Rabat e Mdina. Cosa vedere e come riuscirci in poche ore. Ma davvero?

E’ questo che volete sapere? Desiderate un itinerario infallibile costellato da informazioni precise con relativi tempi e orari di chiusura e apertura? Cambiate blog. Qui non lo troverete, almeno per il momento. Perché nella zona centrale di Malta di cui mi sono innamorata, ritornerò certamente approfittando ogni volta degli innumerevoli tesori che custodisce, ma stavolta ho scelto di prendermela comoda e lasciare che questa parte dell’isola si presenti e mi parli, con calma.

Rabat e Mdina. Come farci amicizia

Ci potete andare con uno dei tanti tour a disposizione o in autonomia. Di solito il giro si concentra sulla vicina Mdina, la città silenziosa, l’antico sito medievale cinto da mura volute dagli arabi e costruito su un’altura da cui il paesaggio sull’isola e sul mare è mozzafiato. Qui la nobiltà maltese ci andava a far villeggiatura e i palazzi sulla via principale e su quelle secondarie sono splendidi. A Mdina può capitare di raggiungere la cattedrale di San Paolo superando angoli e giardini che tante volte ti raccontano una certa Toscana ed assistere ad un matrimonio che in un batter di ciglia ti trasporta sulle piazze assolate  di Sicilia, coi palazzi color miele e i maestosi portoni. Ci si può perdere tra i vicoli di quella che non esisteresti a chiamare medina certo di trovarti in una città del Maghreb. E sentir dei passi aspettandoti un portatore d’acqua o un incantatore di serpenti ritrovandoti faccia a faccia con un cavaliere di Malta che solleva lo sguardo e saluta un’amica affacciata ad una gallarjia, il tipico balcone verandato maltese.

In tanti vi diranno che Mdina è piccola, e lo è. Basta un’ora o due, ed è vero. Ma dipende da voi e da cosa cercate.

Io le ho dedicato la parte finale della mia giornata, quando i gruppi più numerosi l’avevano già lasciata e l’appellativo di silenziosa l’ho compreso appieno. Un silenzio che mi ha accompagnata quando ho salutato Mdina e, a piedi, ho raggiunto la vicina Rabat, appena fuori le mura dove ho scelto di passare la notte.

Una notte a Rabat. Come vivere un sogno dolcissimo

Dimenticate la frenesia di Sliema o Valletta. Qui a Rabat, che la leggenda vuole sia stata rifugio per San Paolo dopo il naufragio a Malta, l’atmosfera è informale e rilassata. La gente del posto ne vive i bar, le piazze, le chiese e al tramonto tutto rallenta e invita ad assaporare un calice di Girgentina, il vitigno autoctona dell’isola, e il gbejniet, il formaggio preparato con latte di pecora. Magari un pezzetto insaporito col pepe e un altro un po’ più stagionato.

Di locali eleganti e molto suggestivi ce ne sono tanti. Io mi fermo al Ta’Doni, un piccolo bistrot con le tende blu, i cui due ingressi abbracciano la minuscola bottega di un ciabattino. Continuo a bere il mio Girgentina sbocconcellando un’oliva, un pomodoro secco, un cappero. Non resisto e assaggio il coniglio di mio marito. E’ delizioso, la carne tenera, il sugo corposo e saporito. Ancora una volta Malta mi stupisce, il suo essere un allegro guazzabuglio di bellezza e cultura mi incanta e per un attimo torno in Provenza a Bonnieux, al Fournil.

Quaint hotel. Un indirizzo da tenere caro

I vicoli di Rabat con le porte e le finestre colorate mi riservano ancora una sorpresa: è il Quaint, l’hotel boutique che abbiamo scelto per passare la notte a Rabat.

In quello che una volta era un cinema, al cuore di Rabat, a pochi passi da Mdina da un lato e dalla Grotta di San Paolo dall’altro, ho trovato un boutique hotel di appena una decina di stanze. Tutte in urban style, minimaliste, con sprazzi di colore improvvisi. Una gamma di grigi accesi ora dal giallo, poi dall’arancio, infine dal rosso. Arredi ultra moderni, un vecchio e grande proiettore nella hall e un’intera parete di foto in bianco e nero di Malta e della vecchia sala cinematografica. Un servizio di reception sino al primo pomeriggio con un sistema di check in self service e un numero da contattare se serve. Infine, la parte che ho amato di più: la terrazza sui tetti di Rabat che mi ha regalato un tramonto romantico e indimenticabile. Le stradine attorno sono il valore aggiunto. Intime, vere, ad ogni ora con rumori e ritmi differenti. Al mattino si risvegliano lente e invitano a scoprire pian piano Rabat che cambia, prende vita e presenta una faccia diversa. Dove ieri sera sorseggiavo il mio Girgentina, il ciabattino ha aperto bottega. E pochi metri più su, in direzione catacombe di Sant’Agata, tra scorci di infinita bellezza, ho scoperto Casa Bernard.

Casa Bernard. Quando la passione fa rivivere le cose belle

Una palazzina del 1500 riportata all’antico splendore a fine Novecento da Georges e Josette Magri, due professori ritiratisi qualche anno fa e che oggi vivono qui. E’ questo a rendere speciale Casa Bernard secondo me: non è un museo, nonostante tutto ciò che vi è al suo interno sia di valore storico e artistico; Casa Bernard è una casa e lo percepisco mentre la signora Josette mi mostra i saloni, la biblioteca, la magnifica sala da pranzo, il grazioso cortile interno che profuma di Mediterraneo, la gallarjia da cui sbircio in strada, come facevano una volta le antiche dame, certe di non essere viste. La strada e il suo vocio dall’alto mi riportano al ventunesimo secolo dopo aver attraversato l’età dei Romani, a cui le fondamenta risalgono; il Medioevo, quando la torre d’avvistamento, iniziale nucleo della palazzina, fu tirata su; nel sedicesimo secolo, che finalmente vede nascere Casa Bernard; nel diciottesimo, durante il quale si aggiunse un tocco barocco. Il nome della casa è stato scelto in onore di Salvatore Bernardo, medico personale del Gran Maestro di Malta che nel 1723 cominciò a viverci.

Ci sono fiori freschi in ogni stanza, arance calde di sole nella sala da pranzo, pezzi di antiquariato che fanno fare il giro del mondo, tele e dipinti ciascuno con una storia da raccontare. Noto foto di famiglia tra antiche porcellane e pregiata argenteria. C’è anche quella che ritrae la nipotina della signora Josette che ci segue di stanza in stanza. Il lavoro di recupero effettuato e la cura con cui viene aperta e raccontata al visitatore è un dono. Non perdetela.

Rabat. Ancora un giro in piazza

E’ tempo di andare. So che tornerò per scoprire la Domus Romana, le catacombe di San Paolo, quelle di Sant’Agata, una serie infinita di tesori da visitare. Ho ancora un pezzetto di viaggio da godere e lo dedico alle Dingli Cliffs, le alte scogliere a ovest dell’isola. Percorsi nella natura con scenari mozzafiato sono segnalati in tutta l’area. Io mi fermo alla piccola cappella dedicata a Maria Maddalena. Mi siedo su una delle panchine intorno e saluto Malta con un pastizzi ancora caldo preso al Crystal Palace, in Triq San Pawl. Arrivederci Malta.

Prime volte. A cuore aperto con Ale e Deia. Vita da expat a Malta

 – Quando è stata l’ultima volta che avete fatto qualcosa per la prima volta?

Ho fatto questa domanda ad Alessandro e Deianira, una coppia di amici che da circa un anno ha lasciato l’Italia e si è trasferita a Malta, dove vive e lavora. Appassionati e innamorati, sono partiti dall’Italia con un corso di inglese prenotato online e un alloggio per le prime settimane. Con molta umiltà hanno cercato di capire cosa potessero fare delle loro vite a Malta, inserendosi nel contesto scelto e cercando lavoro. Un curriculum curato, tanta voglia di fare e via: dopo alcuni colloqui e una manciata di esperienze iniziali, oggi Alessandro lavora come graphic designer e fotografo freelance,  Deianira è entrata a far parte di una Destination Management Company all’interno della quale gestisce i rapporti con i clienti, tour operator, compagnie di trasporto e ogni altro operatore nel settore turistico.

 – La vostra prima esperienza da expat, nuova casa, nuova lingua, nuovo clima, nuovo tutto. In un anno di “prime volte”, qual è stata l’ultima “prima volta”?

<Questa è davvero una bellissima domanda Benedetta. Abbiamo pensato a lungo alla risposta ed a cosa, nelle nostre esperienze più recenti, possa essere considerato una “prima volta”, ed è stata occasione di riflettere ulteriormente sulla vita che stiamo vivendo attualmente. Sai cosa abbiamo avuto modo di realizzare? Che da quando abbiamo preso quell’aereo 1 anno e qualche mese fa, siamo scivolati in un flusso di prime volte continuo.

Quando decidi di stravolgere la tua vita e ricostruirne ogni singolo tassello altrove, ogni giorno è una sfida e tutti i secondi che vivi sono carichi di novità. Ogni angolo del mondo attorno a te è meravigliosamente sconosciuto, dall’appartamento in cui decidi di vivere alla zona dove scegli di abitare che diventerà parte della tua quotidianità, dai volti dei tuoi nuovi colleghi alle vie che percorri, dai ristoranti che provi alle bellezze che esplori. E questa sensazione di perenne novità in qualche modo non smette mai, nemmeno dopo mesi, o anni. E ciò che cambia dentro di te è soprattutto la predisposizione mentale e l’atteggiamento nei confronti della vita. E’ come se l’entusiasmo iniziasse a scorrerti nelle vene come una droga e la sete di nuove prime volte diventasse uno stato perenne. Ti senti diverso, vivi in maniera diversa, pensi in maniera diversa e d’istinto cerchi costantemente opportunità inedite, modi diversi per provare emozioni, scoprire parti di te stesso, capire qualcosa in più degli altri, avere sempre nuove prospettive sul mondo. Ciò si traduce in nuove attività, esplorazioni, scoperte, incontri, condivisioni, eventi, amicizie, progetti e mille altre sfumature che il termine “prime volte” può implicare. 🙂   Lo so, non abbiamo risposto concretamente alla domanda, ma davvero potremmo elencare troppe cose che per noi sono state adrenaliniche prime volte ultimamente 😛

Però una potrei dirtela: questo nostro incontro, carico di emozioni e voglia di scoprirsi, è l’ultima delle volte in cui abbiamo conosciuto di persona “amici sconosciuti”, qualcosa che ogni volta ci riempie di gioia e ci fa essere grati per aver iniziato la nostra avventura virtuale>.

Ale e Deia
Ale e Deia

Con Deia e Ale ci ritroviamo al tramonto in un locale sul mare a Sliema, il Surfside, e davanti uno spritz e una pizza chiacchieriamo “per la prima volta” vis a vis. Finora abbiamo imparato a conoscerci esclusivamente on line perché Ale e Deia, come me, hanno deciso di dare forma a idee e pensieri con un blog, un travel blog che hanno scelto di chiamare Una nuova meta, un divertente e utile diario di bordo in cui si parla di viaggi ovviamente con una bellissima sezione dedicata alla loro esperienza a Malta e tante dritte su come muoversi, cercare lavoro o anche solo scoprire gli angoli più belli dell’isola.

 – In un momento quantomeno caotico e di cambiamenti della vostra vita avete deciso di gettare le basi per una seconda casa, una casa virtuale, il vostro blog. Perché ora?

<Il blog è stato per me (Deia) un sogno nel cassetto per anni. Sai che ho comprato il dominio credo almeno due anni prima della pubblicazione ufficiale del blog? Ho anche scritto articoli per mesi, senza mai realmente pubblicarli. I motivi per cui non mettevo online il blog erano molteplici, probabilmente però il principale era la paura: la paura di provarci, la paura dei giudizi, la paura che le cose non vadano come speriamo.
Inutile dire che il salto nel vuoto che abbiamo fatto venendo a vivere a Malta è stata una dichiarazione di guerra ufficiale alle nostre paure ed alla “comfort zone” 🙂

Abbiamo così sentito che nell’euforia di una nuova vita offline fosse il momento giusto per dare la luce anche alla nostra nuova vita online 🙂 Inoltre, ci tenevamo a raccontare la nostra vita da expat e parlare della nostra esperienza qui, oltre che di tutte le esperienze passate che in qualche modo hanno contribuito a forgiare i viaggiatori che siamo oggi.

Il nostro desiderio più grande è poi riuscire attraverso il blog ad ispirare qualcun altro a fare il passo nel vuoto che tanto teme e che tanto sogna, fare capire che ci sono migliaia di vite alternative possibili e che vale sempre e comunque la pena inseguire la nostra personale idea di felicità>.

Surfside. Sliema, Malta
Surfside. Sliema, Malta

Il tramonto al Surfside è splendido. Continuiamo a discutere di progetti e sogni come se in fondo ci conoscessimo da sempre. Ripeto spesso che a volte il web ti fa il regalo di avvicinarti a persone e pezzi di vita che scorrono paralleli e che altrimenti non avresti mai incrociato, perdendoti qualcosa di importante. Quel qualcosa stasera lo vedo negli occhi di entrambi, specie in quelli di Deia, forse perché tra donne ci si capisce meglio e più velocemente. Deia è più giovane, appartiene ad una generazione diversa dalla mia. Quando io avevo 20 anni imparavi che la vita era fatta di obiettivi: lavoro, famiglia, casa. La generazione di Deia e Ale è incappata in un momento storico in cui le certezze son venute via via meno, specie quelle lavorative. Per sfortuna o per fortuna direi. Perché? Perché hanno imparato ad essere più flessibili e, mi permetto di aggiungere, più svegli e preparati. Messa da parte la chimera del posto fisso, hanno acquisito professionalità e preparazione nei settori emergenti afferrando al volo, quando se ne è presentata l’occasione, la possibilità di lavorare nei settori più vicini ai loro desideri.

 – Vi ritrovate nelle mie parole? Come vi siete mossi nel mondo del lavoro? La flessibilità vi ha aiutato nella vostra scelta di trasferirvi a Malta? Come avete fatto ad abbinare la necessità di lavorare alla realizzazione delle vostre propensioni e professionalità?
<Ci ritroviamo nelle tue parole Benedetta, e posso confermarti che ci sentiamo in una sorta di limbo generazionale in cui modi di affrontare la vita molto diversi tra loro convergono in un mix di ideali e aspettative parecchio confuso. Siamo cresciuti anche noi imparando che la vita è fatta di obiettivi: una buona preparazione scolastica, un buon lavoro, una bella casa, famiglia e magari qualche figlio (anzi, senza “magari”, perché a volte sembra quasi che la vita di una donna o di una coppia non abbia valore se non si sceglie di essere madri o genitori – ma questo discorso sarebbe troppo lungo da affrontare 🙂 ).
Al contempo, ci siamo visti catapultati nel mondo “dei grandi” e nel mercato del lavoro in un momento storico in cui tutto sta cambiando, in cui nuove professioni nascono, altre mutano drasticamente ed altre ancora scompaiono, un periodo in cui il concetto di mobilità   è entrato nel quotidiano, e nel quale sta diventando normale vedere il mondo intero come potenziale casa o posto di lavoro. Uno scenario nuovo, entusiasmante, pieno di opportunità, ma che va capito e vissuto con – appunto – flessibilità, parola decisamente chiave.
A volte barcamenarsi tra questi due opposti è difficile, e ti ritrovi a pensare se sia più giusto tornare a casa, tornare sui binari e “metter su famiglia” oppure continuare ad seguire ciò che ti dice l’istinto e cogliere le opportunità dove ci sono.  

Quando siamo venuti qui non sapevamo cosa aspettarci, e ci siamo mossi sul mercato lavorativo con estrema umiltà, rendendoci disponibili per qualsiasi tipo di lavoro: abbiamo inviato CV a bar, ristoranti, alberghi, ma anche ad agenzie ed uffici, lasciando aperte tutte le porte. Qualunque esperienza sarebbe stata ottima per introdurci nel territorio, praticare la lingua e crescere. Fortunatamente grazie alle ottime possibilità lavorative che Malta offre siamo subito riusciti a trovare due lavori nei settori in cui desideravamo ardentemente lavorare, che sono per noi folli passioni oltre che professioni: i viaggi per me Deia ed il mondo della grafica e della fotografia per Ale. Insomma direi che il giusto mix è essere pronti a rimboccarsi le maniche, ma non perdendo mai di vista i nostri obiettivi più alti. Anche se sembrano irraggiungibili spesso si rivelano più a portata di mano di quello che immaginiamo.

Ovviamente investire nella propria preparazione è sempre una scelta vincente: a livello di lingua, studi, esperienze professionali, corsi e quant’altro, tutto contribuisce a renderci più pronti a cogliere ogni opportunità ci si presenti sul cammino. Forse al giorno d’oggi come mai prima vale la pena capire e fare proprio il famoso detto “impara l’arte e mettila da parte” :D>.       

Deia. Vita da expat
Vita da expat

                     

 – Ale sei un graphic designer e un fotografo freelance. Come hai imparato a muoverti tra web, informativa e tecnologia? Quanto è importante una buona preparazione tecnica di base? Ci si può improvvisare?

<Sono assolutamente convinto che chiunque possa avventurarsi in qualcosa di nuovo. Ovviamente questo presuppone avere una preparazione tecnica. E’ una variabile fondamentale non solo per un lavoro tecnico, ma anche creativo. Ad ogni modo, se hai passione e dedizione per qualcosa, questo è un percorso naturale e i risultati prima o poi arrivano. Tutto ciò che ho imparato, l’ho imparato in autonomia, studiando o seguendo corsi online. Ho lasciato gli studi universitari per dedicarmi a tempo pieno a quello che già facevo come freelance e tornassi indietro farei ancora la stessa scelta>.

Deia stasera indossa una maglia giallo ocra che le sta un incanto. Ha il viso rilassato e luminoso. La vedo per la prima volta ma mi sembra che sia felice e soddisfatta. Mi chiedo che tipo di rapporto abbiano. Sembrano innamorati e complici. A costo di sembrare invadente glielo chiedo.

 – Quanto è importante essere in due e pensarla allo stesso modo? Rende tutto più facile quando prendi la decisione di vivere all’estero?

<Domandona! Ma quanto ci piacciono le tue domande? Mettiamo a calendario un’intervista al mese? 😛

Essere in due a pensarla allo stesso modo è fondamentale, ovviamente. Sarà sempre impossibile pensarla esattamente allo stesso modo nel dettaglio o avere tempistiche e desideri perfettamente sincronizzati, ma avere la stessa visione d’insieme sul mondo, su come si vuole vivere la vita e su quali sono i valori importanti è di importanza estrema. Guai a seguire qualcuno in progetti che non sentiamo nostri, o a costringere qualcuno a venire dietro a noi trascinandolo. Pessima idea, che che finirebbe per avere conseguenze catastrofiche. C’è sempre in una coppia chi lancia un’idea e chi la segue volentieri, ma una volta presa una decisione, bisogna essere in due a volerla davvero e ad essere pronti ad accettarne tutte le conseguenze. Perché quando le cose si faranno difficili o si metteranno male, bisognerà essere in due ad affrontare di petto la situazione senza recriminazioni del tipo “io non lo volevo fare, io non ci volevo venire!” 🙂   Di enorme importanza direi è la comunicazione. Lo so, sembra un’affermazione molto banale ma in realtà la si da spesso per scontata, e si pensa di comunicare più che farlo davvero, omettendo pensieri o emozioni. Diventa però ancora più importante capirsi bene, ma bene davvero, quando si prende qualsiasi tipo di decisione “importante”. Un ulteriore aspetto fondamentale è fidarsi uno dell’altra, perché quando la famiglia è lontana, gli amici non ci sono e si soli in giro per il mondo, sapere di poter contare ciecamente uno sull’altra è basilare.  Comunque, ti ringraziamo per i complimenti 😉 L’immagine che hai descritto di due persone sorridenti, soddisfatte, innamorate e complici è meravigliosa, ed è fortunatamente reale. Siamo super felici che tu abbia avuto questa idea di noi :)>.

Chiacchierando
Chiacchierando

 – Ci ho preso gusto e mi faccio gli affari vostri…Cosa fate nel tempo libero qui a Malta? Mi avete già detto che questo è uno dei vostri “posti”, dove venite a scrivere, rilassarvi, leggere. E poi? Raccontatemi la vostra Malta.

<Questa intervista è davvero super intima e ci piace proprio tanto 😛 Dunque, la nostra Malta è fatta di tanto relax ma anche di tanto lavoro, ma di quello piacevole, intendendo con questo sia i nostri lavori in ufficio, che ci piacciono davvero un sacco, sia il lavoro sul blog e la formazione costante su tutto ciò che è “web” o “digitale”. Io – Deia – spesso nel tempo libero mi dedico al blog, a scrivere oppure ad imparare pezzo dopo pezzo tutte le cose che ci sarebbero da sapere. Ale invece adora il suo settore e mentre io scribacchio su WordPress di dedica a corsi, webminar, progetti personali di ogni tipo legati alla grafica e/o alla fotografia. Ci piace quindi trovare posticini dove magari sorseggiare un caffè in relax mentre ci dedichiamo alle nostre passioni.

Malta poi è piena di localini carini o caffetterie dove fare una bella colazione con cappuccio e cornetto, e di ristorantini dove mangiare cibo di ogni genere, quindi quando possibile – budget permettendo – la sera o nel weekend esploriamo l’isola culinariamente parlando. Il concetto di estate qui è molto dilatato ed i locali hanno tavolini all’aperto stracolmi di gente praticamente in ogni mese dell’anno: è facile quindi essere trascinati da questa atmosfera di vacanza perenne ed assorbirne il relax.

Ovviamente le nostre esplorazioni dell’isola continuano ogni fine settimana, ed anche dopo un anno e 4 mesi non perdiamo occasione di andare a scoprire zone sconosciute dell’arcipelago 🙂 Insomma, la “nostra Malta” è qualcosa di molto strano, una via di mezzo tra vacanza perenne, formazione costante, lavoro faticoso ma entusiasmante e viaggio di scoperta senza fine>.

Faccio un passo indietro e torno a quel qualcosa di speciale che mi sarei persa se non avessi incontrato Ale e Deia stasera. Il web aiuta ma guardarsi negli occhi è un’altra storia. Nei loro c’è tutto l’entusiasmo e l’energia di chi è felice e ha voglia di realizzare i propri obiettivi. Forse è questa la “prima volta” che spesso sottovalutiamo. In una realtà in cui “fare qualcosa” ha un peso e un valore specifici solo se possiamo raccontarlo, rincorriamo mete e destinazioni solo per poter dire che ci siamo stati, la scelta di vivere all’estero di Ale e Deia non è “figa” o invidiabile.

E’ solo la dimostrazione che se ti rende felice, se è quello che vuoi, lo puoi fare.

E mi ricorda ancora una volta due cose: la prima che nulla è impossibile ma niente è gratis, te lo devi conquistare. E che ognuno ha sogni e attitudini diversi. Ogni giorno regala una “prima volta” che sta lì per te: un nuovo lavoro, un sapore diverso, la scalata del Kilimangiaro.

 – Della vostra ultima “prima volta” abbiamo già parlato. Idee e pensierini per la “prima volta” nel vostro futuro?

<Non hai idea di quanto siamo d’accordo con le tue parole Benedetta. Proprio come dici tu, niente è impossibile, e con determinazione, costanza e una sana dose di incoscienza, si può arrivare ovunque. Non è importante cosa desideriamo, perché come fai giustamente notare ognuno ha sogni e aspirazioni diversi, ma è importante credere che valga sempre la pena costruire il nostro personale universo, dare forma alla nostra idea di felicità. E che non è mai troppo tardi o troppo presto per farlo. E’ nostro dovere sfruttare al massimo il dono che abbiamo tra le mani – semplicemente, il nostro tempo – e non sprecarne nemmeno una goccia.

Ma, credo che tutto ciò tu l’abbia capito anche solo con uno scambio di sguardi tra di noi, vero Benedetta? Anzi, probabilmente hai colto anche molto di più di ciò che pensiamo e di come vediamo la vita rispetto a ciò che possiamo averti detto o scritto qui 🙂 Si torna sempre a quella magica parolina: feeling. Che ha saputo trasformare ancora una volta un semplice aperitivo in un momento di scambio profondo.

Pensierini per la prossima “prima volta”? Ti possiamo dire solo che ci sarà probabilmente a breve un nuovo stravolgimento di vita. Ti lanciamo la notizia bomba così 😛 Però non possiamo dire di più per ora :)>.

Un grazie grande ad Ale e Deia per il loro tempo e la loro amicizia.

Qui sotto trovate tutti i riferimenti per seguire il loro blog e restare aggiornati sulla loro vita da expat. Al prossimo spritz ragazzi!

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Grazie ragazzi!
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Antica Carbina. Alla scoperta di Carovigno

Per chi ama le tradizioni e il folklore in Italia. Per chi è alla ricerca di sapori autentici che da sempre raccontano la regione Puglia. Per chi non è in vacanza se non c’è il mare e una natura selvaggia e incontaminata.

Un viaggio alla scoperta di Carovigno, l’antica Carbina messapica. Dalla ‘Nzegna ai Giochi Giovanili Nazionali di Bandiera, dai tesori sulle sue tavole a quelli nascosti nelle tre torri del Castello Dentice di Frasso.

Travel tips e must imperdibili lungo le coste della Murgia meridionale, dalla Riserva Naturale di Torre Guaceto alla borgata marina di Torre S.Sabina.

 

L’antica tradizione della bandiera. Dalla ‘Nzegna ai Giochi Giovanili di Bandiera

Il delfino di Carovigno ha scalzato Arione, figlio di Posidone che per tradizione lo cavalca suonando la cetra sullo stemma araldico della città. Al suo posto c’è la mascotte dei Giochi Giovanili della Bandiera che quest’anno, XXII edizione, si sono celebrati proprio qui.

Un manifesto creato dall’art director Danilo Convertini della Arcade Lab che riassume bene l’evento, atteso dall’intera comunità degli sbandieratori italiani, in una location d’eccezione, Carovigno, che vanta una tradizione vecchia di mille anni e legata a doppio filo con il culto mariano.

A Carovigno se dici <bandiera> dici <’Nzegna>. E non ci sono sbandieratori ma <battitori>. La <Battitura della ‘Nzegna>, il lancio del drappo colorato al cielo, è un atto di preghiera, un silenzioso grazie alla Madonna di Belvedere la cui immagine è custodita nell’omonimo santuario, a pochi chilometri dal centro cittadino.

Andate ad ammirarla all’interno della cripta, dove la leggenda vuole sia stata trovata da un pastore alla ricerca di un vitello smarrito e da un signore di Conversano sulle tracce della Madonna apparsa in sogno.

É in quella grotta che intorno all’anno 1100, per la prima volta, un fazzoletto colorato venne lanciato in cielo per ringraziare la Vergine del ritrovamento del vitello e della guarigione del signorotto di Conversano. Ed è proprio lì che, da allora, si celebra l’evento miracoloso nei giorni successivi alla Pasqua cattolica al ritmo di una pizzica di flauto e tamburello.

 

La Madonna, portata in corteo da centinaia di figuranti, “assiste” alle evoluzioni dei due battitori, solo due, in abiti civili a sottolineare l’attualità e contemporaneità dell’evento e da più di cento anni appartenenti alla famiglia Carlucci. Entrambi, alternandosi, eseguono movimenti rapidi e precisi roteando la bandiera attorno collo, polso, vita e gamba prima di lanciarla verso il cielo.

Il Santuario di Santa Maria del Belvedere

Luogo di culto e di pellegrinaggio, il Santuario della Madonna di Belvedere è pervaso da un’aurea di pace e misticismo. L’energia che trasmette la senti scendendo gli scalini che collegano le due cripte. La Scala Santa la chiamano: su ogni scalino il credente si ferma e prega, sull’ultimo scalino appare scolpita una croce. Segnala la cripta inferiore dove l’immagine miracolosa della Madonna di Belvedere è custodita.

 

Lungo il percorso, a partire dalla cripta superiore, altre immagini mariane e dipinti parietali di possibile origine bizantina ci raccontano un altro miracolo: quello dell’incontro tra i cristiani di Bisanzio – monaci ortodossi colonizzarono per primi queste cavità carsiche – e i  cristiani di Roma. Oriente e Occidente. La bandiera della Battitura non ha icone di potere o conquista, solo triangoli colorati e al centro una rosa mariana simbolo di pace.

Torre Guaceto. Area Marina Protetta, Riserva Naturale dello Stato

Area marina protetta, riserva naturale terrestre. Macchia mediterranea e ulivi secolari che si alternano a canneti, gigli di mare e praterie di posidonia. Rifugio di germani reali, folaghe, falchi di palude, aironi, garzette, martin pescatori e cavalieri d’Italia. Se si è fortunati si incontra anche la tartaruga marina. E’ Torre Guaceto, migliaia di ettari di paradiso tra gli scogli di Apani e Punta Penna Grossa, solo una torre di avvistamento che risale al 1300, una della quattordici che disegnano lo skyline del territorio di Carovigno, a ricordare il passaggio dell’uomo.

Un equilibrio perfetto ma fragile, garantito e tutelato dal lavoro costante di un team che quotidianamente si adopera per preservarlo. Ne parlo con Tonia Barillà, cooperativa Thalassia, voce narrante del mio viaggio alla scoperta della riserva, che mi mostra il centro visite Al GawSit con i suoi diorami e corner interattivi che anticipano e lasciano immaginare la biodiversità del litorale, della zona umida, della macchia mediterranea; le aree destinate al racconto di tradizioni e della cultura popolare del territorio; ricostruzioni 3D di Torre Guaceto nel periodo dell’Età del Bronzo e reperti archeologici; un laboratorio di archeologia del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università del Salento dove un’equipe di archeologi opera nel trattamento conservativo, schedatura e ricostruzione dei reperti. Qui si realizzano laboratori didattici per i più piccoli e prendono vita campagne per la tutela dell’ambiente come Plastic from Sea, per conoscere il nemico plastica e imparare ad affrontarlo.

 

Noto con piacere che la riserva è aperta al pubblico, l’uomo ne può godere e non deve pagare un biglietto d’ingresso. Torre Guaceto è una riserva da vivere con eventi e un calendario fitto di appuntamenti che si rinnova ogni anno. Come il concerto all’alba: un pianoforte, solo la poesia della musica che accompagna il suono della natura.

A Torre Guaceto il visitatore può scoprire il centro recupero tartarughe marine Luigi Cantoro; seguire i percorsi segnalati per ammirare la biodiversità di ogni ambiente a piedi o in bici; praticare seawatching e snorkeling guidato, godere di una giornata al mare in un lido attrezzato. Avete capito bene: a Punta Penna troverete anche un lido amovibile e nel pieno rispetto di una filosofia all’insegna della sostenibilità ambientale con un solarium dedicato a chi ha difficoltà motorie.

Al lido di Punta Penna c’è anche un punto ristoro che serve solo prodotti bio individuati con Slow Food. Ci troverete di certo il pomodoro Fiaschetto, varietà antica rimessa a coltura e presidio slow food che cresce qui, succoso e caldo di sole; o l’olio EVO biologico, l’Oro del Parco, ottenuto mediante molitura a freddo nel frantoio della vicina borgata di Serranova e commercializzato con un progetto di auto-finanziamento.

Anche la pesca a Torre Guaceto è sostenibile con un disciplinare elaborato dai pescatori professionisti di Brindisi e Carovigno in collaborazione con l’ente gestore con rese di pesca superiori rispetto a quelle in zone di mare esterne all’area protetta.

L’olio. Un patrimonio grande. La regola delle cinque esse

A Carovigno ho imparato la regola delle cinque <s>. La tradizione popolare vuole che sia infallibile quando si parla di ulivi e della loro coltivazione. <S> come sole, che li rende forti, rigogliosi; <s> di sasso, come quelli che li circondano, nei muretti a secco, le masserie fortificate, nel suolo calcareo e assolato in cui crescono; <s> di solitudine perché vivono fieri per millenni senza altre piante accanto; e infine <s> come stabbio, la concimazione triennale voluta dagli antichi romani e come scure, la potatura da iniziare quindici giorni prima dell’equinozio di primavera applicata dai greci.

Cinque esse che nei secoli hanno trasformato il territorio pugliese, rendendolo unico al mondo, coi suoi ulivi millenari, dalle chiome folte ed argentee e i tronchi nodosi, dalle forme fantastiche, ciascuno speciale, ciascuno monitorato e censito grazie alla Regione Puglia che li ha sottoposti a vincolo paesaggistico vietandone il danneggiamento, l’abbattimento e l’espianto.

 

Un’alchimia di fattori perfetta che, ad ogni stagione, dà vita ad un prodotto unico e inimitabile. Sono cinque le certificazioni di olio d’origine protetta che la Puglia può vantare. A Carovigno, grazie a Malla Barracane e all’associazione L’Olio di Puglia, dialoghi fluidi, scopro le differenze tra Coratina e Picholine, imparo l’arte dello strippaggio e mi sorprendo a sentire il profumo del pomodoro, quello della mandorla e della cicoria.

Un’alchimia di fattori perfetta per la quale si continuano ad applicare le pratiche di selezione più rigorose abbinate alle tecniche di lavorazione più all’avanguardia presso il frantoio e azienda agricola Tenute Parco Piccolo. Dai venti ettari di ulivi ultrasecolari, Ogliarola, Coratina, Leccino, Cima di Menfi, nasce un olio extravergine di oliva estratto a freddo mediante procedimenti meccanici, dal colore giallo oro, delicata persistenza del piccante e dell’amaro e sentore di mandorla e carciofo.

Ho parlato delle cinque esse. Ad oggi occorre aggiungerne una sesta: quella di “strenuo” come tenace, coraggioso, testardo. Occorre esserlo contro la minaccia degli ultimi anni, la Xylella Fastidiosa, un batterio capace di uccidere gli ulivi secolari di Puglia. Sta già accadendo in Salento, vederne la distruzione è un colpo al cuore, una ferita al patrimonio nazionale. Strenuo ed eroico è il lavoro di chi sta cercando di bloccarne l’avanzata verso la Valle d’Itria e l’Alto Salento.

Al cuore di Carovigno. Castello Dentice di Frasso

Storia di un antico castello e dei suoi segreti. Storie di tre torri, ognuna speciale, ognuna diversa. Quella quadrata a oriente, la circolare a occidente e quella “a mandorla” che ne chiude la pianta triangolare.

Dall’alto delle torri del castello Dentice di Frasso il panorama è mozzafiato. Puoi abbracciare con lo sguardo la fascia costiera, i paesi <allattati>, la piana degli ulivi secolari.

 

Le origini risalgono ai normanni e di signori e padroni il Castello ne ha visti tanti. Come i ricchi feudatari Loffreda che qui si avvicendarono tra Quattrocento e Cinquecento sino ai principi Dentici di Frasso che hanno lasciato il loro nome. Concesso in uso al comune di Carovigno, oggi il complesso monumentale del castello Dentice di Frasso è un luogo che appartiene all’intera comunità con un museo, una biblioteca, i giardini, l’archivio comunale. Visitarlo significa attraversare il tempo e conoscere le tante vite che ha vissuto.

Farlo è più semplice grazie all’associazione Le Colonne, Arte Antica e Contemporanea, Collezione Archeologica Faldetta, che ne gestisce i servizi museali e bibliotecari. Daniela La Fauci, storica, me ne svela la storia, i segreti e aneddoti preziosi, i personaggi che lo hanno abitato. Mi innamoro della figura della contessa Elisabetta Schlippenbach, moglie dell’Ammiraglio Alfredo Dentice di Frasso, la famiglia che ha dato il nome al castello e che per ultima lo ha abitato prima della cessione al comune. Resto ad ascoltare la storia di una donna forte di nobile casata austriaca che a fine Ottocento sceglie la libertà separandosi dal marito e da una realtà molto agiata. Rinuncia al figlio, viaggia per un lungo periodo sino all’incontro con Alfredo e l’amore vero. La immagino in una delle splendide terrazze del castello, nelle sale destinate al laboratorio di tessitura, nei giardini. Vorrei fermarmi a leggerne le memorie e a riviverne la vita. In una delle sale leggo le parole “Nulla palma sine pugna”.

Oltre il Castello

Il centro storico di Carovigno è piccolo. Lo giro a piedi, al mattino, quando ancora ne posso godere il silenzio. Lascio il Castello, porta Ostuni alle spalle, e con il naso per aria noto il camminamento che collegava il castello alla chiesa di Sant’Anna, sede della Confraternita del SS.mo Sacramento. Accanto la Dimora Sant’Anna, albergo diffuso, un tempo parte del complesso seicentesco, oggi struttura ricettiva dal grande fascino, stretta tra il castello e il Rione Terra. Materiali locali e un design luminoso caratterizzano le stanze con la volte a botte o a stella. La pietra color miele, “gentile”, è l’elemento che ritrovo alle pareti, attorno le finestre, nascosta dal verde delle piante mediterranee, nel cortile dove bevo il mio caffè al mattino.

 

Di chiese a Carovigno ne troverete tante, ciascuna con una storia diversa: la Chiesa del Carmine, dell’Addolorata, di Santa Maria del Soccorso, di Sant’Angelo. Costellano il centro e insieme si inchinano alla Chiesa Madre, col suo splendido rosone. Occorre raggiungere la Raffaele Sanzio per ammirarlo e scoprire un ingresso diverso alla chiesa, custode del passato e oggi da cercare e indovinare nella pietra della facciata laterale.

La Chiesa Madre è a pochi passi da Porta Brindisi e dalla Torre Civica oltre la quale c’è piazza ‘Nzegna. Non resisto e mi fermo al bar di fronte –  Oasi del Gusto si chiama – per concedermi un dolce che sa di Puglia, la Tetta della Monaca, un boccone di pasta soffice con un cuore di crema bianca. Semplice e delizioso.

Con un baffo di crema sul naso torno indietro e mi infilo nelle viuzze su cui si affacciano case bianche tinteggiate a calce, le coorti, i cortili ingentiliti da una panchina colorata, una pianta di fico d’india, quattro piccole teste di fanciulle sul balcone della casa un tempo appartenuta ad un mercante veneziano, preziosi accenni delle epoche passate. Noto i vignali, i gradini di ingresso ai portoni delle abitazioni, tutte al primo piano, tutte progettate in una logica di difesa dal nemico. Occorreva che l’invasore si confondesse, si perdesse nelle strade spesso senza via d’uscita.

Mi ci perdo anch’io e ne vale la pena perché mi ritrovo davanti al forno Lu Scattusu, pane caldo, fragrante e taralli e frise da portare a casa e regalare.

 

Voglia di mare. Borgata Marinara di Torre S.Sabina

Qui ci passava l’antica via Traiana. Tappa di viandanti e pellegrini offriva agli antichi romani una mansio ad Speluncae, una stazione postale dove rifocillarsi e provvedere al ricovero dei cavalli.

E in età medievale, proprio presso il porticciolo di S.Sabina c’era l’Ospedale dei Cavalli Teutonici. Luogo di passaggio di efferati saraceni, pirati, viaggiatori e mercanti che commerciavano i tesori dell’antica Carbina: olio, vino, mandorle, fichi.

Mi ci fermo anch’io ritrovando Claudia Di Cera, che al Castello Dentice di Frasso, con Antonio Marra, entrambi appassionati archeologi, durante un laboratorio archeo-museale, mi aveva raccontato l’antica Messapia e mostrato come, attraverso il gioco, è possibile spiegare l’archeologia anche ai più piccoli.

 

Con lei imparo che il mare qui è custode di tesori eccezionali e testimone di epoche passate. A pochi metri dalla costa culla da secoli relitti sui suoi fondali. Il Cimitero delle Navi lo chiamano e grazie al Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università del Salento in collaborazione con il Comune di Carovigno e l’Istituto Superiore per la conservazione e il restauro, oggi si fa archeologia subacquea recuperando e studiando ciò che l’avvicendarsi di epoche e popoli ci ha regalato. Anfore databili tra il II e il I secolo a.C., ceramica di età arcaica, classica, ellenistica, i resti di un relitto di età romana a soli due metri e mezzo dall’insenatura di Camerini.

Un viaggio nella bellezza e nella storia del mare di Puglia tra Mezzaluna e Scoglio del Cavallo.

On the table. La Puglia a tavola. Dove mangiare a Carovigno

Autenticità, stagionalità, passione. Poche parole per capire Carovigno a tavola. La cucina a Carovigno piace perché è genuina, semplice. Il chilometro zero è la vera filosofia delle tavole che troverete da queste parti.

Le erbe selvatiche saltate in padella, capocollo martinese, burrata e caciocavallo, “brascioli e purpetti”, orecchiette, strascinati e cavatelli, il purè di fave…cosa c’è di più semplice e confortante del purè di fave?

Non fatevi ingannare dall’espressione “due antipastini”: un’altra parola chiave a Carovigno è generosità. Al suono di “due antipastini” seguirà una carrellata di sapori e pietanze che vi lasceranno senza parole. Ed è solo l’inizio!

 

Mamma Lena – Braceria. Via Giuseppe Verdi 10, Carovigno, accanto il Municipio. Tutto ciò che riuscite ad immaginare su una griglia. Autentico e genuino. Grande cordialità e accoglienza.

Masseria Caselli , Specchiolla. S.P.35 c.da Caselli. Tutto il fascino di un’antica masseria in un relais a 4 stelle. Tra Torre Santa Sabina e Torre Guaceto, un’oasi di bellezza e pace.

Masseria Nzeta. S.P.16 Carovigno Ostuni km1. La tradizione e il racconto di una Puglia verace e appassionata. Esplosive le orecchiette con la cicoria. Vincente l’idea di ospitare spettacoli di pizzica realizzati dal gruppo Le Radici del Sud.

La Terrazza. Torre Santa Sabina, via della Torre 5. A ridosso dell’antica torre, avrete l’impressione di mangiare sull’acqua cristallina della borgata. Con una tradizione antica ma uno stile minimal e luminoso. I sapori del mare e dell’orto. Eccezionali le orecchiette al nero di seppia con i frutti di mare.

Al Boschetto. Via Umberto I, 178, Carovigno. Tradizione a tavola e negli spazi esterni arredati con installazioni e luci che fanno l’occhiolino alle tipiche e grandiose luminarie della festa in Puglia.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Regione Puglia, Comune di Carovigno e Agenzia Regionale PugliaPromozione.

#tourcarovigno

#weareinpuglia

 

Firriato. Baglio Sorìa a Trapani

Al Baglio Sorìa non si corre. Al Baglio Soria ogni istante ha un profumo, un colore, un sapore.

Baglio Sorìa Resort &amp; Wine Experience
Ogni momento un sapore, un colore, un profumo

Mi trovo a Trapani nel resort, firmato Firriato, nato in un antico baglio seicentesco recuperato e trasformato  nel Baglio Soria Resort & Wine Esperience. Proprio così: “experience”, la parola chiave con cui qui nasce l’idea di un soggiorno esperienziale che non si dimentica più.
Partiamo dallo scenario in cui il baglio sorge: abbracciato dai vigneti, Monte Erice a nord con il suo borgo medievale e all’orizzonte l’antica Via del Sale che da Trapani, attraversando le saline di Paceco, giungeva sino a Marsala e alla bellissima e affascinante Riserva dello Stagnone. Poco più a largo, nitide, le isole Egadi. Un paradiso, una valle incantata.

Trapani coi suoi vecchi bastioni delle Mura di Tramontana e la Torre di Ligny è vicinissima ma qui, al Baglio Soria, non ne arriva il clamore e lo struscio dei cafè e delle boutique di corso Vittorio Emanuele, via Torrearsa e via Garibaldi. Qui è silenzio. E pace.
Poche stanze, eleganti, sobrie, coi colori della terra su cui crescono i filari, una piscina e un solarium circondato da piante mediterranee, un wine bar dove assaporo ogni goccia dei vini che Giuseppe, oggi la mia guida alle etichette Firriato, mi fa scoprire. C’è anche un wine living arredato con barrique e un grande tavolo per le degustazioni ma io preferisco accomodarmi fuori in una delle terrazze affacciate sulla diga di Paceco e sul mare.

 

 

 

Con Giuseppe, professionale e puntuale, scopro la storia del marchio Firriato nato dall’intuizione di Salvatore Di Gaetano che, negli anni ’80, punta sulla specificità di questo territorio impiantando vigneti, coltivando ulivi, recuperando antiche strutture rurali. Nascono le prime etichette, quelle che hanno fatto la storia dell’azienda: il Camelot, un blend di cabernet sauvignon e merlot, il Santagostino rosso, nero d’Avola e Syrah e quello bianco, catarratto e chardonnay.
A fianco del fondatore, fa il suo ingresso in casa Firriato Vinzia Novara di Gaetano, la moglie, che presto ne diventa la testimonial e responsabile della comunicazione. La signora del vino di casa Firriato non appare solo nelle grandi campagne e nelle immagini che raccontano il brand. E’ anche qui a Baglio Soria, che ne racconta lo charme, ora morbido e femminile, ora quasi maschile e asciutto.

 

 

Ricordo un design diverso a Cavanera, nella cantina che Firriato ha aperto da qualche anno sulle pendici dell’Etna, un’altra oasi, un’altra “esperienza”, tutta da vivere, tra viti centenarie e un terroir che si trasforma all’ombra del vulcano.

Baglio Sorìa Resort & Wine Experience
Zibibbo, Grillo, Catarratto. Fiore di sambuco e zagara. Timo di Favignana

Con un calice di La Muciara, Favinia viaggio ancora e stavolta attraverso il mare che ho di fronte e raggiungo Favignana. Zibibbo, Grillo e Catarratto. Qui Firriato ha dedicato studio e risorse a cinque ettari di viti, a dieci metri dalla scogliera di Calamoni, vitati ad alberello su terreni arenari, tra tufo e sabbia rossa da dove antichi fossili ogni tanto fanno capolino. Vento dominante, la presenza del mare, la fertilizzazione naturale data dalla posidonia, i resti di un pesce che un gabbiano ha lasciato tra pampini e filari…una viticoltura eroica, difficile e ambiziosa che regala profumi e sentori unici al mondo.
Anche qui a Favignana è possibile soggiornare, così come a Cavanera, sull’Etna, in strutture ciascuna col proprio stile e colori.

 

 

 

Ringrazio Giuseppe e mi avvio a godere dell’ultima parte della giornata che mi sono regalata qui. Lo incontrerò ancora una volta stasera nel ristorante di Baglio Soria coi suoi menu che raccontano la terra che ci circonda. Lo chef è Andrea Macca che dopo un’esperienza al Duomo di Ragusa e al Donna Carmela in provincia di Catania è oggi al Baglio Soria. E domani, prima di andar via, passerò dal wine shop dove potrò scegliere i vini che condividerò con gli amici quest’estate.
Ora però mi avvio lungo il  sentiero tra alberi di eucalipto che porta al Sorìa Sky Lounge, in cima alla collina. Da qui il tramonto è superbo. Un’esperienza indimenticabile.

Baglio Sorìa Resort &amp; Wine Experience
Un tramonto indimenticabile

Tonnara di Scopello. Storie di pesca e cialome

La chiamavano Cattedrale e di una cattedrale aveva tutta l’imponenza e l’importanza anche se di un magazzino di reti si trattava. Centinaia e centinaia di metri di reti collocate con cura attraverso un sistema di soppalchi e rialzi da terra perché l’umidità dei mesi invernali non ne rovinasse l’intreccio e la particolare fattura. In primavera si inaugurava una nuova stagione di pesca e decine di tonnaroti,  guidati dal rais,  ridavano vita a quelli reti, trasformando un ammasso di materia all’apparenza informe in una struttura complessa, articolata, la vera e propria tonnara. Calate in acqua quelle reti sarebbero diventate l’Isola, le maglie pareti di “stanze”, la Ponente, la Grande, la Levante collegate da “porte” attraverso cui il tonno entrava e si trovava costretto a passare di camera in camera sino a quella finale, la Stanza della Morte.

 

La tonnara di Scopello. Un racconto antico

La Cattedrale c’è ancora alla tonnara di Scopello. L’antica tonnara siciliana, in provincia di Trapani, ormai in disuso e oggi complesso monumentale, resta come sospesa nel tempo, stretta e sorvegliata dai suoi guardiani, i due faraglioni.

Per accedere all’area è necessario pagare un biglietto di 5 euro e per visitarne il nucleo principale occorre presentarsi agli orari prestabiliti e seguire in piccoli gruppi la visita guidata. L’alternativa è prenotare una delle stanze disponibili dove un tempo viveva l’amministratore, soggiornava il rais e dormivano i tonnaroti.  Non è consentito fare foto. In questo luogo dal fascino antico, per fissarne il ricordo, occorrerà affidarsi al profumo di mare e di piante mediterranee che crescono attorno, ai colori della pietra color miele e a quelli vivaci delle maioliche sbeccate accanto un vecchio lavatoio o nella cornice di una porta, al miagolio di un micio che passa indomito tra le gambe dei visitatori.

E a Scopello, da una rete del magazzino delle reti pende da chissà quanto l’immagine di un santo, Sant’Antonio da Padova. Perché da una buona pesca dipendeva la serenità dei mesi a venire di pescatori, mastri d’ascia, calafati, operai, viddani, retaioli, maestri cordai, carpentieri. E al santo ci si affidava.

E nella tonnara di Scopello sembra di vederli all’opera nel grande piazzale  e seguire, con la stessa fiducia riposta nel santo, gli ordini del rais: a lui stava il corretto posizionamento in mare della tonnara di corsa, l’esatto bilanciamento tra reti e ancore, l’attenta interpretazione di pesi e cordicelle che vibravano al passaggio del tonno. Bastava un errore perché il pesce trovasse un varco e la pesca andasse in fumo.

C’era chi si occupava delle reti più sottili, quelle in fibre di cocco e canapa a cui in acqua si attaccano i molluschi mimetizzandole e rendendole invisibili ai tonni; e chi invece lavorava quelle a maglia fitta per la camera della morte in fibre di palma nana o di forasacchi, un’erba infestante, rese ancora più resistenti dalla resina rilasciata da acqua e corteccia di vite in cui venivano immerse. Le reti dovevano sopportare il peso degli animali ammassati e pronti ad essere tirati su dalle barche e arpionati col crocco. Era il momento più duro della pesca, la mattanza. Quello in cui l’animale moriva dimenandosi e tingendo l’acqua del mare col suo sangue. Quello in cui il pescatore sapeva di non poter fallire.

Le cialome erano i canti di quest’ultimi: servivano a dare il tempo, servivano a propiziare la pesca, servivano a scandire la lotta tra uomo e animale.

Accanto al magazzino delle reti c’erano i locali dove bottarga e lattume venivano lavorati, i differenti depositi, gli alloggi, le rimesse delle barche – muciare, bastarde e parascalmi . Alla tonnara di Scopello ogni area è stata aggiunta o migliorata nel corso dei secoli e con i differenti proprietari. Dalle origini che risalgono al XIII secolo e al periodo in cui la famiglia San Clemente ne fu padrone sino all’epoca in cui i Florio ne assunsero la proprietà dopo l’Unità d’Italia e l’esproprio ai Gesuiti. La chiesetta all’interno della struttura è opera di quest’ultimi comparsi nella gestione della tonnara nel 1600.

 

Oggi la pesca del tonno viene per lo più effettuata con le tonnare volanti al largo e a sostituire riti e tradizioni centenarie per attirare il pesce ci sono radar ed ecoscandagli. L’inquinamento sembra poi aver contribuito drasticamente al depauperamento della fauna rendendo le tonnare di corsa poco redditizie e “superate”.

Anche la tonnara di Favignana, una delle più grandi del Mediterraneo, ha subito la stessa sorte ma, a partire da quest’anno, attraverso il decreto sulla Campagna di pesca del tonno rosso 2019, il Mipaaft, Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo, ha assegnato a Favignana una quota e dopo 12 anni, la tonnara è tornata attiva. Oggi, dopo una nuova distribuzione delle quote tonno, l’apertura resta in bilico in attesa di ulteriori sviluppi.

Alcuni consigli

La tonnara di Scopello è raggiungibile percorrendo la A29 Palermo Mazara del Vallo, uscita Castellammare del Golfo, sita in una zona di indicibile bellezza.  Vicine ci sono Cala Bianca, Cala Mazzo di Sciacca, la Riserva dello Zingaro. A pochi minuti il piccolo centro di Scopello con il suo baglio.

Dalla A29 sono circa quindici i chilometri di strada statale da percorrere e l’ingresso della tonnara si trova lungo una strada secondaria dove è possibile parcheggiare esclusivamente in un’area parcheggio preposta. Se potete, non visitate la tonnara in alta stagione. Ciò che vale per qualsiasi destinazione qui è più che mai utile per godere di questi luoghi.

 

Malta. Ipogeo di Hal Saflieni

Ipogeo di Hal Saflieni - Paola
Ipogeo di Hal Saflieni – Paola

Lo hanno scoperto per caso nel 1902. L’Ipogeo di Hal Saflieni stava lì, in attesa, fino a che, dopo millenni, la luce vi ha fatto nuovamente ingresso. Alcuni operai ne picconarono per caso il tetto scoprendo che sotto si nascondeva un luogo oscuro, misterioso, custode di indicibili tesori.

Capita così – forse per caso, forse no – che il passato si manifesti, ricordandoci quanto tutto è precario e temporaneo e quanto ancora abbia da insegnare e raccontare. E’ successo nel 1997 quando le reti del peschereccio Capitan Ciccio tirarono su prima una gamba e poi l’intero Satiro Danzante dalle acque del Canale di Sicilia; nel 1972, quando il sub Stefano Mariottini scoprì lungo le coste calabre, sotto pochi centimetri di sabbia, i Bronzi di Riace; nel 1974 quando alcuni contadini dello Shaanxi in Cina, trovarono i resti di alcuni dei Guerrieri dell’Esercito di Terracotta, dando il via ad una delle scoperte più grandi dei nostri tempi. Sono squarci di luce, inaspettate corsie preferenziali ai misteri della storia e dell’uomo.

A Malta, lo studio dei segreti dell’Ipogeo di Hal Saflieni affidato a Padre Manuel Magri della Compagnia di Gesù, e, dopo la sua morte, allo studioso Themistocles Zammit, destò grande meraviglia. Si comprese nel tempo che lì, nel 4000 a.C., prima quindi che in Egitto fossero costruite le Piramidi o in Gran Bretagna Stonehenge, altri uomini, i nostri antenati, erano riusciti a scavare nella pietra viva, col solo ausilio di altra pietra, una struttura profonda 10 metri e suddivisa su tre livelli collegati uno all’altro.

 

La grandiosità di Hal Saflieni su tre livelli di sorprese e misteri

Immaginate di ammirare i templi megalitici maltesi – Tarxien, Hagar Qim e Mnajdra, Ggantija e Ta’ Hagrat,. E i tipici triliti, le strutture composte da un elemento orizzontale sostenuto da due verticali. I grandi massi in pietra, le sfere, i motivi a spirale, la pianta a trifoglio e le camere circolari. La particolare posizione affinché la luce li attraversi fino a toccare l’altare ai solstizi d’inverno e primavera.

Lo avete fatto? Ora trasferitene le architetture e le geometrie nelle viscere della terra e avrete una prima idea di Hal Saflieni. Perché lì sotto il tempo e gli agenti atmosferici non hanno alterato la bellezza e grandiosità iniziali lasciandoci una precisa idea di come tale tipo di costruzione dovesse essere al principio. Coloro che per primi si addentrarono nell’ipogeo, livello sotto livello, scoprirono un mondo parallelo, sospeso, fermo nel tempo, con disegni “ricamati” sulle pareti in ocra rossa e i resti di circa 7.000 anime. Si trattava quindi di una necropoli, un luogo di sepoltura e culto dei morti. Accanto ossa e teschi c’erano amuleti, perline, ceramiche, animali scolpiti e figurine umane.

La donna che dorme e il suo sonno millenario

C’era poi lei, la Sleeping Lady, la donna che dorme, una statuetta che risale a circa 5.000 anni fa raffigurante una figura femminile distesa su un fianco con la testa reclinata e poggiata su un braccio, come se dormisse, splendida nelle sue rotondità. Dea madre, dea dormiente, simbolo di fertilità e del ciclo della vita: dalla morte alla rinascita, dal sonno al risveglio.

La Sleeping Lady è custodita al Museo Archeologico Nazionale di Valletta insieme ad altre sculture femminili recuperate in tutta Malta e divenute simbolo dell’isola. Le donne grasse le hanno chiamate: grembo e fianchi larghi, braccia piene, mani e piedi minuti, vesti vezzosamente plissettate e gambe a volte leziosamente raccolte e leggermente piegate su un lato. Una femminilità piena e matura ante litteram. Il Museo Archeologico Nazionale, con sede nell’Auberge de Provence, uno degli edifici che ospitavano i cavalieri appartenenti alla stessa area etno-linguistica, ospita anche la Venere di Malta rinvenuta ad Hagar Qim.

Sleeping Lady - foto web
Sleeping Lady – foto web

Come funziona la visita all’Ipogeo

Dopo l’iniziale scoperta ad inizio Novecento e l’apertura al pubblico, il sito interruppe il suo sonno incontaminato e scoprì gli effetti dello scorrere del tempo. La Storia, quella con la S maiuscola, ci mise del suo costringendo i maltesi ad utilizzare l’ipogeo come rifugio durante i conflitti mondiali. Per anni diventò persino luogo di gioco per i bimbi del posto e poco alla volta, muffe ed altri agenti aggredirono irreversibilmente i delicati disegni color ocra.

La decisione presa fu drastica e dopo un lungo periodo di chiusura, l’accesso al sito è stato severamente regolamentato: solo dieci persone per volta possono accedervi e sono solo otto gli ingressi giornalieri consentiti. Un complesso meccanismo e un sistema di accensione della luce al passaggio dei visitatori garantisce e mantiene temperatura ed umidità al livello corretto. Infine un insieme di passerelle evita l’eventuale o anche casuale contatto con le superfici.

Inutile dire quindi che, se si desidera visitare l’Ipogeo, è necessario prenotare fino a mesi prima, specie se nei periodi di alta stagione. L’indirizzo mail dove farlo acquistando i biglietti, 35 euro a persona, è il seguente https://booking.heritagemalta.org/

Cosa vi aspetta? L’Ipogeo si trova in località Paola e l’edificio che lo custodisce si uniforma e quasi si mimetizza tra le locali abitazioni a un piano dai colori chiari che ricordano le sfumature della terra dell’isola. Occorre presentarsi almeno un quarto d’ora prima l’orario fissato e attendere in una piccola area dove sono esposti alcuni souvenir e diversi testi di approfondimento.

Prima della visita è obbligatorio lasciare borse e zainetti negli appositi armadietti. Non è consentito fare foto e video. Tutte le immagini di questo articolo, ad eccezione di quelle scattate all’esterno del sito, sono tratte dal web e dal testo The Hal Saflieni Hypogeum di Anthony Pace, Malta Insight Heritage Guides.

 

Bisognerà affidarsi ai propri ricordi ed emozioni per fissare nella memoria quanto visto: per una volta sarà bello lasciarsi andare al racconto per immagini e suoni che costituisce la prima parte della visita. Non preoccupatevi per la lingua: a ciascun ospite è assegnata un’audioguida con la lingua che preferite. Comincia quindi il percorso nelle viscere dell’Ipogeo, dal primo livello dove sono ancora visibili le tracce delle fondamenta delle abitazioni in passato costruite sopra, sino al terzo livello, passando attraverso la Camera Principale, la Stanza dell’Oracolo, la Cisterna e il Sancta Sanctorum. Stanze più grandi si susseguono tutto attorno illuminandosi a turno e rivelando così la presenza di altre più piccole, tutte collegate tra loro. Il rumore dello scalpellio della pietra riprodotto artificialmente aiuta ad immaginare uomini intenti a creare millimetro dopo millimetro questa meraviglia. Un lavoro immane, patrimonio Unesco dal 1980, reso ancora più tangibile dalla grandiosità dei dettagli, dalla precisione con cui le pareti sono state tagliate ricreando l’illusione di colonne e le geometrie tondeggianti.

Una volta fuori, in strada, davanti la struttura esterna in realtà piuttosto anonima, si ritorna con la memoria al 1902 ringraziando il caso che ci ha, almeno in parte, permesso di sbirciare appena in un’epoca lontanissima i cui segreti sono ancora tutti da scoprire.

Vita da blogger imperfetti. Sgangherati e felici

Quattro chiacchiere tra due viaggiatori sopra le righe

A farci conoscere ci ha pensato un pupo. I Pupi di Salvo Currò, artista siciliano e creatore di colorati e vivaci paladini della tradizione siciliana che, grazie all’iniziativa Il Paladino nel mondo, viaggiano inarrestabili raccontando la Sicilia.

Un paladino è finito nella mia valigia diretta ad Hanoi, un altro è già pronto a partire nel prossimo viaggio di Domenico Romano.

Ma chi è Domenico Romano? Cinquanta anni, innamorato del mondo e malato di bici, ha deciso di mettere assieme le sue due passioni e raccontarsi nel blog domenicoromano.it, un blog per tanti versi simile a quello che state leggendo che però si muove su “due ruote”.

Prossima avventura già in calendario A Londra…ma in bici. Duemilasettecento chilometri dalla Sicilia alla Gran Bretagna pedalando, quattro nazioni da attraversare e un obiettivo importante: far conoscere la cultura del volontariato e le tre realtà associative che operano sul territorio che Domenico conosce bene. La Confraternita di Misericordia di Spadafora, la Onlus Fabrizio Ripa di Villafranca Tirrena e l’Admo di Milazzo lo accompagneranno idealmente e con quanto raccolto si proverà ad acquistare un’ambulanza per Spadafora, la sua città.

Il progetto di Domenico Romano
Il progetto di Domenico Romano

Con Domenico ci siamo subito “intesi”. Entrambi abbiamo creato un blog, ci piace viaggiare e raccontare i nostri viaggi. Certo, Domenico viaggia in bici e io non so starci sopra neanche da ferma, pensa ad imprese come quella che lo aspetta a breve in solitaria per le quali io lo guardo con rispetto e un pizzico di timore (“Sarà un pò matto?” – mi chiedo), ma c’è una cosa che ci accomuna tanto: siamo imperfetti e felici di esserlo e il viaggio ci piace per imparare, divertirci, ridere, crescere e continuare a sorridere delle nostre imperfezioni.

 

  • Domenico, pronto a partire? Mancano poche settimane.

” Pronto? Stai scherzando? Se si vuole partire pronti non si sarà mai pronti. Per fortuna viaggio leggero e la bici e l’attrezzatura necessaria è in ordine. Non mi dire che vuoi venire con me?”

  • A fare che? La zavorra?

Ma dai, davvero. Non ti piace andare in bici?”.

  • Come ai gatti piace l’acqua! Sono imbranata e instabile su qualsiasi mezzo a due ruote. Però potrei pensare ad un viaggio simile a piedi. Un viaggio slow, quello sì, lo potrei fare.

Prima cosa in comune, l’abbiamo trovata! La voglia di andare e se è un andare slow, tanto meglio. Tempi lunghi, la libertà di fermarsi, la possibilità di osservare…senza quella frenesia che di solito prende i viaggiatori che chiamo <perfetti>, quelli che hanno tutto organizzato un po’ come in quel film comico (di cui non mi ricordo il nome).

  • La seconda cosa in comune te la dico io. Dimmi se sbaglio: l’amore per la nostra terra, la Sicilia. In bici, a piedi o come ti pare. Una Sicilia dalla bellezza infinita, non credi? Quali sono le zone della Sicilia che ti piacciono di più?

“Credo che la Sicilia sia tutta bella, abbiamo la fortuna di vivere in un’isola in cui c’è di tutto, dal mare alla montagna, dalla neve dell’Etna alla Scala dei Turchi. Abbiamo storia, cultura, tradizione e cosa che non guasta buona cucina. La domanda però è se sappiamo valorizzarla. Non è un problema di politica ma di noi siciliani, vedo troppo attendismo, un qualcosa che odio profondamente. Per tornare alla domanda prediligo i piccoli paesini, borghi come Montalbano o Castelbuono, Geraci Siculo o Savoca, posti in cui il tempo pare essersi fermato e non è raro per me che sono un <chiacchierone seriale> trovare il vecchietto che ancora ti racconta del periodo della Grande Guerra. Tu invece cosa prediligi della nostra isola?

  • Le persone che non attendono ma concretamente fanno. Ne ho conosciute tante nel mio girovagare in Sicilia. Ho appena avuto modo di chiacchierare a lungo con Fabrizio Fazio, un artigiano di Gangi, l’artigiano del tamburo. I suoi tamburi e le sue tammorre vanno in giro per il mondo rendendoci orgogliosi, la sua bottega è aperta ai viaggiatori che vogliono scoprire le Madonie. Ci sono tante persone che coltivano passioni e saperi, magari nel tempo libero. Se ci pensi anche noi due lo facciamo. Per passione, per amore. Penso sia questo il motore di tutto. Quello che ti fa salire in sella e ti fa fare quasi tremila chilometri. E a proposito di grandi avventure, qual è il viaggio che non scorderai più in giro per il mondo?

“Molti dicono quello che si deve ancora fare, io non sono così scontato e ti dico la mia prima volta a Londra. Era da molto che non viaggiavo e tornarci con mia moglie mi ha lanciato nel futuro. I popoli nordici in generale e Londra in particolare sono avanti anni luce rispetto a noi. Cultura, civiltà, rispetto sono parole all’ordine del giorno. Personalmente mi hanno impressionato moltissimo. “Purtroppo” (ahahahaha) ci si è trasferito mio figlio e mi tocca andarci due/tre volte l’anno. D’altronde Londra sarebbe perfetta per noi <imperfetti>, tu ci sei mai stata?

  • Poverino, che sfortuna, due-tre volte all’anno a Londra! Il mio primo viaggio all’estero…avevo 11 anni quando ci sono andata. Quanti ricordi. Ci son tornata parecchi, troppi anni dopo e ho avuto la tua stessa impressione: mi ci sarei tuffata dentro e goduta musei, iniziative, eventi, fiere internazionali. Era davvero super ai miei occhi. Oggi qualcosa è cambiato però Domenico: ci vive mio fratello e ultimamente ne ho scoperto i ritmi frenetici, l’impersonalità e il cinismo. Preferisco godermela da turista, non ci potrei vivere, non credo. E poi sto invecchiando Domenico! Non so stare senza sole e profumo di mare! Ma torniamo a te che sono curiosa. Piccole manie o portafortuna in viaggio?
Domenico Romano
Domenico Romano

“Sono una persona superstiziosa ma non ho riti propiziatori, cerco di vivere con la libertà del viaggiatore curioso, un viaggiatore a cui piace calarsi nella civiltà e nelle abitudini dei luoghi che visita…Ma perché mi fai questa domanda? Tu sei superstiziosa e parti con vari portafortuna al collo? – Domenico se la ride sotto i baffi…e la barba.

  •  Caschi male. Zero amuleti, zero portafortuna. Forse però un po’ scaramantica lo sono. Non mi piace raccontare dove sto andando. Preferisco tenermelo per me e finché non parto ho sempre paura che mi salti il viaggio. Il viaggio che farai a breve non è esattamente un viaggio all’insegna della comodità. Sei un tipo che si adatta?

“La tua domanda contiene implicitamente la risposta, non posso non adattarmi in un viaggio del genere, pochi bagagli ma molti punti interrogativi. Il peso vincola ciò che mi devo portare, la lunghezza del percorso porterà con sé sicuramente imprevisti, non è che abbia molta scelta in questo caso, mi dovrò ingegnare per superarli. Tu invece sei una tipa da baule o zaino, insomma parti anche con il vestito da sera o metti solo un paio di scarpe da ginnastica?”

  • Tacco 12 e outfit da vera influencer. Mi ci vedi? Direi proprio di no, io non mi ci vedo e quando parto porto con me solo l’indispensabile. Se possibile roba comoda e vecchia. Hai capito bene: metto da parte abiti e biancheria più vecchiotta e la lascio in giro per il mondo liberando spazio in valigia. Mi chiedo invece cosa è davvero indispensabile in un viaggio come il tuo alla conquista di Londra. Cosa suggeriresti di portare a chi vuole intraprendere un viaggio così?

 “E’ il peso che mi limiterà, perciò eliminerò il superfluo, sicuramente ci sarà una go pro (regalo della mia famiglia) un lettore musicale, un telefono che mi consenta di interagire sui social, un localizzatore per permettere a tutti di seguirmi in real time e poco altro, a parte i completini e qualche vestito <civile>. Non sono molto propenso a catalogare le cose come indispensabili d’altronde il mio motto è <se non l’ho messo in valigia non serve>.

  • Te lo rubo. E’ perfetto anche per me! Che poi se ci pensi vale anche nella vita…Mi hai detto che ti sei preso un mese per questa avventura e tutte le ferie arretrate. Raggiungerai tuo figlio che vive e lavora a Londra. Hai aggiunto che vuoi mettere alla prova te stesso. Cinquanta anni, una vita piena, una famiglia, un lavoro. Mi sa che abbiamo trovato un’altra cosa in comune…non siamo ragazzini. Io ho 42 anni (quasi), tu 50 (quasi). Non credi che il viaggio lo si vive in modo diverso?

“Sicuramente sì, con l’età variano le prospettive, personalmente gli anni che passano mi hanno portato a cercare meno divertimenti ma a tentare di capire di più come vivono quelli che noi chiamiamo “gli altri”. Si diventa più introspettivi, si cercano di più le sensazioni, le emozioni, non è importante da dove esse arrivano (può essere un paesaggio, un quadro, un odore). Si è più portati a interagire di più con le persone che incontri, quasi come a carpirne i segreti. Insomma un qualcosa di totalmente diverso. Condividi o pensi che siano baggianate?”

  • Cambiano proprio le priorità. I ricordi più belli sono legati all’incontro, alla scoperta. Poi sono una curiosona, mi piace attaccare bottone…

“L’interazione di un viaggio credo che sia una parte importante del viaggio, è il sentirsi vicini agli abitanti dei luoghi che si visitano che porta il valore aggiunto, che ti permette di <entrare> nel paese e non di <visitarlo> solamente. Credo che gli incontri siano sempre parte integrante, anche gli incontri che a prima vista sono superficiali.

  • Ho visto delle belle interviste sul tuo blog…si vede che ti piace conoscere il punto di vista degli altri…

“E’ vero, ce ne sono molte e presto ci sarà anche la prima <doppia intervista!> Questa volta ridiamo insieme…”. Domenico mi guarda e fa: “Ma tu dici che si tratta di una buona idea?”

  • E che ti frega? – gli rispondo. Tanto più matti e sgangherati di così!
Io e Domenico
Io e Domenico