Dove scorre la Dronne. Brantôme in Périgord

E’ bizzarro come la Dronne circondi Brantôme. Gli passa attorno lambendolo dolcemente, quasi abbracciandolo. Il fiume francese circonda il cuore del borgo con un cerchio quasi perfetto per poi riprendere placido il suo corso.

Lo fa scorrendo sotto i ponti di Brantôme, rallentando lì dove un albero si piega accarezzando l’acqua, accelerando dove in estate ci si diverte in kayak, sotto le finestre e i balconi della piccola cittadina, davanti l’antica abbazia che la tradizione vuole fondata da Carlomagno in persona in onore di San Pietro.

L'abbazia a Brantôme
L’abbazia a Brantôme

D’acqua e di pietra

L’acqua è quella della Dronne, lo abbiamo detto, il cui rumore è il refrain costante di uno dei luoghi più visitati del Périgord a nord, il Périgord Verde. La pietra è quella della falesia davanti cui è stata costruita l’abbazia di Brantôme, casa di eremiti e  chissà di quali altri popoli molti secoli prima.

Ma andiamo con ordine. E’ stato davvero Carlomagno a volere questa struttura? E’ qui che avrebbe portato le reliquie di San Sicaire, uno dei bambini uccisi da Erode dopo la nascita di Cristo?

Ciò che è certo è che l’abbazia benedettina ha visto nei secoli padroni e destinazioni  differenti. Ha subito modifiche nel XII secolo, poi nel XIII, nel XV e una importante ristrutturazione a partire dal 1850. Accanto il chiostro, il campanile edificato sulla roccia, le grandi sale, l’elegante scala Vauban, è passata la storia, di epoca in epoca, lasciandoci  un luogo che rende Brantôme ancora più bella.

Il mistero delle grotte

La meraviglia arriva appena alle spalle dell’abbazia, lì dove la falesia è stata scavata e modificata e dove tutto ha avuto inizio.

Sono stati alcuni eremiti i primi a farne casa? L’esistenza di numerosi siti preistorici nella valle della Dronne, le tracce romane e gallo-romane, fanno pensare a inquilini ben più anziani. E forse, lì dove uomini solitari hanno pregato Cristo, altri hanno venerato divinità antiche.

Ancora un mistero, forse il più grande. In una di queste grotte, un’intera parete è occupata da un grandioso bassorilievo. Scavate sulla nuda pietra appaiono figure angeliche, scheletri, una testa coronata, forse monaci. Su tutte incombe quella che potrebbe essere una grande figura divina. Appena sotto, al centro, la Morte.

Il mistero dei bassorilievi a Brantôme
Il mistero dei bassorilievi a Brantôme

Si tratta di Cristo? Di una figura pagana? Del trionfo della morte? Del Giudizio Universale? Le interpretazioni che si sono susseguite a partire dall’Ottocento sono tante e contrastanti. Resta la grandiosità di questa e delle altre opere presenti nelle grotte tra cui una crocifissione che potrebbe risalire al XVII secolo.

I monaci nelle grotte. Di mulini e piccionaie

La grotta con i bassorilievi è solo una delle tante del percorso alle spalle dell’abbazia. Si susseguono una dopo l’altra rivelando l’uso che ne facevano i monaci. Delle enormi piccionaie corrono lungo le facciate delle grotte. Pare infatti che i piccioni fossero fonte di nutrimento per la loro carne, di ricchezza per il valore degli escrementi come fertilizzante sul mercato e di prestigio: l’autorizzazione ad allevarli era concessa ai soli proprietari terrieri e il numero degli uccelli fissato in base a superfici possedute e ricchezza.

Infine un mulino, o meglio un sistema di sfruttamento della sorgente presente qui che, ancora oggi, alimenta una parte del borgo.

Travel Tips

Ristorante Côté Rivière – boulevard Coligny 13

Affacciato sulla Dronne con un piccolo ma gustoso e curato menu. Atmosfera familiare, perfetto per una serata romantica (molto romantica!!!)sul fiume.

Moulin de Vigonac – albergo e ristorante gestito dalla famiglia Alexeline.

Proprio lì dove dove la Dronne lascia il cuore di Brantôme e riprende il suo corso, una struttura di charme lungo il fiume e un antico mulino.

Francia, Rocamadour funambola

Esistono luoghi con un’energia speciale, una luce che percepisci e, se sei fortunato, assorbi e fai tua. Rocamadour, nel sud della Francia, Dipartimento del Lot, Occitania, è uno di questi.

Rocamadour, funambola sulla nuda pietra
Rocamadour, funambola sulla nuda pietra

Rocamadour, storia e arte su tre livelli

Quando la vedi, abbarbicata alla nuda pietra, ti chiedi come abbiano fatto a costruirci su un villaggio, un centro religioso, persino un castello.

La falesia su cui Rocamadour “sta” in funambolico equilibrio, abbraccia dall’alto la valle in cui scorre il fiume Alzou. Il paesaggio circostante è quello del Parco Regionale dei Causses del Quercy ed è di incredibile bellezza.

Per goderne appieno occorre sfidare le stessi leggi di gravità che sfida il borgo medievale e salire fin su, fino al livello più alto, quello in cui sorge il castello, un complesso di bastioni difensivi che risale al Trecento e che per secoli contribuì a preservare la fama di Rocamadour quale fortezza inespugnabile.

Luogo di miracoli, protetta per secoli da uno scudo imbattibile, quello della fede di migliaia di pellegrini che qui arrivavano da tutta Europa, Rocamadour fu infine quasi distrutta durante le guerre di religione. Tornò più forte e più bella dopo il rinvenimento della miracolosa icona della Madonna Nera, simbolo di devozione e pellegrinaggio e di una campana dell’antico santuario, solo una, che si dice suoni ogni volta che la Vergine concede ancora oggi un miracolo nel mondo.

Entrambe, icona e campana, sono custodite nella cappella di Notre Dame, all’interno del complesso dei Sanctuaires posti al livello intermedio di Rocamadour. L’ultimo, il più basso, è il centro storico, la Cité, attraversata da un’unica via pedonale sui cui lati, uno dopo l’altro, si susseguono negozi di souvenir e ristoranti.

I tre livelli sono collegati da un comodo sistema di ascensori ma il pellegrino che si reca a Rocamadour preferisce affrontare l’Escalier des Pelerins (più di duecento scalini che in molti percorrevano in ginocchio) tra la Cité e la zona dei Santuari e il sentiero Chemin de Croix, tra quest’ultima e il castello.

Dove la bellezza incontra la fede

Ai Sanctuaires
Ai Sanctuaires

E’ al secondo livello che capisci la sacralità di questo luogo, che ne percepisci forte l’energia. C’è un ampio slargo all’ingresso della <città sacra>: superarne il principio, attraversando uno stretto corridoio che arriva ai Sanctuaires, è uno spartiacque tra tutto ciò che di Rocamadour hai visto sino a questo momento e una visita diversa, un percorso di conoscenza, un viaggio nella fede. Che tu ce l’abbia o meno.

Sette tra chiese e cappelle che ruotano una accanto l’altra ad altezze diverse e in uno spazio più esiguo di quanto si possa pensare. Quasi che la forza che irradiano spinga  verso il centro salendo verso l’alto. Tra guglie e scale che si aggrappano e inerpicano sulla roccia chiara i visitatori fanno tappa nella basilica di San Salvatore, la più grande, nella cappella di Sant’Anna, in quelle di San Biagio, San Giovanni Battista, San Luigi, San Michele sino a quella di Notre Dame, la cappella che custodisce la Madonna Nera.

Il clamore delle voci che echeggia lungo la via principale della Cité qui si affievolisce, si fa sussurro, bisbiglio, preghiera.

Prima di entrarci, una sosta davanti il luogo dove per tradizione sarebbe stato sepolto Sant’Amadour, il primo eremita. Ancora un attimo da dedicare al punto esatto in cui, leggenda vuole, la mitica Durlindana, la spada di Orlando, paladino di Carlo Magno, fu incastonata nel muro affinché non cadesse in mano musulmana prima della famosa battaglia di Roncisvalle.

Infine la cappella di Notre Dame. Piccola, raccolta, alla luce tremula di decine di candele che illumina i tanti ex voto, le targhe, gli oggetti sacri, i simboli di una devozione antica ed espressione di milioni di <grazie> che sfidano i secoli e si rincorrono, risuonando, nel prezioso santuario.

Una storia di fede lunga secoli
Una storia di fede lunga secoli

Ancora Rotterdam. Sulla Mosa

Siamo partiti da un ponte. Continuiamo a raccontare la città olandese scoprendone altri due, stavolta sull’acqua. Sul passato e sul futuro.

Wilhelminapier. Sulla prua di una nave

La parte di Rotterdam a sud della Mosa, il fiume che spacca in due la città, si allunga sull’acqua con grandi lingue di terra. Quella centrale, la Wilhelminapier, un tempo era deputata a luogo di addii e di grandi viaggi. Alla fine dell’Ottocento da questa banchina partirono migliaia di emigranti diretti a New York in cerca di una vita nuova e forse migliore. La compagnia che gestiva le traversate era la Holland Amerika Lijn (HAL), la cui sede storica, uno splendido edificio in stile liberty, oggi ospita l’hotel New York.

Soggiornarvi o visitarlo – le sale al piano terra e il ristorante sono aperti al pubblico – significa rivivere in parte quel momento storico fatto di speranze, sogni, decisioni importanti e spesso obbligate. Tutto ricorda una grande nave, la rotta atlantica, un tempo lontano. Date un’occhiata al testo dedicato al New York hotel in bella vista nel book corner della hall: vi suggerirà epoche passate, momenti felici, altri difficili con un comun denominatore: l’andare, il partire.

Accanto l’hotel, proprio dove insisteva il molo, c’è Lost Luggage Depot, l’opera in ghisa di Jeff Wall raffigurante valigie, borse ed oggetti di epoche diverse. Tutti smarriti, persi per sempre, così come il posto da cui si veniva e la vita che si conduceva, una volta partiti per l’ignoto. Ieri come oggi.

“I want the monument to remember those who have left, whenever they left, and to recognise those who arrive, whenever they have arrived, and from wherever they have come”  – Jeff Wall

Lost luggage depot. Ieri come oggi
Lost luggage depot. Ieri come oggi

Fenix Food Factory. Back to the origin

Restiamo al centro della Mosa, stavolta sulla penisola di Katendrecht, detta anche <Il Capo>, un tempo quartiere portuale famigerato e oggi zona di tendenza anche grazie alla Fenix Food Factory .

Da qui il panorama sul Wilhelmina Pier e sul New York Hotel è mozzafiato. Ci potete arrivare scendendo a Rijnhaven e percorrendo un breve tratto a piedi o con un comodo watertaxi. La Fenix Food Factory è raggiungibile dal New York Hotel a piedi grazie ad un piccolo ponte pedonale.

Ma cos’è Fenix Food Factory? Un vecchio capannone industriale trasformato in un mercato del cibo buono, sano e rigorosamente artigianale. Ci trovate Booij Kaasmakers, produttori di formaggi, Jordy’s bakery, un panificio che sforna pane, croissant e altre delizie, Kaapse Brouwers, dove si produce birra, Stroop Rotterdam per assaggiare i famosi stroopwafels con un tocco originale dato dalla lavanda, il sale o il pepe nero. Ci trovate anche una libreria, che non guasta mai, la Bosch&de Jong e tanto, tanto altro.

Non vi aspettate lusso e luci al neon: la struttura iniziale è ancora visibile, ogni sedia o tavolino è stata creata con materiali semplici e può capitarvi di vedere stampigliare il marchio del negozio su buste riciclate e riciclabili. Tutto qui è easy e all’insegna del buono e del funzionale.

Tra passato e futuro. Skyline sul Mosa

Ritorniamo per un attimo al New York Hotel. Vi ho detto che si tratta di un edificio storico legato al passato di Rotterdam. Non vi ho detto che è circondato da alti e avveniristici palazzi e grattacieli che, negli anni, hanno trasformato lo skyline della città sulla Mosa e che la stanno traghettando verso il futuro.

Il grattacielo New Orleans con la facciata in pietra che ospita un teatro, il World Port Center, Las Palmas, il Maastoren, il De Wilhelminahof, il Toren op Zuid e infine il De Rotterdam: tre torri alte 150 metri collegate tra loro in un equilibrio perfetto. O almeno questo è quello che leggerete sul De Rotterdam. A me ha ricordato sei parallelopipedi  che sembrano pronti a scivolare uno sull’altro…un’opera di funambolismo architettonico, una meraviglia ingegneristica che ospita alloggi di lusso, uffici, negozi, servizi di ristorazione, centri fitness. Sulla sua facciata si riflette grandioso uno dei due ponti di cui vi parlavo all’inizio, l’Erasmus, simbolo della città. Il <cigno> lo chiamano per il colore (un bianco candido) e la forma data dal pilone in acciaio alto 139 metri e sorretto da 40 cavi.

Attraversatelo a piedi. Ve lo consiglio caldamente. Sarà come abbracciare e un po’ capire la città.

Giallo, bianco. Ancora un ponte. Stavolta rosso. Verso Oude Haven e le Case Cubiche

Ecco un altro ponte, stavolta rosso, che collega la zona sud con quella nord. E’ il Willemsbrug, 318 metri, inaugurato nel 1878 e rinnovato nel 1981.

Percorrendolo idealmente approdiamo a Oudehaven, il Porto Vecchio, uno dei pochi panorami della vecchia Rotterdam, dove il contrasto tra le navi storiche e la cornice moderna è forte. Anche il Witte Huis, un edificio costruito tra il 1897 e il 1898 ben visibile da Oude Haven , il primo grattacielo dei Paesi Bassi con i suoi 45 metri, oggi è un nano tra i giganti.

E poi ci sono loro, le famose Case Cubiche, icona di Rotterdam, le case gialle che sfidano la gravità e che tanto recenti non sono: l’architetto Piet Blom le creò nel 1984 e, a distanza di più di trenta anni, sono ancora un incredibile esempio di architettura e design. Avrebbero dovuto essere 74, ne furono costruite 38 che, insieme, rappresentano una foresta. Ogni casa un albero, ogni casa un modo nuovo di vivere la quotidianità. Sono infatti tutte abitate e una è diventata un museo che consente di dare un’occhiata a come potrebbe essere la vita quotidiana all’interno di una struttura così particolare. C’è tutto: dalla cucina al bagno; una comoda camera da letto, la zona lettura, piante e libri d’arredo. C’è anche un ostello, lo Stayokay Hotel, da cui il flusso di gente di tutte le età che vuole vivere un soggiorno creativo è continuo.

Dalle Case Cubiche è ben visibile la Biblioteca Centrale. Di giallo in giallo. Le ben evidenti tubature gialle esterne costituiscono il sistema di aerazione. Sulla facciata una frase a firma Erasmo da Rotterdam: “La mia patria è il mondo intero”. Tutto torna, no?

Markthal. Molto più di un mercato coperto

Bianco, rosso, giallo. Per approdare ad un vero e proprio arcobaleno, il Markthal, molto più di un mercato coperto. Partiamo dalla forma, una sorta di ferro di cavallo con le punte in giù dentro cui sono state create 225 esclusive abitazioni. La hall invece ospita il mercato, spazi commerciali e numerosi ristoranti. Li si visita con il naso all’insù perché tutte le pareti interne del Markthal sono rivestite dalla coloratissima opera di Arno Coenen e Iris Roskam, Cornucopia. Migliaia di piastrelle su cui sono impressi frutta, insetti, fiori, pesci, una moderna ed esplosiva <natura morta> del ventunesimo secolo.

Lì dove sorgeva Rotterdam sul fiume Rotte nel Medioevo, oggi il cibo rappresenta il trait d’union tra culture e gastronomia del mondo intero. Tapas e salumi iberici vicino Gouda e polpette olandesi;  profumi indiani che si confondono a quelli del Marocco; muffins americani e stroopwafel.

Due indirizzi da consigliare all’interno del Markthal:

 – Pickles, burgers & wines, per  hamburger squisiti da accompagnare ai classici cetriolini e croccanti patatine.

 – Umami Street Food

Versione casual dell’acclamato Umami by Han al primo piano del Wah Nam Hong supermarket. Sotto puoi fare incetta di prodotti dal mondo orientale, sopra ti aspettano gatti della fortuna e ceramiche per una tavola dal look asiatico. Il tour termina con Umami Street Food dove provare le delizie sul posto, comodamente seduti con vista su Cornucopia del Markthal!

CitizenM Rotterdam. Bello e furbo

Cosa cercate in un albergo? Cosa desiderate trovare a fine giornata in una città come Rotterdam?

Al momento della scelta del mio albergo a Rotterdam ho avuto davvero l’imbarazzo della scelta. Tanti alberghi di design, eleganti e ricercati.

Alla fine però ho scelto il CitizenM e l’ho fatto perché me ne piaceva la posizione (appena fuori c’è la Blaak Station, il Markthal, le Case Cubiche…), gli arredi moderni, colorati, accattivanti e soprattutto un approccio smart al visitatore che qui chiamano <citizen>, cittadino.

Mi ci sono sentita <cittadina>, cittadina del mondo, che al CitizenM può incontrare viaggiatori di ogni tipo e condividere una risata nelle tante comode e rilassanti aree relax, ciascuna arredata con gusto e tutte comunicanti come in un grande loft.  

Ovunque, al CitizenM, “parole”. Sulle pareti, lungo i corridoi che portano alle stanze, sullo schermo che troverete acceso all’interno della vostra stanza. Un percorso di <parole> che spiega il mood del luogo.   

Una sharing table per provare uno dei piatti sul menu, una birra al bancone del Canteen, sempre aperto, una tisana fumante prima della ninna su una delle tante poltroncine e divani.

E come sono le camere al CitizenM? Piccole, ma belle, funzionali e con tutto quello che serve per un soggiorno da boutique hotel. Il letto va da parete e a parete come la finestra da cui Rotterdam è a portata di mano. Tutto – luci, tende, tv, riscaldamento e aria condizionata – è automatizzato e regolabile dai classici interruttori e da un comodo tablet. Nessun cioccolatino sul letto insomma ma prodotti beauty e asciugamani grandi e in morbido cotone.

E se i luoghi raccontano le persone, il CitizenM racconta Rotterdam: vivace, rivolta al mondo, proiettata al futuro ma anche funzionale e pensata al benessere di chi la vive.

Che te ne fai di una sedia di design se non è comoda e la puoi solo guardare?

 

Cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Un viaggio alla scoperta  di uno dei dieci porti più grandi del mondo. Gli altri nove sono in Asia. 40 chilometri di merci, uomini, storie da scoprire con un tour realizzato quotidianamente da Spido.

 

 

Racconto Sicilia. Dove comanda il vulcano

Piedimonte Etneo
Piedimonte Etneo

Paesaggi lunari, vigneti che avanzano sulla pietra lavica, un fiume che scava canyons e gole, borghi barocchi.

E’ l’area attorno l’Etna, “a muntagna” per i siciliani, una miniera di scoperte e sapori per il viaggiatore.

All’ombra del vulcano

Il vulcano attivo più alto d’Europa, con una quota massima in continua evoluzione che si aggira attorno ai 3340 metri. Uno dei vulcani più sorvegliati al mondo, luogo di boati, fumi ed eruzioni. Quando qualcosa accade, una fitta coltre di cenere nera come la pece ricopre per chilometri strade e centri abitati, mandando in tilt decolli e atterraggi nel vicino aeroporto di Catania Fontanarossa.

Un servizio di funivia che consente di arrivare sino a quota 2.500 metri e guide autorizzate che accompagnano il visitatore fin su, ai crateri sommitali.

Un paesaggio che cambia costantemente ad ogni nuova eruzione e che, a tratti disabitato e incontaminato, caratterizzato da distese di roccia lavica che assumono le forme più bizzarre, si trasforma in fitti boschi e pinete.

Poco più giù lo scenario cambia ancora, lì dove la Mareneve si acciambella sui fianchi del vulcano, abbracciandolo. E’ l’anello che attraversa il Parco dell’Etna e collega i comuni che si distribuiscono sulle sue pendici, tutti da scoprire, ciascuno caratterizzato da prodotti tipici e connotati da un passato ricco d’arte e di storia.

Il nostro viaggio comincia da qui, tra oliveti, castagneti e vigneti. Saranno i sapori a condurci: un percorso in sette tappe alla scoperta di un territorio che continua a stupire e cresce, di anno in anno, in qualità e livello di accoglienza per il visitatore.

Tutti pazzi per i vini dell’Etna

<Chi è capace di degustare non si limita a bere del buon vino, ma assapora segreti> – Salvador Dalì.

Avete mai provato un Etna Doc?
Avete mai provato un Etna Doc?

Di segreti in realtà ce ne son pochi perché, negli ultimi anni, di uve che crescono qui e soprattutto di vini che qui prendono vita, si è parlato e si continua a parlar tanto. <Etnashire> l’hanno chiamata, scimmiottando il soprannome che inglesi innamorati della Toscana hanno in passato dato al Chianti facendolo diventare <Chiantishire>.

Graci. Vini dell'Etna
Graci. Vini dell’Etna

Una zona vocata al vino e consigliata dal Forbes ai suoi lettori per un soggiorno ispirato a questo nettare. Qui si coltivano uve rosse come il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio, e bianche come la Carricante, la Catarratto e la Minella Bianca.

Uve che, sapientemente seguite, danno vita a vini che godono della Denominazione d’Origine Controllata.

Nella sezione di viaggimperfetti dedicata al mondo del vino, tante volte si è parlato della cantine vinicole che, in questo territorio, costituiscono un’eccellenza.

Da vino da mescita, il vino dell’Etna si è trasformato in un prodotto ricercato e di alta qualità grazie a viticoltori e pionieri che qui hanno investito e creato etichette eccezionali seguiti, nel tempo, dai grandi big del vino in Sicilia.

Viti che sfidano terreni ricoperti dalla lava durante le eruzioni lungo i secoli, alberelli centenari unici superstiti della terribile fillossera di inizio Novecento, blend sorprendenti riconosciuti ormai come indissolubilmente legati al territorio.

Tra le cantine visitate da viaggimperfetti:

Fessina, dove si produce ancora in purezza il Nerello Cappuccio e la grande bottaia scavata nella pietra lavica custodisce segreti antichi.

Planeta, con vigneti a più livelli e dove il vino incontra l’arte e il teatro con il festival Sciaranuova che si rinnova ad ogni estate.

Firriato, dove è possibile anche soggiornare e svegliarsi circondati dai filari.

Tra le tante cantine presenti, i vini provati e goduti che hanno allietato serate speciali con chi amo e momenti di perfetta solitudine: Benanti, Cottanera, Theresa Eccher, Graci, Frank Cornellisen, Tenuta delle Terre Nere.

Una buona selezione da portare a casa la trovate da Il Buongustaio dell’Etna a Randazzo, dove, mentre scegliete i vostri vini, potrete farvi un panino con le delizie del Parco dell’Etna.

Un piccolo consiglio: procedete lentamente nel tratto che va da Linguaglossa a Passopisciaro passando per Solicchiata e Rovitello godendo di ogni metro e imprimendo fotogrammi di incredibile bellezza nella vostra memoria.

Un pastificio artigianale nella Valle dell’Alcantara. Il segreto è l’acqua

Grani siciliani per le linguine, i paccheri, i maccheroni e gli spaghetti trafilati al bronzo a lenta essiccazione che produce il pastificio artigianale Piazza – Delizie dell’Alcantara a Mojo Alcantara.

Il segreto che rende uniche penne e caserecce è l’acqua del Parco Fluviale della Valle dell’Alcantara che qui sgorga copiosa e che ha reso possibile il Marchio di Qualità Natura Parco e l’inserimento del pastificio nella Carta di Qualità del parco fluviale.

Le famose Gole dell’Alcantara, i canyon basaltici nati dall’incontro tra le lave roventi e le gelide acque del fiume, sono ad un passo.

Se preferite un percorso più semplice e da fare in tutte le stagioni, arrivate sino a Gravà, vicino Francavilla, per scoprire le Gurne dell’Alcantara, laghetti scavati dal fiume nel basalto dell’Etna  che si inanellano uno dopo l’altro circondati da pioppi, roverelle, fichi d’india e oleandri.

La pasta Piazza la trovate nei differenti formati presso le botteghe e i rivenditori in paese. Fatene scorta. Non è così facile da reperire.

Ancora un consiglio: a Mojo Alcantara arrivateci da Passopisciaro. Supererete i vigneti di Cottanera, Graci, Al-cantara e sulla vostra destra apparirà il <vulcanello>, il cono vulcanico di Monte Mojo, dalla perfetta forma tronco conica, alto circa 700 metri e ormai spento. Sulla sinistra invece c’è un abbeveratoio, un luogo perfetto per fare una sosta circondati da un paesaggio mozzafiato.

Fermatevi all'abbeveratoio!
Fermatevi all’abbeveratoio!

Siete mai andati a fare minestra?

Avete voglia invece di un piatto di pasta fresca? Allora fate un salto nella vicina Randazzo, gioiello scampato a tutte le eruzioni e sede del palio medievale estivo, quando vicoli e piazze si animano con cortei di dame e cavalieri, saltimbanchi e regine.

In piazza San Giorgio fermatevi alla trattoria San Giorgio e il Drago e gustate un piatto di tonnacchioli alle erbe dell’Etna secondo stagione. In autunno cicoria e <caliceddi> più amari mischiati a <senapi> più dolci. In questo periodo dell’anno la gente del posto va a fare <minestra> raccogliendo le deliziose erbe selvatiche, copiose su banchi di frutta e verdura insieme al cavolo “trunzo”, un cavolo rapa tutto siculo, presidio slow food.

U zuzzu. E non è una parolaccia

Lo trovate nelle migliori macellerie dei paesi etnei e nel catanese. E’ lo <zuzzu>, carne di suino e bovino in gelatina e più precisamente, testina, orecchie, muscoli e parti cartilaginee che vengono lavate e lessate per ore. Si aggiunge sale, pepe, succo di limone e il brodo filtrato. Poi si aspetta che il tutto diventi gelatina. Fresco e delizioso…provare per credere. Quello dei Fratelli Cerra a Piedimonte Etneo è il mio preferito.

Lo zuzzu
Lo zuzzu

La salsiccia al ceppo. Qui la fretta è bandita

Carne di maiale, sale, pepe, semi di finocchio. That’s it. Questi gli ingredienti della salsiccia che troverete da queste parti, quella originale almeno. C’è chi ama mangiarla anche con formaggio, pomodoro e altre spezie.

Fatevela preparare al momento <al ceppo>, vale a dire tagliata lentamente al coltello e condita su un grosso ceppo di legno e solo successivamente inserita nel budello a cui si dà la tipica forma col filo apposito.

La salsiccia al ceppo provatela a Linguaglossa da Emanuele in via Roma 104. Non vi limiterete a comprare un buon prodotto, farete<esperienza> di una tipicità locale.

Dopo lo shopping, restate in macelleria, stavolta quella dei Pennisi, in via Umberto 11, dove un sapiente restyling ha dato vita ad un luogo perfetto per godere a tavola delle bontà locali. Sul menu le polpettine di agnello in rete di maiale, il fegato con la cipolla in agrodolce, il burger di maialino nero dei Nebrodi. Accanto i tavoli e le cucine, il bancone carni e quello dedicato a salumi e formaggi: una festa per gli amanti di tuma, primosale, pecorino, pepato, ricotta infornata…

Un consiglio anche qui. Visitate Linguaglossa dopo una sosta alla Pro Loco che ospita un museo etnografico con esemplari di flora e fauna dell’Etna, una sezione dedicata agli antichi mestieri e una mineralogica.

Ciò che rende imperdibile la Pro Loco di Linguaglossa è il suo presidente, Franco Maugeri, e tutti coloro che partecipano attivamente alla realizzazione di eventi e promozione del territorio. E’ stato proprio Franco Maugeri ad accompagnarmi alla scoperta della salsiccia al ceppo, a parlarmi del Palio delle Botti (tutte decorate, ciascuna diversa e unica) che si tiene a Linguaglossa in occasione della Festa di San Martino e a invitarmi a festeggiare il Natale insieme con un Babbo Natale di eccezione…secondo voi chi ne vestirà i panni?

Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa
Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa. Tutto pronto per il Natale?

Altri eventi che valgono una tappa a Linguaglossa: la Maratona 0-3000 a giugno, l’Etna Trail a settembre, il Trinacria Bike Trail a ottobre.

E se vi piace la street art seguite i percorsi ideati da IntrArt Cultura Aetnae. Sarà un modo diverso di scoprire questo pezzo di Sicilia. La mappa la trovate alla Pro Loco.

Fall Winter. Qui è tempo di molitura

L’olio extravergine d’oliva DOP Monte Etna è ottenuto dalla varietà Nocellara etnea per almeno il 65% e da altre varietà presenti nella zona (Moresca, Brandofino, Biancolilla, etc.). La sua produzione ricade in un territorio compreso tra i cento e i mille metri sul livello del mare ed è promosso e tutelato da un consorzio attivo dal 2007.

Queste le caratteristiche. La parte più divertente? Il momento della raccolta fatta direttamente dalla pianta con pettinatura delle chiome a mano o con l’ausilio di macchinari e la presenza a terra di reti che evitano che le olive appena raccolte possano confondersi con quelle cadute in precedenza. Step successivo il frantoio dove si ricava un nettare dal colore giallo oro con riflessi verdi, un odore fruttato leggero, un sapore fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante.

Tempo di raccolta e di molitura
Tempo di raccolta e di molitura

Il modo migliore per capire di che prodotto d’eccellenza stiamo parlando? Fermatevi in uno dei panifici dove ancora il pane è cotto a legna e comprate una bella pagnotta. Sarà perfetta con olio, sale e pepe, origano se vi piace. Location azzeccatissima per l’assaggio  l’abbeveratoio di cui vi parlavo appena poche righe sopra.

Chiusura in dolcezza

Un biscottino ci sta, che dite? Assaggiate i <mustaccioli>, biscotti tipici preparati con nocciole, miele, scorza d’arancia e farina. Varianti ce ne sono tante con mandorle, pistacchi e persino vino cotto. Il miele è quello prodotto a Zafferana Etnea, sul versante orientale del vulcano. I pistacchi, neanche a dirlo, quelli di Bronte dove è da vedere l’abbazia di Santa Maria di Maniace, meglio nota come Ducea di Nelson che la ebbe in dono nel 1799 da re Ferdinando I delle Due Sicilie.

Poco distante Maletto, località celebre per la sua fragola, pregiata e assai rara e io non posso fare a meno di pensare alla primavera e a una golosa granita di fragole. Una delle tante leggende vuole che i siciliani l’abbiano inventata mischiando la frutta con la neve dell’Etna. Tutto torna…

Linguaglossa. Appuntamento con la primavera
Linguaglossa. Appuntamento con la primavera

Sicilia orientale. Passione “olio”al frantoio dei fratelli Coletta

Di olio extra vergine di oliva Rosario e Salvatore Coletta potrebbero stare a parlare per ore. Sono loro oggi a gestire il frantoio di famiglia, l’Oleificio del Mela, in località Pace del Mela, Messina. Una terra affacciata sul Tirreno che produce prevalentemente cultivar come Biancolilla, Ogliarola Messinese, Nocellara Messinese, San Benedetto.

La passione è la stessa del padre che in passato ha avviato il frantoio, la caparbietà con cui un’attività tradizionale è stata trasformata in una struttura con alti standard è tutta loro, di Saro e Salvo.

Fruttato, amaro, piccante. Non è solo questione di naso

A mio padre piaceva guardare le olive che si trasformavano in olio – racconta Rosario – Anche a me. Poi però volevo capire cosa accadeva, quale era il procedimento, perché il risultato non era sempre lo stesso”.

In un paese come l’Italia che offre più di 700 varietà di olivo, realizzare un olio di qualità significa conoscere il territorio in cui viene prodotto e riuscire ad esprimerne al meglio le peculiarità. Il processo  di frangitura è determinante per ottenere un olio che metta insieme, in un delicato equilibrio, proprietà organolettiche e nutritive con sapore e profumo.

Al frantoio dei Fratelli Coletta la lavorazione è a freddo e si utilizza un sistema di doppia molitura con molazze in pietra e mulino finitore: dopo la mondatura, le olive vengono schiacciate  dalle ruote di pietra per evitare che si surriscaldino e se ne alterino le caratteristiche.

Qui in Sicilia abbiamo un prodotto d’eccellenza – aggiunge Salvatore – ogni area dell’isola regala cultivar uniche. Lo studio e la tecnica oggi ci permettono di tutelarne le qualità ricavando il meglio dai diversi tipi in relazione alle loro caratteristiche (stato ambientale, grado di maturazione, etc.). Se ci pensi anche per il vino è andata così. In Sicilia si produceva una grande quantità di vino da mescita. Il nostro mosto veniva spedito ovunque per creare grandi vini. Oggi è qui, in Sicilia, che si lavora, ormai da anni, per ottenere etichette di eccellenza che creano una vera e propria mappatura del vino siciliano. Lo stesso sta accadendo con l’olio”.

Parliamo di "gramolatura"
Parliamo di “gramolatura”

Dopo la frangitura quella che ormai è <pasta di olive> passa allo step successivo, la <gramolatura>, una fase assai delicata durante la quale l’olio “CRESCE”. Non pensiate si tratti di mera meccanizzazione: tempi, velocità, temperature, sono variabili che dipendono da fattori diversi, come la maturazione del frutto, il rapporto polpa/nocciuolo, e altro che solo un esperto frantoiano sa regolare. Si impara col tempo.

La natura non perdona – sorride Saro – Sapessi quanti errori…ma poi sa ripagarti”. Continua a spiegarmi come funziona il processo successivo, l’estrazione, che può avvenire con tecniche diverse. Qui, al frantoio di Salvo e Rosario Coletta si sceglie la centrifugazione, un procedimento di rotazione ad altà velocità che separa le differenti parti fino all’ottenimento di un prodotto pulito, integrale: l’Olio. Temperatura massima 27°C.

Il colore non vale. Però è una meraviglia

Il colore non è indice di qualità”. Tant’è che anche i bicchierini utilizzati da assaggiatori ed esperti per giudicare un buon olio sono blu affinché il colore non ne influenzi il giudizio. Lo sapevo, me lo avevano spiegato in Puglia, a Carovigno, ma non mi ci rassegno.

Perché in realtà veder venir giù quel rivolo verde giada è emozionante. E secondo me lo è anche per i produttori che qui vengono a portare il raccolto. Li vedi seguire passo dopo passo le differenti fasi di lavorazione, aspettare placidi di testare concretamente cosa le loro olive hanno tirato fuori.

Vedere e sentire. Perché l’olio qui ha un colore che puoi far finta di ignorare ma il profumo dell’olio appena franto lo senti subito, ti arriva dritto ai sensi. Potrei provare a raccontarvelo con le parole<fruttato, amaro, piccante> che sono i tre parametri di massima per valutare un olio. Vi dirò invece che il profumo qui è quello delle cose genuine, sane, autentiche.

Te le ricordi le botteghe di paese? – mi chiede Saro – Quelle che il profumo di pecorino buono e olive <cunzate> lo sentivi in strada? A me piace pensare che questa sia una bottega, dove il profumo che senti è inequivocabile e ti fa venir voglia di una fetta di pane caldo con l’olio appena franto”.

Sapori autentici. L'olio appena franto
Sapori autentici. L’olio appena franto

Un olio di alta qualità ad etichetta Pace del Mela. Facciamo territorio

Una volta, in Sicilia, l’olio non si comprava al supermercato. Lo si prendeva direttamente dal produttore –  ancora oggi chi ne ha la possibilità lo fa – o lo si produceva se si aveva la fortuna di avere del terreno.

La zona in cui nasce il frantoio dei Fratelli Coletta è vocata alla coltivazione degli ulivi. Ad ogni stagione, i singoli produttori portano al frantoio di fiducia il raccolto annuale. Devono esser certi che gli standard della struttura scelta siano alti perché l’olio prodotto sarà quello che, nella maggioranza dei casi, finirà sulle tavole della loro famiglia.

Qui la campagna olearia di estende da settembre a dicembre – racconta Salvo – Nei momenti di maggior impegno la giornata lavorativa è fatta di 24 ore. Non ci si ferma mai ma la soddisfazione è grande. Oltre ad essere molitori io e Saro siamo anche coltivatori. Per noi il lavoro di ricerca parte prima, all’origine. Non si tratta solo di acidità e perossidi (l’olio extra vergine di oliva per definirsi tale deve avere dei parametri ben precisi). Lo studio dell’olio e delle sue caratteristiche ha un’alta potenzialità e sbocchi ancora oggetto di ricerca

Basta pensare all’applicazione nel mondo della cosmetica, per dirne solo una… – aggiunge Saro –  Allo studio degli antiossidanti contenuti nei sottoprodotti di scarto”.

Scopro anche che dagli sfridi della molitura si ottiene energia rinnovabile e sostenibile(energia termica ed elettrica).

Domando allora quali siano i progetti futuri. “A noi piace raccontare la nostra terra, ci crediamo. Quando è possibile ospitiamo scolaresche per far sì che i bambini imparino a riconoscere il pezzo di mondo in cui vivono, a distinguere i sapori delle cose che mangiano. Abbiamo un prodotto d’eccellenza, perché non valorizzarlo e farlo conoscere a chi ha voglia di scoprire la nostra regione?”.

Il prossimo obiettivo è quello di fare un passo più in là e creare un olio extra vergine IGP Sicilia BIO che sia prodotto qui, a Pace del Mela. Il sogno è quello di riuscirci facendo squadra con tutti i protagonisti del territorio… Magari istituendo un consorzio di filiera?”.

Si ringraziano per la collaborazione Salvatore e Rosario Coletta e tutto il team dell’Oleificio del Mela.

Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta
Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta

Rosso Tolosa. Nel sud della Francia

Di che colore è Tolosa? Se a volte è facile associare un colore a una città, Tolosa, nel sud della Francia, è senza alcun dubbio rossa.

Rossa per motivi politici? Acqua. Rossa perché passionale e romantica? Forse. Ma la risposta è un’altra. Diciamo fuocherello.

Il motivo è molto più semplice e legato ad un fattore pratico e di natura economica. Ricca di argilla, Tolosa, sin dai tempi dei Romani, fu costruita con dei bei mattoni rosso argilla che ancora oggi ricoprono le facciate di tutti i maggiori edifici della città.

Ed è un rosso che vira ora al vermiglio, ora al rosa e al corallo. Dipende dalla luce che ad ogni ora investe questa splendida città.

Una storia dietro ogni mattone

Dicevamo dei mattoni rossi. Gli intonaci bianchi, obbligatori fino a prima del ‘900 perché rischiaravano le vie alla luce della luna quando l’energia elettrica non esisteva, furono scrostati lasciando che tutto lo charme del rosso venisse fuori e raccontasse una città con una storia lontana.

Di pietra non ce n’era e se qui e lì compariva, era segno di ricchezza e grandi disponibilità. Arricchiva i palazzi più belli, via via nei secoli impreziositi da mascheroni, a volte in terracotta, balconi con inferriate riccamente decorate e finestre abbellite da corondage in legno e lambrequin in zinco.

Oggi il rosso dei mattoni rende lo skyline della città francese unico ed affascinante e persino il Capitole, il Palazzo dei Consoli, che è insieme Municipio, teatro, museo nella piazza centrale di Tolosa, mostra fiero un prospetto di 130 metri ultimato nel 1759 che alterna mattoni e pietre, arricchito da otto colonne di marmo, una per ogni console che sino al Medioevo reggeva Tolosa, una per ogni quartiere affidato alla loro giurisdizione.

Occitano e francese per le vie a Tolosa
Occitano e francese per le vie a Tolosa

Al lato opposto della piazza inizia Rue du Taur, o Carrera del Taur in lingua occitana secondo la doppia dizione presente in numerose vie. Il toro è quello al cui sacrificio a Giove San Saturnino, primo vescovo della città, si oppose e fu pertanto giustiziato. Il suo corpo venne legato all’animale con una corda e trascinato lungo le vie. Tradizione vuole che si staccò proprio qui, dove oggi sorge Notre Dame du Taur e dove venne sepolto prima di essere trasferito nella basilica che oggi porta il suo nome, la basilica di Saint Sernin, una delle più importanti chiese romaniche della cristianità nonché tappa lungo la strada che i pellegrini percorrevano, e tuttora percorrono, verso Santiago de Compostela. Migliaia di pellegrini, già nel Medioevo, ne ammiravano l’imponente basilica in pietra e, ça va sans dire, mattoni rossi.

Ed è in mattoni rossi un’altra meraviglia di Tolosa, il complesso monumentale Les Jacobins dove, nel 1215 fu fondato l’ordine dei domenicani ed è sepolto San Tommaso d’Aquino. Spoglio ed austero all’esterno, ricco e prezioso all’interno: nella chiesa, una navata sostenuta da una fila di colonne alte 28 metri dalle quali si irradiano nervature dipinte che sorreggono il tetto. L’ultima ne ha 22, policrome, che la fanno sembrare una palma, le Palmier des Jacobins, un giardino illuminato da vetrate colorate.

Voglia di uno stop? Due soluzioni in centro

Flower’s Cafè  – place Roger Salengro. Per una tazza fumante di the e una fetta di torta artigianale e golosa. Provate quella lampone e cioccolato o in alternativa il crumble alla pera. Entrambi sublimi.

O Thé Divin – rue Baour Lormian. The selezionati, un’intera vetrina di torte e dolci tra cui scegliere. Aperto anche a pranzo. Io qui ci ho lasciato il cuore.

Che ci fa Blub a Tolosa?
Che ci fa Blub a Tolosa?

Il rosso non può fare a meno del blu

C’è un colore che a Tolosa contende al rosso il posto d’onore ed è il blu. Ma non un blu qualunque, è il blu pastello, l’Isatis tinctoria, una pianta delle crocifere dal particolare fogliame. Nel Cinquecento, dalle sue foglie lunghe e folte fatte essiccare e macerare, veniva ricavata una tintura azzurra indelebile che fece la fortuna di quanti ne conoscevano i segreti e la coltivavano e producevano. L’oro blu mantenne il suo primato per oltre un secolo fino a quando l’indaco non ne prese il posto.

O Thé Divin
O Thé Divin

Ancora oggi il pastello viene coltivato e dalla sua produzione nascono capi, accessori  e persino un particolare miele in vendita presso Terre de Pastel con punti vendita, un museo e una Spa con trattamenti ispirati a questa pianta dai delicati fiori gialli. Un motivo in più per tornare a Tolosa e dedicarsi un momento di relax e di bellezza.

A Tolosa il blu vira al viola. Quello della viola. Ne conoscete il profumo?

Pare sia una specie rara e anche in questo caso elemento che ha contribuito all’unicità di questa città e alla ricchezza di quanti la coltivavano.

Il suo profumo è delicato ma riconoscibile. Capiterà per le strette vie del centro storico di sentirne improvvisamente le note più dolci. Facile che arrivi dai tanti punti vendita dedicati esclusivamente alla <Violette de Toulouse>, la cui essenza serve per creare colonie, saponette, un liquore, bon bon e miele, confetture e incenso. I suoi petali cristallizzati in acqua e zucchero diventano violette candite; la troverete nei gelati e nelle creazioni di molti ristoranti.

E a proposito di ristoranti, ve ne consiglio tre, quelli che ho provato ed apprezzato.

Le J’Go – place Victor Hugo. Solo prodotti locali e un’ampia selezione di delizie del posto che potrete gustare o acquistare al bancone all’interno. Fatevi consigliare un buon vino da abbinare. Poche foto del posto . Mi spiace. Ero talmente presa dal cibo e dal vino che ho dimenticato di farle.

L’Atelier du Pecheur – place Robert Schuman. Un banco di pesce fresco a vostra disposizione. Scegliete cosa mangiare e vi accomodate. In pochi minuti il pesce scelto arriverà fumante al vostro tavolo.

Sixta – rue de Bayard. Cucina vegana e vegetariana. Piccolo bistrot a pranzo e sala da the nel pomeriggio. Tre aggettivi per descriverlo: colorato, accogliente, genuino.

Per i vostri acquisti

Se volete riempire la valigia di ghiottonerie locali il posto che fa per voi è il mercato coperto Victor Hugo – place Victor Hugo. Ci troverete paté e foie gras, formaggi di ogni tipo, cassoulet in boccia e salumi.

In valigia lasciate uno spazio per i vostri acquisti alla libreria Ombres Blanches. Con un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio non poteva che incantarmi.

Libreria Ombres Blanches
Libreria Ombres Blanches. Un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio

Infine un indirizzo prezioso: La Mucca, Créateur en papeterie – rue des Lois. Ci trovate tutto quello che serve per …scrivere! Il mondo della carta e non solo: quaderni, album da disegno, cartoline, penne, matite, chinoiseries.

Due giorni a Rotterdam. Poco per conoscerla, abbastanza per innamorarsene

 

Tulipani e zoccoli di legno? Mulini a vento e canali fiabeschi? E’ questo che vi aspettate da un viaggio a Rotterdam? Cambiate destinazione. Rotterdam non è quel tipo di Olanda. O perlomeno non è ciò che più la identifica, ciò che più la racconta.

Distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, Rotterdam si è rimessa in piedi trovando via via negli anni la sua identità. Un’identità nuova che oggi la rende una delle mete più vivaci e in continuo fermento.

Se cercate una metropoli moderna e cosmopolita dove la parola d’ordine è <cambiamento>, Rotterdam è quello che fa per voi.

Un’odierna araba fenice

Witte de Withstraat
Witte de Withstraat

Di Rotterdam si diceva fosse una città <operosa>, una <tipa tosta> che alla distruzione operata dai nazisti aveva reagito trasformandosi in un importante centro economico europeo e in uno dei più importanti porti del mondo.

Diciamocelo però, Rotterdam passava anche per un po’ noiosa e con poche attrattive da un punto di vista culturale e turistico. Poi la svolta: in pochi anni Rotterdam è riuscita ad attestarsi nel panorama internazionale come culla dell’arte contemporanea e laboratorio di <social innovation> .

Amica dell’arte e del design, Rotterdam ha trasformato il suo skyline con opere di architetti superstar e le sue strade con quelle di celebri street artists.

Due giorni per visitarla? Decisamente pochi. Direi due giorni per amarla, capirne il mood e farsene contagiare pronti a tornare al più presto.

Ve la racconto a modo mio.

Un ponte giallo che unisce e suggerisce percorsi nuovi. Insieme si può fare

Un ponte colorato nel cuore della città, raggiungibile a piedi dalla vicina stazione centrale, la Rotterdam Centraal. Un’opera di land art, credevo io, con la vernice gialla saltata qui e lì e tutto sommato una buona location per realizzare un paio di scatti simpatici.

Non avevo capito niente.

 

Al significato reale del Luchtsingel, il ponte giallo, ci sono arrivata quando, andando in cerca di un localino di cui avevo sbirciato alcune immagini sul web, l’Op Het Dak, mi resi conto che per raggiungerlo avrei dovuto attraversare interamente i  390 metri  del ponte ed approdare direttamente allo Schieblock, un vecchio stabile, a cui il Luchtsingel è collegato. Avete capito bene: il ponte giallo di Rotterdam collega una delle zone più trafficate ad un’altra più periferica e ormai dimenticata dove sono ubicati una ex stazione, un parco pubblico, edifici che da tempo risultavano sfitti.

Dove sta la meraviglia? L’area dimenticata ha ripreso vita grazie a privati cittadini che hanno fatto gruppo e trasformato uffici vuoti in hub creativi e polifunzionali in cui lo spazio può essere noleggiato a prezzi più abbordabili e condiviso con altre realtà.

Il melting pot è esplosivo. Basta sbirciare (letteralmente) all’interno degli spazi nei singoli piani dello Schieblock, ad esempio, per osservare gente al lavoro, eventi, conferenze, spazi creativi, piccole attività e, all’ultimo piano, sul terrazzo, il localino che stavo cercando, l’Op Het Dak.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Il Luchtsingel non è quindi solo un’opera contemporanea ed accattivante; è un ponte di idee, un ponte di valori, un ponte proiettato ad una nuova visione dello spazio gestito dai singoli con innumerevoli potenzialità e sbocchi: il ponte presenta al centro una zona circolare, una sorta di <rotatoria>, da cui partono più bracci collegati a realtà diverse. Il parco, l’ex stazione, tutte in continua evoluzione e pronte ad abbracciare una nuova vita ed identità.

 

Tornando in cima allo Schieblock, non vi ho ancora detto che l’Op Het Dak è un piccolo, grande bistrot. Perché? Perché i suoi piatti, per lo più green e vegan, sono preparati con le verdure, la frutta  e i fiori che crescono nell’orto realizzato sulla stessa terrazza, la DakAkker, un progetto voluto nel 2012 dalla Binder Rooftopgardens e sviluppato da ZUS in collaborazione con il Rotterdam Environmental Center (RMC). Ci sono persino le api affinché si crei un ecosistema tale da garantire biodiversità e, vi assicuro, sapore e consistenza alle pietanze proposte.

Cioccolato a Witte de Withstraat

Se ne parla ovunque. E’ considerata la via dell’arte e della cultura a Rotterdam e collega il Museumpark e il Maritiem Museum. E’ Witte de Withstraat, un susseguirsi di boutique, gallerie, ristoranti, caffè e…case del cioccolato!

Il posto si chiama Florentina ed è un grazioso negozio con colorate ed accattivanti confezioni di praline, barrette di cioccolato e comode poltroncine in cui provare la cioccolata lavorata nel laboratorio all’interno.

 

A vista, infatti, la proprietaria tiene le mani “in pasta” creando delizie il cui profumo vi investirà non appena dentro il Bean-to-Bar Chocolate shop. Provate i brownies al cioccolato di cui mi ha fatto promettere di non rivelare il segreto…semplicemente deliziosi!

Appena fuori Florentina, date un’occhiata all’opera di street art di Daan Botlek. E’ solo una delle tante esplosioni di arte e colore che troverete qui a Witte de Withstraat e in tutta Rotterdam. Se volete seguire un percorso interamente dedicato alla street art, collegatevi a Rewriters010 e scaricate l’itinerario per 0,99 euro.

Make it happen di Daan Botlek
Make it happen di Daan Botlek

Oude Binnenweg. Com’era prima?

E’ forse l’unica strada sopravvissuta al bombardamento nazista nel centro di Rotterdam. Splendidi i dettagli belle époque sulle facciate degli edifici. Tanti i locali, le boutique, le botteghe che vendono prodotti locali e che, come mi piace dire, hanno un’anima. I brand più comuni e le grandi catene sono poco distanti ma a Oude Binnenweg, per pochi metri, si ha ancora la sensazione di essere qui e in nessun altro luogo.

 

Non dimenticate di fare un salto da Kaashoeve, la casa del formaggio, un tempio del cacio, con specialità locali e dal mondo. Il proprietario mi ha mostrato fiero una forma intera di caciocavallo ragusano maturata nella sua tipica cassa rettangolare vicino Gouda e Edammer olandesi. Frutta secca da accompagnare e tante altre golosità.

Se vi è venuta fame e volete un break divertente fatevi un toast da Tosti: dinamico, accogliente, buono.

Per un pensiero destinato ad una persona speciale io farei un salto da Swan – where creatives meet, una boutique dove troverete gioielli, abiti e oggetti per la casa esclusivamente artigianali e di design.

E proprio davanti le vetrine di Swan non potrete non notare Santa Claus, l’opera di McCarthy simbolo del consumismo occidentale, controversa e popolarmente nota come “Gnomo Buttplug”. A voi stabilire se vi piace o meno.

Verso Beurs

La Oude Binnenweg diventa presto Nieuwe Binnenweg, l’atmosfera cambia ma la meraviglia è dietro l’angolo. Avvicinandosi a Beurs , l’edificio della Borsa primo palazzo riportato allo stato originale dopo i bombardamenti del 1940, una lunga serie di viali e strade dedicate allo shopping si susseguono. Ne vale la pena anche se non siete amanti dello shopping. Sono le architetture dei palazzi a stupire in un allegro alternarsi di materiali, prospettive e altezze. La Beurstraverse, galleria sotterranea nota come <Koopgoot> si trova sotto via Coolsingel e collega Lijbaan e Hoogstraat. Gli interni sono stati progettati da Jon Jerde, il guru americano degli spazi dedicati al funshopping.

Beurstraverse
Beurstraverse

Vi suggerisco una sosta per un mint tea da Mockamore: colori pastello, bella carta da parati e un ottimo bananenbroad, sfizioso pane dolce alla banana.

 

Si va e si viene. Rotterdam Centraal

Luce, aria, spazio. A Rotterdam tutto è possibile e l’architettura è una scommessa continua ispirata a questi tre elementi. La stazione centrale ne è un esempio. Inaugurata nel 2014, 110 mila passeggeri al giorno, tra gli hub ferroviari più importanti dei Paesi Bassi, ha una copertura triangolare che le ha valso il soprannome di <ferro da stiro>. Un tocco unico l’orologio originale e la vecchia insegna <Centraal Station> oggi in versione led.

 

Quando l’arte incontra la fede. Pauluskerk

Non è solo una strabiliante struttura opera dell’ingegno dell’architetto inglese Will Alsop. Non è solo una chiesa. E’ anche un punto di incontro e di aiuto per chi ha bisogno con sale per riunioni e accoglienza, uno studio medico e un rifugio notturno. What else?

Sorge affacciata sul canale Westersingel dove è allestito un percorso artistico con diciassette opere di scultori come Rodin, Carel Wisser e Joel Shapiro.

Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk
Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk

Ci fermiamo per il momento qui pronti a riprendere la nostra passeggiata a Rotterdam a breve. Nel frattempo vi dico cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Il Kunsthal  – design, moda, fotografia. Uno spazio espositivo proiettato al futuro.

–          Het park – magari in primavera?

–          Museum Boijmans van Beuningen – Bosch, Brueghel il Vecchio, Dalì, Gauguin, Van Gogh… in fase di restauro. A breve la riapertura.