Bali-Indonesia. Storia di Agung e dei balinesi che non hanno paura

C’è una parola in indonesiano che ha un suono allegro e si impara presto: Hati Hati, fai attenzione.

A Bali la troverete stampata su segnali stradali malmessi lungo strade scalcinate e in costante manutenzione, la sentirete nei mercati tra banchi stracolmi di fiori e di frutta ammonticchiati in cataste perfette, ve la ripeterà la vostra guida all’interno di complessi templari dove i fedeli sono tanti quanti i turisti da tutto il mondo.

Io l’ho imparata presto, appena arrivata, quando ho scoperto che Agung, il vulcano a nord est, il più alto dell’isola con i suoi 3000 metri, ha raggiunto il livello massimo di allerta e sembra prossimo ad eruttare. Ne hanno evacuato l’area attorno per un raggio di una dozzina di chilometri e la popolazione di interi villaggi è stata trasferita ormai da settimane. Una delle zone di Bali più belle, quella nord-orientale, è off-limits da quando Agung ha registrato un’attività vulcanica straordinaria. Ahmed con le sue spiagge diventa un miraggio, Tirta Gangga e i suo palazzo reale galleggiante è isolato, Besakih, tempio madre, sfiorato dall’ultima eruzione di Agung nel 1963, resta in attesa.

Hati Hati, fate attenzione…il viaggio cambia ritmo, rallenta. Occorre fermarsi e osservare. Agung ha deciso per noi obbligandoci ad una deviazione. Percorsi alternativi e il privilegio del tempo che diventa ancora più prezioso. Ne parliamo tanto con i balinesi che non hanno paura “perché hanno sempre rispettato il vulcano” e pensano che pertanto “non farà loro alcun male”. Sono invece preoccupati per i media che, a loro dire, hanno creato un allarmismo esagerato spingendo il turismo, per molti di loro vitale e unico guadagno, verso altre mete e isole vicine. Noi che viviamo in un paese dove spesso si lamenta una cattiva comunicazione ed un’informazione poco tempestiva in caso di calamità naturali ci limitiamo ad ascoltare e ad imparare il più possibile.

Passiamo ore nei mercati al mattino presto quando ancora a frequentarli ci sono solo i balinesi, prima che si trasformino in suq colorati e frenetici coi banchi pieni di bellissime statuine e sarong. Assistiamo a lunghe cerimonie – tante a Bali – spesso comprendendone poco, osservando uomini e donne impegnati in compiti diversi per la loro preparazione, i primi con offerte e cibo, le seconde con incredibili scenografie fatte di foglie di banano e altre piante essiccate e intrecciate. Confusi da musica e profumi veniamo sorpresi ora dai festeggiamenti per un matrimonio, che qui a Bali durano giorni, ora da riti uguali da secoli per la cremazione dei defunti. Catturiamo attimi e gesti speciali, eppure qui ordinari, come quello di sistemare fiori e offerte davanti le porte di casa, sul ciglio della strada, vicino un albero, ovunque.

Riusciamo a raggiungere Jatiluwih, le risaie patrimonio dell’Unesco e quelle di Tegalalang, più piccole e raccolte ma ugualmente bellissime, la zona dei laghi e le cascate di Munduk. Ci perdiamo nei percorsi da fare a piedi che ci consigliano ad Ubud, tra campi di riso, piccole guest house e centri yoga immersi in mille sfumature di verde.

Impariamo a cucinare alcune ricette balinesi con Ketut e ci godiamo tramonti infiniti a Bingin beach, lontano da spiagge affollate come Dreamland e Padang Padang e i centri caotici di Kuta e Seminyak. Mangiamo pesce arrostito sulla sabbia con una birra Bintang ghiacciata tra le mani.

Hati Hati, ci ripete il nostro accompagnatore a Tanah Lot, il tempio sull’oceano a sud ovest. Sta su uno sputo di terra con le onde che gli sbattono contro, separato dalla costa da una striscia di mare poco profonda. Solo i fedeli possono accedervi per celebrare riti lunghi e preziosi. E’ possibile però raggiungere una piccola sorgente di acqua dolce all’ingresso del tempio, ricevere una benedizione e sostare qualche istante.

Per raggiungere il tempio occorre avere un accompagnatore, un fedele custode del tempio. Seguiamo il nostro che ho soprannominato “Caronte” e che ci porta dritto in paradiso seguendo un percorso con l’acqua che ci arriva alle ginocchia, io con un braccio saldamente ancorato al suo, l’altro tirato su con la mia reflex.

Ci avviciniamo alla fonte, beviamo qualche sorso. Un altro custode ci regala un fiore, strofina del riso in fronte sul terzo occhio e ci benedice.

Lo so, lo fa con chiunque e i viaggiatori come noi sono tanti, ma mi piace credere che sia un momento unico e solo per noi. Ci piace pensare sia una benedizione speciale e una preghiera ad Agung, affinché smetta di essere arrabbiato e protegga tutti i balinesi.

 

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