Spirito semplice. Il borgo di Geraci Siculo nel Parco delle Madonie in Sicilia

Geraci Siculo
Geraci Siculo
Unica come i tesori che tutela

Possono i nomi delle strade parlarti di un luogo che non conosci?

Nel piccolo borgo siciliano di Geraci Siculo esiste una via Civetta, una via Cervo e una via Avvoltoio. C’è poi una via Luna e una via Brina e si potrebbe continuare a lungo con un viaggio nella toponomastica che già anticipa e racconta l’anima di questo luogo.

Circondato dagli aceri, gli abeti, i faggi e gli agrifogli del Parco delle Madonie, Geraci Siculo è un posto autentico, genuino, come l’acqua oligominerale che qui sgorga da sorgenti purissime.

Borgo più bello d’Italia, Comune Fiorito d’Italia. Candidato al Borgo dei Borghi. Tanti i titoli ottenuti, ci auguriamo altrettanto prestigiosi quelli che verranno. Nel frattempo percorriamone strade e vicoli, ascoltiamone il ritmo. Sarà come tornare a casa.

La bellezza a Geraci è facile. Come bere un bicchier d’acqua

Ce l’avete una borraccia? Portatela con voi. A Geraci Siculo l’acqua è speciale.

Tra le più leggere d’Italia, è consigliata per riattivare la diuresi e per tutte le diete a basso contenuto sodico.

L’acqua di Geraci Siculo è semplicemente buona.

Partite dal Bevaio della Santissima Trinità (in copertina), venti metri lungo, con due fontane laterali e quattro bocche che riversano l’acqua in coppe d’arenaria e in una vasca centrale. Osservate con cura la cornice merlata, cercate i motivi floreali, andate alla ricerca del leone rampante che sostiene una spada con le zampe anteriori e tiene un elmo su quelle posteriori. Ѐ lo stemma dei Ventimiglia, la nobile casata che di Geraci fece una contea importante, in grado di amministrare la giustizia e coniare monete proprie.

Geraci Siculo
A Geraci le “Tribunedde”, le edicole votive, sono ovunque. Piccole, preziose, antiche o improvvisate

Gli stessi Ventimiglia che fecero costruire il castello di Castelbuono, altro borgo delle Madonie, dove oggi è custodita la sacra reliquia del teschio di Sant’Anna.

Prima stava nella chiesetta di Sant’Anna a Geraci Siculo, la Cappella Palatina, integra, perfetta, quasi un miracolo tra le rovine dell’antico castello. La chiesetta di Sant’Anna si erge fiera in quello che oggi è il Parco Archeologico del Castello dei Ventimiglia, tra gli archi degli antichi passaggi sotterranei, le torri con gli angoli mozzati, le cisterne vuote, la finestra moresca.

Chiesa di Sant'Anna
La Chiesa di Sant’Anna, Cappella Palatina. Raccolta, quasi mistica, sembra un miracolo tra i resti dell’antico castello
Questione di ceci. L’augurio più dolce

All’interno della chiesa di Sant’Anna lo spazio è raccolto. Essenziale e quasi mistico. Sant’Anna occupa un posto del cuore a Geraci. Ѐ infatti la santa protettrice delle donne in gravidanza e dei piccoli nati. Tradizione vuole che in occasione dei festeggiamenti della Santa o quando un nuovo arrivato viene alla luce, siano regalati ceci tostati come buon augurio .

Il Salto dei Ventimiglia. Pronti a vivere il brivido del vuoto?
Geraci Siculo
A Geraci i caratteristici conci policromi colorano i campanili delle chiese

L’antico nome greco di Geraci Siculo è Jerax, avvoltoio, perché la rocca su cui sorge era abitata da questi maestosi animali. Possiamo immaginare di vederli planare regali nel vuoto dello strapiombo. Lo stesso strapiombo nel quale Francesco I di Ventimiglia avrebbe scelto di lanciarsi in sella al suo cavallo quando, nel 1338, Geraci fu assediata.

Nel preciso punto in cui Francesco balzò nel vuoto, è stata costruita una passerella sospesa nel vuoto, il Salto dei Ventimiglia, su progetto di Carmela Musciotto e Giuseppe Antista. Un affaccio panoramico di soli vetro e acciaio che si allunga di circa tre metri dalla parete rocciosa. Da brivido.

Nel locale attiguo, un centro informativo e i bassorilievi in terracotta del ceramista di Santo Stefano di Camastra Filadelfio Todaro che raccontano la storia di Francesco.

Costanza Chiaramonte. Una triste storia a Geraci
I capolavori di Filadelfio Todaro, ceramista di Santo Stefano di Camastra
Chi è la donna accanto Francesco I di Ventimiglia?

Tra i bassorilievi ce n’è uno che colpirà la vostra attenzione: Francesco è ritratto accanto una nobil donna. Si tratta di Costanza Chiaramonte, contessa di Modica, prima moglie del Ventimiglia e casus belli.

Si racconta infatti che Geraci pagò il prezzo dell’assedio quando Francesco fu accusato di tradimento per essersi rifiutato a prender parte al Parlamento indetto dal re Pietro II, aizzato dai Chiaramonte e dai Palizzi, nemici dei Ventimiglia.

E si dice anche che tanto livore da parte dei Chiaramonte fosse dovuto al fatto che Costanza Chiaramonte era stata ripudiata con tanto di dispensa papale perché sterile.

Costanza sembra ancora di vederla aggirarsi tra i vicoli di Geraci mentre raggiunge il Monastero di Santa Caterina dove si rifugiò dopo essere stata abbandonata.

Un caffè con il sindaco Luigi Iuppa. A Geraci si guarda al futuro
Geraci. Green e smart
Geraci. Green e smart

Ѐ un momento magico per Geraci. Quanto seminato nel tempo ha letteralmente fatto fiorire Geraci: il borgo accoglie il visitatore con vicoli e giardini fioriti, le vetrine di botteghe e graziose boutique presentano i prodotti migliori, l’offerta di trattorie e ristoranti gourmet cresce.

Sì, è vero, durante la pandemia in tanti hanno scelto di vivere il borgo quale meta sicura che garantisce relax ed emozioni autentiche ma a Geraci si è fatto qualcosa in più. L’amministrazione comunale ha ideato un coupon, una sorta di bonus vacanza, che ha consentito al visitatore di risparmiare su tutti i prodotti proposti dalle attività che hanno aderito all’iniziativa, alberghi e ristoranti compresi. Ciò ha permesso di tenere alzate le saracinesche e vederne aprire di nuove. Un successo che il Comune desidera ripetere.

Altre iniziative guardano al patrimonio naturale che circonda il borgo come capanni per il birdwatching e percorsi a tema.  

C’è poi un progetto di cui ci parla il sindaco Luigi Iuppa passeggiando lungo il caratteristico reticolo di strade a lisca di pesce: una rete idrica secondaria che possa offrire, attraverso le tante fontane e fontanoni presenti a Geraci, la preziosa acqua oligominerale che sgorga dalle sorgenti delle Madonie con intatte le peculiari caratteristiche termali. Un termalismo diffuso che si abbinerebbe ad un’ospitalità diffusa.

Che ne dite? Ci piace?

Geraci Siculo. A Putia
Tutto il buono delle Madonie da A Putia di Rita Alaimo e Marco Iuppa
Sulle tracce di un prezioso volume. Federico II tra i tesori di Geraci Siculo

A Geraci non perdete la visita del Convento dei Padri Cappuccini. Fortemente voluto dai Ventimiglia che ne perorano la causa al Papa, il convento tutela un tesoro: un prezioso volume stampato nel 1596 del famoso trattato di Federico II sulla falconeria, <De arte venandi cum avibus> l’unico esistente in Sicilia.

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Insieme al testo del 1500, un’intera collezione di testi antichi, 1500 volumi che datano dal XVI al XIX secolo.

Il Monastero accoglie eventi e conferenze nelle aree precedentemente vissute dai monaci, oggi riconvertite. Si conservano gli affreschi dell’antico refettorio e alcune tele di pregio. Presente inoltre il Museo Etnoantropologico delle Madonie e l’archivio storico del comune. 

Santi patroni e santi protettori. A Geraci c’è l’imbarazzo della scelta

Ricordatevi che a Geraci San Bartolo e San Giacomo, rispettivamente patrono e protettore del borgo, sono cosa seria. Nessuna rivalità tra i due però. C’è chi giura che siano cugini!

Tanto legati da presentarsi puntuali agli appuntamenti che li vedono protagonisti. San Giacomo, la cui chiesa è nella parte più alta, vicino al castello, è il primo a muoversi ad inizio agosto per omaggiare e andare a prendere San Bartolo, di stanza nella parte bassa del paese. Insieme raggiungono la Chiesa Madre dove trascorrono un lungo periodo a farsi convenevoli. Solo dopo un mese, è San Bartolo a riaccompagnare il santo <cugino> a <casa> per, infine, far ritorno nella sua chiesa.

Geraci. Il castello
I resti del Castello al Parco Archelogico

Gli allegri scambi di cortesie tra santi non sono altro che stupende e commoventi processioni che animano il calendario di Geraci.

Una, in particolare, è quella che vede tra i vicoli in processione il quadro dell’Annunciazione, di Jacopo da Empoli e di evidente influenza vasariana. Il dipinto ruota e si adatta all’esiguo spazio di strade e vicoli grazie al complesso sistema su cui poggia.

C’è poi una leggenda dedicata al quadro: si narra che, quando ignoti provarono a trasferirlo nella vicina Castelbuono, il quadro, che già aveva salvato Geraci dalla peste, si fece così pesante da non poter essere spostato sino a quando le campane cominciarono misteriosamente a suonare dando l’allarme. Rimase così per sempre nella bellissima Geraci.

Lo trovate esposto all’interno della Chiesa Madre dove potrete ammirare anche due splendide Madonne di scuola gaginiana, la Madonna delle Mercede e la Madonna delle Nevi.

La cuddura è solo l’inizio

Che cos’è la cuddura? Goloso pane fritto e condito con acciughe, origano e pepe. Se preferite, a Geraci la cuddura è anche dolce, con cioccolato e granella di nocciola.

Vi ho preso? L’elenco delle delizie a Geraci è assai lunga. Imperdibile la pittrina ca fasola, castrato al sugo con la <fagiola> verde locale, saporiti fagioli verdi; in alternativa i sasizunedda ca addauro, polpette avvolte in foglie di alloro.

Speciali i serafineddi e vuccunetta, dolci di mandorle e le cassate, piccoli e profumati buccellati a base di fichi, mandorle, noci, nocciole, limone, cannella, vaniglia e miele.

Come un topo nel cacio. Di tuma e caciocavallo

Col formaggio a Geraci Siculo ce la sanno. Ricotta, tuma, primosale, caciocavallo, provola. Assaggiateli tutti. Panciuta e dal colore giallo paglierino, la provola delle Madonie è presidio Slow Food e la tuma è una golosità servita con le acciughe e arrostita alla brace.

Si tratta di specialità locali prodotte nei marcati tradizionali, caseifici attrezzati di ovili in pietra che rendono unico il paesaggio con un bagaglio unico di tradizioni e usanze che vanno in scena con la festa della transumanza dei pastori a maggio e con un altro evento assai peculiare che ha luogo a luglio solo ogni sette anni, A Carvaccata di Vistiamara. I pastori sfilano con i chirchi, strutture abbellite da fini merletti e piccole forme di caciocavallo modellati a mano, i cavadduzzi e le palummedde. Altri portano i paramenti sacri, solo il <cassiere capo> può portare l’ostensorio.

La Cuddura
Mai provata la Cuddura? Al Rifugio dell’Aquila, a Geraci, è calda e profumata
C’è un albero unico al mondo a Geraci

Il verde è il colore che abbraccia Geraci. Alberi centenari, rare orchidee e sugherete infinite circondano il borgo.

C’è poi una specie unica che cresce solo qui, nel Parco delle Madonie, l’Abete delle Madonie, l’Abies Nebrodensis. Pochissimi gli esemplari rimasti in un contesto unico al mondo.

Geraci è inoltre nota per le sue torbiere, archivi fossili dove si sono accumulate, nei millenni, i pollini delle piante indigene. Vere e proprie <biblioteche> della natura e della biodiversità che muta nel tempo.

Geraci. La chiesa di San Giacomo
Aggrappata alla roccia. A Geraci la pietra abbraccia chiese, case, strade
Accoglienza. A Geraci non è tanto per dire

Il travel tip che a Geraci non potete perdere: le persone.

Fateci caso. A Geraci la gente è solare e accogliente e ne fa un vanto. Le signore del borgo fanno a gara per mostrarvi il proprio giardino fiorito e non è raro che vi si chieda: “A cu apparteni?”, “A chi appartieni?, Chi sei? Da dove vieni?

Chiedete, informatevi. Domandate che cosa è lo scottish, come si prepara la cuddura, come si indossa un cappularu, quante tribunedde ci sono in paese.

A Geraci il viaggio non finisce mai.

Salto del Ventimiglia
Al Salto del Ventimiglia con le guide del Servizio Civile Universale
Geraci. Parco Archeologico
A Geraci il verde lo respiri

Ringraziamo il Comune di Geraci Siculo per la collaborazione e l’attenta assistenza.

Un grazie speciale a Adriana Lodico, Concetta Cusimano, Alessia Tumminello e a tutti i volontari del Servizio Civile. Chiedete di loro. Vi racconteranno una Geraci che solo chi ne è innamorato conosce.

L'Annunciazione a Geraci
Leggenda vuole che le campane suonarono misteriosamente e che il quadro si fece tanto pesante da impedirne il trasferimento lontano da Geraci…

Sicilia. Terra di Santo Stefano. Qui green è uno stile di vita

La Molinara, il punto vendita dell'azienda Terra di Santo Stefano
Il grano coltivato da Nino Crupi
C’è un momento in cui il grano cresce veloce e si fa spiga. Se lo stai a guardare, sembra quasi di vederlo crescere…

Quante volte avete sentito la parola <green>? Vivi <green>, vesti <green>, mangia <green>. 

A casa Crupi la parola <green> è un concetto semplice e concreto praticato da generazioni. La sua <transizione verde> Nino Crupi la pratica da anni a contatto con la terra, quella lasciatagli dai suoi avi.

Siamo a Santo Stefano di Briga, piccolo borgo del comune di Messina in Sicilia, un tempo Santo Stefano Soprano, terra fertile contesa da nobili e ordini monastici.

Qui, alla Terra di Santo Stefano, Nino il Contadino (ama farsi chiamare così dalle scolaresche che accoglie in azienda e a cui dedica un canale youtube) ha ripreso la coltivazione di limoni, mandarini e clementine –  vanto del borgo e da tanti abbandonata – e intrapreso la coltivazione di grani antichi siciliani e qualità di legumi quasi dimenticati.

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Terra di Santo Stefano. Qui green significa genuino, autentico, semplice

Agricoltura eroica in Paradiso. Maiorca e Mongibello

Sono belle le terrazze sulle colline di contrada Segreto dove Nino fa crescere il grano. Stanno appese sul mare azzurro dello Stretto e non è semplice coltivarle. Eppure qui cresce rigoglioso il grano tenero Maiorca e il grano duro Mongibello. Nessun pesticida, meccanizzazione limitata e mietitura a mano per ottenere una farina e una semola genuine e con intatte le proprietà nutrizionali.

Il grano viene molito con una macchina in legno di pino e due macine in pietra lavica che non superano i 200 giri al minuto e che quindi non si surriscaldano alterando il prodotto.

La zia Giovanna fa l’occhiolino da casarecce e penne

Paccheri, spaccatelle e caserecce stanno in bella mostra allineati sugli scaffali de La Molinara, il punto vendita dell’azienda, nella stanza accanto a quella in cui viene macinato il grano. Le terrazze dove il grano cresce sono a pochi minuti di macchina, o meglio di moto Ape con cui Nino Crupi fa su e giù dalle sue colline. Un percorso virtuoso del prodotto che si conclude nella pasta a lenta essiccazione trafilata al bronzo che <la Molinara> produce. Su ogni confezione c’è zia Giovanna, ben impressa sul marchio aziendale, che ne ricorda lo spirito semplice e le radici autentiche. Zia Giovanna è infatti l’ultima <molinara> di Santo Stefano di Briga: il suo mulino ha macinato grano sino al 1960 dopo 900 anni di onorata attività.

Oggi non esiste più ma il grano prodotto da Nino è buono come quello di un tempo.

La Molinara

Il colore ambrato e mai uguale di paccheri e caserecce è dato dal 30% di semola integrale nell’impasto

Non solo grano. Conoscete la <Signuredda>?

Un fagiolo rosa antico con un occhiello più scuro che ricorda un cuoricino. E’ la Signuredda, varietà pura ormai dimenticata di cui Nino ha salvato appena mezzo chilo donatogli da uno zio. Da quel mezzo chilo ne ha tirati fuori centoventi. L’ultimo raccolto non è stato dei migliori ma Nino non molla.

Il fagiolo Signuredda, allo studio di ricercatori e centri universitari per proprietà e caratteristiche, lo coltiva insieme a lenticchie e ceci Pascià che si alternano al grano per ossigenare e rendere più fertile la terra.

Terra di Santo Stefano
Avete mai visto una pianta di lenticchia?

Da tempo, poi, in contrada Passo della Scala, si sperimenta la coltivazione del Tacle, agrume creato dall’arancia Tarocco e Clementino.

Quando è nata la figlia, Nino, in Paradiso (così chiama la sua terra), ha piantato alberi di noce Hartley, Chandler, Franquette e Howard e mandorli di Pizzuta d’Avola e Genco.

Ma non finisce qui. Le mani servono per essere usate, ripete Nino, e le sue virano da sempre al <green>.

Terra di Santo Stefano
E se provassimo a preparare un Pan di Spagna con farina Maiorca?

9 idee e 1/2 per il 2021.  E non solo sul mappamondo

Quali sono i nuovi trend per il 2021? Quali i dream travels che il nuovo anno ci porterà?

Mica facile a dirsi.

Lentezza continua ad essere una delle parole chiave, sicurezza pure.

Faranno entrambe parte del nostro quotidiano che speriamo sia comunque ricco di emozioni e di esperienze.

Qualche suggerimento? Che ne dite, proviamo a sognare e a divertirci un po’?

Green, green e ancora green. Mete da sogno e sostenibili

É vero, l’attuale pandemia ci ha costretto a rivedere distanze e destinazioni. Spazi aperti, tanto mare e tanta montagna sono rapidamente saliti nelle top destinations. Ma è davvero un ripiego? E se invece fosse uno dei pochi aspetti positivi che la pandemia ha portato?

Un rallentamento forzato ci ha ricordato quanta bellezza la natura abbia da offrire e acceso i riflettori su quanto sia importante proteggerla. Abbiamo concretamente visto, o almeno intravisto, come potrebbe essere.

Perché allora non scegliere di visitare una riserva naturale o un’area protetta? Ce ne sono talmente tante da avere l’imbarazzo della scelta.

 – Restiamo in Italia, in Friuli Venezia Giulia e scegliamo la Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo nella parte orientale del Friuli Venezia Giulia, nella parte finale del corso del fiume, dove i cavalli Camargue vivono liberi e fieri. Che voi siate appassionati di birdwatching o meno, l’isola della Cona, dove la terra si confonde con l’acqua, vi ammalierà. Che non sia la volta buona per un’escursione in laguna, quella di Grado però, coi suoi casoni e i suoi silenzi. Potreste avvistare il chiurlo, l’animale simbolo della riserva.

 – Bella in qualsiasi periodo dell’anno, Torre Guaceto, area marina protetta e riserva naturale dello Stato in Puglia è un esempio virtuoso di come l’uomo possa convivere rispettando gli equilibri della natura. Con la sua Torre Aragonese a guardia del delicato ecosistema racconta di prodotti unici come il pomodoro Fiaschetto e l’olio EVO, di continua ricerca, valorizzazione del territorio e antiche civiltà del Mediterraneo.

  – Avete mai avvistato un grifone? Potete farlo al Parco dei Nebrodi, la più grande naturale protetta in Sicilia. Ventiquattro comuni, tre differenti province, un enorme polmone verde stretto tra Etna e Mar Tirreno. Magnifiche cascate, laghi e differenti percorsi adatti ad ogni tipo di visitatore. Fate scorta dei rinomati prodotti di Suino Nero dei Nebrodi!

Scegliete città con un animo verde

Non solo natura ma anche città che abbiano scelto soluzioni green ed ecosostenibili.

 – Potremmo volare in Spagna e visitare Valencia che ha trasformato il letto di un fiume, il Turia, responsabile di terribili inondazioni, in una rigogliosa area verde che attraversa la città. Luogo d’incontro, area gioco, location per opere d’arte, eventi, manifestazioni nonché porta d’ingresso all’avveniristica Città delle Arti e delle Scienze.

 – Oppure potremmo scegliere Lisbona, green e smart, coi suoi vecchi complessi industriali trasformati in centri culturali come la LX Factory, le sue politiche di riduzione dello spreco e dimezzamento delle emissioni di Co2, l’enorme oceanario dove si impara a conoscere e a rispettare l’universo <mare>.

 – Di green capital in green capital eccoci a Lubiana che ha scelto da tempo ormai di puntare sulla green economy senza perdere nulla della sua identità. Basterà passeggiare lungo la riva del Ljubljanica per innamorarvene.

Mettiamoci al centro del nostro viaggio

Partiamo da noi. E dedichiamo del tempo a noi stessi. A volte è necessario partire per farlo e non è sufficiente il tempo che riusciamo a ritagliarci nel tran tran quotidiano. Un viaggio potrebbe essere un’occasione per ascoltarci.

Fatelo a modo vostro: con un lungo itinerario a piedi ad esempio, che può diventare pellegrinaggio, dal più celebre Cammino di Santiago ai meno conosciuti cammini della via Francigena in Sicilia; in bici, perché pedalando si guarda al mondo da un’altra angolazione e c’è tanto tempo per starsi a <sentire>; fermandosi e meditando.

Esistono luoghi con un’anima e un’energia uniche al mondo e vocati alla meditazione come Bali ma non è indispensabile volare nella così lontana e al momento inaccessibile Indonesia per praticare. Corsi di yoga che abbracciano discipline differenti e sono accessibili a chiunque, ricoprono sempre più spazio nelle attività proposte da relais, agriturismi e alberghi.

Se non ci posso andare coi piedi ci vado con il naso e la bocca

Sbizzarritevi. Incuriositevi. Sperimentate.

Esistono negozi specializzati in prodotti e delizie dal mondo e se Master Chef non è il vostro programma preferito, anche i centri più piccoli hanno ristoranti che propongono sapori e cucine diversi.

Partite dalla frutta – avete mai provato i frutti del drago e del serpente? – per poi sperimentare un Pepes Ikan balinese o un hot pot secondo la tradizione cinese.

Un dolce con il pandano non sarà solo buono ma anche bello e riuscire a realizzare una mooncake sarà una bella soddisfazione.

A volte poi è davvero semplice reperire prodotti tropicali dietro l’angolo: sapevate che nel catanese, alle pendici dell’Etna, crescono avocado, mango e passion fruit accanto arance e limoni?

E se volete esagerare, il viaggio fatelo nel tempo: scoprite ad esempio perché i Romani amavano il Garum.

Nei panni di Indiana. Alla scoperta di antiche civiltà

Se avete tirato fuori la macchina del tempo per scoprire i gusti a tavola degli antichi Romani, approfittatene per volare a Malta ed approdare nel lontano 4.000 a C. quando l’antico Ipogeo di Hal Saflieni fu concepito: una struttura  profonda dieci metri, scavata nella pietra viva col solo ausilio di altra pietra.

Il brivido che vi correrà lungo la schiena sarà quello della scoperta, del tempo che si dilata, della meraviglia che si manifesta, il più delle volte quasi per caso.

Che voi siate al cospetto dell’Esercito di Terracotta a Xi’An o alla probabile tomba di Minosse all’interno delle Grotte della Gurfa, la radice di quel brivido è la stessa e risiede nella notte dei tempi.

Un paio di altre idee: le catacombe di San Gennaro a Napoli o l’altipiano dell’Argimusco in provincia di Messina.

Il museo si sposta in strada. Street art e non solo

I musei cominciano a riaprire. Correte e visitarli, approfittatene subito. Sia che si tratti di un piccolo museo che profuma di mare come il Mandralisca di Cefalù, sia che accolga meraviglie come i Bronzi di Riace di Reggio Calabria o la collezione di Peggy Guggenheim a Venezia.

Fatelo però anche restando sulla pubblica via perché di musei a cielo aperto ne abbiamo in ogni città d’Italia e del mondo. Sono quelli generati dagli street artist: opere effimere in grado di trasformare il territorio rivalutandolo, mezzo di denuncia e racconto dell’oggi o semplice strumento per una rinnovata cultura del bello.

Tre esempi tutti siciliani: Farm Cultural Park a Favara in provincia di Agrigento, Borgo Cannistrà a Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, FestiWall a Ragusa.

Infine Fiumara d’Arte, il grande museo all’aperto voluto da Antonio Presti con opere d’arte e installazioni di artisti contemporanei tra Tusa, Mistretta, Castel di Lucio, Motta d’Affermo, Pettineo.

Isole. Uno stato d’animo

Cancellate l’immagine di spiagge affollate e rave party al cardiopalma. Non è il momento.

L’alba potreste aspettarla in pochi – ma buoni – sulle spiagge di Stromboli o Favignana o qualunque altra isola abbiate nel cuore. Ma fatelo riscoprendone l’anima con un approccio diverso, di ascolto.

Altamente sconsigliata l’alta stagione (sì, esiste ancora). Fare un bagno, voi e pochi altri a Cala Azzurra o a Ginostra non ha prezzo.

Una riscoperta convivialità e socialità. L’autenticità dei borghi

Riscoprire il piacere dell’incontro e dello scambio con la gente del posto è più facile nei piccoli centri. I borghi italiani offrono ancora autenticità e un turismo local. Tempi lenti, sapori semplici e genuini, prodotti di nicchia. Sorrisi aperti.

Scegliete il vostro borgo. Non ce ne sarà mai uno uguale all’altro.

Io scelgo Castelbuono, nel Parco delle Madonie in Sicilia.

Viaggi in poltrona. Ne puoi fare quanti ne vuoi

Un buon libro, perché no: ti porta ovunque e senza mascherina. Puoi portarlo con te e fare un viaggio nel viaggio.

 – La Divina Commedia di Dante Alighieri. Godetevi tutte le iniziative per i 700 anni dalla morte e rispolveratene il testo.

 – I romanzi di Leonardo Sciascia. Ricorre il centenario della nascita dello scrittore siciliano. La linea della palma a che punto sta? Percorrete la Strada degli Scrittori per scoprire una Sicilia insolita e la grande letteratura dell’isola. La SS640 Agrigento-Caltanissetta vi aspetta!

  – Il nuovo romanzo della Auci dedicato ai Florio per cui c’è grande attesa. La Florio mania vi conquisterà. Se non lo avete fatto ancora leggete il primo, Leoni di Sicilia. Che aspettate?

Perché nove e mezzo

Perché state leggendo viaggimperfetti e un dieci tondo stonerebbe alla grande.

Quel mezzo aggiungetelo voi. Che vi racconti e vi renda felici perché…

 – Non esistono viaggi perfetti (e neanche uguali), solo viaggi che vi fanno felici –

Butterfly Pea Flower Tea. Mai provato un tè blu?

Butterfly Pea Flower Tea
In molti lo conoscono come il <tè blu> e qualcuno ritiene si tratti di una moda del momento. La bevanda dalle tante sfumature di azzurro impazza nei profili di instagrammer incalliti e fa capolino  tra gli ingredienti di torte e dolci gourmet. 
In realtà il Butterfly Pea Flower tea è assai più anziano di social e siti di e-commerce e arriva da lontano.
E non si tratta di tè ma di una tisana ricavata da una pianta rampicante del Sud-Est asiatico della famiglia delle Fabacee o Leguminose, la Clitoria Ternatea. In primavera, il rampicante si riempie di delicati fiori dal blu intenso che ricordano, nella forma, l’organo genitale femminile o, se preferite, simpatiche farfalle.
Un fiore sacro che arriva da lontano
Butterfly Pea Flower Tea
Butterfly Pea Flower Tea. Un fiore sacro che arriva dalla lontana Indonesia
Ternate è il nome dell’isola in Indonesia dove la Clitoria Ternatea ha avuto origine e da cui si è diffusa. I fiori di Bunga Telang (questo il suo nome orientale) sono sacri in India e usati durante le cerimonie per onorare l’energia femminile.
Secondo la tradizione orientale i delicati boccioli dai petali blu aiutano a ritrovare l’equilibrio ma sono deliziosi anche da mangiare se freschissimi: pare che fritti siano una leccornia.
Petali che fanno sognare. O almeno sorridere!
Non fatevi ingannare dal colore quindi: il blu non è dovuto ad additivi o coloranti ed è del tutto naturale. Sono gli antociani, di cui questi piccoli fiori sono ricchi, a regalare una tonalità che rilassa già al primo sguardo e fa sognare.
In realtà il tè di fiori di pisello farfalla o pisello cordofan (meglio in inglese, che ne dite?) possiede realmente proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e antidepressive, agisce contro stress ed insonnia, è persino un antiage naturale in grado di stimolare memoria e apprendimento.
Ricco di polifenoli e flavonoidi sarebbe utile per abbassare il livello di trigliceridi e colesterolo e per depurare il fegato. Insomma, una vera e propria panacea.
 
Butterfly Pea Flower Tea
Nessun additivo o colorante. Il tè blu aiuta a sorridere ed è tutto naturale!
É questione di magia. Come si prepara il Butterfly Pea Flower Tea?
Di sicuro il Butterfly Pea Flower Tea regala allegria e buon umore. Come? Provate a lasciare in infusione alcuni fiori essiccati per ottenere una tisana deliziosa dal retrogusto erbaceo e poi divertitevi ad aggiungere latte, se desiderate una tonalità più intensa o limone se volete che il tè blu viri al viola. É il livello di pH della sostanza che viene aggiunta a fare la magia!
Funziona solo con latte e limone?
No, il Butterfly Pea tea piace anche mixologist e bartender che lo usano per aperitivi e cocktail colorati e accattivanti.
Butterfly Pea Flower Tea
Provate ad aggiungere del latte. Ad ognuno il suo tè!
Può inoltre essere l’ingrediente segreto di creme, budini, cheesecake e smoothies. In tal caso è meglio acquistarlo in polvere: un pizzico nell’impasto trasformerà anche muffin e ciambelloni.
Avete già pensato a cosa creare? 
Butterfly Pea Flower Tea
Un cocktail diverso e colorato. Perché no

Sicilia, Vittoria. Cantina Arianna Occhipinti. Perché da un’uva buona viene un vino buono

Vini Arianna Occhipinti

C’è un posto alla cantina Occhipinti dove la terra è a nudo.

Ne puoi vedere i differenti strati che, dalla superficie, scendono via via giù, in profondità.

Se la guardi, ti racconterà del tempo andato, di quando qui una nobildonna, Vittoria Colonna, volle fondare una città del vino e di come quel vino divenne Cerasuolo: <calaurisi e rrappato>, Nero d’Avola e Frappato insieme.

Se la guardi, quella terra ti sussurrerà del sole sfrontato che qui batte, del mare che qui arriva accompagnato dal vento e s’insinua tra le radici delle viti, della roccia che si sbriciola di cave, muretti e necropoli, di quella color miele che rende unica la Sicilia del Barocco.

Se la guardi, capirai che qui, alla cantina Occhipinti, della terra ci si mette in ascolto e la si rispetta. Da quella terra nascono i vini di Arianna Occhipinti.

Pochi giri di parole. Solo vino

Che alla cantina Occhipinti si parli chiaro, senza tanti giri di parole, lo capisci subito, appena arrivi. Il visitatore non ha un percorso privilegiato. Incontra gli operai al lavoro, si ritrova ad ascoltare cosa si pensa di fare col favino in quella parte di vigneto, ha modo di vedere come, sulle bottiglie, una per una, si coli la ceralacca a mano.

<Da un’uva buona viene un vino buono>, that’s it. Nessun pesticida, fungicida, erbicida, fertilizzante chimico o qualsiasi altra diavoleria. Sono favino e graminacee ad ossigenare e alimentare la vigna e l’uva si raccoglie a mano perché è tra i filari che si fa una prima selezione e solo i grappoli migliori arrivano in cantina.

Lieviti indigeni, bassissimo contenuto di solforosa e due ingredienti che non mancano mai: il rispetto del territorio – ogni zolla ha la sua storia – e la passione grande, quella che non ti lascia mai, per il vino.

Cantina Occhipinti
Cantina Occhipinti. Nella grande cucina ci sono sempre nuovi vini da provare, scoprire, sperimentare…

<Perché un vino deve sapere della terra da cui nasce> e nei vini Occhipinti persino le etichette sono schiette e dirette, ti raccontano la storia di ogni singolo acino e quanto sole si è bevuto. Senza tanti giri di parole.

Il segno tangibile ed indelebile del vino sull’indice, “l’unico tatuaggio che mi sono concessa”

Scelte ardite e coraggiose, specie sino a qualche anno fa, che qui sono state portate avanti con caparbietà e si sono rivelate vincenti.

Di Arianna Occhipinti ha parlato il New York Times definendola <Natural woman>; è una delle quattro donne del vino nel documentario <Senza trucco> di Giulia Graglia; nel 2013 esce per Fandango libri “Natural woman. La mia Sicilia, il mio vino, la mia passione“; i vini di Arianna Occhipinti sono oggi sinonimo di ricerca ed eccellenza in Italia e all’estero. Arianna Occhipinti è riuscita a realizzare vini superbi che raccontano la Sicilia in cui vengono realizzati.

Quante sfumature ci sono in un calice di Siccagno o di Grotte Alte? Tante, come quelle di una donna caparbia che ha deciso di fare il vino, di farlo con la gente del posto a cui appartiene, sporcandosi le mani.

In fondo alla galleria in cui ci sono le botti dei primi raccolti da un lato e quella <parete di terra> di cui si parlava al principio dall’altro, c’è in bella mostra una grande scaffalatura che arriva sino al tetto: ci sono bottiglie di vino prodotte in Sicilia, in Italia e nel mondo. Si rinnovano spesso perché, alla cantina Occhipinti, incontrarsi significa scoprire insieme il vino, anche prodotto da altri, e capirne sentori e profumi.

Anche nella grande e luminosa cucina della cantina ci sono diverse bottiglie, alcune aperte e altre no. Perché il vino è ricerca, passione, viaggio.

E cartine geografiche segnate di rosso, <un rosso mosto bello deciso>, che già anticipano il piacere della scoperta, il percorso della curiosità tra cantine e filari nel mondo.

Baglio Occhipinti. Tramonto a Fossa di Lupo
Baglio Occhipinti. Tramonto a Fossa di Lupo
In ascolto del territorio. Una storia di famiglia

La strada che attraversa i filari Occhipinti è la SP68. Una strada con una storia antica di tremila anni che collegava Gela a Kamarina e tracciava, ieri come oggi, il cammino del Cerasuolo di Vittoria. La Sp68 è anche il nome di uno dei vini Occhipinti nati a Fossa di Lupo prima e a Bastonaca, Pettineo e Bombolieri poi, dove oggi sorge la cantina Occhipinti.

I primi filari sono quelli di Fossa di Lupo però, dove oggi, il palmento del Settecento è tornato a raccontarsi grazie a Fausta Occhipinti, sorella di Arianna, architetto, come il papà Bruno. La sua storia rivive in quello che oggi è il Baglio Occhipinti, una tenuta vocata all’accoglienza dove pietra e geometrie degli spazi rispettano e accolgono la luce e ne narrano il passato antico.

<Ombelico> del baglio sono le originarie vasche per la pigiatura del vino. Sono rimaste cuore pulsante attorno cui l’intera struttura gravita, circondate da morbidi divani bianchi, un pianoforte a coda, vasi di fiori freschi e selvatici.

Baglio Occhipinti
Baglio Occhipinti. Qui la pietra ha una luce speciale

Anche qui si ascolta e si rispetta il territorio, con la sua storia e la sua natura.

Non è un caso che la parete <dove la terra è nuda> sia nata proprio da un’idea di Fausta e papà Bruno.

Baglio Occhipinti
Qui si ascolta e traduce il territorio

Messina liberty. Messina eclettica

Galleria Vittorio Emanuele Messina
Liberty a Messina. Cercatelo sui palazzi, nelle insegne, sui portoni...
Liberty a Messina. Cercatelo sui palazzi, nelle insegne, sui portoni…

Linee morbide e sensuali, motivi floreali e ispirati al mondo animale che trasformano la pietra di facciate, flettono il ferro di cancelli e grate, accendono le trasparenze di vetrate e lucernai.

È l ‘Art Nouveau che in Italia si coniuga in Liberty e in Sicilia si sposa alle evoluzioni ardite di architetti del calibro di Ernesto Basile.

Negli anni in cui l’architetto Basile aveva già raggiunto fama e successo trasformando la Palermo dei Florio, a Messina arrivarono Coppedè, Piacentini, Bazzani, Mariani, Botto, Puglisi Allegra, Bonfiglio.

Messina. Palazzo della Dogana
Palazzo della Dogana di Giuseppe Lo Cascio. Pensiline e cancelli Liberty. Motivi floreali lì dove un tempo sorgeva il grande Palazzo Reale.

Trasformarono la città regalandole il titolo di centro dell’Eclettismo. Il Liberty aveva un nuovo nome e identità.

Si riparte da zero. 1908

In realtà a Messina il Liberty aveva già fatto capolino con le sue linee sinuose e vitali ma ciò che valse per il resto dell’isola non seguì la stessa strada a Messina. E mentre Palermo brillava e cresceva grazie ad imprenditori come i Florio, i Whitaker, gli Ingham e gli Ahrens, a Messina , nella notte del 28 dicembre del 1908, arrivò un terremoto che la rase al suolo portando via con sé attività commerciali, circoli letterari, essenza e identità.

Il 91% degli edifici andò distrutto e per ricominciare a costruire fu necessario sgomberare due milioni e mezzo di metri cubi di macerie. Un nuovo piano regolatore ridisegnò assi viari, case, uffici, banche. Alla sicurezza si ci pensò con rigorosi regolamenti antisismici, alla bellezza provvidero eleganti decorazioni floreali, mosaici, figure grottesche e linee di ispirazione medievali.

Messina. La Chiesa dei Catalani accanto uno dei palazzi Coppedè lungo via Garibaldi
La preziosa Chiesa dei Catalani accanto uno dei palazzi Coppedè lungo via Garibaldi.

Motivi gotico veneziani, foglie d’acanto e fiori comparvero su ogni edificio nuovo o miracolosamente salvatosi e da ristrutturare, nuove linee trasformarono vetro, ferro, ghisa e ceramica.

Basta percorrere le centrali vie Garibaldi, Cannizzaro, dei Mille e Cavour per veder sfilare interi isolati ispirati all’elegante Eclettismo, allenare lo sguardo alla ricerca di particolari che sono ancora presenti in edifici più defilati, nella parte superiore delle insegne di moderni negozi, bere una bibita tradizionale all’ombra di un chiosco di ghisa, soffermarsi davanti i principali palazzi delle istituzioni, come Prefettura, Università, ex Palazzo delle Poste.

Galleria Vittorio Emanuele, Messina
Galleria Vittorio Emanuele ideata da Camillo Puglisi Allegra era il simbolo di Messina che rinasceva dopo il terribile terremoto.
Cominciamo con uno scandalo

A Palazzo Tremi, isolato 99 di via Risorgimento, se ne videro delle belle quando il proprietario, un ufficiale del regio esercito, Vittorio Emanuele Tremi, fu accusato di arricchimento illecito. Le cronache dell’epoca raccontano che l’uomo, per discolparsi, dichiarò in Tribunale che i fondi per realizzare il palazzo erano  frutto dell'<attività amatoria> della moglie Maria Lepetit. Il palazzo, noto anche come Palazzo del Gallo, di galli non ne ha ma solo figure mostruose che si alternano sulla facciata. Di gallo ce n’era solo uno in passato: una banderuola in cima ad una antenna in terrazzo che oggi non c’è più.

Palazzo del Gallo, Messina
Palazzo del Gallo. Sapete cosa si diceva del padrone di casa e della sua consorte?

Palazzo del Gallo è uno degli esempi migliori dello stile Coppedè, l’architetto fiorentino onnipresente per le vie della città. Sì, proprio lui, conosciuto ai più per lo strabiliante e inconfondibile quartiere romano che nella capitale porta il suo nome.

Qualche esempio? Palazzo Loteta, splendido, in via Garibaldi; Palazzo dello Zodiaco affacciato su Piazza Duomo e sulla Cattedrale; i palazzi commissionati dai banchieri genovesi Alessandro e Marcello Cerruti tra via Cardines e via I Settembre.

Palazzo dello Zodiaco, Messina
Palazzo dello Zodiaco affaciato su Piazza Duomo
Galleria Vittorio Emanuele III. Messina torna grande
Palazzo Coppedè a Messina
Messina eclettica nata dalle macerie del sisma.

La inaugurarono nel 1929 contemporaneamente al Duomo ricostruito. Affacciata sulla circolare Piazza Antonello e delimitata da grandi edifici pubblici doveva stupire e ridare bellezza ed eleganza all’intera città che rinasceva. Entrate al suo interno e lasciatevi stupire dai colorati lucernai delle volte a botte, i mosaici sui pavimenti, il portico centrale e i due laterali.

Palazzo Loteta di Coppedè accanto la Prefettura della città di Messina
Palazzo Loteta di Coppedè accanto la Prefettura della città di Messina

Finanziata dalla Società Generale Elettrica, la Galleria Vittorio Emanuele fu progettata e ideata da Camillo Puglisi Allegra che mise mano in molte strutture in città tra cui la Camera di Commercio e villa Roberto.

La Cassa di Risparmio
La Cassa di Risparmio progettata dal grande Ernesto Basile. All’interno vetrate colorate, decori in ferro battuto, arredi del Ducrot.
Riviera Nord. La grandeur a Messina

Da sempre regno di nobiltà e grandeur, la riviera nord della città, stretta tra colline e mare, ha ospitato dimore principesche e ospiti illustri come il Kaiser Guglielmo II che spesso si fermava nelle residenze affacciate sullo Stretto di Messina.

Villaggi dai nomi evocativi come Pace, Paradiso, Contemplazione nascondevano giardini e delizie che il terremoto non risparmiò distruggendo e, laddove fu possibile, costringendo ad importanti ristrutturazioni.

Villa Roberto possiede oggi il tocco dell’ingegnere Puglisi Allegra che intervenne nel 1949, ma fu precedentemente ristrutturata dopo il terremoto grazie a Federico Fritz Roberto che le regalò bellezza ed eleganza e uno splendido giardino.

Anche l’ottocentesca Villa Florio necessitò l’intervento dell’ingegnere De Cola che operò su progetto del grande Basile, il cui tocco è inconfondibile e ben visibile; lungo la via Consolare Pompea si susseguono villa Martines coi raffinati disegni floreali su piastrelle in ceramica smaltata, le due ville Savoja, villa Garnier. Immenso e stupefacente il complesso di Villa Pace.

Villa Pace. Anche Messina parlava inglese

Furono i Sanderson a vivere per primi i fasti di questo luogo. Gli imprenditori britannici che in una Messina colta e operosa diedero vita ad un fiorente commercio di estratti agrumari ne acquistarono la proprietà nel 1850 per 500 onze trasformandola in villa Amalia, nucleo originario a cui si aggiunse un altro villino, il Castelletto, entrambi circondati da giardini rigogliosi. Dopo il terremoto, ai Sanderson subentrano i Vismara che ricostruiscono il complesso su disegno dellingegnere Caneva.

La Sanderson & Sons diventa Sanderson & Sons, Oates e Bosurgi, specializzata nella produzione di acido citrico.

Saranno i Bosurgi gli ultimi proprietari di Villa Pace; Adriana Caneva, moglie di Giuseppe Bosurgi, l’anima e punto di riferimento di un luogo dalla bellezza struggente e definito <luogo dell’anima>.

Oggi il complesso Villa Pace appartiene all’Università degli Studi di Messina, molte delle ville citate sono private, Villa Roberto apre le sue porte in occasione di eventi privati o manifestazioni culturali come Le Vie dei Tesori.

Villa De Pasquale è stata invece acquisita dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali ed è aperta al pubblico. Per scoprirla bisogna però spostarsi nella zona sud della città.

Non solo agrumi. Villa De Pasquale, il regno del maragià di zagare e gelsomini

Ristrutturata e trasformata  in un pregevole esempio di stile eclettico, Villa De Pasquale la trovate al n.274 di via Marco Polo di villaggio Contesse, antica via del Dromo.

Villa De Pasquale
Villa De Pasquale. Intere distese di gelsomino arrivavano sino al mare nei campi del maragià…

Qui l’imprenditore Eugenio De Pasquale, dai più conosciuto come il <maragià>, diede vita ad una fiorente industria di essenze e profumi. Si racconta che un tempo intere distese di gelsomino arrivassero al mare e che i delicati petali venissero raccolti manualmente nell’annessa fabbrica alla villa, oggi esempio liberty ma anche di archeologia industriale.

 

Il pranzo delle feste in Sicilia

Il pranzo delle feste in Sicilia
Il pranzo delle feste in Sicilia. Benvenuti!
Il pranzo delle feste in Sicilia. Benvenuti!

A cena non si può, per strada nemmeno. A pranzo forse sì ma in pochi e solo tra parenti stretti.

E allora io vi invito qui, a questa tavola virtuale dove c’è posto per tutti e dove l’ospite d’onore è la Sicilia.

Prendete posto, per ognuno di voi un piccolo cadeau: un suggerimento, un consiglio per continuare a sognare e gustare la Sicilia tra le pagine di un libro.

Sfincioni, cazzilli, panelle, votavota e scagliozzi a tinchité

A questa tavola presentatevi presto perché in Sicilia si inizia con un sostanzioso aperitivo, che da noi è chiacchiera, <passiu e curtigghiu>. Potremmo passare delle ore in strada o seduti a uno dei bar in terrazza sui tetti di Palermo o in riva allo Stretto, persino in inverno, quando il sole è caldo e generoso.

Da Piazza Marina a Palermo arriverebbero piscipanelli e cazzilli a tinchité. Non chiamatele crocchette. I cazzilli palermitani hanno il profumo del mare e dei vicoli di Ballarò. Perfetti con un calice ghiacciato Allemanda di casa Planeta, il moscato bianco di Noto che profuma di gelsomino e agrumi.

Lo sfincione bianco di Bagheria
Lo sfincione bianco di Bagheria. Tanta ricotta, mollica e cipolla

Ci sarebbe anche un’abbondante porzione di sfincione, quello classico, alto, con tanto caciocavallo. le sarde, la salsa di pomodoro e la cipolla. E visto che è Natale e qui in Sicilia amiamo esagerare aggiungiamo quello bianco che solo a Bagheria sanno fare, con la ricotta e la cipolla bianca.

Da Messina arriverebbe, croccante e goloso, un coppo di scagliozzi, triangoli fritti di farina di mais. Da Ragusa invece scacce e votavota. Mai provati coi broccoli arriminati?

Prima o poi li proverà anche Viola, la giornalista del romanzo “Conosci l’estate?” di Simona Tanzini, per la quale ogni persona ha una musica e un colore e che in Sicilia potrebbe decidere di restare. Di aperitivi se ne intende, di cibo di strada meno: il suo incontro con la frittola – nient’altro che cartilagini, grassetti e residui vari soffritti nello strutto e conditi con limone, pepe e alloro – non è stato dei migliori. Andrà meglio con il pane ca meusa?

Poteva mancare il Gattopardo? Al cospetto del Monsù
Il timballo delle feste
Il timballo delle feste

La tavola a Natale non può essere che ricca e sontuosa, degna di un monsù del Regno delle Due Sicilie. Ci concediamo quindi un timballo a sorpresa come quello di casa Salina. Lo foderiamo di pasta frolla o in alternativa di dorate fette di melanzana fritta. Dentro non ci saranno maccheroni ma anelletti con carne, uovo, prosciutto e primosale da accompagnare con un Mamertino rosso Vasari, Nero d’Avola e Nocera.

E se amate le setose melanzane siciliane scoprite la storia della celebre pasta alla norma e molto di più in “Le incredibili curiosità della Sicilia. Un viaggio di città in città per comprendere la vera anima dell’isola” di Francesco Musolino. Regalatevi anche “L’attimo prima” dello stesso autore dove si continua a parlare di cibo ma è cibo che ci aiuta a capire chi siamo.

I libri di Francesco Musolino
I libri di Francesco Musolino
L'aglio di Nubia, presidio Slow Food. Perfetto per il pesto alla trapanese
L’aglio di Nubia, presidio Slow Food. Perfetto per il pesto alla trapanese
Figuriamoci  i Florio. Di busiate e cous cous

Noi in Sicilia senza mare non ci sappiamo stare, neanche a tavola. E a Natale ci regaliamo un piatto di busiate fresche o di cous cous incocciato a mano che profuma di mare, quello della costa trapanese e delle Egadi che fece la fortuna dei Florio e delle numerose tonnare.

Stavolta verseremo un Ficiligno Baglio di Pianetto, Insolia e Viognier e sfoglieremo le pagine di “Blues di mezz’autunno” di Santo Piazzese aspettando il suo prossimo romanzo in arrivo in primavera.

Insalata di stocco
Insalata di stocco. Ci mettiamo anche i passuluna, le olive nere siciliane
Manca solo Carlo V. Stoccu e Spada con fantasma

Insalata di pesce stocco e sarde a beccafico. Se c’è spazio anche una caponatina di pesce spada che in riva allo Stretto ci sta sempre bene. Con un Faro Doc, quello di San Placido Calonerò, ricco e complesso. Chi l’ha detto che un rosso col pesce non va? E se poi c’è pure il fantasma tanto meglio.

Via XX Settembre - Simonetta Agnello Hornby
Via XX Settembre – Simonetta Agnello Hornby

Che il finocchietto selvatico sia abbondante e l’uvetta passa per le sarde a beccafico ammorbidite nel Marsala, magari quello maturato nelle botti centenarie delle cantine Florio.

Ci sarà un’insalata di arance e finocchi e senapi e cavuliceddi ripassati in padella con un po’ di mollica atturrata se vi piace.

Due libri da mettere sotto l’albero: “Un giorno sarai un posto bellissimo” di Corrado Fortuna; “Non c’è più la Sicilia di una volta” di Gaetano Savatteri.

Non andate via. In Sicilia coi dolci facciamo sul serio

Al pranzo di oggi facciamo le cose per bene e sulla tavola riccamente apparecchiata sistemiamo cannoli e cassate accanto genovesi ericine e ‘mpanatigghi modicane: sontuosa ricotta per i primi due; crema gialla per le terze, carne, cioccolato e cannella per le ultime.

Potrebbe forse raccontarvene la storia la vicina e padrona di casa del vicequestore Vanina Guarrasi nei romanzi di Cristina Cassar Scalia. Se non la conosce accontententavi di una Minna di Sant’Agata e della ricetta che trovate in “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa.

Il sanguinaccio dell'Immacolata - Giuseppina Torregrossa
Il sanguinaccio dell’Immacolata – Giuseppina Torregrossa

Per brindare vi offro un Grillodoro Gorghi Tondi, un prezioso vino passito muffato. Sarà perfetto con il buccellato: una golosità a base di arancia, zuccata, noci, cacao e cannella che vi racconterà ancora una volta  Giuseppina Torregrossa, in “Il sanguinaccio dell’Immacolata”.

Sua maestà il buccellato
Sua maestà il buccellato

Infine un’umile cuccìa a base di grano, in onore di Santa Lucia la cui ricetta ce la presenta Simonetta Agnello Hornby in “Via XX Settembre”. Ricetta semplice, una storia antica e importante. Che porti luce a questa tavola e all’anno che verrà.

P.S. – La spesa la facciamo a Palermo alla Vucciria. Ad accompagnarci il maestro Camilleri che ci racconta una delle meraviglie della nostra terra, La Vucciria di Guttuso.

Il conto delle minne - Giuseppina Torregrossa
Il conto delle minne – Giuseppina Torregrossa

Inutile che vi raccomandi tutte le avventure del Commissario Montalbano: cominciate da “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”. Non potrete farne più a meno.

La Sicilia è Camilleri
La Sicilia è Camilleri. Fate una scorta di libri “bastevole” per le feste!

Andrea Sposari. Lo street artist siciliano che racconta i borghi

Andrea Sposari

U paorgiu, la trottola - Novara di Sicilia
U paorgiu – Novara di Sicilia

Andrea Sposari lo incontro a Borgo Cannistrà in una sera di fine estate.

Ne sono felice, di lui si parla tanto negli ultimi tempi, amo i suoi lavori e ho appena ammirato quelli che ha realizzato in questa piccola frazione a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto.

Riflettiamo insieme sul fatto che in passato la street art non c’era e chi, come lui, amava stencil e bombolette spray, era considerato nient’altro che un <imbratta muri>.

Oggi i suoi murales cambiano il paesaggio di borghi e piccoli centri siciliani come Sant’Agata del Bianco, Furnari, San Michele di Ganzaria, Acquedolci, Tripi, Novara di Sicilia. Sono tante le amministrazioni comunali in Italia a chiedere il suo intervento per tradurre in arte l’identità dei luoghi. Festival e progetti a cui partecipa si trasformano in volano di promozione del territorio.

Andrea Sposari, in arte Spos.Art, street artist siciliano da sempre innamorato di questa forma d’arte, diventa ingegnere al Politecnico di Milano ma torna alla sua passione e alla sua terra e ne fa mestiere.

L’anno scorso  è protagonista  dell’ultima edizione del Techfest di Bombay, tra le manifestazioni più importanti del settore, inaugurata dai premi Nobel in fisiologia ed economia Richard John Roberts e Eric Maskin e per la quale realizza un murales dedicato alla scienza.

Macro micro universe - Techfest Bombay
Macro micro universe – Techfest Bombay

Le storie di ieri - Novara di Sicilia
Le storie di ieri – Novara di Sicilia

 – Andrea, quanto è stato importante “crescere” in contesti cosmopoliti come Milano? Cosa ti hanno lasciato le esperienze in giro per il mondo?

Per quanto ultimamente il tema della migrazione dal sud al nord sia un tema particolarmente delicato e giusto sotto alcuni punti di vista, non posso fare a meno che consigliare a chiunque una esperienza di vita in città cosmopolite. Personalmente a me è servita a completare un processo di crescita e formazione personale iniziato qualche anno prima. Credo sia stato fondamentale per me e nonostante mi sia trasferito a Milano per laurearmi in qualcosa che non ha nulla a che vedere con la mia professione se tornassi indietro lo rifarei sempre. Alla fine non tutte le scelte sono formative solo se coerenti con il percorso futuro e anche se può sembrare strano, alcune opere che ho realizzato fino ad ora non sarebbero state concepite senza una formazione di natura scientifica. Per quanto riguarda le esperienze è difficile rispondere, io le vedo come rotture degli schemi mentali abituali dal quale nascono nuove diramazioni.

 – Dal locale al globale e ritorno. Nel 2019 assumi la direzione artistica del festival <Nto menzu a a na strada> che, ancora una volta, trasforma Borgo Cannistrà in esempio virtuoso di territorio che rinasce e si reinventa. Com’è andata con la gente del posto? Che tipo di feed back ricevi di solito nei luoghi in cui lavori?

People have the power. Nto menzu a na strada 2019. Borgo Cannistrà
People have the power. Nto menzu a na strada 2019. Borgo Cannistrà

Di Cannistrà ho solo ricordi e parole positive. La gente del posto che vuole far rinascere il borgo come Tonino, Enzo o la signora Maria ( ne cito solo alcuni ma sono fantastici tutti i componenti dell’associazione culturale Cannistrà) è di un’ospitalità e cordialità disarmante. Tutti gli artisti che hanno partecipato alla prima edizione di “Nto menzu a na strada” hanno conservato un ricordo bellissimo e spesso si parla di voler tornare anche solo per una visita. I feed back sono variopinti ma solitamente lavorando spesso in piccoli borghi vergini, all’inizio c’è della curiosità mista a scetticismo e alla fine stupore e soddisfazione fortunatamente.

 – La tua arte racconta la Sicilia. Tradizioni e folklore. Penso a <U paorgiu>, la tipica trottola e a “Il lancio del Maiorchino”, il formaggio prodotto a Novara di Sicilia, le cui forme vengono fatte rotolare giù per i vicoli del borgo. Come scegli i soggetti?

Il lancio del Maiorchino - Novara di Sicilia
Il lancio del Maiorchino – Novara di Sicilia

Per la scelta dei soggetti non ho una regola fissa, alcune volte mi ispiro alla cultura del luogo e quindi a tradizioni o avvenimenti in particolare, altre volte preferisco fare di testa mia e sviluppare tematiche che in quel particolare periodo stuzzicano la mia fantasia. Diciamo che ogni “lavoro” è a sé, quindi potrebbe accadere di tutto, chiaramente non andrei mai a realizzare qualcosa che stona completamente con il contesto o che non abbia una certa armonia con l’ambiente circostante.

 – La street art diventa macchina del tempo. A Tripi collabori con la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina per il recupero e racconto dell’antica Abakainon.  Che cos’è Abakainon Andrea? Come la fai rinascere dal passato? Può la street art far rivivere la storia dei luoghi?

La fucina di Efesto - il Conio di Abakainon, Tripi
La fucina di Efesto – il Conio di Abakainon, Tripi

Abakainon è la necropoli, o meglio i resti della necropoli, che è possibile visitare a Tripi. Una città che in età ellenistica aveva grande importanza in quanto sede di conio insieme alla già famosa Zancle. Intorno ad Abakainon, con l’amministrazione comunale di Tripi, la sovrintendenza e il Politecnico di Bari è nato un progetto di street art che racconta miti e realtà di quella antica e affascinante cultura. Un progetto virtuoso che mi ha tanto stimolato e divertito e che si appresta a continuare con la realizzazione di un’altra opera. La faccio rinascere grazie alla rielaborazione in chiave personale e con una tecnica moderna. Così come i geroglifici, le pitture rupestri o le iscrizioni maya ci hanno raccontato popoli passati, la street art può far rivivere la storia dei luoghi.

Il Regno di Ade - Tripi, Messina
Il Regno di Ade – Tripi, Messina

Toro Androprosopo - Il Conio di Abakainon, Tripi
Toro Androprosopo – Il Conio di Abakainon, Tripi

– La street art è specchio del tempo che viviamo, precario e funambolo. Tvboy mette la mascherina agli innamorati del Bacio di Hayez, alla Gioconda e persino a Gesù e agli Apostoli dell’Ultima Cena; George Floyd e murales che raccontano il movimento Black lives matter sono ovunque in America; Giovanna Botteri diventa superman grazie a LeDiesis. Cronaca, denuncia, messaggio rientrano nel tuo codice espressivo?

Sì, rientrano nel mio codice espressivo ma in maniera molto diversa rispetto all’arte concettuale che caratterizza il nostro secolo. Gli esempi che hai sopracitato hanno la caratteristica di essere immediati e adatti allo sguardo fuggevole. Io per natura non riesco a immaginare il messaggio con questa tecnica, sono più ermetico e di conseguenza necessita di un’analisi più approfondita e spesso non è neanche sufficiente. É anche il motivo per il quale non voglio che le persone cerchino di capire il pensiero che mi ha portato a quell’opera bensì mi interessa di più il pensiero personale che sviluppano attraverso l’osservazione.

Un proiettile non basta per uccidere un'idea. In memoria di Giuseppe Lo Giudice
Un proiettile non basta per uccidere un’idea. In memoria di Giuseppe Lo Giudice. San Michele di Ganzaria

 – “Leggerezza”. L’arte che cura. Realizzi con Nicolò Amato, in arte NessuNettuno, <Leggerezza> per l’ambulatorio di oncologia dell’ospedale Papardo a Messina. Di quanta bellezza abbiamo bisogno Andrea? Può l’arte consolare, curare?

Purtroppo abbiamo un grande vuoto generazionale non abituato alla bellezza per cause che non stiamo qui a discutere altrimenti ci perderemmo, perciò abbiamo bisogno di tanta bellezza. Niente di irrimediabile comunque. L’arte ha da sempre curato l’anima di chi la osserva e di chi la produce, dunque assolutamente sì. A seguito del murale al Papardo ho avuto riscontri gratificanti di persone, disgraziatamente, in cura lì. Questo non può che rendere me e Nessunettuno molto orgogliosi e felici.

 – Con quale artista vorresti lavorare?

Momentaneamente mi piacerebbe molto lavorare con Bosoletti, Belin, Smug e Sebas Velasco.

 – A cosa stai lavorando?

Sto lavorando ad un festival di street art che dovrebbe svolgersi entro l’estate prossima se tutto va bene, ad alcuni progetti che spero di farvi vedere presto nel nostro hinterland tra cui una chiesa (penso la prima in provincia e forse in tutta la regione), a progetti sperimentali che potrebbero incrementare la mia impronta stilistica e infine c’è in ballo la partecipazione ad un festival internazionale che spero tanto andrà in porto ambasciata italiana permettendo.

Non voglio vivere in una storia mai raccontata - Sant'Agata del Bianco
Non voglio vivere in una storia mai raccontata – Sant’Agata del Bianco

A chi vedo vedo -Sant'Agata del Bianco
A chi vedo vedo -Sant’Agata del Bianco

Tutte le foto di questo articolo sono state gentilmente concesse dall’artista Andrea Sposari che ringrazio per la spontaneità ed estrema semplicità con le quali ha aderito a questa intervista. Alla prossima Andrea, grazie.

Caravaggio in Sicilia. Tra luce e follia

Caravaggio in Sicilia. Foto web

Maledetto e illuminato. Una leggenda che il tempo non scalfisce ma amplifica.

Caravaggio superstar. Basta farne cenno perché l’attenzione cresca e il suo pubblico si mobiliti.

E non c’è occasione in cui il privilegio di ammirare uno dei suoi lavori non stupisca e commuova.

Nei giorni in cui divampano le polemiche per il prestito ed il restauro de <Il Seppellimento di Santa Lucia> realizzato dal pittore a Siracusa negli ultimi anni di vita e <in prestito> negli ultimi mesi al Mart di Rovereto, ripercorriamo le tappe siciliane dell’artista e quello che oggi rimane del suo passaggio.

Lo facciamo muovendoci nello spazio, nel tempo e nel racconto. Quello del maestro Camilleri che nel 2007 gli dedicò <Il colore del sole>, di uno studioso come Alvise Spadaro, del fumettista Lelio Bonaccorso e della scrittrice Nadia Terranova, di guide e storici dell’arte appassionati che oggi tutelano e raccontano l’arte e i luoghi di Michelangelo Merisi in Sicilia.

La stagione siciliana ha inizio a Siracusa. O forse no. Sulle tracce del mito
Seppellimento di Santa Lucia. Foto web
Seppellimento di Santa Lucia. Foto web

Appena un anno. Caravaggio approdò a Siracusa sul finire del 1608 e al termine dell’estate del 1609 era già per la seconda volta in Campania. Scappava da Malta dove poco prima era giunto per fuggire da Napoli e prima ancora da Roma. Una vita segnata da risse, gioco d’azzardo, donne e persino un omicidio, quello di Ranuccio Tommasoni nel 1606 a Roma che gli valse la condanna alla decapitazione.

Raggiungete Caravaggio nella splendida Piazza Duomo in Ortigia, incontratelo nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, regalatevi del tempo per godere ogni dettaglio del Seppellimento di Santa Lucia che l’artista realizzò a Siracusa.

È questo che vi incoraggerei a fare.

Siracusa. Piazza Duomo e sullo sfondo, Santa Lucia alla Badia
Siracusa. Piazza Duomo e sullo sfondo, Santa Lucia alla Badia

In realtà al momento della realizzazione di questo articolo l’opera del Caravaggio è al Mart, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e pare che se ne debba attendere il restauro prima di vederla tornare al suo posto. Giungerà forse a Siracusa il 13 dicembre, in occasione dei festeggiamenti  in onore di Santa Lucia, la Santa Patrona, per poi tornare al nord.

In attesa di rivederla lì dove Caravaggio l’ha concepita, regaliamoci un altro viaggio. Un viaggio nel romanzo di Andrea Camilleri <Il Colore del Sole> di cui è protagonista e narratore.

È a Siracusa che inizia anche la storia del maestro Camilleri: un biglietto misterioso, una sorta di sequestro lampo, l’incredibile scoperta di un diario che Caravaggio avrebbe scritto negli ultimi anni e che avrebbe affidato all’amico fidato Minniti prima di morire.

Le parole servono anche a questo: a ricreare, come per incanto, l’euforia della scoperta, il piacere dell’immagine che prende forma, la consapevolezza di assistere a ciò che in quel momento è vero, tangibile, possibile. È come se foste lì e aveste tra le mani le pagine del diario dell’artista “dall’odore della carta e dell’inchiostro secolari”.

Valle dei Templi. Agrigento
E se invece la prima tappa fosse stata Agrigento?

Ecco che allora non è Siracusa la prima meta del Caravaggio ma Agrigento, dove  si ferma a contemplare incantato il Tempio della Concordia. Non era forse Caravaggio innamorato dell’arte classica in Sicilia tanto da aver coniato l’espressione <orecchio di Dionigi> per indicare la Grotta delle Latomie? E l’ambientazione del Seppellimento di Santa Lucia non sembra proprio quello delle latomie?

Michelangelo Merisi avrebbe poi fatto sosta a Licata dove avrebbe conosciuto  Mario Tornasi, il capostipite della famiglia dell’autore del Gattopardo, e avrebbe realizzato il San Girolamo nella fossa dei leoni, opera attualmente conservata nella chiesa della Confraternita di San Gerolamo della Misericordia e attribuita alla scuola del Caravaggio.

E persino a Caltagirone dove Alvise Spadaro, nel suo <Caravaggio in Sicilia. Il percorso smarrito> racconta di quando bambino ascoltava la storia del pittore geniale che rimase incantato davanti una Madonna cinquecentesca calatina e disse: “Chi la vuole più bella vada in Cielo“.

Ancora una tappa. Caravaggio si rifugia a Messina

Sono mesi di furore e paura. Paura di essere scoperto e raggiunto dalla condanna a morte emessa a Roma e da quella ancor più pericolosa decretata dall’Ordine dei Cavalieri di Malta dopo la rocambolesca fuga dal Forte di Sant’Angelo.

Caravaggio arriva a Messina e realizza due opere grandiose, la Resurrezione di Lazzaro commissionata dal ricco mercante genovese Giovanni Battista de Lazzari e l‘Adorazione dei pastori, voluta dal Senato cittadino.

Sono entrambe custodite al Mume, il Museo Regionale di Messina insieme agli Antonello da Messina e i Montorsoli e accanto collezioni archeologiche (il rostro romano recuperato nelle acque del Tirreno), numismatiche, di arti decorative e arredi sacri. Un museo appassionante e appassionato che vi consiglio di visitare nel nucleo originario e nella parte tutta nuova e da qualche anno inaugurata.

Si potrebbe passare delle ore ad osservare i due dipinti del Caravaggio nella sala a lui dedicata o ad ascoltare i racconti legati a questi capolavori durante le visite organizzate dal museo interdisciplinare.

Ci soffermiamo sul primo, la Resurrezione di Lazzaro, che Francesco Susinno, biografo settecentesco, raccontò sia stato gravemente danneggiato dallo stesso Caravaggio, furioso per le critiche rivoltegli, e realizzato una seconda volta di fretta e furia.

Altra ipotesi, assai più coinvolgente e legata agli studi della storica dell’arte e funzionario del Museo di Messina Donatella Spagnolo, collegherebbe quel Lazzaro a un altro luogo e a un’altra storia, quella di San Placido, giunto a Messina nel VI secolo dopo Cristo su ordine di San Benedetto per fondare il primo monastero dell’ordine.

San Placido morì martire sotto i turchi insieme ai fratelli Eutichio, Vittorio e Flavia e le loro spoglie furono ritrovate nel 1588, durante i lavori di ristrutturazione della chiesa di San Giovanni di Malta. Un evento di grande rilievo e clamore che, con ogni probabilità, arrivò alle orecchie di Caravaggio giunto a Messina pochi anni dopo.

Le ossa ai piedi di Lazzaro potrebbero alludere al ritrovamento dei resti del martire e dei suoi fratelli e Lazzaro stesso al ragazzo che in quegli stessi anni le cronache raccontano essere stato miracolosamente guarito da una malattia polmonare.

Non è forse benedetta l’acqua che ancora oggi sgorga nel giardino della chiesa di San Giovanni di Malta? La tradizione vuole che l’acqua zampilli proprio lì dove le spoglie di San Placido vennero trovate e che, nei secoli, abbia curato e aiutato. Proprio lì dove, ancor oggi, cresce un ulivo secolare che discende da quello del supplizio, accanto cui San Placido morì.

C’è poi un altro tassello che collega Caravaggio alla chiesa di San Giovanni di Malta a Messina: l’ospitalità e accoglienza fornite dal Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, legato ai Medici e al cardinale Del Monte, antico protettore dell’artista. Da questo incontro sarebbe nato il celebre ritratto del Martelli oggi conservato a Firenze presso Palazzo Pitti.

Della struttura cinquecentesca della chiesa di San Giovanni di Malta, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane una piccola porzione. Grande parte della struttura fece posto nei secoli a quello che oggi è il palazzo che ospita Questura e Prefettura.

Resta comunque oggi un luogo dalla grande bellezza che custodisce il tesoro di San Placido e quello, molto più prezioso, legato alla storia e alle tradizioni della città, nonché, nell’immaginario collettivo, la chiesa rifugio del Caravaggio. É l’associazione Aura a curarne, con passione e professionalità, le visite e la promozione sul territorio.

Caravaggio è pop e a fumetti

Il viaggio di Caravaggio a Messina continua e si arricchisce grazie ad una nuova pubblicazione, un fumetto fresco di stampa, Caravaggio e la ragazza, Feltrinelli Comics, i cui autori sono Nadia Terranova, scrittrice e Lelio Bonaccorso, illustratore.

Ancora una volta il genio maledetto ispira bellezza e una ritrovata identità per la città sullo Stretto. Storia e finzione si intrecciano, ripercorrendo il soggiorno messinese e la creazione delle opere oggi custodite al MuMe e regalando una nuova pagina alla vita dell’artista con il registro e gli strumenti tipici del fumetto.

Palermo. Una leggenda senza fine

Di un’altra Natività si parla a Palermo, quella con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi che Caravaggio avrebbe realizzato in un periodo di relativa pace prima di un nuovo viaggio verso Napoli nel 1609.

Custodita per secoli nell’Oratorio di San Lorenzo nei vicoli del centro storico, incorniciata dai celeberrimi angeli del Serpotta, venne trafugata da mano ignota nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969.

Inchieste, racconti e persino produzioni televisive e cinematografiche hanno, negli anni, provato a ricostruire il furto ma, ad oggi, nessuno sa realmente che fine abbia fatto la Natività del Caravaggio.

La si racconta seppellita nelle campagne palermitane insieme a denaro e droga per mano di narcotrafficanti, distrutta da maiali e topi, al centro di trattative con lo Stato da parte della mafia siciliana, passata da collezionista a mediatore e persino rivenduta in quattro parti ad acquirenti differenti.

Ne parla Sciascia in <Una storia semplice>, i registi Roberto Andò in <Una storia senza nome> , uscito nelle sale nel 2018 con Alessandro Gassman e Micaela Ramazzotti, e Massimo D’Anolfi in un documentario girato tanti anni fa e ritornato alla ribalta da poco tempo.

Perché tanto clamore per questo documentario? Perché registra la testimonianza di Monsignor Rocco Benedetto, all’epoca del furto parroco dell’Oratorio di San Lorenzo, protagonista di una trattativa con la mafia per il recupero dell’inestimabile tela.

Al parroco arrivò una foto del quadro rubato e venne chiesta la pubblicazione di un annuncio sul Giornale di Sicilia come segnale. Pubblicazione che ci fu e che portò, si racconta, alla consegna di un frammento del dipinto. La trattativa però si fermò lì , il parroco, morto nel 2003, indagato e poi scagionato, la Natività, ancora una volta, persa per sempre.

A sostituirla, da qualche anno, una copia patrocinata da SkyArte e realizzata grazie a sofisticati scanner, collocata proprio lì dove una volta era collocato l’originale dipinto da Caravaggio.

Secondo gli studi di Alvise Spadaro, una copia realizzata dal pittore siciliano Paolo Geraci solo pochi anni dopo l’esecuzione dell’originale, è stata ritrovata nelle stanze della Prefettura a Catania.

Un’altra copia, stavolta contemporanea e molto pop, la trovate invece sui muri del piccolo borgo sui Nebrodi San Salvatore di Fitalia realizzata dallo street artist Andrea Ravo Mattoni insieme ad altre opere del pittore geniale e maledetto.