Piazza El Fna. Buona la prima

E’ un palcoscenico all’aria aperta piazza Djemaa El Fna. Messe in scena che cambiano ad ogni ora del giorno e della notte.

Ricordo la mattina in cui abbiamo lasciato il Marocco. Avevamo il volo all’alba e ho chiesto al tassista di fermarci in piazza per una spremuta fresca di arance. Sono i primi ad arrivare in piazza, i venditori di arance. Il venditore non lo vedi quasi, nascosto dalle centinaia di arance. Belle, lucide, sembrano piccoli soli. Mi ricordano le arance della mia Sicilia quando ero piccola e il nonno commerciava in agrumi.

A poco a poco vedi comparire i venditori di menta. Infinite varietà ed un profumo che senti già dalle stradine che portano alla piazza. Ci sono poi le venditrici di cesti in vimini e di borse… e che borse. Fantastiche. Ne ho comprate due per la prossima estate. Una la regalo a mamma. E’ splendida.

Da un’ora all’altra ti rendi conto che qualcosa cambia e sono i suoni e i rumori che ti stanno attorno a dartene la consapevolezza. Senti il piffero degli incantatori di serpenti, le urla degli ammaestratori di scimmiette, il tintinnare dei piattini dei venditori d’acqua coi loro costumi gialli, rossi, fucsia, oro.

Ti ritrovi in una delle terrazze dei tanti bar che si affacciano sulla piazza quando il tramonto ti investe e ti stordisce e il suono si fa ancora più incalzante. Arrivano i suonatori di Gnawa con i loro tamburi e le nacchere. Sfilano e suonano tra le donne che chiedono ai turisti di provare un tatuaggio all’henné. Passano accanto ai banchetti con le chiromanti.

Ed è sera quando in decine di bancarelle si comincia ad arrostire, bollire, friggere cibo di ogni tipo. La gente del posto e tanti, tanti turisti sbocconcellano tra uno stand e l’altro. Poi si fermano ad ascoltare i cantastorie che mimano e urlano racconti vecchi di secoli.

Il caos si ferma solo a notte fonda. Per poche ore. Fino a quando i venditori di arance faranno la loro entrata in scena. E tutto ricomincia.

Riad Jana. Il cappello del mago

Siamo arrivati al Dar 73 nel tardo pomeriggio. Said, il gestore del riad ci ha offerto the e dolcini al miele. Ha fatto buio velocemente. Le mura di pisé della città vecchia a Marrakech si sono accese di viola, poi di rosso fino a scomparire nel buio della sera. Non abbiamo resistito e ci siamo avventurati per le stradine della medina. E’ stupendo. C’è un’energia speciale. Tanta la gente del posto che torna a casa con lunghe tuniche e cappucci. Trascinano carretti e bancarelle. Tanti invece camminano in direzione opposta, verso piazza El Fna, con le sue luci e canti frenetici. Troviamo il Riad Jana quasi per caso.

Il riad Jana…un minuscolo ristorante con un paio di camere per turisti fortunati. Una manciata di tavoli alla luce flebile di semplici candele sotto gli alberi di un giardino segreto su una stradina piccola e affollata. Poche porzioni. Ho visto tanti avventori entrare dopo noi e andar via perché le pietanze erano esaurite…prezzi ridicoli per due piatti della tradizione presentati nei cocci tipici: una tajine fumante di agnello alle prugne ed un cous cous ai chicchi d’uva e mandorle. Grani duri che senti sulla lingua contro il palato si fondono con la cipolla caramellata e le carote. Togli il coperchio alla tajine, allungato e in coccio, e i profumi ti investono. Sembra il cappello di un mago. Frutta e qualche dattero per dessert.

 

Rosa Marrakech

Arrivo al Menara, l’aeroporto di Marrakech, nel pomeriggio. Non vedo l’ora di raggiungere la città antica dove abbiamo scelto l’alloggio. Noto tante poliziotte e, lo ammetto, mi stupisco. Le donne marocchine sono abituata a vederle in abiti tradizionali e coperte dalle testa ai piedi e i miei cliché culturali più scontati e immediati cozzano con le ragazze carine e sveglie che incontro appena scesa dall’aereo. Quella che timbra il mio passaporto ha cuffiette Apple alle orecchie, folti capelli tenuti su alla meglio da una molletta gialla, pronti a scivolare sulle spalle. E’ davvero bella.

L’argomento donne e diritti è uno dei più attuali in terra marocchina. Seduta al tavolo della colazione del mio riad, mi capita tra le mani un numero di TelQuel, una rivista dinamica, spesso malvista dai più tradizionalisti. Leggo che nel gennaio 2014 il parlamento marocchino ha promosso riforme importanti relative alla disparità tra uomo e donna, sempre più anacronistica in un paese che sta cambiando in modo progressivo ed evidente. Le incongruenze però restano e diventano a volte macroscopiche.

Scorro le pagine della rivista e mi viene in mente lei, una donna marocchina che ho conosciuto sulla strada per Essaouira. Parla italiano e ha gli occhi neri, vivi, accesi. L’ho incontrata in una cooperativa di sole donne che lavorano l’argan. Mi ha raccontato di aver lasciato il suo Marocco per amore e di aver vissuto un anno a Sirmione…l’italiano lo parla bene mentre ci spiega i segreti dell’argan ma si blocca, farfuglia, non trova le parole quando gli chiedo perché è tornata in Marocco…è divorziata e non c’è lingua in cui riesca a dirlo senza vergogna…ci offre un seme di argan tostato, sembra una mandorla ma sa di nocciola. Ne spilucca nervosamente una anche lei. Ha lo smalto saltato…poi le chiedo se con l’argan fanno il burro per le labbra. Si rianima, il suo sguardo si riaccende, ridiventa allegra, femminile, maliziosa come lo sono tutte le donne del mondo…

In Marocco una donna divorziata può ottenere la tutela e l’affidamento del suo bimbo ma non ne otterrà la responsabilità legale. Solo il padre potrà decidere se aprirgli un conto in banca, trasferirlo in un’altra scuola, portarlo in vacanza oltre i confini nazionali. Esclusa poi la possibilità di dare ai figli il proprio cognome, così come di trasferire la propria nazionalità al coniuge straniero. In un paese dove esistono donne giuriste, avvocato e magistrato, potrebbero esistere giudici che ancora considerano la testimonianza di una donna valida la metà rispetto a quella fornita da un uomo. Una donna che ottiene un lavoro notturno avrà bisogno di un’autorizzazione speciale con tanto di foto, certificato medico e casellario giudiziale. Si vedrà probabilmente rifiutata una camera d’albergo se sola. Non le sarà consentito il matrimonio con un non musulmano e sarà con ogni probabilità penalizzata al momento di ereditare, obbligata a cedere una parte di quanto le spetta a zii del padre o a parenti di sesso maschile.

Marrakech è una città strana. Per i vicoli della città antica, tra le mura di pisé rosa, sembra di tornare indietro nel tempo di secoli ma basta fare un giro per la città nuova, appena fuori le mura antiche, per capire che qualcosa è cambiato. Ampi viali alla francese, lounge bar, bistrot, palazzi e costruzioni moderni, brand come Zara e Mango, piccole boutique con oggetti di design. Persino un parco con l’accesso ad internet gratuito dove le donne fanno jogging, con completini che le fasciano dalla testa ai piedi e cuffiette colorate. Stavo seduta al tavolino di un bar in piazza El Fna quando ho conosciuto un gruppo di ragazzine che cantavano a squarciagola le hit del momento con i coetanei.

Una Marrakech coniugata al femminile quella di tante imprenditrici, tra cui sempre più marocchine, che gestiscono esercizi commerciali, riad e hammam di lusso. Nella ville nouvelle ho cenato in un luogo magico: El Fassia, un ristorante di cucina tipica marocchina gestito interamente da donne. Le più giovani si occupano dei tavoli, coccolando gli ospiti e accertandosi che tutto sia a posto. Lo fanno sotto la supervisione di altre più mature, belle ed eleganti che gestiscono la sala, la cucina, la parte amministrativa. Ho scambiato una battuta con una delle più anziane sulla scelta delle spezie in una pietanza di pollo, zucca e frutta secca. Una perfetta organizzazione aziendale al femminile.

Ieri, oggi e domani? Chiudo la rivista e non posso fare a meno di pensare alle donne che ho visto lavare i panni nei torrenti delle gole della provincia di Ouarzazate. Panni colorati stesi ad asciugare sulla pietra rossa e bimbe che giocavano nel nulla di poche case disastrate di un villaggio berbero dove spiccava, nuova e moderna, solo la moschea…cambiano i rossi col passare delle ore. Diventano rosa, ocra, viola, marrone…

Beijing. Democratica Città Proibita

Ogni anno, in occasione del solstizio invernale, l’imperatore, portato su una portantina gialla da 16 uomini, lasciava la Città Proibita lungo la Wu Men per raggiungere il Tempio del Cielo. Con lui si muovevano il maestro di cerimonie, la cavalleria con archi e frecce, elefanti, danzatori, musicisti e eunuchi a cavallo. Per un totale di circa 200 uomini. Impossibile avvicinare l’imperatore. Proibito per chiunque non facesse parte della corte l’accesso alla sua casa, la Città Proibita.

Mi piace credere alle storie di chi racconta che lo stesso imperatore, stanco della corte e dei suoi protocolli, si allontanasse dalla Città Proibita, travestito, per perdersi e mescolarsi tra le tante etnie che popolavano il distretto di Xuanwu. Lo immagino aggirarsi tra Qianmen Daje e Dashilan con i suoi negozi centenari. Lo riconosco proprio lì ad ammirare sete, lacche, giade o a scegliere pregiati the. Avrà raggiunto Liulichang? Magari per acquistare “i quattro tesori per lo studio” – inchiostro, pennelli, carta e calamai – vicino ad ignari funzionari di corte che in quella zona alloggiavano o a candidati che avrebbero sostenuto gli esami imperiali. Ad oggi, e non so per quanto tempo ancora, esistono piccole botteghe che negli stretti vicoli vendono carta di riso e pennelli di ogni grandezza, intarsiati, dipinti, con peli di capra o sintetici. Può capitarti di vedere bambini a cui viene insegnata la millenaria arte dei caratteri della lingua cinese su lunghi rotoli di carta bianca. Grandi negozi di stoffe pregiate – in uno di questi fu realizzata la bandiera con cui Mao proclamò la Repubblica Popolare Cinese – una farmacia a più piani, la Tong Ren Tang, dove scoprire l’antica arte medica cinese e comprare erbe e radici di ginseng che vanno a peso d’oro.

Oggi la Città Proibita è visitabile da chiunque lo desideri, mostrando un documento d’identità, pagando un biglietto e dopo aver fatto una lunga, democraticissima e forse un po’ disordinata fila. Sono davvero tanti i cittadini cinesi che la visitano e che ne affollano ogni centimetro disponibile. Li vedi accalcarsi per sbirciare all’interno delle grandi sale, per vedere ciò che per secoli fu proibito ai loro antenati. Grandi gruppi che spesso vengono dalla provincia, magari da un villaggio lontano. Tanti gli anziani col viso segnato dal tempo e mani che hanno lavorato. Hanno visto tutto. Non posso fare a meno di pensarlo. La fine del Celeste Impero, Mao, la trasformazione di un paese enorme, la rivoluzione culturale, l’industrializzazione. Chissà cosa ne pensano, cosa potrebbero raccontarmi.

Sono gli stessi cinesi che affollano l’area verde del Tempio del Cielo.  Ci sono andata una domenica mattina e sono rimasta ad osservare gente comune che medita, fa Tai Qi con movimenti lunghi e fluidi, gioca a mah-jong, il gioco da tavola cinese, sferruzza sciarpe e maglioncini. Ci si incontra, si fa ginnastica insieme e si balla…sì, si balla. I gruppi organizzati sono numerosissimi. Vanno a ritmo di musica lungo viali e templi antichi, allegri e scoordinati. Affollano il Tempio del Cielo, i viali del parco, il Tempio della Preghiera per il Buon Raccolto.

Le cerimonie per il solstizio sono un ricordo del passato. Non esistono più cortei imperiali, né tantomeno imperatori nella Cina comunista. O forse si. Forse più di uno, ricchissimi ed ancora una volta inavvicinabili. Se date un’occhiata per strada non ci sono utilitarie, solo grandi automobili di lusso. O macchinoni, o bici e risciò.

I macchinoni però negli stretti hutong, i vicoletti dell’antica Pechino, non riescono ad entrare. Perdetevici. Vi sembrerà d’aver fatto un salto nel passato…lontano dai modernissimi centri commerciali affollati da teenagers, nuovi magnati e donne elegantissime.

La valigia dei desideri

Ad ogni viaggio la sua valigia e ad ogni viaggiatore il suo bagaglio. C’è chi parte con uno slip di ricambio e poco altro, e chi, senza un set completo di valigie, non si muove.

Quelli con uno smilzo zainetto sulle spalle e quelli disperati ai check in degli aeroporti che spostano oggetti da un bagaglio all’altro nella speranza di arrivare al peso giusto ed evitare di pagare gli extra, ormai salatissimi, per i chili in più, in un allegro e imbarazzante arcobaleno di biancheria ed effetti personali che volano da una parte all’altra.

Amiche e amici in preda al panico davanti ad armadi messi a soqquadro e valige da riempire. A chi non è capitato di chiedersi se portare o meno il quarto paio di scarpe tacco 12 per una settimana al mare o il bikini in montagna perché “non si sa mai…”. A tutti, me compresa.  Sogniamo tutti una valigia che si allarghi all’infinito e si restringa magicamente sotto gli occhi di hostess antipatiche e bilance tarate al grammo.

Quando ho scoperto la splendida invenzione dei voli low cost e ho capito che l’unica condizione da rispettare è il peso, il numero e la dimensione dei bagagli, mi sono detta che con quello che avrei pagato per il surplus ci avrei potuto comprare un altro viaggio, un’altra meta, un’altra avventura. Ne valeva la pena? E la serie di foulard in tinta con ogni t-shirt era davvero necessaria? Diciamo che la svolta è arrivata quando mi sono ritrovata a trascinare trolley, borse e borsette pieni di roba IN-DI-SPEN-SA-BI-LE in metro e stazioni mentre il treno stava per partire, o a correre dietro un bus spingendo una valigia più grande di me.

Me ne sono fatta una ragione. I miei viaggi difficilmente sono all inclusive e non posso permettermi il facchino al seguito. Così ho applicato una riduzione drastica del bagaglio perfezionando negli anni una soluzione che mia madre definisce gentilmente maniacale: la raccolta differenziata per la valigia perfetta. Vale a dire solo articoli necessari e usati. Diciamo vecchiotti, pronti ad essere gettati via, accuratamente messi da parte invece, in un angolo dell’armadio e in attesa di esser portati a spasso in giro per il mondo.

Il maglione si è ridotto di una taglia in lavatrice? Lo slip da bianco è diventato di un rosa improponibile? La maglia ha un buchino? Non butto il calzino spaiato perché so che nel tempo troverà un compagno e conservo gelosamente i miei jeans sdruciti perché so che faranno un figurone con la felpa macchiata.

Ogni pezzo troverà la sua fine nei cestini di alberghi, guesthouse e B&B. Non andrà lavato e stirato al ritorno invadendo ogni angolo della casa e libererà magicamente spazio nella mia valigia, pronta ad essere riempita con un regalo per un amico, un oggetto nuovo per la casa, un pareo coloratissimo.

Stessa logica per beauty e maquillage. Più la data della partenza si avvicina più aumenta la ricerca spasmodica del campioncino. Sono rigorosamente messi da parte i flaconcini di crema e profumi da 100ml quasi vuoti, l’ombretto di cui si intravede il fondo ed il mascara che comincia a seccarsi.

La raccolta ha coinvolto amiche e parenti che hanno ormai rinunciato a farmi cambiare idea e mi assecondano passandomi maglie e t-shirt di seconda mano.

Lo so che in molti, e soprattutto in molte, stanno inorridendo. Il viaggio è quasi sempre una vacanza e quindi un momento speciale. Ci si immagina lungo gli Champs Elysées  con l’abitino che vi fa sentire un pò francesi, e già vedete la foto che manderete a parenti e amici da Rio de Janeiro con la camicetta appena comprata. Credetemi: il viaggio è libertà e non vi si filerà nessuno se il top non si abbina perfettamente agli shorts. Che so, infilate il calzino bucato dentro la running nuova di zecca o il pigiama spaiato se in viaggio con l’amica del cuore. E poi, se proprio George Clooney vi invita per un caffè a New York sulla Quinta e vi maledite per non aver infilato in valigia quella maglia che vi sta da urlo, vi do una serie di indirizzi e posticini dove comprare una nuova mise con cui farete un figurone!

 

 

 

Marrakech. Oltre il portone

I riad marocchini sono dimore private, generalmente nella Medina, la città vecchia, ristrutturate ed adibite a luoghi di soggiorno per viaggiatori che desiderano vivere un’esperienza unica. Sono posti magici, spesso nascosti nelle viuzze polverose da enormi portoni istoriati. Li oltrepassi ed inizia la magia.

Giardini con vasche e fontane costituiscono il centro della casa, generalmente su più piani. Non c’è tetto sui giardini e la luce filtra dall’alto nel cortile interno e nelle stanze che si affacciano sui differenti piani. Giochi di luce speciali tra le chiostrine in legno o sulle pareti e scale rivestite in tadelakt, una tecnica decorativa che troverete ovunque in Marocco.

Mi sveglio nel mio riad, il Dar 73. Rose ovunque. Rosso carminio, corallo, arancio, cardinale…in stanza, nella hall, nei piccoli salottini dove ci si può rilassare. Il rosso sangue stacca sulla gamma dei grigi e dei tortora del tadelakt. Lampade con minuscole gocce di cristallo riflettono la luce che arriva dal cielo di Marrakech.

Marmellata di fichi con tanti semi, succo d’arancia appena spremuta ed una fragrante pizzetta calda che donne marocchine cucinano per strada su piastre roventi. E’ questa la mia colazione. Il pane è ricoperto di semola…caldo di forni antichi, anneriti dal tempo, il cui tepore è utilizzato per cuocere la tanja, l’agnello con agrumi e spezie nei cocci di terracotta e per riscaldare l’acqua degli hammam.

Fuori, oltre il grande portone istoriato, il quartiere ebraico. Misterioso, magnetico…Ho notato un ragazzino fuori la porta. Ci gironzola attorno e come i fratelli più grandi prova a chiederti se hai bisogno di qualcosa, se ti sei perso, se può accompagnarti lui a visitare il cimitero ebraico o la bellissima e nascosta sinagoga…ma non è ancora la sfrontataggine, la malizia, solo occhi buoni ed ingenui.

Patricia, la prof messicana a Madrid

Patricia è un’ultra settantenne a cui dedico un ricordo speciale, forse il più bello dell’intera avventura a Madrid. Conosciuta per caso nella sala da the al penultimo piano della boutique Salvador Bachiller, stava su Skype con le nipoti smanettando sull’Ipad ovviamente in tinta con l’Iphone.

Patricia mi ha travolta con la sua allegria, sensibilità e voglia di vivere. Professoressa d’arte di Città del Messico, mi ha raccontato – ha subito attaccato bottone – del suo viaggio in Europa. Con il suo bastone e la sua artrite era stata già a Roma, Venezia e Firenze. Aveva trascorso qualche giorno a Barcellona e si accingeva a partire per Granada dove non era riuscita ad accaparrarsi uno dei pochi biglietti per l’Alhambra, ma che contava ugualmente di raggiungere per tentare la sorte. Una mail di qualche giorno fa mi ha confermato che c’è riuscita e l’Alhambra l’ha visitata.

Un entusiasmo da bimba misto ad una sensibilità forte anche quando, con uno sfondone da record, le ho detto che l’Altare della Patria veniva associato dai romani ad un ferro da stiro invece che ad una macchina da scrivere. Un cuore aperto che non ha esitato ad aprire le sue porte invitandomi a Città del Messico dove, pare, abbia una famiglia numerosissima della quale fanno parte anche un gran numero di mici. Grazie Patricia, per la tua semplicità e la tua gioia Ti auguro buon viaggio.

Un posto da non perdere a Madrid: Salvador Bachiller uno dei brand spagnoli più conosciuti in città, pelletteria e accessori alla moda e di qualità. Il suo store in calle Montera 37 è speciale per ciò che troverete agli ultimi due piani. Il negozio nasconde una deliziosa sala da the dove ho conosciuto Patricia e gustato the e tisane fumanti in tazze english style dai colori sgargianti, su poltroncine comode comode, circondati da carte da parati e arredi che ricordano giardini di bambù e paesaggi esotici. Dolcetti di ogni tipo, caramelle, cristalli di zucchero e miele d’agave vi convinceranno a tornare. Se c’è il sole, salite di un piano al Jardin Secreto…una terrazza bar che vi farà pensare di essere piombati nel cuore di una foresta incantata circondati da verde e miniature di uccellini colorati.