Ma com’è il caffè in Vietnam? E la cioccolata?

 

 

Sono un animale da bar. Sono capace di passarci ore sorseggiando un caffè mentre leggo, scrivo o mi limito a guardare la gente che passa. E ho trovato il mio posto nel mondo dove quasi cento milioni di abitanti fanno del rito del caffè un momento clou della giornata. Amici viaggiatori, vi presento il ca phe vietnamita.

In Vietnam diventerai ca phe dipendente…

In Vietnam esistono caffetterie di ogni tipo: semplici botteghe con gli sgabelli di plastica sul marciapiede, grandi catene, ritrovi decisamente trendy affollati da gente giovane ed expat. In tutte, bere un caffè significa “staccare”, prendersi del tempo, trovare l’energia giusta per affrontare la giornata.

Leader mondiale sul mercato con le sue Robusta e Arabica, il caffè vietnamita è forte e aromatico. Goccia a goccia viene filtrato nel bicchiere di vetro attraverso il phin, un contenitore per lo più in latta dove si inserisce il caffè e attraverso cui passa l’acqua. Operazione lenta e quasi ipnotica, trasforma il rito del caffè in pausa corroborante e profumata.

A me piace il ca phe den nong, nero e caldo, ma in Vietnam va forte anche il ca phe da, freddo e con ghiaccio. Scordatevi di aggiungere il classico latte e lo zucchero. Qui si va di latte condensato con il quale si fa il ca phe sua da, versandone una buona dose sul fondo del bicchiere. Più lo si mescola con il caffè che scende dal phin, più è dolce.

Se il caffè lo prendete zuccherato allora provate anche la versione con il cocco e quella con l’uovo, il ca phe trung da, per gli stranieri egg coffee. Secondo me sono più un dessert che un caffè ma in molti ne vanno matti.

E il cioccolato?

 

Di solito quando si va nel sud est asiatico non si pensa certo al cioccolato eppure di piantagioni di cacao in Vietnam ce ne sono e sembra producano una materia prima eccellente. A scoprirlo e a trasformarlo in un business sono stati due francesi, Vincent Mourou e Samuel Maruta che insieme hanno dato vita alla Maison Maurou, Faiseurs de Chocolat. Eh sì, perché alla Maison Marou non ci si limita a vendere cioccolato: le fave di cacao selezionate nelle piantagioni locali senza intermediari, dopo una prima essiccatura vengono trasferite in boutique, tostate, lavorate e trasformate nella delizia che trovate nei banchi sotto forma di barrette, cioccolatini, pralines, dolci al cucchiaio. Ciò che trovo straordinario è che la produzione e trasformazione del cacao avviene a vista. Puoi seguire il team Marou mentre prepara la delizia che poi assaggerai.

Sui tavolini ci sono bocce di vetro con alcune fave appena tostate. Ne ho presa una infilandola nella tasca dei pantaloni e per giorni ha continuato a sprigionare un profumo delicato e goloso allo stesso tempo. Di varietà ce ne sono davvero tante ma mi soffermerei sul cioccolato che prende il nome dalla località vietnamita da cui proviene: Dak Lak, Ba Ria, Lam Dong, Dong Nai, Tien Giang, Ben Tre. Ogni zona dona al cacao profumo e retrogusto diversi grazie a frutta e spezie presenti. E’ la natura che decide, il sapore cambia.

La prima Maison Marou è nata a Ho Chi Minh City, vecchia Saigon, 167-169 Calmette Street, District 1; la seconda è ad Hanoi, 91 Tho Nuom. Me l’ha detto Russiana all’Essence Restaurant nel Quartiere Vecchio raccontandomi che non può più fare a meno del cioccolato Marou…

Ciclopica. Da Rodin a Giacometti. Mostra evento a Ortigia

C’è tempo fino al 30 ottobre per godere di Ciclopica. Da Rodin a Giacometti, la mostra evento a Siracusa, nel cuore di Ortigia, nell’ex convento di S.Francesco.

La grande scultura dell’Ottocento e del Novecento che anima tre sale e lo spazio esterno della struttura da poco riaperta al pubblico e tornata al suo antico splendore.

Il viaggio inizia col colore e l’energia di Sebastian, lo scultore messicano contemporaneo autore di colossali opere di cui, all’ex convento di San Francesco, sono in scena i modelli.

Il visitatore viene accolto da un’esplosione di rosso, giallo, blu elettrico che anticipa l’unicità e la complessità delle opere all’interno: più di cento opere che attraversano due secoli, da un bozzetto dei Borghesi di Calais di Rodin a due capolavori di Giacometti, circondati dalla potenza espressiva del Manzù e da Marino Marini che avevo incontrato per la prima volta al Peggy Guggenheim a Venezia.

Accanto, La Pietra dell’Amore di Giansone. L’attento personale presente mi racconta dell’ingiusto oblio in cui cadde per tanto tempo l’artista che in vita rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia e la donazione di una sua opera al Guggenheim. Al centro della sala una piccola scultura di Henry Moore e sulla parete vicina la Medusa sullo scudo di Theimer Ivan.

La terza sala stordisce e smarrisce: nella cornice dell’antico convento dalle cui pareti affiorano resti e bellezza, la prima cosa che noti è il contrasto con l’Hortus Conclusus di Mimmo Paladino, moderno, essenziale, ipnotico.

Alle spalle faccio un piacevole deja vu con Marco Lodola. Ci eravamo già incontrati a Locorotondo la scorsa estate tra cummerse e trulli all’interno della minuscola chiesa del Seicento di San Nicola. Anche allora il gap tra le sue opere e gli antichi affreschi regalava un melting pot di storia e arte. Pop e neon a Ortigia con il suo Omaggio a Jean Cocteau.

In una teca, l’unica opera di Pablo Picasso, Face Tankard, una ceramica coi toni del blu. Vicino Arnaldo Pomodoro e poco distante due opere di Mc Elcheran William.

Infine un imprevisto ritorno in Cina,  al mio viaggio nell’iconico 798 Art District di cui ricordo la forza e l’innovazione e a Xian, grazie alle teste dei Guerrieri dell’Esercito di Terracotta di Zhang Hong Mei. La Cina del futuro e quella del passato con un Buddha del XVI secolo, unico reperto antico insieme a maschere tribali africane.

Il viaggio non termina qui. All’uscita altra bellezza, dalla Demetra di Girolamo Ciulla al Trans-porto di Paola Epifani, meglio nota con il nome d’arte Ramabama. Le ricordate le sue tre opere sul lungomare a Reggio Calabria, poco prima del MArRC, il Museo Archeologico Nazionale? Ma questa è un’altra storia.

 

Breslavia. Di gnomi e mercati dei fiori notturni con Giusi Arimatea

Breslavia, ne avete mai sentito parlare? Io no. L’ho scoperta grazie a Giusi Arimatea, giornalista e amica che, nel suo girovagare per il mondo, di tanto in tanto pensa a me e lascia al mattino un dono inaspettato tra i nuovi messaggi su messenger. “Un pensierino per viaggimperfetti”, mi scrive. E io già pregusto il racconto che seguirà perché Giusi riesce a portarmi lontano solo con le parole…
Breslavia, in polacco Wrocław, è una bellissima città della Polonia, capitale europea della cultura nel 2016 e patria di un gran numero di gnomi in metallo sparsi per le strade del centro e in periferia, simbolo di libertà e passata ribellione. 
Dodici isole collegate fra loro da centododici ponti e il fiume Oder ad attraversarla. Così che Breslavia è stata soprannominata la Venezia polacca. E di Venezia possiede l’eleganza, la vitalità, quei tratti decadenti che ne amplificano il fascino. 
Il cuore di Breslavia, tra le imponenti architetture gotiche, rinascimentali e barocche, batte giorno e notte. 
Accanto alla Piazza del Mercato c’è la Piazza del Sale che ospita un mercato dei fiori aperto anche di notte, insieme ai bar, ai pub, alle birrerie, molti dei quali in stile bohémien, popolati da gente di ogni età. Inevitabile diventarne un frequentatore assiduo. 
Così che un viaggio di lavoro, organizzato per assistere a due spettacoli teatrali e visitare il Grotowski Institute, si è trasformato in una breve e divertente vacanza, all’insegna di quella mondanità cui generalmente ti sottrai e del buon cibo. 
Tipica specialità polacca i pierogi, deliziosi panzerotti a forma di mezzaluna con ripieni diversi. Economici come tutta la ristorazione e più in generale la vita a Breslavia. 
Scriverne è un po’ come scorrerne mentalmente i fotogrammi. Alcuni di essi ti richiamano la storia di tutta l’Europa centro-orientale, altri l’Occidente dei grattacieli a vetri, altri ancora i casermoni anni Settanta di certa Berlino .
Nell’insieme, Breslavia è una città senz’altro da scoprire, da visitare, o meglio “da vivere” visitandola e scoprendola.
Poche ore appena e la senti già tua.

MArRC a Reggio Calabria. Con i Bronzi tanto di più

Il palazzo che lo ospita, Palazzo Piacentini, dal nome dell’architetto che, ad inizio Novecento lo ideò pensando a una struttura moderna ispirata ai musei europei dell’epoca, è stato rimesso a nuovo appena qualche anno fa. Ti accoglie un ampio cortile interno dai colori neutri, il cui tetto, a vetri, lascia filtrare libera la luce lungo tutta l’altezza dell’edificio. Piazza Paolo Orsi si chiama, un omaggio al celebre archeologo trentino che in tanti modi ha contribuito alla creazione del museo. Una piazza che si anima ad ogni evento e in occasione delle mostre temporanee che la occupano a rotazione. Una piazza che accoglie idealmente le genti e le culture che dalla preistoria alla romanizzazione hanno dato forma e vita alla regione Calabria.

Oggi il Museo Archeologico Nazionale, al cuore del centro storico di Reggio Calabria, tra piazza De Nava da un lato e il lungomare Falcomatà dall’altro, è un buon punto di partenza per vivere la città e scoprirne la storia. Un museo aperto al cittadino con una biblioteca da poco inaugurata con venticinquemila volumi su ambiti che spaziano dall’etnologia alla filosofia greca e latina, passando per numismatica e filologia. Testi rari e volumi preziosi e una sala lettura aperta al pubblico a cui sono dedicati anche stage e tirocini. Infine, uno spazio dedicato ed attrezzato per l’intervento sui reperti al piano seminterrato del museo per il restauro e la conservazione dei reperti.

Centinaia di vetrine su quattro livelli. Dalla street art ante litteram ai Bronzi di Riace e Porticello

Il viaggio inizia circa un milione di anni fa al secondo piano, livello A, Preistoria e Protostoria – Età dei Metalli, con le prime tracce lasciate dall’Homo Erectus e due scheletri sepolti insieme che risalgono al Paleolitico e che sono stati rinvenuti nella Grotta del Romito di Papasidero.

Con loro, i nostri antenati che considereremo guide immaginarie, arriveremo idealmente alla sala in cui sono esposti i Bronzi di Riace, tesoro straordinario e identitario del museo, lungo un percorso con un unico comun denominatore: la cultura e l’identità di una regione attraverso l’espressione e le tracce lasciate dai popoli che hanno concorso a definirla.

Come vivevano, pregavano, amavano, si divertivano, persino come le donne amavano farsi belle. Già al livello A, unguenti e trousse per il trucco, gioielli fatti di conchiglie forate, statuine femminili simbolo di fertilità. E poi le prime ceramiche, lame, punte, spatole. Dietro ogni oggetto vita quotidiana, abitudini, persone che sembrano apparire e raccontare la propria storia grazie ai puntuali e numerosi pannelli esplicativi.

E infine esempi di arte rupestre: segni primordiali, iniziali esempi di espressione di idee e pensieri. Un’incisione del Bos Taurus Primigenius su un masso rinvenuta nella Grotta del Romito di Papasidero il cui calco è esposto al museo.

Le forme e le immagini cambiano scendendo al primo piano, livello B e al piano ammezzato, livello C. Siamo idealmente giunti all’VIII secolo a.C. Nascono e diventano sempre più belle le colonie della Magna Grecia. Sibari e Crotone, le più antiche e poi Medma, oggi Rosarno e Hipponion, l’odierna Vibo Valentia, Caulonia, Locri. Ciascuna con le proprie monete, col simbolo del toro con la testa rivolta all’indietro quella di Sibari; col tripode, simbolo dell’oracolo di Apollo a Delfi quella di Crotone.

Accanto una splendida sezione dedicata al teatro, quella sui santuari con le offerte e i modellini di fiori e frutta e i costumi funerari.

Bellissimi i corredi funerari femminili: un contenitore per profumi con le sembianze di una menade danzante e raffinati specchi in bronzo.

E infine la sezione dedicata a Lucani e Brettii con la Casa del Mosaico del II-I secolo a.C., situata presso l’antica Taureana, oggi Palmi, con un letto in bronzo e un mosaico dalle minuscole tessere policrome che creano una scena di caccia. Due cacciatori a cavallo con giavellotti e uno a piedi, che circondano un orso e tre cani che lo attaccano. Alle spalle un albero e un cinghiale. Occupava il centro della sala, anch’esso a mosaico coi toni del bianco e del nero, interamente realizzato con la tecnica dell’opus vermiculatum: piccole tessere  sistemate su un letto di calce a sua volta steso su una lastra di pietra.

Scegline solo tre. Tre tesori all’interno del MArRC

Che la quantità e la qualità di reperti sia notevole è evidente. Centinaia di vetrine disposte su quattro livelli e una storia dietro ogni oggetto. Ad ognuno quello il cui ricordo resterà più vivido e la scoperta più emozionante. Scegliamone tre e partiamo dagli oggetti legati al Santuario di Grotta Caruso, scoperto da Paolo Enrico Arinas nel 1940, vicino Locri.

E’ questo il bello del MArRC: i reperti si animano e raccontano, vasellame e miniature tornano a comporre la coreografia che un tempo era stata ricreata all’interno della grotta per venerare le Ninfe e celebrare i riti iniziatici delle giovani donne locresi prima delle nozze. Immaginate un bacino semicircolare, una struttura di blocchi irregolari a fare da sfondo e un ingegnoso sistema di drenaggio che consentiva il giusto e costante livello dell’acqua e persino zampilli e spruzzi. I doni votivi rinvenuti, modellini in terracotta della grotta e le erme, piccole colonne con le teste delle ninfe poste sopra, completano l’immagine della grotta dentro cui sembra quasi di vedere le fanciulle entrare a passo di danza e scivolare lentamente dentro l’acqua.

La magia torna al piano dedicato al Santuario della Passoliera, scoperto nel 1916 da Paolo Orsi. Colpa di un vigneto, per la costruzione del cui impianto questo splendido santuario vide nuovamente la luce. Siamo a Terzinale, poco lontano dall’antica Kaulonia, tra Monasterace Marina e Punta Stilo. Qui, il grande archeologo identificò il sito i cui resti sono stati disposti nella grande sala in modo da percepirne la maestosità e grandezza di un tempo: i gocciolatoi dalla testa di leone riempiono lo spazio alternando macchie di rosso, nero, argilla.

Per l’ultimo dei tesori scelti occorre tornare al secondo piano ed idealmente all’interno della grotta di Sant’Angelo, cavità carsica  alle spalle del moderno abitato di Cassano Jonio. Qui vivevano genti dedite principalmente all’allevamento e alla pastorizia durante il Neolitico e fino alla tarda età del Bronzo. Ce lo raccontano gli oggetti rinvenuti all’interno tra cui particolare importanza hanno alcuni vasi in ceramica. Cosa hanno di speciale? Appena cinque disegni dipinti e incisi sul fondo, segni elementari che sembrano rimandare a oggetti concreti: una spiga di grano, un triangolo, forse in realtà un monte, una croce, una testa di bue e un elemento vegetale. Si tratta di un marchio riconducibile alla proprietà? O a un simbolo magico rituale? Probabilmente resterà un mistero insoluto. Ciò che è certo che si tratta di idee, concetti semplici o forse complessi, resi attraverso il segno, una traccia, una forma di arte primordiale, espressione ed astrazione della cultura di un popolo.

Le star del museo. I Bronzi di Riace

L’emozione e il brivido di vederli in tutta la loro magnificenza sono innegabili. Ci si aspetta di trovarseli davanti, pregustando il momento, chiedendosi se davvero sono così speciali e l’attesa ripagata.

Lo sono. I Bronzi di Riace, rispettivamente un metro e 98 centimetri uno, un metro e 97 l’altro, entrambi posizionati su un supporto d’alta ingegneria per proteggerli in caso di terremoto, sovrastano il visitatore, ne rapiscono l’attenzione, sembrano voler raccontare la loro storia.

Storia che però nessuno conosce. Infinite le supposizioni, migliaia le pubblicazioni, reportage ed interventi di studiosi, poche certezze. Atleti? Divinità? Eroi? Sono stati volutamente gettati in mare, donati alle onde? O quello stesso mare li ha inghiottiti durante un naufragio?

Ce n’erano solo due? E dove stavano andando quando si inabissarono nelle acque a largo della Calabria? Ciò che sembra certa è la loro provenienza, la Grecia e il periodo in cui vennero plasmati con la tecnica della “fusione a cera persa”, il V secolo a.C.

Un mistero senza tempo che incuriosisce anche chi esperto non è e osserva i due capolavori. Bronzo A e Bronzo B li hanno chiamati per distinguerli durante i lunghi lavori di restauro che ancora più belli hanno reso i muscoli possenti, la pelle nera su cui guizzano vene e arterie, l’acconciatura regale coi riccioli perfetti.

Pasta vitrea per l’iride su calcite bianca, pietra rosa per la fossetta lacrimale, rame per labbra, ciglia e capezzoli.

Appena una spalla ne intravide Stefano Mariottini nell’agosto del 1972 nelle acque cristalline di Riace ad appena 300 metri dalla spiaggia e a non più di 10 metri di profondità. Un recupero epocale le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi stupiscono per la partecipazione del popolo calabrese che si riversò in spiaggia per ammirare e dare il benvenuto ai Bronzi di Riace venuti dal mare.

Di sorprese e meraviglie il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria ne ha tante ancora da raccontare. Basterebbe accennare ai Bronzi di Porticello o al Kouros. O forse all’antica necropoli che venne alla luce proprio durante la costruzione del museo e che oggi ne fa parte. A voi scegliere i vostri “tesori” del cuore.

Hoi An, la città delle lanterne

Anche stavolta c’entra un drago. Un drago enorme che viveva sotto la crosta terrestre e che, ad ogni colpo di coda, generava terribili terremoti in Giappone. Fu questo che i saggi dissero all’imperatore giapponese, sostenendo che l’unico modo di fermare la bestia fosse colpirlo al cuore. Ma dove stava il cuore? I saggi individuarono la testa dell’animale in Thailandia ed il suo cuore nella cittadina di Hoi An in Vietnam.

E fu così che proprio ad Hoi An l’imperatore fece costruire un ponte coperto dalle profonde fondamenta che trafissero il drago al cuore. O forse no. Ciò che è certo è che il Ponte Giapponese costruito intorno al 1590 è ancora lì ed è oggi il simbolo della città.

Mi piace pensare alle due scimmie e ai due cani ad un capo e all’altro del ponte come le guide immaginarie del mio viaggio in questo elegante e pittoresco centro vietnamita, Patrimonio dell’Umanità miracolosamente scampato a guerra e distruzione.

Lo si gira a piedi, o al massimo in riscio o in bici, curiosando tra più di 800 edifici storici, oggi per lo più abitazioni e boutique hotel, cafè, lounge bar e ristoranti di ogni tipo. I vincoli per eventuali ristrutturazioni sono rigidi ed è facile notare sopra l’ingresso di botteghe e gallerie d’arte “gli occhi della porta”, un simbolo contro disgrazie e malanni. I tetti seguono spesso l’architettura tradizionale con le tegole concave e convesse alternate su cui crescono muschi e licheni di un bel verde acceso durante la stagione delle piogge.

Ci sono poi diciotto edifici antichi aperti al pubblico: templi e pagode cinesi, laboratori artigianali, case di mercanti giapponesi, le hoi quan, o sale riunioni delle diverse comunità che nel XV secolo vivevano e commerciavano qui. Un tempo uno dei principali porti del sud-est asiatico, Hoi An era un allegro melting pot frequentato da portoghesi, olandesi, indiani, filippini, inglesi, francesi, thailandesi e indonesiani. Passavano tutti da qui per vendere e comprare sete e porcellane, madreperle e lacche.

Acquistando un biglietto cumulativo da 120.000 dong, circa 5 euro, potrete scegliere cinque edifici per volta. Io ho scelto la Casa di Tan Ky e la Sala Riunioni della Congregazione Cinese del Fujian. Bella anche la Casa di Phung Hung e il Tempio di Quan Cong. In realtà ogni sito è uno scoperta e avrei voluto avere più tempo per vederli tutti.

Di sera è il fiume su cui la cittadina si affaccia a diventare protagonista: centinaia di barche lo attraversano illuminate da lanterne colorate, icona di Hoi An. Migliaia di luci blu, verdi, rosse e magenta danzano come sospese nell’acqua alternandosi alla luce flebile delle candele che i visitatori lasciano andare lungo il fiume. Ad ogni plenilunio la festa si accende con laboratori e spettacoli che rendono l’antica Faifo indimenticabile.

Dove dormire e mangiare ad Hoi An

Un intero articolo su viaggimperfetti l’ho dedicato al cibo in Vietnam: in larga parte si parla di Hoi An e delle sue specialità, tra le migliori provate nel corso del mio viaggio in questo paese. Mercati e ristoranti si trasformano in un viaggio nel viaggio.

E se siete amanti dello street food, la cittadina al calar della sera si popola di banchi e carretti con cibo locale: polpo e calamari arrosto, crepes di gamberi, torta di mango, latte di cocco.

Dove ho soggiornato? All’Eco Lodge & Spa, a pochi chilometri dal centro storico, nel verde rigoglioso delle risaie che circondano la città. Un paradiso dallo stile coloniale ed ecofriendly: tutte le comodità, una piscina, un centro spa collegato alla struttura principale da un sistema di passerelle in bambu che attraversano una foresta di piante locali. Speciale il laghetto su cui si affaccia l’area ristorante.

L’Eco Lodge offre un servizio navetta per raggiungere la città antica o, se preferite, la spiaggia di An Bang, sulla costa a nord di Hoi An. Lo staff organizzerà ogni tipo di escursione per scoprire i dintorni o partecipare ad una cooking class.

Vorrei portare via con me qualcosa di speciale che mi ricordi Hoi An

Sofisticati atelier di linee francesi, sartorie che in poche ore realizzeranno per voi un Ao Dai su misura, il vestito tradizionale vietnamita, preziose lanterne artigianali, ogni tipo di souvenir ai mercati, imitazioni e paccotiglia così come in tutto il sud est asiatico. A Hoi An ce n’è per tutti i gusti.

Io vi consiglio Lotus Leaf, bottega e laboratorio. Stare a guardare l’artista che crea con materiali semplici libellule e delicati fiori di loto su raffinate tazze, bracciali e fermagli vale da sè il viaggio e un ricordo indimenticabile del Vietnam.

Durazzo Istanbul. In bici, con loro, migliaia di bimbi

Ci risiamo. Dino e Marco sono pronti per una nuova avventura. Ve li ricordate sulle strade sterrate del Portogallo  nel loro viaggio in bici da Lisbona a Santiago de Compostela?
Nove giorni, 750 chilometri in mountain bike con Saro che stavolta è rimasto a casa. Fatima, Coimbra, Porto, tanti siti minori e nuovi amici lungo un percorso che a noi, rimasti a casa, ha emozionato e divertito anche quando, a fine serata, ci salutavano stanchi e sudati.
Stavolta il punto di partenza è Durazzo in Albania. Taglieranno il paese interamente, oltrepasseranno la parte alta della Grecia continentale per raggiungere il nuovo obiettivo: Istanbul, l’antica Bisanzio, centro nevralgico dell’Impero Ottomano, cuore della rivoluzione di Ataturk ed epicentro di grandi cambiamenti che da anni caratterizzano tutta la Turchia.
13 giorni pieni di pedalate e più di 1000 chilometri da conquistare.
E per la Durazzo – Istanbul c’è una novità, anzi un valore aggiunto all’idea di viaggio che entrambi hanno: Marco e Dino hanno aderito ad una raccolta fondi promossa dalla Street Child, organizzazione no profit con sede principale a Londra che da anni aiuta i bambini in difficoltà a crescere, studiare, costruire un futuro. Lo fa con la raccolta di fondi, i programmi di volontariato e l’organizzazione di eventi locali. Street Child UK, ha iniziato la sua attività in Sierra Leone nel 2008 lavorando con un piccolo numero di bambini di strada. Ad oggi, ha contribuito a trasformare la vita di centinaia di migliaia di bambini in Sierra Leone, Liberia, Nepal e Nigeria.
Che dite, gliela diamo una mano anche noi?
Eccovi il link  alla pagina Street Child legata al viaggio Durazzo – Istanbul.
Una richiesta speciale a Dino e Marco, legata ad una sorta di rito scaramantico che ha caratterizzato il viaggio in Portogallo. Ad ogni tappa, le immagini che i ragazzi ci regalavano iniziavano con un sonoro “Ciao Benedettaaaaa!”. Che dire, ci tengo. Aspetto il primo piccione viaggiatore da Durazzo!

 

 

 

#viaggimperfetti #DurazzoIstanbul
Hanno già iniziato a pedalare! Prima tappa Durazzo – Gramsci in Albania. Eccoli carichi ed emozionati con un messaggio importante: questa avventura è ispirata a Street Child l’organizzazione no profit che aiuta migliaia di bimbi nel mondo a  crescere, studiare, sognare. Date un’occhiata alla pagina creata da Dino e Marco per aiutare a raccogliere fondi per loro. ” Stop, think, plan, do, be great”, scrivono. “Fermatevi, pensate, fate, siate grandi”. Anche in sella ad una bici.
Li aiutiamo anche noi?
#sfidebuone #tuttinsella

24 aprile 2019

Una tappa semplice (si fa per dire…più di 80 km) superando campi di grano e prati di papaveri. Marco e Dino hanno raggiunto Salonicco, seconda città greca dopo Atene, un mix di storia millenaria e spirito cosmopolita con un centro dinamico e allegro. Una torre quattrocentesca simbolo della città, antiche mura e poi finalmente il mare…E che tramonto ragazzi!
Ma chi è quel matto che pulisce i vetri?
Un consiglio: attenti ai Poo Ninjas!

 

 

 

25 aprile 2019

Ho guardato e riguardato i video che Marco e Dino mi hanno mandato ieri chiedendomi perché fossero più pazzi del solito…

L’ho capito quando mi hanno presentato i nuovi amici conosciuti in un bar lungo il cammino: dopo la capra a colazione a Gramsci il giorno di Pasqua, una sosta “allegra” a base di un liquore locale dal nome impronunciabile che i gestori del locale hanno offerto ai ragazzi regalandogliene una piccola “scorta” in caso di bisogno!

Ma come si chiamano sti laghi alla fine della tappa?😂😂😂

#nuoviamici #chebellalavita

 

 

26 aprile 2019

Ebbene sì, hanno mandato per aria programmi e calendari e hanno interrotto la tappa fermandosi a Kavala.
Mare cristallino, profumo di primavera, voglia di una pausa. Date un’occhiata alle foto e ditemi: “Secondo voi, hanno fatto la scelta giusta?”.
A volte sono gli imprevisti e i fuori programma a rendere l’avventura indimenticabile…

 

 

27 aprile  2019
Pausa terminata! Dino e Marco non hanno resistito ai paesaggi attorno Kavala in #Grecia e hanno fatto uno stop imprevisto. Recuperate le forze sono pronti a partire e a coprire velocemente i chilometri persi… o no???
Eccoli in modalità decisamente “slow” diretti al Parco Nazionale della Macedonia Orientale. Quando arriveranno? Non si sa!
📌Nel frattempo ascoltateli e mi raccomando: “se” vi va, fate la vostra donazione a Street Child!

 

 

28 aprile 2019

 

 

Doppia Pasqua per Dino e Marco quest’anno! I ragazzi hanno festeggiato la Pasqua cristiana in Albania e quella ortodossa macinando gli ultimi chilometri in Grecia. Un paese che li ha ospitati e coccolati in scenari da cartolina. Cosa ricorderanno delle tappe greche? Il cuore grande della gente: il proprietario di un pub che il giorno di Pasqua ha aperto solo per offrire loro la cena, una fetta di torta condivisa in un campo di fiori gialli con una mamma e le sue figlie, le uova colorate di rosso,in dono dal gestore di un ostello, simbolo della Pasqua ortodossa e del sacrificio di Cristo il cui guscio non si butta via ma si riconsegna alla terra, sotto le radici degli alberi.
Facciamo anche noi un regalo a Dino e Marco e a tutti i bimbi sostenuti da Street Child?
Doniamo qualche monetina per regalare un sorriso e istruzione ai bambini meno fortunati nel mondo…

 

I° maggio 2019

È ufficiale, ce l’hanno fatta. Marco e Dino sono ad #Istanbul. Stanchi, emozionati e col naso all’insù nel cuore dell’antica Costantinopoli .

Più di 1000 km pedalando,  tre nazioni diverse, un’amicizia fraterna oggi ancora più forte, 541.03 euro raccolti per donare con Street Child  sorrisi ed istruzione ai bambini nel mondo meno fortunati. 

Un grazie grande va a Dino e Marco per avere lanciato questa raccolta,  un ulteriore grazie va a tutti noi per aver partecipato. In fondo, è un po’ come se avessimo macinato qualche metro anche noi e a #Istanbul fossimo entrati con questi due matti…
Ci avete emozionato, divertito, a volte fatto ridere a crepapelle. Che dire, mandateci ancora qualche immagine di questa città così speciale e mi raccomando, il rigoroso  “Ciao Benedettaaaa”!

 

3 maggio 2019
Li abbiamo lasciati, stanchi ed emozionati, appena arrivati al traguardo. Potevamo salutarci così? Dino e Marco hanno parcheggiato la bici e sono andati alla scoperta di #Istanbul …A modo loro ovviamente 😁😁Come sempre! 👏👏👏
Marco e Dino ci salutano e ci ringraziano così
Un grazie a questi due matti per la loro spontaneità,  l’allegria contagiosa e il loro essere rigorosamente imperfetti…
Non esistono viaggi perfetti. Solo viaggi che ci fanno felici. Alla prossima ragazzi. Vi seguiamo!
E a proposito di obiettivi raggiunti: sono 638,20 euro i soldini raccolti per i bambini del mondo supportati da Street Child e la pagina resterà ancora aperta per qualche giorno. Siete ancora in tempo per fare la vostra donazione!

Mangiare in Vietnam. Dammi tre parole

 

 

Freschezza, bellezza, equilibrio. Bastano tre parole per cominciare a scoprire una cucina raffinata ma allo stesso tempo semplice, quasi casalinga. Avevo letto ovunque che il cibo in Vietnam conquista e stupisce ma, si sa, quando viaggi, spesso capita di non trovare il posto “giusto” e di finire, ahimè, nelle classiche trappole per turisti.

Ecco, in Vietnam, per finirci ti ci devi proprio mettere d’impegno perché ovunque, in strada così come negli innumerevoli piccoli o grandi ristoranti, gli elementi chiave sono le materie prime e l’utilizzo di ingredienti locali e stagionali. Da nord a sud il Vietnam offre infinite varietà di frutta e verdure, il paradiso per una come me che, anche se non vegetariana, ama accompagnare sempre il pasto con la verdura. E gironzolando qui e lì nel nostro magnifico mondo, non è comune trovare “a portata di viaggiatore” una così ampia gamma di soluzioni cotte al vapore, fritte, grigliate o semplicemente bollite.

In Vietnam la verdura incontra spesso la frutta e i fiori creando combinazioni inedite di sapori e consistenze. Germogli di erba cipollina e boccioli di fiori di gelsomino tonkin sono deliziosi anche bolliti; se saltati in padella con chips d’aglio essiccato rendono carne e pesce speciali. Nelle insalate ho scoperto il gusto quasi amaro del fiore di banano tagliato in listarelle sottilissime, quello fresco e croccante della papaya verde, e ancora quello succoso e dolce del pomelo, una sorta di pompelmo. I fiori di loto generalmente serviti in insalata li ho provati fritti…niente male. E poi frutti della passione, dell’albero del pane e del drago, guava, mango, litchi, longan e rambutan. Accanto ai banchi di frutta, con ananas e mango già tagliati e porzionati dai venditori ambulanti troverete spesso delle micro bustine contenenti un mix di sale, zucchero, pepe ed altre spezie per insaporire la frutta. Provateci: è un’esplosione di gusto in bocca.

A frutta e verdura aggiungete spezie e odori: zenzero, curcuma, il profumatissimo pepe nero qui coltivato e poi la perilla, il basilico cinese e il rau om, un’erba di risaia che sa di limone e cumino, tanto coriandolo, cannella e persino anice stellato.

Immancabile sulla tavola una ciotolina di nuoc mam, salsa di pesce fermentato; così come di mam tom, pasta di pesce salato e fermentato. Le varietà sono infinite e presenti in ogni mercato che si rispetti. Guardato con sospetto da molti occidentali per colore e soprattutto odore è un must in Oriente e tutto sommato non così lontano dalle nostre tradizioni. Ricordate il garum? E se proprio di nuoc mam non volete sentir parlare, soia, tamarindo e lime vi aiuteranno a trovare la giusta combinazione.

Ai vietnamiti piace “arrotolare” il cibo e di involtini ce ne sono tante varianti. I più semplici sono quelli di carta di riso semplicemente ammorbidita con acqua e dentro lattuga, cetriolo, noodles e gamberetti; se preferite tofu. Da intingere nella salsa di pesce o in quella di fagioli. Se fritti, sono i noti spring rolls. Ci sono poi quelli di verdura alla griglia o di noodles al vapore. E infine i banh xeo, crepes morbide di farina di riso con gamberi, maiale e verdura fresca, di solito germogli di soia o foglie di crescione e senape.

 

 

I classici in Vietnam

Non vi racconterò nulla di nuovo perché Vietnam sta a bahn mi come cacio e pepe a Roma: il celebre panino di francese memoria lo trovate ovunque da nord a sud ed è buono ed economico con maiale, pollo o solo patè, un po’ di maionese e tanta verdura fresca. Vi lascio però un indirizzo che val la pena di annotare, Banh Mi Phuong a Hoi An. Appena fuori il centro pedonale, non è nulla di più che una bottega con qualche tavolo ma le baguette che arrivano di continuo dal forno accanto, calde e croccanti sono le più buone che io abbia mangiato. Mettetevi in fila (inevitabile a tutte le ore) e scegliete il vostro ripieno.

Un altro classico è il pho, una zuppa di manzo e noodles di riso dove a fare la differenza è il brodo fatto bollire a lungo. Chiedere la ricetta e scoprire quella autentica è come trovare i veri ed unici ingredienti di ragu e amatriciana: gli aggiustamenti e i “segreti” del cuoco sono infiniti.

Passiamo al bun cha, popolare cibo da strada a base di fettine e polpette di maiale cotte alla brace, noodles di riso, verdure fresche ed erbe aromatiche. Facile che troviate, come spesso accade, ristoranti o bancarelle specializzate in bun cha. Celebri sono le immagini di Obama che scopre il piatto con Bourdain ad Hanoi. Io l’ho provato proprio nella capitale da Bun Cha Ta in Nguyen Huu Huan Street nel Quartiere Vecchio, un simpatico ritrovo su più piani dove Jing mi ha spiegato come mangiarlo immergendo nel brodo lentamente verdure e noodles. Per cenare ai piani superiori ci si toglie le scarpe…

La rose blanche o banh vac è una specialità di Hoi An, un raviolo al vapore. La pasta esterna delicata e quasi trasparente rivela il ripieno di gamberetti e viene servito con cipolle croccanti. Un secondo tipo di raviolo è il banh bao ripieno di carne tritata di maiale o pollo, uova e funghi. Amici del dim sum cinese non perdete queste pietanze e se potete, gustatele al mercato coperto di Hoi An a pranzo. Nel caos ordinato del mercato, tra pile colorate di frutta e verdura, pesce e pasta ad essiccare, c’è un’area dove, uno dopo l’altro, si susseguono banchetti con specialità diverse in bella mostra. Ho scelto a naso e, devo dire, continuo ad averne nostalgia. Una delle specialità migliori che io abbia assaggiato in Vietnam.

La banh chung, torta di riso avvolta nelle foglie del banano con il ripieno di carne è un classico del periodo del TET, il capodanno vietnamita, un periodo di luce e colore per il Vietnam di cui abbiamo parlato altrove.

C’è poi un dolcetto tipico di Hai Duong scoperto in viaggio verso la Baia di Ha Long e a quanto pare molto apprezzato. E’ la banh dau xanh, la torta di fagioli mung, zucchero, olio di pomelo, spesso porzionata in mini quadrati confezionati singolarmente. Un pò allappante ma tutto sommato gradevole.

 

 

I miei indirizzi. Dove vi consiglio di cenare in Vietnam

Ho Chi Minh – Secret Cottage Cafe Dining & Boutique, 12-14 Nguyen Thiep Ben Nghe Ward District 1. No, non vi siete sbagliati. Per arrivare qui occorre superare una bottega di cesti e borsette di paglia. Al primo piano c’è questa meraviglia dove industrial design e pezzi d’arredo antico oriente si alternano armoniosamente. Cucina vietnamita presentata in modo impeccabile su stoviglie bianche e blu che potete acquistare. E se c’è da aspettare fate come me, approfittatene per un aperitivo che sa di storia al nono piano del Caravelle dietro l’angolo.

Ho Chi Minh City – Den Long. Home Cooked Vietnamese Restaurant, 130 Nguyen Trai District 1. In una delle strade caotiche e affollate della città, è un’oasi allegra e colorata. Provate l’insalata di gamberi e pomelo servita dentro al frutto. É super. Ottima anche la birra artigianale di un birrificio locale. Provata e promossa la Saigon Rosè, aroma floreale.

Hoi An – Hai San Seafood Restaurant, 64 Bach Dang Street Minh An Ward. Pesce delizioso ed abbondante in un ristorante semplice e spartano lungo il Fiume dei Profumi scelto per caso. Pesce cotto dentro foglie di banano e zuppa di vongole con una birra locale ghiacciata. Se ci riuscite, scegliete il tavolo sistemato fuori. Avrete un posto in prima fila allo spettacolo delle barche locali illuminate dalle famose lanterne colorate che vi sfilano davanti mentre arriva l’alta marea e l’acqua deborda sul marciapiede. Uno dei momenti più belli del mio Vietnam.

Hanoi Essence Restaurant, 22 Ta Hien, Old Quartier. All’interno dell’omonimo albergo, nel Quartiere Vecchio di Hanoi. Ottimo il cibo, molto curata la presentazione del piatto. L’insalata di papaya dispiaceva mangiarla!

Hue – Les Jardins de la Carambole, 32 Dang Tran Con. Un ristorante francese vietnamita in una villa dal fascino coloniale nei vicoli del quartiere della Cittadella. Splendide foto in bianco e nero, grandi ventilatori e arredi da vecchia Indocina. Si può scegliere à la carte o tra alcuni menu suggeriti. Provati e promossi i menu Badiane e Citadelle.