Di fideuà e agua de Valencia

Pochi giorni a Valencia e tanta voglia di provare sapori e profumi che rendono la città famosa nel mondo. Come si fa? Alla spagnola maniera, ça va sans dire. La terra che ha fatto del “tapear” un modo di mettere insieme cibo e divertimento e ci ha insegnato come gustare prelibatezze in formato mini non fa eccezione a Valencia. Anche qui è possibile scegliere piccole porzioni e farlo in posti diversi nella stessa serata.

Di locale in locale si ha modo di assaggiare il meglio e vivere atmosfere diverse. Il primo posto che vi consiglio? Il più classico, il Mercado Central, aperto tutti i giorni dalle 7 alle 15, chiuso la domenica, perfetto per uno spuntino. Colore e profumo vi daranno il benvenuto con banchi di frutta e verdura perfettamente allineate, quelli del pesce, della carne, dei formaggi e dei salumi. Un panino con l’autentico prosciutto spagnolo? O magari con la tortilla, la frittata per eccellenza. Li trovate freschi ed appena imbottiti ad un euro o giù di lì. Vi piacciono le olive? Ce ne sono punti vendita strapieni e porzioni allo stesso prezzo per provarle tutte.

Posto ideale per comprare souvenir e piccoli pensieri (chi l’ha detto che una confezione di “chorizo” o una del riso che producono in questa parte di Spagna non sia più gradita di una bambolina di flamenco?), il Mercado Central è anche il luogo giusto per avvicinarsi alla cucina spagnola gourmet. Sedetevi “a la barra” del Central Bar firmato dallo chef stellato Ricard Camarena e preparatevi a gustare le delizie del giorno accompagnate da un calice di vino spagnolo.

Ricard Camarena è anche il creatore del Habitual, un bistrot informale in un altro mercato della città, il Mercado Colòn, in realtà un gastro market che ospita bar e ristoranti aperti dal mattino sino a sera. Bella atmosfera in una location modernista di inizio Novecento in un quartiere centrale ed elegante.
E per gustare una paella alla valenciana come si deve dove si va? Se conoscete la gente del posto seguitela senza esitare. Altrimenti affidatevi al vostro istinto. Il mio mi ha portata a la Marina de Valencia, il porto turistico tutto nuovo dal 2007, in occasione dell’America’s Cup, dove ho assaggiato anche la fideuà, la variante della paella a base di pesce e crostacei con i fideos, un tipo di pasta corta. Ricca ed abbondante l’ho smaltita in riva al mare godendomi una giornata di sole con tanta gente in spiaggia e sul lungomare di Playa del Cabanyal.

Per tapas sui classici canapés provate Sagardi Cocineros Vascos in San Vicente Màrtir 6, a due passi dalla cattedrale. Per delizie mignon provate invece la Taberna la Sénia in Calle de la Cenia 2, vicino la Lonja e il Mercado Central. I mini hamburger di seppia sono strepitosi.
Proprio accanto alla Sénja, poche porte oltre, riservatevi del tempo per una tipica tasca, dove vale la pena fare una sosta, Tasca Angel. Spazi ridottissimi, posti in piedi, porzioni di gamberi, gamberoni, telline, acciughe e tanto altro a prezzi ridicoli. Il bello del posto è condividere un’oretta a stretto contatto con i valenciani e conoscere il proprietario e “animatore” della tasca. Da non perdere!
Siete sazi e volete solo bere qualcosa? Allora provate l’horchata, la bevanda zuccherina a base di chufa, un tubero coltivato nella zona. La trovate nelle horchaterias storiche come la Santa Catalina e in tanti chioschi sparsi in città. Preferite qualcosa di alcolico? Fatevi servire l’Agua de Valencia, un aperitivo a base di succo d’arancia fresco, vino, gin, vodka, zucchero e ghiaccio.
Io l’ho provata all’Escalones de la Lonja, giusto accanto. Anche i piatti proposti sono buoni ed economici.

Lex & the City. Donne a New York

“Lex and the City. New York, un viaggio nella norma” è il titolo del racconto di viaggio che mi manda Francesca Cannavò, cara amica, poeta dall’animo complesso, innamorata delle parole e del loro suono. Io, invece, lo definirei un viaggio speciale. Perché un viaggio così, lontano dalla routine quotidiana, madre e figlia, che mette un po’ alla prova entrambe, è una di quelle avventure che ti rimangono dentro a vita.

Francesca è il cancelliere delle quattro protagoniste di questa NY corale. Ci sono loro –  2 madri, 2 figlie, 4 amiche – c’è il brusio di fondo che solo qui riesci a percepire, c’è un’umanità compatta eppur così diversa. C’è la Grande Mela da cartolina e quella delle bancarelle per strada, del tizio che ti lustra le scarpe, di quello che si addormenta in metro. Una gita a Coney Island e il piacere di un hot dog da Nathan, storico venditore del panino che tutti aspettiamo di mordere qui. Un prezioso stream di pensieri ed emozioni che considero un dono tutt’altro che <nella norma>.

“Lex and the City. New York , un viaggio nella  norma.

Una Magnifica Notaio, un Cancelliere, un’aspirante Magistrato, un’aspirante Medico Legale fra Down Town, Mid Town, Street, Avenue, Google map e fiuto vecchio stampo, la divertente vacanza Newyorkese alla ricerca del tempo da non perdere di due ragazze più due .

Al cardiopalma in viaggio dalle 4 del mattino si giunge a Roma Fiumicino con coincidenza quasi immediata per New York, tappa della meritatissima vacanza di due figlie, nate per scherzo del destino l’11 settembre di diciannove anni prima, insieme alle rispettive mamme che, sempre  quel destino giocherellone che le ha volute far incontrare diversi anni addietro, ha consentito la loro reciproca conoscenza e profonda amicizia.

Sorvolando, prima dell’atterraggio, una strana terra fatta di isole basse, senza rilievi, lagunare, si estende sotto i nostri occhi l’altro mondo.

New York ci accoglie nel primo pomeriggio di un ottobre assai clemente, durante il tragitto dall’aeroporto alla Grande Mela, ci scorre ai lati l’America delle periferie tante volte vista in tv; case di legno (a volte inusitate), enormi truck non-giocattolo e scuolabus gialli, dietro la spalliera del tassista un cartello che ci fa sorridere alquanto, della serie “non sparare sull’autista” o verrete perseguiti.

Si giunge nel cuore di Manhattan senza scompigli emotivi, desiderose di liberarci dai bagagli per scoprire il centro del mondo il prima possibile.

Time Square: un trapezio immaginifico di luci e colori; quasi un buco nero che attrae potentemente nella sua orbita il tutto del mondo, e infatti ci sentiamo a casa; quanti saremo in questa piazza? Piazza? Un trapezio, nemmeno molto esteso,  di gente, colori, voci, musiche, lampi, screen shot abbaglianti, cartoon in carne e ossa e pelouche; si cammina a bocca aperta e volto in aria come da bambini, per meraviglia e incredulità.

Ben presto il dilemma: dove si va per cena? Si mangia americano ovunque e green ad ogni angolo, la pasta o la pizza le teniamo in caldo per i momenti di nostalgia che sappiamo bene verranno, ( oh , sì che verranno!), inoltre il ristorante italiano va prenotato per tempo altrimenti son batoste.

L’hamburger risolve sempre la fame degli adolescenti, e così … accontentate le ragazze, a noi pane e formaggio, arrosto, fritto , freddo, ma sempre pane e formaggio.

Cosa raccontare di NY che non sia inedito?  Tutto quanto. New York merita senza ombra di dubbio il posto d’eccellenza nella classifica delle mete di viaggio. Di sicuro ogni soggiorno in questa città diviene una occasione univoca di scoperta, di meraviglia, e di gratificazione; semplicemente passeggiare lungo le Avenue o le Street o in Central Park o in uno dei quartieri iconici e anche sentirsi un numero, un piccolo numero fra i tanti che affollano quei luoghi,  appare esperienza corale e allo stesso tempo intima e familiare tanto New York è spazio vitale per ognuno.

Grand Central Station – Ground Zero-  The MET- MoMa-Central Park- Ellis Island-NY Public Library-Greenwich Village -Rockfeller Center-Wall Street-Washington Post-Brooklyn- The Bridge- Saint Patrick –Gospel- Mercatini delle pulci – negozi natalizi- Coney Island-Empire State Building- Chelsea- China Town-National Museum of The America Indian , Guggenheim museum…..o un sottopasso della metro, una bancarella di stampe del New Yorker, una bancarella di hot dog, o una panchina di Central Park, o le scalinate dei palazzi, o Washington Square, o la vetrata di un caffè”.

 

Buon Anno! Buon Tet a tutti!

Buon Anno! No, non sono fuori tempo massimo, vi faccio i miei migliori auguri per l’anno che verrà secondo il calendario lunare.
In Vietnam, oggi, si celebra il TET, il capodanno vietnamita che si ispira a quello cinese. D’altronde il Celeste Impero ha da sempre influenzato fortemente il Vietnam anche se le celebrazioni qui assumono caratteristiche raffinate e solari come solo il popolo vietnamita sa essere.

 

Il Tet, o anche Festa della Primavera, cade ogni anno tra gennaio e febbraio ed ha come simbolo più ricorrente i rami in fiore: piccoli boccioli rosa di pesco per il nord, gemme solari e gialle di albicocco per il sud. Le città e i piccoli centri si riempiono di vere e proprie “gallerie” di rami fioriti sotto le quali le donne vietnamite, indossando gli abiti della tradizione, sfilano e si lasciano fotografare. Le strade, già affollate di bici e scooter che trasportano qualsiasi cosa riusciate ad immaginare, si trasformano in palcoscenici dove, a macchia di leopardo, appaiono nuvole rosa e gialle.

 

Occhio a voli e treni: è tradizione far ritorno a casa, riunirsi con gli altri familiari e festeggiare alla presenza degli antenati e dei cari estinti, quindi è davvero complicato trovare posto. Ogni casa in Vietnam ha una zona, se non un’intera stanza, dedicata al culto dei morti con foto, altari, candele e doni. Ed è proprio in questa area della casa che i festeggiamenti hanno luogo. Allo scattare della mezzanotte i  defunti fanno ritorno per fare festa insieme.
I preparativi iniziano parecchio prima con tappe fisse in calendario: il ventitreesimo giorno del dodicesimo mese del calendario lunare si comincia con l’offerta di Banh Chung, torte di riso in foglie di banano con ripieno di maiale laboriosissime. Si dà quindi il via alle grandi pulizie. Porte e finestre aperte perché spiriti maligni e quanto di vecchio venga eliminato. Ogni cosa in sospeso conclusa. Abiti nuovi e doni acquistati. Nulla di rotto neanche in senso figurato.
Le grandi città come Hanoi e Ho Chi Minh City si trasformano, con i parchi rimessi a nuovo e riempiti di piante in fiore, intere aree pedonali destinate a piccoli laboratori per i più piccoli, balletti ed esposizioni sino ai grandi eventi e alle immancabili danze del drago e del leone, con costumi e scenografie strabilianti.

 

Vi ricordo una cosa: è tradizione che la prima persona ad essere ricevuta in casa nel nuovo anno sia quella giusta e cioè ricca, dal buon carattere e possibilmente con tanti figli e una famiglia felice. Non vi presentate quindi se non invitati e, in caso contrario, non ve la prendete a male se il padrone di casa vi riaccompagna alla porta con un gran sorriso!
Chuc Mung Nam Moi! Buon Anno Lunare a tutti!

Pupi in valigia. La Sicilia dell’urban sketcher Salvo Currò

Lui è Salvo Currò, artista siciliano e autore di splendidi acquerelli dall’inconfondibile codice stilistico. Tratto veloce a china, quasi una foto di angoli e scorci dell’isola, che poi si animano di colore e luce. Urban Sketcher, la sua è una Sicilia dalle radici forti e un’anima vivace e policroma.

Avete mai visto i suoi pesci? Sì, pesci: tonni, pesci spada, barracuda. Le creature del mare di Salvo Currò hanno occhi grandi, sono allegri, vitali e scanzonati e hanno animato mostre e collettive in Italia, a Bruxelles, Berlino e oltreoceano, negli States.

Stavolta però Salvo Currò la sua Sicilia l’ha spedita in giro per il mondo in un modo del tutto nuovo. Ha infatti creato una collezione di pupi siciliani, paladini della tradizione dal piglio simpatico e beffardo che ha poi donato agli amici in partenza, chiedendo loro di metterli in valigia e scattare una foto di monumenti e panorami noti con accanto una delle sue creature.

In pochi mesi Orlando, Astolfo e gli altri paladini hanno superato check in e controlli aeroportuali per fare il giro del mondo e raccontare la Sicilia.

Una vera e propria “invasione” di pupi, ormai virale, che fanno capolino accanto le piramidi di Giza e sotto la Tour Eiffel, accanto l’Empire a New York e il palazzo reale di Bangkok e animano le pagine Facebook  ed Instagram  dedicate al progetto.

Gli scatti, i più belli e rappresentativi, saranno il cuore di una mostra che l’artista milazzese dedicherà ai tanti fotografi che hanno portato la Sicilia nel mondo e fatto conoscere i pupi di Salvo Currò. Pupi “buoni e utili” perchè il ricavato della loro vendita andrà in beneficenza presso strutture impegnate nella cura di gravi malattie.

Chiunque può partecipare al progetto e qualsiasi destinazione è ben accetta. Anche eventi e manifestazioni significative sono un’ottima idea. Quella che finora a me piace di più? Lo scatto del paladino “in fondo al mar”, nelle acque di Capo Peloro , nello Stretto di Messina.

Quella che non vedo l’ora di inviare al maestro Salvo Currò? Lo scatto del paladino ricevuto in dono e immortalato nella prossima avventura di viaggimperfetti.com.

 

Good morning Vietnam. English in Hanoi

“Parli un po’ con me in inglese?”. Me lo chiede Linh, 8 anni e un metro di dolcezza. Mi viene incontro all’Hoan Kiem, lago e luogo icona di Hanoi e punto d’incontro per la gente del posto. Qui si viene a fare sport, praticare tai chi e…migliorare la conoscenza della lingua inglese.

Il papà di Linh e i genitori degli altri bimbi che incontriamo in un sabato pomeriggio, mi spiegano che a scuola i piccoli l’inglese lo studiano ma è solo facendo pratica con gli stranieri che pssono imparare a parlarlo davvero.

Ci sono tanti bambini in Vietnam. Intere classi con la divisa bianca e blu sfilano davanti Confucio al Tempio della Letteratura di Hanoi per ottenere la buona sorte per gli esami da affrontare, tutti in fila tra le grandi stele sorrette da tartarughe sagge, con incisi i nomi dei migliori studenti in letteratura e poesia nel lontano passato.

Gli adolescenti in Vietnam sfrecciano sui motorini e ballano per strada con il taglio e gli abiti alla moda, imitando celebrità e divi come qualunque adolescente del mondo. Tutti sono stati, almeno una volta, accompagnati in visita al Mausoleo ad Hanoi di Ho Chi Minh, “Colui che porta la luce”, padre della patria, eroe dell’unità nazionale. Si entra in silenzio nella sala dove il suo corpo imbalsamato è vegliato da militari in alta uniforme. Niente foto, mani in vista, passo spedito. Appena un paio di minuti per osservare il piccolo uomo capace di piegare Francia e Stati Uniti.

Mito e storia continuano ad intrecciarsi lungo il Viale dei Manghi dove Zio Ho passeggiava, la sua casa, la sala dove riceveva i grandi. Propaganda e politica sono ovunque lungo le strade del Vietnam: grandi manifesti ricordano il valore della famiglia, dell’esercito, della patria.

L’hotel Caravelle della vecchia Saigon, Ho Chi Minh City, dove la stampa si incontrava durante il conflitto tra nord e sud, scompare sotto la Bitexco Financial Tower e gli altri grattacieli. Dal nono piano del Caravelle, Tiziano Terzani ha raccontato il 30 aprile del 1975, quando i vietcong entrarono in città prendendo il comando e i soldati del Vietnam del Sud scapparono abbandonando scarponi e mimetica insieme agli americani.

Il Continental, di fronte al Caravelle, con le sue linee francesi, sembra ancora più piccolo. Nella stanza 214 Graham Greene scrisse “Un americano tranquillo”.

L’economia vietnamita cresce velocemente dopo la fine dell’embargo economico e l’apertura al libero mercato e all’integrazione nell’economia mondiale. Un Vietnam che cambia con il turismo, procedure d’ingresso e politica per il rilascio del visto semplificate e una guerra tra albergatori e ristoratori all’ultimo feedback su TripAdvisor. Bus che fanno su e giù lungo il paese con l’aria condizionata sparata al massimo e autisti Grab che soffiano i clienti ai tassisti tradizionali.

Poi c’è il Vietnam che tutti sognano organizzando un viaggio qui: quello dalle atmosfere esotiche vecchia Indocina, quello degli anziani che mangiano Pho lentamente nel caos del Quartiere Antico di Hanoi; il Vietnam dei coltivatori di riso con il cappello conico, delle giovani donne con l’abito tradizionale, l’Ao Dai.

Un’umanità compatta eppure distinta, il groviglio di fili elettrici e vicoli nel cuore delle città, scooter strombazzanti su cui si riesce a trasportare la qualunque, minuscole cucine improvvisate per delizie street food tra polvere e smog.

Tranh è l’ultimo dei bimbi che mi fermano al lago Hoan Kiem per chiacchierare un po’ in inglese. Ha 12 anni e mi chiede da dove vengo. Gli chiedo se sa dove si trova l’Italia. “Forse sì”, mi risponde. E aggiunge che vorrebbe andarci ma la sua famiglia non ha abbastanza denaro per farlo.

Gli auguro di poterlo fare quando sarà grande. Sono certa diventerà un grande viaggiatore.

Cucina bella tosta a Berlino. Currywurst e stinco di maiale

“Ciao Simo, come va? Ma quel posticino strepitoso dove mangiare tipico a Berlino di cui ci si era detti era vicino il Tiergarten?”

Simona è l’autrice del blog La Simo in viaggio e spesso ci siamo ritrovate a parlare di luoghi in cui eravamo state in giro per il mondo. Ormai ho imparato che le dritte migliori te le dà chi un luogo lo conosce e lo ama e ho scoperto nei blog di viaggio una fonte inesauribile di percorsi e dritte, che spesso non trovi altrove, e di un sacco di gente simpatica e interessante.

Nel caso del Tiergartenquelle di Berlino probabilmente non ci sarei andata perché fuori dai miei giri e avrei fatto male perché ho mangiato bene e mi ci sono divertita un sacco. Posizione strategica (appena fuori la stazione della metro, la Tiergarten), cucina tipica e un biergarten delizioso che vi consiglio se ci capitate nella bella stagione.

Io ci sono stata in primavera e sembrava estate non solo per la temperatura ma anche per l’atmosfera: tanti tavolini circondati dal verde (siete accanto il Tiergarten, il polmone verde della città), musica piacevole, un chiosco centrale dove ordinare, pagare e ritirare le bibite. I piatti fumanti arrivano dritti al tavolo.

Cosa ho mangiato? Un stinco di maiale fin troppo abbondante, gli immancabili crauti, una porzione pantagruelica di patate e, come se non bastasse, la classica patatona al forno con la buccia e la cremina di erbette e formaggio.

Avrei provato la snitzel, la classica cotoletta impanata di asburgica memoria, le polpette, il mitico currywurst, ma ho alzato bandiera bianca certa che ne avrei pagato le conseguenze in nottata. In realtà ho dormito come un angioletto, pronta il giorno dopo a provare quello che non ero riuscita a far entrare il giorno prima.

Il currywurst l’ho mangiato però per strada, come fanno i berlinesi. Di localini e punti vendita ne troverete ad ogni angolo. Ma cos’è il currywurst?  Un piatto povero messo insieme da Herta Heuwer nel 1949, subito dopo la grande guerra, quando si ritrovò per le mani alcuni prodotti lasciati dai soldati britannici: curry in polvere, ketchup  e salsa Worchestershire. Li mischiò e usò il risultato per condire i wurst, i salsiciotti che vendeva agli operai a Charlottemburg, allora in fase di ricostruzione. Da allora, anno dopo anno, il currywurst è diventato il cibo di strada più venduto a Berlino, lo street food per eccellenza. Varianti disponibili  il Bratwurst grigliato o il Bockwurst lessato, anche in versione veg la domenica al Kulturbrauerei per lo street food del pranzo.

Padova. Di tramezzini e Millefoglie

Vi piacciono i tramezzini? Quelli con la maionese e una serie infinita di ingredienti, dal tonno alle uova, coi pezzetti di pollo o la porchetta, col prosciutto e la fontina. Un’esplosione di sapore nello spazio di un triangolino di pancarrè.

Col mio preferito, mozzarella e pomodoro, inizio un nuovo viaggio pop up, uno di quelli che per farlo non occorre macinare chilometri. Basta bighellonare in uno spazio ridotto, ma grande e prezioso per storia, tradizione e tesori da scoprire.

Perché un tramezzino? Perché un viaggio pop up a Padova in piazza delle Erbe non può non includere i buonissimi tramezzini che preparano al Nazionale, proprio sotto la scala dei Ferri che vi porterà alla prima meraviglia di questo post, il Palazzo della Ragione.

 

Una grandiosa ed enorme sala, 82 metri lunga e 27 larga, un prodigioso soffitto che ricorda la carena rovesciata di una nave e un ciclo di affreschi, 333 riquadri su tre fasce sovrapposte.

Antica sede dei  tribunali cittadini dall’epoca dei Comuni, oggi parte del palazzo del Comune, custodisce l’antico cavallo ligneo del Capodilista e  la Pietra del Vituperio, su cui i debitori insolventi erano costretti a sbattere le natiche dopo essersi spogliati.

Affacciatevi dalle sue logge esterne e godetevi il viavai di gente che affolla il mercato cittadino dove scovare delizie e primizie italiane. Oltrepassate il Volto della Corda, il passaggio coperto dove gli imbroglioni venivano colpiti sulla schiena con una corda e raggiungete la piazza gemella di Piazza delle Erbe, piazza della Frutta.

Qui altri due indirizzi golosi: il bar pasticceria Graziati, celebre per la sua Millefoglie e la Folperia, street food, un baracchino dove scoprire le specialità venete di pesce. Principe del banco il “folpo”, il moscardino bollito e servito con limone e alloro.

 

A pochi passi un altro tesoro, Palazzo del Bo, antica sede universitaria e custode di pezzi unici al mondo come la cattedra da cui insegnò proprio qui e per tanti anni Galileo Galilei.

E dall’altro lato della strada, lo storico Caffè Pedrocchi, in cui, in qualche modo, si è fatta l’unità d’Italia. Fate un break, con il caffè alla menta che solo al Pedrocchi sanno fare, prima di decidere se scendere verso il “Santo” come affettuosamente i padovani  chiamano Sant’Antonio e la sua imperdibile cattedrale e il Prato della Valle, la grande piazza, una delle più grandi d’Europa, con al centro l’isola Memmia circondata da canali e file di statue; o andare dal lato opposto, verso la preziosa Cappella degli Scrovegni. Ma questa è un’altra storia…