Francia, Rocamadour funambola

Esistono luoghi con un’energia speciale, una luce che percepisci e, se sei fortunato, assorbi e fai tua. Rocamadour, nel sud della Francia, Dipartimento del Lot, Occitania, è uno di questi.

Rocamadour, funambola sulla nuda pietra
Rocamadour, funambola sulla nuda pietra

Rocamadour, storia e arte su tre livelli

Quando la vedi, abbarbicata alla nuda pietra, ti chiedi come abbiano fatto a costruirci su un villaggio, un centro religioso, persino un castello.

La falesia su cui Rocamadour “sta” in funambolico equilibrio, abbraccia dall’alto la valle in cui scorre il fiume Alzou. Il paesaggio circostante è quello del Parco Regionale dei Causses del Quercy ed è di incredibile bellezza.

Per goderne appieno occorre sfidare le stessi leggi di gravità che sfida il borgo medievale e salire fin su, fino al livello più alto, quello in cui sorge il castello, un complesso di bastioni difensivi che risale al Trecento e che per secoli contribuì a preservare la fama di Rocamadour quale fortezza inespugnabile.

Luogo di miracoli, protetta per secoli da uno scudo imbattibile, quello della fede di migliaia di pellegrini che qui arrivavano da tutta Europa, Rocamadour fu infine quasi distrutta durante le guerre di religione. Tornò più forte e più bella dopo il rinvenimento della miracolosa icona della Madonna Nera, simbolo di devozione e pellegrinaggio e di una campana dell’antico santuario, solo una, che si dice suoni ogni volta che la Vergine concede ancora oggi un miracolo nel mondo.

Entrambe, icona e campana, sono custodite nella cappella di Notre Dame, all’interno del complesso dei Sanctuaires posti al livello intermedio di Rocamadour. L’ultimo, il più basso, è il centro storico, la Cité, attraversata da un’unica via pedonale sui cui lati, uno dopo l’altro, si susseguono negozi di souvenir e ristoranti.

I tre livelli sono collegati da un comodo sistema di ascensori ma il pellegrino che si reca a Rocamadour preferisce affrontare l’Escalier des Pelerins (più di duecento scalini che in molti percorrevano in ginocchio) tra la Cité e la zona dei Santuari e il sentiero Chemin de Croix, tra quest’ultima e il castello.

Dove la bellezza incontra la fede

Ai Sanctuaires
Ai Sanctuaires

E’ al secondo livello che capisci la sacralità di questo luogo, che ne percepisci forte l’energia. C’è un ampio slargo all’ingresso della <città sacra>: superarne il principio, attraversando uno stretto corridoio che arriva ai Sanctuaires, è uno spartiacque tra tutto ciò che di Rocamadour hai visto sino a questo momento e una visita diversa, un percorso di conoscenza, un viaggio nella fede. Che tu ce l’abbia o meno.

Sette tra chiese e cappelle che ruotano una accanto l’altra ad altezze diverse e in uno spazio più esiguo di quanto si possa pensare. Quasi che la forza che irradiano spinga  verso il centro salendo verso l’alto. Tra guglie e scale che si aggrappano e inerpicano sulla roccia chiara i visitatori fanno tappa nella basilica di San Salvatore, la più grande, nella cappella di Sant’Anna, in quelle di San Biagio, San Giovanni Battista, San Luigi, San Michele sino a quella di Notre Dame, la cappella che custodisce la Madonna Nera.

Il clamore delle voci che echeggia lungo la via principale della Cité qui si affievolisce, si fa sussurro, bisbiglio, preghiera.

Prima di entrarci, una sosta davanti il luogo dove per tradizione sarebbe stato sepolto Sant’Amadour, il primo eremita. Ancora un attimo da dedicare al punto esatto in cui, leggenda vuole, la mitica Durlindana, la spada di Orlando, paladino di Carlo Magno, fu incastonata nel muro affinché non cadesse in mano musulmana prima della famosa battaglia di Roncisvalle.

Infine la cappella di Notre Dame. Piccola, raccolta, alla luce tremula di decine di candele che illumina i tanti ex voto, le targhe, gli oggetti sacri, i simboli di una devozione antica ed espressione di milioni di <grazie> che sfidano i secoli e si rincorrono, risuonando, nel prezioso santuario.

Una storia di fede lunga secoli
Una storia di fede lunga secoli

Ancora Rotterdam. Sulla Mosa

Siamo partiti da un ponte. Continuiamo a raccontare la città olandese scoprendone altri due, stavolta sull’acqua. Sul passato e sul futuro.

Wilhelminapier. Sulla prua di una nave

La parte di Rotterdam a sud della Mosa, il fiume che spacca in due la città, si allunga sull’acqua con grandi lingue di terra. Quella centrale, la Wilhelminapier, un tempo era deputata a luogo di addii e di grandi viaggi. Alla fine dell’Ottocento da questa banchina partirono migliaia di emigranti diretti a New York in cerca di una vita nuova e forse migliore. La compagnia che gestiva le traversate era la Holland Amerika Lijn (HAL), la cui sede storica, uno splendido edificio in stile liberty, oggi ospita l’hotel New York.

Soggiornarvi o visitarlo – le sale al piano terra e il ristorante sono aperti al pubblico – significa rivivere in parte quel momento storico fatto di speranze, sogni, decisioni importanti e spesso obbligate. Tutto ricorda una grande nave, la rotta atlantica, un tempo lontano. Date un’occhiata al testo dedicato al New York hotel in bella vista nel book corner della hall: vi suggerirà epoche passate, momenti felici, altri difficili con un comun denominatore: l’andare, il partire.

Accanto l’hotel, proprio dove insisteva il molo, c’è Lost Luggage Depot, l’opera in ghisa di Jeff Wall raffigurante valigie, borse ed oggetti di epoche diverse. Tutti smarriti, persi per sempre, così come il posto da cui si veniva e la vita che si conduceva, una volta partiti per l’ignoto. Ieri come oggi.

“I want the monument to remember those who have left, whenever they left, and to recognise those who arrive, whenever they have arrived, and from wherever they have come”  – Jeff Wall

Lost luggage depot. Ieri come oggi
Lost luggage depot. Ieri come oggi

Fenix Food Factory. Back to the origin

Restiamo al centro della Mosa, stavolta sulla penisola di Katendrecht, detta anche <Il Capo>, un tempo quartiere portuale famigerato e oggi zona di tendenza anche grazie alla Fenix Food Factory .

Da qui il panorama sul Wilhelmina Pier e sul New York Hotel è mozzafiato. Ci potete arrivare scendendo a Rijnhaven e percorrendo un breve tratto a piedi o con un comodo watertaxi. La Fenix Food Factory è raggiungibile dal New York Hotel a piedi grazie ad un piccolo ponte pedonale.

Ma cos’è Fenix Food Factory? Un vecchio capannone industriale trasformato in un mercato del cibo buono, sano e rigorosamente artigianale. Ci trovate Booij Kaasmakers, produttori di formaggi, Jordy’s bakery, un panificio che sforna pane, croissant e altre delizie, Kaapse Brouwers, dove si produce birra, Stroop Rotterdam per assaggiare i famosi stroopwafels con un tocco originale dato dalla lavanda, il sale o il pepe nero. Ci trovate anche una libreria, che non guasta mai, la Bosch&de Jong e tanto, tanto altro.

Non vi aspettate lusso e luci al neon: la struttura iniziale è ancora visibile, ogni sedia o tavolino è stata creata con materiali semplici e può capitarvi di vedere stampigliare il marchio del negozio su buste riciclate e riciclabili. Tutto qui è easy e all’insegna del buono e del funzionale.

Tra passato e futuro. Skyline sul Mosa

Ritorniamo per un attimo al New York Hotel. Vi ho detto che si tratta di un edificio storico legato al passato di Rotterdam. Non vi ho detto che è circondato da alti e avveniristici palazzi e grattacieli che, negli anni, hanno trasformato lo skyline della città sulla Mosa e che la stanno traghettando verso il futuro.

Il grattacielo New Orleans con la facciata in pietra che ospita un teatro, il World Port Center, Las Palmas, il Maastoren, il De Wilhelminahof, il Toren op Zuid e infine il De Rotterdam: tre torri alte 150 metri collegate tra loro in un equilibrio perfetto. O almeno questo è quello che leggerete sul De Rotterdam. A me ha ricordato sei parallelopipedi  che sembrano pronti a scivolare uno sull’altro…un’opera di funambolismo architettonico, una meraviglia ingegneristica che ospita alloggi di lusso, uffici, negozi, servizi di ristorazione, centri fitness. Sulla sua facciata si riflette grandioso uno dei due ponti di cui vi parlavo all’inizio, l’Erasmus, simbolo della città. Il <cigno> lo chiamano per il colore (un bianco candido) e la forma data dal pilone in acciaio alto 139 metri e sorretto da 40 cavi.

Attraversatelo a piedi. Ve lo consiglio caldamente. Sarà come abbracciare e un po’ capire la città.

Giallo, bianco. Ancora un ponte. Stavolta rosso. Verso Oude Haven e le Case Cubiche

Ecco un altro ponte, stavolta rosso, che collega la zona sud con quella nord. E’ il Willemsbrug, 318 metri, inaugurato nel 1878 e rinnovato nel 1981.

Percorrendolo idealmente approdiamo a Oudehaven, il Porto Vecchio, uno dei pochi panorami della vecchia Rotterdam, dove il contrasto tra le navi storiche e la cornice moderna è forte. Anche il Witte Huis, un edificio costruito tra il 1897 e il 1898 ben visibile da Oude Haven , il primo grattacielo dei Paesi Bassi con i suoi 45 metri, oggi è un nano tra i giganti.

E poi ci sono loro, le famose Case Cubiche, icona di Rotterdam, le case gialle che sfidano la gravità e che tanto recenti non sono: l’architetto Piet Blom le creò nel 1984 e, a distanza di più di trenta anni, sono ancora un incredibile esempio di architettura e design. Avrebbero dovuto essere 74, ne furono costruite 38 che, insieme, rappresentano una foresta. Ogni casa un albero, ogni casa un modo nuovo di vivere la quotidianità. Sono infatti tutte abitate e una è diventata un museo che consente di dare un’occhiata a come potrebbe essere la vita quotidiana all’interno di una struttura così particolare. C’è tutto: dalla cucina al bagno; una comoda camera da letto, la zona lettura, piante e libri d’arredo. C’è anche un ostello, lo Stayokay Hotel, da cui il flusso di gente di tutte le età che vuole vivere un soggiorno creativo è continuo.

Dalle Case Cubiche è ben visibile la Biblioteca Centrale. Di giallo in giallo. Le ben evidenti tubature gialle esterne costituiscono il sistema di aerazione. Sulla facciata una frase a firma Erasmo da Rotterdam: “La mia patria è il mondo intero”. Tutto torna, no?

Markthal. Molto più di un mercato coperto

Bianco, rosso, giallo. Per approdare ad un vero e proprio arcobaleno, il Markthal, molto più di un mercato coperto. Partiamo dalla forma, una sorta di ferro di cavallo con le punte in giù dentro cui sono state create 225 esclusive abitazioni. La hall invece ospita il mercato, spazi commerciali e numerosi ristoranti. Li si visita con il naso all’insù perché tutte le pareti interne del Markthal sono rivestite dalla coloratissima opera di Arno Coenen e Iris Roskam, Cornucopia. Migliaia di piastrelle su cui sono impressi frutta, insetti, fiori, pesci, una moderna ed esplosiva <natura morta> del ventunesimo secolo.

Lì dove sorgeva Rotterdam sul fiume Rotte nel Medioevo, oggi il cibo rappresenta il trait d’union tra culture e gastronomia del mondo intero. Tapas e salumi iberici vicino Gouda e polpette olandesi;  profumi indiani che si confondono a quelli del Marocco; muffins americani e stroopwafel.

Due indirizzi da consigliare all’interno del Markthal:

 – Pickles, burgers & wines, per  hamburger squisiti da accompagnare ai classici cetriolini e croccanti patatine.

 – Umami Street Food

Versione casual dell’acclamato Umami by Han al primo piano del Wah Nam Hong supermarket. Sotto puoi fare incetta di prodotti dal mondo orientale, sopra ti aspettano gatti della fortuna e ceramiche per una tavola dal look asiatico. Il tour termina con Umami Street Food dove provare le delizie sul posto, comodamente seduti con vista su Cornucopia del Markthal!

CitizenM Rotterdam. Bello e furbo

Cosa cercate in un albergo? Cosa desiderate trovare a fine giornata in una città come Rotterdam?

Al momento della scelta del mio albergo a Rotterdam ho avuto davvero l’imbarazzo della scelta. Tanti alberghi di design, eleganti e ricercati.

Alla fine però ho scelto il CitizenM e l’ho fatto perché me ne piaceva la posizione (appena fuori c’è la Blaak Station, il Markthal, le Case Cubiche…), gli arredi moderni, colorati, accattivanti e soprattutto un approccio smart al visitatore che qui chiamano <citizen>, cittadino.

Mi ci sono sentita <cittadina>, cittadina del mondo, che al CitizenM può incontrare viaggiatori di ogni tipo e condividere una risata nelle tante comode e rilassanti aree relax, ciascuna arredata con gusto e tutte comunicanti come in un grande loft.  

Ovunque, al CitizenM, “parole”. Sulle pareti, lungo i corridoi che portano alle stanze, sullo schermo che troverete acceso all’interno della vostra stanza. Un percorso di <parole> che spiega il mood del luogo.   

Una sharing table per provare uno dei piatti sul menu, una birra al bancone del Canteen, sempre aperto, una tisana fumante prima della ninna su una delle tante poltroncine e divani.

E come sono le camere al CitizenM? Piccole, ma belle, funzionali e con tutto quello che serve per un soggiorno da boutique hotel. Il letto va da parete e a parete come la finestra da cui Rotterdam è a portata di mano. Tutto – luci, tende, tv, riscaldamento e aria condizionata – è automatizzato e regolabile dai classici interruttori e da un comodo tablet. Nessun cioccolatino sul letto insomma ma prodotti beauty e asciugamani grandi e in morbido cotone.

E se i luoghi raccontano le persone, il CitizenM racconta Rotterdam: vivace, rivolta al mondo, proiettata al futuro ma anche funzionale e pensata al benessere di chi la vive.

Che te ne fai di una sedia di design se non è comoda e la puoi solo guardare?

 

Cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Un viaggio alla scoperta  di uno dei dieci porti più grandi del mondo. Gli altri nove sono in Asia. 40 chilometri di merci, uomini, storie da scoprire con un tour realizzato quotidianamente da Spido.

 

 

Racconto Sicilia. Dove comanda il vulcano

Piedimonte Etneo
Piedimonte Etneo

Paesaggi lunari, vigneti che avanzano sulla pietra lavica, un fiume che scava canyons e gole, borghi barocchi.

E’ l’area attorno l’Etna, “a muntagna” per i siciliani, una miniera di scoperte e sapori per il viaggiatore.

All’ombra del vulcano

Il vulcano attivo più alto d’Europa, con una quota massima in continua evoluzione che si aggira attorno ai 3340 metri. Uno dei vulcani più sorvegliati al mondo, luogo di boati, fumi ed eruzioni. Quando qualcosa accade, una fitta coltre di cenere nera come la pece ricopre per chilometri strade e centri abitati, mandando in tilt decolli e atterraggi nel vicino aeroporto di Catania Fontanarossa.

Un servizio di funivia che consente di arrivare sino a quota 2.500 metri e guide autorizzate che accompagnano il visitatore fin su, ai crateri sommitali.

Un paesaggio che cambia costantemente ad ogni nuova eruzione e che, a tratti disabitato e incontaminato, caratterizzato da distese di roccia lavica che assumono le forme più bizzarre, si trasforma in fitti boschi e pinete.

Poco più giù lo scenario cambia ancora, lì dove la Mareneve si acciambella sui fianchi del vulcano, abbracciandolo. E’ l’anello che attraversa il Parco dell’Etna e collega i comuni che si distribuiscono sulle sue pendici, tutti da scoprire, ciascuno caratterizzato da prodotti tipici e connotati da un passato ricco d’arte e di storia.

Il nostro viaggio comincia da qui, tra oliveti, castagneti e vigneti. Saranno i sapori a condurci: un percorso in sette tappe alla scoperta di un territorio che continua a stupire e cresce, di anno in anno, in qualità e livello di accoglienza per il visitatore.

Tutti pazzi per i vini dell’Etna

<Chi è capace di degustare non si limita a bere del buon vino, ma assapora segreti> – Salvador Dalì.

Avete mai provato un Etna Doc?
Avete mai provato un Etna Doc?

Di segreti in realtà ce ne son pochi perché, negli ultimi anni, di uve che crescono qui e soprattutto di vini che qui prendono vita, si è parlato e si continua a parlar tanto. <Etnashire> l’hanno chiamata, scimmiottando il soprannome che inglesi innamorati della Toscana hanno in passato dato al Chianti facendolo diventare <Chiantishire>.

Graci. Vini dell'Etna
Graci. Vini dell’Etna

Una zona vocata al vino e consigliata dal Forbes ai suoi lettori per un soggiorno ispirato a questo nettare. Qui si coltivano uve rosse come il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio, e bianche come la Carricante, la Catarratto e la Minella Bianca.

Uve che, sapientemente seguite, danno vita a vini che godono della Denominazione d’Origine Controllata.

Nella sezione di viaggimperfetti dedicata al mondo del vino, tante volte si è parlato della cantine vinicole che, in questo territorio, costituiscono un’eccellenza.

Da vino da mescita, il vino dell’Etna si è trasformato in un prodotto ricercato e di alta qualità grazie a viticoltori e pionieri che qui hanno investito e creato etichette eccezionali seguiti, nel tempo, dai grandi big del vino in Sicilia.

Viti che sfidano terreni ricoperti dalla lava durante le eruzioni lungo i secoli, alberelli centenari unici superstiti della terribile fillossera di inizio Novecento, blend sorprendenti riconosciuti ormai come indissolubilmente legati al territorio.

Tra le cantine visitate da viaggimperfetti:

Fessina, dove si produce ancora in purezza il Nerello Cappuccio e la grande bottaia scavata nella pietra lavica custodisce segreti antichi.

Planeta, con vigneti a più livelli e dove il vino incontra l’arte e il teatro con il festival Sciaranuova che si rinnova ad ogni estate.

Firriato, dove è possibile anche soggiornare e svegliarsi circondati dai filari.

Tra le tante cantine presenti, i vini provati e goduti che hanno allietato serate speciali con chi amo e momenti di perfetta solitudine: Benanti, Cottanera, Theresa Eccher, Graci, Frank Cornellisen, Tenuta delle Terre Nere.

Una buona selezione da portare a casa la trovate da Il Buongustaio dell’Etna a Randazzo, dove, mentre scegliete i vostri vini, potrete farvi un panino con le delizie del Parco dell’Etna.

Un piccolo consiglio: procedete lentamente nel tratto che va da Linguaglossa a Passopisciaro passando per Solicchiata e Rovitello godendo di ogni metro e imprimendo fotogrammi di incredibile bellezza nella vostra memoria.

Un pastificio artigianale nella Valle dell’Alcantara. Il segreto è l’acqua

Grani siciliani per le linguine, i paccheri, i maccheroni e gli spaghetti trafilati al bronzo a lenta essiccazione che produce il pastificio artigianale Piazza – Delizie dell’Alcantara a Mojo Alcantara.

Il segreto che rende uniche penne e caserecce è l’acqua del Parco Fluviale della Valle dell’Alcantara che qui sgorga copiosa e che ha reso possibile il Marchio di Qualità Natura Parco e l’inserimento del pastificio nella Carta di Qualità del parco fluviale.

Le famose Gole dell’Alcantara, i canyon basaltici nati dall’incontro tra le lave roventi e le gelide acque del fiume, sono ad un passo.

Se preferite un percorso più semplice e da fare in tutte le stagioni, arrivate sino a Gravà, vicino Francavilla, per scoprire le Gurne dell’Alcantara, laghetti scavati dal fiume nel basalto dell’Etna  che si inanellano uno dopo l’altro circondati da pioppi, roverelle, fichi d’india e oleandri.

La pasta Piazza la trovate nei differenti formati presso le botteghe e i rivenditori in paese. Fatene scorta. Non è così facile da reperire.

Ancora un consiglio: a Mojo Alcantara arrivateci da Passopisciaro. Supererete i vigneti di Cottanera, Graci, Al-cantara e sulla vostra destra apparirà il <vulcanello>, il cono vulcanico di Monte Mojo, dalla perfetta forma tronco conica, alto circa 700 metri e ormai spento. Sulla sinistra invece c’è un abbeveratoio, un luogo perfetto per fare una sosta circondati da un paesaggio mozzafiato.

Fermatevi all'abbeveratoio!
Fermatevi all’abbeveratoio!

Siete mai andati a fare minestra?

Avete voglia invece di un piatto di pasta fresca? Allora fate un salto nella vicina Randazzo, gioiello scampato a tutte le eruzioni e sede del palio medievale estivo, quando vicoli e piazze si animano con cortei di dame e cavalieri, saltimbanchi e regine.

In piazza San Giorgio fermatevi alla trattoria San Giorgio e il Drago e gustate un piatto di tonnacchioli alle erbe dell’Etna secondo stagione. In autunno cicoria e <caliceddi> più amari mischiati a <senapi> più dolci. In questo periodo dell’anno la gente del posto va a fare <minestra> raccogliendo le deliziose erbe selvatiche, copiose su banchi di frutta e verdura insieme al cavolo “trunzo”, un cavolo rapa tutto siculo, presidio slow food.

U zuzzu. E non è una parolaccia

Lo trovate nelle migliori macellerie dei paesi etnei e nel catanese. E’ lo <zuzzu>, carne di suino e bovino in gelatina e più precisamente, testina, orecchie, muscoli e parti cartilaginee che vengono lavate e lessate per ore. Si aggiunge sale, pepe, succo di limone e il brodo filtrato. Poi si aspetta che il tutto diventi gelatina. Fresco e delizioso…provare per credere. Quello dei Fratelli Cerra a Piedimonte Etneo è il mio preferito.

Lo zuzzu
Lo zuzzu

La salsiccia al ceppo. Qui la fretta è bandita

Carne di maiale, sale, pepe, semi di finocchio. That’s it. Questi gli ingredienti della salsiccia che troverete da queste parti, quella originale almeno. C’è chi ama mangiarla anche con formaggio, pomodoro e altre spezie.

Fatevela preparare al momento <al ceppo>, vale a dire tagliata lentamente al coltello e condita su un grosso ceppo di legno e solo successivamente inserita nel budello a cui si dà la tipica forma col filo apposito.

La salsiccia al ceppo provatela a Linguaglossa da Emanuele in via Roma 104. Non vi limiterete a comprare un buon prodotto, farete<esperienza> di una tipicità locale.

Dopo lo shopping, restate in macelleria, stavolta quella dei Pennisi, in via Umberto 11, dove un sapiente restyling ha dato vita ad un luogo perfetto per godere a tavola delle bontà locali. Sul menu le polpettine di agnello in rete di maiale, il fegato con la cipolla in agrodolce, il burger di maialino nero dei Nebrodi. Accanto i tavoli e le cucine, il bancone carni e quello dedicato a salumi e formaggi: una festa per gli amanti di tuma, primosale, pecorino, pepato, ricotta infornata…

Un consiglio anche qui. Visitate Linguaglossa dopo una sosta alla Pro Loco che ospita un museo etnografico con esemplari di flora e fauna dell’Etna, una sezione dedicata agli antichi mestieri e una mineralogica.

Ciò che rende imperdibile la Pro Loco di Linguaglossa è il suo presidente, Franco Maugeri, e tutti coloro che partecipano attivamente alla realizzazione di eventi e promozione del territorio. E’ stato proprio Franco Maugeri ad accompagnarmi alla scoperta della salsiccia al ceppo, a parlarmi del Palio delle Botti (tutte decorate, ciascuna diversa e unica) che si tiene a Linguaglossa in occasione della Festa di San Martino e a invitarmi a festeggiare il Natale insieme con un Babbo Natale di eccezione…secondo voi chi ne vestirà i panni?

Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa
Franco Maugeri, Presidente della Pro Loco Linguaglossa. Tutto pronto per il Natale?

Altri eventi che valgono una tappa a Linguaglossa: la Maratona 0-3000 a giugno, l’Etna Trail a settembre, il Trinacria Bike Trail a ottobre.

E se vi piace la street art seguite i percorsi ideati da IntrArt Cultura Aetnae. Sarà un modo diverso di scoprire questo pezzo di Sicilia. La mappa la trovate alla Pro Loco.

Fall Winter. Qui è tempo di molitura

L’olio extravergine d’oliva DOP Monte Etna è ottenuto dalla varietà Nocellara etnea per almeno il 65% e da altre varietà presenti nella zona (Moresca, Brandofino, Biancolilla, etc.). La sua produzione ricade in un territorio compreso tra i cento e i mille metri sul livello del mare ed è promosso e tutelato da un consorzio attivo dal 2007.

Queste le caratteristiche. La parte più divertente? Il momento della raccolta fatta direttamente dalla pianta con pettinatura delle chiome a mano o con l’ausilio di macchinari e la presenza a terra di reti che evitano che le olive appena raccolte possano confondersi con quelle cadute in precedenza. Step successivo il frantoio dove si ricava un nettare dal colore giallo oro con riflessi verdi, un odore fruttato leggero, un sapore fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante.

Tempo di raccolta e di molitura
Tempo di raccolta e di molitura

Il modo migliore per capire di che prodotto d’eccellenza stiamo parlando? Fermatevi in uno dei panifici dove ancora il pane è cotto a legna e comprate una bella pagnotta. Sarà perfetta con olio, sale e pepe, origano se vi piace. Location azzeccatissima per l’assaggio  l’abbeveratoio di cui vi parlavo appena poche righe sopra.

Chiusura in dolcezza

Un biscottino ci sta, che dite? Assaggiate i <mustaccioli>, biscotti tipici preparati con nocciole, miele, scorza d’arancia e farina. Varianti ce ne sono tante con mandorle, pistacchi e persino vino cotto. Il miele è quello prodotto a Zafferana Etnea, sul versante orientale del vulcano. I pistacchi, neanche a dirlo, quelli di Bronte dove è da vedere l’abbazia di Santa Maria di Maniace, meglio nota come Ducea di Nelson che la ebbe in dono nel 1799 da re Ferdinando I delle Due Sicilie.

Poco distante Maletto, località celebre per la sua fragola, pregiata e assai rara e io non posso fare a meno di pensare alla primavera e a una golosa granita di fragole. Una delle tante leggende vuole che i siciliani l’abbiano inventata mischiando la frutta con la neve dell’Etna. Tutto torna…

Linguaglossa. Appuntamento con la primavera
Linguaglossa. Appuntamento con la primavera

Sicilia orientale. Passione “olio”al frantoio dei fratelli Coletta

Di olio extra vergine di oliva Rosario e Salvatore Coletta potrebbero stare a parlare per ore. Sono loro oggi a gestire il frantoio di famiglia, l’Oleificio del Mela, in località Pace del Mela, Messina. Una terra affacciata sul Tirreno che produce prevalentemente cultivar come Biancolilla, Ogliarola Messinese, Nocellara Messinese, San Benedetto.

La passione è la stessa del padre che in passato ha avviato il frantoio, la caparbietà con cui un’attività tradizionale è stata trasformata in una struttura con alti standard è tutta loro, di Saro e Salvo.

Fruttato, amaro, piccante. Non è solo questione di naso

A mio padre piaceva guardare le olive che si trasformavano in olio – racconta Rosario – Anche a me. Poi però volevo capire cosa accadeva, quale era il procedimento, perché il risultato non era sempre lo stesso”.

In un paese come l’Italia che offre più di 700 varietà di olivo, realizzare un olio di qualità significa conoscere il territorio in cui viene prodotto e riuscire ad esprimerne al meglio le peculiarità. Il processo  di frangitura è determinante per ottenere un olio che metta insieme, in un delicato equilibrio, proprietà organolettiche e nutritive con sapore e profumo.

Al frantoio dei Fratelli Coletta la lavorazione è a freddo e si utilizza un sistema di doppia molitura con molazze in pietra e mulino finitore: dopo la mondatura, le olive vengono schiacciate  dalle ruote di pietra per evitare che si surriscaldino e se ne alterino le caratteristiche.

Qui in Sicilia abbiamo un prodotto d’eccellenza – aggiunge Salvatore – ogni area dell’isola regala cultivar uniche. Lo studio e la tecnica oggi ci permettono di tutelarne le qualità ricavando il meglio dai diversi tipi in relazione alle loro caratteristiche (stato ambientale, grado di maturazione, etc.). Se ci pensi anche per il vino è andata così. In Sicilia si produceva una grande quantità di vino da mescita. Il nostro mosto veniva spedito ovunque per creare grandi vini. Oggi è qui, in Sicilia, che si lavora, ormai da anni, per ottenere etichette di eccellenza che creano una vera e propria mappatura del vino siciliano. Lo stesso sta accadendo con l’olio”.

Parliamo di "gramolatura"
Parliamo di “gramolatura”

Dopo la frangitura quella che ormai è <pasta di olive> passa allo step successivo, la <gramolatura>, una fase assai delicata durante la quale l’olio “CRESCE”. Non pensiate si tratti di mera meccanizzazione: tempi, velocità, temperature, sono variabili che dipendono da fattori diversi, come la maturazione del frutto, il rapporto polpa/nocciuolo, e altro che solo un esperto frantoiano sa regolare. Si impara col tempo.

La natura non perdona – sorride Saro – Sapessi quanti errori…ma poi sa ripagarti”. Continua a spiegarmi come funziona il processo successivo, l’estrazione, che può avvenire con tecniche diverse. Qui, al frantoio di Salvo e Rosario Coletta si sceglie la centrifugazione, un procedimento di rotazione ad altà velocità che separa le differenti parti fino all’ottenimento di un prodotto pulito, integrale: l’Olio. Temperatura massima 27°C.

Il colore non vale. Però è una meraviglia

Il colore non è indice di qualità”. Tant’è che anche i bicchierini utilizzati da assaggiatori ed esperti per giudicare un buon olio sono blu affinché il colore non ne influenzi il giudizio. Lo sapevo, me lo avevano spiegato in Puglia, a Carovigno, ma non mi ci rassegno.

Perché in realtà veder venir giù quel rivolo verde giada è emozionante. E secondo me lo è anche per i produttori che qui vengono a portare il raccolto. Li vedi seguire passo dopo passo le differenti fasi di lavorazione, aspettare placidi di testare concretamente cosa le loro olive hanno tirato fuori.

Vedere e sentire. Perché l’olio qui ha un colore che puoi far finta di ignorare ma il profumo dell’olio appena franto lo senti subito, ti arriva dritto ai sensi. Potrei provare a raccontarvelo con le parole<fruttato, amaro, piccante> che sono i tre parametri di massima per valutare un olio. Vi dirò invece che il profumo qui è quello delle cose genuine, sane, autentiche.

Te le ricordi le botteghe di paese? – mi chiede Saro – Quelle che il profumo di pecorino buono e olive <cunzate> lo sentivi in strada? A me piace pensare che questa sia una bottega, dove il profumo che senti è inequivocabile e ti fa venir voglia di una fetta di pane caldo con l’olio appena franto”.

Sapori autentici. L'olio appena franto
Sapori autentici. L’olio appena franto

Un olio di alta qualità ad etichetta Pace del Mela. Facciamo territorio

Una volta, in Sicilia, l’olio non si comprava al supermercato. Lo si prendeva direttamente dal produttore –  ancora oggi chi ne ha la possibilità lo fa – o lo si produceva se si aveva la fortuna di avere del terreno.

La zona in cui nasce il frantoio dei Fratelli Coletta è vocata alla coltivazione degli ulivi. Ad ogni stagione, i singoli produttori portano al frantoio di fiducia il raccolto annuale. Devono esser certi che gli standard della struttura scelta siano alti perché l’olio prodotto sarà quello che, nella maggioranza dei casi, finirà sulle tavole della loro famiglia.

Qui la campagna olearia di estende da settembre a dicembre – racconta Salvo – Nei momenti di maggior impegno la giornata lavorativa è fatta di 24 ore. Non ci si ferma mai ma la soddisfazione è grande. Oltre ad essere molitori io e Saro siamo anche coltivatori. Per noi il lavoro di ricerca parte prima, all’origine. Non si tratta solo di acidità e perossidi (l’olio extra vergine di oliva per definirsi tale deve avere dei parametri ben precisi). Lo studio dell’olio e delle sue caratteristiche ha un’alta potenzialità e sbocchi ancora oggetto di ricerca

Basta pensare all’applicazione nel mondo della cosmetica, per dirne solo una… – aggiunge Saro –  Allo studio degli antiossidanti contenuti nei sottoprodotti di scarto”.

Scopro anche che dagli sfridi della molitura si ottiene energia rinnovabile e sostenibile(energia termica ed elettrica).

Domando allora quali siano i progetti futuri. “A noi piace raccontare la nostra terra, ci crediamo. Quando è possibile ospitiamo scolaresche per far sì che i bambini imparino a riconoscere il pezzo di mondo in cui vivono, a distinguere i sapori delle cose che mangiano. Abbiamo un prodotto d’eccellenza, perché non valorizzarlo e farlo conoscere a chi ha voglia di scoprire la nostra regione?”.

Il prossimo obiettivo è quello di fare un passo più in là e creare un olio extra vergine IGP Sicilia BIO che sia prodotto qui, a Pace del Mela. Il sogno è quello di riuscirci facendo squadra con tutti i protagonisti del territorio… Magari istituendo un consorzio di filiera?”.

Si ringraziano per la collaborazione Salvatore e Rosario Coletta e tutto il team dell’Oleificio del Mela.

Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta
Passione olio. Con Salvo e Saro Coletta

Rosso Tolosa. Nel sud della Francia

Di che colore è Tolosa? Se a volte è facile associare un colore a una città, Tolosa, nel sud della Francia, è senza alcun dubbio rossa.

Rossa per motivi politici? Acqua. Rossa perché passionale e romantica? Forse. Ma la risposta è un’altra. Diciamo fuocherello.

Il motivo è molto più semplice e legato ad un fattore pratico e di natura economica. Ricca di argilla, Tolosa, sin dai tempi dei Romani, fu costruita con dei bei mattoni rosso argilla che ancora oggi ricoprono le facciate di tutti i maggiori edifici della città.

Ed è un rosso che vira ora al vermiglio, ora al rosa e al corallo. Dipende dalla luce che ad ogni ora investe questa splendida città.

Una storia dietro ogni mattone

Dicevamo dei mattoni rossi. Gli intonaci bianchi, obbligatori fino a prima del ‘900 perché rischiaravano le vie alla luce della luna quando l’energia elettrica non esisteva, furono scrostati lasciando che tutto lo charme del rosso venisse fuori e raccontasse una città con una storia lontana.

Di pietra non ce n’era e se qui e lì compariva, era segno di ricchezza e grandi disponibilità. Arricchiva i palazzi più belli, via via nei secoli impreziositi da mascheroni, a volte in terracotta, balconi con inferriate riccamente decorate e finestre abbellite da corondage in legno e lambrequin in zinco.

Oggi il rosso dei mattoni rende lo skyline della città francese unico ed affascinante e persino il Capitole, il Palazzo dei Consoli, che è insieme Municipio, teatro, museo nella piazza centrale di Tolosa, mostra fiero un prospetto di 130 metri ultimato nel 1759 che alterna mattoni e pietre, arricchito da otto colonne di marmo, una per ogni console che sino al Medioevo reggeva Tolosa, una per ogni quartiere affidato alla loro giurisdizione.

Occitano e francese per le vie a Tolosa
Occitano e francese per le vie a Tolosa

Al lato opposto della piazza inizia Rue du Taur, o Carrera del Taur in lingua occitana secondo la doppia dizione presente in numerose vie. Il toro è quello al cui sacrificio a Giove San Saturnino, primo vescovo della città, si oppose e fu pertanto giustiziato. Il suo corpo venne legato all’animale con una corda e trascinato lungo le vie. Tradizione vuole che si staccò proprio qui, dove oggi sorge Notre Dame du Taur e dove venne sepolto prima di essere trasferito nella basilica che oggi porta il suo nome, la basilica di Saint Sernin, una delle più importanti chiese romaniche della cristianità nonché tappa lungo la strada che i pellegrini percorrevano, e tuttora percorrono, verso Santiago de Compostela. Migliaia di pellegrini, già nel Medioevo, ne ammiravano l’imponente basilica in pietra e, ça va sans dire, mattoni rossi.

Ed è in mattoni rossi un’altra meraviglia di Tolosa, il complesso monumentale Les Jacobins dove, nel 1215 fu fondato l’ordine dei domenicani ed è sepolto San Tommaso d’Aquino. Spoglio ed austero all’esterno, ricco e prezioso all’interno: nella chiesa, una navata sostenuta da una fila di colonne alte 28 metri dalle quali si irradiano nervature dipinte che sorreggono il tetto. L’ultima ne ha 22, policrome, che la fanno sembrare una palma, le Palmier des Jacobins, un giardino illuminato da vetrate colorate.

Voglia di uno stop? Due soluzioni in centro

Flower’s Cafè  – place Roger Salengro. Per una tazza fumante di the e una fetta di torta artigianale e golosa. Provate quella lampone e cioccolato o in alternativa il crumble alla pera. Entrambi sublimi.

O Thé Divin – rue Baour Lormian. The selezionati, un’intera vetrina di torte e dolci tra cui scegliere. Aperto anche a pranzo. Io qui ci ho lasciato il cuore.

Che ci fa Blub a Tolosa?
Che ci fa Blub a Tolosa?

Il rosso non può fare a meno del blu

C’è un colore che a Tolosa contende al rosso il posto d’onore ed è il blu. Ma non un blu qualunque, è il blu pastello, l’Isatis tinctoria, una pianta delle crocifere dal particolare fogliame. Nel Cinquecento, dalle sue foglie lunghe e folte fatte essiccare e macerare, veniva ricavata una tintura azzurra indelebile che fece la fortuna di quanti ne conoscevano i segreti e la coltivavano e producevano. L’oro blu mantenne il suo primato per oltre un secolo fino a quando l’indaco non ne prese il posto.

O Thé Divin
O Thé Divin

Ancora oggi il pastello viene coltivato e dalla sua produzione nascono capi, accessori  e persino un particolare miele in vendita presso Terre de Pastel con punti vendita, un museo e una Spa con trattamenti ispirati a questa pianta dai delicati fiori gialli. Un motivo in più per tornare a Tolosa e dedicarsi un momento di relax e di bellezza.

A Tolosa il blu vira al viola. Quello della viola. Ne conoscete il profumo?

Pare sia una specie rara e anche in questo caso elemento che ha contribuito all’unicità di questa città e alla ricchezza di quanti la coltivavano.

Il suo profumo è delicato ma riconoscibile. Capiterà per le strette vie del centro storico di sentirne improvvisamente le note più dolci. Facile che arrivi dai tanti punti vendita dedicati esclusivamente alla <Violette de Toulouse>, la cui essenza serve per creare colonie, saponette, un liquore, bon bon e miele, confetture e incenso. I suoi petali cristallizzati in acqua e zucchero diventano violette candite; la troverete nei gelati e nelle creazioni di molti ristoranti.

E a proposito di ristoranti, ve ne consiglio tre, quelli che ho provato ed apprezzato.

Le J’Go – place Victor Hugo. Solo prodotti locali e un’ampia selezione di delizie del posto che potrete gustare o acquistare al bancone all’interno. Fatevi consigliare un buon vino da abbinare. Poche foto del posto . Mi spiace. Ero talmente presa dal cibo e dal vino che ho dimenticato di farle.

L’Atelier du Pecheur – place Robert Schuman. Un banco di pesce fresco a vostra disposizione. Scegliete cosa mangiare e vi accomodate. In pochi minuti il pesce scelto arriverà fumante al vostro tavolo.

Sixta – rue de Bayard. Cucina vegana e vegetariana. Piccolo bistrot a pranzo e sala da the nel pomeriggio. Tre aggettivi per descriverlo: colorato, accogliente, genuino.

Per i vostri acquisti

Se volete riempire la valigia di ghiottonerie locali il posto che fa per voi è il mercato coperto Victor Hugo – place Victor Hugo. Ci troverete paté e foie gras, formaggi di ogni tipo, cassoulet in boccia e salumi.

In valigia lasciate uno spazio per i vostri acquisti alla libreria Ombres Blanches. Con un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio non poteva che incantarmi.

Libreria Ombres Blanches
Libreria Ombres Blanches. Un’intera vetrina dedicata alla letteratura di viaggio

Infine un indirizzo prezioso: La Mucca, Créateur en papeterie – rue des Lois. Ci trovate tutto quello che serve per …scrivere! Il mondo della carta e non solo: quaderni, album da disegno, cartoline, penne, matite, chinoiseries.

Due giorni a Rotterdam. Poco per conoscerla, abbastanza per innamorarsene

 

Tulipani e zoccoli di legno? Mulini a vento e canali fiabeschi? E’ questo che vi aspettate da un viaggio a Rotterdam? Cambiate destinazione. Rotterdam non è quel tipo di Olanda. O perlomeno non è ciò che più la identifica, ciò che più la racconta.

Distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, Rotterdam si è rimessa in piedi trovando via via negli anni la sua identità. Un’identità nuova che oggi la rende una delle mete più vivaci e in continuo fermento.

Se cercate una metropoli moderna e cosmopolita dove la parola d’ordine è <cambiamento>, Rotterdam è quello che fa per voi.

Un’odierna araba fenice

Witte de Withstraat
Witte de Withstraat

Di Rotterdam si diceva fosse una città <operosa>, una <tipa tosta> che alla distruzione operata dai nazisti aveva reagito trasformandosi in un importante centro economico europeo e in uno dei più importanti porti del mondo.

Diciamocelo però, Rotterdam passava anche per un po’ noiosa e con poche attrattive da un punto di vista culturale e turistico. Poi la svolta: in pochi anni Rotterdam è riuscita ad attestarsi nel panorama internazionale come culla dell’arte contemporanea e laboratorio di <social innovation> .

Amica dell’arte e del design, Rotterdam ha trasformato il suo skyline con opere di architetti superstar e le sue strade con quelle di celebri street artists.

Due giorni per visitarla? Decisamente pochi. Direi due giorni per amarla, capirne il mood e farsene contagiare pronti a tornare al più presto.

Ve la racconto a modo mio.

Un ponte giallo che unisce e suggerisce percorsi nuovi. Insieme si può fare

Un ponte colorato nel cuore della città, raggiungibile a piedi dalla vicina stazione centrale, la Rotterdam Centraal. Un’opera di land art, credevo io, con la vernice gialla saltata qui e lì e tutto sommato una buona location per realizzare un paio di scatti simpatici.

Non avevo capito niente.

 

Al significato reale del Luchtsingel, il ponte giallo, ci sono arrivata quando, andando in cerca di un localino di cui avevo sbirciato alcune immagini sul web, l’Op Het Dak, mi resi conto che per raggiungerlo avrei dovuto attraversare interamente i  390 metri  del ponte ed approdare direttamente allo Schieblock, un vecchio stabile, a cui il Luchtsingel è collegato. Avete capito bene: il ponte giallo di Rotterdam collega una delle zone più trafficate ad un’altra più periferica e ormai dimenticata dove sono ubicati una ex stazione, un parco pubblico, edifici che da tempo risultavano sfitti.

Dove sta la meraviglia? L’area dimenticata ha ripreso vita grazie a privati cittadini che hanno fatto gruppo e trasformato uffici vuoti in hub creativi e polifunzionali in cui lo spazio può essere noleggiato a prezzi più abbordabili e condiviso con altre realtà.

Il melting pot è esplosivo. Basta sbirciare (letteralmente) all’interno degli spazi nei singoli piani dello Schieblock, ad esempio, per osservare gente al lavoro, eventi, conferenze, spazi creativi, piccole attività e, all’ultimo piano, sul terrazzo, il localino che stavo cercando, l’Op Het Dak.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Il Luchtsingel non è quindi solo un’opera contemporanea ed accattivante; è un ponte di idee, un ponte di valori, un ponte proiettato ad una nuova visione dello spazio gestito dai singoli con innumerevoli potenzialità e sbocchi: il ponte presenta al centro una zona circolare, una sorta di <rotatoria>, da cui partono più bracci collegati a realtà diverse. Il parco, l’ex stazione, tutte in continua evoluzione e pronte ad abbracciare una nuova vita ed identità.

 

Tornando in cima allo Schieblock, non vi ho ancora detto che l’Op Het Dak è un piccolo, grande bistrot. Perché? Perché i suoi piatti, per lo più green e vegan, sono preparati con le verdure, la frutta  e i fiori che crescono nell’orto realizzato sulla stessa terrazza, la DakAkker, un progetto voluto nel 2012 dalla Binder Rooftopgardens e sviluppato da ZUS in collaborazione con il Rotterdam Environmental Center (RMC). Ci sono persino le api affinché si crei un ecosistema tale da garantire biodiversità e, vi assicuro, sapore e consistenza alle pietanze proposte.

Cioccolato a Witte de Withstraat

Se ne parla ovunque. E’ considerata la via dell’arte e della cultura a Rotterdam e collega il Museumpark e il Maritiem Museum. E’ Witte de Withstraat, un susseguirsi di boutique, gallerie, ristoranti, caffè e…case del cioccolato!

Il posto si chiama Florentina ed è un grazioso negozio con colorate ed accattivanti confezioni di praline, barrette di cioccolato e comode poltroncine in cui provare la cioccolata lavorata nel laboratorio all’interno.

 

A vista, infatti, la proprietaria tiene le mani “in pasta” creando delizie il cui profumo vi investirà non appena dentro il Bean-to-Bar Chocolate shop. Provate i brownies al cioccolato di cui mi ha fatto promettere di non rivelare il segreto…semplicemente deliziosi!

Appena fuori Florentina, date un’occhiata all’opera di street art di Daan Botlek. E’ solo una delle tante esplosioni di arte e colore che troverete qui a Witte de Withstraat e in tutta Rotterdam. Se volete seguire un percorso interamente dedicato alla street art, collegatevi a Rewriters010 e scaricate l’itinerario per 0,99 euro.

Make it happen di Daan Botlek
Make it happen di Daan Botlek

Oude Binnenweg. Com’era prima?

E’ forse l’unica strada sopravvissuta al bombardamento nazista nel centro di Rotterdam. Splendidi i dettagli belle époque sulle facciate degli edifici. Tanti i locali, le boutique, le botteghe che vendono prodotti locali e che, come mi piace dire, hanno un’anima. I brand più comuni e le grandi catene sono poco distanti ma a Oude Binnenweg, per pochi metri, si ha ancora la sensazione di essere qui e in nessun altro luogo.

 

Non dimenticate di fare un salto da Kaashoeve, la casa del formaggio, un tempio del cacio, con specialità locali e dal mondo. Il proprietario mi ha mostrato fiero una forma intera di caciocavallo ragusano maturata nella sua tipica cassa rettangolare vicino Gouda e Edammer olandesi. Frutta secca da accompagnare e tante altre golosità.

Se vi è venuta fame e volete un break divertente fatevi un toast da Tosti: dinamico, accogliente, buono.

Per un pensiero destinato ad una persona speciale io farei un salto da Swan – where creatives meet, una boutique dove troverete gioielli, abiti e oggetti per la casa esclusivamente artigianali e di design.

E proprio davanti le vetrine di Swan non potrete non notare Santa Claus, l’opera di McCarthy simbolo del consumismo occidentale, controversa e popolarmente nota come “Gnomo Buttplug”. A voi stabilire se vi piace o meno.

Verso Beurs

La Oude Binnenweg diventa presto Nieuwe Binnenweg, l’atmosfera cambia ma la meraviglia è dietro l’angolo. Avvicinandosi a Beurs , l’edificio della Borsa primo palazzo riportato allo stato originale dopo i bombardamenti del 1940, una lunga serie di viali e strade dedicate allo shopping si susseguono. Ne vale la pena anche se non siete amanti dello shopping. Sono le architetture dei palazzi a stupire in un allegro alternarsi di materiali, prospettive e altezze. La Beurstraverse, galleria sotterranea nota come <Koopgoot> si trova sotto via Coolsingel e collega Lijbaan e Hoogstraat. Gli interni sono stati progettati da Jon Jerde, il guru americano degli spazi dedicati al funshopping.

Beurstraverse
Beurstraverse

Vi suggerisco una sosta per un mint tea da Mockamore: colori pastello, bella carta da parati e un ottimo bananenbroad, sfizioso pane dolce alla banana.

 

Si va e si viene. Rotterdam Centraal

Luce, aria, spazio. A Rotterdam tutto è possibile e l’architettura è una scommessa continua ispirata a questi tre elementi. La stazione centrale ne è un esempio. Inaugurata nel 2014, 110 mila passeggeri al giorno, tra gli hub ferroviari più importanti dei Paesi Bassi, ha una copertura triangolare che le ha valso il soprannome di <ferro da stiro>. Un tocco unico l’orologio originale e la vecchia insegna <Centraal Station> oggi in versione led.

 

Quando l’arte incontra la fede. Pauluskerk

Non è solo una strabiliante struttura opera dell’ingegno dell’architetto inglese Will Alsop. Non è solo una chiesa. E’ anche un punto di incontro e di aiuto per chi ha bisogno con sale per riunioni e accoglienza, uno studio medico e un rifugio notturno. What else?

Sorge affacciata sul canale Westersingel dove è allestito un percorso artistico con diciassette opere di scultori come Rodin, Carel Wisser e Joel Shapiro.

Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk
Westersingel. Sulla destra in basso la Pauluskerk

Ci fermiamo per il momento qui pronti a riprendere la nostra passeggiata a Rotterdam a breve. Nel frattempo vi dico cosa avrei voluto vedere e cosa di sicuro mi riporterà a Rotterdam:

–          Il Kunsthal  – design, moda, fotografia. Uno spazio espositivo proiettato al futuro.

–          Het park – magari in primavera?

–          Museum Boijmans van Beuningen – Bosch, Brueghel il Vecchio, Dalì, Gauguin, Van Gogh… in fase di restauro. A breve la riapertura.

 

Ho Chi Minh City. E’ la stampa bellezza!

Quanto è importante la storia presente e passata dei luoghi quando viaggiate?

Di solito lo è sempre, in alcuni casi diventa fondamentale.

Le parole raccontano epoche, fatti, decodificano eventi, traducono realtà.

Le immagini arrivano rapide, cristallizzano momenti, testimoniano verità altrimenti perse per sempre.

Mi trovo all’interno del War Remnants Museum a Ho Chi Minh City, al 28 di Vo Van Tan Street, 3° Distretto. Tre piani, una decina di mostre permanenti e numerose collezioni per testimoniare quanto accadde in Vietnam durante le guerre contro la Francia prima, contro l’America poi. Le prigioni, le torture, gli eccidi, le conseguenze del napalm. Non manca nulla: persino lo spazio esterno è occupato da mezzi corazzati, pezzi d’artiglieria e aerei.

E poi c’è Requiem, la sezione al secondo piano dedicata a chi ha reso possibile questo racconto oggi, chi all’epoca dei fatti ha scelto di esserci come testimone e narratore.

Requiem: un omaggio di chi è tornato a chi non lo ha fatto

72 giornalisti che operarono tra le fila dell’esercito di Ho Chi Minh, 11 in quelle delle truppe di Saigon, 16 reporter americani, 12 francesi, 4 giapponesi, altri dall’Australia, Austria, Inghilterra Germania, Svizzera Singapore e Cambogia.

Sono i 133 professionisti dell’informazione, morti in guerra, le cui immagini danno vita alla mostra Requiem e a cui la stessa è dedicata. Più guerre, un arco temporale che ha radici nell’Ottocento e già guarda alla società moderna della seconda metà del Novecento. Un racconto corale a più voci, ciascuno con un punto di vista diverso, tutte accomunate dallo stesso obiettivo: testimoniare quanto stava accadendo al resto del mondo.

Requiem nasce da un’idea di Tim Page e Horst Faas: Tim Page che appena diciassettenne lascia casa in Inghilterra per raccontare il mondo, considerato uno dei “100 fotografi più influenti di tutti i tempi“; Horst Faas, photo editor per la Associated Press e due volte vincitore del Premio Pulitzer.

Entrambi ce la fanno a lasciare il Vietnam vivi – feriti ma vivi- e insieme riescono a pubblicare un libro – Requiem: by the Photographers who died in Vietnam and Indochina – con le immagini messe insieme in anni di ricerche.

Il libro diventa dapprima mostra itinerante per il mondo poi trova casa, a Ho Chi Minh City.

Robert Capa. Getting closer

Tra i primi fotografi, nelle sale di Requiem, noto subito Robert Capa. Come non farlo.

Ricordo a Madrid l’emozione davanti Il miliziano colpito a morte, la foto scattata in Spagna in trincea durante la Guerra Civile; ripenso a quelle dello sbarco degli americani in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale, all’incontro con Camilleri ragazzino mentre, nella Valle dei Templi, teneva la macchina fotografica come una mitragliatrice e sparava scatti a raffica.

Il reporter ungherese costretto a lasciare la Germania nazista per le origini ebraiche, l’uomo che immortalò personaggi come Picasso e Hemingway, il fondatore della Magnum Photos che raccontò cinque diversi conflitti mondiali, morì in Vietnam il 25 maggio del 1954. “Se la foto non è buona, non siete andati abbastanza vicini” sosteneva.

Gli ultimi scatti di Capa li trovate alla Requiem Exibition accanto al racconto degli ultimi momenti narrati da John Mecklin, corrispondente di Life con lui in Indocina.

Con lui ci sono Sawada Kyoichi, corrispondente dal Giappone col tesserino che sembra nuovo in bella mostra; Luong Nghia Dung, insegnante vietnamita che assai poco sapeva di fotografia e che dopo un breve corso, diventò uno dei fotografi di guerra più prolifici; Bernard Fall, Henri Huet, Robert Ellison, Pham Van Khuong, Vo Vanh Quy, Sean Flynn.

Ho ancora davanti l’immagine di Georgette Louise Meyer coi suoi occhiali sofisticati e la pelle chiara, in arte Dickey Chapelle, dal Wisconsin, morta a 47 anni vicino Chu Lai. Infine il grande Larry Burrows, il fotografo di LIFE che portò coi suoi scatti la guerra del Vietnam nel salotto degli americani.

“And so often I wonder weather it is my right to capitalize, as I feel, so often, on the grief of others. But then I justify, in my own particular thoughts, by feeling that I can contribute a little to the understanding of what others are going through; then there is a reason for doing it”.

Immagini e parole. Dal nono piano del Caravelle

Sono le otto quando arrivo al Caravelle, l’ora perfetta per un buon aperitivo sui tetti della vecchia Saigon. In realtà sono pochi i tetti che vedo da qui, non di certo quelli dei tanti grattacieli che illuminati al neon svettano oggi nel cielo di Ho Chi Minh City.

Eppure, da qui, in quello che oggi è un moderno e accogliente albergo in centro città, giornalisti come Tiziano Terzani hanno raccontato la guerra del Vietnam.

C’è uno splendido articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 14 marzo 1976, ad un anno dalla conquista della capitale sudvietnamita da parte dell’esercito del Nord. Racconta di quei giorni momento per momento: le sagome scure che fino all’alba sparivano dentro gli ultimi elicotteri che lasciavano la città dal tetto dell’ambasciata americana, le migliaia di soldati che “si toglievano i cinturoni, le giacche, le scarpe, gli elmetti e rimanevano in mutande, scalzi, con le teste rapate; la gente dalle finestre buttava loro vecchi calzoni, camicie, le strade deserte che improvvisamente si animavano con grandi bandiere del Fronte di Liberazione”.

Caravelle Saigon
Caravelle Saigon

Terzani non era il solo a frequentare il Caravelle, tutta la stampa lo faceva, come sede delle ambasciate australiana e neozelandese e degli uffici dei giornalisti stranieri. Si cenava a lume di candela serviti da camerieri in giacca e farfalla nera persino nei momenti di maggiore tensione. Non abbandonarono il Caravelle neanche quando, nel l’agosto del 1964 una bomba esplose al quinto piano. Da qui, probabilmente, ogni giorno, partivano le notizie che si trasformavano nei titoli di giornali e notiziari di tutto il mondo.

Non era la prima volta. Dall’altro lato della strada del Caravelle

Continental Saigon
Continental Saigon

Non era la prima volta. Appena dall’altro lato della strada del Caravelle, nelle stanze del Continental, tanta storia è passata, tanta storia è stata raccontata. Protagonisti ancora una volta giornalisti e scrittori, che per decenni hanno animato questo albergo oggi sfavillante come ieri.

Inizialmente Rue 16, si trasformò in rue Catinat nel 1865 e nel 1878 vede apparire i primi tre blocchi del famoso hotel voluti da Pierre Cazeau. Ad inizio secolo la proprietà passò al Duca di Montpensier e nel 1930 a Mathieu Franchini a cui seguì Philippe Franchini. Il Continental non chiuse mai, neanche nei momenti peggiori se non nel 1975 e solo per un anno.

Il Time e l’Herald Tribune avevano i loro uffici qui fino al 1975. Radio Catinat lo chiamavano durante la guerra d’Indocina, punto di incontro per cronisti, uomini d’affari e politici che desideravano capire cosa stesse realmente accadendo.

Qui hanno soggiornato personaggi del calibro di André Malraux, l’autore de “La Condition Humaine”, Rabindranath Tagore, il poeta indiano.

Dalle pagine dei romanzi di Graham Greene che al Continental creò i personaggi di “Un Americano tranquillo”, abbiamo in parte capito la Saigon degli anni Cinquanta. Romanzo prima, cult movie del 2002, una storia d’amore, una finestra sulla crisi politica di quegli anni e del graduale coinvolgimento degli americani che portò al disastro bellico.

Ancora storia, ancora cronaca, ancora umanità.

Francia. Sarlat e il Périgord Nero

Oggi si chiama Dordogna, dal nome del fiume che l’attraversa  ed è uno dei dipartimenti più grandi di Francia, ma nel cuore dei francesi e di quanti lo amano questo territorio è per tutti il Périgord, terra di incanto e bellezza.

Tanto vario e disomogeneo da essere stato suddiviso in quattro aree ciascuna contraddistinta da un colore: il Périgord Verde a nord, quello Bianco nella parte centrale, il Rosso Porpora a sud ovest e infine il Périgord Nero dove siamo diretti.

Abbandonate l’idea di poterne scoprire l’intera superficie a meno che non siate così fortunati da poterci trascorrere un lungo periodo. Ogni borgo merita una visita, ogni fattoria, bistrot o castello invita ad una sosta, ogni stagione racconta qualcosa di diverso.

Unico comun denominatore e chiave di volta per assaporare e capire il Périgord è la lentezza. Qui la fretta è bandita. Qui si viaggia slow.

Sarlat. Tra le vie del borgo in compagnia di Etienne de la Boétie e di Michel de Montaigne

Sarlat è famosa perché custodisce la casa natale di Etienne de la Boétie che amava passeggiare per i suoi vicoli in compagnia dell’amico Michel de Montaigne.

Centinaia di visitatori la scelgono ogni anno per il susseguirsi di dimore signorili e palazzi di epoca medievale e rinascimentale.

Sarlat la Canéda
Sarlat la Canéda

E’ certamente un buon punto d’inizio per avvicinare la cultura gastronomica della regione, famosa per il tartufo, l’allevamento di oche e anatre, animali simbolo della regione, celebre per la noce che qui ha ottenuto ben quattro Aoc (Appellation d’Origine Controlée), la Marbot, la Corne, la Franquette e la Grandjean, unica per la fragola, IGP nel 2004, con sette varietà da aprile a ottobre, la Garriguette, l’Elsanta, la Cigaline,  la Seascape, la Mara des Bois, la Darselect e infine la tardiva Cirafine.

I mercati in questo pezzo di Francia sono un must – ciascun villaggio o città ne ospita diversi – quello di Sarlat tiene testa tra i più gettonati. Un paio di consigli a tal proposito: veniteci presto per evitare l’effetto “sardina” e per trovare parcheggio; concentratevi sui banchi alimentari che da Place de la Liberté scendono giù verso Place du Peyrou con i vicoli e le strade che vi si affacciano. Una festa per gli occhi e il palato, l’occasione per conoscere i produttori locali e prendere contatti per eventuali visite, un cammino privilegiato per sbirciare nella tradizione perigordina.

In Rue de la République , asse moderno che taglia in due Sarlat, si tiene un altro tipo di mercato assai più comune e poco tradizionale; non dimenticate il Mercato Coperto giusto in Place de la Liberté: ospitato nell’antica Chiesa Sainte Marie, è stato trasformato dall’architetto Jean Nouvel in un moderno tempio del cibo. Le porte monumentali, grandiose ed enormi, valgono da sole la sosta.

C’è infine una ragione in più per scegliere Sarlat ed è l’atmosfera che offre quando le saracinesche vanno giù e i visitatori mordi e fuggi non ci sono più: come sempre, in qualsiasi località molto visitata, è il momento migliore per goderne; qui a Sarlat la penombra e le luci soffuse,  le risate dei bimbi che per l’ultima volta giocano tra le oche dell’omonima piazza prima di andare a dormire, il pigro ciarlare che pian piano scende di tono e diventa un’ipnotica ninna nanna e un calice di biondo e liquoroso Montbazillac, il cugino povero del celebre ed irraggiungibile Sauternes, faranno di questo piccolo borgo  la scelta giusta.

Travel Tips:

Le Mas de Castel – Appena fuori Sarlat, nel verde del Perigord Noir, ho apprezzato la bellezza e lo stile degli ambienti, la cortesia dello staff, il comodo parcheggio. Se ci andate nella bella stagione, la piscina è un plus da tenere a mente.

Le Présidial – In un edificio storico del XVII secolo, ho cenato in un giardino fiorito scegliendo à la carte. E’ possibile scegliere tra differenti menu degustazione.

Le Comptoir du Gout 24 – servizio semplice, eccellente proposta di salumi e formaggi locali da abbinare a un calice di Cahors della Bassa Valle del Lot. Indimenticabile il prosciutto di Bayonne, insaporito nel vino rosso e nelle erbe aromatiche e massaggiato nel pepe nero e a lenta stagionatura, e il Cabécou, delicato formaggio di capra.

Da Castelnaud a La Roque Gageac. Seguendo il corso del fiume

Non andremo lontano da Sarlat. Rimarremo in zona, ad appena una manciata di chilometri, lungo una delle <cingles>, le anse del fiume Dordogna, le cui acque si uniscono poi a quelle della Garonna a formare l’estuario della Gironda, porta d’ingresso fluviale a Bordeaux.

In uno spazio assai ridotto la bellezza del paesaggio toglie il fiato: il fiume modella l’intera vallata e s’insinua in un susseguirsi di borghi pittoreschi sorvegliati da antichi castelli.

Non potevamo che partire da qui per un panorama mozzafiato sull’intera vallata. Dai Giardini di Marqueyssac , ideati su uno sperone roccioso a 130 metri di altezza sul fiume, la veduta sulla Valle della Dordogna è spettacolare.

La visita inizia dall’ex residenza nobiliare voluta nel 1692 da Bertrand Vernet di Marqueyssac dove sono visitabili alcune stanze ristrutturate con pezzi d’arredo e tappezzerie originali o ispirati alle differenti epoche durante le quali abbellimenti e migliorie sono state apportate all’intera proprietà.

E’ nel 1861 però che Marqueyssac diventa speciale con l’arrivo di decine di migliaia di bossi voluti da Julien de Cerval. Il bosso è una pianta verde tutto l’anno, sopporta bene la potatura e permette la realizzazione di forme vegetali complesse. A Marqueyssac ce ne sono 150.000 esemplari potati due volte all’anno con cesoie rigorosamente manuali, I più visitati ed esempio virtuoso di arte topiaria sono quelli dei giardini pensili accanto il castello: morbidi e tondi cuscini verdi su cui verrebbe voglia di sdraiarsi e godere del paesaggio, circondati dai numerosi esemplari di pavone che, alteri e coloratissimi, vivono in libertà.

Di bossi dalle forme più o meno bizzarre ce ne sono in tutta la tenuta che si estende lungo la falesia calcarea per circa 800 metri sino al Belvedere. Il punto più lontano dalla residenza principale è raggiungibile attraverso tre percorsi,  chiamati <passeggiate>, più o meno impegnativi e in parte percorribili anche da chi ha problemi motori o dai passeggini, per un totale di circa sei chilometri di viali.

La vallata dai Giardini di Marqueyssac
La vallata dai Giardini di Marqueyssac

Il Grande Viale è il più comodo e ospita un servizio di navetta gratuita; lungo la passeggiata delle Alture e quella delle Falesie aree gioco e un percorso a rete sospeso tra gli alberi per i più piccoli, un sistema di cascate, <cabanes> costruite secondo la tradizione, la preziosa cappella Saint Julien de Cenac dove, tagliata nella roccia, troverete la Sedia del Papa, su cui Pio X, al secolo Giuseppe Sarto e allora Vescovo di Mantova, avrebbe meditato.

C’è però una cosa che rende imperdibile la visita dei Giardini di Marqueyssac: la possibilità di ammirare, uno accanto l’altro, gli imponenti castelli di Castelnaud, Fayrac, Beynac e a seguire, il villaggio La Roque Gageac.

Le torri di uno o dell’altro svettano imponenti sbucando da una radura di lecci e aceri o lungo un viale di corbezzoli. Le case coi tetti di pietra addossate e quasi incastonate nella pietra del villaggio di La Roque Gageac  sembrano sempre più vicine dopo aver attraversato boschi di aceri, querce e robinie. Campi di mais si alternano a vigneti seguendo il corso del fiume lungo cui navigano le <gabares>, fedeli riproduzioni di imbarcazioni tipiche del XVIII secolo che un tempo trasportavano vino, sale, legname, derrate alimentari. E oltre si può già immaginare la grande strada della Preistoria che porta dritto al Parco Preistorico di Les Eyzies dove confluiscono le valli della Vézère e della Beune e dove, 17.000 anni fa, visse l’uomo di Cro Magnon.

Travel tips

Gli appuntamenti di Marqueyssac: da non perdere nel periodo pasquale la grande caccia alle uova di Pasqua; la Festa dei Giardini a giugno; la Via Ferrata da metà aprile a metà novembre; l’attività di arrampicata dedicata ai bambini; le aperture serali eccezionali a lume di candela e musica in estate.

Se scegliete di visitare i Giardini durante la bella stagione non mancate una sosta al ristorante e sala da tè sotto il pergolato della terrazza panoramica per una coppa di gelato speciale, quello prodotto a St Geniès dall’artigiano Roland Manouvrier famoso nel mondo per la ricerca delle materie prime e i gusti più disparati. Da quelli che raccontano il territorio ad altri risultato di combinazioni di sentori ed emozioni, che accompagnano col gusto in viaggi esotici e lontani. Tra le sue creazioni più amate rose, ortensie e gelsomini cristallizzati e preparati secondo un sistema da lui stesso brevettato che ne mantiene le proprietà organolettiche ed estetiche.

I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna...
I gelati di Roland Manouvrier. Rosa, lavanda, violetta di Dordogna…

Pare che il divorzio tra Eleonora d’Aquitania e re Luigi VII, nonché le nuove nozze nel 1152 con Enrico Plantageneto abbia un po’ innervosito gli animi e dato il via a una delle guerre più lunghe tra le odierne Francia e Gran Bretagna, la cosiddetta Guerra dei Cent’Anni. Pare anche che il Périgord fosse proprio uno degli epicentri del conflitto e la vallata della Dordogna uno dei settori più disputati. Lungo il confine mobile che ora si ritraeva, ora avanzava a favore di una o dell’altra parte, furono costruiti numerosi castelli, nel tempo conquistati e persi, abbattuti e ricostruiti. Castelnaud fu uno di questi.

Riacquistato nel 1965 dalla famiglia Rossillon, Castelnaud è stato interamente ristrutturato e ospita oggi il Museo della Guerra nel Medioevo con circa 300 pezzi provenienti da tutta Europa.

Se vi piace il genere armature, cavalieri, guerre sanguinarie e alabarde, il castello di Castelnaud fa per voi.

E se invece non siete degli appassionati del genere come me, andateci lo stesso: la ricostruzione dell’assedio del 1442, le cucine e i laboratori come quello dei fabbri dell’epoca, le rievocazioni storiche e le macchine da guerra esposte all’esterno valgono il viaggio e sono un buon modo per avvicinarsi alla storia, specie per i più piccoli.

Inutile dire che la vista dal castello sul Dordogna è strepitosa ed il villaggio che lo ospita pittoresco e molto romantico.

  • La Roque Gageac. Tra pietra e acqua

Piccola e preziosa. Stretta tra la falesia a cui è abbarbicata e il fiume con un’unica via a separarla dall’acqua e a collegarla agli altri siti nella vallata, La Roque Gageac è un vero e proprio tesoro.

Potete percorrere il sentiero ricreato tra falesia e case dai tetti in <lauzes>, le tegole di pietra lungo Rue de la Falaise. Una mappa con tutti i siti da attenzionare la trovate al centro informazioni lungo la Dordogna, vicino ai parcheggi. Ci vorrà poco per percorrerlo, il borgo è davvero piccolo ma ci si ferma ad ogni angolo per ammirarne i dettagli, la piccola chiesa <au Clocher Mur>, il giardino esotico con banani, passiflore e cactus nato dalla passione di Gérard Dorin nel 1970, il Manoir de Tarde…

Da qui partono le gabares, le imbarcazioni di cui vi parlavo prima. Potete prenotare una piccola crociera o noleggiare una canoa per risalire un tratto di fiume. Oppure scegliere un café o un bistrot e godervi il placido scorrere dell’acqua.

 

 

 

 

Hue. Nel Vietnam imperiale

Arrivo a Hue sotto una pioggia battente. Non si vede a un metro di distanza, un muro d’acqua rende l’antica capitale degli imperatori Nguyen sbiadita e grigia. Dentro il taxi che dall’aeroporto mi porta all’ostello, prenotato in Italia, il caos e il traffico mi arrivano come ovattati, distanti.

Hue. Il Vietnam imperiale
Hue. Il Vietnam imperiale

<E’ gennaio>, mi dice la padrona di casa dell’Homestay Le Robinet,  <occorre aspettare ancora un po’ perché non piova più così>. Mi sento molto stupida. Organizzo da anni i miei viaggi e a Hue mi aspettavo di trovare il sole e le barche tipiche e colorate lungo il Fiume dei Profumi a far la spola tra le due sponde, quella che protegge la Cittadella, la città voluta dall’imperatore Gia Long nel 1802 e quella su cui sorge la città moderna, dove già mi vedevo a curiosare tra vecchio e nuovo, torte di riso reali, di cui a corte pare fossero ghiotti, e lo street food locale.

A Hue in ostello

Ho solo fatto i miei programmi giocando a dadi con latitudine e longitudine e il Vietnam, stretto e lungo si è preso gioco di me. Ho aspettato che spiovesse un po’ scoprendo che l’ostello scelto, Le Robinet Homestay è una villa di inizio Novecento in perfetto stile coloniale come molte presenti nel circondario, a due passi dalla Cittadella.

All’ingresso c’è una foto dei parenti della padrona di casa, una giovane donna che vive qui con il marito e ha scelto di restare. Tutti gli altri sono andati lontano, in America per lo più. <A me piace vivere qui, in Vietnam>, mi confida e non esita a mostrarmi la stanza degli antenati.

Rimango senza fiato. Sapevo che ogni casa in Vietnam ha uno spazio riservato a chi non c’è più, uno spazio in cui, durante il Tet, il capodanno vietnamita, ci si riunisce in attesa che gli antenati vengano a far visita. La stanza che mi ritrovo davanti è molto grande e ha un primo altare che ne nasconde un secondo, dove le immagini dei defunti si alternano a offerte e incensi. Molte sono in bianco e nero, i dettagli riportano a tempi lontani. Immagino l’arrivo dei francesi, il primo assalto alla Cittadella nel 1885, poi quello dei Viet Cong durante l’offensiva del Tet nel 1968, seguiti da marines e soldati sudvietnamiti.

Finiamo a chiacchierare davanti una tazza di thè allo zenzero, troppo dolce, ahimè, per me, in un viavai di giovanissimi che entrano e escono accolti da una nidiata di cuccioli di cane appena nati. Mi decido a uscire, rischiando di scivolare per terra più di una volta, diretta a Les Jardins de la Carambole, superando piccoli empori sonnecchianti e gente del posto che prova a fumare una sigaretta sfidando la pioggia incessante.

Il ristorante è ricavato in un edificio in stile coloniale, vecchia Indocina. Qui tutto ricorda quel periodo, dagli arredi alle gentili e silenziose donne in ao dai che ti accolgono  e ti seguono ovunque. Sui muri splendide ed enormi gigantografie in bianco e nero.

Alla scoperta delle tombe imperiali

Passo la nottata in bianco, forse comincio ad essere un po’ troppo vecchia per la soluzione ostello ma al mattino, con la luce, mi sento meglio e parto ringalluzzita alla volta delle tombe imperiali appena fuori Hue. Ho prenotato un driver e scelto di visitare la tomba di Minh Mang e quella di Khai Dinh, tra tutte quelle presenti appena fuori il centro di Hue.

Arrivata alla scalinata che conduce al cortile d’onore di quest’ultima mi dico che vorrei avere più tempo per vedere i tanti mausolei, templi e pagode di Hue. Resto ad osservare le statue in pietra a grandezza naturale dei mandarini che proteggono la tomba di Khai Dinh, il penultimo imperatore sul trono dal 1916 al 1925. La pietra grigio scuro di cui tutto è fatto  crea un’atmosfera surreale, quasi onirica. Superate altre rampe di scale ed arrivati all’edificio principale lo scenario cambia: è un’esplosione di colore che ricopre pareti e soffitti con dipinti e mosaici, una piena manifestazione di ricchezza e opulenza. Sotto un enorme baldacchino picchiettato d’oro la statua in bronzo dorato dell’imperatore sotto la quale, ad una profondità di 18 metri, riposa.

I resti di Minh Mang sono ancora più celati e irraggiungibili: ci si arriva solo dopo aver attraversato  possenti mura, cortili, padiglioni, templi e terrazze. Ogni ambiente, collegato da scale e ponti ed intervallato da laghi, è un inno alla bellezza, un perfetto equilibrio tra natura e mano dell’uomo.

Al di là del ponte in pietra che supera il Lago della Luna Nuova, l’ultima scalinata con balaustre a forma di drago porta al sepolcro la cui porta è ben serrata. Viene aperta solo una volta all’anno, in occasione dell’anniversario della morte dell’imperatore.

La Cittadella

Ho ancora del tempo e lo dedico interamente alla visita della Cittadella. Faccio il mio ingresso da porta Ngo Mon, un tempo riservata all’imperatore Gia Long che qui, nel 1802, volle trasferire la capitale da Hanoi e dove l’ultimo imperatore della dinastia Nguyen, Bao Dai, abdicò il 30 agosto 1945 di fronte a una delegazione inviata da Ho Chi Minh.

Scatto una foto dello stesso viale appena fuori la Cittadella immortalato da un fotografo negli anni peggiori. Riconosco il posto vedendo quell’immagine nell’esposizione Requiem a Ho Chi Minh City.

La Cittadella è immensa, grandiosa, infinita. Una cinta muraria lunga 10 chilometri e spessa 2 metri, un fossato 30 metri largo e 4 profondo e 10 porte lungo tutto il perimetro. Osservo i Nove Cannoni Sacri, quattro dei quali rappresentano le quattro stagioni e gli altri cinque gli elementi: legno, acqua, metallo, fuoco e terra.

Attraverso il Recinto Imperiale, il palazzo di Thai Hoa, il Teatro Reale. Molto è andato distrutto e ampie zone sono state abbandonate ai fiori selvatici. Tante sono in via di rifacimento, altre sono state restaurate. Dalle rovine di palazzo Can Chanh sono state ricostruite due lunghe e stupefacenti gallerie ricoperte da lacca scarlatta. I Giardini di Co Ha, sapientemente ripristinati sono un’oasi verde dove gazebo e laghetti si alternano.

Ne scelgo uno dove è stato allestito un caffè e mangio qualcosa servita da un simpatico vecchietto. Ne conserverò un ricordo indelebile.  Supero la residenza di Dien Tho, quella di Truong San, mi perdo in quella che una volta fu la Città Purpurea Proibita dove risiedevano le concubine reali e solo l’imperatore e i servitori eunuchi erano autorizzati ad entrare.

Scatto ancora qualche foto, so che un driver mi aspetta per portarmi a Hoi An e faccio a me stessa una promessa, quella di tornare in questo luogo di memoria e storia.