Storie di Sicilia. Caliceddi e cavoli trunzi

Cibo povero eppure preziosissimo. Perché i “caliceddi” siciliani o li conosci e sai dove andarli a raccogliere o non se ne fa niente. Nei banchi del supermercato non “crescono”.

Di cosa sto parlando? Di erbe spontanee che appartengono alla famiglia delle Crucifere e crescono nel catanese, nel territorio che circonda l’Etna, a margine di vigneti e terreni coltivati. Leggermente amare, con “quelnonsoche” di selvatico che la terra nera del vulcano conferisce loro, sono fantastiche ripassate in padella, con un po’ d’olio buono e, se vi piace, uno spicchio d’aglio. Quando arriva l’inverno e con lui i primi “caliceddi”, tradizione vuole che si cucinino con la salsiccia e un bicchiere di vino novello. A me piacciono con le “senapi”, altre verdure selvatiche, i germogli dolci dolci e tenerelli che smorzano l’amaro dei caliceddi.

Andate per mercati o nelle botteghe dei paesi etnei. La gente del luogo va a fare “minestra” e ne troverete cassette piene. Provate a Catania, davanti porta Uzeda, dove inizia il mercato del pesce, “a piscaria”, che poi continua sino a sotto fontana dell’Amenano, affacciata sulla cattedrale di Sant’Agata e la statua del “liotru”, l’elefantino simbolo della città.

Lì, trovare e comprare le erbe spontanee siciliane significa fermarsi a parlare con la gente del posto, venditori e clienti, e discutere su come è meglio cucinare caliceddi e senapi, i primi asparagi selvatici o il cavolo “trunzo”, un cavolo rapa tutto siculo, presidio Slow Food, coltivato da sempre negli orti di Acireale, Milo, Adrano. Di un bel viola acceso, a me piace anche crudo, condito con una vinaigrette facile facile. Ma non lo dite al venditore ambulante della piscaria. Per lui il cavolu trunzo conosce solo una fine: con la pasta fresca e la salsa di pomodoro, pepe a piacere e tanto cacio ragusano grattugiato sopra.

 

 

 

 

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