La Sicilia dei Florio. Continua il viaggio.

Prosegue il viaggio rigorosamente imperfetto sulle tracce dei Florio, la famiglia di imprenditori e mecenati che tanta influenza ebbe a Palermo, in Sicilia e nell’Europa di Ottocento e Novecento. Lo facciamo attraverso tappe tutte palermitane, ancora oggi visitabili, direttamente volute dai Florio o in qualche modo a loro legate. Dici Florio, dici Ingham ad esempio. E ancora Whitaker, Tomasi di Lampedusa, Lanza di Trabia…

In un eccezionale e insolito gioco di incastri e connessioni che riuscirebbero a rendere questo viaggio in Sicilia infinito e sempre più sorprendente.

Villa Whitaker. Storie di self made men

Norina e Delia Whitaker
Norina e Delia Whitaker

Concedetemi una digressione e un breve stop a Villa Whitaker in via Dante a Palermo. Abbiamo già detto quanto il legame con Benjamin Ingham incise sull’operato di Vincenzo e Ignazio Florio e su modalità e obiettivi delle loro strategie di commercio. Fu proprio Ingham a chiedere la collaborazione del nipote Joseph Whitaker, figlio della sorella Mary, nella gestione degli affari di famiglia. Zio e nipote si occuparono insieme della fabbrica dei vini a Marsala e della flotta di velieri che raggiungeva l’America del Nord e l’Estremo Oriente. Parte attiva nei loro commerci era ricoperta dall’amico Vincenzo Florio.

Villa Whitaker a Palermo
Villa Whitaker a Palermo

Villa Withaker è solo un esempio della ricchezza e dell’opulenza ottenuta da Ingham prima e dai nipoti Whitaker dopo. La palazzina tardo ottocentesca è un tripudio di quadri, mobili, vasellame, avori, argenterie che fanno bella mostra in un susseguirsi di saloni in stili diversi. Nel corridoio principale, degno di un antico maniero, su cui si affacciano le numerose sale, la coppia di elefantini in smalto provenienti dal palazzo imperiale di Pechino. E poi ancora i coralli trapanesi del 1600 e del 1700, la collezione di arazzi fiamminghi del XVI secolo che raccontano il viaggio di Enea da Troia alle rive del Tevere.

Il parco della villa è un viaggio nel viaggio, un vero e proprio orto botanico di specie e piante rare distribuite negli otto ettari della proprietà. Non ci sono più invece gli 11.000 esemplari del museo ornitologico creato dal figlio di Joseph, Joseph Isaac Spadafora Whitaker, detto Pip, donati all’Irlanda.

Villa Whitaker
Villa Whitaker – Palermo

Della sua passione per lo studio della Sicilia antica, resta il museo archeologico di Mozia nella Riserva dello Stagnone tra Trapani e Marsala, di fronte le saline Ettore e Infersa, dedicato alle scoperte sulla città fenicio punica nel Mediterraneo dello studioso Schliemann e dello stesso Whitaker.

Le saline Ettore e Infersa da dove si parte per Mozia
Le saline Ettore e Infersa da dove si parte per Mozia

Villa Whitaker e Mozia sono gestite dalla Fondazione Giuseppe Whitaker sotto l’alto patrocinio dell’Accademia Nazionale dei Lincei e sono aperte al pubblico. 

Villa Igiea e hotel Le Palme. Perle e lacrime di Franca Florio

Furono Ingham e Whitaker  a volere la costruzione della chiesa anglicana della Santa Croce in via Mariano Stabile, nel centro di Palermo. L’edificio nord europeo è a pochi passi dal Grand Hotel et des Palmes, meglio noto come Hotel delle Palme, al principio residenza dei Ingham, poi trasformata dal Cavaliere Enrico Ragusa in una delle residenze più celebri di Palermo.

Chiesa Anglicana della Santa Croce a Palermo
Chiesa Anglicana della Santa Croce a Palermo

Qui soggiornò Wagner che scrisse il terzo atto del Parsifal; con lui Renoir che lo convinse a posare per lui; dall’hotel delle Palme passarono uomini politici come Crispi che dall’albergo coordinò le operazioni contro i Fasci Siciliani, il boss Lucky Luciano, Sciascia e Guttuso e tanti, tanti altri…

E nel primo Novecento pare che nella hall dell’albergo fosse costume lanciarsi il <guanto della sfida> tra amanti che si contendevano i favori di una dama. Pare che tra questi ci fossero anche Ignazio Junior e il conte Arrivabene, marito di Vera, una delle amanti tra le più celebri del Florio dongiovanni.

Vera non era infatti l’unica con la quale Ignazio aveva tradito Franca: tradizione vuole che ognuna delle 365 perle della famosa collana fosse in realtà un’amante da farsi perdonare. Altri sostengono che la collana arrivò in dono dopo un altro famoso tradimento, quello con Bice Lampedusa, madre dell’autore del Gattopardo.

Che sia gossip o meno ciò che conta ed è realtà è che Franca Florio, Checchina per la famiglia, fu uno dei personaggi più amati, chiacchierati e osannati di Palermo.

Regina incontrastata di salotti e corti, bellissima accanto all’amato marito Ignazio Junior, Franca Iacona di San Giuliano fu amica di regnanti, capi di stato, artisti e poeti, dettò stile e diventò icona della Belle Époque.

Con la sua lunga collana la ritrasse Giovanni Boldini con le spalle scoperte, bellissima, in un ricco abito nero, consegnandola alla storia.

Una favola quella di Ignazio e Franca con tanti momenti bui però. E non parlo dei tradimenti e del tracollo finanziario che investì i Florio. Franca e Ignazio persero tre dei cinque figli. Restarono solo Giulia e Igea a cui fu intitolata un’altra delle residenze che ha fatto la storia della città, villa Igiea.

Acquistata nel 1899 e inizialmente destinata a sanatorio di alto livello con farmaci e laboratori all’avanguardia, Villa Igiea fu presto trasformata su progetto dell’architetto Ernesto Basile in un albergo di lusso conosciuto dal jet set internazionale che qui faceva sosta per godere della splendida posizione sul mare di Sicilia, dei dipinti di Ettore De Maria Bergler, dei mobili e delle tappezzerie Ducrot, delle porcellane Florio, della sala Basile e del suo prestigioso club, il <Cercle des étrangers>.

Entrambi gli alberghi esistono tutt’oggi e sono stati acquisiti da importanti società alberghiere. Al momento sono in ristrutturazione e l’apertura è prevista nel corso del 2020 nella speranza che, come da tradizione, si possa continuare a visitare le sale storiche che hanno reso immortali queste due dimore.

Palazzo Butera a Palermo. Dal mare al mare

Nel nostro viaggio sulle tracce lasciate dai Florio, Palazzo Butera ce lo lasciamo per ultimo. Semplicemente grandioso – settemila metri quadri, 118 finestre – Palazzo Butera guarda al mare, quello stesso mare da cui, al principio del 1800, i Florio arrivarono e costruirono un impero. 

Voluto dalla potente famiglia dei duchi Branciforti nel 1692, passa nel 1814 di proprietà ai Lanza, principi di Trabia.

Giulia Florio, figlia di Ignazio e Giovanna D’Ondes, sorella di Ignazio Junior e Vincenzo, sposa Pietro Lanza, principe di Trabia nel 1885 e il palazzo si apre alla stagione palermitana della Belle Époque.

Dopo anni di degrado a seguito del crac di casa Florio e di successive vicissitudini che hanno investito l’intera città di Palermo, Palazzo Butera è rinato grazie a Massimo e Francesca Valsecchi, collezionisti tra Londra e Milano, che lo hanno trasformato in un polo d’arte, di studio, di crescita.

I restauri dell'ultimo piano nel rispetto di ciò che è stato
I restauri dell’ultimo piano nel rispetto di ciò che è stato

Il battesimo di Palazzo Butera rimesso a nuovo si è avuto nel 2018, a restauro parziale, con Manifesta12, la Biennale europea d’arte contemporanea. Da allora migliaia di visitatori hanno avuto il privilegio di godere della perfetta commistione tra classico e contemporaneo con mostre permanenti e altre temporanee. Prossima l’apertura dell’ultimo piano in cui ho avuto il piacere di sbirciare ( nessun privilegio: a Palazzo Butera ciò che si fa è visibile a tutti con giornate dedicate).

Al pianterreno luoghi di ristoro direttamente collegati alla Passeggiata delle Cattive, un camminamento ottocentesco sospeso sul mare; una mostra dei sopraporta del piano nobile coi dipinti delle dieci città possedute dai Branciforti, principi di Butera; una scala elicoidale con passerelle sopra manufatti direttamente provenienti dalla fonderia Oretea, l’archivio del 1795 finemente restaurato, il grande cortile con la pianta di jacaranda le cui radici hanno raggiunto i canali idrici del palazzo e sono visibili, custodite da un pavimento a vetri ed esaltate da maioliche antiche che ne segnano il percorso.

Al piano nobile la collezione Valsecchi; la Biblioteca con in alto l’iscrizione “Tecta lege lecta tege”, ” leggi i libri qui custoditi, custodisci i libri dopo averli letti”; i calchi di Anne e Patrick Poirier; i wall drawings a pastello di Tremlett, la terrazza maiolicata che profuma di solandra da dove nel 1784 si sollevò una mongolfiera, espressione dello spirito illuminista dell’epoca. Un unico fil rouge in bilico tra antico e moderno che prosegue fino all’ultimo piano, al sottotetto e al torrino da cui il panorama sulla città è indimenticabile.

Tutto attorno c’è Palazzo Abatellis, lo Steri, la Kalsa, lo storico quartiere di origine araba. E quel mare grande, culla di cultura, autostrada di genti, custode di segreti e storie di uomini coraggiosi come i Florio.

Palermo dai tetti di Palazzo Butera
Palermo dai tetti di Palazzo Butera

E non finisce qui…

Il viaggio intrapreso potrebbe proseguire a lungo. Ovunque in Sicilia e specie a Palermo i Florio continuano a vivere nella storia dell’isola, nella sua toponomastica, in luoghi icona per ogni siciliano.

Abbiamo parlato ad esempio della Fonderia Oretea: cambiò destinazione d’uso e durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata e quasi totalmente distrutta. Oggi è stata restaurata e trasformata in un luogo d’aggregazione culturale.

Stessa sorte per lo Stand Florio, l’edificio progettato da Ernesto Basile e commissionato da Vincenzo Florio Junior. Doveva fare parte di un complesso ricreativo, balneare e sportivo della costa sud di Palermo ma non fu mai portato a termine. Oggi, grazie alla sinergia tra pubblico e privato, si è trasformato in un Contemporary Hub.

Il Palchetto della Musica in piazza Castelnuovo, meglio nota come piazza Politeama a Palermo è rimasto al suo posto. Voluto dai Florio e realizzato dallo scultore Salvatore Valenti è ancora oggi un punto di riferimento per i palermitani.

Infine un cimitero, il Santa Maria Gesù a Palermo dove, nella cappella progettata dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda, riposano i Florio. A guardia del loro sonno eterno c’è un leone…

Per continuare il viaggio

I libri che ho letto e che consiglio:

I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale – Orazio Cancila, Rubettino editore. Un valido strumento di approfondimento e un attento racconto che parte dai Florio in Calabria.

I leoni di Sicilia. La saga dei Florio – Stefania Auci, Editrice Nord. Impossibile non appassionarsi alla saga dei Florio attraverso le pagine di questo romanzo. Un bestseller che ha fatto rivivere le vicende dei Florio arrivati a Palermo ad inizio Ottocento a migliaia di lettori.

 

 

 

La Sicilia dei Florio. Storia di leoni, perle e…scatolette

Pensate mai al genio e alla capacità visionaria di una famiglia di mercanti di spezie ogni volta che aprite una scatoletta di tonno?

Vi siete mai imbattuti nell’immagine di un leone che sembra abbeverarsi lungo un fiume, magari su un’etichetta di vino Marsala, una di quelle di inizio Novecento?

Avete mai sentito parlare di una collana lunga sette metri composta da 365 perle? E della donna che la indossava e che Gabriele D’Annunzio amava chiamare l'<Unica>?

Prima parte del viaggio, rigorosamente imperfetto, nei luoghi dei Florio, la grande famiglia di commercianti, armatori e mecenati che per più di un secolo dominarono la scena imprenditoriale palermitana e italiana.

Il Villino Florio a Palermo e il Parco dell’Olivuzza che non c’è più

Partiamo da qui. Dal Villino Florio, in viale Regina Margherita a Palermo, una splendida villa Art Nouveau ideata dall’architetto Ernesto Basile tra il 1899 e il 1902 e commissionata da Ignazio Florio Junior per il giovane fratello Vincenzino.

Un tripudio di vetrate policrome, saloni, torrette, merlature e capitelli che hanno ospitato feste e grandiosi ricevimenti, tutto il bel mondo e l’aristocrazia siciliana e internazionale della Belle Époque.

Tre livelli, tre distinti piani, rispettivamente dedicati allo svago, all’accoglienza e ultimo, il più alto, utilizzato come area privata, sono ciascuno massima espressione dello stile Liberty in Italia, con motivi floreali ovunque: fiori e foglie sulla carta da parati, nelle strutture in ferro battuto all’esterno e in terrazza, nelle decorazioni lignee presenti sui tre livelli sino al <ramage> che occupa l’intero soffitto al termine della scala principale.

Ph Guido Antonio Sorano - Villino Florio
Ph Guido Antonio Sorano – Villino Florio

In realtà il Villino Florio è solo una piccola parte di una assai più grande proprietà immobiliare che occupava le odierne piazza Principe di Camporeale e piazza Sacro Cuore, via Oberdan, parte di via Dante, corso Finocchiaro Aprile.

Un’intera contrada, un tempo <l’Olivuzza>, ricca d’acqua, coltivata e alberata, considerata il giardino di Palermo, quello delle élites però, perché qui avevano avuto le loro ville e residenze estive le più prestigiose famiglie nobiliari: il principe di Belmonte, il duca di Monteleone, la principessa di Butera Caterina Branciforti, persino la zarina Alexandra Fedorovna, moglie dello zar Nicola I che, nell’autunno del 1845, scelse l’Olivuzza per soggiornarvi e curare al sole di Sicilia quello che allora veniva chiamato <mal sottile>, la tubercolosi.

Nella seconda metà dell’Ottocento, anche i Florio decisero di acquistare all’Olivuzza un’enorme tenuta di cui, abbiamo già detto, il Villino ne è solo una porzione ma anche espressione del periodo di massimo fulgore. A comprare l’intera tenuta all’Olivuzza fu Vincenzo Florio che qui morì poco dopo, nel 1868. Vi si trasferirono in seguito il figlio Ignazio con la moglie Giovanna D’Ondes. I loro figli, Ignazio Junior, Vincenzino e Giulia erediteranno un impero che in poco tempo e in anni non così lontani dalla costruzione del villino Florio, cadrà in mille pezzi.

Di quel mondo all’Olivuzza resta solo il Villino Florio; tutto il resto fu smembrato e venduto. Ogni singola parte è passata di proprietario in proprietario con destinazioni differenti nel tempo; alcune sono state abbandonate e versano in stato di abbandono, altre sono oggi occupate da enti e istituzioni.

Anche il villino ha rischiato di scomparire, inghiottito dalla lottizzazione dell’area e dalla successiva costruzione di immobili che nel tempo hanno preso il posto di parchi e giardini. Nel 1962 un incendio di natura dolosa lo ha gravemente danneggiato e l’odierno aspetto è il risultato di un’attenta opera di ristrutturazione della Regione Siciliana. Oggi il Villino Florio è visitabile e del tutto gratuito.

Si ringrazia il fotografo Guido Antonio Sorano per le splendide foto del Villino Florio.

Borgo Vecchio a Palermo. Da via dei Materassai alle stelle

Li hanno definiti <regnanti senza corona> (Vincenzo Prestigiacomo, Nuova Ipsa Editore). I Florio, a inizio Novecento sono una famiglia celebre in tutta Europa, potente, ricchissima. Eppure l’epopea dei Florio inizia da una piccola e malmessa bottega di spezie al Borgo Vecchio di Palermo, assai lontano da sfarzo e nobiltà.

I primi Florio erano calabresi e lasciarono Bagnara al principio dell’Ottocento per raggiungere la Sicilia in cerca di fortunaPaolo Florio con la moglie Giuseppa Safflotti e il piccolo Vincenzo insieme allo zio Ignazio si trasferirono in via dei Materassai e trasformarono una modesta aromateria in un’avviata e remunerativa attività commerciale.

Oggi in via dei Materassai non c’è nulla che ricordi i Florio ma è facile immaginare Giuseppa e il piccolo Vincenzo apparire negli stretti vicoli, uscire dalla chiesa di Santa Maria La Nova, passare accanto piazza San Giacomo La Marina. E magari seguire Paolo e il fratello Ignazio lungo via Argenteria Vecchia e via dei Cassari, lì dove oggi ci sono i banchi della Vucciria e Santa Rosalia appare sui muri e sulle saracinesche delle botteghe. E poi vederli scendere giù verso la Cala, al porto, in attesa che i carichi di zafferano, salsapariglia, cannella, noce moscata, cassia, rabarbaro, garofano partissero e quelli di genziana, valeriana ma anche cioccolato, zucchero e caffè arrivassero.

E’ qui, tra sommacco e pepe che nasce la leggenda dei Florio il cui simbolo è il leo bibens, il leone febbricitante che beve l’acqua che scorre accanto le radici degli alberi di china in bella mostra sull’insegna della bottega di via dei Materassai. Perché il carico più prezioso e ricercato era quello del cortice, la polvere della corteccia triturata dell’albero di china, al tempo un potente e diffuso antipiretico che i Florio vendevano, contestati dai farmacisti locali e invidiati per la rapida ascesa e i solidi rapporti con i più abili commercianti inglesi.

Vi dice niente il nome Benjamin Ingham? Fu con lui che il giovane Vincenzo comprese la portata della rivoluzione industriale in Gran Bretagna e portò a Palermo la prima macchina per trasformare la corteccia dell’albero di china in una polvere finissima.

Riuscite a vederli mentre chiudono i migliori affari nella vicina Piazzetta delle Dogane? Lì dove entravano le merci sottoposte a dazio che poi venivano trasferite e conservate in un’area del leggendario Palazzo Chiaramonte Steri, oggi complesso monumentale, in attesa che i diritti di dogana venissero pagati.

Palazzo Chiaramonte, noto come lo “Steri”, è uno dei luoghi simbolo della città di Palermo. Racchiude sette secoli di arte e di storia della Sicilia
Foto web – Palazzo Chiaramonte, noto come lo “Steri”, è uno dei luoghi simbolo della città di Palermo. Racchiude sette secoli di arte e di storia della Sicilia

I Florio non sono più <putiari>. La Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella

Ad appena una quarantina d’anni dall’arrivo di Paolo e Ignazio Florio da Bagnara, <putiari>, proprietari di bottega in maniche di camicia, Don Vincenzo, figlio e nipote prediletto, futuro Senatore del Regno d’Italia, commissiona all’architetto padovano Carlo Giachery la riconfigurazione a residenza di larga parte dell’antica tonnara dell’Arenella a Palermo.

La Palazzina dei Quattro Pizzi dei Florio all'Arenella
La Palazzina dei Quattro Pizzi dei Florio all’Arenella – Palermo

Nasce così la Palazzina dei Quattro Pizzi, con le inconfondibili torrette angolari cuspidate ai quattro lati, guardiana sul mare che la lambisce, protetta alle spalle dal monte Pellegrino, giusto biglietto da visita del potere crescente di una famiglia di imprenditori: residenza di rappresentanza edificata su un’antica tonnara in attivo sino al 1912 e sede negli anni di un mulino a vento per la molitura del sommacco da cui si estraeva il ricercato tannino.

La residenza dei Florio doveva stupire il visitatore, incantarlo con la sua architettura fuori dal comune e lo sfarzo degli ambienti. Il salone al primo piano a cui un tempo si accedeva attraverso un lungo terrazzo maiolicato desta ancora oggi meraviglia e stupore.

Lo attraversarono anche  lo zar di Russia Nicola I e la zarina Alessandra in visita nel 1845 e ne rimasero così impressionati da volerne fare una copia, la <Renel&quot>, nella residenza estiva di Snamenka vicino San Pietroburgo andata distrutta con la Rivoluzione d’Ottobre.

La Palazzina dei Quattro Pizzi. Sul piano, il dettaglio della residenza voluta dallo zar di Russia
La Palazzina dei Quattro Pizzi. Sul piano, il dettaglio della residenza voluta dallo zar di Russia

Quando, quasi un secolo dopo, l’impero dei Florio cadde, la palazzina dei Quattro Pizzi si salvò dallo sfacelo grazie a Donna Lucie Henry, seconda moglie di Vincenzo Junior. La vendita dei suoi diamanti leggendari passò alla storia come atto d’amore per il marito con il quale si trasferì all’Arenella.

Ancora oggi la vecchia tonnara ospita la residenza degli eredi di quel mondo che non c’è più ma che, con passione, continuano a custodire e far conoscere attraverso la fondazione Casa Florio che gestisce le visite al sito e organizza eventi.

Visitare Casa Florio significa ammirare i motivi e i disegni di Salvatore Gregorietti che in larga parte riprendono quelle della sala Ruggero II nel Palazzo dei Normanni. Si alternano alle epiche gesta dei paladini dipinti dal maestro di Bagheria Emilio Murdolo secondo lo stile tradizionale dei carretti siciliani.

Restano i cimeli dell’epoca di Ignazio Junior e della moglie Franca:  il set da toletta, il barometro originale del Sultana, uno dei lussuosi yacht privati della famiglia, le ceramiche Florio con il simbolo del cavalluccio marino, gli abiti, le immagini e gli articoli del quotidiano l’Ora, fondato da Ignazio Junior.

Vincenzo Junior e Lucie Henry sono poi ovunque all’Arenella: nei quadri che lui si dilettava a dipingere, nella sezione dedicata alla Targa Florio da lui ideata, nelle splendide foto che  li ritraggono ed in particolare in una dolcissima e un po’ malinconica, divenuta immagine simbolo di Casa Florio.

Vincenzo Junior e Lucie Henry
Foto web – Vincenzo Junior e Lucie Henry

Infine un vecchio armadio con ancora impressi i nomi delle spezie sui singoli cassetti. Era di Paolo Florio e risale all’aromateria da cui tutto ha avuto inizio e fa parte della residenza privata dei Florio.

All’Arenella fate caso ai <quattro pizzi>, le quattro cuspidi che hanno dato il nome al villino. Una fu danneggiata nel terremoto del 1968 e ricreata dall’artista Domenico Pellegrino secondo uno stile evocativo che ricorda le luminarie della tradizione e una modernità decisamente pop. In definitiva la contaminazione ideale tra vecchio e nuovo riaccendendo un “faro” su una famiglia che ha fatto la storia in Sicilia.

Di cialome e di tonno. E di scatolette pure

Ripartiamo da una tonnara. Il settore della pesca e della caccia del tonno costituì uno dei primi tentativi dei Florio di estendere i propri commerci e diversificarli dall’esclusiva vendita di spezie.

Non è un caso che la prima residenza di rappresentanza nascesse proprio all’interno di una tonnara. In pochi anni Vincenzo trasformò l’intuizione iniziale dello zio calabrese Ignazio in un vero e proprio business. I Florio riuscirono in poco tempo a gestire tutte le tonnare della zona tra cui quella di San Nicolò l’Arena, Vergine Maria, Isola delle Femmine…

Riuscire a visitarne una è un viaggio in un mondo fatto di tradizioni e bellezza sullo sfondo di una lotta antica tra uomo e pesce ben diversa dalla caccia esasperata e dannosa che caratterizza le odierne tonnare volanti.

Con viaggimperfetti siamo già stati alla tonnara di Scopello. Ne abbiamo scoperto la corte interna, i depositi, gli alloggi, la rimessa delle barche, la cappella dei Gesuiti, i faraglioni a guardia di una realtà fatta di riti e regole ben precise.

Ma per capire quanto il nome dei Florio sia legato alle tonnare in Sicilia è necessario spostarsi a Favignana e presso l’intero arcipelago delle Egadi di cui, a partire dal 1841, Vincenzo prima, Ignazio poi furono dominus incontrastati. Fu Vincenzo a capire che conservare il tonno sott’olio e non sotto sale come si usava all’epoca era molto più remunerativo e salubre; Ignazio a portare a termine l’dea rivoluzionaria del padre: inscatolare i tranci di pesce in comode scatolette rivestite di stagno con apertura a chiave. Nasceva il tonno a marchio Florio delle tonnare di Favignana e Formica in uno degli stabilimenti più all’avanguardia per l’epoca .

L’ex stabilimento è oggi museo e tappa futura di viaggimperfetti.

Dopo la vendita degli stabilimenti ai Parodi, il marchio Florio tornerà negli anni ottanta grazie a Nino Castiglione, semplice operaio ad inizio Novecento i cui eredi creano una linea in onore della storica famiglia con preziose scatolette su cui, ancora una volta, appare il leo bibens, il leone dei Florio.

Marsala. Il Leo Bibens è passato anche da qui

Il leo bibens è ben visibile in un altro stabilimento in Sicilia dove, ancora oggi, si produce vino eccellente. Ci spostiamo a Marsala, patria del vino liquoroso che, tradizione vuole, il commerciante inglese John Woodhouse assaggiò a fine Settecento e trasformò negli anni a seguire in uno dei business più redditizi del tempo. A lui seguì Benjamin Ingham e, guarda un po’, proprio Vincenzo Florio che cominciò a produrre il vino apprezzato in tutta Europa.

Oggi il marchio Florio è stato acquisito dalla famiglia Reina e riunito in un’unica realtà con altri due brand storici: Corvo e Principe di Salaparuta. Tre etichette siciliane che oggi si presentano nel baglio di Marsala: 44.000 mq di superficie, ampi archi a sesto acuto e pietra di tufo voluta da Vincenzo Florio nel 1832.

L’esperienza Florio è stata rivisitata con una nuova e bellissima sala degustazione; l’odierna enoteca è dalle linee  accattivanti e minimal; le riproduzioni al neon delle più note locandine pubblicitarie dedicate al mito dei Florio attirano l’attenzione del visitatore facendo rivivere gli anni della Targa Florio, quando la corsa automobilistica nelle strade tortuose delle Madonie tra Castelbuono e Geraci attirava appassionati da tutto il mondo, le copertine di Rapiditas, il giornale ufficiale della corsa, erano rese uniche dagli artisti del tempo e i Florio erano i maggiori impresari del Teatro Massimo di Palermo.

A Marsala, resta però come una volta l’antica bottaia, il suo profumo di cantina che si mischia alla brezza di mare, le botti in rovere rosso di Slavonia.

Qui si fermò Garibaldi, qui Ignazio decideva le nuove strategie per rendere il marchio di famiglia il più famoso e competitivo, da qui partivano le navi che portavano il Marsala dei Florio in giro per il mondo. Ve ne ho già parlato? Vincenzo Florio fu il primo a capire che la vera ricchezza sarebbe arrivata investendo nel trasporto di merci e persone e nel 1840 intraprese un’attività armatoriale su grande scala fondando con Ingham e più di altri 100 soci la Società dei Battelli a Vapore Siciliani. I Borboni prima, i Savoia più tardi gli assegnarono le concessioni per il servizio postale. E per essere certi che operai qualificati fossero in grado di creare e sostituire parti meccaniche, Vincenzo nel 1841 acquisì anche la Fonderia Oretea la cui ghisa e il cui ferro contribuirono in larga parte alla realizzazione della Palermo Liberty di inizio Novecento.

Qualche anno dopo con Ignazio, i Florio furono a capo con Rubattino della Navigazione Generale Italiana con una flotta di piroscafi che facevano la spola tra Genova, Napoli e New York.

Dalle viscere della terra. I Florio e lo zolfo in Sicilia

Ingham fu socio di Vincenzo anche nella Anglo Sicilian Sulphur Company Limited. Avete mai sentito parlare della produzione e del commercio dello zolfo in Sicilia? Quella siciliana sembrava essere una miniera inesauribile e lo zolfo siciliano era il più venduto e ricercato per essere lavorato nelle fabbriche che stavano nascendo ovunque in Europa.

A pagare il prezzo più alto furono uomini e soprattutto bambini impiegati nelle miniere sparse nell’agrigentino, nell’ennese e nel nisseno e persino nel palermitano e nel catanese: file continue e costanti di esseri umani che scomparivano in profonde gallerie ed emergevano carichi di pesanti ceste di pietre gialle.

Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, la richiesta cadde e le miniere cominciarono a chiudere una dopo l’altra, in tanti emigrarono lasciando la Sicilia. Oggi molti siti sono in stato di abbandono, in alcuni sono stati allestiti musei come a Trabia Tallarita e a Cozzo Disi di Casteltermini. A Villarosa e Villapriolo , nel nisseno, è possibile fare un viaggio in quel mondo grazie ad un percorso nella storia delle miniere di zolfo e nella vita di quanti furono costretti ad emigrare. Lo si fa partendo dalla stazione ferroviaria, dove un tempo i carichi di zolfo partivano per raggiungere l’Europa, e con la visita delle case museo di emigrati ed ex minatori.

Per continuare il viaggio

I libri che ho letto e che consiglio:

I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale – Orazio Cancila, Rubettino editore. Un valido strumento di approfondimento e un attento racconto che parte dai Florio in Calabria.

I leoni di Sicilia. La saga dei Florio – Stefania Auci, Editrice Nord. Impossibile non appassionarsi alla saga dei Florio attraverso le pagine di questo romanzo. Un bestseller che ha fatto rivivere le vicende dei Florio arrivati a Palermo ad inizio Ottocento a migliaia di lettori.

 

Un grazie speciale a Barbara Mazzola, guida turistica appassionata; a Guido Antonio Sorano, fotografo, che ha impreziosito questo articolo con le foto del Villino Florio; a tutto il team dell’associazione Siciliando senza il quale questo viaggio non sarebbe stato uguale.

A breve su viaggimperfetti la seconda parte del viaggio dedicato ai Florio…

 

 

Dove scorre la Dronne. Brantôme in Périgord

E’ bizzarro come la Dronne circondi Brantôme. Gli passa attorno lambendolo dolcemente, quasi abbracciandolo. Il fiume francese circonda il cuore del borgo con un cerchio quasi perfetto per poi riprendere placido il suo corso.

Lo fa scorrendo sotto i ponti di Brantôme, rallentando lì dove un albero si piega accarezzando l’acqua, accelerando dove in estate ci si diverte in kayak, sotto le finestre e i balconi della piccola cittadina, davanti l’antica abbazia che la tradizione vuole fondata da Carlomagno in persona in onore di San Pietro.

L'abbazia a Brantôme
L’abbazia a Brantôme

D’acqua e di pietra

L’acqua è quella della Dronne, lo abbiamo detto, il cui rumore è il refrain costante di uno dei luoghi più visitati del Périgord a nord, il Périgord Verde. La pietra è quella della falesia davanti cui è stata costruita l’abbazia di Brantôme, casa di eremiti e  chissà di quali altri popoli molti secoli prima.

Ma andiamo con ordine. E’ stato davvero Carlomagno a volere questa struttura? E’ qui che avrebbe portato le reliquie di San Sicaire, uno dei bambini uccisi da Erode dopo la nascita di Cristo?

Ciò che è certo è che l’abbazia benedettina ha visto nei secoli padroni e destinazioni  differenti. Ha subito modifiche nel XII secolo, poi nel XIII, nel XV e una importante ristrutturazione a partire dal 1850. Accanto il chiostro, il campanile edificato sulla roccia, le grandi sale, l’elegante scala Vauban, è passata la storia, di epoca in epoca, lasciandoci  un luogo che rende Brantôme ancora più bella.

Il mistero delle grotte

La meraviglia arriva appena alle spalle dell’abbazia, lì dove la falesia è stata scavata e modificata e dove tutto ha avuto inizio.

Sono stati alcuni eremiti i primi a farne casa? L’esistenza di numerosi siti preistorici nella valle della Dronne, le tracce romane e gallo-romane, fanno pensare a inquilini ben più anziani. E forse, lì dove uomini solitari hanno pregato Cristo, altri hanno venerato divinità antiche.

Ancora un mistero, forse il più grande. In una di queste grotte, un’intera parete è occupata da un grandioso bassorilievo. Scavate sulla nuda pietra appaiono figure angeliche, scheletri, una testa coronata, forse monaci. Su tutte incombe quella che potrebbe essere una grande figura divina. Appena sotto, al centro, la Morte.

Il mistero dei bassorilievi a Brantôme
Il mistero dei bassorilievi a Brantôme

Si tratta di Cristo? Di una figura pagana? Del trionfo della morte? Del Giudizio Universale? Le interpretazioni che si sono susseguite a partire dall’Ottocento sono tante e contrastanti. Resta la grandiosità di questa e delle altre opere presenti nelle grotte tra cui una crocifissione che potrebbe risalire al XVII secolo.

I monaci nelle grotte. Di mulini e piccionaie

La grotta con i bassorilievi è solo una delle tante del percorso alle spalle dell’abbazia. Si susseguono una dopo l’altra rivelando l’uso che ne facevano i monaci. Delle enormi piccionaie corrono lungo le facciate delle grotte. Pare infatti che i piccioni fossero fonte di nutrimento per la loro carne, di ricchezza per il valore degli escrementi come fertilizzante sul mercato e di prestigio: l’autorizzazione ad allevarli era concessa ai soli proprietari terrieri e il numero degli uccelli fissato in base a superfici possedute e ricchezza.

Infine un mulino, o meglio un sistema di sfruttamento della sorgente presente qui che, ancora oggi, alimenta una parte del borgo.

Travel Tips

Ristorante Côté Rivière – boulevard Coligny 13

Affacciato sulla Dronne con un piccolo ma gustoso e curato menu. Atmosfera familiare, perfetto per una serata romantica (molto romantica!!!)sul fiume.

Moulin de Vigonac – albergo e ristorante gestito dalla famiglia Alexeline.

Proprio lì dove dove la Dronne lascia il cuore di Brantôme e riprende il suo corso, una struttura di charme lungo il fiume e un antico mulino.

Francia, Rocamadour funambola

Esistono luoghi con un’energia speciale, una luce che percepisci e, se sei fortunato, assorbi e fai tua. Rocamadour, nel sud della Francia, Dipartimento del Lot, Occitania, è uno di questi.

Rocamadour, funambola sulla nuda pietra
Rocamadour, funambola sulla nuda pietra

Rocamadour, storia e arte su tre livelli

Quando la vedi, abbarbicata alla nuda pietra, ti chiedi come abbiano fatto a costruirci su un villaggio, un centro religioso, persino un castello.

La falesia su cui Rocamadour “sta” in funambolico equilibrio, abbraccia dall’alto la valle in cui scorre il fiume Alzou. Il paesaggio circostante è quello del Parco Regionale dei Causses del Quercy ed è di incredibile bellezza.

Per goderne appieno occorre sfidare le stessi leggi di gravità che sfida il borgo medievale e salire fin su, fino al livello più alto, quello in cui sorge il castello, un complesso di bastioni difensivi che risale al Trecento e che per secoli contribuì a preservare la fama di Rocamadour quale fortezza inespugnabile.

Luogo di miracoli, protetta per secoli da uno scudo imbattibile, quello della fede di migliaia di pellegrini che qui arrivavano da tutta Europa, Rocamadour fu infine quasi distrutta durante le guerre di religione. Tornò più forte e più bella dopo il rinvenimento della miracolosa icona della Madonna Nera, simbolo di devozione e pellegrinaggio e di una campana dell’antico santuario, solo una, che si dice suoni ogni volta che la Vergine concede ancora oggi un miracolo nel mondo.

Entrambe, icona e campana, sono custodite nella cappella di Notre Dame, all’interno del complesso dei Sanctuaires posti al livello intermedio di Rocamadour. L’ultimo, il più basso, è il centro storico, la Cité, attraversata da un’unica via pedonale sui cui lati, uno dopo l’altro, si susseguono negozi di souvenir e ristoranti.

I tre livelli sono collegati da un comodo sistema di ascensori ma il pellegrino che si reca a Rocamadour preferisce affrontare l’Escalier des Pelerins (più di duecento scalini che in molti percorrevano in ginocchio) tra la Cité e la zona dei Santuari e il sentiero Chemin de Croix, tra quest’ultima e il castello.

Dove la bellezza incontra la fede

Ai Sanctuaires
Ai Sanctuaires

E’ al secondo livello che capisci la sacralità di questo luogo, che ne percepisci forte l’energia. C’è un ampio slargo all’ingresso della <città sacra>: superarne il principio, attraversando uno stretto corridoio che arriva ai Sanctuaires, è uno spartiacque tra tutto ciò che di Rocamadour hai visto sino a questo momento e una visita diversa, un percorso di conoscenza, un viaggio nella fede. Che tu ce l’abbia o meno.

Sette tra chiese e cappelle che ruotano una accanto l’altra ad altezze diverse e in uno spazio più esiguo di quanto si possa pensare. Quasi che la forza che irradiano spinga  verso il centro salendo verso l’alto. Tra guglie e scale che si aggrappano e inerpicano sulla roccia chiara i visitatori fanno tappa nella basilica di San Salvatore, la più grande, nella cappella di Sant’Anna, in quelle di San Biagio, San Giovanni Battista, San Luigi, San Michele sino a quella di Notre Dame, la cappella che custodisce la Madonna Nera.

Il clamore delle voci che echeggia lungo la via principale della Cité qui si affievolisce, si fa sussurro, bisbiglio, preghiera.

Prima di entrarci, una sosta davanti il luogo dove per tradizione sarebbe stato sepolto Sant’Amadour, il primo eremita. Ancora un attimo da dedicare al punto esatto in cui, leggenda vuole, la mitica Durlindana, la spada di Orlando, paladino di Carlo Magno, fu incastonata nel muro affinché non cadesse in mano musulmana prima della famosa battaglia di Roncisvalle.

Infine la cappella di Notre Dame. Piccola, raccolta, alla luce tremula di decine di candele che illumina i tanti ex voto, le targhe, gli oggetti sacri, i simboli di una devozione antica ed espressione di milioni di <grazie> che sfidano i secoli e si rincorrono, risuonando, nel prezioso santuario.

Una storia di fede lunga secoli
Una storia di fede lunga secoli

Ancora Rotterdam. Sulla Mosa

Siamo partiti da un ponte. Continuiamo a raccontare la città olandese scoprendone altri due, stavolta sull’acqua. Sul passato e sul futuro.

Wilhelminapier. Sulla prua di una nave

La parte di Rotterdam a sud della Mosa, il fiume che spacca in due la città, si allunga sull’acqua con grandi lingue di terra. Quella centrale, la Wilhelminapier, un tempo era deputata a luogo di addii e di grandi viaggi. Alla fine dell’Ottocento da questa banchina partirono migliaia di emigranti diretti a New York in cerca di una vita nuova e forse migliore. La compagnia che gestiva le traversate era la Holland Amerika Lijn (HAL), la cui sede storica, uno splendido edificio in stile liberty, oggi ospita l’hotel New York.

Soggiornarvi o visitarlo – le sale al piano terra e il ristorante sono aperti al pubblico – significa rivivere in parte quel momento storico fatto di speranze, sogni, decisioni importanti e spesso obbligate. Tutto ricorda una grande nave, la rotta atlantica, un tempo lontano. Date un’occhiata al testo dedicato al New York hotel in bella vista nel book corner della hall: vi suggerirà epoche passate, momenti felici, altri difficili con un comun denominatore: l’andare, il partire.

Accanto l’hotel, proprio dove insisteva il molo, c’è Lost Luggage Depot, l’opera in ghisa di Jeff Wall raffigurante valigie, borse ed oggetti di epoche diverse. Tutti smarriti, persi per sempre, così come il posto da cui si veniva e la vita che si conduceva, una volta partiti per l’ignoto. Ieri come oggi.

“I want the monument to remember those who have left, whenever they left, and to recognise those who arrive, whenever they have arrived, and from wherever they have come”  – Jeff Wall

Lost luggage depot. Ieri come oggi
Lost luggage depot. Ieri come oggi

Fenix Food Factory. Back to the origin

Restiamo al centro della Mosa, stavolta sulla penisola di Katendrecht, detta anche <Il Capo>, un tempo quartiere portuale famigerato e oggi zona di tendenza anche grazie alla Fenix Food Factory .

Da qui il panorama sul Wilhelmina Pier e sul New York Hotel è mozzafiato. Ci potete arrivare scendendo a Rijnhaven e percorrendo un breve tratto a piedi o con un comodo watertaxi. La Fenix Food Factory è raggiungibile dal New York Hotel a piedi grazie ad un piccolo ponte pedonale.

Ma cos’è Fenix Food Factory? Un vecchio capannone industriale trasformato in un mercato del cibo buono, sano e rigorosamente artigianale. Ci trovate Booij Kaasmakers, produttori di formaggi, Jordy’s bakery, un panificio che sforna pane, croissant e altre delizie, Kaapse Brouwers, dove si produce birra, Stroop Rotterdam per assaggiare i famosi stroopwafels con un tocco originale dato dalla lavanda, il sale o il pepe nero. Ci trovate anche una libreria, che non guasta mai, la Bosch&de Jong e tanto, tanto altro.

Non vi aspettate lusso e luci al neon: la struttura iniziale è ancora visibile, ogni sedia o tavolino è stata creata con materiali semplici e può capitarvi di vedere stampigliare il marchio del negozio su buste riciclate e riciclabili. Tutto qui è easy e all’insegna del buono e del funzionale.

Tra passato e futuro. Skyline sul Mosa

Ritorniamo per un attimo al New York Hotel. Vi ho detto che si tratta di un edificio storico legato al passato di Rotterdam. Non vi ho detto che è circondato da alti e avveniristici palazzi e grattacieli che, negli anni, hanno trasformato lo skyline della città sulla Mosa e che la stanno traghettando verso il futuro.

Il grattacielo New Orleans con la facciata in pietra che ospita un teatro, il World Port Center, Las Palmas, il Maastoren, il De Wilhelminahof, il Toren op Zuid e infine il De Rotterdam: tre torri alte 150 metri collegate tra loro in un equilibrio perfetto. O almeno questo è quello che leggerete sul De Rotterdam. A me ha ricordato sei parallelopipedi  che sembrano pronti a scivolare uno sull’altro…un’opera di funambolismo architettonico, una meraviglia ingegneristica che ospita alloggi di lusso, uffici, negozi, servizi di ristorazione, centri fitness. Sulla sua facciata si riflette grandioso uno dei due ponti di cui vi parlavo all’inizio, l’Erasmus, simbolo della città. Il <cigno> lo chiamano per il colore (un bianco candido) e la forma data dal pilone in acciaio alto 139 metri e sorretto da 40 cavi.

Attraversatelo a piedi. Ve lo consiglio caldamente. Sarà come abbracciare e un po’ capire la città.

Giallo, bianco. Ancora un ponte. Stavolta rosso. Verso Oude Haven e le Case Cubiche

Ecco un altro ponte, stavolta rosso, che collega la zona sud con quella nord. E’ il Willemsbrug, 318 metri, inaugurato nel 1878 e rinnovato nel 1981.

Percorrendolo idealmente approdiamo a Oudehaven, il Porto Vecchio, uno dei pochi panorami della vecchia Rotterdam, dove il contrasto tra le navi storiche e la cornice moderna è forte. Anche il Witte Huis, un edificio costruito tra il 1897 e il 1898 ben visibile da Oude Haven , il primo grattacielo dei Paesi Bassi con i suoi 45 metri, oggi è un nano tra i giganti.

E poi ci sono loro, le famose Case Cubiche, icona di Rotterdam, le case gialle che sfidano la gravità e che tanto recenti non sono: l’architetto Piet Blom le creò nel 1984 e, a distanza di più di trenta anni, sono ancora un incredibile esempio di architettura e design. Avrebbero dovuto essere 74, ne furono costruite 38 che, insieme, rappresentano una foresta. Ogni casa un albero, ogni casa un modo nuovo di vivere la quotidianità. Sono infatti tutte abitate e una è diventata un museo che consente di dare un’occhiata a come potrebbe essere la vita quotidiana all’interno di una struttura così particolare. C’è tutto: dalla cucina al bagno; una comoda camera da letto, la zona lettura, piante e libri d’arredo. C’è anche un ostello, lo Stayokay Hotel, da cui il flusso di gente di tutte le età che vuole vivere un soggiorno creativo è continuo.

Dalle Case Cubiche è ben visibile la Biblioteca Centrale. Di giallo in giallo. Le ben evidenti tubature gialle esterne costituiscono il sistema di aerazione. Sulla facciata una frase a firma Erasmo da Rotterdam: “La mia patria è il mondo intero”. Tutto torna, no?

Markthal. Molto più di un mercato coperto

Bianco, rosso, giallo. Per approdare ad un vero e proprio arcobaleno, il Markthal, molto più di un mercato coperto. Partiamo dalla forma, una sorta di ferro di cavallo con le punte in giù dentro cui sono state create 225 esclusive abitazioni. La hall invece ospita il mercato, spazi commerciali e numerosi ristoranti. Li si visita con il naso all’insù perché tutte le pareti interne del Markthal sono rivestite dalla coloratissima opera di Arno Coenen e Iris Roskam, Cornucopia. Migliaia di piastrelle su cui sono impressi frutta, insetti, fiori, pesci, una moderna ed esplosiva <natura morta> del ventunesimo secolo.

Lì dove sorgeva Rotterdam sul fiume Rotte nel Medioevo, oggi il cibo rappresenta il trait d’union tra culture e gastronomia del mondo intero. Tapas e salumi iberici vicino Gouda e polpette olandesi;  profumi indiani che si confondono a quelli del Marocco; muffins americani e stroopwafel.

Due indirizzi da consigliare all’interno del Markthal:

 – Pickles, burgers & wines, per  hamburger squisiti da accompagnare ai classici cetriolini e croccanti patatine.

 – Umami Street Food

Versione casual dell’acclamato Umami by Han al primo piano del Wah Nam Hong supermarket. Sotto puoi fare incetta di prodotti dal mondo orientale, sopra ti aspettano gatti della fortuna e ceramiche per una tavola dal look asiatico. Il tour termina con Umami Street Food dove provare le delizie sul posto, comodamente seduti con vista su Cornucopia del Markthal!

CitizenM Rotterdam. Bello e furbo

Cosa cercate in un albergo? Cosa desiderate trovare a fine giornata in una città come Rotterdam?

Al momento della scelta del mio albergo a Rotterdam ho avuto davvero l’imbarazzo della scelta. Tanti alberghi di design, eleganti e ricercati.

Alla fine però ho scelto il CitizenM e l’ho fatto perché me ne piaceva la posizione (appena fuori c’è la Blaak Station, il Markthal, le Case Cubiche…), gli arredi moderni, colorati, accattivanti e soprattutto un approccio smart al visitatore che qui chiamano <citizen>, cittadino.

Mi ci sono sentita <cittadina>, cittadina del mondo, che al CitizenM può incontrare viaggiatori di ogni tipo e condividere una risata nelle tante comode e rilassanti aree relax, ciascuna arredata con gusto e tutte comunicanti come in un grande loft.  

Ovunque, al CitizenM, “parole”. Sulle pareti, lungo i corridoi che portano alle stanze, sullo schermo che troverete acceso all’interno della vostra stanza. Un percorso di <parole> che spiega il mood del luogo.   

Una sharing table per provare uno dei piatti sul menu, una birra al bancone del Canteen, sempre aperto, una tisana fumante prima della ninna su una delle tante poltroncine e divani.

E come sono le camere al CitizenM? Piccole, ma belle, funzionali e con tutto quello che serve per un soggiorno da boutique hotel. Il letto va da parete e a parete come la finestra da cui Rotterdam è a portata di mano. Tutto – luci, tende, tv, riscaldamento e aria condizionata – è automatizzato e regolabile dai classici interruttori e da un comodo tablet. Nessun cioccolatino sul letto insomma ma prodotti beauty e asciugamani grandi e in morbido cotone.

E se i luoghi raccontano le persone, il CitizenM racconta Rotterdam: vivace, rivolta al mondo, proiettata al futuro ma anche funzionale e pensata al benessere di chi la vive.

Che te ne fai di una sedia di design se non è comoda e la puoi solo guardare?

 

Cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Un viaggio alla scoperta  di uno dei dieci porti più grandi del mondo. Gli altri nove sono in Asia. 40 chilometri di merci, uomini, storie da scoprire con un tour realizzato quotidianamente da Spido.

 

 

Racconto Sicilia. Dove comanda il vulcano

Piedimonte Etneo
Piedimonte Etneo

Paesaggi lunari, vigneti che avanzano sulla pietra lavica, un fiume che scava canyons e gole, borghi barocchi.

E’ l’area attorno l’Etna, “a muntagna” per i siciliani, una miniera di scoperte e sapori per il viaggiatore.

All’ombra del vulcano

Il vulcano attivo più alto d’Europa, con una quota massima in continua evoluzione che si aggira attorno ai 3340 metri. Uno dei vulcani più sorvegliati al mondo, luogo di boati, fumi ed eruzioni. Quando qualcosa accade, una fitta coltre di cenere nera come la pece ricopre per chilometri strade e centri abitati, mandando in tilt decolli e atterraggi nel vicino aeroporto di Catania Fontanarossa.

Un servizio di funivia che consente di arrivare sino a quota 2.500 metri e guide autorizzate che accompagnano il visitatore fin su, ai crateri sommitali.

Un paesaggio che cambia costantemente ad ogni nuova eruzione e che, a tratti disabitato e incontaminato, caratterizzato da distese di roccia lavica che assumono le forme più bizzarre, si trasforma in fitti boschi e pinete.

Poco più giù lo scenario cambia ancora, lì dove la Mareneve si acciambella sui fianchi del vulcano, abbracciandolo. E’ l’anello che attraversa il Parco dell’Etna e collega i comuni che si distribuiscono sulle sue pendici, tutti da scoprire, ciascuno caratterizzato da prodotti tipici e connotati da un passato ricco d’arte e di storia.

Il nostro viaggio comincia da qui, tra oliveti, castagneti e vigneti. Saranno i sapori a condurci: un percorso in sette tappe alla scoperta di un territorio che continua a stupire e cresce, di anno in anno, in qualità e livello di accoglienza per il visitatore.

Tutti pazzi per i vini dell’Etna

<Chi è capace di degustare non si limita a bere del buon vino, ma assapora segreti> – Salvador Dalì.

Avete mai provato un Etna Doc?
Avete mai provato un Etna Doc?

Di segreti in realtà ce ne son pochi perché, negli ultimi anni, di uve che crescono qui e soprattutto di vini che qui prendono vita, si è parlato e si continua a parlar tanto. <Etnashire> l’hanno chiamata, scimmiottando il soprannome che inglesi innamorati della Toscana hanno in passato dato al Chianti facendolo diventare <Chiantishire>.

Graci. Vini dell'Etna
Graci. Vini dell’Etna

Una zona vocata al vino e consigliata dal Forbes ai suoi lettori per un soggiorno ispirato a questo nettare. Qui si coltivano uve rosse come il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio, e bianche come la Carricante, la Catarratto e la Minella Bianca.

Uve che, sapientemente seguite, danno vita a vini che godono della Denominazione d’Origine Controllata.

Nella sezione di viaggimperfetti dedicata al mondo del vino, tante volte si è parlato della cantine vinicole che, in questo territorio, costituiscono un’eccellenza.

Da vino da mescita, il vino dell’Etna si è trasformato in un prodotto ricercato e di alta qualità grazie a viticoltori e pionieri che qui hanno investito e creato etichette eccezionali seguiti, nel tempo, dai grandi big del vino in Sicilia.

Viti che sfidano terreni ricoperti dalla lava durante le eruzioni lungo i secoli, alberelli centenari unici superstiti della terribile fillossera di inizio Novecento, blend sorprendenti riconosciuti ormai come indissolubilmente legati al territorio.

Tra le cantine visitate da viaggimperfetti:

Fessina, dove si produce ancora in purezza il Nerello Cappuccio e la grande bottaia scavata nella pietra lavica custodisce segreti antichi.

Planeta, con vigneti a più livelli e dove il vino incontra l’arte e il teatro con il festival Sciaranuova che si rinnova ad ogni estate.

Firriato, dove è possibile anche soggiornare e svegliarsi circondati dai filari.

Tra le tante cantine presenti, i vini provati e goduti che hanno allietato serate speciali con chi amo e momenti di perfetta solitudine: Benanti, Cottanera, Theresa Eccher, Graci, Frank Cornellisen, Tenuta delle Terre Nere.

Una buona selezione da portare a casa la trovate da Il Buongustaio dell’Etna a Randazzo, dove, mentre scegliete i vostri vini, potrete farvi un panino con le delizie del Parco dell’Etna.

Un piccolo consiglio: procedete lentamente nel tratto che va da Linguaglossa a Passopisciaro passando per Solicchiata e Rovitello godendo di ogni metro e imprimendo fotogrammi di incredibile bellezza nella vostra memoria.

Un pastificio artigianale nella Valle dell’Alcantara. Il segreto è l’acqua

Grani siciliani per le linguine, i paccheri, i maccheroni e gli spaghetti trafilati al bronzo a lenta essiccazione che produce il pastificio artigianale Piazza – Delizie dell’Alcantara a Mojo Alcantara.

Il segreto che rende uniche penne e caserecce è l’acqua del Parco Fluviale della Valle dell’Alcantara che qui sgorga copiosa e che ha reso possibile il Marchio di Qualità Natura Parco e l’inserimento del pastificio nella Carta di Qualità del parco fluviale.

Le famose Gole dell’Alcantara, i canyon basaltici nati dall’incontro tra le lave roventi e le gelide acque del fiume, sono ad un passo.

Se preferite un percorso più semplice e da fare in tutte le stagioni, arrivate sino a Gravà, vicino Francavilla, per scoprire le Gurne dell’Alcantara, laghetti scavati dal fiume nel basalto dell’Etna  che si inanellano uno dopo l’altro circondati da pioppi, roverelle, fichi d’india e oleandri.

La pasta Piazza la trovate nei differenti formati presso le botteghe e i rivenditori in paese. Fatene scorta. Non è così facile da reperire.

Ancora un consiglio: a Mojo Alcantara arrivateci da Passopisciaro. Supererete i vigneti di Cottanera, Graci, Al-cantara e sulla vostra destra apparirà il <vulcanello>, il cono vulcanico di Monte Mojo, dalla perfetta forma tronco conica, alto circa 700 metri e ormai spento. Sulla sinistra invece c’è un abbeveratoio, un luogo perfetto per fare una sosta circondati da un paesaggio mozzafiato.

Fermatevi all'abbeveratoio!
Fermatevi all’abbeveratoio!

Siete mai andati a fare minestra?

Avete voglia invece di un piatto di pasta fresca? Allora fate un salto nella vicina Randazzo, gioiello scampato a tutte le eruzioni e sede del palio medievale estivo, quando vicoli e piazze si animano con cortei di dame e cavalieri, saltimbanchi e regine.

In piazza San Giorgio fermatevi alla trattoria San Giorgio e il Drago e gustate un piatto di tonnacchioli alle erbe dell’Etna secondo stagione. In autunno cicoria e <caliceddi> più amari mischiati a <senapi> più dolci. In questo periodo dell’anno la gente del posto va a fare <minestra> raccogliendo le deliziose erbe selvatiche, copiose su banchi di frutta e verdura insieme al cavolo “trunzo”, un cavolo rapa tutto siculo, presidio slow food.

U zuzzu. E non è una parolaccia

Lo trovate nelle migliori macellerie dei paesi etnei e nel catanese. E’ lo <zuzzu>, carne di suino e bovino in gelatina e più precisamente, testina, orecchie, muscoli e parti cartilaginee che vengono lavate e lessate per ore. Si aggiunge sale, pepe, succo di limone e il brodo filtrato. Poi si aspetta che il tutto diventi gelatina. Fresco e delizioso…provare per credere. Quello dei Fratelli Cerra a Piedimonte Etneo è il mio preferito.

Lo zuzzu
Lo zuzzu

La salsiccia al ceppo. Qui la fretta è bandita

Carne di maiale, sale, pepe, semi di finocchio. That’s it. Questi gli ingredienti della salsiccia che troverete da queste parti, quella originale almeno. C’è chi ama mangiarla anche con formaggio, pomodoro e altre spezie.

Fatevela preparare al momento <al ceppo>, vale a dire tagliata lentamente al coltello e condita su un grosso ceppo di legno e solo successivamente inserita nel budello a cui si dà la tipica forma col filo apposito.

La salsiccia al ceppo provatela a Linguaglossa da Emanuele in via Roma 104. Non vi limiterete a comprare un buon prodotto, farete<esperienza> di una tipicità locale.

Dopo lo shopping, restate in macelleria, stavolta quella dei Pennisi, in via Umberto 11, dove un sapiente restyling ha dato vita ad un luogo perfetto per godere a tavola delle bontà locali. Sul menu le polpettine di agnello in rete di maiale, il fegato con la cipolla in agrodolce, il burger di maialino nero dei Nebrodi. Accanto i tavoli e le cucine, il bancone carni e quello dedicato a salumi e formaggi: una festa per gli amanti di tuma, primosale, pecorino, pepato, ricotta infornata…

Un consiglio anche qui. Visitate Linguaglossa dopo una sosta alla Pro Loco che ospita un museo etnografico con esemplari di flora e fauna dell’Etna, una sezione dedicata agli antichi mestieri e una mineralogica.

Ciò che rende imperdibile la Pro Loco di Linguaglossa è il suo presidente, Franco Maugeri, e tutti coloro che partecipano attivamente alla realizzazione di eventi e promozione del territorio. E’ stato proprio Franco Maugeri ad accompagnarmi alla scoperta della salsiccia al ceppo, a parlarmi del Palio delle Botti (tutte decorate, ciascuna diversa e unica) che si tiene a Linguaglossa in occasione della Festa di San Martino e a invitarmi a festeggiare il Natale insieme con un Babbo Natale di eccezione…secondo voi chi ne vestirà i panni?

Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa
Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa. Tutto pronto per il Natale?

Altri eventi che valgono una tappa a Linguaglossa: la Maratona 0-3000 a giugno, l’Etna Trail a settembre, il Trinacria Bike Trail a ottobre.

E se vi piace la street art seguite i percorsi ideati da IntrArt Cultura Aetnae. Sarà un modo diverso di scoprire questo pezzo di Sicilia. La mappa la trovate alla Pro Loco.

Fall Winter. Qui è tempo di molitura

L’olio extravergine d’oliva DOP Monte Etna è ottenuto dalla varietà Nocellara etnea per almeno il 65% e da altre varietà presenti nella zona (Moresca, Brandofino, Biancolilla, etc.). La sua produzione ricade in un territorio compreso tra i cento e i mille metri sul livello del mare ed è promosso e tutelato da un consorzio attivo dal 2007.

Queste le caratteristiche. La parte più divertente? Il momento della raccolta fatta direttamente dalla pianta con pettinatura delle chiome a mano o con l’ausilio di macchinari e la presenza a terra di reti che evitano che le olive appena raccolte possano confondersi con quelle cadute in precedenza. Step successivo il frantoio dove si ricava un nettare dal colore giallo oro con riflessi verdi, un odore fruttato leggero, un sapore fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante.

Tempo di raccolta e di molitura
Tempo di raccolta e di molitura

Il modo migliore per capire di che prodotto d’eccellenza stiamo parlando? Fermatevi in uno dei panifici dove ancora il pane è cotto a legna e comprate una bella pagnotta. Sarà perfetta con olio, sale e pepe, origano se vi piace. Location azzeccatissima per l’assaggio  l’abbeveratoio di cui vi parlavo appena poche righe sopra.

Chiusura in dolcezza

Un biscottino ci sta, che dite? Assaggiate i <mustaccioli>, biscotti tipici preparati con nocciole, miele, scorza d’arancia e farina. Varianti ce ne sono tante con mandorle, pistacchi e persino vino cotto. Il miele è quello prodotto a Zafferana Etnea, sul versante orientale del vulcano. I pistacchi, neanche a dirlo, quelli di Bronte dove è da vedere l’abbazia di Santa Maria di Maniace, meglio nota come Ducea di Nelson che la ebbe in dono nel 1799 da re Ferdinando I delle Due Sicilie.

Poco distante Maletto, località celebre per la sua fragola, pregiata e assai rara e io non posso fare a meno di pensare alla primavera e a una golosa granita di fragole. Una delle tante leggende vuole che i siciliani l’abbiano inventata mischiando la frutta con la neve dell’Etna. Tutto torna…

Linguaglossa. Appuntamento con la primavera
Linguaglossa. Appuntamento con la primavera

Sicilia orientale. Passione “olio”al frantoio dei fratelli Coletta

Di olio extra vergine di oliva Rosario e Salvatore Coletta potrebbero stare a parlare per ore. Sono loro oggi a gestire il frantoio di famiglia, l’Oleificio del Mela, in località Pace del Mela, Messina. Una terra affacciata sul Tirreno che produce prevalentemente cultivar come Biancolilla, Ogliarola Messinese, Nocellara Messinese, San Benedetto.

La passione è la stessa del padre che in passato ha avviato il frantoio, la caparbietà con cui un’attività tradizionale è stata trasformata in una struttura con alti standard è tutta loro, di Saro e Salvo.

Fruttato, amaro, piccante. Non è solo questione di naso

A mio padre piaceva guardare le olive che si trasformavano in olio – racconta Rosario – Anche a me. Poi però volevo capire cosa accadeva, quale era il procedimento, perché il risultato non era sempre lo stesso”.

In un paese come l’Italia che offre più di 700 varietà di olivo, realizzare un olio di qualità significa conoscere il territorio in cui viene prodotto e riuscire ad esprimerne al meglio le peculiarità. Il processo  di frangitura è determinante per ottenere un olio che metta insieme, in un delicato equilibrio, proprietà organolettiche e nutritive con sapore e profumo.

Al frantoio dei Fratelli Coletta la lavorazione è a freddo e si utilizza un sistema di doppia molitura con molazze in pietra e mulino finitore: dopo la mondatura, le olive vengono schiacciate  dalle ruote di pietra per evitare che si surriscaldino e se ne alterino le caratteristiche.

Qui in Sicilia abbiamo un prodotto d’eccellenza – aggiunge Salvatore – ogni area dell’isola regala cultivar uniche. Lo studio e la tecnica oggi ci permettono di tutelarne le qualità ricavando il meglio dai diversi tipi in relazione alle loro caratteristiche (stato ambientale, grado di maturazione, etc.). Se ci pensi anche per il vino è andata così. In Sicilia si produceva una grande quantità di vino da mescita. Il nostro mosto veniva spedito ovunque per creare grandi vini. Oggi è qui, in Sicilia, che si lavora, ormai da anni, per ottenere etichette di eccellenza che creano una vera e propria mappatura del vino siciliano. Lo stesso sta accadendo con l’olio”.

Parliamo di "gramolatura"
Parliamo di “gramolatura”

Dopo la frangitura quella che ormai è <pasta di olive> passa allo step successivo, la <gramolatura>, una fase assai delicata durante la quale l’olio “CRESCE”. Non pensiate si tratti di mera meccanizzazione: tempi, velocità, temperature, sono variabili che dipendono da fattori diversi, come la maturazione del frutto, il rapporto polpa/nocciuolo, e altro che solo un esperto frantoiano sa regolare. Si impara col tempo.

La natura non perdona – sorride Saro – Sapessi quanti errori…ma poi sa ripagarti”. Continua a spiegarmi come funziona il processo successivo, l’estrazione, che può avvenire con tecniche diverse. Qui, al frantoio di Salvo e Rosario Coletta si sceglie la centrifugazione, un procedimento di rotazione ad altà velocità che separa le differenti parti fino all’ottenimento di un prodotto pulito, integrale: l’Olio. Temperatura massima 27°C.

Il colore non vale. Però è una meraviglia

Il colore non è indice di qualità”. Tant’è che anche i bicchierini utilizzati da assaggiatori ed esperti per giudicare un buon olio sono blu affinché il colore non ne influenzi il giudizio. Lo sapevo, me lo avevano spiegato in Puglia, a Carovigno, ma non mi ci rassegno.

Perché in realtà veder venir giù quel rivolo verde giada è emozionante. E secondo me lo è anche per i produttori che qui vengono a portare il raccolto. Li vedi seguire passo dopo passo le differenti fasi di lavorazione, aspettare placidi di testare concretamente cosa le loro olive hanno tirato fuori.

Vedere e sentire. Perché l’olio qui ha un colore che puoi far finta di ignorare ma il profumo dell’olio appena franto lo senti subito, ti arriva dritto ai sensi. Potrei provare a raccontarvelo con le parole<fruttato, amaro, piccante> che sono i tre parametri di massima per valutare un olio. Vi dirò invece che il profumo qui è quello delle cose genuine, sane, autentiche.

Te le ricordi le botteghe di paese? – mi chiede Saro – Quelle che il profumo di pecorino buono e olive <cunzate> lo sentivi in strada? A me piace pensare che questa sia una bottega, dove il profumo che senti è inequivocabile e ti fa venir voglia di una fetta di pane caldo con l’olio appena franto”.

Sapori autentici. L'olio appena franto
Sapori autentici. L’olio appena franto

Un olio di alta qualità ad etichetta Pace del Mela. Facciamo territorio

Una volta, in Sicilia, l’olio non si comprava al supermercato. Lo si prendeva direttamente dal produttore –  ancora oggi chi ne ha la possibilità lo fa – o lo si produceva se si aveva la fortuna di avere del terreno.

La zona in cui nasce il frantoio dei Fratelli Coletta è vocata alla coltivazione degli ulivi. Ad ogni stagione, i singoli produttori portano al frantoio di fiducia il raccolto annuale. Devono esser certi che gli standard della struttura scelta siano alti perché l’olio prodotto sarà quello che, nella maggioranza dei casi, finirà sulle tavole della loro famiglia.

Qui la campagna olearia di estende da settembre a dicembre – racconta Salvo – Nei momenti di maggior impegno la giornata lavorativa è fatta di 24 ore. Non ci si ferma mai ma la soddisfazione è grande. Oltre ad essere molitori io e Saro siamo anche coltivatori. Per noi il lavoro di ricerca parte prima, all’origine. Non si tratta solo di acidità e perossidi (l’olio extra vergine di oliva per definirsi tale deve avere dei parametri ben precisi). Lo studio dell’olio e delle sue caratteristiche ha un’alta potenzialità e sbocchi ancora oggetto di ricerca

Basta pensare all’applicazione nel mondo della cosmetica, per dirne solo una… – aggiunge Saro –  Allo studio degli antiossidanti contenuti nei sottoprodotti di scarto”.

Scopro anche che dagli sfridi della molitura si ottiene energia rinnovabile e sostenibile(energia termica ed elettrica).

Domando allora quali siano i progetti futuri. “A noi piace raccontare la nostra terra, ci crediamo. Quando è possibile ospitiamo scolaresche per far sì che i bambini imparino a riconoscere il pezzo di mondo in cui vivono, a distinguere i sapori delle cose che mangiano. Abbiamo un prodotto d’eccellenza, perché non valorizzarlo e farlo conoscere a chi ha voglia di scoprire la nostra regione?”.

Il prossimo obiettivo è quello di fare un passo più in là e creare un olio extra vergine IGP Sicilia BIO che sia prodotto qui, a Pace del Mela. Il sogno è quello di riuscirci facendo squadra con tutti i protagonisti del territorio… Magari istituendo un consorzio di filiera?”.

Si ringraziano per la collaborazione Salvatore e Rosario Coletta e tutto il team dell’Oleificio del Mela.

Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta
Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta