Il Mamertino. Il vino siciliano che piaceva ai Romani

Azienda Agricola Vasari
Il Castello che domina la Valle del Mela
Il Castello che domina la Valle del Mela

Grillo, Inzolia e Cataratto per il bianco, Nero d’Avola e Nocera per il rosso. E’ quanto prevede il disciplinare del Mamertino, una DOC preziosa e unica di un’assai piccola porzione di territorio sulla costa tirrenica in provincia di Messina, Sicilia.

Una DOC, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, che ha rischiato di scomparire nei libri di storia e che invece oggi è racconto vivo di un territorio stretto tra Peloritani e Mar Tirreno.

Azienda Agricola Vasari. Il Mamertino torna in Sicilia

In casa Vasari il vino si fa da più di quattrocento anni. Risale al 1628 un documento scritto in latino che attesta un contratto di vendita di vino sfuso. Le viti sono quelle delle colline sovrastanti la valle del fiume Mela nei comuni di Santa Lucia del Mela e Merì, a 250/300 mt. di altezza con esposizione Ovest-Nord/Ovest.

Tra questi filari i Vasari hanno reintrodotto la produzione del Mamertino con passione e una buona dose di testardaggine.  “La DOC è arrivata nel 2004 ma il Mamertino che qui produciamo era stato registrato già negli anni Settanta”. A parlare è Ruggero Vasari, settima generazione dei Vasari, alla guida dell’azienda con il nipote Michele.

“Perché perdere un unicum come il Mamertino apprezzato da Giulio Cesare e considerato tra i migliori da Plinio il Vecchio?”.

L'antico casale del Settecento con le vasche, gli strumenti e i profumi della tradizione
L’antico casale del Settecento con le vasche, gli strumenti e i profumi della tradizione

Del Mamertino ne parla Strabone, il geografo romano e Giulio Cesare sceglie di offrirlo al banchetto tenutosi per celebrare il suo terzo consolato. Il Mamertino arriva poi al quarto posto della classifica dei vini migliori – 195 all’epoca – stilata da Plinio il Vecchio. A soffiargli i primi posti il Falerno, ancora oggi prodotto nel casertano e il Cecubo laziale.

Filosofia green, vini bio. Ce lo insegna il passato

Oggi il Mamertino e le altre etichette Vasari sono lavorate in un moderno impianto che occupa una superficie di 800 mq con una capacità di stoccaggio di oltre 1500 ettolitri di vino, dotato delle più moderne attrezzature. Un tempo il vino veniva prodotto nell’antico casale di famiglia, una costruzione della prima metà del Settecento, oggi visitabile, dove tutto parla di tradizione e territorio.

“Il passato occorre studiarlo, ascoltarlo, farne tesoro ma è sempre al futuro che bisogna guardare. Ricordo ancora quando iniziavo ad applicare negli anni ’90 un’agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Di <biologico> non se ne parlava eppure non c’è nulla in fondo di più tradizionale…”

Ruggero Vasari continua a raccontare un’azienda che oggi esporta ovunque nel mondo, dove le viti sono curate con metodi naturali e trattate con potature corte per favorire una bassa resa del ceppo e garantire una qualità superiore.

I vini Vasari nascono e prendono carattere e profumo in vigna, ciascuno da vitigni coltivati insieme nella stesso appezzamento nelle percentuali previste e insieme vendemmiati.

Il Mamertino Bianco Doc bio e il cru San Giuseppe, quello Rosso Riserva, il cru Timpanara e il Nero d’Avola; infine il Grillo, il Nocera in purezza, un accattivante Rosato, lo Zahir e due IGT Terre Siciliane, il Mistral Rosso e Bianco.

“I contadini dicono che la vigna va <spogliata> perché regali il frutto migliore ed è con la medesima semplicità che i filari vengono tenuti puliti da erbacce e funghi che altrimenti aggredirebbero la pianta. Le macchine più sofisticate che oggi provvedono a mantenere elevati i processi di vinificazione e preservare le proprietà organolettiche delle uve si basano su processi antichi che però vanno adeguati al sapere e al gusto moderni. L’invecchiamento in botti di rovere e l’affinamento in bottiglia fanno il resto”.

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La Doc assegnata al Mamertino siciliano nel 2004 e i rigidi protocolli stabiliti per la produzione di questo nobile vino siciliano hanno aperto la strada alla nascita di un’associazione di produttori del Mamertino, un primo nucleo di tredici realtà vinicole, di cui fa parte l’azienda Vasari, con l’obiettivo di un consorzio che continui a tutelare e raccontare un territorio straordinario.

Si ringraziano l’Azienda Agricola Vasari e in particolare Ruggero Vasari per il racconto di un vino straordinario e di una produzione caparbia e visionaria.

A Lanzarote. L’isola di César Manrique

“Quiero extraer de la Tierra su armonía para unirla a mi sentimiento con el arte”.

Manrique, 1992

Può l’arte rendere ancora più belli e armoniosi luoghi e paesaggi naturali a dispetto di speculazione edilizia e consumismo sregolato?

Può l’artista farsi custode dell’ambiente indicando il percorso da seguire per una fruizione allegra e gioiosa ma pur sempre rispettosa?

La risposta è sì: in un mondo in cui si continua a deturpare quanto di prezioso abbiamo e nulla sembra poter frenare questo trend negativo, César Manrique lo ha reso possibile in una delle sette isole delle Canarie, a Lanzarote.

Chi era César Manrique

Genio puro. Passione e ardore. Caparbietà e lungimiranza. Non puoi che pensarlo ammirando la Lanzarote che l’estro di Manrique ci ha lasciato e che ancora oggi, a quasi trent’anni dalla sua morte, continua a seguire la direzione da lui indicata.

Nato a Lanzarote nel 1919, Manrique conosce gli orrori della Guerra Civile e sceglie l’arte e la vita. Lo fa cominciando a studiare architettura a Tenerife e successivamente trasferendosi  a Madrid per approfondire pittura presso l’Accademia delle Belle Arti di San Fernando. Diventa velocemente uno dei maggiori esponenti dell’Astrattismo e dell’Informale; le sue mostre ed esposizioni riscuotono successo in tutto il mondo. Vive due anni a New York invitato da Nelson Rockefeller a partecipare a una mostra al Guggenheim Museum e torna a Lanzarote nel 1966 dove dà il via ad una vera e propria rivoluzione.

Ha inizio infatti la creazione di una serie di siti che trasformano Lanzarote in un’isola di colore e bellezza. La parola d’ordine che sembra essere trasportata e <spinta> da un capo all’altro dell’isola dai Juguetes del Viento, le sculture mobili di César, è rispetto dell’ambiente circostante. Pardon, rettifico. Non è mero rispetto, è simbiosi ed empatia.

L’arte si installa negli scenari mozzafiato del luogo e li esalta. Una contaminazione senza precedenti. Scultura, pittura, disegno, architettura d’interni ed esterni concorrono alla realizzazione di una Lanzarote bella, funzionale, fruibile e, dal 1993, ufficialmente Riserva della Biosfera.

Il Mirador del Rio
Un tuffo nel blu dell’oceano. La Graciosa e Alegranza dal Mirador del Rio

Sulle tracce del genio. Partiamo da Cueva de los Verdes

Un sistema di tunnel sotterranei formatisi durante un’eruzione preistorica del vulcano Monte della Corona, a nord dell’isola, nei pressi di La Haria. Avete capito bene: una serie di ambienti nelle viscere della terra, un percorso lungo chilometri che la lava ha percorso delineando grotte, cavità, gallerie, il Túnel de la Atlántida.

Negli anni Sessanta Manrique ne coglie l’unicità e riesce a trasformare un segmento del <tubo> lavico di circa due chilometri in un vero e proprio “viaggio al centro della terra” su più livelli.

“La naturaleza nos ha dado el esplendor de la vida y como espléndida madre tenemos el deber de protegerla de todo peligro, por ser dependientes de ella misma”.

Manrique, 1992

Il paesaggio all’esterno è caratterizzato da distese di lava, ciuffi di vegetazione a perdita d’occhio e nulla lascia immaginare cosa si celi appena pochi metri “sotto”. La discesa graduale svela la meraviglia lentamente. Un sistema di luci rende indimenticabile l’esperienza evidenziando concrezioni fantastiche, svelando stalattiti laviche, amplificando la grandiosità di madre natura. La musica riecheggia nel grande auditorium a circa metà percorso, dove spesso sono organizzati concerti,  e pozze d’acqua creano riflessi ed effetti speciali.

Si entra in gruppi di cinquanta con guide autorizzate; alcuni tratti più angusti possono generare difficoltà in chi soffre con la schiena o di claustrofobia. Non ci sono toilettes: le ultime che troverete sono nell’area parcheggio. La visita a Cueva de lo Verdes può essere inserita nel biglietto cumulativo Bonos Vouchers per tre, quattro o sei attrazioni.

Jameos del Agua. Il primo complesso turistico dell’isola

Dimenticate cementificazione e strutture in serie. A Lanzarote Manrique progetta il primo complesso turistico sostenibile dell’isola e lo fa negli anni del boom turistico e dell’inizio delle speculazioni alberghiere.

È il 1966 quando César crea qualcosa di unico e di perfettamente integrato nel territorio all’interno di “bolle” vulcaniche, ambienti scavati dalla lava secondo lo stesso principio di Cueva de lo Verdes, molto ampi e capaci di ospitare un ristorante, bar, piste da ballo, persino una sala concerti con un’acustica straordinaria e capace di accogliere fino a 600 persone.

Ai Jameos del Agua, a pochi metri dall’oceano, vi si accede lungo una scenografica scala dal Jameo Chico dove si trova il ristorante. Per arrivare alla successiva bolla vulcanica dove ad aspettare il visitatore c’è una splendida piscina e un giardino tropicale, occorre percorrere un corridoio lungo 100 metri e largo 13, che attraversa un lago d’acqua salata che custodisce un tesoro. Nel lago, visibile ad occhio nudo, vive una colonia di jameitos, rari granchi albini e ciechi.

Jameos del Agua. La piscina
Jameos del Agua. La piscina
Il lago d'acqua salata dove vivono i granchi albini
Il lago d’acqua salata dove vivono i granchi albini
La sala da concerti
La sala da concerti

Casa Museo del Campesino. Non solo natura. Costumi e tradizioni

Nel 1968 è la volta della Casa Museo del Campesino nell’area agricola La Geria. Stavolta Manrique pone l’accento su tradizioni e costumi dell’isola da sempre abitata da una comunità avvezza a fare i conti con un territorio aspro e difficile.

Con il Monumento al Campesino, un obelisco alto 15 metri creato con vecchi serbatoi d’acqua dipinti di bianco e saldati insieme, Manrique celebra la figura del contadino. Il Monumento alla Fecondità – si chiama così – segna l’inizio di un percorso a cui si accede gratuitamente e che permette di scoprire usanze, tradizioni ma anche colori e sapori dell’isola delle Canarie.

“Yo creo en el ser humano como totalidad, no creo ni en las religiones, ni en las fronteras, ni en las nacionalidades, ni en las banderas”.

Manrique, 1978

C’è ad esempio la riproduzione di una piccola fattoria. In bella mostra gli strumenti tradizionali, pannelli illustrativi sulle tecniche di coltivazione, specie quella della vite e della profumata Malvasia Vulcanica.

Imperdibile poi il MAS, il Mercado Autoctono Sostenible: tante botteghe in semi cerchio che si affacciano su una piazza assolata.

Ogni bottega offre prodotti tipici ma soprattutto la possibilità di accedere a mini laboratori per saperne un po’ di più e scoprire tecniche di produzione. Un esempio: cosa è il gofio e come, da questa farina ricavata da orzo e mais tostato, nascono piatti tipici e prelibati? E come il sale che arriva dalle vicine Saline de Janubio può essere trattato per ricavarne trattamenti aromaterapici? E ancora, avete mai sentito parlare della cocciniglia, il minuscolo insetto che produce l’acido carminico, una sostanza che regala al Campari quel bel rosso vermiglio? A Lanzarote viene come dire “allevato” sulle pale di fico d’india della cui linfa è ghiotto e che per lunghi tratti caratterizzano il paesaggio tra Guatiza e Mala. Al MAS vi insegnano come le larve degli insetti vengono raccolte, essiccate e trasformate in colorante considerato dal 2016 “prodotto di origine controllata”, con caratteristiche uniche e del tutto naturali.

Casa Museo del Campesino
Casa Museo del Campesino

Al centro della piazza, poi, la meraviglia: una scala conduce ad un livello inferiore  e ad una galleria scavata nella roccia e nella lava di Lanzarote che porta a un ristorante e  sala da ballo. Ancora una volta l’ambiente naturale viene esaltato attraverso architetture esilaranti e avveniristiche.

Dove comanda il vulcano il diavolo di Manrique dà il benvenuto al visitatore

Una superficie di più di 5.000 ettari, gole, crateri, distese di roccia acuminata, crepe ed enormi spaccature, dune di cenere, scie di zolfo. Ecco a voi Parco Nazionale di Timanfaya che in realtà è solo uno dei vulcani, le Montagnas del Fuego, che nel 1730 e per sei anni distrussero e modificarono totalmente la geografia di Lanzarote. Visitare il parco, nonostante le rigide e giustificate regole, è uno dei must dell’isola e lo è ancor di più considerato il contributo di César Manrique a un luogo assai spettacolare.

Per capire di cosa sto parlando occorre raggiungere la LZ67 e avventurarsi all’interno del parco. A darvi il benvenuto troverete un “demonio” forgiato col fuoco dell’isola e il genio di Manrique, ormai un simbolo di Lanzarote e appena dopo, sulla destra, il Centro de Visitantes e Interpretaciòn de Mancha Blanca. Superatelo e riservatene la visita ad un secondo momento. Proseguite quindi sino alla guardiola in pietra lavica dove si paga il biglietto d’ingresso o si mostra il biglietto combinato di cui vi ho già parlato.

Proseguite per circa 3 chilometri sino all’Islote de Hilario dove lascerete l’auto. A partire da questo punto qualsiasi spostamento in autonomia non è consentito ed è qui che troverete il centro visitatori e il ristorante progettato da Manrique, perfettamente integrato nel contesto e letteralmente “abbracciato” dai canyons e dalle valli del parco. Tutto qui è in sintonia col paesaggio. I colori virano dall’ocra al mattone e pesanti padelle stilizzate diventano arredo e simbolo. E’ possibile pranzare con le carni cotte su piastre ardenti grazie al calore del sottosuolo che a pochi metri di profondità raggiunge temperature assai elevate. Lo stesso calore che dalle viscere risale e brucia rami secchi e crea un piccolo geyser a beneficio dei visitatori.

Dall’Islote de Hilario partono i bus autorizzati a percorrere la Ruta de los Volcanes, 14 chilometri e 45 minuti per raggiungere il Pico Partido (il Picco Spaccato), la Montaña Rajada (la Montagna Spaccata) o quella Encantada, la Valle de la Tranquilidad o la Caldera del Corazoncillo (la Caldera del Cuoricino).

E’ il Centro de Mancha Blanca a organizzare invece trekking nella parte meridionale del parco. Le escursioni sono gratuite ma riservate a un numero assai ridotto di partecipanti. Possono essere prenotati online su www.reservasparquesnacionales.es a partire da trenta giorni prima la data prescelta. Un consiglio: prenotate non appena possibile, il numero dei posti a disposizione è davvero esiguo.

Las Montanas del Fuego
Las Montanas del Fuego

Altro consiglio: come già accennato il centro Mancha Blanca è molto utile e interessante per approfondire e acquisire nozioni più specifiche ma se volete raggiungere l’Islote de Hilario e fare il tour completo fatelo di buon mattino e dategli la precedenza. La coda che si crea in tarda mattinata potrebbe costringervi ad aspettare per ore.

Il Mirador del Rio. Da qui l’Africa sembra di toccarla

Appena 130 chilometri che non sono comunque pochi ma qui, affacciati al Mirador del Rio, l’Africa la senti davvero vicina e percepisci come Lanzarote, la più nordorientale, e le sei sorelle siano europee sì, ma fortemente legate al continente africano.

Il Mirador altro non era che un vecchio bunker, un appostamento di artiglieria spagnola, la Bateria del Rio, a due chilometri da Yé, affacciata sull’Oceano Atlantico ad un’altezza di 479 metri. Oggi, grazie all’estro e al genio di Malrique, è stato trasformato in un meraviglioso “balcone” scavato nella roccia, in parte al coperto e separato dall’esterno da una grande vetrata. Alle spalle e ai lati la grandiosità della roccia che scende ripida sino alla costa da cui partono i traghetti per la piccola La Graciosa, l’isola separata da Lanzarote da uno stretto corridoio d’acqua.

Il MIAC. Un’antica fortezza militare trasformata in polo d’arte contemporanea

Nel 1975, il Castello di San Josè, affacciato sul porto di Arrecife, a breve distanza dal centro storico, era ormai in rovina quando Manrique ideò il progetto del MIAC, un polo che raccontasse le massime espressioni dell’arte mondiale e canaria contemporanee con mostre permanenti e non, e fosse luogo di incontro e di aggregazione grazie a workshop  e conferenze. A rendere il tutto ancora più accattivante un ristorante sull’oceano collegato all’esterno con una scalinata di pietra lavica e all’interno con una di un bianco abbagliante, una spirale di luce tra quadri e sculture.

Il Giardino dei Cactus. Un giardino in una cava di lava

Un giardino è sempre una bella cosa, quello ideato da Manrique a Guatiza lo è ancora di più perché all’interno di una cava per l’estrazione di cenere vulcanica, che nel tempo diventò discarica, oggi è possibile visitare una delle attrazioni fiore all’occhiello dell’isola.

Il Giardino dei Cactus si presenta al visitatore, che vi accede nella parte più alta, come un grande anfiteatro con terrazze concentriche che degradano dolcemente verso la parte più bassa. Migliaia di esemplari ovunque, più di mille specie diverse di piante grasse che arrivano da Perù, Messico, Cile, Stati Uniti, Marocco, Madagascar, Tanzania, Kenya.

All’interno del sito sono stati realizzati sentieri che permettono di muoversi liberamente tra piante dai fiori e dalle foglie minuscole e alberi enormi che svettano vicino a monoliti di pietra. Un’area per mostre e incontri, il negozio di souvenir, il bar, persino i servizi igienici sono ben mimetizzati e armonici nel contesto. Nella parte più alta un mulino come quelli dove un tempo si macinava mais e orzo per ottenere il gofio. All’esterno un enorme cactus opera di César.

El Taro de Tahiche. Fundación César Manrique

El Taro de Tahiche accoglie inizialmente la casa privata dell’artista che decide di cambiarne destinazione e trasformarla in fondazione nel 1992, stesso anno in cui, a pochi mesi dall’inaugurazione, Manrique muore in un incidente stradale a pochi metri da qui.

L’edificio, costruito su una delle colate laviche riconducibili alle eruzioni vulcaniche sull’isola tra il 1730 e i 1736, è articolato su due livelli ed è perfettamente inserito nel contesto naturale, a tratti quasi una continuazione, grazie all’utilizzo e all’alternanza di elementi tradizionali e altri di concezione più moderna come le ampie vetrate, i vasti spazi. Visitarne i diversi ambienti significa oggi ripercorrere la vita ma soprattutto il pensiero dell’artista grazie a foto e video che ne raccontano le passioni, le idee, il suo pensiero estetico Arte Natura/Natura Arte.

Un uomo dalla possente immaginazione, dall’estro a volte eccessivo e inconfondibile, innamorato della vita e della bellezza, devoto alla sua terra e ai suoi paesaggi. Evidenti le influenze cosmopolite dovute ai suoi studi e ai tanti viaggi. Sorprendente la sua capacità di utilizzare i media e tutti i mezzi di comunicazione per costruire la sua immagine e per sfruttarla al momento giusto: da dandy che prende a morsi la vita, ad appassionato difensore di Lanzarote contro sfruttamento edilizio e costruzioni incontrollate.

L’intera fondazione sfrutta le cinque bolle vulcaniche naturali per ricreare angoli privati, una splendida piscina, giardini tropicali, saloni più intimi, luoghi di svago, ciascuno diverso, ciascuno speciale e sorprendentemente attuali nella scelta dei colori e dei materiali.

A Tahiche non dimenticate di fare un salto al birrificio artigianale Los Aljibes. Perché ve ne parlo qui? Perché nasce da un progetto di César Manrique all’interno di una antica cisterna d’acqua dove oggi è possibile bere un’ottima birra e gustare carne alla griglia. Provate anche i tocchetti di melanzana fritta con “miele di cactus”, la melassa ricavata dalla pianta che più racconta Lanzarote.

César a nudo. La Casa Museo di Haría

“Mi casa está decorada, está pensada en función de la vida, la luz y la belleza. Hay una armonia de espacios y de formas y, sobre todo, un concepto muy funcional con respecto al hombre, al confort y a la alegría. Mi casa tiene una enorme alegría y una luz espléndida”.

Manrique, 1988

Il paese di Haría è molto suggestivo. Qui il tempo sembra essersi fermato tra file di case tradizionali di un bianco candido, piazze assolate e vicoli stretti. La Valle delle Mille Palme protetta dal massiccio del Famara ospita la Casa Museo di César Manrique, la dimora in cui l’artista visse negli ultimi anni della sua vita, tra il 1988 e il 1992. Una tenuta agricola, un giardino di palme, una cascina in rovina che Manrique trasformò per sé e per dipingere i suoi quadri, in un atelier collegato alla casa da un sentiero di polvere lavica.

Ed è il nero della pietra lavica l’elemento predominante insieme al verde della vegetazione e il legno dei soffitti tradizionali di alcuni ambienti.

Ogni oggetto è stato scelto ed accuratamente posizionato: utensili dell’agricoltura e della pesca locali,  le splendide lampade create da pezzi di recupero, legno, metallo e bottiglie riciclate, gli schizzi, le foto personali, i suoi libri, maschere africane, camice gracioseras tipiche dell’isola, kimono, sandali giapponesi, un pianoforte a coda…

L’impressione che se ne ricava è che Manrique sia ancora qui e non abbia mai lasciato questa casa. Ci si aspetta di incontrarlo, di accomodarsi in uno dei divani e di poterci chiacchierare un po’.

Anche la cucina dove ci si potrebbe sedere e pranzare e dove persino le ceramiche e i bicchieri raccontano il gusto di César, trasmette intimità, descrive l’uomo, i suoi tempi, la quotidianità.

Le camere da letto, quella interna e la dependance esterna, coi tetti rivestiti di legno, sono piccole oasi dedicate all’ozio e rese speciali da bagni privati spettacolari perché affacciati sui giardini esterni attraverso “muri” di vetro, in un continuum ininterrotto tra natura e spazio privato.

All’interno dell’atelier tutto è rimasto così come era al momento della morte improvvisa di César: i tavoli da disegno, i colori, le lattine degli acrilici che sembrano ancora aspettare di trasformarsi in arte.

César Manrique e le sue creazioni
César Manrique e le sue creazioni

Il nostro viaggio sulle tracce di Manrique si ferma qui, ma solo momentaneamente, in attesa di nuove avventure a Lanzarote. Perché quanto scoperto sin qui è solo il Manrique più popolare ma il suo “tocco” è davvero ovunque sull’isola e appare quando meno te lo aspetti. Una piccola anticipazione: César Manrique farà ancora capolino su viaggimperfetti grazie ad una bottiglia di vino…

“Uno de los grandes males que tienen los hombres es el no tener conciencia clara de lo que significa la vida. Es algo tan corto, tan ligero…

Manrique, 1978

 

Racconto Sicilia. Messina golosa

Sicilia. Cosa mangiare a Messina

Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno.
Le risposte saranno tante e diverse ma ce n’è una che ricorre sempre e mette tutti d’accordo: la gola.
Dai piatti più conosciuti a quelli meno noti, legati alla tradizione e alla stagionalità. Ogni area con varianti dello stesso piatto e pietanze uniche e introvabili altrove. Street food e piatti della festa.
Partiamo da Messina, la porta dell’isola e lo facciamo con <saperi esperti> del racconto Sicilia.
Compagni fidati che conoscono da sempre le leccornie proposte e le preparano seguendo cuore e tradizione.

Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno...
Chiedete a chi ama la Sicilia perché continua a tornarci. Chiedetegli perché non può più farne a meno…

Stocco a ghiotta. Il piatto che arriva dal freddo nord e piace al caldo sud

Il merluzzo essiccato a Messina ha una storia antica legata a doppio filo con i popoli del nord che in Sicilia giunsero nel lontano 1100 e che già da tempo frequentavano le sue coste e il fiorente porto. Nelle stive delle navi giunte per caricare la preziosa seta che a Messina veniva prodotta, c’erano grandi scorte di merluzzo essiccato sia sottosale, il baccalà, sia all’aria, lo stoccafisso, facile da trasportare e da conservare a lungo.

L’incontro del merluzzo essiccato con i messinesi fu esplosivo: ci misero il sole del sud e lo trasformarono in uno dei cibi principe della cucina messinese, lo stocco a ghiotta a base di stocco e capperi delle Eolie, olive, salsa fatta coi pomodori dell’isola, patate e un po’ di pazienza. Perché? Ce lo spiega Anna Martano, docente, critica enogastronomica, Prefetto per la Sicilia dell’Accademia Italiana Gastronomia e Gastrosofia e autrice di Il diamante nel piatto – Storia golosa della Sicilia in 100 ricette e cunti, un prezioso volume e mix irresistibile di gusto e racconto edito da Ali&No.

” Bisogna far cuocere a fuoco lento fin a che le patate non si ammorbidiscono. La ghiotta non va mai mescolata, per non rompere le patate e lo stoccafisso. Occorre scuotere la casseruola, tenendola per i manici, con un movimento orizzontale deciso ma delicato”.

Nel libro trovate anche la ricetta insieme a innumerevoli <cunti>, nati da appunti e pizzini raccolti negli anni.

La pasta ‘ncasciata del Commissario Montalbano. A Messina la <pasta al forno> della domenica

Avete imparato a conoscerla coi romanzi del maestro Camilleri e nelle avventure del Commissario Montalbano. Di cosa parlo? Della leggendaria pasta ‘ncasciata che Adelina prepara per Salvo Montalbano: un godurioso e sontuoso piatto che nulla ha da invidiare a timballi e sartù. L’incontro tra la pasta, generalmente maccheroni o sedanini (se di grani siciliani è meglio) e una serie assai lunga di ingredienti che variano da zona a zona.

A Messina la pasta ‘ncasciata o incaciata o ancora più semplicemente al forno, è il piatto della domenica e prevede la lenta cottura della salsa, o del ragù spesso coi piselli, con cui si andranno a condire i maccheroncini insieme ad una buona provola, una generosa dose di melanzana fritta a tocchetti e abbondanti uova sode a pezzi. Infine una spolverata di provola o parmigiano e il tempo giusto in forno che darà quella crosticina così speciale che i bimbi a tavola si contendono. C’è chi aggiunge cubetti di mortadella.

Il miglior posto per mangiare la pasta al forno alla messinese? La cucina delle donne siciliane dove lento borbotta il sugo e riposa in attesa della ricca melanzana che profuma di sole e di basilico. Trovatevi un amico siciliano (di solito è per la vita) e fatevi invitare!

In riva allo Stretto. Messina mood
In riva allo Stretto. Messina mood

La braciola messinese. Solo qui la fanno così

A Messina non mancate all’appuntamento con la braciola, piccolo involtino di carne di vitello farcito con un impasto di mollica, prezzemolo, pomodoro, formaggio e aglio, generalmente servito in spiedini, ciascuno da cinque o sei braciole. Dipende dalla grandezza delle braciola: un po’ più cicciottella o appena un bocconcino da far sciogliere in bocca.

Ce ne parla Saverio Alessandro che insieme al fratello Danilo gestisce la macelleria di famiglia con una tradizione antica. E’ stato infatti il papà ad aprire bottega nel 1957.

La braciola messinese. Una tira l'altra
La braciola messinese. Una tira l’altra
I fratelli Alessandro
I fratelli Alessandro

“La tradizione vuole che si scelgano tagli particolarmente teneri e che la carne venga inumidita e <battuta> lentamente, strato dopo strato. La braciola è un’arte che qui coltiviamo da sempre. Ogni braciola va farcita con un impasto che noi prepariamo con pangrattato, olio extravergine, parmigiano e pepato siciliano grattugiati, aglio tritato (se piace), pomodorino, sale e pepe. Il risultato finale deve essere omogeneo e ben equilibrato. Al centro della braciola va inserito un pezzetto di caciocavallo che in cottura si scioglie e fila. Infine la braciola viene ripassata nel  pangrattato che sulla griglia si trasforma in crosticina”.

“E il segreto qual è Alessandro?”.

“La qualità delle materie prime e la manualità: il modo in cui con la mano avvolgi la braciola e la sigilli, un movimento che impari nel tempo”.

La braciola che profuma di mare. Il pesce spada, signore dello Stretto

In feluca. Ѐ tempo di spadare nello Stretto di Messina
In feluca. Ѐ tempo di spadare nello Stretto di Messina

Ѐ maggio il mese della pesca del pesce spada in Sicilia. Lo Stretto di Messina si anima di colori e suoni nuovi: sono le urla dei pescatori, sono le imbarcazioni tipiche a bordo delle quali si solcano la costa messinese e quella calabrese sulle tracce del re della tavola messinese.

Le feluche, o spadare, le riconosci subito perché ciascuna dotata di due lunghe <ntinne>, le antenne, una verticale alta 40 metri, al centro, in cima alla quale il capitano governa la barca e il marinaio preposto scruta il mare in cerca del pesce e una orizzontale, a prua, di circa 30 metri, all’estremità della quale un altro marinaio corre per arpionarlo una volta individuato.

Il rientro delle feluche al tramonto è una vera e propria festa e il momento che in molti attendono per acquistare il pesce freschissimo.

A ghiotta, a tocchetti, in insalata o semplicemente arrostito, il pesce spada è il piatto che profuma di mare e ricorda l’estate, il blu del mare e il sale sulla pelle. Anche le braciole di pesce spada sono eccellenti, con un ripieno di mollica, prezzemolo, capperi, pomodoro, olive, aglio.

Chiedete che venga condito con un po’ di <sammurigghiu>, olio extravergine di oliva, sale, pepe, aglio e prezzemolo, magari un po’ di origano. Nient’altro…una poesia.

Sicilia antico granaio dell’impero romano. La focaccia messinese e il re dei rustici, il  <pitone>

Della Sicilia come terra vocata alla coltivazione del grano se ne parla sin dai tempi degli antichi romani. In Sicilia il grano torna, oggi, ad essere una grande risorsa, grazie alla riscoperta degli antichi grani, a lungo poco considerati.

Tumminia, Bidì, Perciasacchi, Maiorca, Russello, Senatore Cappello. Una varietà infinita da sempre passione e oggetto di studio di un grande conoscitore di grani e farine: Francesco Arena, Bakery chef, Best in Sicily per Cronache di Gusto e Ambasciatore del Gusto per la Sicilia.

Francesco continua a portare avanti la tradizione nel panificio di famiglia, Masino Arena, a Messina dal 1939. Prodotti di nicchia, eccellenze e tipicità. Da lui trovate pani realizzati con farine e in formati diversi ed ovviamente la rosticceria messinese. I suoi prodotti scalano velocemente le classifiche nazionali, il panificio Masino Arena appare su guide specializzate. La Repubblica inserisce la bottega di famiglia nelle <Botteghe del Gusto> di Guida ai Sapori e ai Piaceri della regione Sicilia, Gambero Rosso  assegna al bakery chef messinese <due pani>.

Con lui scopriamo la tipica focaccia messinese condita con pomodoro, tuma, scarola, acciughe. Street food del cuore di ogni messinese, in piazza o in spiaggia e compagna fidata di serate casalinghe davanti la tv, da soli o in compagnia.

“Francesco la ricetta della focaccia messinese è la stessa da sempre? Nonna Teresa la faceva alla stessa maniera?”.

“Rigorosamente la stessa da più di 80 anni. La ricetta di Nonna Teresa è passata a mio padre Masino da cui io l’ho ereditata. Su questo papà non transige e ha ragione perché la focaccia è patrimonio storico per i messinesi. Nata come cibo povero era inizialmente preparata con pane raffermo tostato e condito con quello che di buono e saporito c’era in casa: la scarola e il pomodoro dell’orto, il formaggio di pecora che da noi non manca mai, le acciughe, il pesce povero che i pescatori portavano dalla pesca. Oggi la focaccia è sulla tavola di ogni messinese e in tanti la conoscono altrove. Ho avuto il piacere di presentarla a fiere ed eventi in tutta Italia, persino all’estero, a Barcellona e a Vienna, due anni fa, presso l’ambasciata italiana in occasione della Settimana della Cucina Italiana all’Estero”.

La focaccia messinese se la gioca con i <rustici>: il mitico arancino al burro o al ragù (ricordatevi che a Messina è maschio!) e il <pitone>. Che cos’è il pitone? E’ un calzone di pasta friabile, fritta se tradizionale, o al forno, lievitata o meno, con un ripieno che prevede gli stessi ingredienti della focaccia messinese. “E’ corretto Francesco?”.

“Stessi ingredienti, stessa necessità di creare una pietanza appetibile con quello che c’era. Nel caso del pitone ci hanno pensato le mogli dei pescatori creando una sorta di panino imbottito <sigillato> che si poteva consumare in barca mentre si pescava e magari con una mano sola. Anche in questo caso una ricetta sana e semplice nata dall’ingegno delle donne siciliane”.

Volete provare a preparare il pitone a casa? Al link il video di Francesco Arena con la ricetta per preparare a casa i pitoni tradizionali. Sul suo canale youtube ne trovate anche altre!

A Messina il bianco e il nero fanno coppia fissa. Non solo a Carnevale

Vi piacciono i bignè? Immaginatene una barocca composizione, una cremosa piramide cosparsa di scaglie di cioccolato,  all’interno della quale ogni bignè sta in perfetto equilibrio col suo ripieno di panna ben ricoperto di crema gianduia. Siete riusciti a visualizzare la golosa montagna? Ecco a voi il Bianco e Nero messinese, altro che semplici profiteroles!

Dolce della festa, il Bianco e Nero mette d’accordo grandi e piccini ed è spesso realizzato in mini porzioni che fanno bella mostra nelle vetrine delle migliori pasticcerie accanto cannoli e cassate.

E nel periodo invernale, il Bianco e Nero fa a gara con un’altra delizia tutta messinese, anche in questo caso nera e bianca, la Pignolata.

In realtà si tratta di piccoli gnocchi di pasta fritta, <pigne>, simili agli struffoli napoletani, ma ricoperti da una glassa per metà al cioccolato e per metà al limone, che compatta e uniforma il tutto. Dolce povero a base di ingredienti semplici si è arricchito nel tempo trasformandosi nella leccornia del Carnevale, oggi per fortuna disponibile quasi tutto l’anno.

Nzuddi e Piparelli. Pesche, Lulù e viennesi

Accanto Frutta Martorana e biscotti alla pasta di mandorla mettete in valigia anche ‘Nzuddi e Piparelli, i biscotti secchi della tradizione messinese, magari insieme ad una buona bottiglia di Malvasia delle Lipari, il vino liquoroso prodotto in questa area della Sicilia.

Saranno perfetti per una pausa con gli amici e vi ricorderanno i profumi della Sicilia: mandorle, miele, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, scorza d’arancia…

Gabriella Urso, chef insignita delle stelle della Ristorazione dell’APCI, l’Associazione Professionale Cuochi Italiani, che abbiamo già incontrato a Mandanici, affascinante borgo del messinese, ne confeziona piccoli sacchetti da tenere sempre in dispensa. Lo fa nel suo laboratorio artigianale di pasticceria, una fucina di saperi e delizie, dove tutto profuma di Sicilia e i sapori sono autentici e genuini.

<Pentoladoro> si chiama, come la pentola piena d’oro alla fine dell’arcobaleno che tradizione irlandese vuole sia sorvegliata da un folletto, il Leprechaun.  Arrivare al tesoro non è facile ma se ci si riesce la ricompensa è grande. Al laboratorio di pasticceria di Gabriella Urso a Mandanici il tesoro sta tutto nei suoi prodotti, creati solo su ordinazione e pertanto sempre freschissimi.

“Come sono nati Gabriella ‘nzuddi e piparelli,  i biscotti secchi della tradizione siciliana?”.

“Da necessità e ingegno Benedetta. Non si buttava via nulla e tutto ciò che avanzava si impastava e aromatizzava. Oggi ovviamente si parte da materie prime eccellenti e si punta sulla qualità del prodotto – qui da noi si arrivano a usare 600 grammi di mandorle per un chilo di farina – ma i colori, i sapori e i profumi sono quelli della tradizione.

Non solo ‘nzuddi e piparelli da Gabriella Urso: cedrini, croccante, tronchetti, ciambelline, sesamini, biscotti di mandorle e all’anice possono essere ordinati e spediti ovunque.

‘Nzuddi e Piparelli sono prodotti dalle origini povere. Altro discorso va fatto invece per Pesche, Viennesi e Lulù, dolci ricchi e sontuosi.

Ne continuiamo a parlare con Gabriella Urso che realizza torte indimenticabili, tripudi di alta pasticceria siciliana. “Gabriella, cosa sono quelle sottili briciole che ricoprono le Pesche?”.

“Sono briciole! Le Pesche messinesi sono sfere di pasta che ricordano pesche mature, scavate all’interno, farcite di crema e panna e aromatizzate con una bagna al rum. Con la mollica scavata e sbriciolata si fodera la Pesca simulando la peluria del frutto. Altro discorso invece per i Lulù, i sofisticati choux ripieni di panna montata e per i Viennesi, soffici panini farciti. E’ la crema a fare la differenza, dal profumo forte e quasi invadente. Sono tutti prodotti da consumare freschi, in giornata”.

La granita a Messina. Una mezza con panna in riva allo Stretto

Acqua, zucchero, e frutta come il gelso, la fragola, la pesca, o gli agrumi come il limone o il mandarino, oppure caffè, cioccolata o mandorle. That’s it. Tre ingredienti con al massimo l’aggiunta di un generoso baffo di panna fresca su alcune varianti. La granita siciliana è un must, un piacere da gustare a tutte le ore che cambia in consistenza e abitudini nelle diverse zone dell’isola.

A Messina, la granita è cremosa e va gustata con la tipica brioche con il <tuppo>, la palletta di pasta in cima. La trovate in ogni bar e gelateria della città che si rispetti nei gusti che preferite ma, se siete a Messina, chiedete una mezza con panna: nera granita al caffè con sopra morbida e bianchissima panna.

Altra storia è la granita al limone, più fresca e dissetante che ci riporta a un’epoca lontana, quella legata alla fiorente industria agrumaria e di estrazione di essenze che sino al primo Novecento era un vanto della città.

C’è chi la granita al limone la gusta con la <zuccherata>, al posto della brioche. Si tratta di un biscotto a forma di grissino assai panciuto o di ciambella. Facili da trovare nei panifici e da portare a casa come sfizioso souvenir.

Altra delizia da sostituire alla brioche è il panino di cena, morbida pagnottella dolce coi semi di sesamo, la <ciciulena o giuggiulena>, in cima e un delicato profumo di chiodi di garofano. Dolce pasquale legato ai riti della Settimana Santa, oggi prodotto tutto l’anno. Da mangiare rigorosamente fresco, appena sfornato.

C’è poi da aggiungere ancora qualcosa: la granita, la cui origine risale alla tradizione araba dello sherbet, una bevanda ghiacciata alla frutta o all’acqua di rose, non avrebbe avuto lo stesso successo e probabilmente non sarebbe arrivata sino a noi senza i <nivaroli> e le neviere, cavità naturali o costruzioni di pietra a cono rovesciato scavate nella terra e isolate termicamente con paglia e fieno. Erano i nivaroli a riempire le neviere con la neve che, strato su strato, diventava ghiaccio, poi rivenduto in Sicilia e in tutto il Mediterraneo, da Tunisi a Malta sino al secolo scorso.

Di neviere ce n’erano sui Monti Iblei, sulle Madonie, sui Nebrodi, sull’Etna e sui Peloritani appena sopra Messina. E con la neve che arrivava dalle montagne si facevano sorbetti e granite. Ne è rimasto poco o niente ma di alcune ne rimane ancora traccia.

Non esiste messinese che non vi indicherà il bar o gelateria dove si fa la granita più buona della città, che dico di tutta la regione! Io la mia la gusto in riva al mare, sullo Stretto, ammirando il continuo viavai di barche, storie, persone.

Scegliete il vostro posto del cuore e gustate la Sicilia.

Si ringraziano per la collaborazione Anna Martano, Gabriella Urso e il laboratorio di pasticceria Pentoladoro, Saverio e Danilo Alessandro e la macelleria Alessandro, Francesco Arena e il panificio Masino Arena.

A Lanzarote il vino è un atto di fede

Già a partire dal Medioevo le Canarie erano conosciute come <Isole della Fortuna>. Arcipelago dell’eterna primavera, lembo di terra prescelto dai Fenici in cerca di porpora e argento e cantato da Plinio, Orazio, Virgilio.

A Lanzarote la fortuna diede forfait nel settembre del 1730 quando la terra tremò ed eruzioni vulcaniche scossero l’isola per sei lunghissimi anni rendendo necessario l’esodo della popolazione e creando una lingua di terra che ingrandì di un terzo la superficie totale.

Non fu la fortuna a indicare la strada da seguire a chi, proprio dove sembrava non ci potesse essere futuro, riuscì a dare vita a un’area vinicola unica al mondo. Fu coraggio, tenacia e resilienza che resero possibile il miracolo della valle de La Geria.

Dal Museo del Vino delle cantine El Grifo
Dal Museo del Vino delle cantine El Grifo. Le prime testimonianze

Le viti nella buca. Storie di resilienza

"Hoyos", le grosse buche a imbuto che caratterizzano il paesaggio vitato di Lanzarote
“Hoyos”, le grosse buche a imbuto che caratterizzano il paesaggio vitato di Lanzarote

Il fuoco e la lava cambiarono faccia all’isola e quando il magma si fermò, un mare infinito di pietra seppellì quanto c’era prima. Il dopo non fu facile, occorreva reinventarsi. E dove la cenere, nera e inarrestabile, aveva ricoperto strato dopo strato intere porzioni di territorio un tempo coltivate, si cominciò a scavare e a piantare nuovamente.

Il miracolo della vite che cresce dalla cenere
Il miracolo della vite che cresce dalla cenere

Buca dopo buca, si provò a mettere a dimora piante di vite, le uniche che sembravano resistere e adattarsi alle nuove condizioni. Una buca circolare per pianta, massimo due, quanto più grande e profonda quanto più vicina alla zona del disastro e protetta su un lato, quello battuto dal vento, da file di pietra che ne seguivano l’andamento circolare.

La natura rispose alla caparbietà dell’uomo che riuscì a trasformare il disastro in opportunità. Le viti crebbero, riparate dalla forza della Calima, il vento secco e carico di polvere del Sahara che arriva dalle coste africane, e nutrite dall’umidità dell’Atlantico assorbita e distribuita alla pianta dalla stessa cenere.

Oggi il territorio de La Geria è pura bellezza, un’ampia vallata dove i colori sono solo quattro: il nero della lava, il verde delle viti, il bianco delle fiorenti aziende vinicole, l’azzurro del cielo infinito.

La Valle de La Geria. In primavera, il verde delle viti sul nero del mare di cenere è pura bellezza
La Valle de La Geria. In primavera, il verde delle viti sul nero del mare di cenere è pura bellezza

Migliaia di piccole e garbate semilune, una per ogni pianta, che ricoprono l’intero territorio e risalgono morbide le colline circostanti, fin dove è possibile scavare e piantare.

All’orizzonte il Parco Nazionale di Timanfaya, le Montagne del Fuoco, strette tra le località di Tinajo, Tias, Yaiza e l’oceano, epicentro del disastro di ieri, zona di straordinaria ricchezza geologica e area protetta di oggi.

Una leggenda racconta delle Canarie come casa delle Esperidi, le dolci fanciulle del giardino dai frutti magici vigilati da un dragone che sputava fiamme e che Ercole uccise. Forse il drago non morì: mi piace pensare che si rifugiò a Lanzarote da dove continuò a sputare fuoco fino a che l’uomo non ci fece amicizia e lo trasformò in alleato.

Il Parco Nazionale Timanfaya
Il Parco Nazionale Timanfaya. Epicentro del disastro di ieri, ricchezza e tesoro dell’isola di oggi

La Malvasia Vulcanica. Cenere, vento, vino

Di origini greche, la Malvasia Vulcanica la trovate solo qui. Dà vita a bianchi profumati e assai piacevoli da degustare. Vini secchi, più sapidi e minerali o dolci e semidolci. In entrambi i casi un delicato ed esotico profumo dolce e molle di frutta tropicale, un sentore di melone bianco, fico, che si alterna a più accattivanti note agrumate.

La raccolta della Malvasia Vulcanica è la prima, a luglio e per lo più manuale. Arriva per ultimo il Moscatel, il Moscato d’Alessandria  da cui si ricava un vino che ricorda il Passito prodotto a Pantelleria, le cui uve sono lasciate al sole caldo delle Canarie per quindici giorni circa una volta vendemmiate.

A Lanzarote cresce anche il Listán Negro a bacca rossa per rosati e rossi in purezza o blend con punte di Sirah, diffuso in tutto l’arcipelago e la varietà minore del Vijariego o Diego.

Alcune cantine esportano i vini prodotti, molte altre no. Quasi tutte permettono la degustazione al calice in location spesso indimenticabili e offrono punti ristoro per accompagnare il vino a delizie locali.

Un consiglio spassionato: prendetevela comoda e, se possibile, prenotate una visita guidata anche se non siete appassionati o esperti. Sono viaggi nella storia della malvasia vulcanica ma soprattutto nella storia di Lanzarote.

Degustazione alle cantine storiche El Grifo
Degustazione alle cantine storiche El Grifo

A zonzo per cantine nella Valle de La Geria

Sono tante e in un’area assai ridotta. Altri vigneti si trovano nella zona di Yé, vicino al Monte Corona, altro cratere vulcanico dell’isola. Di seguito alcune consigliate.

Le cantine El Grifo
Le cantine El Grifo

Fondata nel 1775, è la più antica delle Canarie e tra le dieci più longeve di Spagna. Quasi 250 anni di storia e diverse famiglie protagoniste: i Ribera, i De Castro, i Durán, sino agli Otamendi Bethencourt, discendenti di quel Bethencourt, capitano normanno, che qui sbarcò nel 1402 per conto di Enrico III di Castiglia e il cui nipote, Maciot, sposò la figlia del re locale, Teguise.

La visita del Museo del Vino permette di ricostruire le differenti fasi a partire dai primi tentativi, quelli a ridosso delle grandi eruzioni che avevano cambiato il paesaggio. C’è poi la possibilità di visitare la vecchia casa padronale con una libreria privata di oltre 4.000 volumi ed evidenti testimonianze di una vivace vita culturale parallela alla cura dei vigneti.

Tributi al poeta José Hierro e al Premio Nobel José Saramago e un posto speciale riservato all’artista che più di tutti ha reso unica Lanzarote, Cesar Manrique. Il simbolo del Grifone, l’orgoglioso stemma di famiglia, porta la sua firma e il suo inconfondibile stile. Sono sue alcune etichette tra cui quella in cui protagonista è la palma delle cantine El Grifo, pare la più antica di tutta l’isola; sua l’idea di un giardino di cactus che in minima parte riproduce il celebre Jardin de Cactus a Guatiza; suo il progetto che ha visto trasformate le vecchie cisterne di fermentazione del vino in un percorso museale.

Non dimenticate una passeggiata nei vigneti e una sosta finale alla <tienda> per degustare un calice di Malvasia de Lías, Malvasia Vulcanica fermentato in botti di rovere per tre mesi, o un sorso di Ariana,  Listán Negro e Sirah.

Tra le più gettonate e frequentate con ampi locali destinati all’acquisto e alla degustazione all’interno dei quali è la cenere vulcanica a ricoprire i pavimenti. Fondata alla fine del XIX secolo dalla famiglia Rijo, è oggi gestita dai Melián.

Bodegas La Geria
Bodega La Geria

Approfittate delle guide per un tour personalizzato, qui si fa necessario. Senza, perdereste la passeggiata tra gli <hoyos>, le buche in cui crescono le viti e lo studio dei differenti strati che le <custodiscono>; la scoperta del piccolo eremo dedicato a Nuestra Señora de la Caridad, risparmiato dalla lava, che apre le sue porte solo una volta all’anno, il 15 di agosto, in ricordo del disastro; una sosta nei pressi di un magnifico albero di limone che qui ha trovato il suo spazio e come le viti, cresce piegandosi al vento d’Africa e si nutre della rugiada dell’oceano.

Un grazie speciale a Darío Rodríguez Márquez per il viaggio nel viaggio.

Nuestra Señora de la Caridad
Nuestra Señora de la Caridad che scampò alla forza distruttrice della lava

Proprio di fronte alla cantina La Geria. Vi basterà attraversare la strada per scoprire una realtà fatta di vini deliziosi e scelte architettoniche che rendono la visita speciale: la Sala delle Botti con le botti di rovere francese e americano accatastate ai lati su tre livelli, la sala degustazione all’interno dell’antica cisterna con le pareti in pietra e i pavimenti in vetro alti tre metri da terra, le sale private con gli alti soffitti in legno.

Dove oggi ci sono le Bodegas Rubicón, un tempo c’era il Cortijo de La Geria di cui si hanno notizie già a partire del 1570 e tra i cui proprietari emergono nei secoli nomi illustri come Luis de Bethancourt e Diego Laguna. Una fattoria ricca ed estremamente produttiva con distese coltivate a orzo, grano, segale. Poi la distruzione del 1730 e la lenta rinascita nei secoli successivi come cantina. La proprietà passò a Don German López Figueras nel 1979, artefice dell’attuale organizzazione.

Dopo la visita fermatevi a mangiare qualcosa e se potete fatelo nella terrazza con, all’orizzonte, il parco di Timanfaya o negli ampi spazi esterni affacciati sui vigneti all’ombra dei grandi eucalipti secolari. I vini di questa cantina non vengono spediti all’estero, quindi bisogna approfittarne qui. Infine, parere del tutto personale, i vini delle Bodegas Rubicón si presentano in bottiglie che collezionerei volentieri.

  • Un ultimo stop. Vinos El Tablero. Piccola e poco conosciuta

Piccola e poco conosciuta. Lungo la strada per Yaiza, questa cantina offre tapas e il suo vino. In posizione più riservata e <invisibile> ai più.

Vinos El Tablero
Vinos El Tablero

Bergamo. Un capolavoro italiano

Bergamo. Santa Maria Maggiore e il Battistero

Bergamo soffre, combatte e cura. Recita così il sito ufficiale del turismo bergamasco.

Bergamo capolavoro italiano, spesso poco conosciuto, oggi sulla bocca di tutti.

Un territorio straziato dal dolore e dalla malattia che qui, più che altrove, ha fatto strage e dove il silenzio, come il virus, è arrivato ovunque.

Nel silenzio la voce di chi alla finestra, avamposto di resistenza e di lotta alla guerra psicologica dell’isolamento, continua a vivere e a essere orgoglioso di un Paese che soffre, combatte e cura.

Nel silenzio, la rispettosa voce di questa <finestra> attraverso cui si vuole ricordare una Bergamo fatta di bellezza, arte, cultura, persone. Per tornarci al più presto e continuare e scoprire questo “capolavoro italiano”.

Donizetti. Icona bergamasca
Donizetti. Icona bergamasca

Bergamo Patrimonio Mondiale Unesco. Partiamo da un abbraccio

“Qual è la cosa che ti manca di più?”.

In molti, in questo momento che ci mette alla prova, risponderebbero:<un abbraccio>.

E in tema di abbracci Bergamo è campione e ha persino stabilito un Guinness World Record nel luglio del 2016 quando più di 11.000 persone si sono rese protagoniste della serie di abbracci più lunga della storia lungo le antiche mura che cingono la città.

L’evento fu organizzato per sostenere la candidatura Unesco delle “Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo. Stato de Terra – Stato de Mar”, dislocate lungo un percorso transnazionale che va da Bergamo al Montenegro passando per la Croazia.

Funzionò e la candidatura andò a buon fine. A partire dal 2017, Bergamo, insieme a Peschiera, Palmanova, Zara, Sebenico e Cattaro, può vantare il titolo di Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Le sue Mura Venete, riconosciute per l’alto valore artistico e storico, abbracciano da secoli la Città Alta, il centro antico di Bergamo e regalano chilometri di bellezza e panorami mozzafiato sull’intera valle e fino alle vette delle Alpi Orobie. Quattro le porte per accedere al centro storico: Sant’Agostino, Sant’Alessandro, San Giacomo e San Lorenzo, meglio nota come Porta Garibaldi da quando l’eroe dei due mondi passò da qui. Si faceva l’Italia.

Bergamo. Fontana Contarini
Bergamo. Fontana Contarini in Piazza Vecchia. Lo sentite il rumore dell’acqua?

Bergamo Città Alta. Le Mura Venete custodiscono incredibili tesori

Non è affatto grande. La si gira a piedi. Piano, godendosi ad ogni passo inestimabili tesori.

E’ la Piazza Vecchia a custodirne il numero maggiore. Qui si erge la Torre Civica, con i suoi cinquantadue metri di altezza in cima ai quali ammirare Bergamo tutta. La campana, il Campanone, memore di passati riti medievali, batte da sempre cento rintocchi. Ogni sera, alle 22.00 in punto.

Risale al 1100 il Palazzo della Ragione, la più antica sede comunale lombarda che un tempo ospitava le assemblee pubbliche di città, e che in seguito si trasformò in tribunale per poi cambiare pelle più volte, arricchirsi ad ogni evoluzione e divenire oggi splendido polo culturale.

Bergamo. Piazza Duomo
Bergamo. Piazza Duomo. In uno spazio assai ridotto inestimabili tesori

Nel 1798 si impreziosì di un orologio solare che, in sincrono con una meridiana scolpita nel marmo, segna il mezzogiorno e la data.

C’è poi, dall’altro lato della piazza la Biblioteca Angelo Mai coi suoi incunaboli e manoscritti. Al centro la fontana Contarini donata alla città nel 1780 dal podestà Alvise Contarini.

Piazza Vecchia prosegue in Piazza Duomo in un susseguirsi di sorprese e meraviglie presenti in uno spazio assai ridotto: il Duomo, la basilica di Santa Maria Maggiore, il Battistero, la Cappella Colleoni, dove riposa Bartolomeo Colleoni, condottiero del Quattrocento e figura epica bergamasca con la figlia prediletta Medea.

La basilica di Santa Maria Maggiore custodisce i resti di un altro ambasciatore di Bergamo, il compositore di fama mondiale Gaetano Donizetti le cui tracce sono ovunque in città. La casa natale, il Museo Donizettiano, il grande teatro a lui dedicato nella Città Bassa. E persino una morbida ciambella arricchita da ananas e albicocca candita e imbevuta di Maraschino che creò Alessandro Balzer nel 1948 in occasione del centenario della morte e che ancora oggi viene servita nello storico Caffè Balzer.

Polenta e osei. Morbido Pan di Spagna farcito e ricoperto di marzapane
Polenta e osei. Morbido Pan di Spagna farcito e ricoperto di marzapane

Il cibo è cultura. Il cibo è tradizione

Non fermatevi ai marmi policromi e agli affreschi. La storia di Bergamo è ad ogni porta e vetrina. Ogni bottega racconta chi Bergamo la vive e la ama. Da sempre. Gente fiera e custode della tradizione bergamasca. Quando le porte dei musei riapriranno lo faranno anche i bar storici, i forni, le pasticcerie, i ristoranti rivelando un percorso di storia e sapore.

 – La polenta

Partendo dal sapore franco di una buona polenta, cibo nato povero e oggi nei menu degli chef più conosciuti. Polenta prodotta coi migliori mais, il Rostrato coltivato a Rovetto, il Cinquantino di Stezzano, lo Spinato di Gandino, con cui mani esperte creano anche altri prodotti come la galletta che tutti chiamano Spinetta, o il frollino Melgotto, persino una birra, la Scarlatta.

 – I Casoncelli

Occorre arte e perizia per realizzare uno dei piatti più noti del Bergamasco, i Casoncelli, ravioli di pasta fresca ripieni di carne, piatto povero in principio realizzato per utilizzare gli avanzi, come spesso accade in cucina. Nel tempo si sono arricchiti di altri ingredienti come scorza di limone, amaretti, uva sultanina, pera. Ripassati in padella con burro, pancetta, Grana Padano e salvia sono un inno al piacere della gola. Le varianti a quanto pare sono infinite ed ognuna è ovviamente la migliore con l’aggiunta di erbe aromatiche, cotechino, pasta di salame, salsiccia. Vengono realizzati anche con carne di pollo e coniglio.

Non solo Casoncelli però ma anche Scarpinocc, Baloss, Scalmanacc. Ogni raviolo la sua forma, il suo ripieno, la sua storia…

 – Polenta e osei

Ne riproduce le sembianze ma non ha niente a che vedere con il piatto tipico a base di polenta. Si tratta di un dolce nato dalla fantasia di Alessio Amadeo con all’interno strati di Pan di Spagna con farcia di cioccolato, nocciola e liquore ricoperti da pasta di marzapane e decorato da uccellini di pasta di mandorle e cioccolato. Bello da vedere, buono da sbocconcellare. Le vetrine dei negozi a Bergamo Alta ne sono pieni.

 – La Stracciatella

Ancora un nome, ancora una storia. Parliamo di Enrico Panattoni, proprietario del bar ristorante La Marianna, che nel 1961 crea la famosa Stracciatella, il gelato a base di crema con pezzi irregolari di cioccolato fondente. Il nome lo deve alla Stracciatella alla romana: il cioccolato si spezza e si solidifica come l’uovo nel brodo bollente del celebre piatto italiano.

La Marianna c’è ancora e produce la Stracciatella originale come una volta: con autentiche macchine verticali, le Carpigiani L40, e ingredienti semplici e freschi.

 – Formaggi e Docg

Nove formaggi DOP: Formai de Mut, Taleggio, Bitto, Grana Padano, Gorgonzola, Quartirolo Lombardo, Provolone Valpadana, Salva Cremasco e Strachitunt.

La più piccola Docg italiana, il Moscato di Scanzo, un vino passito prodotto esclusivamente nel comune di Scanzorosciate con raccolta manuale e appassimento naturale su graticci in ambienti ventilati per un lungo periodo.

Un mondo da scoprire, anche per chi scrive, fatto di eccellenze e passione, con la promessa di un nuovo viaggio che stavolta porti a conoscere il lago d’Iseo, con la sua isola lacustre, Montisola; le cascate del Serio, centri dalla storia antica come San Pellegrino dove viene nasce l’acqua minerale imbottigliata e spedita ovunque nel mondo, con le sue terme e i palazzi Liberty o a Cornello dei Tasso, il borgo dove è nato il servizio postale. E tanto altro ancora…

La Città Bassa

Ovunque in Italia la meraviglia è dietro l’angolo e viaggia nel tempo. Accade che ogni epoca regali bellezza e Bergamo segue la regola.

Il Medioevo del Palazzo della Ragione, il Quattrocento del Colleoni, l’Ottocento di Donizetti e Garibaldi, il Novecento del Centro Piacentiniano, il cuore moderno della Città Bassa progettato ad inizio secolo dall’ingegnere Giuseppe Quaroni e dall’architetto Marcello Piacentini.  Furono loro ad ideare, dove prima si teneva la Fiera di Sant’Alessandro, il centro amministrativo e commerciale di Bergamo, con la Torre dei Caduti, il Credito Italiano, la Camera di Commercio, il Palazzo di Giustizia, la nuova sede delle Poste e Telegrafi, il porticato affacciato sull’antico Sentierone, da sempre luogo di incontro e di passeggio.

Dalla sala d'attesa della funicolare
Dalla sala d’attesa della funicolare. In veranda, per un caffè e un panorama mozzafiato

Il Teatro Donizetti, costruito alla fine del Settecento e in seguito intitolato al grande compositore bergamasco è a pochi passi; il Balzer, il caffè dove è nata la delizia a lui ispirata, assai vicino; via XX Settembre, colorata e allegra, dietro l’angolo.

Per raggiungere il Centro Piacentiniano non prenderemo una macchina del tempo ma la funicolare perché a Bergamo una visita che si rispetti non può dirsi conclusa senza averci fatto un giro. Da 120 anni collega la Città Alta con la Città Bassa, regalando una veduta su Bergamo dalla veranda della sala di attesa che è anche punto ristoro.

Infine, ed è l’elenco assai approssimativo di chi a Bergamo ha ancora tanto da scoprire, l’Accademia Carrara, pinacoteca e scuola di pittura, coi suoi Mantegna, Raffaello, Botticelli, Bellini e la GAMeC, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, centro di eccellenza internazionale.

La Basilica di Santa Maria Maggiore
La Basilica di Santa Maria Maggiore dove riposa Gaetano Donizetti

Lo sapevi che anche il web inquina? Parliamone con Easy Travel Hosting

Quante volte al giorno sentiamo parlare di rispetto dell’ambiente  e stile di vita ecosostenibile?

Grazie ad una consapevolezza acquisita negli ultimi anni, siamo tutti un po’ più attenti a tutelare l’ambiente che ci circonda e a farlo anche attraverso piccoli gesti. Piccoli gesti che però possono fare la differenza.

Materiali riciclabili, raccolta differenziata, energie rinnovabili sono argomenti sempre più frequenti  e trend topics sui social.

E il web? Sapevate che il web inquina? Io a dire il vero no e ne ho sentito parlare per la prima volta con Easy Travel Hosting, una start up nata nel 2015 da due nomadi digitali, George e Mike, che offre servizi di web hosting per chi cerca uno spazio in rete e vuole sceglierlo consapevolmente, con particolare attenzione al mondo dei viaggi e dei travel blog come viaggimperfetti.

Pare infatti che anche il web inquini e lo faccia in modo rilevante: il 2% dell’anidrite carbonica totale rilasciata nell’aria viene prodotta dal web e alte quantità di energia sono necessarie per far funzionare i server e riuscire a raffreddarli.

Cosa fa Easy Travel Hosting per arginare il problema? Sceglie un data center che funziona al 100% con energia rinnovabile e vanta certificazioni da E.ON nel Regno Unito – uno dei principali generatori di energia rinnovabile con oltre 20 parchi eolici – e da Green-e negli Stati Uniti, il programma di certificazione volontaria per le energie rinnovabili del Nord America dove Easy Travel Hosting è riconosciuta  dall’U.S. Environmental Protection Agency come un Green Power Partner.

Di strada da fare ce n’è tanta e soluzioni come quelle proposte da Easy Travel Hosting possono rivelarsi utili. Date un’occhiata alla loro pagina web, potrebbe essere una buona scelta.

E a proposito, nell’area destinata ai travel blogger, c’è anche un posticino rigorosamente imperfetto e tutto dedicato a viaggimperfetti…avete già letto la mia intervista?

La Sicilia dei Florio. Continua il viaggio.

Prosegue il viaggio rigorosamente imperfetto sulle tracce dei Florio, la famiglia di imprenditori e mecenati che tanta influenza ebbe a Palermo, in Sicilia e nell’Europa di Ottocento e Novecento. Lo facciamo attraverso tappe tutte palermitane, ancora oggi visitabili, direttamente volute dai Florio o in qualche modo a loro legate. Dici Florio, dici Ingham ad esempio. E ancora Whitaker, Tomasi di Lampedusa, Lanza di Trabia…

In un eccezionale e insolito gioco di incastri e connessioni che riuscirebbero a rendere questo viaggio in Sicilia infinito e sempre più sorprendente.

Villa Whitaker. Storie di self made men

Norina e Delia Whitaker
Norina e Delia Whitaker

Concedetemi una digressione e un breve stop a Villa Whitaker in via Dante a Palermo. Abbiamo già detto quanto il legame con Benjamin Ingham incise sull’operato di Vincenzo e Ignazio Florio e su modalità e obiettivi delle loro strategie di commercio. Fu proprio Ingham a chiedere la collaborazione del nipote Joseph Whitaker, figlio della sorella Mary, nella gestione degli affari di famiglia. Zio e nipote si occuparono insieme della fabbrica dei vini a Marsala e della flotta di velieri che raggiungeva l’America del Nord e l’Estremo Oriente. Parte attiva nei loro commerci era ricoperta dall’amico Vincenzo Florio.

Villa Whitaker a Palermo
Villa Whitaker a Palermo

Villa Withaker è solo un esempio della ricchezza e dell’opulenza ottenuta da Ingham prima e dai nipoti Whitaker dopo. La palazzina tardo ottocentesca è un tripudio di quadri, mobili, vasellame, avori, argenterie che fanno bella mostra in un susseguirsi di saloni in stili diversi. Nel corridoio principale, degno di un antico maniero, su cui si affacciano le numerose sale, la coppia di elefantini in smalto provenienti dal palazzo imperiale di Pechino. E poi ancora i coralli trapanesi del 1600 e del 1700, la collezione di arazzi fiamminghi del XVI secolo che raccontano il viaggio di Enea da Troia alle rive del Tevere.

Il parco della villa è un viaggio nel viaggio, un vero e proprio orto botanico di specie e piante rare distribuite negli otto ettari della proprietà. Non ci sono più invece gli 11.000 esemplari del museo ornitologico creato dal figlio di Joseph, Joseph Isaac Spadafora Whitaker, detto Pip, donati all’Irlanda.

Villa Whitaker
Villa Whitaker – Palermo

Della sua passione per lo studio della Sicilia antica, resta il museo archeologico di Mozia nella Riserva dello Stagnone tra Trapani e Marsala, di fronte le saline Ettore e Infersa, dedicato alle scoperte sulla città fenicio punica nel Mediterraneo dello studioso Schliemann e dello stesso Whitaker.

Le saline Ettore e Infersa da dove si parte per Mozia
Le saline Ettore e Infersa da dove si parte per Mozia

Villa Whitaker e Mozia sono gestite dalla Fondazione Giuseppe Whitaker sotto l’alto patrocinio dell’Accademia Nazionale dei Lincei e sono aperte al pubblico. 

Villa Igiea e hotel Le Palme. Perle e lacrime di Franca Florio

Furono Ingham e Whitaker  a volere la costruzione della chiesa anglicana della Santa Croce in via Mariano Stabile, nel centro di Palermo. L’edificio nord europeo è a pochi passi dal Grand Hotel et des Palmes, meglio noto come Hotel delle Palme, al principio residenza dei Ingham, poi trasformata dal Cavaliere Enrico Ragusa in una delle residenze più celebri di Palermo.

Chiesa Anglicana della Santa Croce a Palermo
Chiesa Anglicana della Santa Croce a Palermo

Qui soggiornò Wagner che scrisse il terzo atto del Parsifal; con lui Renoir che lo convinse a posare per lui; dall’hotel delle Palme passarono uomini politici come Crispi che dall’albergo coordinò le operazioni contro i Fasci Siciliani, il boss Lucky Luciano, Sciascia e Guttuso e tanti, tanti altri…

E nel primo Novecento pare che nella hall dell’albergo fosse costume lanciarsi il <guanto della sfida> tra amanti che si contendevano i favori di una dama. Pare che tra questi ci fossero anche Ignazio Junior e il conte Arrivabene, marito di Vera, una delle amanti tra le più celebri del Florio dongiovanni.

Vera non era infatti l’unica con la quale Ignazio aveva tradito Franca: tradizione vuole che ognuna delle 365 perle della famosa collana fosse in realtà un’amante da farsi perdonare. Altri sostengono che la collana arrivò in dono dopo un altro famoso tradimento, quello con Bice Lampedusa, madre dell’autore del Gattopardo.

Che sia gossip o meno ciò che conta ed è realtà è che Franca Florio, Checchina per la famiglia, fu uno dei personaggi più amati, chiacchierati e osannati di Palermo.

Regina incontrastata di salotti e corti, bellissima accanto all’amato marito Ignazio Junior, Franca Iacona di San Giuliano fu amica di regnanti, capi di stato, artisti e poeti, dettò stile e diventò icona della Belle Époque.

Con la sua lunga collana la ritrasse Giovanni Boldini con le spalle scoperte, bellissima, in un ricco abito nero, consegnandola alla storia.

Una favola quella di Ignazio e Franca con tanti momenti bui però. E non parlo dei tradimenti e del tracollo finanziario che investì i Florio. Franca e Ignazio persero tre dei cinque figli. Restarono solo Giulia e Igea a cui fu intitolata un’altra delle residenze che ha fatto la storia della città, villa Igiea.

Acquistata nel 1899 e inizialmente destinata a sanatorio di alto livello con farmaci e laboratori all’avanguardia, Villa Igiea fu presto trasformata su progetto dell’architetto Ernesto Basile in un albergo di lusso conosciuto dal jet set internazionale che qui faceva sosta per godere della splendida posizione sul mare di Sicilia, dei dipinti di Ettore De Maria Bergler, dei mobili e delle tappezzerie Ducrot, delle porcellane Florio, della sala Basile e del suo prestigioso club, il <Cercle des étrangers>.

Entrambi gli alberghi esistono tutt’oggi e sono stati acquisiti da importanti società alberghiere. Al momento sono in ristrutturazione e l’apertura è prevista nel corso del 2020 nella speranza che, come da tradizione, si possa continuare a visitare le sale storiche che hanno reso immortali queste due dimore.

Palazzo Butera a Palermo. Dal mare al mare

Nel nostro viaggio sulle tracce lasciate dai Florio, Palazzo Butera ce lo lasciamo per ultimo. Semplicemente grandioso – settemila metri quadri, 118 finestre – Palazzo Butera guarda al mare, quello stesso mare da cui, al principio del 1800, i Florio arrivarono e costruirono un impero. 

Voluto dalla potente famiglia dei duchi Branciforti nel 1692, passa nel 1814 di proprietà ai Lanza, principi di Trabia.

Giulia Florio, figlia di Ignazio e Giovanna D’Ondes, sorella di Ignazio Junior e Vincenzo, sposa Pietro Lanza, principe di Trabia nel 1885 e il palazzo si apre alla stagione palermitana della Belle Époque.

Dopo anni di degrado a seguito del crac di casa Florio e di successive vicissitudini che hanno investito l’intera città di Palermo, Palazzo Butera è rinato grazie a Massimo e Francesca Valsecchi, collezionisti tra Londra e Milano, che lo hanno trasformato in un polo d’arte, di studio, di crescita.

I restauri dell'ultimo piano nel rispetto di ciò che è stato
I restauri dell’ultimo piano nel rispetto di ciò che è stato

Il battesimo di Palazzo Butera rimesso a nuovo si è avuto nel 2018, a restauro parziale, con Manifesta12, la Biennale europea d’arte contemporanea. Da allora migliaia di visitatori hanno avuto il privilegio di godere della perfetta commistione tra classico e contemporaneo con mostre permanenti e altre temporanee. Prossima l’apertura dell’ultimo piano in cui ho avuto il piacere di sbirciare ( nessun privilegio: a Palazzo Butera ciò che si fa è visibile a tutti con giornate dedicate).

Al pianterreno luoghi di ristoro direttamente collegati alla Passeggiata delle Cattive, un camminamento ottocentesco sospeso sul mare; una mostra dei sopraporta del piano nobile coi dipinti delle dieci città possedute dai Branciforti, principi di Butera; una scala elicoidale con passerelle sopra manufatti direttamente provenienti dalla fonderia Oretea, l’archivio del 1795 finemente restaurato, il grande cortile con la pianta di jacaranda le cui radici hanno raggiunto i canali idrici del palazzo e sono visibili, custodite da un pavimento a vetri ed esaltate da maioliche antiche che ne segnano il percorso.

Al piano nobile la collezione Valsecchi; la Biblioteca con in alto l’iscrizione “Tecta lege lecta tege”, ” leggi i libri qui custoditi, custodisci i libri dopo averli letti”; i calchi di Anne e Patrick Poirier; i wall drawings a pastello di Tremlett, la terrazza maiolicata che profuma di solandra da dove nel 1784 si sollevò una mongolfiera, espressione dello spirito illuminista dell’epoca. Un unico fil rouge in bilico tra antico e moderno che prosegue fino all’ultimo piano, al sottotetto e al torrino da cui il panorama sulla città è indimenticabile.

Tutto attorno c’è Palazzo Abatellis, lo Steri, la Kalsa, lo storico quartiere di origine araba. E quel mare grande, culla di cultura, autostrada di genti, custode di segreti e storie di uomini coraggiosi come i Florio.

Palermo dai tetti di Palazzo Butera
Palermo dai tetti di Palazzo Butera

E non finisce qui…

Il viaggio intrapreso potrebbe proseguire a lungo. Ovunque in Sicilia e specie a Palermo i Florio continuano a vivere nella storia dell’isola, nella sua toponomastica, in luoghi icona per ogni siciliano.

Abbiamo parlato ad esempio della Fonderia Oretea: cambiò destinazione d’uso e durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata e quasi totalmente distrutta. Oggi è stata restaurata e trasformata in un luogo d’aggregazione culturale.

Stessa sorte per lo Stand Florio, l’edificio progettato da Ernesto Basile e commissionato da Vincenzo Florio Junior. Doveva fare parte di un complesso ricreativo, balneare e sportivo della costa sud di Palermo ma non fu mai portato a termine. Oggi, grazie alla sinergia tra pubblico e privato, si è trasformato in un Contemporary Hub.

Il Palchetto della Musica in piazza Castelnuovo, meglio nota come piazza Politeama a Palermo è rimasto al suo posto. Voluto dai Florio e realizzato dallo scultore Salvatore Valenti è ancora oggi un punto di riferimento per i palermitani.

Infine un cimitero, il Santa Maria Gesù a Palermo dove, nella cappella progettata dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda, riposano i Florio. A guardia del loro sonno eterno c’è un leone…

Per continuare il viaggio

I libri che ho letto e che consiglio:

I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale – Orazio Cancila, Rubettino editore. Un valido strumento di approfondimento e un attento racconto che parte dai Florio in Calabria.

I leoni di Sicilia. La saga dei Florio – Stefania Auci, Editrice Nord. Impossibile non appassionarsi alla saga dei Florio attraverso le pagine di questo romanzo. Un bestseller che ha fatto rivivere le vicende dei Florio arrivati a Palermo ad inizio Ottocento a migliaia di lettori.

 

 

 

La Sicilia dei Florio. Storia di leoni, perle e…scatolette

Pensate mai al genio e alla capacità visionaria di una famiglia di mercanti di spezie ogni volta che aprite una scatoletta di tonno?

Vi siete mai imbattuti nell’immagine di un leone che sembra abbeverarsi lungo un fiume, magari su un’etichetta di vino Marsala, una di quelle di inizio Novecento?

Avete mai sentito parlare di una collana lunga sette metri composta da 365 perle? E della donna che la indossava e che Gabriele D’Annunzio amava chiamare l'<Unica>?

Prima parte del viaggio, rigorosamente imperfetto, nei luoghi dei Florio, la grande famiglia di commercianti, armatori e mecenati che per più di un secolo dominarono la scena imprenditoriale palermitana e italiana.

Il Villino Florio a Palermo e il Parco dell’Olivuzza che non c’è più

Partiamo da qui. Dal Villino Florio, in viale Regina Margherita a Palermo, una splendida villa Art Nouveau ideata dall’architetto Ernesto Basile tra il 1899 e il 1902 e commissionata da Ignazio Florio Junior per il giovane fratello Vincenzino.

Un tripudio di vetrate policrome, saloni, torrette, merlature e capitelli che hanno ospitato feste e grandiosi ricevimenti, tutto il bel mondo e l’aristocrazia siciliana e internazionale della Belle Époque.

Tre livelli, tre distinti piani, rispettivamente dedicati allo svago, all’accoglienza e ultimo, il più alto, utilizzato come area privata, sono ciascuno massima espressione dello stile Liberty in Italia, con motivi floreali ovunque: fiori e foglie sulla carta da parati, nelle strutture in ferro battuto all’esterno e in terrazza, nelle decorazioni lignee presenti sui tre livelli sino al <ramage> che occupa l’intero soffitto al termine della scala principale.

Ph Guido Antonio Sorano - Villino Florio
Ph Guido Antonio Sorano – Villino Florio

In realtà il Villino Florio è solo una piccola parte di una assai più grande proprietà immobiliare che occupava le odierne piazza Principe di Camporeale e piazza Sacro Cuore, via Oberdan, parte di via Dante, corso Finocchiaro Aprile.

Un’intera contrada, un tempo <l’Olivuzza>, ricca d’acqua, coltivata e alberata, considerata il giardino di Palermo, quello delle élites però, perché qui avevano avuto le loro ville e residenze estive le più prestigiose famiglie nobiliari: il principe di Belmonte, il duca di Monteleone, la principessa di Butera Caterina Branciforti, persino la zarina Alexandra Fedorovna, moglie dello zar Nicola I che, nell’autunno del 1845, scelse l’Olivuzza per soggiornarvi e curare al sole di Sicilia quello che allora veniva chiamato <mal sottile>, la tubercolosi.

Nella seconda metà dell’Ottocento, anche i Florio decisero di acquistare all’Olivuzza un’enorme tenuta di cui, abbiamo già detto, il Villino ne è solo una porzione ma anche espressione del periodo di massimo fulgore. A comprare l’intera tenuta all’Olivuzza fu Vincenzo Florio che qui morì poco dopo, nel 1868. Vi si trasferirono in seguito il figlio Ignazio con la moglie Giovanna D’Ondes. I loro figli, Ignazio Junior, Vincenzino e Giulia erediteranno un impero che in poco tempo e in anni non così lontani dalla costruzione del villino Florio, cadrà in mille pezzi.

Di quel mondo all’Olivuzza resta solo il Villino Florio; tutto il resto fu smembrato e venduto. Ogni singola parte è passata di proprietario in proprietario con destinazioni differenti nel tempo; alcune sono state abbandonate e versano in stato di abbandono, altre sono oggi occupate da enti e istituzioni.

Anche il villino ha rischiato di scomparire, inghiottito dalla lottizzazione dell’area e dalla successiva costruzione di immobili che nel tempo hanno preso il posto di parchi e giardini. Nel 1962 un incendio di natura dolosa lo ha gravemente danneggiato e l’odierno aspetto è il risultato di un’attenta opera di ristrutturazione della Regione Siciliana. Oggi il Villino Florio è visitabile e del tutto gratuito.

Si ringrazia il fotografo Guido Antonio Sorano per le splendide foto del Villino Florio.

Borgo Vecchio a Palermo. Da via dei Materassai alle stelle

Li hanno definiti <regnanti senza corona> (Vincenzo Prestigiacomo, Nuova Ipsa Editore). I Florio, a inizio Novecento sono una famiglia celebre in tutta Europa, potente, ricchissima. Eppure l’epopea dei Florio inizia da una piccola e malmessa bottega di spezie al Borgo Vecchio di Palermo, assai lontano da sfarzo e nobiltà.

I primi Florio erano calabresi e lasciarono Bagnara al principio dell’Ottocento per raggiungere la Sicilia in cerca di fortunaPaolo Florio con la moglie Giuseppa Safflotti e il piccolo Vincenzo insieme allo zio Ignazio si trasferirono in via dei Materassai e trasformarono una modesta aromateria in un’avviata e remunerativa attività commerciale.

Oggi in via dei Materassai non c’è nulla che ricordi i Florio ma è facile immaginare Giuseppa e il piccolo Vincenzo apparire negli stretti vicoli, uscire dalla chiesa di Santa Maria La Nova, passare accanto piazza San Giacomo La Marina. E magari seguire Paolo e il fratello Ignazio lungo via Argenteria Vecchia e via dei Cassari, lì dove oggi ci sono i banchi della Vucciria e Santa Rosalia appare sui muri e sulle saracinesche delle botteghe. E poi vederli scendere giù verso la Cala, al porto, in attesa che i carichi di zafferano, salsapariglia, cannella, noce moscata, cassia, rabarbaro, garofano partissero e quelli di genziana, valeriana ma anche cioccolato, zucchero e caffè arrivassero.

E’ qui, tra sommacco e pepe che nasce la leggenda dei Florio il cui simbolo è il leo bibens, il leone febbricitante che beve l’acqua che scorre accanto le radici degli alberi di china in bella mostra sull’insegna della bottega di via dei Materassai. Perché il carico più prezioso e ricercato era quello del cortice, la polvere della corteccia triturata dell’albero di china, al tempo un potente e diffuso antipiretico che i Florio vendevano, contestati dai farmacisti locali e invidiati per la rapida ascesa e i solidi rapporti con i più abili commercianti inglesi.

Vi dice niente il nome Benjamin Ingham? Fu con lui che il giovane Vincenzo comprese la portata della rivoluzione industriale in Gran Bretagna e portò a Palermo la prima macchina per trasformare la corteccia dell’albero di china in una polvere finissima.

Riuscite a vederli mentre chiudono i migliori affari nella vicina Piazzetta delle Dogane? Lì dove entravano le merci sottoposte a dazio che poi venivano trasferite e conservate in un’area del leggendario Palazzo Chiaramonte Steri, oggi complesso monumentale, in attesa che i diritti di dogana venissero pagati.

Palazzo Chiaramonte, noto come lo “Steri”, è uno dei luoghi simbolo della città di Palermo. Racchiude sette secoli di arte e di storia della Sicilia
Foto web – Palazzo Chiaramonte, noto come lo “Steri”, è uno dei luoghi simbolo della città di Palermo. Racchiude sette secoli di arte e di storia della Sicilia

I Florio non sono più <putiari>. La Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella

Ad appena una quarantina d’anni dall’arrivo di Paolo e Ignazio Florio da Bagnara, <putiari>, proprietari di bottega in maniche di camicia, Don Vincenzo, figlio e nipote prediletto, futuro Senatore del Regno d’Italia, commissiona all’architetto padovano Carlo Giachery la riconfigurazione a residenza di larga parte dell’antica tonnara dell’Arenella a Palermo.

La Palazzina dei Quattro Pizzi dei Florio all'Arenella
La Palazzina dei Quattro Pizzi dei Florio all’Arenella – Palermo

Nasce così la Palazzina dei Quattro Pizzi, con le inconfondibili torrette angolari cuspidate ai quattro lati, guardiana sul mare che la lambisce, protetta alle spalle dal monte Pellegrino, giusto biglietto da visita del potere crescente di una famiglia di imprenditori: residenza di rappresentanza edificata su un’antica tonnara in attivo sino al 1912 e sede negli anni di un mulino a vento per la molitura del sommacco da cui si estraeva il ricercato tannino.

La residenza dei Florio doveva stupire il visitatore, incantarlo con la sua architettura fuori dal comune e lo sfarzo degli ambienti. Il salone al primo piano a cui un tempo si accedeva attraverso un lungo terrazzo maiolicato desta ancora oggi meraviglia e stupore.

Lo attraversarono anche  lo zar di Russia Nicola I e la zarina Alessandra in visita nel 1845 e ne rimasero così impressionati da volerne fare una copia, la <Renel&quot>, nella residenza estiva di Snamenka vicino San Pietroburgo andata distrutta con la Rivoluzione d’Ottobre.

La Palazzina dei Quattro Pizzi. Sul piano, il dettaglio della residenza voluta dallo zar di Russia
La Palazzina dei Quattro Pizzi. Sul piano, il dettaglio della residenza voluta dallo zar di Russia

Quando, quasi un secolo dopo, l’impero dei Florio cadde, la palazzina dei Quattro Pizzi si salvò dallo sfacelo grazie a Donna Lucie Henry, seconda moglie di Vincenzo Junior. La vendita dei suoi diamanti leggendari passò alla storia come atto d’amore per il marito con il quale si trasferì all’Arenella.

Ancora oggi la vecchia tonnara ospita la residenza degli eredi di quel mondo che non c’è più ma che, con passione, continuano a custodire e far conoscere attraverso la fondazione Casa Florio che gestisce le visite al sito e organizza eventi.

Visitare Casa Florio significa ammirare i motivi e i disegni di Salvatore Gregorietti che in larga parte riprendono quelle della sala Ruggero II nel Palazzo dei Normanni. Si alternano alle epiche gesta dei paladini dipinti dal maestro di Bagheria Emilio Murdolo secondo lo stile tradizionale dei carretti siciliani.

Restano i cimeli dell’epoca di Ignazio Junior e della moglie Franca:  il set da toletta, il barometro originale del Sultana, uno dei lussuosi yacht privati della famiglia, le ceramiche Florio con il simbolo del cavalluccio marino, gli abiti, le immagini e gli articoli del quotidiano l’Ora, fondato da Ignazio Junior.

Vincenzo Junior e Lucie Henry sono poi ovunque all’Arenella: nei quadri che lui si dilettava a dipingere, nella sezione dedicata alla Targa Florio da lui ideata, nelle splendide foto che  li ritraggono ed in particolare in una dolcissima e un po’ malinconica, divenuta immagine simbolo di Casa Florio.

Vincenzo Junior e Lucie Henry
Foto web – Vincenzo Junior e Lucie Henry

Infine un vecchio armadio con ancora impressi i nomi delle spezie sui singoli cassetti. Era di Paolo Florio e risale all’aromateria da cui tutto ha avuto inizio e fa parte della residenza privata dei Florio.

All’Arenella fate caso ai <quattro pizzi>, le quattro cuspidi che hanno dato il nome al villino. Una fu danneggiata nel terremoto del 1968 e ricreata dall’artista Domenico Pellegrino secondo uno stile evocativo che ricorda le luminarie della tradizione e una modernità decisamente pop. In definitiva la contaminazione ideale tra vecchio e nuovo riaccendendo un “faro” su una famiglia che ha fatto la storia in Sicilia.

Di cialome e di tonno. E di scatolette pure

Ripartiamo da una tonnara. Il settore della pesca e della caccia del tonno costituì uno dei primi tentativi dei Florio di estendere i propri commerci e diversificarli dall’esclusiva vendita di spezie.

Non è un caso che la prima residenza di rappresentanza nascesse proprio all’interno di una tonnara. In pochi anni Vincenzo trasformò l’intuizione iniziale dello zio calabrese Ignazio in un vero e proprio business. I Florio riuscirono in poco tempo a gestire tutte le tonnare della zona tra cui quella di San Nicolò l’Arena, Vergine Maria, Isola delle Femmine…

Riuscire a visitarne una è un viaggio in un mondo fatto di tradizioni e bellezza sullo sfondo di una lotta antica tra uomo e pesce ben diversa dalla caccia esasperata e dannosa che caratterizza le odierne tonnare volanti.

Con viaggimperfetti siamo già stati alla tonnara di Scopello. Ne abbiamo scoperto la corte interna, i depositi, gli alloggi, la rimessa delle barche, la cappella dei Gesuiti, i faraglioni a guardia di una realtà fatta di riti e regole ben precise.

Ma per capire quanto il nome dei Florio sia legato alle tonnare in Sicilia è necessario spostarsi a Favignana e presso l’intero arcipelago delle Egadi di cui, a partire dal 1841, Vincenzo prima, Ignazio poi furono dominus incontrastati. Fu Vincenzo a capire che conservare il tonno sott’olio e non sotto sale come si usava all’epoca era molto più remunerativo e salubre; Ignazio a portare a termine l’dea rivoluzionaria del padre: inscatolare i tranci di pesce in comode scatolette rivestite di stagno con apertura a chiave. Nasceva il tonno a marchio Florio delle tonnare di Favignana e Formica in uno degli stabilimenti più all’avanguardia per l’epoca .

L’ex stabilimento è oggi museo e tappa futura di viaggimperfetti.

Dopo la vendita degli stabilimenti ai Parodi, il marchio Florio tornerà negli anni ottanta grazie a Nino Castiglione, semplice operaio ad inizio Novecento i cui eredi creano una linea in onore della storica famiglia con preziose scatolette su cui, ancora una volta, appare il leo bibens, il leone dei Florio.

Marsala. Il Leo Bibens è passato anche da qui

Il leo bibens è ben visibile in un altro stabilimento in Sicilia dove, ancora oggi, si produce vino eccellente. Ci spostiamo a Marsala, patria del vino liquoroso che, tradizione vuole, il commerciante inglese John Woodhouse assaggiò a fine Settecento e trasformò negli anni a seguire in uno dei business più redditizi del tempo. A lui seguì Benjamin Ingham e, guarda un po’, proprio Vincenzo Florio che cominciò a produrre il vino apprezzato in tutta Europa.

Oggi il marchio Florio è stato acquisito dalla famiglia Reina e riunito in un’unica realtà con altri due brand storici: Corvo e Principe di Salaparuta. Tre etichette siciliane che oggi si presentano nel baglio di Marsala: 44.000 mq di superficie, ampi archi a sesto acuto e pietra di tufo voluta da Vincenzo Florio nel 1832.

L’esperienza Florio è stata rivisitata con una nuova e bellissima sala degustazione; l’odierna enoteca è dalle linee  accattivanti e minimal; le riproduzioni al neon delle più note locandine pubblicitarie dedicate al mito dei Florio attirano l’attenzione del visitatore facendo rivivere gli anni della Targa Florio, quando la corsa automobilistica nelle strade tortuose delle Madonie tra Castelbuono e Geraci attirava appassionati da tutto il mondo, le copertine di Rapiditas, il giornale ufficiale della corsa, erano rese uniche dagli artisti del tempo e i Florio erano i maggiori impresari del Teatro Massimo di Palermo.

A Marsala, resta però come una volta l’antica bottaia, il suo profumo di cantina che si mischia alla brezza di mare, le botti in rovere rosso di Slavonia.

Qui si fermò Garibaldi, qui Ignazio decideva le nuove strategie per rendere il marchio di famiglia il più famoso e competitivo, da qui partivano le navi che portavano il Marsala dei Florio in giro per il mondo. Ve ne ho già parlato? Vincenzo Florio fu il primo a capire che la vera ricchezza sarebbe arrivata investendo nel trasporto di merci e persone e nel 1840 intraprese un’attività armatoriale su grande scala fondando con Ingham e più di altri 100 soci la Società dei Battelli a Vapore Siciliani. I Borboni prima, i Savoia più tardi gli assegnarono le concessioni per il servizio postale. E per essere certi che operai qualificati fossero in grado di creare e sostituire parti meccaniche, Vincenzo nel 1841 acquisì anche la Fonderia Oretea la cui ghisa e il cui ferro contribuirono in larga parte alla realizzazione della Palermo Liberty di inizio Novecento.

Qualche anno dopo con Ignazio, i Florio furono a capo con Rubattino della Navigazione Generale Italiana con una flotta di piroscafi che facevano la spola tra Genova, Napoli e New York.

Dalle viscere della terra. I Florio e lo zolfo in Sicilia

Ingham fu socio di Vincenzo anche nella Anglo Sicilian Sulphur Company Limited. Avete mai sentito parlare della produzione e del commercio dello zolfo in Sicilia? Quella siciliana sembrava essere una miniera inesauribile e lo zolfo siciliano era il più venduto e ricercato per essere lavorato nelle fabbriche che stavano nascendo ovunque in Europa.

A pagare il prezzo più alto furono uomini e soprattutto bambini impiegati nelle miniere sparse nell’agrigentino, nell’ennese e nel nisseno e persino nel palermitano e nel catanese: file continue e costanti di esseri umani che scomparivano in profonde gallerie ed emergevano carichi di pesanti ceste di pietre gialle.

Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, la richiesta cadde e le miniere cominciarono a chiudere una dopo l’altra, in tanti emigrarono lasciando la Sicilia. Oggi molti siti sono in stato di abbandono, in alcuni sono stati allestiti musei come a Trabia Tallarita e a Cozzo Disi di Casteltermini. A Villarosa e Villapriolo , nel nisseno, è possibile fare un viaggio in quel mondo grazie ad un percorso nella storia delle miniere di zolfo e nella vita di quanti furono costretti ad emigrare. Lo si fa partendo dalla stazione ferroviaria, dove un tempo i carichi di zolfo partivano per raggiungere l’Europa, e con la visita delle case museo di emigrati ed ex minatori.

Per continuare il viaggio

I libri che ho letto e che consiglio:

I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale – Orazio Cancila, Rubettino editore. Un valido strumento di approfondimento e un attento racconto che parte dai Florio in Calabria.

I leoni di Sicilia. La saga dei Florio – Stefania Auci, Editrice Nord. Impossibile non appassionarsi alla saga dei Florio attraverso le pagine di questo romanzo. Un bestseller che ha fatto rivivere le vicende dei Florio arrivati a Palermo ad inizio Ottocento a migliaia di lettori.

 

Un grazie speciale a Barbara Mazzola, guida turistica appassionata; a Guido Antonio Sorano, fotografo, che ha impreziosito questo articolo con le foto del Villino Florio; a tutto il team dell’associazione Siciliando senza il quale questo viaggio non sarebbe stato uguale.

A breve su viaggimperfetti la seconda parte del viaggio dedicato ai Florio…

 

 

Dove scorre la Dronne. Brantôme in Périgord

E’ bizzarro come la Dronne circondi Brantôme. Gli passa attorno lambendolo dolcemente, quasi abbracciandolo. Il fiume francese circonda il cuore del borgo con un cerchio quasi perfetto per poi riprendere placido il suo corso.

Lo fa scorrendo sotto i ponti di Brantôme, rallentando lì dove un albero si piega accarezzando l’acqua, accelerando dove in estate ci si diverte in kayak, sotto le finestre e i balconi della piccola cittadina, davanti l’antica abbazia che la tradizione vuole fondata da Carlomagno in persona in onore di San Pietro.

L'abbazia a Brantôme
L’abbazia a Brantôme

D’acqua e di pietra

L’acqua è quella della Dronne, lo abbiamo detto, il cui rumore è il refrain costante di uno dei luoghi più visitati del Périgord a nord, il Périgord Verde. La pietra è quella della falesia davanti cui è stata costruita l’abbazia di Brantôme, casa di eremiti e  chissà di quali altri popoli molti secoli prima.

Ma andiamo con ordine. E’ stato davvero Carlomagno a volere questa struttura? E’ qui che avrebbe portato le reliquie di San Sicaire, uno dei bambini uccisi da Erode dopo la nascita di Cristo?

Ciò che è certo è che l’abbazia benedettina ha visto nei secoli padroni e destinazioni  differenti. Ha subito modifiche nel XII secolo, poi nel XIII, nel XV e una importante ristrutturazione a partire dal 1850. Accanto il chiostro, il campanile edificato sulla roccia, le grandi sale, l’elegante scala Vauban, è passata la storia, di epoca in epoca, lasciandoci  un luogo che rende Brantôme ancora più bella.

Il mistero delle grotte

La meraviglia arriva appena alle spalle dell’abbazia, lì dove la falesia è stata scavata e modificata e dove tutto ha avuto inizio.

Sono stati alcuni eremiti i primi a farne casa? L’esistenza di numerosi siti preistorici nella valle della Dronne, le tracce romane e gallo-romane, fanno pensare a inquilini ben più anziani. E forse, lì dove uomini solitari hanno pregato Cristo, altri hanno venerato divinità antiche.

Ancora un mistero, forse il più grande. In una di queste grotte, un’intera parete è occupata da un grandioso bassorilievo. Scavate sulla nuda pietra appaiono figure angeliche, scheletri, una testa coronata, forse monaci. Su tutte incombe quella che potrebbe essere una grande figura divina. Appena sotto, al centro, la Morte.

Il mistero dei bassorilievi a Brantôme
Il mistero dei bassorilievi a Brantôme

Si tratta di Cristo? Di una figura pagana? Del trionfo della morte? Del Giudizio Universale? Le interpretazioni che si sono susseguite a partire dall’Ottocento sono tante e contrastanti. Resta la grandiosità di questa e delle altre opere presenti nelle grotte tra cui una crocifissione che potrebbe risalire al XVII secolo.

I monaci nelle grotte. Di mulini e piccionaie

La grotta con i bassorilievi è solo una delle tante del percorso alle spalle dell’abbazia. Si susseguono una dopo l’altra rivelando l’uso che ne facevano i monaci. Delle enormi piccionaie corrono lungo le facciate delle grotte. Pare infatti che i piccioni fossero fonte di nutrimento per la loro carne, di ricchezza per il valore degli escrementi come fertilizzante sul mercato e di prestigio: l’autorizzazione ad allevarli era concessa ai soli proprietari terrieri e il numero degli uccelli fissato in base a superfici possedute e ricchezza.

Infine un mulino, o meglio un sistema di sfruttamento della sorgente presente qui che, ancora oggi, alimenta una parte del borgo.

Travel Tips

Ristorante Côté Rivière – boulevard Coligny 13

Affacciato sulla Dronne con un piccolo ma gustoso e curato menu. Atmosfera familiare, perfetto per una serata romantica (molto romantica!!!)sul fiume.

Moulin de Vigonac – albergo e ristorante gestito dalla famiglia Alexeline.

Proprio lì dove dove la Dronne lascia il cuore di Brantôme e riprende il suo corso, una struttura di charme lungo il fiume e un antico mulino.