Beijing. Democratica Città Proibita

Ogni anno, in occasione del solstizio invernale, l’imperatore, portato su una portantina gialla da 16 uomini, lasciava la Città Proibita lungo la Wu Men per raggiungere il Tempio del Cielo. Con lui si muovevano il maestro di cerimonie, la cavalleria con archi e frecce, elefanti, danzatori, musicisti e eunuchi a cavallo. Per un totale di circa 200 uomini. Impossibile avvicinare l’imperatore. Proibito per chiunque non facesse parte della corte l’accesso alla sua casa, la Città Proibita.

Mi piace credere alle storie di chi racconta che lo stesso imperatore, stanco della corte e dei suoi protocolli, si allontanasse dalla Città Proibita, travestito, per perdersi e mescolarsi tra le tante etnie che popolavano il distretto di Xuanwu. Lo immagino aggirarsi tra Qianmen Daje e Dashilan con i suoi negozi centenari. Lo riconosco proprio lì ad ammirare sete, lacche, giade o a scegliere pregiati the. Avrà raggiunto Liulichang? Magari per acquistare “i quattro tesori per lo studio” – inchiostro, pennelli, carta e calamai – vicino ad ignari funzionari di corte che in quella zona alloggiavano o a candidati che avrebbero sostenuto gli esami imperiali. Ad oggi, e non so per quanto tempo ancora, esistono piccole botteghe che negli stretti vicoli vendono carta di riso e pennelli di ogni grandezza, intarsiati, dipinti, con peli di capra o sintetici. Può capitarti di vedere bambini a cui viene insegnata la millenaria arte dei caratteri della lingua cinese su lunghi rotoli di carta bianca. Grandi negozi di stoffe pregiate – in uno di questi fu realizzata la bandiera con cui Mao proclamò la Repubblica Popolare Cinese – una farmacia a più piani, la Tong Ren Tang, dove scoprire l’antica arte medica cinese e comprare erbe e radici di ginseng che vanno a peso d’oro.

Oggi la Città Proibita è visitabile da chiunque lo desideri, mostrando un documento d’identità, pagando un biglietto e dopo aver fatto una lunga, democraticissima e forse un po’ disordinata fila. Sono davvero tanti i cittadini cinesi che la visitano e che ne affollano ogni centimetro disponibile. Li vedi accalcarsi per sbirciare all’interno delle grandi sale, per vedere ciò che per secoli fu proibito ai loro antenati. Grandi gruppi che spesso vengono dalla provincia, magari da un villaggio lontano. Tanti gli anziani col viso segnato dal tempo e mani che hanno lavorato. Hanno visto tutto. Non posso fare a meno di pensarlo. La fine del Celeste Impero, Mao, la trasformazione di un paese enorme, la rivoluzione culturale, l’industrializzazione. Chissà cosa ne pensano, cosa potrebbero raccontarmi.

Sono gli stessi cinesi che affollano l’area verde del Tempio del Cielo.  Ci sono andata una domenica mattina e sono rimasta ad osservare gente comune che medita, fa Tai Qi con movimenti lunghi e fluidi, gioca a mah-jong, il gioco da tavola cinese, sferruzza sciarpe e maglioncini. Ci si incontra, si fa ginnastica insieme e si balla…si, si balla. I gruppi organizzati sono numerosissimi. Vanno a ritmo di musica lungo viali e templi antichi, allegri e scoordinati. Affollano il Tempio del Cielo, i viali del parco, il Tempio della Preghiera per il Buon Raccolto.

Le cerimonie per il solstizio sono un ricordo del passato. Non esistono più cortei imperiali, né tantomeno imperatori nella Cina comunista. O forse si. Forse più di uno, ricchissimi ed ancora una volta inavvicinabili. Se date un’occhiata per strada non ci sono utilitarie, solo grandi automobili di lusso. O macchinoni, o bici e risciò.

I macchinoni però negli stretti hutong, i vicoletti dell’antica Pechino, non riescono ad entrare. Perdetevici. Vi sembrerà d’aver fatto un salto nel passato…lontano dai modernissimi centri commerciali affollati da teenagers, nuovi magnati e donne elegantissime.

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