Profondo blu metro

Un tuffo nel blu in una stazione della metropolitana. Siamo a Napoli, in via Toledo, a due passi da piazza Plebiscito e dalla galleria Umberto I, nel cuore della città.

Nel ventre della terra, come tutte le metropolitane delle grandi città, tra gallerie e scale mobili non sempre piacevoli da attraversare. Qui, invece, all’interno della fermata Toledo, i giochi di luce e le creazioni di Bob Wilson ti portano nelle profondità del mare, nella gamma dei blu e degli azzurri ovattati. Il Crater de Luz, un grande cono che dall’alto attraversa tutti i piani della stazione, inonda di luce naturale la parte più bassa. Nella “galleria del mare” pannelli animati a luce LED ricordano il mare increspato dalle onde.

Il Daily Telegraph di Londra ha definito la Toledo la più bella stazione metro d’Europa; il sito Business Insider e il canale viaggi della CNN le hanno dato il secondo posto nella classifica delle 26 stazioni più affascinanti al mondo. Riemergi dagli abissi e ti ritrovi in una città straordinaria dove Toledo non è un’eccezione.

Sono una decina le stazioni che da qualche anno rendono speciale una corsa in metro grazie alle opere d’arte, alle foto, ai mosaici e alle installazioni dei maestri dell’arte contemporanea. Un vero e proprio metro art tour con le spassose Cinquecento di Perino & Vele nella stazione Salvator Rosa, i passeggeri in attesa di Pistoletto alla Garibaldi, gli incredibili bronzi nelle fotografie di Jodice alla stazione Museo. E poi ancora le inquietanti scarpe di Kounellis alla Dante e le geometrie al neon di Merz della sequenza di Fibonacci alla Vanvitelli.

Lasciate un posticino per la stazione Università. E’ una delle mie preferite, firmata Karim Rashid, un architetto di origine egiziana affermatosi nel campo dell’industrial design. Una sequenza di mattonelle bianche riveste le scalinate dalla strada giù verso la banchina. Ogni mattonella riporta una parola coniata negli ultimi decenni e legata alla rivoluzione digitale. “Network, database, cablato, wireless, ipertesto, mail”, parole mai esistite prima che ci hanno cambiato la vita. Arrivi nell’atrio e ti accoglie una scultura in acciaio che rimanda all’intelligenza umana e al reticolo neurale del cervello. Poi vieni travolto da un’esplosione pop di azzurri e rosa shocking, verde e viola.

Prendere la metro a Napoli non è mai stato così bello.

Atlante. Quota 2000

Un’epifania a più di 2000 metri, tra le gole dei monti dell’Atlante, sulla strada che da Ouarzazate ci riporterà alla frenetica Marrakech. Il sole delle cinque inonda dall’alto le gole profonde. Il nulla. Né un filo d’erba, né un rigagnolo d’acqua. Solo pietre in una gamma di rossi e neri. Lungo la strada, tra un tornante e l’altro, delle piccole botteghe di lamiera e cemento che vendono cianfrusaglie impolverate.

Acciambellato come un gatto al sole su una lastra di pietra a strapiombo sul nulla, un ragazzo con gli occhi di brace ed il viso incorniciato da un turbante, forse una volta di un blu indaco, ora liso e sbiadito, una lunga tunica dello stesso colore che ne avvolge il corpo giovane, le guance nere di sole e di sporcizia. Si rilassa e si stira beato, lo sguardo acceso lungo la gola che lo circonda. Al passaggio del nostro pulmino gira lievemente il capo e per una frazione di secondo i suoi occhi fissano i miei.

Poi ridona il volto al sole, solo, nel nulla.

 

 

Marrakech. Se Dio vuole sarà una splendida giornata

Con Jamal mi fermo spesso al mattino per scambiare una battuta prima di entrare in ufficio. Sta lì, per strada, credo da sempre, da una vita insomma. Con un italiano stentato mi da il buongiorno e mi saluta dicendomi “inshallah”… se Dio vuole sarà una splendida giornata. Si diverte quando provo a recitare i nomi dei palazzi e delle strade che ho visitato a Marrakech. La sua è una città vera, fatta di vissuto e legami antichi, la mia l’esperienza magica di una manciata di giorni rubata alla routine quotidiana.

Mi dice che gli mancano i nidi di cicogne che guardano dall’alto le vie polverose della città antica e che quello che io chiamo palazzo El Bahia, in realtà è il Qaṣr al-Bāhiya ed è il più bello e antico e nobile. Ha ragione. E’ stupendo con i suoi alberi di arance, gli ibisco e i gelsomini all’esterno, i marmi, gli intarsi di legno di cedro e  i mosaici ovunque: nelle stanze, nelle scuderie, nell’hammam.

Jamal ha molti fratelli, alcuni dei quali in Europa come lui a cercar fortuna, altri rimasti in patria. Uno di loro lavora nel souk di Marrakech. Ha una bancarella di oggetti in ferro battuto nella parte alta del souk, quella dove c’è la Medersa Ben Youssef, la vecchia scuola coranica, oggi visitabile. Poco più in là ci sono le antiche concerie di Marrakech dove artigiani che si tramandano il mestiere da generazioni trattano le pelli nelle centinaia di vasche all’aria aperta. Lo scenario è irreale. L’odore di guano e ammoniaca forte e acre. I ragazzini per strada ti regalano mazzetti di menta. Si propongono come guide del posto per racimolare qualche dirham.

Il fratello di Jamal ha invece la sua bancarella lontano da quell’odore pungente. Accanto a lui c’è chi vende spezie, dolciumi, erbe officinali. Ci solo coloratissimi chioschi di babbucce, bicchierini per il the, oggetti in pelle, morbide stoffe ocra, rosse, cobalto. Lui lavora il ferro all’interno della bottega e poi vende lanterne ed oggetti per la casa sulla strada.

Esiste solo un momento in cui il tintinnare dei ferri del fratello di Jamal, il vociare dei venditori, il brusio dei visitatori si ferma. Jamal se lo ricorda bene. Accade quando nel caos generale, cinque volte al giorno, dall’alto dei minareti, arriva il richiamo del muezzin alla preghiera. Una preghiera lenta, antica, magnetica. Per me una dolcissima nenia. Tutto resta come sospeso in un tempo che non c’è più, sino al termine della preghiera. Poi il caos riprende il sopravvento e i colori, gli odori e i suoni di Marrakech sono pronti ad inghiottirti nuovamente.

Roma da mordere. Tre posticini

Quante volte ci siamo lamentati di commessi sgarbati, negozianti e ristoratori a cui devi tirare le parole di bocca, cameriere con la puzza sotto al naso scostanti e maleducate? Mangiare fuori casa non significa solo buon cibo. Significa coccolarsi, imparare odori e sapori nuovi e perché no, conoscere gente e storie diverse.

Vi porto in tre posticini a Roma dove mangiare è un piacere e la qualità dei piatti è la stessa con cui chi ci lavora ti fa stare bere e godere di una parentesi preziosa.

  • Barattolo Borgo Pio. Ad un passo da San Pietro e via della Conciliazione.

Dal breakfast al lunch. Ogni pietanza è servita in barattoli di vetro trasparenti e accattivanti. Cibi golosi, ben cucinati e belli da vedere. Riviste e libri da sfogliare. Il proprietario, un ragazzo, ti racconta orgoglioso di come sia riuscito a farsi conoscere e a far parlare di sé sui media, tra recensioni Gambero Rosso e passaparola sul web. Una bella storia…Da provare il pollo al curry e la parmigiana.

  • Panificio Arrigoni. Anche questo a Borgo Pio. Bottega d’altri tempi con più di cento anni d’attività alle spalle e tre generazioni dietro il bancone. “Tere’ riscaldami sta pizza e una spennellata d’olio. Poco, che poi la pizza n’è più bona”. Il proprietario, coi capelli candidi e lo spirito di un ragazzino, nell’attesa mi presenta una delle sue clienti più fedeli: un’arzilla novantenne che mi dice che per oggi “ va bene la mozzarella e una rosetta fresca” Poi però cambia idea e si fa riscaldare un pezzetto di pizza rossa. Solo pizza rossa e bianca da Arrigoni. Quella del panettiere, perché al taglio a Roma la pizza è un’altra storia. Rosette e ciriolette. Un piccolo banco con latte e stracchino.
  • Pianostrada– Laboratorio di cucina. Ci spostiamo a Trastevere in vicolo del Cedro, tra viuzze minuscole e panni stesi. Un locale piccolo piccolo. Forse cinque tavolini all’interno e un bancone sulla cucina a vista dove, se hai la fortuna di sedertici, mangi e nel frattempo chiaccheri con le cuoche e proprietarie del locale: quattro splendide donne. Materie prime d’eccellenza, delizie da tutta Italia. Da provare il baccaburger o la focaccia con fichi e prosciutto. Imperdibile quella con gorgonzola, pinoli, miele, pepe, cannella e grani di sale in superficie…

E allora buon appetito e …buona vita a tutti!

Piazza El Fna. Buona la prima

E’ un palcoscenico all’aria aperta piazza Djemaa El Fna. Messe in scena che cambiano ad ogni ora del giorno e della notte.

Ricordo la mattina in cui abbiamo lasciato il Marocco. Avevamo il volo all’alba e ho chiesto al tassista di fermarci in piazza per una spremuta fresca di arance. Sono i primi ad arrivare in piazza, i venditori di arance. Il venditore non lo vedi quasi, nascosto dalle centinaia di arance. Belle, lucide, sembrano piccoli soli. Mi ricordano le arance della mia Sicilia quando ero piccola e il nonno commerciava in agrumi.

A poco a poco vedi comparire i venditori di menta. Infinite varietà ed un profumo che senti già dalle stradine che portano alla piazza. Ci sono poi le venditrici di cesti in vimini e di borse… e che borse. Fantastiche. Ne ho comprate due per la prossima estate. Una la regalo a mamma. E’ splendida.

Da un’ora all’altra ti rendi conto che qualcosa cambia e sono i suoni e i rumori che ti stanno attorno a dartene la consapevolezza. Senti il piffero degli incantatori di serpenti, le urla degli ammaestratori di scimmiette, il tintinnare dei piattini dei venditori d’acqua coi loro costumi gialli, rossi, fucsia, oro.

Ti ritrovi in una delle terrazze dei tanti bar che si affacciano sulla piazza quando il tramonto ti investe e ti stordisce e il suono si fa ancora più incalzante. Arrivano i suonatori di Gnawa con i loro tamburi e le nacchere. Sfilano e suonano tra le donne che chiedono ai turisti di provare un tatuaggio all’henné. Passano accanto ai banchetti con le chiromanti.

Ed è sera quando in decine di bancarelle si comincia ad arrostire, bollire, friggere cibo di ogni tipo. La gente del posto e tanti, tanti turisti sbocconcellano tra uno stand e l’altro. Poi si fermano ad ascoltare i cantastorie che mimano e urlano racconti vecchi di secoli.

Il caos si ferma solo a notte fonda. Per poche ore. Fino a quando i venditori di arance faranno la loro entrata in scena. E tutto ricomincia.

Riad Jana. Il cappello del mago

Siamo arrivati al Dar 73 nel tardo pomeriggio. Said, il gestore del riad ci ha offerto the e dolcini al miele. Ha fatto buio velocemente. Le mura di pisé della città vecchia a Marrakech si sono accese di viola, poi di rosso fino a scomparire nel buio della sera. Non abbiamo resistito e ci siamo avventurati per le stradine della medina. E’ stupendo. C’è un’energia speciale. Tanta la gente del posto che torna a casa con lunghe tuniche e cappucci. Trascinano carretti e bancarelle. Tanti invece camminano in direzione opposta, verso piazza El Fna, con le sue luci e canti frenetici. Troviamo il Riad Jana quasi per caso.

Il riad Jana…un minuscolo ristorante con un paio di camere per turisti fortunati. Una manciata di tavoli alla luce flebile di semplici candele sotto gli alberi di un giardino segreto su una stradina piccola e affollata. Poche porzioni. Ho visto tanti avventori entrare dopo noi e andar via perché le pietanze erano esaurite…prezzi ridicoli per due piatti della tradizione presentati nei cocci tipici: una tajine fumante di agnello alle prugne ed un cous cous ai chicchi d’uva e mandorle. Grani duri che senti sulla lingua contro il palato si fondono con la cipolla caramellata e le carote. Togli il coperchio alla tajine, allungato e in coccio, e i profumi ti investono. Sembra il cappello di un mago. Frutta e qualche dattero per dessert.

 

Rosa Marrakech

Arrivo al Menara, l’aeroporto di Marrakech, nel pomeriggio. Non vedo l’ora di raggiungere la città antica dove abbiamo scelto l’alloggio. Noto tante poliziotte e, lo ammetto, mi stupisco. Le donne marocchine sono abituata a vederle in abiti tradizionali e coperte dalle testa ai piedi e i miei cliché culturali più scontati e immediati cozzano con le ragazze carine e sveglie che incontro appena scesa dall’aereo. Quella che timbra il mio passaporto ha cuffiette Apple alle orecchie, folti capelli tenuti su alla meglio da una molletta gialla, pronti a scivolare sulle spalle. E’ davvero bella.

L’argomento donne e diritti è uno dei più attuali in terra marocchina. Seduta al tavolo della colazione del mio riad, mi capita tra le mani un numero di TelQuel, una rivista dinamica, spesso malvista dai più tradizionalisti. Leggo che nel gennaio 2014 il parlamento marocchino ha promosso riforme importanti relative alla disparità tra uomo e donna, sempre più anacronistica in un paese che sta cambiando in modo progressivo ed evidente. Le incongruenze però restano e diventano a volte macroscopiche.

Scorro le pagine della rivista e mi viene in mente lei, una donna marocchina che ho conosciuto sulla strada per Essaouira. Parla italiano e ha gli occhi neri, vivi, accesi. L’ho incontrata in una cooperativa di sole donne che lavorano l’argan. Mi ha raccontato di aver lasciato il suo Marocco per amore e di aver vissuto un anno a Sirmione…l’italiano lo parla bene mentre ci spiega i segreti dell’argan ma si blocca, farfuglia, non trova le parole quando gli chiedo perché è tornata in Marocco…è divorziata e non c’è lingua in cui riesca a dirlo senza vergogna…ci offre un seme di argan tostato, sembra una mandorla ma sa di nocciola. Ne spilucca nervosamente una anche lei. Ha lo smalto saltato…poi le chiedo se con l’argan fanno il burro per le labbra. Si rianima, il suo sguardo si riaccende, ridiventa allegra, femminile, maliziosa come lo sono tutte le donne del mondo…

In Marocco una donna divorziata può ottenere la tutela e l’affidamento del suo bimbo ma non ne otterrà la responsabilità legale. Solo il padre potrà decidere se aprirgli un conto in banca, trasferirlo in un’altra scuola, portarlo in vacanza oltre i confini nazionali. Esclusa poi la possibilità di dare ai figli il proprio cognome, così come di trasferire la propria nazionalità al coniuge straniero. In un paese dove esistono donne giuriste, avvocato e magistrato, potrebbero esistere giudici che ancora considerano la testimonianza di una donna valida la metà rispetto a quella fornita da un uomo. Una donna che ottiene un lavoro notturno avrà bisogno di un’autorizzazione speciale con tanto di foto, certificato medico e casellario giudiziale. Si vedrà probabilmente rifiutata una camera d’albergo se sola. Non le sarà consentito il matrimonio con un non musulmano e sarà con ogni probabilità penalizzata al momento di ereditare, obbligata a cedere una parte di quanto le spetta a zii del padre o a parenti di sesso maschile.

Marrakech è una città strana. Per i vicoli della città antica, tra le mura di pisé rosa, sembra di tornare indietro nel tempo di secoli ma basta fare un giro per la città nuova, appena fuori le mura antiche, per capire che qualcosa è cambiato. Ampi viali alla francese, lounge bar, bistrot, palazzi e costruzioni moderni, brand come Zara e Mango, piccole boutique con oggetti di design. Persino un parco con l’accesso ad internet gratuito dove le donne fanno jogging, con completini che le fasciano dalla testa ai piedi e cuffiette colorate. Stavo seduta al tavolino di un bar in piazza El Fna quando ho conosciuto un gruppo di ragazzine che cantavano a squarciagola le hit del momento con i coetanei.

Una Marrakech coniugata al femminile quella di tante imprenditrici, tra cui sempre più marocchine, che gestiscono esercizi commerciali, riad e hammam di lusso. Nella ville nouvelle ho cenato in un luogo magico: El Fassia, un ristorante di cucina tipica marocchina gestito interamente da donne. Le più giovani si occupano dei tavoli, coccolando gli ospiti e accertandosi che tutto sia a posto. Lo fanno sotto la supervisione di altre più mature, belle ed eleganti che gestiscono la sala, la cucina, la parte amministrativa. Ho scambiato una battuta con una delle più anziane sulla scelta delle spezie in una pietanza di pollo, zucca e frutta secca. Una perfetta organizzazione aziendale al femminile.

Ieri, oggi e domani? Chiudo la rivista e non posso fare a meno di pensare alle donne che ho visto lavare i panni nei torrenti delle gole della provincia di Ouarzazate. Panni colorati stesi ad asciugare sulla pietra rossa e bimbe che giocavano nel nulla di poche case disastrate di un villaggio berbero dove spiccava, nuova e moderna, solo la moschea…cambiano i rossi col passare delle ore. Diventano rosa, ocra, viola, marrone…