Singapore. La vecchina cinese coi capelli rosa zucchero filato

Temple Street nel cuore di Chinatown a Singapore. Un tempo si chiamava Almeida Street. Il console portoghese D’Almeida, dottore e mercante, comprò la terra su cui poi furono edificati palazzi e shophouse. Per i cinesi hokkien però Almeida Street restò sempre Gu Chia Chui Hi Hng  Au , la “strada dietro il teatro”, il teatro cinese, il  Lai Chun Yuen  della vicina Smith Street.

Oggi fumerie d’oppio e bordelli hanno lasciato il posto a bancarelle profumate ricolme di frutta esotica, succosi pompelmi giganti e durian dall’odore inconfondibile. Le shophouse, le case negozio, sono state ristrutturate e ospitano botteghe e boutique con chincaglierie di ogni tipo, gatti cinesi e riproduzioni fluorescenti in plastica del merlion, il leone-pesce simbolo di Singapore.

Mi infilo in Pagoda Street, giro in Mosque Street, mi rinfilo sulla South Bridge. Il mondo ha fatto tappa qui trovando ogni volta un pezzetto di quartiere dove sistemarsi, quasi che strade ed edifici si siano di volta in volta adeguati per accogliere ora i fedeli della moschea Jamae, costruita dalla comunità indiana Chulia nel 1827; e poi quelli del Sri Mariamman Temple, il tempio hindu più antico di Singapore, con la sua gopuram, la torre di ingresso e Brahma, Vishnu e Shiva; e ancora i fedeli del Buddha Tooth Relic temple, il tempio buddhista che protegge le 10.000 statue del Buddha e il suo canino sinistro, dove i blu e i verdi del tempio indu lasciano il posto al rosso lacca e all’oro. Il Thian Hock Keng, il tempio taoista, poco distante, resta placido e silenzioso. Qui una volta i pescatori cinesi ormeggiavano le barche prima che la terra fosse sottratta al mare. Oggi se ne sta in attesa del visitatore, all’ombra dei vicini grattacieli che hanno trasformato lo skyline della metropoli.

Quei grattacieli coi giardini pensili e le architetture ardite così vicini eppur così lontani dalla Chinatown che a me piace di più. Perché poco distante dalle lanterne, i festoni, i draghi e i conigli, lontano dai simpatici negozi e ristoranti per turisti, c’è la Chinatown dei cinesi che vivono a Singapore, della gente che va a fare la spesa al mattino, di quella che si consulta all’interno delle numerosissime farmacie tradizionali cinesi, coi grandi barattoli in vetro in cui sono conservate le radici di ginseng. La Chinatown dei  ritrovi sotto i portici, con le friggitorie e le tavole calde allineate una accanto all’altra, ciascuna con una specialità, e la zona dei tavolini in plastica comune a tutti. E’ lì che mi piace passare e ripassare, fermarmi a mangiare, stare a guardare un uomo che legge il giornale, un gruppo di amici che bevono una birra, una vecchina cinese coi capelli rosa e la ricrescita bianca, quasi un’aureola attorno al viso grinzoso. Sì, una vecchina cinese coi capelli rosa, un bel rosa acceso, zucchero filato. La incontro al mattino, tutte le mattine, seduta a fumare la sua sigaretta davanti la tavola calda coi noodles più buoni che io ricordi. E la ritrovo lì nel tardo pomeriggio, quando già le serrande si abbassano e la gente si dirada ché si torna tutti a casa.

A pochi isolati, all’ombra dei grattacieli e lungo i canali di Singapore, la notte si accende e un altro spettacolo comincia. Ma questa è un’altra storia.

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