Alsazia. Dispettosa come una scimmia

Dispettose, scostanti, prepotenti ma incredibilmente simpatiche. Sono le scimmie berbere che popolano un bosco di una ventina di ettari vicino Ribeauvillé in Alsazia, Francia.

Liberi, numerosissimi e golosi, i macachi marocchini seguono ogni tuo movimento per accaparrarsi un semino o una nocciolina che si comprano all’ingresso.

Attenzione: le scimmiette della Montagne des Singes si avvicinano e si fanno avvicinare ma non amano farsi toccare o accarezzare…e hanno un bel caratterino. Io ho rischiato un ricordino sul naso ma è stata colpa mia…pensavo di spupazzarmi un macaco piccino accarezzandolo sulla testolina. Brutta scelta. Non ha gradito.

Ho superato il rifiuto del macaco con gli asparagi di Ribeauvillè. Sono una specialità…squisiti e accompagnati da un crémant, un aperitivo tipico della zona con tante bollicine che sa di ciliegie e primavera.

Francia-Alsazia – La frontiera scomparsa

I confini non sono mai per sempre. Ciò che per definizione può essere limite invalicabile cambia, si muove. Segue popoli, idee e  modi di vivere. Le zone di frontiera, le terre di mezzo sono luoghi speciali, perché abituati al cambiamento, alla trasformazione. Si adeguano, come camaleonti si adattano. Sono terre di conquista, di scontro, di incontro. Miscellanee uniche.

La regione dell’Alsazia oggi è francese ma in appena 70 anni ha visto i propri confini spostarsi a est in Germania per poi tornare ad essere francese e poi ancora tedesca. Francia, Germania e poi ancora Francia.

I confini si muovono ma ciò che c’era prima non scompare. Si limita a trovare una nuova forma. Fa strato, sedimenta. Le tracce di quanto accaduto restano. Vecchie fortezze, passaggi segreti, trincee, tristi ed ordinati cimiteri. Non ci andremo.

Il viaggio in Alsazia sarà alla scoperta dell’incontro. Mi piace pensare l’incontro fra due culture che oggi sono parte di una realtà più grande, e ancora in via di definizione, che è anche la nostra, quella europea. Strasburgo, città d’Alsazia, è sede di Parlamento europeo. A tre km dal centro c’è il Pont de l’Europe, che collega la sponda francese e quella tedesca del Reno. Da Strasburgo si arriva con una rapida corsa in auto a Parigi, Bruxelles, l’Aia, e misurando i chilometri, Praga e Monaco sono più vicine di Brest o Tolosa.

I francesi hanno per animale simbolo il gallo, i tedeschi l’aquila. Gli alsaziani preferiscono la cicogna, simbolo dell’amore materno e filiale. Così, negli anni ’70, sono stati istituiti parchi per favorirne la reintroduzione. La cicogna è ritornata in Alsazia. Fa col becco un suono strano che impari a riconoscere lungo tutto il percorso che faremo insieme, da Colmar a Strasburgo. E proprio a Hunawhir c’è un centro di riproduzione aperto al pubblico, un parco stupendo dove centinaia di esemplari di cicogne, grandi, eleganti, altere, vivono liberi e si riproducono. Vuoi chiedere a una cicogna di non oltrepassare un confine?

Pasqua 2016. Caccia alle uova a Colmar

Avete mai partecipato alla caccia alle uova nascoste dal coniglio pasquale? I più piccoli si fanno aiutare da mamma e papà, gli altri scorrazzano infilandosi dentro i cespugli e nascondendosi dietro gli alberi. Uova, conigli e galline ovunque, mercatini a tema e tanto, tanto cioccolato. E’ una festa!

Siamo a Colmar, in Alsazia – Francia. Aria frizzantina ma già più tiepida. Voglia di sole, di cielo azzurro, di fiori profumati, di camicette leggere…è Pasqua e io sento già arrivare la bella stagione. Seguendo un trenino di amiche che festeggiano un compleanno con pon pon e stelline in testa, raggiungo il centro storico, la Petite Venise. Piccoli canali su cui si affacciano solo case à colombage, le case a graticcio azzurre, color pesca, rosso fragola. Un tuffo nelle pagine di una fiaba dove sali a bordo di piroghe e attraversi i canali per pochi euro.

Che ne dite di una soffice ciambella che qui chiamano Kougelhopf? Farina, burro, latte, uvetta e mandorle cotta in stampi tipici. Leggenda vuole che la sua ricetta e il suo stampo siano un dono dei Re Magi a un mastro vasaio di Ribeauvillé per ringraziarlo dell’ospitalità. E poi ancora macarons, pain d’epices, bretzel.

Grande Rue, rue des Marchands, e la Maison des Tetes o la Maison Pfister e arrivate sino piazza dell’Antica Dogana. Scoprite la romantica terrazza dove cenerete stasera. Io ho scelto Le Comptoir de Georges in place des Six Montagnes Noires. Ha una piccola sala all’aperto sul canale principale dove si cena a lume di candela.

22032016 – 100 metri alla Pasqua

Avevo pensato all’Alsazia, una bellissima regione francese, per augurarvi una buona Pasqua, per ricordare insieme l’arrivo della primavera, quell’aria frizzantina ma già più tiepida, quella voglia di sole, di cielo azzurro, di fiori profumati, di camicette leggere.

Poi l’orrore, il sangue, la mia Europa stuprata. Da quel momento ho ripensato decine di volte a quei 100 metri che in ogni aeroporto, anche in quello di Bruxelles, ti portano al check in. Ho rivisto il cancello magico oltre il quale per me c’è la scoperta, l’incontro. Proprio lì dove si è consumato l’orrore. Quei 100 metri che ho percorso ogni volta con un brivido, felice, libera.

E’ arrivata la paura grande, quella che ti paralizza, quella che alza muri e scava trincee.

Ho letto un articolo su Repubblica giorni fa. Il titolo era “Il terminal, luogo simbolo della nostra laicità” . “Ascensione laica attraverso il volo”. Così Francesco Merlo, l’autore, descriveva l’aeroporto. “la più bella fabbrica di libertà  del nostro tempo”. Il terrorismo – diceva – “rischia di militarizzare la vita civile, di legittimare deroghe al Diritto, di farci rintanare nelle case…”. Il terrorismo rischia di cambiare ciò che siamo, come viviamo, ciò in cui crediamo, la libertà di cui siamo fatti.

Non credo sia importante che si continui a viaggiare. Viaggiare è vitale per me, indifferente per altri. Credo che sia importante che si continui ad essere noi stessi, a sentirci vivi. Anche se la paura ci accompagnerà insieme al dolore per chi non c’è più.

Volevo augurarvi una buona Pasqua portandovi in Alsazia, una bellissima regione francese. Volevo condividere con voi un momento speciale di tanti anni fa. La caccia alle uova nascoste dal coniglio pasquale a Colmar, un villaggio da fiaba e tanti bambini, felici, liberi di correre, di sguazzare nell’acqua delle fontane.

Oggi quei bimbi sono cresciuti. Auguro loro un futuro in cui scegliere di percorrere liberi i 100 metri che sceglieranno di percorrere.

Buona Pasqua a tutti. Pace per tutti.

Vendicari. Tutta colpa del virus

E’ successo. Mi ha beccata. Il virus Cryptolocker ha in pochi secondi cancellato tutto ciò che avevo nel PC. Il mio piccolo mondo in un attimo inghiottito da una pagina nera che mi invitava a pagare una cifra esorbitante.

Più i minuti passavano più prendevo coscienza di ciò che avevo perso. Le foto di famiglia, i ricordi dei miei viaggi, del mio matrimonio, i miei documenti, i dati di università e lavoro. Lo confesso, mi è preso un colpo. Mi sembrava mi avessero portato via un pezzetto della mia identità: chi avevo conosciuto, dove ero stata, cosa avevo imparato.

Le immagini di questo post su Vendicari non le ho scattate io. Mi sono state passate con affetto da persone speciali, a me molto vicine, esploratori  e veri viaggiatori, quelli capaci di fare e farti fare viaggi infiniti a poche miglia da casa. Le foto le avrei dovute usare per il post sulla Camargue, andato con il virus e le immagini di Saintes Maries de la Mer. Poi ho deciso che quelle immagini avrebbero dovuto raccontare il posto a cui appartengono, un luogo unico della mia Sicilia, tra Noto e Pachino, che quelle stesse persone mi hanno fatto scoprire e amare.A breve la riserva naturale di Vendicari sarà un’occasione unica per vedere a tu per tu animali stupendi e godere di passeggiate in una natura selvaggia e ancora intatta. Immaginate 1512 ettari di spiagge dorate, la Marianelli, la San Lorenzo, la Calamosche, che si affacciano su un mare cristallino e si alternano a distese di ginepri e salicornie. Palme nane qui e lì, lungo percorsi da fare lentamente, piano piano, fermandosi a curiosare tra resti di catacombe, una cuba bizantina, la torre Sveva.

E poi c’è Bafutu, l’antica tonnara, ormai in disuso. Trampolieri e avocette tra le sue vecchie vasche. Riuscite a vederne la bellezza? La dolcezza per il piccolo, l’attenzione per il compagno, la capacità di specie diverse di condividere lo stesso spazio? Rallentate, qui non c’è fretta. Ecco comparire un cavaliere d’Italia e laggiù, tra quelle canne, splendidi fenicotteri. Osservate gli amori, i giochi di caccia, le esplosioni di energia.

E poi ancora folaghe, volpoche, aironi, persino germani reali, garzette…

Guardando le preziose immagini regalatemi sono riaffiorate memorie di tempi lontani quando, piccola davvero, ho trascorso momenti memorabili e vissuto avventure incredibili con chi me le ha donate. Con pazienza mi sono stati mostrati i segreti del mare, ho imparato a conoscere la bellezza degli animali, a sentire e a godere i ritmi della natura. Un’introduzione al viaggio, alla scoperta, al piacere della conoscenza. Viaggiando impari ad andare piano e a me questo era stato già insegnato.

Viaggiando impari anche un’altra cosa. Ciò che il viaggio ti lascia, che sia a pochi chilometri, dall’altra parte del mondo o nella tua vita quotidiana, è a lento rilascio, rimane con te per sempre ed è quello che ti racconta, che in parte ti dice chi sei. Nessuno lo può cancellare, te lo può portare via, neanche un maledetto cryptolocker.

Ad ogni modo, se andate a Vendicari e riuscite a fare foto belle quanto quelle che mi sono state regalate, attrezzatevi di hard-disk e fatene una bella copia.

Provenza. 60 volte Aix

Lungo la strada che porta a Aix en Provence vedi a perdita d’occhio campi di girasole. Arrivano fin sotto la montagna di Sainte Victoire che Cezanne ha ripreso in sessanta dipinti diversi.

Mi piace pensare che lo fece nel suo piccolo atelier ad Aix, oggi visitabile e dove, pare, sia morto. Ci vedi la tavolozza, bottiglie e ampolle in vetro, vecchie lampade, il cavalletto del maestro. Si dice che cadde a terra col pennello ancora in mano e che fu deposto su un carro pieno di tele dipinte, circondato dall’arte.

Chissà se amava passeggiare lungo Corso Mirabeau di Aix. Forse si, considerato che il padre aveva aperto proprio qui un negozio di cappelli.Guardo i due atlanti sul portone di palazzo Maurel de Pontèves al 38 di corso Mirabeau…pare che il proprietario, proprio il conte Mirabeau, fosse famoso in città per essere un gran donnaiolo. “Uragano” lo chiamavano. Ridacchio mangiando un gelato buonissimo. Arrivo sino Place des Herbes. C’è un mercato di fiori, frutta e verdura.

Fa caldo oggi a Aix. Il gelato cola mentre provo a scattare qualche foto tra le bancarelle. Aix en Provence, un orologio astronomico e quaranta fontane. Ce n’è una, la Fontana dell’Acqua Calda, da cui sgorga acqua a 18 gradi. E’ coperta di muschio fino a terra. L’acqua a Aix la senti ovunque. Ne senti il gorgoglio allegro che si alterna al chiaccherio della gente che passeggia attraverso un verde tunnel di alberi giù, fino alla fine del corso.

 

Avignone. Il ponte che non è ponte

Il Palazzo dei Papi a Avignone ha un colore diverso al mattino presto. Austero, grandioso, immenso. I suoi archi e le sue torri sovrastano l’intera piazza. Ti siedi sui gradini esterni e stai lì ad osservarlo con calma. I bar sono ancora chiusi e i tavolini accatastati uno sull’altro. Si è tirata l’alba ieri notte.

Ad Avignone in estate c’è il festival e decine di saltimbanco, clown, prestigiatori e funamboli si esibiscono ad ogni angolo. Il manifesto del festival off è bello tanto quello ufficiale che prevede eventi anche all’interno del palazzo, nelle sale sfarzose ed eleganti dove il papa trasferitosi da Roma  vedeva passare cardinali, ambasciatori e pellegrini.

Mimi e menestrelli arrivano fino al ponte Saint Bénézet, il ponte sospeso, quello che non arriva all’altra sponda. Durante il festival è facile incontrare un cantastorie che ne racconta la leggenda. Si dice che nel 1177, un giovane pastorello di nome Bénézet udì la voce di un angelo che gli chiedeva di recarsi dal vescovo di Avignone perché gli facesse costruire un ponte sul fiume. Il vescovo non gli diede retta e se ne prese gioco e allora il pastorello sollevò da terra un enorme blocco di marmo con le braccia esili e fu quella la prima pietra con cui il vescovo si decise a costruire il ponte.

Poi il Rodano, parecchio tempo dopo, è passato e se l’è portato via a più riprese. Oggi è famoso perché “ponte a metà”. Il ponte che non è ponte si ferma al centro del fiume ed offre una vista mozzafiato sul Rodano e il Palazzo dei Papi.

La leggenda racconta anche che la pietra originaria sia rimasta lì, nel cuore della struttura portante, forse dove sono incise le parole della canzone che a Avignone tutti conoscono e tutti cantano “Sur le pont d’Avignon, on y danse on y danse” anche al mattino presto, davanti al palazzo dei papi, sulla piazza deserta, sotto gli archi e le torri.