Malta. Dormire a Sliema. Perchè

Vi potrei dire che è più economica, che è ben collegata, che offre locali e ristoranti di ogni genere. Sì, è vero, Sliema a Malta è una località che offre tutto questo.

Come tante altre sull’isola.

Cosa mi ha attratto di Sliema

La verità è che sono una romanticona e quando ho scoperto il Two Pillows Hostel me ne sono innamorata. A volte basta poco perché un luogo prenda forma e ci si immagini lì. A me è bastato un bel portone rosso sormontato da una gallarija dello stesso colore, il tipico balcone chiuso. A Malta ne trovate tante fortunatamente ben tenute  e lungo la strada che porta al Two Pillows  ce ne sono di bellissime, colorate e in netto contrasto con la pietra chiara con cui sono costruite le case.

Il Two Pillows è un ostello che come tutti gli ostelli offre camere e servizi in comune con altri viaggiatori a prezzi vantaggiosi. Ma è anche un raffinato boutique hostel: una casa maltese con una splendida scala in ferro battuto a chiocciola che sale fino all’ultimo piano e uno stile moderno, accattivante. Industrial design  e scelte urban chic per tutte le aree comuni  – la reception, la sala colazione col suo sharing table, il piccolo dehors  tra ciuffi di verde e una bici appoggiata a un muro di pietra. Una spa prenotabile e gratuita per un’ora di totale relax. E infine, camere singole dotate di tutti i comfort dalle linee e i colori essenziali.

In quella assegnatami, un ampio terrazzo solo per me, vista Valletta. Cosa chiedere di più?

Sul traghetto
Sul traghetto

E poi…

Se guardate Sliema su Google vedrete che il tratto di costa su cui sorge “abbraccia” letteralmente la lingua di terra che termina con Valletta.  La capitale e Sliema sono dirimpettaie e separate solo dal Marsamxett Harbour, un tratto di mare navigabile in pochi minuti con un servizio di ferry boat efficientissimo – Valletta Ferry Service Sliema – che dal Two Pillows dista appena pochi passi. Nel ridotto specchio d’acqua c’è Manoel island con il Fort Manoel e il Lazzaretto di San Rocco.

L’imbarco per Valletta è sul lungomare di Sliema , Triq it Torri, più a sud Qui si Sana, accanto chioschi e innumerevoli baracchini per prenotare gite giornaliere a Gozo o a Comino, su imbarcazioni di ogni tipo e livello. Una passerella affacciata sul Mediterraneo  dove si passeggia superando la torre inglese, la Il Fortizza e quella fatta costruire dal Grande Maestro di Redin nel XVII secolo, la St. Julian. C’è chi ne approfitta per fare un po’ di corsa, chi per fare il bagno in una delle piscine scavate ad hoc nella roccia per le ricche signore maltesi di un tempo.

Di locali, bar, ristoranti ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le tasche. Ve ne consiglio due: il primo è Ta’Kris, 80 Fawwara Lane, una trattoria specializzata in cucina tipica maltese, servizio semplice e sincero. Ottimo lo stufato e il coniglio, delizioso il piatto di dolci tipici con gli imqaret, i dolcetti ripieni di datteri serviti con gelato e i kannoli, il cannolo in versione maltese.

Il secondo è invece il Surfside, un moderno loungebar terrazzato da cui il tramonto sul mare è mozzafiato e, oltre il quale, a breve distanza verso nord, Sliema termina ed iniziano St Julian’s seguita da Paceville conosciute per lo più per i locali notturni e i grandi alberghi. Un grazie speciale ad Ale e Deia, una coppia di amici expat che vive a Malta che mi ha fatto scoprire il Surfside e che spesso dai suoi tavoli, racconta l’isola nel blog Una Nuova Meta.

Poco più giù invece,  a Tignè Point, lì dove il comandante turco Dragut Reis schierò i suoi cannoni durante il Grande Assedio del 1565, sorgono lussuosi complessi residenziali e il centro commerciale The Point.

Basta invece lasciare il lungomare e salire verso la parte interna di Sliema per scoprire una realtà diversa, più lenta e silenziosa, fatta di case tipiche, gallarjia e Madonne su ogni facciata, piante di bouganville e mici isolani.

E’ la Sliema dei piccoli forni tradizionali ( ce n’è uno proprio dietro il Two Pillows) delle botteghe di una volta dove comprare frutta e verdura, dei bambini che alternano un inglese forbito alla lingua maltese,  un mix inimitabile e ahimè impronunciabile di arabo, italiano e siciliano, con radici semitiche e latine.

 

Slow food in Sicilia. La manna a Castelbuono

Un tempo il “mannaluoro” era una figura assai rispettata in tutta la Sicilia nord occidentale, “u’ntaccaluoro”, il coltello con cui si incideva la corteccia dei frassini per ricavarne la preziosa manna, un simbolo di potere e autorità. Sulla sua capacità di <sentire> l’albero e capire quando avrebbe donato la sua linfa aleggiava un’aura magica, quasi che fosse una sorta di sciamano, lo sciamano dei frassini.

Ma cos’è la manna? No, non è quella che cade dal cielo di biblica memoria ma è altrettanto preziosa e difficile da reperire. E’ la linfa del frassino, estratta incidendone la corteccia, un tempo molto richiesta dal mercato e fonte di ricchezza, negli anni sostituita da soluzioni di sintesi più economiche, oggi eccellenza slow food e cibo per gourmet e intenditori.

Mario Cicero. Frassinocoltore oggi

Sorrido quando incontro Mario Cicero, frassinocoltore che opera nel Parco delle Madonie, tra Castelbuono e Pollina, in provincia di Palermo, ultimo avamposto per la raccolta della leggendaria manna.

Mario dello sciamano non ha proprio nulla. 40 anni, siciliano, un lungo periodo nella veste di cuoco in giro per il mondo, guida naturalistica appassionata. Dopo due anni in California sceglie di tornare a Castelbuono e qui investe su un’arte antica che tanto racconta di quella biodiversità, elemento cardine dei suoi studi universitari.

Con Mario Cicero nel frassineto
Con Mario Cicero nel frassineto

Oggi Mario Cicero è considerato un esperto e un fine conoscitore dei frassini e della manna. Quello che fino a qualche tempo fa era considerato un settore dell’economia locale dimenticato ed affidato alla memoria dei più anziani  è nuovamente in crescita. La manna, presidio slow food, è tornata ad essere richiesta dalle aziende farmaceutiche per le sue proprietà decongestionanti, lassative e cicatrizzanti e da qualche tempo anche l’industria dolciaria – la manna è un dolcificante naturale –  e quella cosmetica fanno l’occhiolino ad un prodotto made in Sicily di cui si parla sempre di più.

“Quando la manna non cade dal cielo” è il nome del progetto del Consorzio Manna Madonita voluto da Fondazione con il Sud, no profit che promuove lo sviluppo del Mezzogiorno e che a Castelbuono ha investito con svariati milioni di euro destinati alla valorizzazione del territorio.

Sostituita nel passato da prodotti di sintesi molto più economici e facili da reperire, oggi la manna torna ad essere un’eccellenza proprio perché naturale e non sottoposta ad alcun processo chimico: la manna viene raccolta a mano ed essiccata al sole…that’s it.

“Un bravo mannaluoro è soprattutto un attento osservatore. Azzeccare il momento giusto dell’incisione è la cosa più difficile: nessuno te lo può spiegare, né sta scritto da qualche parte. E’ l’esperienza quella che conta e anche la sensibilità. <Talìa e ‘nsignati>”

 

Ma come si fa? “Guarda e impara”

Seguo incantata i movimenti rapidi di Mario, decisi e delicati allo stesso tempo. Con il grosso coltello incide trasversalmente il tronco del frassino seguendo una precisa geografia dell’albero. Sulla corteccia se ne vedono i tagli precedenti, le parti in cui il tronco si sta rigenerando. Poi la goccia, lenta, trasparente e davvero sembra una magia. Cola giù sull’albero diventando bianca, stalattiti imperfette, ciascuna diversa, ognuna con un suo disegno.

Su più alberi sono state collocate piastre che servono a convogliare il prezioso liquido a cui viene legato un filo di nylon, una volta fili d’avena e di cotone. La manna, scendendo, si attacca al filo e crea il cannolo perfetto, il più pregiato perché privo di qualsiasi impurità. Alla fine del filo, in tensione grazie ad un piccolo peso in acciaio, si deposita, raccolta in ciotole, la parte meno preziosa, quella che più tempo resta esposta e dove è facile che ci sia un frammento di corteccia, un insetto rimasto attaccato.

Il cannolo. La manna più pregiata
Il cannolo. La manna più pregiata

E a proposito di insetti Mario mi spiega quanto siano importanti per capire se la pianta è pronta per essere incisa. Occorre che sia molto caldo e che il frassino vada in stress mantenendo la linfa nel tronco. “guarda le foglie, i ciuffi in alto, quelli più vivi che sembrano stare tesi”. Non è un buon segno, mi dice. E non lo è nemmeno il tipo di formica che mi indica. E’ ghiotta della manna finale, quella meno concentrata, più diluita ed è un chiaro avvertimento del frassino: “Lasciami riposare”.

“<Se le piante jsano i corna> Alfonso raddrizzava l’indice e il mignolo per indicare le foglie tese verso l’alto, <allora non si deve incidere, perché il muddio è sveglio e manna non ne fa>”

La parte che resta attaccata sull’albero, la <drogheria> viene raschiata e venduta in sacchetti, come il <rottame>, la manna nelle ciotole, un tempo raccolta nelle pale di ficodindia. I preziosi <cannoli> invece sono messi sul mercato in graziose scatole.

“La raccolta è cosa delicata, e una pioggia improvvisa o una notte di umidità possono vanificare settimane di paziente attesa”

Il calabrone è un altro insetto che ha molto da raccontare. Mario riesce a tradurne il linguaggio e ne ascolta i suggerimenti. “E se un foro, proprio come quello che riesce a fare un calabrone, potesse sostituire il taglio, l’incisione? Quanto beneficio per la longevità della pianta?

Il periodo di raccolta va da fine luglio ai primi di settembre. Quest’anno si concluderà ad agosto. Una finestra davvero modesta, un vero e proprio miracolo che la natura offre (nel 2018, la raccolta non c’è stata). Gli alberi vengono incisi al mattino presto e sempre nello stesso ordine per non stressarne uno più di un altro. La manna vuole il caldo ma non troppo e così nelle ore più calde scatta lo stop. Un equilibro sottile ed estremamente delicato che solo un “mannaloro” sente.

Solo nei mesi estivi e se la natura vuole
Solo nei mesi estivi e se la natura vuole

Alcune info utili

Assistere e partecipare alla raccolta della manna è possibile contattando il Consorzio Manna Madonita. Reperire il prodotto nei differenti formati è facile on line ma farlo con una visita a Castelbuono non ha prezzo. Una sosta in questo centro delle Madonie è d’obbligo per chi ama l’arte, anche quella moderna.

Museo Civico Castelbuono;

Matrice Vecchia secolo XIV col Polittico di Scuola Antonelliana 1520;

Identità – opera dello Street Artist Riccardo Buonafede;

Putia Sicilian Creativity – art, handicraft e art gallery.

 

Per chi ama la musica:

Ypsigrock, il festival di musica indie tra i più famosi in Europa giunto alla 23°edizione.

Per chi è un gourmet:

Fiasconaro, panettoni siciliani artigianali da forno, e non solo. In piazza Margherita. Lo facciamo anche in Sicilia e pare sia uno dei migliori in Italia…

Naselli, gelati e granite siciliani artigianali. In piazza Margherita. Se ci andate in agosto, provate la granita di fico al marsala.

Per provare i sapori autentici della cucina del territorio i ristoranti Palazzaccio di Sandro Cicero e Giuseppe Migliazzo e Nangalarruni di Peppe Carollo. Personalmente quando vado a Castelbuono faccio testa o croce…

E tornando a Mario Cicero, vi ricordo che è guida naturalistica. Per scoprire il Parco delle Madonie tutto l’anno affidatevi a lui e a Nature Explorers Sicily: trekking, educazione ambientale, passeggiata con gli asini, itinerario dei fiori selvatici, Gole di Tiberio e agrifogli giganti. Ce n’è da scoprire eh?

Gli indirizzi e i consigli suggeriti sono del tutto personali e mai esaustivi di una realtà molto più ampia e variegata. A voi la scelta e la possibilità di aggiungere nuove idee e suggerimenti. Ne sarei felice!

Tutte le citazioni sono tratte da “Manna e miele, ferro e fuoco” uno dei romanzi di Giuseppina Torregrossa, Mondadori, una delle scrittrici siciliane che più amo e che riesce egregiamente a raccontare la mia Sicilia e quella che non c’è più.

Identità. Riccardo Buonafede
Identità. Riccardo Buonafede

Ciomod experience. Come a casa, in una fabbrica di cioccolato

Avete mai pensato di soggiornare in una fabbrica di cioccolato?

In un luogo dove la materia prima si trasforma in uno dei prodotti migliori da provare e apprezzare in Sicilia?

Dove tutto è fatto rigorosamente a mano, in maniera artigianale e nel rispetto dell’ambiente?

Non aspettatevi alambicchi e macchinari alla Willy Wonka. Nessun  biglietto dorato e bibite che fanno volare. Di effetti speciali non ce ne sono.

A Casa Ciomod solo cose semplici e autentiche.

Villa, quartier generale, casa

 

Partiamo dal dove: siamo a Modica, Patrimonio dell’Unesco, tesoro del tardo barocco siciliano. Poco distante dal centro storico, lì dove la pietra color miele di chiese e palazzi lascia il posto a quella chiara e asciutta dei muri a secco di campagna, sorge una villa padronale dal fascino antico, coi pavimenti di una volta a disegno bicolore nero pece, granato e bianco, poche camere, una decina, tanto silenzio, grandi cespugli di lavanda dello stesso colore della facciata, un malva tenue.

Una terrazza sui campi dove non è raro vedere mucche al pascolo, eleganti panche in pietra, tavoli e sedie in ferro battuto dai disegni Liberty, una piscina accanto un viale di alberi secolari.

Casa Ciomod. Cose semplici
Casa Ciomod. Cose semplici

Potrebbe bastare già così: un luogo che abbia i colori e le atmosfere della Sicilia, quella di una volta. A Casa Ciomod però della Sicilia si sente forte anche il profumo: quello, inconfondibile ed unico del cioccolato di Modica, che dal 2018 ha ottenuto dall’Unione Europea il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta e che, dal 2003, il brand Ciomod produce.

Seguirne l’aroma è facile a Casa Ciomod perché accanto la villa c’è l’azienda e quartier generale, cuore pulsante dove le fave di cacao arrivano da lontano e si trasformano in un prodotto semplice nato dalla combinazione di due ingredienti: massa di cacao e zucchero lavorati a freddo, senza concaggio, seguendo la ricetta degli Spagnoli che dal Messico importarono in Sicilia i segreti del popolo azteco sul cioccolato e per primi aggiunsero la parte dolce.

A Casa Ciomod nasce il progetto Dolci Fonderie, un laboratorio, un piccolo spazio che richiama l’antica linea di produzione dove, a partire dalla selezione delle fave di cacao, si arriva alla realizzazione della tavoletta finita passando dalla tostatura e dalla macinatura. Un processo a cui il visitatore che ha voglia di scoprire di più sul mondo del cioccolato e sulle differenti fasi di lavorazione può assistere, a patto che sia curioso e appassionato…come tutti a casa Ciomod.

 

Ciomod. Brand ma anche mood

Ciomod. Tradizione e innovazione
Ciomod. Tradizione e innovazione

Grana ruvida, cristalli di zucchero che si sciolgono piano tra lingua e palato. Un piacere lento che racconta un intero territorio. Un tesoro da trattare con cura che Innocenzo Pluchino, anima e mente di Ciomod ha ereditato con un obiettivo: preservarne la tipicità traducendone il valore con un’immagine fresca, giovane. La tavoletta centenaria che si racconta al mondo attraverso un packaging ammiccante e una grafica moderna. Parole nuove, significati di una volta.

Se c’è una cosa che riconosci subito in un siciliano è l’orgoglio che leggi nei suoi occhi quando si parla di Sicilia e l’entusiasmo crescente con cui vuol farti capire quanto è bella. Con Innocenzo Pluchino va così: nessun giro di parole, sguardo aperto e attento, voglia di conoscere il suo interlocutore e di appassionarlo al suo progetto appassionato. Ricerca e rispetto le due parole chiave con cui descrive l’avventura Ciomod.

Cio, cioccolata. Mod, Modica, moda, design. Ma anche mood. La filosofia e il sentire che si respirano forte sono passione, coinvolgimento, convivialità, condivisione.

A Casa Ciomod ogni oggetto ha una storia e persone in carne ed ossa che hanno partecipato attivamente al racconto corale “Sicilia”.

Penso alla parete del salottino accanto la camera dove ho dormito. Mobili classici, pavimento di una volta e tante manate colorate e allegre sul muro. Tra i libri e le riviste da sfogliare il magazine di Casa Ciomod con tutte le iniziative del brand. Ma anche eventi, fiere, incontri dove parlare di Sicilia e fare territorio. Quante volte abbiamo detto che a tavola il mondo si racconta e che sono le persone  il vero viaggio, quello più autentico da vivere?

Un souvenir bello, buono e persino “stupefacente”

Fatto a mano. From bean to bar. Dalle fave di cacao alla tavoletta

A Casa Ciomod il cioccolato è dappertutto. Alla reception, a colazione, nelle vostre stanze.

Potrete assaggiare  una grappa al cacao o il liquore al cioccolato di Modica, un unicum in questa zona; e anche quello al finocchietto, al limone e alla carruba. Torroni e creme di mandorla, nocciola e pistacchio, un tripudio dei sapori di Sicilia.

C’è poi un souvenir speciale da portare a casa che ha tre elementi che lo rendono bello, buono e utile. Parlo della linea Fatto a mano, from bean to bar, dalle fave alla tavoletta. Un cacao, Arauca e Huila, che arriva da alcune piantagioni colombiane che menti illuminate hanno fatto crescere lì dove veniva coltivata la coca generando un percorso virtuoso a lungo termine; accostamenti di gusto e profumo con materie prime siciliane d’eccellenza tra cui il sale di Trapani, il mandarino tardivo di Ciaculli, il sesamo di Ispica, il miele di carrubo di ape nera sicula che vantano il presidio Slow Food; infine un incarto realizzato interamente a mano, come una volta, con materiale riciclato e riciclabile.

Più “stupefacente” di così!

Laboratori di cioccolato. Let’s play

 

Avete bimbi? Portateceli.

Siete bimbi dentro? Andateci.

Nel mondo Ciomod non perdetevi la Chocolate School, laboratori dove mettere le mani “in pasta”, quella di cacao e divertirvi imparando i segreti del cioccolato di Modica. Profumo, sapore, consistenza nelle differenti fasi di lavorazione.

Un viaggio nella storia del prodotto, per scoprirne valori nutrizionali e proprietà organolettiche. E soprattutto la soddisfazione di aver creato la vostra tavoletta di cioccolato. 

Grana ruvida. Piacere lento. Il cioccolato di Modica IGP
Grana ruvida. Piacere lento. Il cioccolato di Modica IGP

Convitto delle Arti. L’Impossibile è Noto

La cornice è il Convitto delle Arti – Noto Museum, da tempo luogo d’aggregazione culturale nel panorama artistico in Val di Noto, incubatore di idee e volano d’arte e bellezza con la sua posizione privilegiata, ex Collegio dei Gesuiti lungo il magnifico Corso Vittorio Emanuele nel cuore barocco di Noto.

Il nome che le è stato dato impegnativo e ammiccante.

Parliamo della mostra “L’Impossibile è Noto”, visitabile fino al 10 novembre prossimo, curata da Giancarlo Carpi e Giuseppe Stagnitta e prodotta da Sicilia Musei con il patrocinio del Comune di Noto.

Un centinaio di opere provenienti da fondazioni, archivi e collezioni private e dieci sezioni tematiche: dell’invenzione del movimento nella fotografia e nella pittura al Surrealismo, passando per Futurismo e Cubismo, Astrattismo, Metafisica e Dada tra Europa e Italia.

 

Boccioni, Picasso, Mirò, Kandinskij, De Chirico, Klee, Max Ernst, solo alcuni tra i numerosissimi maestri del Novecento presenti con oli, disegni,  acquerelli, grafiche, sculture, oggetti di design.

Un progetto d’alto livello quindi, un evento speciale che va ad arricchire l’offerta culturale del viaggiatore che visita Noto.

Un racconto, abilmente costruito e articolato, di una rivoluzione, creduta impossibile e invece pienamente realizzata, una rivoluzione vera, profonda, lacerante. Una rivoluzione che è riuscita a cambiare il modo di fare e comprendere l’arte. Una rivoluzione nel modo di comunicare e veicolare messaggi e idee oggi consolidato, impensabile ad inizio Novecento.

 

Le avanguardie storiche che, audaci e innovative e spesso ai più  incomprensibili, hanno caratterizzato la prima metà del Novecento regalando alla seconda metà una maturità artistica e una visione drasticamente diversa del segno, dell’immagine, della materia.

Si parte con le celebri composizioni fotografiche di Muybridge, lo studio del movimento che tanta parte ebbe nell’opera di Balla, Boccioni, Marinetti.

Si prosegue come trasportati dal turbine di inizio Novecento: arrivano nuove fonti di energia, quella elettrica e il petrolio. Con esse, la locomotiva elettrica,  le turbine idrauliche, il motore a scoppio, il telegrafo.  Si vola, concretamente e con l’arte. E a ritmo di musica. Basta uno schizzo del Balla “Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac” per sentirne il rumore dei passi, l’aria che si sposta, l’energia che se ne scatena.

Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac - Balla
Studio di Ballerini per il Bal Tic Tac – Balla

” Noi siamo sul promontorio  estremo dei secoli! Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossile”. (Filippo Tommaso Marinetti).

Anche la figura umana viene sezionata, smembrata, ricomposta secondo schemi nuovi che seguono percorsi diversi, quelli della psiche, dove certezze e consapevolezza vengono meno.

Pensiero e morale entrano in crisi. Basta un punto, un segno, la forza del simbolo che diventa immagine per comunicare il capovolgimento di ruoli e punti di riferimento.

“Nulla fu più come prima” 

Persino nei primi tentativi di una comunicazione commerciale. Splendida “Ritmi di Sicilia” di Depero. E poi i primi collage e contaminazione di materiali. La sovrapposizione di parola, immagine, simbolo, embrioni iniziali di futuri tagli e strappi.

Ritmi di Sicilia - Depero
Ritmi di Sicilia – Depero

La mostra si conclude con un omaggio a Salvador Dali’, “Paranoica in occasione del trentennale della morte. Un’esplosione di audacia e iperbole. “Lips Sofà” e “Occhio” riempiono lo spazio.

Non poteva che essere così. Ancora un’accelerazione che stravolge e scandalizza. Ancora una visione caparbia, folle.

Perché si sa, la follia è contagiosa. Come un germe cresce, contamina e crea cose incredibili. Anzi, impossibili.

 

Ta’ Qali. Un calice da Meridiana

Ebbene sì, a Malta si fa il vino e lo si fa in maniera eccellente. Due varietà di uve indigene, Gellewza e Girgentina, una varietà di vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Sirah e la prima parola che mi viene in mente è “sottovalutato”.

La prendereste mai, ammesso che la troviate, una bottiglia di bianco prodotto a Malta nella vostra enoteca di fiducia?

Ancora una volta Malta mi sorprende e mi conquista. “Sottovalutata”, continua a ridere di me e del mio pressappochismo  svelandosi ad ogni borgo, lasciandomi a bocca aperta davanti i suoi paesaggi, regalandomi ore di felicità da Meridiana, una delle cantine aperte al pubblico nell’arcipelago.

le terrazze sui vigneti di Meridiana Wine Estate
le terrazze sui vigneti di Meridiana Wine Estate

 

Nel cuore agricolo di Malta, Ta’ Qali,  Meridiana ha circa 18 ettari di vigneto e una produzione di 140.000 bottiglie. Mark Miceli Farruggia è il fondatore che nel 1994 ha scelto di piantare e veder crescere su un’ex pista di atterraggio usata durante la seconda guerra mondiale uve Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot, Sirah e Moscato: vini internazionali rigorosamente ed esclusivamente prodotti sul suolo argilloso maltese.

Lo stile e la qualità Antinori che ha scelto Meridiana come avamposto nel Mediterraneo si sentono e vedono tutte nella piccola ed elegante cantina con le sue quasi trecento barrique custodite nel sottosuolo tra i 18° e i 22° gradi. Al piano terra un’area di imbottigliamento, una sala degustazione, uffici, un negozio. Al piano superiore grandi terrazze sui vigneti e su Mdina, l’antica città fortificata. In cima allo stabile la meridiana che dà il nome alla cantina ed è logo aziendale.

Prenotare una visita è facile. Le visite sono frequenti e in più lingue. Per noi lo hanno fatto i nostri amici Ale e Deia fissandola poco prima di pranzo. La scelta si è rivelata azzeccata e la visita la perfetta conclusione di una mattinata trascorsa a Valletta. La cantina l’abbiamo raggiunta con un comodo servizio di taxi presente a Malta simile a Uber, molto pratico ed economico, Ecabs, the black cab company.

Dopo la presentazione della realtà Meridiana e uno step in cantina per vedere le barrique e capire i differenti passaggi in azienda, ci siamo messi comodi sui divanetti colorati della piccola corte interna per scoprire finalmente i vini prodotti qui.

Abbiamo iniziato con un fresco e sapido vermentino Astarte, percependo già la leggerezza delle sere d’estate che stava per arrivare. Siamo poi passati allo Chardonnay Isis e al rosato a base Sirah e Cabernet Sauvignon della linea Fenici. Facile pensare ai caprini e i formaggi freschi con cui li avremmo gustati, possibilmente con un gbejniet, a base di latte di pecora già provato a Rabat.

La versione più stagionata del formaggio invece, o un piatto a base di carne, magari coniglio – che qui sanno cucinare divinamente – li avremmo abbinati a un calice di Melquart, blend di Cabernet Sauvignon e Merlot. O all’ultimo dei vini che scopriamo in casa Meridiana, il Nexus, Merlot in purezza.

Ce lo siamo goduti piano piano pensando già alle bottiglie da portare a casa, in Sicilia, decidendo alla fine per un Baltis , un passito che non abbiamo assaggiato ma siamo certi sarà perfetto con i mqaret, i fagottini ripieni di datteri speziati tipici di Malta, uno dei migliori souvenir dell’isola.

Casina Bardoscia. Maison de charme nel Salento

Storia di un viaggio all’insegna del relax, della tradizione e dell’accoglienza.

Storia di tre sorelle, di un gatto caparbio e di una bambina speciale.

Storia di un luogo da cui partire alla scoperta del Salento. Per poi tornare. Sempre. A Casina Bardoscia

Come una volta. Tra profumi e sapori

Casina Bardoscia la trovate nella campagna tra Cutrofiano, Aradeo e Galatina, cullata da grandi pini che sembrano abbracciarla e quasi proteggerla. Nel viale che porta alla villa padronale del  1800, i profumi del sud;  tutt’attorno agrumi, ulivi secolari, alberi di noce.

Qui un tempo la famiglia galatinese che ha dato il nome alla struttura ci passava le lunghe estati salentine. Estati infinite, fatte di sole, di giochi e di cicale, del profumo di dolci fatti in casa.

Oggi, grazie all’accurato restauro operato da Teresa, Rita e Chiara, le tre pronipoti del capostipite, Casina Bardoscia continua a mantenere intatto il suo fascino  incantando i suoi ospiti con un’atmosfera raffinata, mai formale, la sua accoglienza autentica, solare.

Pietra leccese, calda, luminosa; colori chiari, eleganti. Un pumo della tradizione dalle sfumature crema, ricami leggeri sulla biancheria, un armoire come quello delle case di campagna dei nostri nonni.

Tre donne, tre sorelle la cui presenza costante e discreta ti fa sentire come una di casa, qualcuno con cui chiacchierare quando, a tarda sera, ci si trattiene ancora un po’ guardando la luna, con un bicchiere di amaro al pompelmo o di nocino preparati da Rita che nella vita ha studiato farmacia e che si diverte di tanto in tanto a creare nuove “alchimie” in cucina.

Di vere e proprie magie in cucina si occupano invece Tiziana e Cinzia: mani sapienti, saperi della tradizione pugliese a tavola, trasformano le materie prime dell’orto di Casina Bardoscia in banchetti sopraffini. Ci si può fermare a cena qui: ogni mattina, accanto la cucina, viene esposta una lavagnetta col menù del giorno a cui la mente andrà spesso nel corso della giornata pregustando sapori e abbinamenti. Magari dopo un aperitivo al tramonto in piscina, immersa in un giardino di agrumi.

Al mattino la colazione è un tripudio: crostate, torte, pasticcini, tutto rigorosamente fatto in casa.  Al posto d’onore, un vassoio di pasticciotti tiepidi, il re della pasticceria salentina. <Ma è più buono il pasticciotto leccese o quello di Galatina? >, chiedo ridendo a Marzia, mentre Vittoria mi saluta e mi dà il buongiorno. La piccola Vittoria, la figlia di Teresa che coi suoi fiori e le sue farfalle disegnate per me ha reso indimenticabile le mie giornate a Casina Bardoscia. Mi concede un timido bacio pronta a scappar via dietro Sky, il micio furbo di casa, magro e scaltro, tutto bianco, inseguendo chissà quali fantasie di un’estate perfetta da bimba.

Partire per poi tornare. Casina Bardoscia al cuore del Salento

Le possibilità sono infinite. A nord c’è Lecce, a sud Santa Maria di Leuca, a est Otranto, a ovest Gallipoli; tutt’attorno la grecia salentina, piccoli borghi ricchi di storia e arte e un dialetto antico, il griko.

Da Casina Bardoscia il Salento è a portata di mano. Se amate il mare, tutta la costa, un lungo nastro di infinita bellezza, sarà a vostra disposizione. Da Torre dell’Orso, San Foca, Tricase e Porto Badisco a est a Pescoluse, Torre Mozza, Porto Cesareo, Torre Lapillo, Punta Prosciutto a ovest.  Ogni spiaggia una scoperta, ogni caletta un paradiso.

Vicino vicino. I miei posticini

Galatina

La patria del tarantismo, rito sospeso tra sacro e profano, oggi fenomeno e moda che impazza in tutta la Puglia e non solo. Bellissima la basilica di Santa Caterina d’Alessandria, gioiello romanico gotico e la chiesa matrice dedicata ai santi Pietro e Paolo. Sono celebrati qui i riti che il 29 giugno accompagnano la processione dei tarantati al suono dei tamburelli.

A Galatina trovate il famoso pasticciotto di Andrea Ascalone. La pasticceria la trovate in via Vittorio Emanuele. Per un tagliere easy di formaggi e salumi e un bicchiere di vino Salumeria di Turno.

Gallipoli

Città isola che profuma di mare e di storia. Una passeggiata al tramonto superato il Castello angioino, tra palazzi nobiliari e chiese, donne al balcone o sedute davanti casa (come mi ricorda la mia Sicilia) e piccole botteghe artigiane. La mia calamita fatta a mano l’ho comprata da Alberto Gorgoni Arte &…

A cena mi son fermata invece da Dimora Muzio, in via Carlo Muzio 17. Al pian terreno di Palazzo Muzio, un antico edificio del 17° secolo, una carrellata di sapori veraci: indimenticabile il purè di fave con il gambero viola di Gallipoli. A tavola l’olio della Tenuta Bianco, Ogliarola di Lecce e Cellina di Nardò. Simpatiche le confezioni di olio extravergine arricchito di oli essenziali naturali all’arancia, al peperoncino, allo zenzero. Se ci andate chiedete il tavolo in strada. Perché? Perché accanto c’è il fruttivendolo più bello di Gallipoli e mangerete con vicino un cesto di peperoncini freschi, capperi sotto sale, mazzi d’origano e frutta carica del sole di Puglia.

Gallipoli. Dimora Muzio
Gallipoli. Dimora Muzio. Fatevi dare il tavolo fuori!

Ugento

Una mattinata a disposizione. Ho scelto l’Ugento e ho seguito i consigli di Rosalia di Città Meridiane. L’ho trascorsa al Lido Pineta, uno stabilimento eco friendly nel Parco Naturale Regionale Litorale di Ugento, in località Fontanelle. Canneti che si alternano a rosmarino e ginestra e lasciano il passo a dune di sabbia. Una pineta a far da cornice.

Di vino e masserie

Masseria L’Astore. Di un antico frantoio ipogeo del 600 e di una splendida bottaia. Di vino, poesia . Di <sule, di mari e di ientu>. Ma questa è un’altra storia.

Masseria l'Astore. A lei piace il Negroamaro!
Masseria l’Astore. A lei piace il Negroamaro!

Rabat e Mdina. Cosa vedere e come riuscirci in poche ore. Ma davvero?

E’ questo che volete sapere? Desiderate un itinerario infallibile costellato da informazioni precise con relativi tempi e orari di chiusura e apertura? Cambiate blog. Qui non lo troverete, almeno per il momento. Perché nella zona centrale di Malta di cui mi sono innamorata, ritornerò certamente approfittando ogni volta degli innumerevoli tesori che custodisce, ma stavolta ho scelto di prendermela comoda e lasciare che questa parte dell’isola si presenti e mi parli, con calma.

Rabat e Mdina. Come farci amicizia

Ci potete andare con uno dei tanti tour a disposizione o in autonomia. Di solito il giro si concentra sulla vicina Mdina, la città silenziosa, l’antico sito medievale cinto da mura volute dagli arabi e costruito su un’altura da cui il paesaggio sull’isola e sul mare è mozzafiato. Qui la nobiltà maltese ci andava a far villeggiatura e i palazzi sulla via principale e su quelle secondarie sono splendidi. A Mdina può capitare di raggiungere la cattedrale di San Paolo superando angoli e giardini che tante volte ti raccontano una certa Toscana ed assistere ad un matrimonio che in un batter di ciglia ti trasporta sulle piazze assolate  di Sicilia, coi palazzi color miele e i maestosi portoni. Ci si può perdere tra i vicoli di quella che non esisteresti a chiamare medina certo di trovarti in una città del Maghreb. E sentir dei passi aspettandoti un portatore d’acqua o un incantatore di serpenti ritrovandoti faccia a faccia con un cavaliere di Malta che solleva lo sguardo e saluta un’amica affacciata ad una gallarjia, il tipico balcone verandato maltese.

In tanti vi diranno che Mdina è piccola, e lo è. Basta un’ora o due, ed è vero. Ma dipende da voi e da cosa cercate.

Io le ho dedicato la parte finale della mia giornata, quando i gruppi più numerosi l’avevano già lasciata e l’appellativo di silenziosa l’ho compreso appieno. Un silenzio che mi ha accompagnata quando ho salutato Mdina e, a piedi, ho raggiunto la vicina Rabat, appena fuori le mura dove ho scelto di passare la notte.

Una notte a Rabat. Come vivere un sogno dolcissimo

Dimenticate la frenesia di Sliema o Valletta. Qui a Rabat, che la leggenda vuole sia stata rifugio per San Paolo dopo il naufragio a Malta, l’atmosfera è informale e rilassata. La gente del posto ne vive i bar, le piazze, le chiese e al tramonto tutto rallenta e invita ad assaporare un calice di Girgentina, il vitigno autoctona dell’isola, e il gbejniet, il formaggio preparato con latte di pecora. Magari un pezzetto insaporito col pepe e un altro un po’ più stagionato.

Di locali eleganti e molto suggestivi ce ne sono tanti. Io mi fermo al Ta’Doni, un piccolo bistrot con le tende blu, i cui due ingressi abbracciano la minuscola bottega di un ciabattino. Continuo a bere il mio Girgentina sbocconcellando un’oliva, un pomodoro secco, un cappero. Non resisto e assaggio il coniglio di mio marito. E’ delizioso, la carne tenera, il sugo corposo e saporito. Ancora una volta Malta mi stupisce, il suo essere un allegro guazzabuglio di bellezza e cultura mi incanta e per un attimo torno in Provenza a Bonnieux, al Fournil.

Quaint hotel. Un indirizzo da tenere caro

I vicoli di Rabat con le porte e le finestre colorate mi riservano ancora una sorpresa: è il Quaint, l’hotel boutique che abbiamo scelto per passare la notte a Rabat.

In quello che una volta era un cinema, al cuore di Rabat, a pochi passi da Mdina da un lato e dalla Grotta di San Paolo dall’altro, ho trovato un boutique hotel di appena una decina di stanze. Tutte in urban style, minimaliste, con sprazzi di colore improvvisi. Una gamma di grigi accesi ora dal giallo, poi dall’arancio, infine dal rosso. Arredi ultra moderni, un vecchio e grande proiettore nella hall e un’intera parete di foto in bianco e nero di Malta e della vecchia sala cinematografica. Un servizio di reception sino al primo pomeriggio con un sistema di check in self service e un numero da contattare se serve. Infine, la parte che ho amato di più: la terrazza sui tetti di Rabat che mi ha regalato un tramonto romantico e indimenticabile. Le stradine attorno sono il valore aggiunto. Intime, vere, ad ogni ora con rumori e ritmi differenti. Al mattino si risvegliano lente e invitano a scoprire pian piano Rabat che cambia, prende vita e presenta una faccia diversa. Dove ieri sera sorseggiavo il mio Girgentina, il ciabattino ha aperto bottega. E pochi metri più su, in direzione catacombe di Sant’Agata, tra scorci di infinita bellezza, ho scoperto Casa Bernard.

Casa Bernard. Quando la passione fa rivivere le cose belle

Una palazzina del 1500 riportata all’antico splendore a fine Novecento da Georges e Josette Magri, due professori ritiratisi qualche anno fa e che oggi vivono qui. E’ questo a rendere speciale Casa Bernard secondo me: non è un museo, nonostante tutto ciò che vi è al suo interno sia di valore storico e artistico; Casa Bernard è una casa e lo percepisco mentre la signora Josette mi mostra i saloni, la biblioteca, la magnifica sala da pranzo, il grazioso cortile interno che profuma di Mediterraneo, la gallarjia da cui sbircio in strada, come facevano una volta le antiche dame, certe di non essere viste. La strada e il suo vocio dall’alto mi riportano al ventunesimo secolo dopo aver attraversato l’età dei Romani, a cui le fondamenta risalgono; il Medioevo, quando la torre d’avvistamento, iniziale nucleo della palazzina, fu tirata su; nel sedicesimo secolo, che finalmente vede nascere Casa Bernard; nel diciottesimo, durante il quale si aggiunse un tocco barocco. Il nome della casa è stato scelto in onore di Salvatore Bernardo, medico personale del Gran Maestro di Malta che nel 1723 cominciò a viverci.

Ci sono fiori freschi in ogni stanza, arance calde di sole nella sala da pranzo, pezzi di antiquariato che fanno fare il giro del mondo, tele e dipinti ciascuno con una storia da raccontare. Noto foto di famiglia tra antiche porcellane e pregiata argenteria. C’è anche quella che ritrae la nipotina della signora Josette che ci segue di stanza in stanza. Il lavoro di recupero effettuato e la cura con cui viene aperta e raccontata al visitatore è un dono. Non perdetela.

Rabat. Ancora un giro in piazza

E’ tempo di andare. So che tornerò per scoprire la Domus Romana, le catacombe di San Paolo, quelle di Sant’Agata, una serie infinita di tesori da visitare. Ho ancora un pezzetto di viaggio da godere e lo dedico alle Dingli Cliffs, le alte scogliere a ovest dell’isola. Percorsi nella natura con scenari mozzafiato sono segnalati in tutta l’area. Io mi fermo alla piccola cappella dedicata a Maria Maddalena. Mi siedo su una delle panchine intorno e saluto Malta con un pastizzi ancora caldo preso al Crystal Palace, in Triq San Pawl. Arrivederci Malta.