Viaggi in poltrona. Alla scoperta della Città di Risa e di una Sicilia con gli occhi dei bimbi

Vi è mai capitato, da bambini, di cominciare a leggere un libro e di ritrovarvi catapultati in grandi avventure? Ricordate l’emozione della scoperta, il potere della fantasia, il desiderio di girare pagina per trasformarvi in eroi ed esploratori?

Per ogni bimbo, un libro è il primo passaporto con infiniti visti ed innumerevoli destinazioni.

Lo sa bene Grazia La Fauci, scrittrice siciliana che con i suoi racconti per ragazzi, promossi dalla Pro Loco Capo Peloro, ente di promozione territoriale, ci porta in un pezzetto della sua terra, che è anche la mia, dove vive e che conosce bene: lo Stretto di Messina, Torre Faro e i suoi pescatori, la Riserva Orientata di Capo Peloro.

“Bambina a tempo pieno, riccia e spettinata”, Grazia La Fauci ha dato vita al personaggio e alle Storie di Nonno Peloro, coi baffoni e il cappello blu da marinaio e una cicatrice a forma di scimitarra sul petto e dei suoi due nipotini, Luna “pispisedda”, piccola scintilla ed Elio, che non sta mai fermo.

E’ con loro che Grazia La Fauci racconta il territorio. Pagina dopo pagina i laghi costieri  di Ganzirri e Faro prendono vita popolati da Tore, il falco pescatore, papere e piccole albanelle.

Rino, il piccolo airone cenerino, con Spaddy, il coraggioso pesce spada e Agil, la tellina salterina sono i protagonisti del primo racconto della collana, Il mistero della laguna; Fischio, il delfino parlante appare per la prima volta nel secondo racconto appena uscito, Alla scoperta della città di Risa. Entrambi i racconti sono illustrati da Giovanna Chemi: i suoi disegni viaggio nel viaggio, mappe colorate dallo stile inconfondibile nel mondo reale e della fantasia.

Le Storie di Nonno Peloro

Invenzione e creatività si intrecciano a storia e tradizioni siciliane con l’antica leggenda della città sommersa di Risa, il mito di Colapesce, l’immagine della statua di Zeus Peloros posta a faro per i naviganti col tridente e il braciere acceso.

Tanta Sicilia nelle storie per piccoli lettori che scoprono le brioches col “tuppo”, appena sfornate nel paese di Torre Faro, le cozze e le vongole che Nonna Scilla usa per preparare la pasta “al sapore di mare”, la pesca a bordo della feluca di Capitan Romero.

E se tutto ciò già non bastasse, provate a leggere Grazia La Fauci: vi ritroverete, ancora una volta bimbi, nel capanno dei pescatori, mentre fuori piove, a sperare che Nonno Peloro non interrompa il racconto e vi dica come va a finire.

Regalate le Storie di Nonno Peloro, regalate un passaporto con visto per una Sicilia preziosa e poco conosciuta.

Slovenia- Lubiana. Se fosse…

Se fosse un colore sarebbe verde. Città green, Lubiana è stata scelta nel 2016 come European green capital per le politiche ambientali, l’implementazione dei mezzi pubblici, la razionalizzazione di rifiuti e sprechi. Passeggiare in centro, per lo più pedonale, è poesia: una lunga carrellata di edifici in stile barocco e Art Nouveau, il fiume – il Ljubljanica – che scorre lento, incorniciato da pioppi e salici piangenti. Acqua potabile alle fontane, un mercato dove trovare prodotti tipici e assaggiare il prosciutto e i ravioli ripieni o magari un gelato 100% frutta.

Se fosse un animale sarebbe un drago. Sì, un drago perché l’animale delle fiabe è un simbolo di Lubiana, svetta sul Municipio e di draghi ce ne sono ben quattro dall’aspetto feroce a vegliare su uno dei ponti più conosciuti di Lubiana. Uno dei tanti in realtà perché, sapete, ce ne sono molti a collegare le due sponde del fiume creando scorci e paesaggi da cartolina.  Il più frequentato dagli innamorati è quello dei Macellai, con le opere di Jakov Brdar e tanti, tantissimi lucchetti. A due passi il mercato e la prima delle tre piazze che si inanellano una dopo l’altra nello Staro Mesto, la parte “Vecchia” di Lubiana. La prima, la Piazza della Città, ospita il Municipio e la fontana del Robba, la fontana dei tre fiumi carniolani: la Krka, la Ljubljanica e la Sava. Non mancate una visita alla Cattedrale di San Nicola o almeno ai due portali in bronzo creati nel 1996 in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II. A seguire la Piazza Vecchia e la Piazza Superiore. Un altro ponte è quello dei Calzolai, nel Medioevo via d’accesso alla città sul quale, leggenda vuole, un gruppo di ciabattini si trasferì per fare buoni affari e non pagare le tasse di ingresso a Lubiana.

E per finire il Tromostovje, o più semplicemente ponte Triplo con il quale arriviamo al terzo “se fosse”. Se fosse un personaggio, sarebbe Joze Plecnik, l’architetto la cui impronta e il cui stile trasformò Lubiana tra anni Venti e Seconda Guerra Mondiale. A partire da questo ponte che da semplice ponte in pietra a singola arcata si trasformò in un elegante triplice ponte pedonale in bilico tra classicità e materiali poveri come il cemento. Fate caso alle architetture del mercato, del parco Tivoli, edifici pubblici e scalinate, persino agli argini del fiume e ai bellissimi lampioni. L’opera più bella, ma è solo un’opinione, la Biblioteca Nazionale ed Universitaria, un rettangolo irregolare, la cui facciata  è resa unica da mattoni rossi e blocchi di pietra collocati in maniera quantomeno bizzarra. Entrateci, se potete, spingendo le grandi porte sulle cui maniglie vedrete le teste di due cavalli, forse Pegaso, il cavallo alato. Con lui vi ritroverete davanti la scalinata monumentale centrale in marmo scuro con 32 colonne nere e più salirete, e più vi addentrerete nel cuore dell’edificio, più la luce vi sorprenderà.

Qui Berlino. Sa d’oriente. L’hummus più buono nel quartiere ebraico

Lo avete mai assaggiato l’hummus? Tipica salsa del mondo mediorientale a base di ceci, semplice e golosa, buona sempre, perfetta per l’estate e soprattutto facile da preparare: ceci lessati frullati con succo di limone, aglio, olio, un pizzico di sale e la tahina, una crema ottenuta dai semi di sesamo tostati e pestati. That’s it.

Il segreto sta nelle materie prime e da Hummus & Friends a Berlino, nel Scheunenviertel, il quartiere ebraico, i ceci sono quelli della Galilea, in Israele. Pochi altri ingredienti nel menu di questo posticino, con un’area attorno il grande banco e una zona soppalcata con comode poltroncine. Uno slogan che racconta questo posto: “make hummus, not walls”, e che la dice lunga su come il cibo sia trasversale e metta attorno ad un tavolo il mondo intero. Qui l’hummus viene servito con la pita, pane morbido e piatto: se ne prende un pezzetto e con quello si raccoglie un po’ di hummus, quanto basta per un boccone…tutto rigorosamente con le mani.
Cos’altro troviamo da Hummus & Friends? La tahina, il bulgur, il ful (il piatto a base di fave), la quinoa servita in più soluzioni, e poi melanzane, cavolfiore, cavolo rapa, datteri, funghi, patata dolce, tutti alimenti naturali e basic rielaborati in ricette semplici e gustosissime, decisamente vegan, con piccole incursioni nella cucina kosher. Da provare i vini kosher, anche questi rigorosamente prodotti in Israele secondo precise norme igieniche e senza additivi chimici.
Se c’è il sole, approfittatene per sedervi fuori nel dehors ricavato nel cortile dello stabile…ricordate, siete nel quartiere ebraico, regno dei “cortili”. Partite da questo per scoprirli tutti!

San Daniele DOP. Tesori italiani. Così lo fanno solo qui

Rosso rosato nella parte magra, bianco candido in quella grassa. Sentori di frutta secca, malto d’orzo, crosta di pane. L’inconfondibile presenza dello zampino. E’ il prosciutto San Daniele DOP, con una storia che ha inizio tra l’XI e VIII secolo a.C. e che non ha testi o regole scritte sino agli anni 60 con il primo disciplinare. Sino a quel momento è un’arte antica quella che guida norcini e prosciuttai e che, ancora oggi, ha una semplice equazione: carne di suino italiano, sale che arriva dalle saline di Sicilia e di Puglia, aria di San Daniele del Friuli.

Ve lo ricordate il ragazzino napoletano che tentava di vendere l’aria di Napoli nella pellicola Operazione San Gennaro di Dino Risi? In Friuli l’aria nessuno l’ha messa in scatoletta ma tutti hanno compreso quale enorme risorsa fosse. Incontro di correnti fresche delle Alpi e di quelle più calde e umide dell’Adriatico, l’aria qui, a San Daniele del Friuli, regala un gusto unico, un’alchimia perfetta con gli enzimi che trasformano la carne in prosciutto.  Quell’aria che gli antichi maestri conoscevano bene e sapevano quando fare entrare nelle vecchie cantine, aprendo e chiudendo porte e finestre affinché i prosciutti maturassero il giusto tempo e alla giusta temperatura.

L’ultimo ingrediente è il tempo infatti,  perché chi ha fretta col prosciutto di San Daniele non va d’accordo: dai 13 mesi di stagionatura in su. E prima della stagionatura c’è una lunga trafila da rispettare. Lo scopro al prosciuttificio Testa & Molinaro, San Daniele dal 1941, con una visita puntuale e completa in azienda. A San Daniele oggi è in  pieno corso la manifestazione Aria di San Daniele, la festa e c’è davvero aria di festa con stand, aree degustazione e grandi nomi del prosciutto DOP aperti al pubblico.

Con la nostra guida scopro che la carne viene selezionata in 10 aree geografiche italiane e che solo animali nutriti con siero di latte e cereali nobili e un determinato peso sono ammessi e registrati con una prima marchiatura, la DOT, che diventerà solo alla fine DOP. In mezzo cosa c’è? Prima di tutto la salagione e la pressatura delle cosce selezionate. Poi il riposo e l’asciugatura: un giorno per ogni chilo di carne. Infine il lavaggio con acqua tiepida e l’inizio della stagionatura dopo la sugnatura con grasso suino, farina di riso e frumento.

Una volta, a questo punto, i prosciutti venivano trasferiti nella parte alta della casa, dalla cantina al solaio. Oggi non sarebbe necessario ma per tradizione qui da Testa & Molinaro si continua a fare in occasione dell’ultimo passaggio, il più importante… l’attesa, interrotta solo dalla verifica sul buon andamento della stagionatura con il piccolo ed insostituibile osso di cavallo che non trattiene odori ed è perfetto per verificare profumo e qualità.

E se tutto andrà come deve, quello sarà un prosciutto San Daniele DOP, fatto solo qui, in questo pezzetto d’Italia. E io corro ad assaggiarlo e a farne man bassa in paese…oggi è festa, Aria di Festa.

Il Collio in Friuli. Di passato e presente. Partendo dalla cantina Zuani

Un lembo di Friuli, stretto tra Gorizia, Isonzo e Slovenia. Una serie infinita di filari interrotta solo da minuscoli borghi, colline ricoperte di viti che ondeggiano al vento increspandosi come marosi, con un segreto da custodire: la Ponca, un terreno ricco di marne e arenarie, con minerali che danno un sapore unico al vino qui prodotto, l’oro giallo del Collio.

Un disciplinare rigido ed intransigente, che regola  coltivazione, vinificazione e persino irrigazione dei grappoli di cui mi parla Patrizia Felluga, anima della cantina Zuani, in località Giasbana, San Floriano del Collio e di Casa Zuani, relais immerso tra le viti di Friulano, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio da cui nascono il Collio Bianco Zuani Vigne e la Riserva Zuani Zuani, affinata in botticelle di rovere francese.

Mi fermo qui, in questo pezzo di paradiso, appena un paio di giorni, scoprendo che vorrei non finissero mai. Il Collio, un territorio di appena 1.500 ettari che in realtà non smetti mai di conoscere, con, ad ogni angolo, un artigiano da scoprire, una chiesa da visitare, un castello delle meraviglie.

Il Castello di Spessa, ad esempio, a Capriva del Friuli, le cui origini risalgono al 1200, un giardino e sale ottocentesche dedicate a un ospite illustre, Giacomo Casanova. Oggi wine resort, con ristoranti e bistrot all’interno e un golf club, il Castello di Spessa ha una cantina scavata nel Duecento sotto le fondamenta del maniero, collegata da un lungo tunnel a un bunker creato dall’esercito italiano nel 1939 a 18 metri di profondità: temperatura costante, il vecchio bunker è diventato oggi una barricaia ideale.

Ad un tiro di schioppo c’è Cormons, il delizioso paesino dove ho fatto visita a Luigi D’Osvaldo e al suo prosciuttificio, dal sapore affumicato e stagionato dai 14 ai 24 mesi. Il segreto sta nell’esperienza che si tramanda di generazione in generazione e in un mix di erbe – salvia, finocchi, rosmarino che insieme a ciliegio e alloro rendono il prosciutto di Cormons unico e diverso dalle altre eccellenze, il prosciutto San Daniele, il Sauris e il Carso, tutte prodotte nel raggio di pochi chilometri.

Il prosciutto di Cormons me lo sono gustato alla maniera friulana, con il rito del tajut: un buon bicchiere di ribolla o di friulano accompagnato da un assaggio dei prodotti locali. A Cormons presso l’Enoteca in piazza XXIV Maggio, per scoprire tanto sul Collio ed ottenere info ed indirizzi utili e all’osteria La Caramella in via Matteotti 1.

Il frico, patate, cipolle e Montasio e gli gnocchi di susine li ho assaggiati da Nonno Lince, un agriturismo in località Pradis; la carne alla brace Da Marcello invece, in via Corona 38. Comun denominatore sapori semplici e della tradizione e il paesaggio, viti a perdita d’occhio.

Quelle stesse viti che a Casa Zuani ti abbracciano e ti danno il buongiorno con il primo caffè del mattino e lungo cui amo passeggiare durante il mio soggiorno in attesa che una colazione ricca e golosa venga servita. Mi fermo a chiacchierare con la padrona di casa nei morbidi divani e sulle comode poltrone dei diversi salottini o in giardino, tra siepi e damigiane. Libri sulla regione, fiori freschi, antichi tappeti, una lunga sharing table dove degustare i vini di Casa Zuani accompagnati da delizie locali.

Scopro con lei che Zuani è un nome che risale alla disposizione catastale voluta da Teresa d’Austria. Perché questa era terra asburgica e nemmeno fino a troppo tempo fa. Parte del regno austro ungarico sino alla fine della Prima Guerra Mondiale – Caporetto è poco distante –  queste colline sono state testimoni di due conflitti mondiali, lo sradicamento e l’esilio di quanti non accettassero di essere italiani per lingua e cultura durante il fascismo, le frizioni e le spartizioni con la Iugoslavia titina, la convivenza difficile con il confinante sistema comunista nel periodo della Guerra Fredda.

Mi sorprendo ancora una volta a scoprire come le terre di confine abbiano un DNA specifico e complesso, come se ad ogni strato venisse fuori un segno tangibile che si pensa ingenuamente possa sparire e rimodularsi ma che invece resta lì, indelebile, a ricordarci quanto siamo di memoria corta. Lo faccio scorrazzando come una bimba tra confine sloveno e italiano con l’euforia e la libertà che oggi mi sono concesse e il desiderio di scoperta di un’altra terra, la Slovenia. Di vigna in vigna, di bellezza in bellezza.

 

Trieste. Di aperitivi al sambuco e vitovska

E’ estate. Le serate si allungano, i tramonti hanno un gusto speciale…e anche gli aperitivi! Magari ghiacciato, non troppo forte e fresco, festaiolo, sensuale quel tanto che basta.

Parlo del soft drink appena scoperto a Trieste e subito entrato nella mia top list di aperitivi da preparare anche a casa. E’ Hugo, dal nome vagamente aristocratico e mitteleuropeo, a base di prosecco, seltz, liquore di fiori di sambuco e un ciuffo di menta. Se vi piace tanto ghiaccio. Nothing more. In molti ci mettono lo sciroppo di sambuco…diffidate. Esistono tanti liquori a base del delicato fiore bianco che vanno bene per tutte le tasche. Lo Hugo è perfetto se accompagnato da un rebechin, un piccolo spuntino, magari un panino piccino con una fetta di prosciutto che qui in Friuli, tra San Daniele, Sauris, Cormons e Carso è un’eccellenza.

A Trieste lo trovate praticamente ovunque, così come in Friuli, Veneto, Trentino, dove pare sia nato, Austria, Svizzera, Germania. Io lo ho assaggiato  al cafè storico Stella Polare, vicino la chiesa di San Spiridione Taumaturgo, la chiesa serbo-ortodossa di Trieste, amato da Joyce e Saba, sala da ballo per i soldati americani nel  secondo dopo guerra.

E riprovato al Draw Food, in via Torino, decisamente più contemporaneo, ma con un fascino tutto suo.

E dopo l’aperitivo, visto che ci siamo, per cena, a Trieste, vi consiglio due indirizzi. Per il primo basta alzarsi dalle comode sedie di Draw Food ed entrare nel locale di fronte, Puro. Giovane, accogliente con i suoi social tables. Provati i bigoli con crostacei e molluschi…ottimi.

Il secondo indirizzo è Hostaria Malcanton. Cucina tipica ma con abbinamenti e profumi nuovi e accattivanti. Deliziosa anche la location. Cosa ho mangiato? Alici marinate con pesche e basilico, paccheri di kamut allo scoglio e gnocchi al basilico con vongole veraci e fiore di zucchina. Da leccarsi i baffi. All’Hostaria Malcanton ho scoperto, dopo la malvasia slovena e la ribolla gialla del Collio, la vitovska, un vitigno del Carso prezioso.

Volete portare qualcosa a casa da un viaggio a Trieste? Vi suggerisco due specialità triestine, la pinza e la putizza. Io le ho comprate in comode confezioni da Il Pane Quotidiano, viale XX Settembre. Aperto sempre, pane caldo e prodotti genuini.

Ci portiamo avanti per il caffè di domani? A Trieste il caffè è un’istituzione, ci si prende anche una laurea per prepararlo con sedi sparse in tutto il mondo. A Trieste se si vuole un espresso si chiede un “nero”, il caffè macchiato è un “goccia” e il cappuccino diventa il “capo” o “caffellatte” se in tazza grande. E allora come mancare una tazzina al Caffè degli Specchi, ospitato da Palazzo Stratti, nell’indimenticabile piazza Unità d’Italia? Prendetela seduti fuori con accanto il bicchierino di cioccolato che qui non manca mai. E godetevi la vita che scorre nella piazza, il profumo del mare che sembra invadere il pavimento in pietra d’Istria e arenaria grigia, la luce tersa, pulita, trasparente…

Ampelmann. Come sono belli i semafori a Berlino

Vi siete mai chiesti come fa ad attraversare la strada chi non distingue i colori? Rosso o verde, stop o avanti, chi lo sa. In Germania qualcuno ci ha pensato e lo ha fatto nel lontano 1961, quando ancora la Germania e la stessa Berlino erano divise in est ed ovest. Karl Peglau, psicologo in servizio nella Repubblica Democratica Tedesca creò gli Ampelmann, due piccoli e simpatici ometti, che sarebbero apparsi presto sui semafori di tutta la parte est della città di Berlino: il primo, sguardo frontale e braccia aperte avrebbe rappresentato il rosso, lo stop; il secondo, di profilo e rigorosamente rivolto verso la sinistra, il verde, l’avanti.
Quando, nel 1989, il Muro cadde e la Germania si riunificò, i simpatici omini furono soppiantati dai classici semafori sino a quando, Markus Heckhausen non pensò di recuperarne il design e farne delle lampade d’arredo.
L’idea impazzò e piacque tanto da riportare nelle strade gli Ampelmann che oggi hanno ripreso il loro posto nei semafori tedeschi e sono diventati un’icona di Berlino.
Non è finita qui: cercate un souvenir del vostro viaggio a Berlino? Accanto l’irrinunciabile orso, scegliete un Ampelmann, versione rossa o verde, non importa. E non portatevi a casa un semaforo, ma uno dei numerosissimi gadget di quello che oggi è un vero e proprio brand di successo. T-shirt, calamite, pupazzetti, utensili da cucina, caramelle gommose. I punti vendita sono ad ogni angolo in città con punti ristoro, bar e persino sdraio lungo la Sprea.

2 settembre 2018

Mi hanno appena contattata dalla Ampelmann offrendo a me e a tutti i lettori di viaggimperfetti.com un coupon sconto sul webshop Ampelmann del 10%, valido per ordini superiori a 25 euro sino al 31 dicembre di quest’anno? Ne volete approfittare?

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Un’amica speciale a viaggimperfetti. Giusi Arimatea ci racconta Monaco

“Giusi, sei a Monaco?”. Inizia così uno scambio di battute su FB che avrebbe più voluto essere un saluto affettuoso e al massimo una richiesta di informazioni. Perché io a Monaco non ci sono mai stata e ci vorrei proprio andare.
E quando ho chiesto a Giusi Arimatea, giornalista, insegnante, scrittrice e tanto altro, di dirmi cosa ne pensava, di certo non avrei mai sperato in un suo racconto. Un racconto che mi ha emozionata e che Giusi mi ha mandato su Messenger, in modo semplice, spontaneo, generoso. E io me lo sono goduto, parola per parola. Perché un luogo lo senti con gli occhi, con la pelle, con il naso…ma non è semplice far arrivare agli altri come solletica il tuo animo. E non c’è guida che tenga…
Io viaggio da sola. E questa è la premessa, alla quale seguono le motivazioni. Viaggio di fatto per ritrovarmi, per perdermi, per confondermi. Viaggio perché la vita mi ha insegnato che un domani non è detto che vi sia e io in quest’oggi di cui posso disporre voglio fare il pieno di vita, di gente, di arte, di bellezza. 
Stavolta ho scelto Monaco di Baviera. Conosco bene la Germania, ma a Monaco vi ero passata di sfuggita tempo fa e volevo a tutti i costi tornarvi.
La Baviera è metà Germania e metà resto d’Europa. A Monaco trovi un po’ di Berlino negli anfratti di una periferia in divenire e molta Mitteleuropa in pieno centro.
C’è una piazza, Marienplatz, che potrebbe essere ovunque. E che pure è lì. In quella città che, con i meccanismi del suo campanile, mi ha riportato al duomo di Messina e con i suoi orologi a quella Praga di cui Monaco non possiede il chiaroscuro. Ché Monaco è viva. È perennemente in festa. 
Qui i tedeschi sono tedeschi a metà. Della Germania hanno la compostezza e dell’Europa meridionale l’affabilità. 
Cammino per le strade con l’intento di perdermi, lo ammetto. Se invece mi prefiggo una meta allora tiro fuori la mia cartina. Ecco, con una cartina in mano e con la reflex al collo a Monaco ti si avvicina sempre qualcuno per offrirti un aiuto, per darti un’informazione senza che tu gliel’abbia chiesta. 
Ho camminato a lungo, ma ho pure usufruito della metropolitana. A me la metro piace. E lì osservo meglio che altrove la gente. C’è chi in un tragitto che dura pochi minuti riesce a leggere qualche pagina di un libro e chi, nel medesimo tempo, accende il computer e vi scrive qualcosa. 
Ho sempre pensato che senza metro una città depredi di qualcosa i suoi abitanti. 
Sulla metro io sono arrivata in centro, da quell’aeroporto immenso che è un meccanismo perfetto e nel quale puoi realmente trascorrere ore senza annoiarti. 
A Monaco ho trovato un po’ di tutte le città in cui sono stata. Eppure, nella policromia delle forme, lì vi regna l’armonia. 
Ovunque abbia messo piede nessuna fila ho dovuto fare. Perché a Monaco d’estate il turismo non è da sottovalutare, ma nulla pregiudica il regolare andamento della vita. Che è moderato, con un tocco di brio se vogliamo. 
V’è arte nelle architetture dei palazzi del centro. E v’è arte nei musei che dal centro distano pochi passi. Vi sono caffè sparsi ovunque, dove davvero respiri la Mitteleuropa di un tempo.
Le nazioni che abitano Monaco si mescolano. In qualunque angolo, a guardare i passi, le andature, le scarpe non potresti mai indovinare la città in cui ti trovi. Men che meno a guardare i volti. 
Qualche quartiere è prettamente arabo e lì l’odore speziato che sfugge alla ristorazione ti riporta all’Oriente. Giri l’angolo e sei nuovamente in Germania, a respirare würstel e malto. 
Leggevo da qualche parte che Monaco è una città tranquilla. A quella tranquillità che gli riconosco io aggiungerei la policromia a renderla fiera, sicura di sé. 
Ché nella diversità, nell’accoglienza, nella convivenza, culturalmente si cresce. E si splende.
Grazie a Giusi Arimatea.

Slovenia. A volo d’angelo su Pirano

147 scalini. Non sono pochi, ma quando sbuchi in cima, accanto le campane, ti dici “grazie” per averli fatti uno per uno. Il campanile della Cattedrale di San Giorgio a Pirano è una struttura separata dalla chiesa, un po’ come quello veneziano a piazza San Marco. Paghi un biglietto di un paio d’euro e guardi in alto: ad aspettarti un’elegante scala in legno che ti porterà fin su. Lungo il percorso, a farti compagnia, ci saranno gli angeli. Sì, gli angeli…Gabriele, Michele, Zachariel, Raffaele, Uriel…  I loro nomi sono intarsiati scalino dopo scalino, le loro “tracce” disseminate sino alla sommità.

Forse sono qui con me mentre  con lo sguardo volo su piazza Tartinijev, con la sua forma ovale e i suoi magnifici palazzi gotico-veneziani. Saluto il musicista Tartini al centro della piazza, faccio un inchino e su, di nuovo in alto sino al porto, alle spalle, e poi, veloce come i gabbiani che mi stanno attorno, lungo la costa di Pirano sul mare sloveno – splendido, infinito, blu – e ancora più in alto, sino alla chiesa di San Clemente e al faro.

Un tappeto di tetti rossi nasconde vicoli, passaggi a volta, cortili porticati. Non ci sono auto qui, se non quelle dei residenti e solo in alcuni tratti. Le auto si lasciano al parcheggio Fornace, a 1 km dal centro che si raggiunge con comode navette.

Dalla cima del campanile riesco a sbirciare il chiostro del Monastero Minorita e la chiesa di San Francesco d’assisi  con la sua grande tridacna all’ingresso. Il mercato, le botteghe con i prodotti artigianali e locali ( pochi made in China e tante idee originali per un souvenir), la Cantina Klet in piazza I°Maggio dove stasera farò tardi con un bicchiere ghiacciato di Malvasia locale e un piatto di pesce fresco nella vicina  Fritolin pri Cantini. Servizio no frills qui: sotto un pergolato di vite ordini il pescato del giorno e prendi posto in piazza. Quando è pronto appendono fuori un simpatico pescetto bianco e blu col numero assegnato e a te non resta che prendere il tutto e portartelo al tavolo. Prodotto ottimo, prezzi giusti.

Il tramonto però lo aspetterò dalla terrazza del mio albergo, l’hotel Piran. Un secolo di storia e una caratteristica preziosa: un’incredibile posizione sul  mare sul quale si affacciano un cafè e un ristorante a pian terreno e uno champagne bar sulla terrazza. Anche una parte delle camere dà sul mare…fate una piccola pazzia, magari solo per una notte, come ho fatto io, e accontentandovi di una camera piccina che è pure più romantica: ci sarete solo voi e il blu. Ad abbracciarvi la Croazia a sinistra e l’Italia a destra.

Nebrodi/Sicilia – Ancora un borgo innamorato della street art

Ancora street art in Sicilia. Ancora street art sui Nebrodi. Si è da poco concluso il progetto che ha dato una marcia in più a Frazzanò, con il contributo di artisti nazionali ed internazionali. Ancora un successo in un piccolo borgo circondato dal verde che ha bissato quello ottenuto poco tempo prima a San Salvatore di Fitalia, poco distante, dove, a trasformare vicoli e strade in un piccolo museo a cielo aperto ci ha pensato l’artista Andrea Ravo Mattoni.
Il suo è un progetto con una mission ambiziosa eppure straordinaria: quella di un “ritorno del classicismo nel contemporaneo”, vale a dire grandi classici custoditi nei musei ricreati con rulli e bombolette spray nei centri urbani. Una pinacoteca a cielo aperto a cui tutti, anche chi è meno vicino al mondo dell’arte, possa avvicinarsi ed incuriosirsi.
Il progetto di Andrea Ravo Mattoni ha già toccato Varese, Milano, Olbia. Qui, a San Salvatore di Fitalia, piccolo borgo nel Parco dei Nebrodi nel messinese, l’artista ha scelto due opere di Caravaggio. La prima in ordine cronologico a far capolino su un muro del paese è stata la “Cena di Emmaus” che ho subito trovato appena arrivata a San Salvatore di Fitalia. All’altro ci sono arrivata grazie alle indicazioni della gente del posto, orgogliosa e felice di aiutarmi. In uno slargo più interno e intimo del borgo, Andrea Ravo Mattoni ha scelto la “Natività” del grande maestro trafugata nel 1969 a Palermo, nell’Oratorio di San Lorenzo dove, dopo anni di assenza, ha fatto ritorno con una copia realizzata con tecniche avanguardistiche.

 

Qui, sui Nebrodi, Caravaggio riappare con la Madonna rivolta al Bambino, San Giuseppe, San Lorenzo e San Francesco. Ed è sempre un’emozione, la bellezza di un’immagine negata e in parte, restituita.
Per un’intervista con l’autore date un’occhiata al blog Travel on Art: tanti dettagli anche su altri lavori di Andrea Ravo Mattoni in giro per l’Italia.

Bled Slovenia. SUP e torte della tradizione

A Bled le campane le senti dal mattino alla sera. Il rintocco, forte e deciso, echeggia da un lato all’altro del lago, un posto da favola a nord ovest della Slovenia, a ridosso del Parco Nazionale del Triglav, circondato da boschi e montagne.

I colori del lago e del paesaggio circostante virano dal verde smeraldo all’azzurro turchino. Ad ogni ora del giorno un’emozione diversa. Persino la gamma dei grigi è affascinante e ipnotica nei giorni di pioggia.
Tutto il perimetro del lago è percorribile: 6 chilometri con scenari che cambiano continuamente. Folte radure, sentieri di montagna per raggiungere punti panoramici, spazi aperti e spiagge con locali e luoghi di ristoro. Una pausa sotto un albero la cui chioma sfiora l’acqua, uno stop in spiaggia accanto cigni e paperotti, un caffè al camping o in uno dei cafè e ristoranti. Magari un pezzo di millefoglie alla crema, che qui è un must con una ricetta vecchia di 60 anni e una tradizione antica. La migliore la trovate all’hotel Park dove è stata creata nel 1953. 7 centimetri per 7 di goduriosa pasta sfoglia con crema e panna. Una cosina leggera.
Il perché le campane continuino a suonare lo capisci quando raggiungi l’isolotto al centro del lato sud del lago: una scalinata di 99 gradini che la tradizione vuole che lo sposo percorra il giorno delle nozze con in braccio la sposa e una chiesetta, la Santa Maria Assunta all’interno della quale suonare le campane equivale a realizzare un desiderio…immaginate la fila! Leggende del luogo raccontano che la campana sia stata donata dal Papa nel 1534 in sostituzione di una commissionata da una vedova inconsolabile in ricordo del marito, finita ahimè sul fondo del lago da cui, si dice, continua a suonare.
Una gelateria e un negozio di souvenir sull’isolotto e 50 minuti circa per godere del posto. E’ il tempo che generalmente danno i barcaioli che trasportano il viaggiatore sull’isola a bordo delle pletne, le tradizionali barche a remi. Non perdete l’occasione di un giro in pletna: il viaggio si paga e non pochissimo, dai 12 ai 15 euro a persona, ed è per lo più un servizio realizzato per i turisti, ma io mi ci sono divertita come una bimba.
L’alternativa è noleggiare una barca a remi e muoversi in autonomia o praticare canottaggio. In tanti impegnati nel must di stagione, il SUP, vale a dire lo Stand Up Paddle: una tavola da surf e una pagaia, nothing else.
Il paesino sul lago è piccolo ma delizioso nella parte accanto il castello, raggiungibile dal lago per panorami mozzafiato e un pranzo nel ristorante all’interno. Un po’ più turistica la parte sul lato opposto con l’inevitabile sfilza di negozi di souvenir e boutique in serie. Ci troverete però ristorantini niente male…io ho scelto Peglezen, cucina per lo più a base di pesce, sapori autentici e porzioni abbondanti.
Volete dormire a Bled? Fate i conti con prezzi piuttosto alti. Se la spesa non è un problema esistono strutture eleganti e scenografiche affacciate sul lago. Anche tante guest house, più economiche, tra cui Vila Mia.
In alternativa e se avete un mezzo con cui spostarvi, allontanatevi dalla cittadina. Tutta l’area intorno vale il viaggio. A pochi chilometri le gole di Vintgar (se aperte…durante il mio viaggio erano purtroppo chiuse per motivi di sicurezza e pare sia frequente), il lago Bohinj, più grande e selvaggio. Ed ancora il fiume Isonzo lungo cui praticare kayak, rafting e canyoning e poi arrampicata e grotte da esplorare.

Singapore/Street art. Scovato il Banksy malese…Ernest Zacharevic

Lo chiamano il Banksy malese, tanto le sue opere sono amate e riconosciute ad est, ma in realtà le sue origini sono lituane. E’ Ernest Zacharevic e la sua firma è sui muri di mezzo mondo. Io ho imparato ad amarlo a Singapore, dove, merito di una segnalazione della Lonely, sono andata a scovarlo nel quartiere arabo, dietro Arab Street e la Malabar Muslim Jama Ath Mosque.

 

A due passi dalla grande moschea con la cupola dorata ci sono tre dei suoi lavori: il primo, tra Victoria St e Jin Pisang, ritrae una bambina con un cuccio di leone addormentato. L’immagine prende tutta la parete e sembra quasi di poter accarezzare l’animale. Poi, pochi metri più in là, un bimbo esce fuori da una scatola e, vicino, appaiono due ragazzini che giocano dentro due carrelli del supermercato. I carrelli sono un esempio del modo di fare street art di Zacharevic: figure, per lo più bambini, con una mimica e fisionomia da sembrare veri e oggetti in disuso che l’artista ricicla inserendoli nell’opera. Una sedia, una cariola, un pezzo di legno o un carrello, proprio come qui, vicino Arab Street “Prendi ciò di cui hai bisogno” – “Dai quel che puoi”. Un messaggio forte che ti arriva forte ma con un sorriso.
A Singapore c’è anche Jousting Painters, il dipinto di due ragazzini tanto realistico da sembrare una polaroid su due cavallli che sembrano usciti dal quaderno di scarabocchi di uno dei due. Questo purtroppo me lo sono perso.

 

Prima di andare alla ricerca di Zacharevic, vi consiglio una sosta da Chemistry artistry: cucina internazionale con un tocco zen e soluzioni per i vegetariani, il punto food di un gruppo che occupa l’intero edificio impegnato in research, workplace strategy, design.
Prima poi di calarvi nel colorato, unico e pop quartiere arabo, regalatevi un dolcetto da Julie Bakes. I cupcakes sono buonissimi.

 

A Singapore va così: tanta tradizione e tipicità ma anche tanto melting pot: vicino botteghe che sembrano farti fare un salto in Arabia Saudita o nel nord dell’Africa, ci sono healing shops con gli ultimi ritrovati su yoga, meditazione e ayurveda, centri commerciali brulicanti di giovani da tutto il mondo ed incredibili palazzi e grattacieli con architetture pioneristiche ed azzardate immersi nel verde e green-friendly.