Torcello. Alla fine dell’arcobaleno

Ho conosciuto la proprietaria di una bottega artigiana di Burano, Livia. Ha una piccola bottega sul canale. La trovi gironzolando tra case verdi, azzurre e color pesca e panni stesi al vento. A Burano ci siamo arrivati col vaporetto, attraversando una laguna piatta e silenziosa. Poi la nebbiolina sull’acqua è scomparsa e il colore ha vinto.

Livia crea col marito oggetti in vetro belli e originali. Ogni pezzo ha un piccolo marchio ad indicarne e certificarne l’autenticità.

Grazie a Livia (Lumeart – Corte Novello via Giudecca n.40), ho scoperto Torcello, dove non avevo intenzione di andare.

Mi ha incuriosito la genuina disponibilità nel consigliarmi un luogo a lei caro, piccolo ma con un patrimonio culturale immenso. Antico insediamento romano e centro bizantino, racchiude la Cattedrale di Santa Maria Assunta e i suoi mosaici, un museo e un negozio di antiquariato, dove capitelli e vecchie statue si confondono tra i filari di una vigna e sono comode cucce per micioni pasciuti. Un pezzo di terra dalla potente forza magnetica.

 Tutto attorno solo vegetazione lacustre, volpoche e aironi cenerini… e la silenziosa laguna.

Venezia. Funambola sull’acqua

Sta lì, precaria, ma solida sull’acqua, coperta dalla patina del tempo e dall’umidità del canale. Ogni angolo ha una storia lontana. Leggende che si perdono nei campi e nei sottoporteghi. Piccoli tesori che a volte solo il caso regala.

Perdetevi a Venezia, è questo il consiglio che i veneti danno a chi vuole sentire l’anima di Venezia. Ascoltate in silenzio, odorate nei vicoli, gustate nei bacari i sapori antichi ed ancora originali della cultura veneziana.

Scendete a Salute Dorsoduro e affacciatevi su Punta della Dogana. A sinistra c’è San Marco, dietro Santa Maria della Salute, e a destra la Giudecca e San Giorgio.

Risalite poi il sestiere lasciandovi spruzzare d’acqua dal mare che si infila nei canali, su, fino alle Gallerie dell’Accademia, scrigno di sensuali Tiziano, drammatici Tintoretto, sagaci Veronese ed armonici Bellini.

Tra botteghe d’artigianato e gallerie d’arte arriverete a San Barnaba. Avete fame? Fermatevi al Vecio Marangon, piccola cichetteria con pochi e piccoli tavoli in legno scuro, cucina a vista. Servizio impeccabile ma caloroso, vini eccellenti e fiori freschi negli angoli. Da provare il baccalà mantecato o in bianco con olio e limone…ah dimenticavo, i prezzi sono assolutamente onesti.

Fatevi un regalo. Scegliete una sciarpa da Anatema, vicino i Frari. Dalla lana e dalla seta nascono stole ed accessori in ogni sfumatura di colore. Quando la indosserete, vi ricorderete di Venezia, la funambola sull’acqua.

Venezia. Ancora un poco…

Venezia. Red carpet

Arriva a Piazzale Roma e prendi il vaporetto. Si aprirà un portale magico, attraverso il quale entrerai in una dimensione parallela, fantastica. Palazzi antichi costantemente battuti dall’acqua del Canal Grande mossa dai vaporetti e dalle gondole, ponti grandiosi, calli e campielli, vicoli e bacari.

A carnevale, davanti a te prenderà vita un’elegante sfilata che si celebra ogni anno su un immaginario red carpet. Personaggi di ogni epoca e tempo appariranno. Perfetti in ogni dettaglio, sfilano, si fermano, attendono, si concedono agli obiettivi per farsi ammirare, immortalare, ricordare come vere star.

Le maschere veneziane non parlano. Il loro è un linguaggio muto di gesti lenti e fascinosi. Scorgendo un gruppo di dame al Florian, per un istante crederai sia davvero possibile essere stati trasportati per magia indietro nei secoli. E se vorrai prendere parte alla sfilata ed attraversare il red carpet con maschere e costumi che sono opere d’arte, vai a curiosare nella bottega Cà del Sol.

Sei pronto? E allora festa! Magari con uno spritz al Cavatappi o un prosecco alla Cantina Do Spade, per poi superare Rialto e vagare nel bel sestiere di Cannaregio. Se l’appetito è arrivato Alla Vedova è difficile trovare gente che non sia del luogo: in una stradina secondaria vicino il canale della Misericordia, ti sarà facilmente indicato da ogni veneziano doc per strada. Oppure, più facile da trovare, vai sul corso principale a La Cantina (Campo San Felice): il proprietario, lo stesso del quadro all’entrata, vi preparerà sul momento panini e bruschette con salumi e formaggi slow food. Fate fare a lui…non ve ne pentirete.

Budapest. Perchè te lo dice mamma

Croissants dolci e salati, pasticcini appena sfornati, strudel, crepes e poi ancora biscotti, french toast, omelettes, thè, caffè e cioccolate calde…vi basta? According to my mom. 1077 Wesselenyi utca 25. Un posticino “nico-nico”, con alzatine in vetro e tazze bianche, tavoli in legno dai colori pastello e poltroncine per i più piccoli. Nel cuore del quartiere ebraico a Budapest per fare colazione o mangiare qualcosa al volo per pranzo. A pochi isolati dalla Grande Sinagoga è uno dei tantissimi locali che, ad ogni ora del giorno e della notte, rendono speciale l’intricata rete di viuzze di Erzsebetvaros.

Un altro posto per una sosta veloce? Szimpla Farmers’cafè. VII Kazinczy 7. Solo cibo di fattoria. Piatti anche per vegani e vegetariani. Vi accoglie dal mattino a notte fonda.

Una serata speciale da Koleves. Pentole, piatti e caffettiere ovunque, carta da parati e bei colori alle pareti. Un giardino con sedie arcobaleno. Se preferite una cenetta intima all’esterno del locale c’è un piccolo pulmino hippy con un tavolo per due…Servizio guesthouse. Lo trovate al 41 Kazinczy utca, a due passi Szimpla Kert, uno dei tanti palazzi abbandonati che sono stati riconvertiti in centri culturali. Concerti dal vivo e tanta buona birra ungherese.

Preferite fare due passi? Il quartiere è animato da piccoli food trucks che si spostano nella notte. Mercatini e bancarelle allestiti in gallerie coperte e tanti bellissimi murales che ricoprono intere facciate

Budapest. Attraversare il ponte

“Una città grigia e triste” – così in tanti mi avevano descritto la Budapest del post regime sovietico.  Oggi Budapest è colorata, frizzante, dinamica. Il Danubio, con il Parlamento a Pest ed il Bastione dei Pescatori a Buda è un colpo al cuore. Interi quartieri, come quello ebraico, con le facciate dei palazzi ricoperte da murales, sono stati riscoperti e ripensati. Magnifici edifici Art Nouveau di Odon Lechner fanno da sfondo a strade scintillanti piene di locali nuovi, accanto cafè storici e preziose boutique.

Gli ungheresi sono un popolo colto, forse grazie ad un mix speciale di tradizioni slave, turche ed europee. E sono estremamente gelosi della propria storia e cultura. Quando, anni fa, il governo ungherese guidato dal conservatore Viktor Orban, attuale premier, ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila Jozsef, ribelle e visionario, dalle scale alle spalle del Parlamento, migliaia di persone hanno protestato, trasformando il poeta in eroe nazionale e simbolo di contestazione all’attuale governo.

Mi viene in mente un’altra manifestazione e l’immagine di un paio d’anni fa di quel fiume di lucine, i display dei telefonini accesi degli ungheresi, che hanno illuminato e attraversato il Ponte delle Catene in segno di protesta alla web tax, una tassa considerata un nuovo attacco alla libertà di informazione del paese.

Un gruppo di attivisti l’ho incontrato a Budapest nella piazza al lato opposto la statua di Attila Jozsef. Avevo appena terminato la visita guidata all’interno del Parlamento. Mi hanno spiegato il perché della loro protesta contro Orban. Mi hanno persino dato un volantino con le loro ragioni tradotto in più lingue. Si sono organizzati con due ingombranti tende bianche, sopra le quali, ben visibile, campeggia un grosso cartellone.

“Delete Viktor” c’è scritto su, a lettere cubitali. Allo scoccare di ogni ora, e ad ogni cambio della guardia, in segno di protesta civile e silenziosa si ritirano nelle tende e scompaiono per qualche minuto. Nel frattempo, i militari marciano tra i turisti, seguiti da nugoli di bimbi che ridono e se la spassano scimmiottando le guardie.

Secondo la tradizione giapponese, attraversare un ponte è ben più di un modo per muoversi da una sponda all’altra. E’ il passaggio dell’anima ad un livello spirituale superiore che custodisca quanto appreso nel passato e renda migliore il passaggio successivo.

A Budapest di grigio e triste è rimasto solo un muro. Quello costruito la scorsa estate lungo la linea di confine.

Budapest. Ho scoperto l’acqua calda

Non sono una trovata fotografica. I giocatori di scacchi immersi nell’acqua delle piscine termali di Budapest ci sono davvero. Li trovate alle Gellert tra colonne di marmo, statue e immensi saloni. O alle Szechenyi, nelle tre piscine esterne, impegnati a giocare su scacchiere galleggianti.

Sotto Budapest ci sono più di cento sorgenti di acqua calda che arrivano nei numerosissimi centri termali della città. Ce ne sono di più moderni e in stile liberty, altri che risalgono alla dominazione turca del sedicesimo secolo, all’aperto o meno, con percorsi benessere o più adatti ai bambini.

Il comun denominatore è il costo, irrisorio, che abbinato a quello dei voli e delle strutture alberghiere fa di Budapest una meta davvero low cost. Piccolo consiglio: non scartate i mesi invernali. Le terme di Budapest sono aperte e frequentate tutto l’anno. L’atmosfera serale tra vapori e luci è magica. Nel parco delle Szechenyi c’è anche una pista di pattinaggio…

Macskajaj. Il lamento del gatto

Macskajaj. Una parola ungherese impronunciabile che sta per “lamento del gatto” o meglio post-sbornia, sbronza, ubriacatura, hangover. Insomma, se esageri con la palinka, l’acquavite ungherese, la mattina dopo ti svegli col gatto o giù di lì ed è tremendo…è capitato anche a me.

Peccato che io non avessi esagerato con superalcolici, vino o birra. Mi ero fatta fuori una quantità improponibile – e non dichiarabile – di retes, dobos e palacsinta.

Queste tre parole le so pronunciare, credo, e mi hanno reso smodatamente, incondizionatamente FELICE. Lamento del gatto compreso.

Partiamo dall’ultima, palacsinta. E’ la crepe con ogni tipo di ripieno…fantastica quella con la crema di albicocche o panna acida.

Retes: dolcissimo strudel ungherese. Il classico è con semi di papaveri e composta di ciliegie ma ce se sono con farciture di ogni tipo. Ne ho contate almeno venti su un banco del mercato coperto di Nagycsarnok. Alla fine della via dello shopping Vaci utca e davanti il ponte della Libertà, è il mercato più grande e antico della città. Bellissimo. Adoro i mercati. Non rivelerò mai quanti tipi di retes ho provato.

Ed infine la Dobos. Sei strati di biscotti sottilissimi farciti di crema alla vaniglia e cioccolato, con su, in cima, sfogliette di caramello ambrato e trasparente e farina di mandorle. La più famosa è quella di Gerbaud in piazza Vorosmaty, dove a Natale c’è il mercatino. Le sale ottocentesche di Gerbaud sono belle ed eleganti…così fate le signore e vi limitate!