Mandrarossa. Di vino, parole e persone

Prima che dei loro sapore e profumo, mi sono innamorata dei loro nomi.

Urra di Mare, Cava di Serpe, Timpe Rosse. Evocativi, carattere asciutto ma elegante, su etichetta essenziale e bottiglia panciuta, i vini Mandrarossa mi hanno conquistata così: portandomi, a suon di lettere, in una Sicilia fatta di sole, di mare, di vento.

Siamo nelle terre sicane, sud-ovest della Sicilia, lì dove il mare di Sicilia sale dall’Africa e col suo profumo risale sino all’Alto Belice. Marinella di Selinunte, Menfi, Montevago, Sciacca, Sambuca di Sicilia, Contessa Entellina.

E’ a San Calogero, Monte Kronos, in terra agrigentina, che nel 2017 è stata trovata traccia del primo vino italiano che certificherebbe la presenza del nettare in Sicilia già 6000 anni fa.

Di vino, insomma, pare che da queste parti se ne intendano e lo producano da sempre. 60 anni fa lo si faceva per esportare uva e mosto, nel tempo il vino siciliano è diventato ricerca, innovazione, eccellenza. Lo testimonia la storia della cantina Settesoli, da cui nasce Mandrarossa e il cui nome è legato al Gattopardo, il celebre romanzo di Tomasi Di Lampedusa e al feudo, Settesoli, che Don Calogero Sedara diede in dote ad Angelica per il suo matrimonio con Tancredi, nipote del Principe di Salina.

Una realtà vinicola, nata nel 1958, da 25 milioni di bottiglie all’anno vendute in Italia e nel mondo, una cooperativa di viticoltori locali, oggi 2000 soci, che si occupano di una superficie vitata di 6.000 ettari. Tre gli stabilimenti dove le uve appena raccolte vengono conferite ed immediatamente lavorate da ogni socio, da ogni viticoltore, ciascuno col proprio pezzo di vigna, ciascuno con un prodotto diverso e strettamente legato al territorio.

Non c’è appezzamento uguale all’altro ed è da questa consapevolezza che nasce la linea Mandrarossa, con lo studio fatto su singole porzioni di terreno. Non solo vini autoctoni come Nero d’Avola, Inzolia, Cataratto: alchimie perfette sono nate in casa Mandrarossa grazie al connubio con viti nazionali, come il Fiano, internazionali come il Syrah, il Merlot, il Cabernet Sauvignon e con viti meno conosciute come il Petit Verdot, lo Chenin Blanc, l’Alicante Bouschet.

Uve a bacca bianca per il nuovo arrivato di casa Mandrarossa, il Calamossa, con su, nell’etichetta, longitudine e latitudine dell’insenatura tra vigne e mare dove le uve crescono, accarezzate da mare e vento; vitigni siciliani, Grecanico, Grillo, Zibibbo, Frappato e Perricone per i Costadune, la cui storia inizia lì dove gigli marini e piante cactacee nascono sulle dune di sabbia di Menfi, alla foce del Belice, lì dove nidificano aironi e fenicotteri, in un’area protetta di infinita bellezza. Bandiera Blu per le spiagge dorate di Portopalo e per quelle di “giache” bianche – ciottoli levigati – di Bertolino.

E ancora uve Chardonnay vendemmiate a mano a settembre, un mese dopo la tradizionale vendemmia. Lasciate a maturare sulla pianta, raccolte grappolo per grappolo danno vita al Cala dei Tufi, vendemmia tardiva.

Ricerca, tradizione, cooperazione. Tanti gli elementi che gravitano attorno al marchio Settesoli – Mandrarossa. Tanto territorio, raccontato al visitatore con eventi e visite guidate. L’appuntamento dell’anno più importante, il Mandrarossa Vineyard Tour, all’insegna dell’accoglienza e, come leitmotiv, bienvivre e rispetto dell’ambiente.

Infine le persone, chiave di volta dell’intero ingranaggio: dai viticoltori e soci, che ho visto personalmente raccogliere il proprio prodotto, percorrere le strade del “distretto del vino siciliano” e raggiungere lo stabilimento di Menfi; a chi mi ha accolto in fabbrica con un grazie speciale per Niccolò, fine ed esperto narratore; ed infine alla Brigata di Cucina, un team di sole donne, rigorosamente siciliane e con tanta esperienza alle spalle maturata a tu per tu coi prodotti che questo pezzo di Sicilia regala. Sono loro che propongono ed insegnano piatti della tradizione spesso dimenticati.

Un esempio? La Capolata, una pastina casereccia cotta nel brodo di pollo ruspante, la Rota di Menfi, il fiore di pasta fritto ricreato con uno stampo antico e farcito con la ricotta fresca, l’Ovu Incannulato, l’antenato del cannolo fatto di morbida omelette che profuma di limone e cannella.

Vini eccezionali, cibo autentico, persone vere, un territorio indimenticabile. Mandrarossa, what else?

Monastero di S.Placido Calonerò. Di Faro Doc e di fantasmi tra i banchi di scuola

Accanto ai due chiostri del Monastero di San Placido Calonerò ci sono aule e cattedre. Se ti guardi in giro noti il programma del campionato di calcetto e la campanella accanto l’orologio della scuola. La biblioteca a disposizione degli studenti era un tempo il refettorio dei monaci.

Siamo in Sicilia, provincia di Messina, nell’antica struttura del 500 un tempo castello, poi monastero benedettino con ospiti illustri come Carlo V, oggi bene culturale, istituto scolastico ed enoteca provinciale con la sua cantina di trasformazione negli antichi magazzini. Proprio così: i ragazzi dell’Istituto Agrario Cuppari imparano anche l’arte del vino e danno una mano nella produzione di uno dei Faro Doc migliori della provincia, il San Placido.

 

Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera, una minima percentuale di Nero d’Avola, Gaglioppo e Sangiovese, danno vita ad un vino color rubino tendente al mattone con l’invecchiamento, in bella vista all’interno dell’enoteca provinciale, insieme alle altre eccellenze vinicole dell’area,  Mamertino e Malvasia delle Lipari, e ai prodotti di altre aziende vinicole. C’è anche una piccola selezione di olio, prodotti gastronomici, marmellate e sottolio.

L’enoteca diventa location di eventi e tour organizzati nell’intero complesso affacciato sul mare di Sicilia, nell’esatto punto in cui lo Ionio entra nello Stretto di Messina, supera la Calabria e va ad abbracciare il Tirreno. I vigneti che danno vita al Faro Doc sono sulle colline circostanti e il paesaggio è emozionante con i filari sotto pini profumati. C’è anche ciò che resta del vecchio aerofano, la struttura utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per anticipare l’arrivo degli aerei nemici.

 

E nei giorni di pioggia, se siete fortunati, avrete il piacere di conoscere il fante personale di Carlo V, o meglio il suo fantasma, che ancora oggi si aggira nella cappella ai piedi della torre saracena  e nei pressi del prezioso tempietto a pianta ottagonale, all’interno del quale i monaci si calavano per scappare ai saraceni e raggiungere gallerie sotterranee segrete. Fatevelo presentare dai ragazzi dell’Istituto Agrario, eredi della Regia Scuola di Agricoltura nata qui nel 1900. E ditemi se non è una scuola speciale questa…

Friuli. Isola della Cona. Dove la terra incontra l’acqua

Terra d’acqua e di luce. Isole e canali, velme, mote e barene. Qui la natura è di casa e l’uomo solo un ospite. La chiamano la Camargue italiana:  aironi e silenzio, vecchi casoni dei pescatori  e trattorie antiche tra i canneti dove gustare ancora il Boreto a la Graisana, pesce locale preparato nel paveso, la casseruola di ferro con aglio, sale, pepe e aceto bianco. Siamo in laguna, la laguna di Grado e Marano, con l’isola di Martignano, la Ravaiarina, la riserva delle Foci dello Stella, la costa friulana che nella parte più ad est termina con la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo.

Ed è proprio lì, negli ultimi 15 chilometri dell’Isonzo, che andiamo. Lì dove la percezione di “terra alla fine della terra” aumenta e l’acqua penetra, circonda, abbraccia. Raggiungiamo in auto Isola della Cona, a pochi chilometri dalla Valle Cavanata, famose per i cavalli Camargue che la abitano e le infinite specie di uccelli che le scelgono durante i flussi migratori.

Dal centro visite di Isola della Cona si decide quale percorso fare seguendo i diorami esplicativi sparsi ovunque. Un percorso ad anello è il più battuto e consigliato con i diversi punti di osservazione e veri e propri casoni come l’Osservatorio Marinetta.  Quale sia il vostro, qualsiasi strada sceglierete di fare, a perdita d’occhio ci saranno stagni, prati e paludi battuti da uccelli di ogni tipo che dividono lo spazio con esemplari di cavalli Camargue, fieri, selvaggi, liberi.

Un paio di consigli da principiante che io avrei fatto miei volentieri: portate con voi un buon antizanzare, in alcuni punti gli insetti possono diventare fastidiosi;  fate meno rumore possibile e infine scegliete capi dai toni neutri e basic: un bel maglioncino rosso non rivelerebbe solo la vostra presenza alle specie presenti ma potrebbe “innervosire” i birdwatcher che frequentano l’area protetta…sono davvero tanti, coperti da capo a piedi da indumenti camouflage e attrezzatissimi di macchine fotografiche che sembrano telescopi della Nasa tanto grandi e sofisticati!

A sud. La Malandra. Ci vuole fegato

Vi piace il polpo? Di ricette ce ne sono tante, dal carpaccio alle insalate di mare. Deliziosi risotti o semplici abbinamenti con la patata. Meno conosciuto è invece il patè ottenuto dalle interiora dell’animale che si trovano nel capo. E’ lì che risiede il fegato del polpo raccolto in una piccola sacca.
Cibo povero e ormai dimenticato, ha un sapore forte, ancestrale, primitivo. C’è tutto il profumo del mare nel patè ottenuto dalla piccola sacca sciolta appena, per pochi minuti, con aglio e olio nella padella, un pizzico di peperoncino se vi piace. In tanti ci condivano la pasta, quella al “sugo di polpo senza il polpo”, quando l’animale appena pescato veniva venduto e restavano solo le interiora.
Chiedete a pescatori o a chi conosce l’arte di stanare il polpo. Ancor prima della battitura, il polpo va pulito e privato delle interiora. In Puglia le chiamano Malandra e la tradizione vuole che vengano impanate e fritte. Da provare.
Da qualche tempo cibo gourmand e noto tra gli chef stellati. Lo avete visto cucinato nelle cucine di Masterchef?

La foto scelta per questo post è di Anna Lo Cascio, un’amica bravissima a pescare i polpi e soprattutto a cucinarli!

Qui Berlino. Shopping sopra le righe

Uno shopping originale e personalizzato. Adatto al tuo stile e alla tua identità. Al bando negozi e capi in serie, bocciati i centri commerciali asfittici e tutti uguali. Oggi andiamo a Berlino e ci divertiamo come matti a fare spese partendo dalla parte ovest della città, la vecchia Berlino ovest, dove già a partire dagli anni 50 si costruiva traducendo il risveglio creativo della Repubblica Federale in edifici luminosi e fruibili. Uno di questi fu il Bikini, una struttura lineare eppure trasgressiva a partire dal nome “Bikini”, l’indumento che simboleggiava il costume che cambiava.

Da qualche anno il Bikini è stato completamente ristrutturato trasformandosi in un concept mall, un luogo dove anche chi detesta andar per negozi  se la godrà alla grande. Perché dovrebbe essere diverso da un qualsiasi centro commerciale? Perché accanto brand più noti esistono labels e soluzioni innovative lontane dalla produzione in serie, perché giovani designers possono presentare  a rotazione le loro idee e i loro prodotti in simpatici pop up stores  modulari, perché al Bikini non si va solo per fare shopping ma anche per godere di mostre e installazioni temporanee e non.

E non finisce qui. Al Bikini Berlin avrete a vostra disposizione una spettacolare roof terrace di 7000 metri quadrati, gratuita, dalla quale godere di una vista mozzafiato sul famoso zoo di Berlino e sul polmone verde della città, il Tiergarten. La natura “entra” dentro l’area negozi con grandi vetrate sullo zoo e sugli animali e si confonde tra design e produzione artistiche.

Non vi basta? Allora sappiate che accanto boutique dall’animo giovane, uffici, spazi di co-working e alberghi, troverete caffè e ristoranti in linea con la filosofia del posto: design fresco e colorato,  healthy food, tanta varietà. Il marchio più noto è al primo piano del Bikini Berlin e si chiama Kantini, un vero e proprio mercato del cibo.

 

Lasciamo il Bikini Berlin e con pochi passi raggiungiamo Stilwerk, il paradiso di chi ama arredo e design. Quattro piani di pietra naturale, legno d’acero e vetro lungo i quali scegliere in più di 50 stores e 500 marchi.

Non mancate un giro in Kurfurstendamm, coi suoi edifici eleganti e la sua storia, perché, anche se dal sapore di griffe altisonanti e haute couture, un salto al simbolo berlinese KaDeWe va fatto.

 

Solo un salto però, perché è già tempo di tornare a uno stile innovativo e più nelle mie corde dall’altro lato della città, la parte est, in costante fermento. E dopo il giro domenicale che vi ho proposto a Prenzlauer Berg, stavolta andiamo nel quartiere ebraico e nei suoi cortili. Sì cortili…avete mai sentito parlare dei Hofe? Sono cortili interni a edifici, collegati gli uni agli altri e diventati luoghi di ritrovo con caffetterie, bistrot, locali e vie dello shopping alternativo. I più famosi sono gli Hackesche Hofe, abbandonati per 50 anni e tornati a vivere nel 1996 con gallerie d’arte, luoghi di spettacolo, boutique indipendenti. Ma ci sono anche il romantico Rosenhofe e gli Heckmann Hofe che collegano Oranienburger Strasse con Auguststrasse.

 

Non solo cortili però allo Scheunenviertel: il quartiere ebraico con la sua splendida sinanoga offre street art, poli museali e un’anima  irrequieta ad ogni angolo. Due indirizzi: la Judische Madchenschule, una scuola ebraica femminile degli anni 20 oggi polo artistico e culinario con due gallerie, la gastronomia ebraica Mogg e il ristorante con stella Michelin Pauly Saal; e poi il Clarchens Ballhaus, un salone da ballo ottocentesco dove si continua a ballare swing e tango ogni sera con un bel giardino fuori. E poi, a pochi minuti, la Sprea e il suo lungofiume costellato da locali e dai barconi che d’estate si animano e dove si tira tardi ogni sera.

Ultimo indirizzo: qui si va a fare shopping d’idee: The Digital Eatery, in pieno Mitte. Sulla Unter Den Linden è il concept bar della Microsoft, accanto il quartier generale dell’azienda a Berlino. Eventi e conferenze e la possibilità di provare i devices di ultima generazione. Ah dimenticavo…lo si fa mangiando, alla caffetteria o alla tavola calda.

 

E se decido di concedermi un week end di shopping a Berlino e voglio anche un albergo un pò speciale? L’Aspria Berlin potrebbe fare al caso perché oltre ad essere albergo è anche centro sportivo e SPA. Palestra, piscina, centro benessere e tutta un’area in terrazza dove passare dalla sauna alle vasche idromassaggio. A questo metteteci anche una serie infinita di corsi a tutte le ore: pilates, aerobica, bodypump, boxing, bodyshape, aquafitness, jazz dance, jazz up, indoor cycling e ancora hatha yoga, heat yoga, kundalini, ashtanga, qi gong…
Abbastanza centrale (siamo a pochi passi dalla stazione metro Halensee, vicino la kufursterdamm e dalle sue fermate bus e metro), tanti locali nei dintorni, una struttura elegante ed avveniristica.

 

Viaggi in poltrona. Alla scoperta della Città di Risa e di una Sicilia con gli occhi dei bimbi

Vi è mai capitato, da bambini, di cominciare a leggere un libro e di ritrovarvi catapultati in grandi avventure? Ricordate l’emozione della scoperta, il potere della fantasia, il desiderio di girare pagina per trasformarvi in eroi ed esploratori?

Per ogni bimbo, un libro è il primo passaporto con infiniti visti ed innumerevoli destinazioni.

Lo sa bene Grazia La Fauci, scrittrice siciliana che con i suoi racconti per ragazzi, promossi dalla Pro Loco Capo Peloro, ente di promozione territoriale, ci porta in un pezzetto della sua terra, che è anche la mia, dove vive e che conosce bene: lo Stretto di Messina, Torre Faro e i suoi pescatori, la Riserva Orientata di Capo Peloro.

“Bambina a tempo pieno, riccia e spettinata”, Grazia La Fauci ha dato vita al personaggio e alle Storie di Nonno Peloro, coi baffoni e il cappello blu da marinaio e una cicatrice a forma di scimitarra sul petto e dei suoi due nipotini, Luna “pispisedda”, piccola scintilla ed Elio, che non sta mai fermo.

E’ con loro che Grazia La Fauci racconta il territorio. Pagina dopo pagina i laghi costieri  di Ganzirri e Faro prendono vita popolati da Tore, il falco pescatore, papere e piccole albanelle.

Rino, il piccolo airone cenerino, con Spaddy, il coraggioso pesce spada e Agil, la tellina salterina sono i protagonisti del primo racconto della collana, Il mistero della laguna; Fischio, il delfino parlante appare per la prima volta nel secondo racconto appena uscito, Alla scoperta della città di Risa. Entrambi i racconti sono illustrati da Giovanna Chemi: i suoi disegni viaggio nel viaggio, mappe colorate dallo stile inconfondibile nel mondo reale e della fantasia.

Le Storie di Nonno Peloro

Invenzione e creatività si intrecciano a storia e tradizioni siciliane con l’antica leggenda della città sommersa di Risa, il mito di Colapesce, l’immagine della statua di Zeus Peloros posta a faro per i naviganti col tridente e il braciere acceso.

Tanta Sicilia nelle storie per piccoli lettori che scoprono le brioches col “tuppo”, appena sfornate nel paese di Torre Faro, le cozze e le vongole che Nonna Scilla usa per preparare la pasta “al sapore di mare”, la pesca a bordo della feluca di Capitan Romero.

E se tutto ciò già non bastasse, provate a leggere Grazia La Fauci: vi ritroverete, ancora una volta bimbi, nel capanno dei pescatori, mentre fuori piove, a sperare che Nonno Peloro non interrompa il racconto e vi dica come va a finire.

Regalate le Storie di Nonno Peloro, regalate un passaporto con visto per una Sicilia preziosa e poco conosciuta.

Slovenia- Lubiana. Se fosse…

Se fosse un colore sarebbe verde. Città green, Lubiana è stata scelta nel 2016 come European green capital per le politiche ambientali, l’implementazione dei mezzi pubblici, la razionalizzazione di rifiuti e sprechi. Passeggiare in centro, per lo più pedonale, è poesia: una lunga carrellata di edifici in stile barocco e Art Nouveau, il fiume – il Ljubljanica – che scorre lento, incorniciato da pioppi e salici piangenti. Acqua potabile alle fontane, un mercato dove trovare prodotti tipici e assaggiare il prosciutto e i ravioli ripieni o magari un gelato 100% frutta.

Se fosse un animale sarebbe un drago. Sì, un drago perché l’animale delle fiabe è un simbolo di Lubiana, svetta sul Municipio e di draghi ce ne sono ben quattro dall’aspetto feroce a vegliare su uno dei ponti più conosciuti di Lubiana. Uno dei tanti in realtà perché, sapete, ce ne sono molti a collegare le due sponde del fiume creando scorci e paesaggi da cartolina.  Il più frequentato dagli innamorati è quello dei Macellai, con le opere di Jakov Brdar e tanti, tantissimi lucchetti. A due passi il mercato e la prima delle tre piazze che si inanellano una dopo l’altra nello Staro Mesto, la parte “Vecchia” di Lubiana. La prima, la Piazza della Città, ospita il Municipio e la fontana del Robba, la fontana dei tre fiumi carniolani: la Krka, la Ljubljanica e la Sava. Non mancate una visita alla Cattedrale di San Nicola o almeno ai due portali in bronzo creati nel 1996 in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II. A seguire la Piazza Vecchia e la Piazza Superiore. Un altro ponte è quello dei Calzolai, nel Medioevo via d’accesso alla città sul quale, leggenda vuole, un gruppo di ciabattini si trasferì per fare buoni affari e non pagare le tasse di ingresso a Lubiana.

E per finire il Tromostovje, o più semplicemente ponte Triplo con il quale arriviamo al terzo “se fosse”. Se fosse un personaggio, sarebbe Joze Plecnik, l’architetto la cui impronta e il cui stile trasformò Lubiana tra anni Venti e Seconda Guerra Mondiale. A partire da questo ponte che da semplice ponte in pietra a singola arcata si trasformò in un elegante triplice ponte pedonale in bilico tra classicità e materiali poveri come il cemento. Fate caso alle architetture del mercato, del parco Tivoli, edifici pubblici e scalinate, persino agli argini del fiume e ai bellissimi lampioni. L’opera più bella, ma è solo un’opinione, la Biblioteca Nazionale ed Universitaria, un rettangolo irregolare, la cui facciata  è resa unica da mattoni rossi e blocchi di pietra collocati in maniera quantomeno bizzarra. Entrateci, se potete, spingendo le grandi porte sulle cui maniglie vedrete le teste di due cavalli, forse Pegaso, il cavallo alato. Con lui vi ritroverete davanti la scalinata monumentale centrale in marmo scuro con 32 colonne nere e più salirete, e più vi addentrerete nel cuore dell’edificio, più la luce vi sorprenderà.

Qui Berlino. Sa d’oriente. L’hummus più buono nel quartiere ebraico

Lo avete mai assaggiato l’hummus? Tipica salsa del mondo mediorientale a base di ceci, semplice e golosa, buona sempre, perfetta per l’estate e soprattutto facile da preparare: ceci lessati frullati con succo di limone, aglio, olio, un pizzico di sale e la tahina, una crema ottenuta dai semi di sesamo tostati e pestati. That’s it.

Il segreto sta nelle materie prime e da Hummus & Friends a Berlino, nel Scheunenviertel, il quartiere ebraico, i ceci sono quelli della Galilea, in Israele. Pochi altri ingredienti nel menu di questo posticino, con un’area attorno il grande banco e una zona soppalcata con comode poltroncine. Uno slogan che racconta questo posto: “make hummus, not walls”, e che la dice lunga su come il cibo sia trasversale e metta attorno ad un tavolo il mondo intero. Qui l’hummus viene servito con la pita, pane morbido e piatto: se ne prende un pezzetto e con quello si raccoglie un po’ di hummus, quanto basta per un boccone…tutto rigorosamente con le mani.
Cos’altro troviamo da Hummus & Friends? La tahina, il bulgur, il ful (il piatto a base di fave), la quinoa servita in più soluzioni, e poi melanzane, cavolfiore, cavolo rapa, datteri, funghi, patata dolce, tutti alimenti naturali e basic rielaborati in ricette semplici e gustosissime, decisamente vegan, con piccole incursioni nella cucina kosher. Da provare i vini kosher, anche questi rigorosamente prodotti in Israele secondo precise norme igieniche e senza additivi chimici.
Se c’è il sole, approfittatene per sedervi fuori nel dehors ricavato nel cortile dello stabile…ricordate, siete nel quartiere ebraico, regno dei “cortili“. Partite da questo per scoprirli tutti!

San Daniele DOP. Tesori italiani. Così lo fanno solo qui

Rosso rosato nella parte magra, bianco candido in quella grassa. Sentori di frutta secca, malto d’orzo, crosta di pane. L’inconfondibile presenza dello zampino. E’ il prosciutto San Daniele DOP, con una storia che ha inizio tra l’XI e VIII secolo a.C. e che non ha testi o regole scritte sino agli anni 60 con il primo disciplinare. Sino a quel momento è un’arte antica quella che guida norcini e prosciuttai e che, ancora oggi, ha una semplice equazione: carne di suino italiano, sale che arriva dalle saline di Sicilia e di Puglia, aria di San Daniele del Friuli.

Ve lo ricordate il ragazzino napoletano che tentava di vendere l’aria di Napoli nella pellicola Operazione San Gennaro di Dino Risi? In Friuli l’aria nessuno l’ha messa in scatoletta ma tutti hanno compreso quale enorme risorsa fosse. Incontro di correnti fresche delle Alpi e di quelle più calde e umide dell’Adriatico, l’aria qui, a San Daniele del Friuli, regala un gusto unico, un’alchimia perfetta con gli enzimi che trasformano la carne in prosciutto.  Quell’aria che gli antichi maestri conoscevano bene e sapevano quando fare entrare nelle vecchie cantine, aprendo e chiudendo porte e finestre affinché i prosciutti maturassero il giusto tempo e alla giusta temperatura.

L’ultimo ingrediente è il tempo infatti,  perché chi ha fretta col prosciutto di San Daniele non va d’accordo: dai 13 mesi di stagionatura in su. E prima della stagionatura c’è una lunga trafila da rispettare. Lo scopro al prosciuttificio Testa & Molinaro, San Daniele dal 1941, con una visita puntuale e completa in azienda. A San Daniele oggi è in  pieno corso la manifestazione Aria di San Daniele, la festa e c’è davvero aria di festa con stand, aree degustazione e grandi nomi del prosciutto DOP aperti al pubblico.

Con la nostra guida scopro che la carne viene selezionata in 10 aree geografiche italiane e che solo animali nutriti con siero di latte e cereali nobili e un determinato peso sono ammessi e registrati con una prima marchiatura, la DOT, che diventerà solo alla fine DOP. In mezzo cosa c’è? Prima di tutto la salagione e la pressatura delle cosce selezionate. Poi il riposo e l’asciugatura: un giorno per ogni chilo di carne. Infine il lavaggio con acqua tiepida e l’inizio della stagionatura dopo la sugnatura con grasso suino, farina di riso e frumento.

Una volta, a questo punto, i prosciutti venivano trasferiti nella parte alta della casa, dalla cantina al solaio. Oggi non sarebbe necessario ma per tradizione qui da Testa & Molinaro si continua a fare in occasione dell’ultimo passaggio, il più importante… l’attesa, interrotta solo dalla verifica sul buon andamento della stagionatura con il piccolo ed insostituibile osso di cavallo che non trattiene odori ed è perfetto per verificare profumo e qualità.

E se tutto andrà come deve, quello sarà un prosciutto San Daniele DOP, fatto solo qui, in questo pezzetto d’Italia. E io corro ad assaggiarlo e a farne man bassa in paese…oggi è festa, Aria di Festa.

Il Collio in Friuli. Di passato e presente. Partendo dalla cantina Zuani

Un lembo di Friuli, stretto tra Gorizia, Isonzo e Slovenia. Una serie infinita di filari interrotta solo da minuscoli borghi, colline ricoperte di viti che ondeggiano al vento increspandosi come marosi, con un segreto da custodire: la Ponca, un terreno ricco di marne e arenarie, con minerali che danno un sapore unico al vino qui prodotto, l’oro giallo del Collio.

Un disciplinare rigido ed intransigente, che regola  coltivazione, vinificazione e persino irrigazione dei grappoli di cui mi parla Patrizia Felluga, anima della cantina Zuani, in località Giasbana, San Floriano del Collio e di Casa Zuani, relais immerso tra le viti di Friulano, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio da cui nascono il Collio Bianco Zuani Vigne e la Riserva Zuani Zuani, affinata in botticelle di rovere francese.

Mi fermo qui, in questo pezzo di paradiso, appena un paio di giorni, scoprendo che vorrei non finissero mai. Il Collio, un territorio di appena 1.500 ettari che in realtà non smetti mai di conoscere, con, ad ogni angolo, un artigiano da scoprire, una chiesa da visitare, un castello delle meraviglie.

Il Castello di Spessa, ad esempio, a Capriva del Friuli, le cui origini risalgono al 1200, un giardino e sale ottocentesche dedicate a un ospite illustre, Giacomo Casanova. Oggi wine resort, con ristoranti e bistrot all’interno e un golf club, il Castello di Spessa ha una cantina scavata nel Duecento sotto le fondamenta del maniero, collegata da un lungo tunnel a un bunker creato dall’esercito italiano nel 1939 a 18 metri di profondità: temperatura costante, il vecchio bunker è diventato oggi una barricaia ideale.

Ad un tiro di schioppo c’è Cormons, il delizioso paesino dove ho fatto visita a Luigi D’Osvaldo e al suo prosciuttificio, dal sapore affumicato e stagionato dai 14 ai 24 mesi. Il segreto sta nell’esperienza che si tramanda di generazione in generazione e in un mix di erbe – salvia, finocchi, rosmarino che insieme a ciliegio e alloro rendono il prosciutto di Cormons unico e diverso dalle altre eccellenze, il prosciutto San Daniele, il Sauris e il Carso, tutte prodotte nel raggio di pochi chilometri.

Il prosciutto di Cormons me lo sono gustato alla maniera friulana, con il rito del tajut: un buon bicchiere di ribolla o di friulano accompagnato da un assaggio dei prodotti locali. A Cormons presso l’Enoteca in piazza XXIV Maggio, per scoprire tanto sul Collio ed ottenere info ed indirizzi utili e all’osteria La Caramella in via Matteotti 1.

Il frico, patate, cipolle e Montasio e gli gnocchi di susine li ho assaggiati da Nonno Lince, un agriturismo in località Pradis; la carne alla brace Da Marcello invece, in via Corona 38. Comun denominatore sapori semplici e della tradizione e il paesaggio, viti a perdita d’occhio.

Quelle stesse viti che a Casa Zuani ti abbracciano e ti danno il buongiorno con il primo caffè del mattino e lungo cui amo passeggiare durante il mio soggiorno in attesa che una colazione ricca e golosa venga servita. Mi fermo a chiacchierare con la padrona di casa nei morbidi divani e sulle comode poltrone dei diversi salottini o in giardino, tra siepi e damigiane. Libri sulla regione, fiori freschi, antichi tappeti, una lunga sharing table dove degustare i vini di Casa Zuani accompagnati da delizie locali.

Scopro con lei che Zuani è un nome che risale alla disposizione catastale voluta da Teresa d’Austria. Perché questa era terra asburgica e nemmeno fino a troppo tempo fa. Parte del regno austro ungarico sino alla fine della Prima Guerra Mondiale – Caporetto è poco distante –  queste colline sono state testimoni di due conflitti mondiali, lo sradicamento e l’esilio di quanti non accettassero di essere italiani per lingua e cultura durante il fascismo, le frizioni e le spartizioni con la Iugoslavia titina, la convivenza difficile con il confinante sistema comunista nel periodo della Guerra Fredda.

Mi sorprendo ancora una volta a scoprire come le terre di confine abbiano un DNA specifico e complesso, come se ad ogni strato venisse fuori un segno tangibile che si pensa ingenuamente possa sparire e rimodularsi ma che invece resta lì, indelebile, a ricordarci quanto siamo di memoria corta. Lo faccio scorrazzando come una bimba tra confine sloveno e italiano con l’euforia e la libertà che oggi mi sono concesse e il desiderio di scoperta di un’altra terra, la Slovenia. Di vigna in vigna, di bellezza in bellezza.

 

Trieste. Di aperitivi al sambuco e vitovska

E’ estate. Le serate si allungano, i tramonti hanno un gusto speciale…e anche gli aperitivi! Magari ghiacciato, non troppo forte e fresco, festaiolo, sensuale quel tanto che basta.

Parlo del soft drink appena scoperto a Trieste e subito entrato nella mia top list di aperitivi da preparare anche a casa. E’ Hugo, dal nome vagamente aristocratico e mitteleuropeo, a base di prosecco, seltz, liquore di fiori di sambuco e un ciuffo di menta. Se vi piace tanto ghiaccio. Nothing more. In molti ci mettono lo sciroppo di sambuco…diffidate. Esistono tanti liquori a base del delicato fiore bianco che vanno bene per tutte le tasche. Lo Hugo è perfetto se accompagnato da un rebechin, un piccolo spuntino, magari un panino piccino con una fetta di prosciutto che qui in Friuli, tra San Daniele, Sauris, Cormons e Carso è un’eccellenza.

A Trieste lo trovate praticamente ovunque, così come in Friuli, Veneto, Trentino, dove pare sia nato, Austria, Svizzera, Germania. Io lo ho assaggiato  al cafè storico Stella Polare, vicino la chiesa di San Spiridione Taumaturgo, la chiesa serbo-ortodossa di Trieste, amato da Joyce e Saba, sala da ballo per i soldati americani nel  secondo dopo guerra.

E riprovato al Draw Food, in via Torino, decisamente più contemporaneo, ma con un fascino tutto suo.

E dopo l’aperitivo, visto che ci siamo, per cena, a Trieste, vi consiglio due indirizzi. Per il primo basta alzarsi dalle comode sedie di Draw Food ed entrare nel locale di fronte, Puro. Giovane, accogliente con i suoi social tables. Provati i bigoli con crostacei e molluschi…ottimi.

Il secondo indirizzo è Hostaria Malcanton. Cucina tipica ma con abbinamenti e profumi nuovi e accattivanti. Deliziosa anche la location. Cosa ho mangiato? Alici marinate con pesche e basilico, paccheri di kamut allo scoglio e gnocchi al basilico con vongole veraci e fiore di zucchina. Da leccarsi i baffi. All’Hostaria Malcanton ho scoperto, dopo la malvasia slovena e la ribolla gialla del Collio, la vitovska, un vitigno del Carso prezioso.

Volete portare qualcosa a casa da un viaggio a Trieste? Vi suggerisco due specialità triestine, la pinza e la putizza. Io le ho comprate in comode confezioni da Il Pane Quotidiano, viale XX Settembre. Aperto sempre, pane caldo e prodotti genuini.

Ci portiamo avanti per il caffè di domani? A Trieste il caffè è un’istituzione, ci si prende anche una laurea per prepararlo con sedi sparse in tutto il mondo. A Trieste se si vuole un espresso si chiede un “nero”, il caffè macchiato è un “goccia” e il cappuccino diventa il “capo” o “caffellatte” se in tazza grande. E allora come mancare una tazzina al Caffè degli Specchi, ospitato da Palazzo Stratti, nell’indimenticabile piazza Unità d’Italia? Prendetela seduti fuori con accanto il bicchierino di cioccolato che qui non manca mai. E godetevi la vita che scorre nella piazza, il profumo del mare che sembra invadere il pavimento in pietra d’Istria e arenaria grigia, la luce tersa, pulita, trasparente…

Ampelmann. Come sono belli i semafori a Berlino

Vi siete mai chiesti come fa ad attraversare la strada chi non distingue i colori? Rosso o verde, stop o avanti, chi lo sa. In Germania qualcuno ci ha pensato e lo ha fatto nel lontano 1961, quando ancora la Germania e la stessa Berlino erano divise in est ed ovest. Karl Peglau, psicologo in servizio nella Repubblica Democratica Tedesca creò gli Ampelmann, due piccoli e simpatici ometti, che sarebbero apparsi presto sui semafori di tutta la parte est della città di Berlino: il primo, sguardo frontale e braccia aperte avrebbe rappresentato il rosso, lo stop; il secondo, di profilo e rigorosamente rivolto verso la sinistra, il verde, l’avanti.
Quando, nel 1989, il Muro cadde e la Germania si riunificò, i simpatici omini furono soppiantati dai classici semafori sino a quando, Markus Heckhausen non pensò di recuperarne il design e farne delle lampade d’arredo.
L’idea impazzò e piacque tanto da riportare nelle strade gli Ampelmann che oggi hanno ripreso il loro posto nei semafori tedeschi e sono diventati un’icona di Berlino.
Non è finita qui: cercate un souvenir del vostro viaggio a Berlino? Accanto l’irrinunciabile orso, scegliete un Ampelmann, versione rossa o verde, non importa. E non portatevi a casa un semaforo, ma uno dei numerosissimi gadget di quello che oggi è un vero e proprio brand di successo. T-shirt, calamite, pupazzetti, utensili da cucina, caramelle gommose. I punti vendita sono ad ogni angolo in città con punti ristoro, bar e persino sdraio lungo la Sprea.

2 settembre 2018

Mi hanno appena contattata dalla Ampelmann offrendo a me e a tutti i lettori di viaggimperfetti.com un coupon sconto sul webshop Ampelmann del 10%, valido per ordini superiori a 25 euro sino al 31 dicembre di quest’anno? Ne volete approfittare?

Usate il codice VIAGGIMPERFETTI18 e buono shopping!

http://www.ampelmannshop.com