Il Collio in Friuli. Di passato e presente. Partendo dalla cantina Zuani

Un lembo di Friuli, stretto tra Gorizia, Isonzo e Slovenia. Una serie infinita di filari interrotta solo da minuscoli borghi, colline ricoperte di viti che ondeggiano al vento increspandosi come marosi, con un segreto da custodire: la Ponca, un terreno ricco di marne e arenarie, con minerali che danno un sapore unico al vino qui prodotto, l’oro giallo del Collio.

Un disciplinare rigido ed intransigente, che regola  coltivazione, vinificazione e persino irrigazione dei grappoli di cui mi parla Patrizia Felluga, anima della cantina Zuani, in località Giasbana, San Floriano del Collio e di Casa Zuani, relais immerso tra le viti di Friulano, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio da cui nascono il Collio Bianco Zuani Vigne e la Riserva Zuani Zuani, affinata in botticelle di rovere francese.

Mi fermo qui, in questo pezzo di paradiso, appena un paio di giorni, scoprendo che vorrei non finissero mai. Il Collio, un territorio di appena 1.500 ettari che in realtà non smetti mai di conoscere, con, ad ogni angolo, un artigiano da scoprire, una chiesa da visitare, un castello delle meraviglie.

Il Castello di Spessa, ad esempio, a Capriva del Friuli, le cui origini risalgono al 1200, un giardino e sale ottocentesche dedicate a un ospite illustre, Giacomo Casanova. Oggi wine resort, con ristoranti e bistrot all’interno e un golf club, il Castello di Spessa ha una cantina scavata nel Duecento sotto le fondamenta del maniero, collegata da un lungo tunnel a un bunker creato dall’esercito italiano nel 1939 a 18 metri di profondità: temperatura costante, il vecchio bunker è diventato oggi una barricaia ideale.

Ad un tiro di schioppo c’è Cormons, il delizioso paesino dove ho fatto visita a Luigi D’Osvaldo e al suo prosciuttificio, dal sapore affumicato e stagionato dai 14 ai 24 mesi. Il segreto sta nell’esperienza che si tramanda di generazione in generazione e in un mix di erbe – salvia, finocchi, rosmarino che insieme a ciliegio e alloro rendono il prosciutto di Cormons unico e diverso dalle altre eccellenze, il prosciutto San Daniele, il Sauris e il Carso, tutte prodotte nel raggio di pochi chilometri.

Il prosciutto di Cormons me lo sono gustato alla maniera friulana, con il rito del tajut: un buon bicchiere di ribolla o di friulano accompagnato da un assaggio dei prodotti locali. A Cormons presso l’Enoteca in piazza XXIV Maggio, per scoprire tanto sul Collio ed ottenere info ed indirizzi utili e all’osteria La Caramella in via Matteotti 1.

Il frico, patate, cipolle e Montasio e gli gnocchi di susine li ho assaggiati da Nonno Lince, un agriturismo in località Pradis; la carne alla brace Da Marcello invece, in via Corona 38. Comun denominatore sapori semplici e della tradizione e il paesaggio, viti a perdita d’occhio.

Quelle stesse viti che a Casa Zuani ti abbracciano e ti danno il buongiorno con il primo caffè del mattino e lungo cui amo passeggiare durante il mio soggiorno in attesa che una colazione ricca e golosa venga servita. Mi fermo a chiacchierare con la padrona di casa nei morbidi divani e sulle comode poltrone dei diversi salottini o in giardino, tra siepi e damigiane. Libri sulla regione, fiori freschi, antichi tappeti, una lunga sharing table dove degustare i vini di Casa Zuani accompagnati da delizie locali.

Scopro con lei che Zuani è un nome che risale alla disposizione catastale voluta da Teresa d’Austria. Perché questa era terra asburgica e nemmeno fino a troppo tempo fa. Parte del regno austro ungarico sino alla fine della Prima Guerra Mondiale – Caporetto è poco distante –  queste colline sono state testimoni di due conflitti mondiali, lo sradicamento e l’esilio di quanti non accettassero di essere italiani per lingua e cultura durante il fascismo, le frizioni e le spartizioni con la Iugoslavia titina, la convivenza difficile con il confinante sistema comunista nel periodo della Guerra Fredda.

Mi sorprendo ancora una volta a scoprire come le terre di confine abbiano un DNA specifico e complesso, come se ad ogni strato venisse fuori un segno tangibile che si pensa ingenuamente possa sparire e rimodularsi ma che invece resta lì, indelebile, a ricordarci quanto siamo di memoria corta. Lo faccio scorrazzando come una bimba tra confine sloveno e italiano con l’euforia e la libertà che oggi mi sono concesse e il desiderio di scoperta di un’altra terra, la Slovenia. Di vigna in vigna, di bellezza in bellezza.

 

Trieste. Di aperitivi al sambuco e vitovska

E’ estate. Le serate si allungano, i tramonti hanno un gusto speciale…e anche gli aperitivi! Magari ghiacciato, non troppo forte e fresco, festaiolo, sensuale quel tanto che basta.

Parlo del soft drink appena scoperto a Trieste e subito entrato nella mia top list di aperitivi da preparare anche a casa. E’ Hugo, dal nome vagamente aristocratico e mitteleuropeo, a base di prosecco, seltz, liquore di fiori di sambuco e un ciuffo di menta. Se vi piace tanto ghiaccio. Nothing more. In molti ci mettono lo sciroppo di sambuco…diffidate. Esistono tanti liquori a base del delicato fiore bianco che vanno bene per tutte le tasche. Lo Hugo è perfetto se accompagnato da un rebechin, un piccolo spuntino, magari un panino piccino con una fetta di prosciutto che qui in Friuli, tra San Daniele, Sauris, Cormons e Carso è un’eccellenza.

A Trieste lo trovate praticamente ovunque, così come in Friuli, Veneto, Trentino, dove pare sia nato, Austria, Svizzera, Germania. Io lo ho assaggiato  al cafè storico Stella Polare, vicino la chiesa di San Spiridione Taumaturgo, la chiesa serbo-ortodossa di Trieste, amato da Joyce e Saba, sala da ballo per i soldati americani nel  secondo dopo guerra.

E riprovato al Draw Food, in via Torino, decisamente più contemporaneo, ma con un fascino tutto suo.

E dopo l’aperitivo, visto che ci siamo, per cena, a Trieste, vi consiglio due indirizzi. Per il primo basta alzarsi dalle comode sedie di Draw Food ed entrare nel locale di fronte, Puro. Giovane, accogliente con i suoi social tables. Provati i bigoli con crostacei e molluschi…ottimi.

Il secondo indirizzo è Hostaria Malcanton. Cucina tipica ma con abbinamenti e profumi nuovi e accattivanti. Deliziosa anche la location. Cosa ho mangiato? Alici marinate con pesche e basilico, paccheri di kamut allo scoglio e gnocchi al basilico con vongole veraci e fiore di zucchina. Da leccarsi i baffi. All’Hostaria Malcanton ho scoperto, dopo la malvasia slovena e la ribolla gialla del Collio, la vitovska, un vitigno del Carso prezioso.

Volete portare qualcosa a casa da un viaggio a Trieste? Vi suggerisco due specialità triestine, la pinza e la putizza. Io le ho comprate in comode confezioni da Il Pane Quotidiano, viale XX Settembre. Aperto sempre, pane caldo e prodotti genuini.

Ci portiamo avanti per il caffè di domani? A Trieste il caffè è un’istituzione, ci si prende anche una laurea per prepararlo con sedi sparse in tutto il mondo. A Trieste se si vuole un espresso si chiede un “nero”, il caffè macchiato è un “goccia” e il cappuccino diventa il “capo” o “caffellatte” se in tazza grande. E allora come mancare una tazzina al Caffè degli Specchi, ospitato da Palazzo Stratti, nell’indimenticabile piazza Unità d’Italia? Prendetela seduti fuori con accanto il bicchierino di cioccolato che qui non manca mai. E godetevi la vita che scorre nella piazza, il profumo del mare che sembra invadere il pavimento in pietra d’Istria e arenaria grigia, la luce tersa, pulita, trasparente…

Ampelmann. Come sono belli i semafori a Berlino

Vi siete mai chiesti come fa ad attraversare la strada chi non distingue i colori? Rosso o verde, stop o avanti, chi lo sa. In Germania qualcuno ci ha pensato e lo ha fatto nel lontano 1961, quando ancora la Germania e la stessa Berlino erano divise in est ed ovest. Karl Peglau, psicologo in servizio nella Repubblica Democratica Tedesca creò gli Ampelmann, due piccoli e simpatici ometti, che sarebbero apparsi presto sui semafori di tutta la parte est della città di Berlino: il primo, sguardo frontale e braccia aperte avrebbe rappresentato il rosso, lo stop; il secondo, di profilo e rigorosamente rivolto verso la sinistra, il verde, l’avanti.
Quando, nel 1989, il Muro cadde e la Germania si riunificò, i simpatici omini furono soppiantati dai classici semafori sino a quando, Markus Heckhausen non pensò di recuperarne il design e farne delle lampade d’arredo.
L’idea impazzò e piacque tanto da riportare nelle strade gli Ampelmann che oggi hanno ripreso il loro posto nei semafori tedeschi e sono diventati un’icona di Berlino.
Non è finita qui: cercate un souvenir del vostro viaggio a Berlino? Accanto l’irrinunciabile orso, scegliete un Ampelmann, versione rossa o verde, non importa. E non portatevi a casa un semaforo, ma uno dei numerosissimi gadget di quello che oggi è un vero e proprio brand di successo. T-shirt, calamite, pupazzetti, utensili da cucina, caramelle gommose. I punti vendita sono ad ogni angolo in città con punti ristoro, bar e persino sdraio lungo la Sprea.

2 settembre 2018

Mi hanno appena contattata dalla Ampelmann offrendo a me e a tutti i lettori di viaggimperfetti.com un coupon sconto sul webshop Ampelmann del 10%, valido per ordini superiori a 25 euro sino al 31 dicembre di quest’anno? Ne volete approfittare?

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Un’amica speciale a viaggimperfetti. Giusi Arimatea ci racconta Monaco

“Giusi, sei a Monaco?”. Inizia così uno scambio di battute su FB che avrebbe più voluto essere un saluto affettuoso e al massimo una richiesta di informazioni. Perché io a Monaco non ci sono mai stata e ci vorrei proprio andare.
E quando ho chiesto a Giusi Arimatea, giornalista, insegnante, scrittrice e tanto altro, di dirmi cosa ne pensava, di certo non avrei mai sperato in un suo racconto. Un racconto che mi ha emozionata e che Giusi mi ha mandato su Messenger, in modo semplice, spontaneo, generoso. E io me lo sono goduto, parola per parola. Perché un luogo lo senti con gli occhi, con la pelle, con il naso…ma non è semplice far arrivare agli altri come solletica il tuo animo. E non c’è guida che tenga…
Io viaggio da sola. E questa è la premessa, alla quale seguono le motivazioni. Viaggio di fatto per ritrovarmi, per perdermi, per confondermi. Viaggio perché la vita mi ha insegnato che un domani non è detto che vi sia e io in quest’oggi di cui posso disporre voglio fare il pieno di vita, di gente, di arte, di bellezza. 
Stavolta ho scelto Monaco di Baviera. Conosco bene la Germania, ma a Monaco vi ero passata di sfuggita tempo fa e volevo a tutti i costi tornarvi.
La Baviera è metà Germania e metà resto d’Europa. A Monaco trovi un po’ di Berlino negli anfratti di una periferia in divenire e molta Mitteleuropa in pieno centro.
C’è una piazza, Marienplatz, che potrebbe essere ovunque. E che pure è lì. In quella città che, con i meccanismi del suo campanile, mi ha riportato al duomo di Messina e con i suoi orologi a quella Praga di cui Monaco non possiede il chiaroscuro. Ché Monaco è viva. È perennemente in festa. 
Qui i tedeschi sono tedeschi a metà. Della Germania hanno la compostezza e dell’Europa meridionale l’affabilità. 
Cammino per le strade con l’intento di perdermi, lo ammetto. Se invece mi prefiggo una meta allora tiro fuori la mia cartina. Ecco, con una cartina in mano e con la reflex al collo a Monaco ti si avvicina sempre qualcuno per offrirti un aiuto, per darti un’informazione senza che tu gliel’abbia chiesta. 
Ho camminato a lungo, ma ho pure usufruito della metropolitana. A me la metro piace. E lì osservo meglio che altrove la gente. C’è chi in un tragitto che dura pochi minuti riesce a leggere qualche pagina di un libro e chi, nel medesimo tempo, accende il computer e vi scrive qualcosa. 
Ho sempre pensato che senza metro una città depredi di qualcosa i suoi abitanti. 
Sulla metro io sono arrivata in centro, da quell’aeroporto immenso che è un meccanismo perfetto e nel quale puoi realmente trascorrere ore senza annoiarti. 
A Monaco ho trovato un po’ di tutte le città in cui sono stata. Eppure, nella policromia delle forme, lì vi regna l’armonia. 
Ovunque abbia messo piede nessuna fila ho dovuto fare. Perché a Monaco d’estate il turismo non è da sottovalutare, ma nulla pregiudica il regolare andamento della vita. Che è moderato, con un tocco di brio se vogliamo. 
V’è arte nelle architetture dei palazzi del centro. E v’è arte nei musei che dal centro distano pochi passi. Vi sono caffè sparsi ovunque, dove davvero respiri la Mitteleuropa di un tempo.
Le nazioni che abitano Monaco si mescolano. In qualunque angolo, a guardare i passi, le andature, le scarpe non potresti mai indovinare la città in cui ti trovi. Men che meno a guardare i volti. 
Qualche quartiere è prettamente arabo e lì l’odore speziato che sfugge alla ristorazione ti riporta all’Oriente. Giri l’angolo e sei nuovamente in Germania, a respirare würstel e malto. 
Leggevo da qualche parte che Monaco è una città tranquilla. A quella tranquillità che gli riconosco io aggiungerei la policromia a renderla fiera, sicura di sé. 
Ché nella diversità, nell’accoglienza, nella convivenza, culturalmente si cresce. E si splende.
Grazie a Giusi Arimatea.

Slovenia. A volo d’angelo su Pirano

147 scalini. Non sono pochi, ma quando sbuchi in cima, accanto le campane, ti dici “grazie” per averli fatti uno per uno. Il campanile della Cattedrale di San Giorgio a Pirano è una struttura separata dalla chiesa, un po’ come quello veneziano a piazza San Marco. Paghi un biglietto di un paio d’euro e guardi in alto: ad aspettarti un’elegante scala in legno che ti porterà fin su. Lungo il percorso, a farti compagnia, ci saranno gli angeli. Sì, gli angeli…Gabriele, Michele, Zachariel, Raffaele, Uriel…  I loro nomi sono intarsiati scalino dopo scalino, le loro “tracce” disseminate sino alla sommità.

Forse sono qui con me mentre  con lo sguardo volo su piazza Tartinijev, con la sua forma ovale e i suoi magnifici palazzi gotico-veneziani. Saluto il musicista Tartini al centro della piazza, faccio un inchino e su, di nuovo in alto sino al porto, alle spalle, e poi, veloce come i gabbiani che mi stanno attorno, lungo la costa di Pirano sul mare sloveno – splendido, infinito, blu – e ancora più in alto, sino alla chiesa di San Clemente e al faro.

Un tappeto di tetti rossi nasconde vicoli, passaggi a volta, cortili porticati. Non ci sono auto qui, se non quelle dei residenti e solo in alcuni tratti. Le auto si lasciano al parcheggio Fornace, a 1 km dal centro che si raggiunge con comode navette.

Dalla cima del campanile riesco a sbirciare il chiostro del Monastero Minorita e la chiesa di San Francesco d’assisi  con la sua grande tridacna all’ingresso. Il mercato, le botteghe con i prodotti artigianali e locali ( pochi made in China e tante idee originali per un souvenir), la Cantina Klet in piazza I°Maggio dove stasera farò tardi con un bicchiere ghiacciato di Malvasia locale e un piatto di pesce fresco nella vicina  Fritolin pri Cantini. Servizio no frills qui: sotto un pergolato di vite ordini il pescato del giorno e prendi posto in piazza. Quando è pronto appendono fuori un simpatico pescetto bianco e blu col numero assegnato e a te non resta che prendere il tutto e portartelo al tavolo. Prodotto ottimo, prezzi giusti.

Il tramonto però lo aspetterò dalla terrazza del mio albergo, l’hotel Piran. Un secolo di storia e una caratteristica preziosa: un’incredibile posizione sul  mare sul quale si affacciano un cafè e un ristorante a pian terreno e uno champagne bar sulla terrazza. Anche una parte delle camere dà sul mare…fate una piccola pazzia, magari solo per una notte, come ho fatto io, e accontentandovi di una camera piccina che è pure più romantica: ci sarete solo voi e il blu. Ad abbracciarvi la Croazia a sinistra e l’Italia a destra.

Nebrodi/Sicilia – Ancora un borgo innamorato della street art

Ancora street art in Sicilia. Ancora street art sui Nebrodi. Si è da poco concluso il progetto che ha dato una marcia in più a Frazzanò, con il contributo di artisti nazionali ed internazionali. Ancora un successo in un piccolo borgo circondato dal verde che ha bissato quello ottenuto poco tempo prima a San Salvatore di Fitalia, poco distante, dove, a trasformare vicoli e strade in un piccolo museo a cielo aperto ci ha pensato l’artista Andrea Ravo Mattoni.
Il suo è un progetto con una mission ambiziosa eppure straordinaria: quella di un “ritorno del classicismo nel contemporaneo”, vale a dire grandi classici custoditi nei musei ricreati con rulli e bombolette spray nei centri urbani. Una pinacoteca a cielo aperto a cui tutti, anche chi è meno vicino al mondo dell’arte, possa avvicinarsi ed incuriosirsi.
Il progetto di Andrea Ravo Mattoni ha già toccato Varese, Milano, Olbia. Qui, a San Salvatore di Fitalia, piccolo borgo nel Parco dei Nebrodi nel messinese, l’artista ha scelto due opere di Caravaggio. La prima in ordine cronologico a far capolino su un muro del paese è stata la “Cena di Emmaus” che ho subito trovato appena arrivata a San Salvatore di Fitalia. All’altro ci sono arrivata grazie alle indicazioni della gente del posto, orgogliosa e felice di aiutarmi. In uno slargo più interno e intimo del borgo, Andrea Ravo Mattoni ha scelto la “Natività” del grande maestro trafugata nel 1969 a Palermo, nell’Oratorio di San Lorenzo dove, dopo anni di assenza, ha fatto ritorno con una copia realizzata con tecniche avanguardistiche.

 

Qui, sui Nebrodi, Caravaggio riappare con la Madonna rivolta al Bambino, San Giuseppe, San Lorenzo e San Francesco. Ed è sempre un’emozione, la bellezza di un’immagine negata e in parte, restituita.
Per un’intervista con l’autore date un’occhiata al blog Travel on Art: tanti dettagli anche su altri lavori di Andrea Ravo Mattoni in giro per l’Italia.

Bled Slovenia. SUP e torte della tradizione

A Bled le campane le senti dal mattino alla sera. Il rintocco, forte e deciso, echeggia da un lato all’altro del lago, un posto da favola a nord ovest della Slovenia, a ridosso del Parco Nazionale del Triglav, circondato da boschi e montagne.

I colori del lago e del paesaggio circostante virano dal verde smeraldo all’azzurro turchino. Ad ogni ora del giorno un’emozione diversa. Persino la gamma dei grigi è affascinante e ipnotica nei giorni di pioggia.
Tutto il perimetro del lago è percorribile: 6 chilometri con scenari che cambiano continuamente. Folte radure, sentieri di montagna per raggiungere punti panoramici, spazi aperti e spiagge con locali e luoghi di ristoro. Una pausa sotto un albero la cui chioma sfiora l’acqua, uno stop in spiaggia accanto cigni e paperotti, un caffè al camping o in uno dei cafè e ristoranti. Magari un pezzo di millefoglie alla crema, che qui è un must con una ricetta vecchia di 60 anni e una tradizione antica. La migliore la trovate all’hotel Park dove è stata creata nel 1953. 7 centimetri per 7 di goduriosa pasta sfoglia con crema e panna. Una cosina leggera.
Il perché le campane continuino a suonare lo capisci quando raggiungi l’isolotto al centro del lato sud del lago: una scalinata di 99 gradini che la tradizione vuole che lo sposo percorra il giorno delle nozze con in braccio la sposa e una chiesetta, la Santa Maria Assunta all’interno della quale suonare le campane equivale a realizzare un desiderio…immaginate la fila! Leggende del luogo raccontano che la campana sia stata donata dal Papa nel 1534 in sostituzione di una commissionata da una vedova inconsolabile in ricordo del marito, finita ahimè sul fondo del lago da cui, si dice, continua a suonare.
Una gelateria e un negozio di souvenir sull’isolotto e 50 minuti circa per godere del posto. E’ il tempo che generalmente danno i barcaioli che trasportano il viaggiatore sull’isola a bordo delle pletne, le tradizionali barche a remi. Non perdete l’occasione di un giro in pletna: il viaggio si paga e non pochissimo, dai 12 ai 15 euro a persona, ed è per lo più un servizio realizzato per i turisti, ma io mi ci sono divertita come una bimba.
L’alternativa è noleggiare una barca a remi e muoversi in autonomia o praticare canottaggio. In tanti impegnati nel must di stagione, il SUP, vale a dire lo Stand Up Paddle: una tavola da surf e una pagaia, nothing else.
Il paesino sul lago è piccolo ma delizioso nella parte accanto il castello, raggiungibile dal lago per panorami mozzafiato e un pranzo nel ristorante all’interno. Un po’ più turistica la parte sul lato opposto con l’inevitabile sfilza di negozi di souvenir e boutique in serie. Ci troverete però ristorantini niente male…io ho scelto Peglezen, cucina per lo più a base di pesce, sapori autentici e porzioni abbondanti.
Volete dormire a Bled? Fate i conti con prezzi piuttosto alti. Se la spesa non è un problema esistono strutture eleganti e scenografiche affacciate sul lago. Anche tante guest house, più economiche, tra cui Vila Mia.
In alternativa e se avete un mezzo con cui spostarvi, allontanatevi dalla cittadina. Tutta l’area intorno vale il viaggio. A pochi chilometri le gole di Vintgar (se aperte…durante il mio viaggio erano purtroppo chiuse per motivi di sicurezza e pare sia frequente), il lago Bohinj, più grande e selvaggio. Ed ancora il fiume Isonzo lungo cui praticare kayak, rafting e canyoning e poi arrampicata e grotte da esplorare.

Singapore/Street art. Scovato il Banksy malese…Ernest Zacharevic

Lo chiamano il Banksy malese, tanto le sue opere sono amate e riconosciute ad est, ma in realtà le sue origini sono lituane. E’ Ernest Zacharevic e la sua firma è sui muri di mezzo mondo. Io ho imparato ad amarlo a Singapore, dove, merito di una segnalazione della Lonely, sono andata a scovarlo nel quartiere arabo, dietro Arab Street e la Malabar Muslim Jama Ath Mosque.

 

A due passi dalla grande moschea con la cupola dorata ci sono tre dei suoi lavori: il primo, tra Victoria St e Jin Pisang, ritrae una bambina con un cuccio di leone addormentato. L’immagine prende tutta la parete e sembra quasi di poter accarezzare l’animale. Poi, pochi metri più in là, un bimbo esce fuori da una scatola e, vicino, appaiono due ragazzini che giocano dentro due carrelli del supermercato. I carrelli sono un esempio del modo di fare street art di Zacharevic: figure, per lo più bambini, con una mimica e fisionomia da sembrare veri e oggetti in disuso che l’artista ricicla inserendoli nell’opera. Una sedia, una cariola, un pezzo di legno o un carrello, proprio come qui, vicino Arab Street “Prendi ciò di cui hai bisogno” – “Dai quel che puoi”. Un messaggio forte che ti arriva forte ma con un sorriso.
A Singapore c’è anche Jousting Painters, il dipinto di due ragazzini tanto realistico da sembrare una polaroid su due cavallli che sembrano usciti dal quaderno di scarabocchi di uno dei due. Questo purtroppo me lo sono perso.

 

Prima di andare alla ricerca di Zacharevic, vi consiglio una sosta da Chemistry artistry: cucina internazionale con un tocco zen e soluzioni per i vegetariani, il punto food di un gruppo che occupa l’intero edificio impegnato in research, workplace strategy, design.
Prima poi di calarvi nel colorato, unico e pop quartiere arabo, regalatevi un dolcetto da Julie Bakes. I cupcakes sono buonissimi.

 

A Singapore va così: tanta tradizione e tipicità ma anche tanto melting pot: vicino botteghe che sembrano farti fare un salto in Arabia Saudita o nel nord dell’Africa, ci sono healing shops con gli ultimi ritrovati su yoga, meditazione e ayurveda, centri commerciali brulicanti di giovani da tutto il mondo ed incredibili palazzi e grattacieli con architetture pioneristiche ed azzardate immersi nel verde e green-friendly.

 

Trapani. La Via del Sale

 

La chiamano la “via del sale” il tratto di costa tra Trapani e Marsala. Qui il fondale basso e il vento costante hanno fatto sì che già i Fenici praticassero l’arte della salicoltura: vasche a ridosso del mare di profondità diversa attraverso cui l’acqua passa con un sistema di chiuse azionate dai mulini. Sino all’ultima vasca, quella dove, strato dopo strato, il sale, ricco di iodio, magnesio, potassio, si sedimenta sopra uno stato di “mammacaura”, una fanghiglia unica perché naturale, impermeabile e nera come pece sul fondo. Il colore scuro attira ancor di più i raggi del sole e rende l’evaporazione dell’acqua di mare più veloce.

Se la raccolta è manuale allora il sale ottenuto è integrale e mantiene tutti gli elementi e le proprietà. E, a inizio stagione, il primo sale, “il fior di sale”, quello più in superficie e raccolto solo da mani esperte, è il più pregiato proprio perché non subisce alcun trattamento.
Lo spettacolo delle vasche di raccolta e delle piramidi di sale bianco sotto le “ciaramite”, le tegole a protezione, inizia appena fuori Trapani con la Riserva Orientata delle Saline di Trapani e Paceco tra campi di aglio rosso di Nubia, di ceci e di meloncini, il pregiato Zuccherino di Paceco e prosegue sino a Marsala dove termina con la Riserva delle Isole dello Stagnone.
Stavolta mi fermo alle saline Culcasi dove ad aspettarmi c’è Irene. La sua famiglia è da sempre impegnata a custodire questo ecosistema prezioso, area WWF e luogo del cuore FAI. Il nonno, per 50 anni “salinaru” mi fissa coi suoi tratti normanni da una foto all’interno del museo in tufo grigio di Favignana. Accanto c’è la foto dell'”acqualoru”, generalmente un ragazzino alle prime armi in salina preposto ai “bummoli”, contenitori in terracotta dentro cui l’acqua si manteneva fresca; quella del “mulinaru”, addetto al mulino: quanta sapienza e conoscenza di venti e maree per regolarne le “vele” su cui si calavano i teli di “cuttunina”. E poi ancora “u staciuneri”,”u curatulu”, “u patruni”. Riesci ad immaginare i salinari cantare filastrocche cadenzate da numeri per tenere il ritmo coi secchi di sale in testa pronto ad essere pressato e sminuzzato nelle macine di pietra fossile delle Egadi.
Oggi si continua a raccogliere il sale anche se l’oro bianco non ha più il valore di un tempo. L’oro è da cercare nel paesaggio e nell’ambiente circostante: una scacchiera ora blu, poi rosa, a tratti magenta che si accende a secondo dell’ora e della stagione. Garzette, aironi, cormorani e altre decine di specie che “danzano” sui cumuli bianchi. E poi ci sono loro, i fenicotteri superstar, che nutrendosi dei micro-organismi che resistono alle alte concentrazioni di sale, acquisiscono il caratteristico colore rosa sul piumaggio.
La famiglia di Irene gestisce anche un ristorante, la “Trattoria del Sale“, accanto il museo e un relais “Antiche Saline“, distante pochi metri.
Io ho scelto di visitare la Riserva Orientata delle Saline di Trapani e Paceco con  la Trapani Emotions e Alessio, una guida siciliana preparata e appassionata che mi confida di aver girato il mondo e di emozionarsi ogni volta che all’orizzonte si stagliano le saline.
Ad Alessio e alla Trapani Emotions sono arrivata grazie allo staff del B&B Via Barone Sieri Pepoli, una struttura bella e accogliente in un palazzo d’epoca del centro storico di Trapani. Stile, semplicità, accoglienza. E tanti consigli utili, tutti rivelatisi azzeccatissimi, come quello di cenare nel nuovo ristorante dello chef Rocco Di Marzo, lo “Stravento“.
Perché fare territorio significa essere squadra, perché chi conosce un luogo è guida insostituibile, perché a volte seguire il caso e cambiare percorso rende il viaggio imperfetto ed indimenticabile.

Casa Cuseni a Taormina. Casa dell’anima

A Casa Cuseni storia e arte vanno a braccetto e fanno capolino ovunque. Monumento nazionale italiano, Casa Cuseni custodisce ad ogni angolo cimeli e oggetti d’arte unici: puoi scorgere un disegno di Balla tra papaveri e ferule in giardino, sedere sul divano preferito da Greta Garbo, camminare sopra un tappeto di più di 500 anni.
Museo delle Belle Arti e del Grand Tour della città di Taormina, il suo giardino fa parte dei Grandi Giardini Italiani. Ci puoi anche dormire e scegliere di prenotare una doppia come faresti in qualsiasi altro albergo di Taormina. Casa Cuseni maison de charme, Casa Cuseni dimora storica, Casa Cuseni, prima di tutto, casa.
Una casa voluta  e desiderata da Robert Hawthorn Kitson, erede della Kitson and Company, il gigante industriale delle locomotive di Leeds, che, ad inizio Novecento, si innamorò di Taormina e decise che qui, in Sicilia, avrebbe realizzato il suo buen retiro, il rifugio dove vivere e raccontare se stesso.
Ad aiutarlo ci sono artisti del calibro di Alfred East, presidente della Royal Society of British Artists, Sir Frank Brangwyn, primo decoratore della Tiffany e autore delle decorazioni della Galleria Reale della Casa dei Lords a Westminster e del foyer del Rockefeller Center Museum di New York.
Con loro Casa Cuseni cresce e si arricchisce di architetture e opere d’arte: ceramiche islamiche e siciliane antiche, una gelosia creata per proteggere da sguardi indiscreti donne del passato, una croce in madreperla, acquarelli del Grand Tour inglese in Italia e Terra d’Oriente realizzati tra il 1900 e il 1940 da famosi paesaggisti britannici tra cui lo stesso Kitson.

 

 

 

Il tesoro più grande è probabilmente la dining room, unico interior dell’Arts and Crafts ancora esistente fuori i confini della Gran Bretagna realizzato da Brangwyn e  conservatosi integralmente. Entrarci, oltrepassarne la porta d’ingresso, è un’emozione: questa stanza è stata tenuta segreta per oltre un secolo al mondo intero. Solo pochi intimi sapevano cosa rappresentasse quella stanza per il padrone di casa. Sulle pareti, sotto i fregi, incastonati tra boiserie, i dipinti che raccontano di un giovane omosessuale al principio rappresentato con un’ombra nera alle spalle – quella della censura, dell’intolleranza – che poi scompare lasciando il posto a una coppia felice che alla fine si trasforma in una vera famiglia. Elementi autobiografici di Kitson, flash back di una ritrovata felicità, storia di un amore e di una famiglia come tante. Immaginate cosa sarebbe accaduto se la stanza e il suo racconto fossero stati resi pubblici? Nel momento in cui la stanza venne realizzata era ancora forte il ricordo del destino di Oscar Wilde condannato alla prigione per sodomia. Uno scandalo considerato inaccettabile, specie tra personaggi e in famiglie così in vista nella Gran Bretagna di inizio secolo.
Al centro della stanza otto sedie e un tavolo rotondo su cui sbircio alcune foto di Von Gloeden. E poi un tessuto su cui sono incise le iniziali della casa: le due C incrociate che pare abbiano inspirato Coco Chanel per il suo celebre marchio. Ovunque cada lo sguardo una scoperta.

 

 

La storia di Casa Cuseni non si ferma a Kitson e alla sua stanza segreta. Nel 1947 la proprietà passa alla nipote Daphne Phelps. Casa Cuseni continua ad essere ancora una volta casa, stavolta aperta anche agli artisti che iniziano e continuano a frequentarla trasformandola in un epicentro d’arte e cultura: Tennessee Williams, Bertrand Russell, Faulkner, Dalì, Gala, De Chirico e tanti altri passano da qui, lasciano un disegno, un appunto, un aneddoto.
Li immagini sedere su una poltroncina davanti alla libreria di testi unici sfogliati, vissuti, amati. Li vedi in una delle 13 terrazze dello splendido giardino che profuma di luoghi lontani ma soprattutto di Sicilia e Mediterraneo. Sette fontane allineate al camino centrale della casa e una piscina nella parte alta del giardino che guarda al cratere centrale dell’Etna… acqua e fuoco, aria e terra.
Oggi tanta bellezza è fruibile a chiunque voglia soggiornare o semplicemente visitare Casa Cuseni grazie ai nuovi curatori Francesco Spadaro e la moglie Mimma che continuano a preservarne l’essenza, quella di casa, una casa speciale, di cui raccontano la storia unica con più tour al giorno.
Farlo si traduce nel viaggio che preferite: quello nel tempo e nello spazio delle opere d’arte che Casa Cuseni custodisce, il viaggio che ha reso celebre Taormina nel mondo, la storia di un grande amore…

 

 

Stravento a Trapani. Dove il vento profuma di Sicilia

 

 

 

 

“Perché Stravento?”. Inizia così la mia chiacchierata con Rocco Di Marzo, lo chef siciliano che ha, da qualche giorno, dato vita al ristorante di via delle Sirene a Trapani. “Qui il vento è l’elemento dominante. Governa le nostre giornate e anche quello che cuciniamo”. Il nuovo ristorante dello chef, cresciuto alla Boscolo Etoile Academy e “Disciple d’Auguste Escoffier”, il mare lo abbraccia e il vento lo accoglie. Nella parte antica della città, quella che si stringe e diventa striscia di terra sino alla Torre di Ligny, nel punto esatto dove Tirreno e Canale di Sicilia si incontrano. Lì dove, nei vicoli, il rumore del mare ti arriva da destra e da sinistra e l’odore di sale e di sole ce l’hai nel naso.

La cena di stasera allo Stravento è un tripudio a quel mare, dai quadrotti di panelle al nero di seppia alla frittura di pesce che sbocconcello in attesa di un cous cous eccezionale: profumo di mare che incontra la cannella, un connubio inatteso e sorprendente. L’ambiente allo Stravento è intimo e Rocco Di Marzo un padrone di casa formidabile. Mai invadente, è un piacere ascoltarlo quando parla di vecchie ricette in fase di recupero e rielaborazione. Ascoltiamo la storia di una zuppa speciale rubata al mare quando il mare di pesce non ne dà. Una zuppa ricavata dalla posidonia che ancora abita quel mare. Ci beviamo su un Fina, un traminer siciliano prodotto nell’area di Marsala, profumato e aromatico. E sostiamo a lungo allo Stravento. Fuori, a pochi metri, lo struscio di Corso Vittorio Emanuele, la Porta Oscura e la Torre dell’Orologio di via Torre Arsa, i Misteri custoditi nella Chiesa Anime Sante del Purgatorio. Non c’è fretta, c’è tempo. Adesso è il momento di un dolce alla ricotta e gelatina di arancia, di un pezzetto di croccante alle mandorle che sa di casa e di infanzia,  di un biscotto alla nocciola.

 

 

Berlino come uno del posto. Una domenica a Prenzlauer Berg

Partiamo da Pier, un ragazzo sardo che vive a Berlino, e dalle lampade originali e divertenti – Lisci Design – che crea personalmente e vende al mercatino delle pulci di Mauerpark a Berlino nel quartiere di Prenzlauer Berg. Ne crea la base in cemento dando ad ogni lampada una forma unica grazie al tetrapak… sì proprio quello delle buste del latte. Ne ha fatto un marchio che trovate anche online. Me ne parla una domenica mattina in uno dei mercati più frequentati dai berlinesi che qui si rilassano curiosando tra artigianato inusuale come quello di Pier, oggetti d’antiquariato, pezzi del periodo sovietico.

 

Prima di raggiungere Mauerpark però,  fate una deviazione e scendete in metro a Bernauer Strasse. Sbucati in strada vi ritroverete al Berliner Mauer Memorial, il memoriale dedicato al Muro di Berlino che proprio qui è stato innalzato trasformando la vita di chi ci viveva.
Facciamo che avete già visitato il Memoriale e gironzolato tra i banchi del mercato delle pulci…avete fame? Vi suggerisco due opzioni. La prima: rimanete al Mauer Park dove ci sono anche stand gastronomici. Al Mauerpark  si va anche per ascoltare musica, stendersi al sole nel parco e mangiare all’aria aperta.
Oppure raggiungete il Kulturbrauerei, un ex birrificio poco distante, oggi centro d’arte, con gallerie, collezioni di industrial design, eventi di ogni tipo e, la domenica, tappa imperdibile per chi ama lo street food. Nella parte finale di questa ex fabbrica, piccoli food trucks con cucine da tutto il mondo fanno a gara per farvi venire l’acquolina in bocca. Siete in Germania e preferite un curry wurst tradizionale? Non c’è problema, lo trovate anche in versione vegetariana. Facciamo un salto in Ucraina per un piatto di ravioli bollenti. O in Turchia con un dissetante ayran a base di yoghurt. C’è anche la pasta fresca se non potete rinunciare agli spaghetti.

 

E dopo aver mangiato fate proprio come uno del posto. Cercatevi uno spazio verde e godetevi un paio d’ore come fanno i berlinesi. Incontrerete gente che legge o prende la tintarella, bambini che giocano, chi semplicemente si ritaglia un momento per rilassarsi. E se c’è il sole sarà perfetto…