La mia Sicilia. Baglio di Pianetto. Storia di un sasso e di un pezzo di paradiso

Capita che un viaggio nasca per caso, mentre fai la spesa e un amico ti consiglia una bottiglia di vino. Un vino che sa di fiori, erba appena nata e frutta esotica carica di sole, che ti riporta l’estate in una serata invernale.

Ha anche un bel nome –  Ficiligno si chiama –  e scopri che non si tratta di uno spiritello dispettoso – e chi può dirlo!!! – ma di una pietra di natura silicea che le radici delle viti di uve Insolia e Viognier riescono a frantumare andando in profondità, acquisendo salinità e sapidità.

Quella pietra, il Ficiligno, sono andata a cercarla in Sicilia, a Santa Cristina Gela, ad appena una ventina di chilometri da Palermo. Mi ha portata sino al Baglio di Pianetto che ne custodisce i segreti e varcati i cui confini ti chiedi in quale sogno ti sei andata ad infilare.

Un baglio di fine 800, una corte antica e una cupola rossa che ricorda quella di San Giovanni degli Eremiti a Palermo. Una struttura sapientemente restaurata e trasformata in agrirelais, guesthouse & restaurant, immersa nei vigneti con a guardia filari di rose. Quando ti svegli al mattino lo sguardo si perde tra gli ulivi e la macchia mediterranea, ne senti i profumi. Una grande quercia sulla sommità della collina e il silenzio, interrotto solo dal ronzio delle api tra i ciuffi di lavanda e le chiacchiere di chi, in vigna, sta lavorando. Se sei fortunato la colazione la fai nel giardino d’inverno, col primo sole che attraversa la struttura in vetro e una tavola piena di sontuosi dolci siciliani, quelli con la ricotta di Piana degli Albanesi, a pochi minuti da Santa Cristina Gela.

La mia di stanza si chiama Carduni che in siciliano sono i cardi selvatici. Se ci sono loro significa che la terra su cui crescono è ricca di ferro e negli appezzamenti di Baglio di Pianetto coltivate a Petit Verdot ce ne stanno a mazzi. Ne viene fuori un vino rosso ricco e complesso che manco a dirlo si chiama Carduni. Me ne ha raccontato la storia Alessandro Scordato insieme a tante altre, ognuna unica e speciale. Come quella del Salici, altro rosso dedicato ai salici della tenuta di Pianetto, uve merlot, o quella del Ginolfo, bianco secco e corposo, Viognier, che prende il nome da un altro tipo di roccia presente nel territorio di Santa Cristina di Gela.

 

Con Alessandro sono andata alla scoperta della cantina di Baglio di Pianetto. Una cantina a sviluppo verticale che sfrutta la forza di gravità per caduta, mantenendo così il più possibile l’integrità della materia prima. La barricaia con le barrique civettuole con una banda color fragola, sta a 32 metri sottoterra. Accanto la cantina un bacino di raccolta delle acque piovane e sul tetto pannelli solari. Dal 2016 la conversione dell’azienda in regime biologico con la creazione di due vini non filtrati, senza solfiti aggiunti e ottenuti da soli lieviti indigeni, Natyr Inzolia e Petit Verdeaux, presentati al Vinitaly 2017.

Tutti i vini Baglio di Pianetto si possono comprare in cantina oppure degustare con incontri dedicati, magari durante un corso di cucina siciliana. O ancora godere coi piedi a mollo in piscina o nei saloni eleganti coi vasi colmi di fiori freschi e i lumi con le teste di moro. Tappezzerie d’antan e una scalinata d’altri tempi in ferro battuto.

Un calice di vino aspettando il tramonto, dopo una passeggiata tra le vigne, prima di una cena che al Baglio di Pianetto è tutta siciliana, col pesce che arriva dal mare a largo di Palermo e dai mercati di Ballarò e della Vucciria e la carne e i formaggi dell’Alto Belice Corleonese, nell’entroterra siciliano.

C’è poi una novità a casa Baglio di Pianetto tutta da scoprire: la Wine Library, un tesoro tenuto nascosto per anni. Le riserve delle migliori bottiglie stoccate negli anni, una collezione straordinaria. Vini “che aspettano”, oggi disponibili per un regalo da fare e da farsi avvolto in una raffinata carta velina in color Tiffany.

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