va avanti e guarda al futuro

Le sue porte non le ha chiuse mai, neanche in piena pandemia, e l’aver scelto di aprire il M.A.FRA. in un momento storico così difficile la dice lunga.

Il dialogo con il visitatore continua, anche virtualmente, con una pagina Facebook attiva e dinamica da cui prendono vita iniziative che presto saranno fruibili dal vivo.

M.A.FRA. - Museo Archeologico Francavilla di Sicilia
M.A.FRA. – Museo Archeologico Francavilla di Sicilia Un concept museale che ci piace

 Al Parco Archeologico Naxos si racconta bellezza e la bellezza non si ferma, specie ora, che ne abbiamo più bisogno.

Si ringrazia il Parco Archeologico Naxos per la collaborazione.

Grazie anche a Nino Campo che ci ha accompagnati nella scoperta di Palazzo Cagnone, l’edificio del XVI secolo che ospita il M.A.FRA., nella parte dedicata alla storia dell’antica famiglia che lo ha abitato. Un viaggio nel viaggio che si consiglia vivamente.

E se la storia diventasse favola?