Pupi in valigia. La Sicilia dell’urban sketcher Salvo Currò

Lui è Salvo Currò, artista siciliano e autore di splendidi acquerelli dall’inconfondibile codice stilistico. Tratto veloce a china, quasi una foto di angoli e scorci dell’isola, che poi si animano di colore e luce. Urban Sketcher, la sua è una Sicilia dalle radici forti e un’anima vivace e policroma.

Avete mai visto i suoi pesci? Sì, pesci: tonni, pesci spada, barracuda. Le creature del mare di Salvo Currò hanno occhi grandi, sono allegri, vitali e scanzonati e hanno animato mostre e collettive in Italia, a Bruxelles, Berlino e oltreoceano, negli States.

Stavolta però Salvo Currò la sua Sicilia l’ha spedita in giro per il mondo in un modo del tutto nuovo. Ha infatti creato una collezione di pupi siciliani, paladini della tradizione dal piglio simpatico e beffardo che ha poi donato agli amici in partenza, chiedendo loro di metterli in valigia e scattare una foto di monumenti e panorami noti con accanto una delle sue creature.

In pochi mesi Orlando, Astolfo e gli altri paladini hanno superato check in e controlli aeroportuali per fare il giro del mondo e raccontare la Sicilia.

Una vera e propria “invasione” di pupi, ormai virale, che fanno capolino accanto le piramidi di Giza e sotto la Tour Eiffel, accanto l’Empire a New York e il palazzo reale di Bangkok e animano le pagine Facebook  ed Instagram  dedicate al progetto.

Gli scatti, i più belli e rappresentativi, saranno il cuore di una mostra che l’artista milazzese dedicherà ai tanti fotografi che hanno portato la Sicilia nel mondo e fatto conoscere i pupi di Salvo Currò. Pupi “buoni e utili” perchè il ricavato della loro vendita andrà in beneficenza presso strutture impegnate nella cura di gravi malattie.

Chiunque può partecipare al progetto e qualsiasi destinazione è ben accetta. Anche eventi e manifestazioni significative sono un’ottima idea. Quella che finora a me piace di più? Lo scatto del paladino “in fondo al mar”, nelle acque di Capo Peloro , nello Stretto di Messina.

Quella che non vedo l’ora di inviare al maestro Salvo Currò? Lo scatto del paladino ricevuto in dono e immortalato nella prossima avventura di viaggimperfetti.com.

 

Good morning Vietnam. English in Hanoi

“Parli un po’ con me in inglese?”. Me lo chiede Linh, 8 anni e un metro di dolcezza. Mi viene incontro all’Hoan Kiem, lago e luogo icona di Hanoi e punto d’incontro per la gente del posto. Qui si viene a fare sport, praticare tai chi e…migliorare la conoscenza della lingua inglese.

Il papà di Linh e i genitori degli altri bimbi che incontriamo in un sabato pomeriggio, mi spiegano che a scuola i piccoli l’inglese lo studiano ma è solo facendo pratica con gli stranieri che pssono imparare a parlarlo davvero.

Ci sono tanti bambini in Vietnam. Intere classi con la divisa bianca e blu sfilano davanti Confucio al Tempio della Letteratura di Hanoi per ottenere la buona sorte per gli esami da affrontare, tutti in fila tra le grandi stele sorrette da tartarughe sagge, con incisi i nomi dei migliori studenti in letteratura e poesia nel lontano passato.

Gli adolescenti in Vietnam sfrecciano sui motorini e ballano per strada con il taglio e gli abiti alla moda, imitando celebrità e divi come qualunque adolescente del mondo. Tutti sono stati, almeno una volta, accompagnati in visita al Mausoleo ad Hanoi di Ho Chi Minh, “Colui che porta la luce”, padre della patria, eroe dell’unità nazionale. Si entra in silenzio nella sala dove il suo corpo imbalsamato è vegliato da militari in alta uniforme. Niente foto, mani in vista, passo spedito. Appena un paio di minuti per osservare il piccolo uomo capace di piegare Francia e Stati Uniti.

Mito e storia continuano ad intrecciarsi lungo il Viale dei Manghi dove Zio Ho passeggiava, la sua casa, la sala dove riceveva i grandi. Propaganda e politica sono ovunque lungo le strade del Vietnam: grandi manifesti ricordano il valore della famiglia, dell’esercito, della patria.

L’hotel Caravelle della vecchia Saigon, Ho Chi Minh City, dove la stampa si incontrava durante il conflitto tra nord e sud, scompare sotto la Bitexco Financial Tower e gli altri grattacieli. Dal nono piano del Caravelle, Tiziano Terzani ha raccontato il 30 aprile del 1975, quando i vietcong entrarono in città prendendo il comando e i soldati del Vietnam del Sud scapparono abbandonando scarponi e mimetica insieme agli americani.

Il Continental, di fronte al Caravelle, con le sue linee francesi, sembra ancora più piccolo. Nella stanza 214 Graham Greene scrisse “Un americano tranquillo”.

L’economia vietnamita cresce velocemente dopo la fine dell’embargo economico e l’apertura al libero mercato e all’integrazione nell’economia mondiale. Un Vietnam che cambia con il turismo, procedure d’ingresso e politica per il rilascio del visto semplificate e una guerra tra albergatori e ristoratori all’ultimo feedback su TripAdvisor. Bus che fanno su e giù lungo il paese con l’aria condizionata sparata al massimo e autisti Grab che soffiano i clienti ai tassisti tradizionali.

Poi c’è il Vietnam che tutti sognano organizzando un viaggio qui: quello dalle atmosfere esotiche vecchia Indocina, quello degli anziani che mangiano Pho lentamente nel caos del Quartiere Antico di Hanoi; il Vietnam dei coltivatori di riso con il cappello conico, delle giovani donne con l’abito tradizionale, l’Ao Dai.

Un’umanità compatta eppure distinta, il groviglio di fili elettrici e vicoli nel cuore delle città, scooter strombazzanti su cui si riesce a trasportare la qualunque, minuscole cucine improvvisate per delizie street food tra polvere e smog.

Tranh è l’ultimo dei bimbi che mi fermano al lago Hoan Kiem per chiacchierare un po’ in inglese. Ha 12 anni e mi chiede da dove vengo. Gli chiedo se sa dove si trova l’Italia. “Forse sì”, mi risponde. E aggiunge che vorrebbe andarci ma la sua famiglia non ha abbastanza denaro per farlo.

Gli auguro di poterlo fare quando sarà grande. Sono certa diventerà un grande viaggiatore.

Cucina bella tosta a Berlino. Currywurst e stinco di maiale

“Ciao Simo, come va? Ma quel posticino strepitoso dove mangiare tipico a Berlino di cui ci si era detti era vicino il Tiergarten?”

Simona è l’autrice del blog La Simo in viaggio e spesso ci siamo ritrovate a parlare di luoghi in cui eravamo state in giro per il mondo. Ormai ho imparato che le dritte migliori te le dà chi un luogo lo conosce e lo ama e ho scoperto nei blog di viaggio una fonte inesauribile di percorsi e dritte, che spesso non trovi altrove, e di un sacco di gente simpatica e interessante.
Nel caso del Tiergartenquelle di Berlino probabilmente non ci sarei andata perché fuori dai miei giri e avrei fatto male perché ho mangiato bene e mi ci sono divertita un sacco. Posizione strategica (appena fuori la stazione della metro, la Tiergarten), cucina tipica e un biergarten delizioso che vi consiglio se ci capitate nella bella stagione.
Io ci sono stata in primavera e sembrava estate non solo per la temperatura ma anche per l’atmosfera: tanti tavolini circondati dal verde (siete accanto il Tiergarten, il polmone verde della città), musica piacevole, un chiosco centrale dove ordinare, pagare e ritirare le bibite. I piatti fumanti arrivano dritti al tavolo.
Cosa ho mangiato? Un stinco di maiale fin troppo abbondante, gli immancabili crauti, una porzione pantagruelica di patate e, come se non bastasse, la classica patatona al forno con la buccia e la cremina di erbette e formaggio.
Avrei provato la snitzel, la classica cotoletta impanata di asburgica memoria, le polpette, il mitico currywurst, ma ho alzato bandiera bianca certa che ne avrei pagato le consequenze in nottata. In realtà ho dormito come un angioletto, pronta il giorno dopo a provare quello che non ero riuscita a far entrare il giorno prima.

Il currywurst l’ho mangiato però per strada, come fanno i berlinesi. Di localini e punti vendita ne troverete ad ogni angolo. Ma cos’è il currywurst?  Un piatto povero messo insieme da Herta Heuwer nel 1949, subito dopo la grande guerra, quando si ritrovò per le mani alcuni prodotti lasciati dai soldati britannici: curry in polvere, ketchup  e salsa Worchestershire. Li mischiò e usò il risultato per condire i wurst, i salsiciotti che vendeva agli operai a Charlottemburg, allora in fase di ricostruzione. Da allora, anno dopo anno, il currywurst è diventato il cibo di strada più venduto a Berlino, lo street food per eccellenza. Varianti disponibili  il Bratwurst grigliato o il Bockwurst lessato, anche in versione veg la domenica al Kulturbrauerei per lo street food del pranzo. E se proprio vi innamorerete dello spuntino berlinese, per voi persino un museo dedicato, il Currywurst Museum

Padova. Di tramezzini e Millefoglie

Vi piacciono i tramezzini? Quelli con la maionese e una serie infinita di ingredienti, dal tonno alle uova, coi pezzetti di pollo o la porchetta, col prosciutto e la fontina. Un’esplosione di sapore nello spazio di un triangolino di pancarrè.

Col mio preferito, mozzarella e pomodoro, inizio un nuovo viaggio pop up, uno di quelli che per farlo non occorre macinare chilometri. Basta bighellonare in uno spazio ridotto, ma grande e prezioso per storia, tradizione e tesori da scoprire.

Perché un tramezzino? Perché un viaggio pop up a Padova in piazza delle Erbe non può non includere i buonissimi tramezzini che preparano al Nazionale, proprio sotto la scala dei Ferri che vi porterà alla prima meraviglia di questo post, il Palazzo della Ragione.

 

Una grandiosa ed enorme sala, 82 metri lunga e 27 larga, un prodigioso soffitto che ricorda la carena rovesciata di una nave e un ciclo di affreschi, 333 riquadri su tre fasce sovrapposte.

Antica sede dei  tribunali cittadini dall’epoca dei Comuni, oggi parte del palazzo del Comune, custodisce l’antico cavallo ligneo del Capodilista e  la Pietra del Vituperio, su cui i debitori insolventi erano costretti a sbattere le natiche dopo essersi spogliati.

Affacciatevi dalle sue logge esterne e godetevi il viavai di gente che affolla il mercato cittadino dove scovare delizie e primizie italiane. Oltrepassate il Volto della Corda, il passaggio coperto dove gli imbroglioni venivano colpiti sulla schiena con una corda e raggiungete la piazza gemella di Piazza delle Erbe, piazza della Frutta.

Qui altri due indirizzi golosi: il bar pasticceria Graziati, celebre per la sua Millefoglie e la Folperia, street food, un baracchino dove scoprire le specialità venete di pesce. Principe del banco il “folpo”, il moscardino bollito e servito con limone e alloro.

 

A pochi passi un altro tesoro, Palazzo del Bo, antica sede universitaria e custode di pezzi unici al mondo come la cattedra da cui insegnò proprio qui e per tanti anni Galileo Galilei.

E dall’altro lato della strada, lo storico Caffè Pedrocchi, in cui, in qualche modo, si è fatta l’unità d’Italia. Fate un break, con il caffè alla menta che solo al Pedrocchi sanno fare, prima di decidere se scendere verso il “Santo” come affettuosamente i padovani  chiamano Sant’Antonio e la sua imperdibile cattedrale e il Prato della Valle, la grande piazza, una delle più grandi d’Europa, con al centro l’isola Memmia circondata da canali e file di statue; o andare dal lato opposto, verso la preziosa Cappella degli Scrovegni. Ma questa è un’altra storia…

 

Apriti sesamo. Il mio vecchio atlante

Un vecchio atlante di quasi trentacinque anni fa. Un tomo desueto e ingombrante che pensavo non esistesse più, dimenticato durante un trasloco o messo da parte per un negozio di libri usati, venduto su una bancarella quando, ad inizio anno, ci si liberava dei testi superati e inutili.

Invece il vecchio atlante De Agostini stava lì, in attesa che lo ritrovassi, messo da parte da una persona cara assai, rilegato nuovamente e custodito.

Amo le cartine geografiche e ancor oggi guardo in cagnesco l’odiato navigatore stropicciando con soddisfazione la mappa dei luoghi che non mi tradisce mai e che raramente sbaglia percorso.

Le mappe parlano, lo fanno da sempre per me. Sono tappeti volanti che mi portano ovunque io voglia, basta tradurne il linguaggio. “Mi confondo, non le capisco”, continua a ripetermi mio marito, quando, in viaggio, indico il percorso sulla mappa.

A me basta guardarla perché luoghi e paesaggi si materializzino, interi viaggi on the road prendano vita. Ed è come essere già un po’ lì.

Il vecchio atlante ha poi un valore aggiunto: non si aggiorna. E’ e resterà per sempre un’edizione del 1984, fermo nel tempo a quel preciso momento. “Sai che fregatura” – penserete – “basta un click per avere l’ultimo aggiornamento in tempo reale e con pochi centesimi”. E’ vero, ma io con il mio libro ingiallito ci faccio un viaggio che non mi stanca mai, quello nella storia.

Perché nel 1984, a pochi passi da casa mia, c’era ancora la Iugoslavia. E dopo pochi anni la caduta di un muro avrebbe trasformato l’odierna Germania.

Avrei imparato a considerare tutto ciò che vi gravita attorno come Europa e un pò più a est un’immensa porzione di territorio di un unico colore indicata come URSS avrebbe presto cominciato a frammentarsi e colorarsi.

Sul mio atlante c’e già un Vietnam libero ed indipendente e la Cina sembra ancora lontana ed irraggiungibile. Non troverò il Myanmar nell’indice e la Siria mi parlerà ancora di città con splendidi minareti che profumano di rosa…

Oslo con Rachel e Dino. Tre buoni motivi per iniziare ad amarla

“Nel weekend vado ad Oslo”.

“Oslo, quella a nord da qualche parte?” – penso.

“Fantastico, bella idea” – rispondo.

Al telefono c’è Dino, il fratello che condivide con me il gene del viaggiatore e per il quale, ovunque sia, ogni occasione è buona per conoscere un posto nuovo. Ogni occasione, qualsiasi. E lo stesso vale per me. Eccetto quella che mi porta in luoghi dove la temperatura scende sotto i 15/10 gradi… Babbo Natale, le renne, distese candide di neve soffice. Stupendo, dal caldo di uno chalet con cioccolata calda e camino però.

Così, quando cominciano ad arrivare sul mio cellulare le prime foto del weekend di Dino e Rachel, non ci faccio caso. Guardo la prima distratta, poi la seconda, più attenta, alla terza sono già on line per saperne di più. Dopo qualche minuto ho deciso che Oslo è entrata a far parte delle mie destinazioni future…magari in primavera.

Del Vikingskipshuset, il museo con le navi vichinghe, sono certa sapete tutti; il castello di Akershus, con relativo cambio della guardia tutti i giorni alle 13.30, pare sia una tappa da non perdere; segue la chiesa di Nostro Salvatore con le vetrate istoriate da Emanuel Vigeland, fratello del più celebre Gustav; il che ci porta allo splendido parco Vigeland con le sue 212 sculture tutte da scoprire; da non dimenticare le famose opere di Munch.

E se invece partissimo da una sauna urbana? Sto parlando di vere e proprie saune galleggianti nel porto di Oslo, strutture ancorate o mobili che combinano i piaceri della sauna, lo skyline dall’acqua e un bel bagno tonificante nel fiordo.  Le più note sono la Oslo Sauna Raft e la Oslo Fjord Sauna.

Discorso un po’ diverso se parliamo di Salt, progetto unico d’arte e benessere insieme, al molo Langkaia. Un agglomerato di costruzioni in legno progettate dall’architetto Sami Rintala con più saune dalla differente capienza che, al piacere dell’antico rito, abbinano conferenze ed eventi culturali. C’è anche un bar, il Naustet e una barca, Kok, per gite nel fiordo. Infine la Piramide Artica, una tradizionale costruzione per l’essiccazione del pesce che ospita arte e cultura.

Restiamo nell’area del porto per la seconda foto di Dino e Rachel: quella che riprende il teatro dell’Opera e del Balletto. Progettato dallo studio norvegese Snohetta, bianco e enorme, sembra appena riemerso dall’acqua. Si può salire sino in cima gratuitamente. Gli interni, con materiali raffinati come il legno di quercia del Baltico, possono essere visitati ma bisogna prenotare con anticipo.

Sembra bellissimo ed in cima alla lista delle cose che vedrei ad Oslo. Insieme all’Opera, tutti gli altri edifici avveniristici che caratterizzano il nuovo panorama architettonico della città come ad esempio il Barcode, 12 grattacieli di diverse altezze e larghezze con spazi vuoti in modo che il tutto somigli e ricordi un immenso codice a barre; e poi il palazzo della Statoil, la compagnia petrolifera e del gas della Norvegia, completato nel 2012 ed ispirato alle piattaforme in acciaio che si trovano in mare aperto…cinque parallelepipedi coricati uno sull’altro; il museo Astrup Fearnley, progettato da Renzo Piano, con i suoi tre padiglioni sotto un unico tetto in vetro che ricorda una vela; infine la Mortensrud Kirke, una cattedrale in vetro, ardesia e acciaio, con le sue tre pietre provenienti da luoghi simbolici: il Muro di Berlino, Robben Island – dove Nelson Mandela fu imprigionato – e Gerusalemme.

Terza foto e spunto goloso per un viaggio ad Oslo: cosa si mangia di buono? Sembra che un’esperienza culinaria ad Oslo valga da sola il viaggio, con un’attenzione speciale per il bio gourmet, in quella che è considerata la capitale green per eccellenza. Da dove partire? Da Vulkan, un’ex zona industriale trasformata in un quartiere dal basso impatto ambientale. Ci trovate Mathallen, un mercato di prodotti gastronomici e dal 2014, due grandi alveari progettati anch’essi dallo studio di architetti Snohetta.

Valencia. Fiumi verdi e gatti al guinzaglio

Pensavo di aver capito male.

Di  vecchi stabilimenti e quartieri fatiscenti, oggi luogo di aggregazione e polo d’arte, ne ho scoperti e visitati tanti in giro per il mondo. Strade ferrate trasformate in piste ciclabili, luoghi destinati all’oblio che si reinventano e cambiano pelle generando nuova bellezza.

Eppure Valencia mi ha lasciato senza parole: qui le cose le hanno fatte davvero in grande e il restyling ha interessato un intero fiume, il Turia, che prima attraversava il cuore della città.

A ogni piena ansia e preoccupazione che l’acqua potesse far danno aumentavano. Nel 1957, con la “gran riada”, l’alluvione di cui ogni valenziano ha memoria, i danni a cose e soprattutto, ahimè, a persone ci furono  e furono ingenti e così, finalmente, negli anni 60, si decise di deviare il Turia prosciugandone il letto.

 

 

Inizialmente si pensò a costruirci sopra autostrade e nuovi assi viari e solo nel 1986 vinse l’idea illuminata di trasformare l’antico alveo nel più grande giardino urbano di Spagna.

Detta così rende poco l’idea: occorre percorrerli i 9 chilometri interessati per comprendere la portata del cambiamento. 110 ettari di verde aperti al pubblico e del tutto gratuiti che si alternano a fontane, piste ciclabili, campi da golf, aree picnic.

C’è spazio per tutti: c’è chi corre, chi fa yoga, un gruppo che improvvisa un concerto di tamburi, persino un gatto al guinzaglio che va a passeggio coi padroni. Sì, avete capito bene, un gatto al guinzaglio…

Giardini di Turia. Un gatto al guinzaglio
Giardini di Turia

E poi ancora un parco gioco per i più piccoli dove decine di “lillipuziani” prendono d’assalto un grande Gulliver con scivoli, corde e percorsi segreti; il prestigioso Palazzo de la Musica, centro musicale inaugurato nel 1987, oggi sede dell’orchestra  di Valencia, con la sua cupola di vetro e gli alberi di arancia; un ponte rinascimentale, il Puente del Mar con le sue edicole che ospitano le statue della Vergine Maria  e di San Pascual Baylon e, infine, a sud del centro storico, la Città delle Arti e delle Scienze.

Tutti ne parlano da tempo, ovunque ne troverete immagini ma niente vi preparerà allo stupore e alla meraviglia. Città nella città, complesso dalle ardite architetture, qui il verde lascia posto al bianco accecante delle strutture e all’azzurro dell’acqua nelle enormi vasche e fontane.

Sarei rimasta ore ad osservare archi ed angoli che sfidano la gravità chiedendomi come ciò fosse possibile e soprattutto chi avesse partorito tale audacia. Prima firma, indelebile direi, quella del grande e controverso Calatrava che ovunque crei, lascia una scia di polemiche ed innegabili grazia e meraviglia.

 

 

Il Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, il museo delle Scienze Principe Felipe, il parco oceanografico, l’Umbracle, l’Agora, ogni edificio vi lascerà a bocca aperta. Godetevi lo spettacolo, magari con una horchata fresca, la tipica bevanda a base del tubero che da queste parti viene coltivato, la chufa. Proprio davanti il museo delle Scienze dovreste trovare un baracchino che la vende. Affittate un segway o una bici. Oppure fate come me: cercate un posticino al sole ed osservate.

Fiumi verdi, gatti al guinzaglio e città bianche non capitano tutti i giorni.